Brianzecum

novembre 7, 2011

POTERE, AUTORITÀ, VERITÀ E GIUSTIZIA

GESÙ. MODELLO DELL’ANTI-POTERE, HA TRASFORMATO L’AUTORITÀ IN SERVIZIO D’AMORE

Dall’omelia di don Giorgio De Capitani per la Festa di Cristo Re 2011

Terminologie del passato.  La Festa di Cristo Re è stata introdotta da Pio XI (papa Achille Ratti nativo di Desio), con l’enciclica “Quas primas” dell’11 dicembre 1925. L’introduzione di tale festività è stata dettata anche da un motivo storico: “nell’età del totalitarismo – siamo nel 1925 – affermare la regalità di Cristo doveva rendere relative le suggestioni dei regimi, che pretendevano dai popoli un’adesione personale assoluta”. Ciononostante risulta un po’ ostico accettare oggi queste terminologie: re, regno, che sono ormai sepolte nel passato. In realtà, sepolte del tutto no, visto che ancora oggi si parla di re e di regine. D’altronde, si dice che la Chiesa è monarchica. Che significa monarchia? Io vorrei trovare un’altra ragione che ha una sua logica, nella visuale evangelica. Il Vangelo va preso nella sua radicalità, il che significa che Cristo è venuto per dare un nuovo senso alla storia. La vera Storia non è fatta dai potenti della terra, ma dagli umili: dagli abitanti della terra. La parola umiltà, lo ripeto, deriva da humus, terra.

Essenza della Verità.  Cristo poteva benissimo inventare una nuova terminologia, ed è quella che ogni leader di nuovi movimenti solitamente s’inventa, anche per dare più unicità al movimento stesso che perciò si identifica anche mediante parole appropriate. C’è chi per identificarsi ricorre ad un segno esteriore di un certo colore, ad un cravatta o a un fazzoletto nel taschino (di colore verde per la Lega), e c’è chi usa determinate parole studiate ad hoc (vedi Cl). Cristo non sembra aver scelto questa strada diciamo esteriore, ma ha puntato tutto sull’essenza della Verità proposta, sul cuore del Messaggio, la cui Novità dunque va al di là di segni o di riti o di parole. Anzi, Cristo ha voluto mantenere immagini attinte dal Vecchio Testamento. Lui si auto-presenta come il Buon Pastore: altra immagine che oggi risulterebbe un po’ dura da digerire. Il pastore richiama il gregge, le pecore. La poesia può anche attutire la durezza della realtà, ma definirci oggi un gregge non piace a nessuno. Cristo ha parlato di un regno che è venuto a restaurare. Ed ecco la domanda: perché ha ripreso queste immagini?

Essenza del potere.  Ha usato la stessa terminologia, ma ha cambiato il senso, il contenuto: qui sta la sua vera provocazione. Quando pensi a un re, pensi al potere che si circonda di fasto, di sudditi, che pensa di avere in mano le sorti di un paese, di una nazione, dell’intera umanità. Il potere come tale dà ordini, si fa obbedire. Cristo, assumendo la stessa terminologia, ha voluto in tal modo cambiare l’essenza stessa del potere. A Ponzio Pilato, rappresentante del potere politico romano, che gli chiede: «Dunque, tu sei re?», Gesù risponde: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Qui sta la differenza tra il regno umano e il regno di Cristo: è la verità che li distingue. Pilato conclude scetticamente: «Che cos’è la verità?», quasi a riconoscere l’impotenza del potere politico a comprendere la vera essenza della verità. Certo, il potere ha una sua visuale della verità: non dirà mai che vive di menzogna. Per lui la bugia fa parte della sua logica, secondo la quale tutto deve essere al servizio del potere stesso. Questa è la verità del potere umano!

Bugie e confusione per dominare.  Ogni evento viene interpretato secondo questa logica. E per fare questo ricorre ad ogni strategia: dire, disdire, creare dubbi, falsificare la storia, e ci riesce perché la gente stessa, disorientata al massimo, non sa più che cos’è la verità. Ecco lo stato di confusione di cui si approfitta il potere per dominare imponendo le sue menzogne. Il potere è menzogna. Il potere è falsificazione della realtà. Il potere stravolge ogni cosa pur di ottenere il massimo di potere. C’è una pagina, una tra le più drammatiche del vangelo di Giovanni, quando tra Gesù e alcuni ebrei – pensate: erano suoi simpatizzanti! – ci si scambia ogni offesa, volano parole grosse. Quei giudei accusano Gesù di essere un indemoniato. E Gesù di rimando: «Voi avete per padre il diavolo… egli era omicida fin da principio e non stava saldo nella verità, perché in lui non c’è verità. Quando dice il falso, dice ciò che è suo, perché è menzognero e padre della menzogna».

Stravolto il concetto di autorità.  Comprendo che nell’antichità i sovrani giustificavano il fatto di “stare sopra” il loro popolo (questo è il senso della parola “sovrano”) facendo credere di essere autorizzati dalla divinità stessa, addirittura imponendo di essere venerati come se fossero una divinità (pensate agli imperatori romani), ma non accetto assolutamente, come cristiano, di ritenere l’autorità discendere da Dio stesso. Certo, non lo si dice in questo modo, ma si parla di volere di Dio. E che cos’è il volere di Dio? Il volere di Dio non dovrebbe essere un modo per imporre il proprio potere, dimenticando Cristo che, è vero, ha parlato di un regno, si è definito re, ma ha stravolto il concetto di autorità: l’ha trasformata in servizio d’amore. Quando l’autorità si fa potere, è blasfemo pensare al volere di Dio o nascondervisi dietro: ancora oggi Cristo ripeterebbe ai suoi credenti l’accusa: “Voi avete per padre il demonio!” Forse è utopia togliere dal potere ogni forma demoniaca, ma la Chiesa in quanto tale, Chiesa di Cristo, non dovrebbe imitare il suo Fondatore?

Non dominare ma promuovere.  Pierpaolo Loi, in un suo commento alla festa della regalità di Cristo, tra l’altro dice: «Gesù si pone come modello dell’anti-potere: non vuole dominare le altre persone, quanto piuttosto promuovere, chiamare, suscitare la forza che ogni essere umano ha in sé, in modo che ognuna e ognuno di noi si assuma responsabilmente il peso e la gioia della libertà. Chi non ricorda quella pagina misteriosa e appassionante del Grande Inquisitore  (Dostoevskij, I fratelli Karamazov) che condanna nuovamente Gesù e gli rimprovera di aver voluto rendere libere le persone, rendendole, così, infelici?». Vorrei ricordare che il Grande Inquisitore era un vecchio novantenne ed era il capo dell’Inquisizione spagnola. Sa che Cristo è apparso a Siviglia e lo sta cercando. Infine crede d’averlo trovato in un giovane povero con occhi che incantano e uno strano alone di luce sul volto. Il dialogo che si svolge tra loro è terribile. In realtà è un monologo dell’Inquisitore. Cristo non parla, ascolta. L’Inquisitore rimprovera Cristo per aver dato agli uomini il libero arbitrio ed avergli promesso in dono il pane celeste. Ma gli uomini volevano invece il pane della terra e non sapevano che farsene del libero arbitrio.

Nulla più intollerabile della libertà.  Ecco ciò che il Grande Inquisitore dice a Gesù: “Tu vuoi andare nel mondo e ci vai a mani vuote, con la promessa di una libertà che gli uomini, nella loro semplicità e nel loro disordine innato, non possono neppure concepire, della quale hanno paura e terrore, perché nulla è mai stato più intollerabile della libertà per l’uomo e per la società umana!”. “Io ti dico che non c’è per l’uomo preoccupazione più tormentosa di quella di trovare qualcuno al quale restituire, al più presto possibile, quel dono della libertà che il disgraziato ha avuto al momento di nascere”. “Tu hai scelto tutto quello che c’è di più insolito, di più problematico, hai scelto tutto quello che era superiore alla sorte degli uomini, e perciò hai agito come se tu non li amassi affatto. E chi è che ha agito così? Colui che era venuto a dare per loro la sua vita! Invece di impadronirti della libertà umana, l’hai moltiplicata, e hai oppresso per sempre col peso dei suoi tormenti il regno spirituale dell’uomo. (…) Se tu lo avessi stimato meno, gli avresti anche chiesto di meno, e questa sarebbe stata una cosa più vicina all’amore…”.

Croce, patibolo per gli schiavi ribelli.  A quel punto l’Inquisitore dice a Cristo che la Chiesa si è messa d’accordo con il diavolo, ha dato agli uomini il pane della terra purché essi rinunciassero al libero arbitrio. Questo è avvenuto e gli uomini sono felici. L’Inquisitore conclude dicendo a Cristo che lo farà bruciare quel giorno stesso. Cristo come risponde? Lo guarda con sguardo soave, gli si avvicina, lo bacia e scompare. (Continua il commento di Pierpaolo Loi): «Il trono di Gesù è la croce, cioè il patibolo per gli schiavi ribelli, alla quale è stato appeso dal potere religioso e politico: quel potere oppressivo dal quale aveva cercato di liberare le persone, in special modo i più deboli, i più poveri, gli emarginati per motivi sociali o religiosi. Per aver accettato di donare la sua vita per amore, Dio ha riconosciuto che in lui la sua “immagine” – che aveva impressa sul primo uomo (maschio e femmina) – si è resa visibile definitivamente. Da questa regalità della “debolezza” crocifissa nasce la possibilità di relazioni nuove tra le persone e con l’universo intero, relazioni non basate sul binomio dominio/sottomissione, ma sul mutuo rispetto, l’armonia, e la forza della verità (la nonviolenza attiva) che ci rende responsabili della nostra libertà….

Fede cioè impegno per la giustizia.  Disgraziatamente, nella vita ecclesiale vengono riprodotti modelli di “regno” mondano e non cristiano! Quante volte si stabiliscono rapporti autoritari piuttosto che di fraternità! Quante volte si va a braccetto con i potenti e si è conniventi con le “strutture sociali di peccato” generate dal potere economico-politico di questo mondo, sia in modo attivo che per omissione! Termino con le parole, sempre attuali, di p. Ernesto Balducci: “Non abbiamo da costruire spazi sacri in cui rifugiarci; non abbiamo terra santa in cui andare; non abbiamo casa di Dio in cui nasconderci. La casa di Dio è la casa degli uomini; la santità di Dio ha il suo tempio nell’uomo vivente. E ogni dualismo che tende a separare la casa di Dio e la casa dell’uomo, la santità di Dio e la fragilità dell’uomo, porta in sé una frode. Noi costruiamo il Regno faticando con gli altri, senza che la fede sia motivo di disaffezione dall’impegno nella vita quotidiana e nei progetti sociali ispirati a giustizia”.

Fonte: http://www.dongiorgio.it/scelta.php?id=1723&nome=omelie

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