IL PROGRESSIVO ISTERILIMENTO DELLA TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE E LE NOSTALGIE DI CRISTIANITÀ POSSONO RIVELARSI ERRORI FATALI
di Luigi Sandri*
Due grossi peccati d’origine gravano sulla Chiesa latino-americana: uno è quello di essere stata una religione imposta con la violenza dai conquistatori europei; l’altro è che le gerarchie ecclesiastiche – salvo eccezioni – sono state per cinque secoli dalla parte del potere. La conversione al cristianesimo dei nativi non era certo la prima preoccupazione dei conquistatori: a loro interessava lo sfruttamento delle miniere e delle piantagioni, a cui costringevano gli indios. Molti ne morirono, decimati anche dalle guerre di conquista e dalle malattie portate dagli europei. Per sostituire i nativi si rese necessaria la deportazione di migliaia e migliaia di negri dall’Africa. Il fenomeno della santeria – a Cuba – fu una reazione all’imposizione di una religione estranea, cioè del cristianesimo: essa consiste nel vedere nei segni cristiani (come le statue dei santi, o i colori dei loro vestiti) segni che rinviano alla fede originaria. In ogni caso si trattava di una Chiesa legata alle potenze mandatarie, dove da tempo vigeva il regime di cristianità, regime che si pensava di poter esportare ovunque. Ma molti tra i missionari ebbero crisi di coscienza di fronte a questo modo di procedere. Un nome per tutti: Bartolomé de Las Casas.
Fermenti conciliari. Con questo retaggio alle spalle, nel 1955 è nato il Consiglio episcopale latino americano (CELAM) per discutere dei problemi comuni ai diversi paesi del continente. Un episcopato che era stato comunque scarsamente significativo, così come debole (teologicamente) era stata – salvo eccezioni – la sua presenza al Concilio Vaticano II. Nel 1968 Paolo VI si recò in Colombia per presiedere l’assemblea CELAM di Medellin. Nel continente già erano al potere diverse dittature militari e non pochi, anche in ambito cristiano, sostenevano che non c’era alternativa alla rivolta armata. Paolo VI ne aveva parlato l’anno prima nell’enciclica Populorum progressio, in due paragrafi specifici:
“Tentazione della violenza. Si danno, certo, situazioni la cui ingiustizia grida verso il cielo. Quando popolazioni intere, sprovviste del necessario, vivono in uno stato di dipendenza tale da impedir loro qualsiasi iniziativa e responsabilità, e anche ogni possibilità di promozione culturale e di partecipazione alla vita sociale e politica, grande è la tentazione di respingere con la violenza simili ingiurie alla dignità umana” (n. 30).
“Rivoluzione. E tuttavia sappiamo che l’insurrezione rivoluzionaria – salvo nel caso di una tirannia evidente e prolungata che attenti gravemente ai diritti fondamentali della persona e nuoccia in modo pericoloso al bene comune del paese – è fonte di nuove ingiustizie, introduce nuovi squilibri, e provoca nuove rovine. Non si può combattere un male reale a prezzo di un male più grande” (n. 31).
La violenza non è cristiana. Ma, in Colombia, Paolo VI dette, per così dire, l’interpretazione autentica di questi passaggi dell’enciclica, sostenendo che la situazione latino americana non rientrava tra quelle che richiedono la rivolta armata. Affermò che la violenza non è né evangelica né cristiana, depotenziando, in certo senso, la stessa Populorum progressio. Papa Montini fece però anche gesti di saggezza: così, dato che in Brasile – gravato da una dittatura militare – sia i fedeli che l’episcopato erano estremamente divisi tra i sostenitori e gli avversari del nuovo regime, egli elevò alla porpora prelati sostenitori dell’una e dell’altra tesi e, dunque, anche vescovi vicini alla teologia della liberazione (tdl); diverso sarà il comportamento di Giovanni Paolo II, che non creerà cardinale nessun prelato simpatizzante con quella teologia. Papa Wojtyla faticava molto a comprendere che ci fossero dei regimi “cristiani”, e non comunisti, persecutori di cristiani. La sua esperienza polacca di oppressione del marxismo là vigente gli impediva di accettare la tdl, pur avendo approvato la scelta preferenziale per i poveri. A Puebla – III Conferenza generale dell’episcopato latino americano – nel 1979 si ebbe un grande scontro tra i vescovi, pro e contro la Tdl; Wojtyla intervenne dicendo che Cristo non era un sindacalista. In seguito Giovanni Paolo II si impegnò sistematicamente per normalizzare la gerarchia latino-americana: man mano un vescovo “liberazionista” andava in pensione, al suo posto ne nominava uno di tendenza opposta che distruggeva l’opera del suo predecessore.
La conversione di Oscar Romero: era sostanzialmente un ecclesiastico assai “moderato”, e per questo, quando nel 1977 fu promosso arcivescovo di San Salvador, l’oligarchia al potere applaudì la scelta vaticana. Ma l’assassinio di padre Rutilio Grande, sacerdote impegnato con i poveri e che lui stimava, il contatto con la vita reale della popolazione, stremata dalla povertà e oppressa dalla feroce repressione militare – che voleva mantenere la classe più povera soggetta allo sfruttamento dei latifondisti locali – provocarono in lui una profonda conversione, nelle convinzioni teologiche e nelle scelte pastorali: da conservatore, quale era, vide Cristo nei poveri e, da avversario che era della tdl, ne divenne – di fatto, e pur senza proclamarsene un seguace – un concreto realizzatore. Coraggiosamente Romero denunciò i soprusi del regime, facendo ad es. il nome dei desaparecidos alla radio diocesana locale, molto ascoltata dai ceti popolari, e così irritando fortemente la dittatura militare. L’udienza (1979) di papa Wojtyla a Romero, provocò a quest’ultimo un vero e proprio imbarazzo esistenziale, in quanto il pontefice non riteneva possibili soprusi contro cristiani in un regime cristiano. Il fatto è che, mettendosi dalla parte dei poveri, come fece Romero, la visione della realtà può cambiare totalmente (come la visione di una montagna, vista dal lato opposto).
Un milione all’anno in Brasile lasciano la Chiesa. Oggi la situazione del cattolicesimo in America latina sta rapidamente mutando, e molti cattolici lasciano la loro Chiesa. Intanto, mancano i preti, e la scarsità di clero, insieme alla decisione vaticana di non ammettere i ”viri probati” (uomini, già sposati, da ordinare preti), non permette di seguire adeguatamente i fedeli. Questa carenza – non compensata dal crescere di catechisti laici – è uno dei fattori che favorisce, invece, la fuga massiccia di credenti dalla Chiesa cattolica (un milione l’anno solo in Brasile; moltissimi in Guatemala) verso altre Chiese, in particolare quelle pentecostali. I pastori di queste, infatti, sono presenti in ogni strada, visitano sistematicamente le famiglie, le conoscono e danno un’assistenza pratica che sarebbe impossibile da parte della struttura gerarchica cattolica dato che ogni sacerdote, in media, ha parrocchie con una popolazione di oltre cinquantamila abitanti. I fedeli cattolici sono tuttora divisi radicalmente tra chi ritiene che bisogna annunciare la buona novella ai poveri e chi invece desidererebbe il ritorno a tempi passati, quando le gerarchie ecclesiastiche stavano, di solito, dalla parte dello status quo. È difficile uscire dall’alternativa: o mettere Cristo crocifisso alla base della fede, o continuare con il regime di cristianità; in ogni caso, qualunque scelta non è indolore.
In definitiva questi brevi cenni fanno vedere alcuni aspetti della complessa situazione latino-americana. È importante capire che gli errori si pagano. Ciò significa che la Chiesa (romana) deve confessare i propri peccati e ravvedersi solennemente. Se non si riconoscono gli errori del passato, soprattutto la violenza in nome di Dio, si vive in una permanente contraddizione. Si dovrebbe dunque ammettere che l’essere stati (il Vaticano e molti vescovi) contro la Teologia della liberazione è stato un errore dalle conseguenze imprevedibili. D’altronde, se non si attuano rapidamente le possibili innovazioni indicate dal Concilio, o da esso logicamente sgorganti, molta gente se ne va. Sempre più di frequente si sente dire anche negli strati popolari, in America latina: se il papa non è con noi, facciamo senza papa. Insomma, il vescovo di Roma dovrebbe essere una figura accogliente, paterna, che consiglia senza imporre, specie su argomenti opinabili o nuovi; aperta al pluralismo delle opinioni e, comunque, che governa la Chiesa cattolica in modo collegiale, attuando in particolare la collegialità episcopale, vista però all’interno del ”popolo di Dio”, secondo le indicazioni del Vaticano II.
*dagli interventi di Luigi Sandri alla settimana estiva di Motta 2012
Complesso romanico di S. Pietro al Monte – Civate – Lecco