Brianzecum

agosto 9, 2008

COLONIZZAZIONE DEL TEMPO

Il tempo non è denaro. È spazio dell’amore. Uno spazio in cui la prodigalità è un investimento, lo sperpero è un affare e le uscite, invece di impoverirlo, raddoppiano il capitale. Grazie allora a voi che date anima alle tante opere di volontariato, perché le pagine più belle di questo strano trattato di economia (l’unico che non condurrà mai sull’orlo del fallimento) il nostro vecchio mondo di furbi inutili le sta imparando da voi”. Con queste parole, rivolte ad un convegno sul volontariato, un profeta del nostro tempo, Mons. Tonino Bello, contestava la “banalità e l’impoeticità” del noto detto, che esprime l’idea di tempo oggi invalsa.

Gratuità del tempo. S. Francesco fu testimone e acerrimo nemico dei primi passi che portarono all’attuale concezione del tempo, legata appunto al denaro: il sistema mercantile, incarnato da suo padre Bernardone, con il prestito del denaro a interesse. Scalzava l’idea della sacralità del tempo, che appartiene a Dio e che non può essere oggetto di appropriazione da parte dell’uomo perché sfugge; tempo che deve avere una ciclicità (come quella della natura) e lasciare spazi per la rigenerazione, garantendo così la continuità e la durevolezza della vita. La parabola degli operai pagati allo stesso modo per tempi di lavoro diversi (Mt 20,1-16) è un esempio significativo dell’idea di gratuità del tempo (dono di Dio) che prevale nel Vangelo. Del resto la chiesa si è per lunghi secoli opposta al prestito ad interesse, proprio in nome della gratuità e del fatto che per coloro che possono prestare denaro, questo è superfluo.

Concezione lineare del tempo. Con la modernità il tempo è stato ridotto a quantità e misurato sempre più secondo i parametri dell’utilità, del profitto, del successo. Divenne quindi fonte di competizione e ricerca di spazi di conquista. Con l’idea di progresso e di sviluppo, si affermò una concezione lineare del tempo, secondo cui esso progredisce in una certa direzione. E la direzione fu individuata in quella percorsa dai paesi più sviluppati. Così la storia è stata ridotta a quella dell’occidente e i punti di vista non occidentali tacciati di passatismo o primitivismo. “Da quando il modellarsi sull’esempio dei colonizzatori sta alla base della nozione di sviluppo imposto, la storia è stata ridotta all’imitazione della cultura più egoista che esista, e tale imitazione viene definita come progresso e modernizzazione.”[1] Ciò comporta, in altri termini, indicare la smemoratezza come un dovere, un invito a dimenticare il proprio passato individuale e collettivo, in quanto privato dei ricchi valori e significati che aveva in precedenza, in nome del denaro e degli altri valori sostenuti dai poteri dominanti. Per questo il novellista cecoslovacco Milan Kundera ha sostenenuto che “la battaglia dei popoli contro il potere è la battaglia della memoria contro l’oblio”. In occasione di ricorrenze tragiche, come olocausti o guerre, si ribadisce il dovere della memoria, ma nella quotidianità questa resta schiacciata dalla “marmellata” mediatica, dove la memoria del passato “non paga”.

Le utopie sociali sono un altro esempio dello sforzo che è stato fatto nella modernità di dominare il tempo, in questo caso il futuro. La più importante di esse è certamente il comunismo marxista, crollato miseramente col muro di Berlino: oltre alla pretesa di dominare il tempo, conteneva altri errori di fondo, come la concezione materialistica della storia e la sostanziale negazione della libertà dell’uomo, in quanto mosso in prevalenza dagli interessi economici. L’oblio della memoria collettiva è oggi particolarmente percepibile negli ex paesi dell’est.

Usi impropri del tempo non mancano oggi ancora. Aumenta il tempo libero, ma si vede sempre più gente indaffarata. In molti casi si tratta di una posa. Parecchie persone considerate importanti credono che il farsi sospirare sia piuttosto una prova del loro potere che una manifestazione di cattivo gusto. È solo un secolo che è “scoppiata” la velocità, e con essa il turismo, anche lontano. Ma si può ben dire che è morto il viaggio. Viaggiare vorrebbe dire innanzitutto osservare, ascoltare, valutare le diversità e domandarsene il perché, cercare di capire, fare confronti. Andare piano, riflettere e accumulare esperienze. Viaggiare per sapere, viaggiare per cambiare. La velocità e il consumismo turistico nascondono tutto ciò, lasciano solo ricordi superficiali: stazioni, aeroporti… tutti uguali.

In definitiva una riflessione sull’uso del tempo nella nostra società, la sua monetarizzazione ed il confronto con altre culture o con il nostro uso in altri tempi, può essere un primo campo per un esame critico del nostro benessere e lo sforzo di capire quanto possiamo imparare dalle altre culture.


 


[1] Vandana Shiva, La fine della storia. Un mondo che vive alle spalle del futuro, in: “Azione nonviolenta” nov 1992, p.IV.

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