Brianzecum

giugno 12, 2010

LA LAICITÀ DEI CREDENTI*

PROPOSTA DI METODO PER DEFINIRE LA LAICITÀ

Di solito la parola laico viene definita in negativo: chi è non credente, in ambito civile; non consacrato, in ambito ecclesiale. Se cerchiamo invece di darne una definizione in positivo, ci può venire in soccorso l’etimologia: deriva dal greco laòs «popolo». Ciò dovrebbe indirizzarci verso la ricerca di quanto è comune: il popolo è una dimensione di cui tutti facciamo parte. Si è in grado perciò di prospettare questa pista di riflessione: la laicità attiene a quanto è comune, ci accomuna, o, con maggiore precisione, costituisce la base su cui poggia tutto il resto. Ad es, parlare di sovranità per diritto divino o di culto della personalità, non sarebbe laico, mentre lo sarebbe parlare di democrazia o di sovranità popolare. L’immagine della piramide può ulteriormente chiarire: quando il vertice dipende dalla base si può parlare di laicità, se invece la piramide è “sospesa” e la base (di sudditi) dipende totalmente dal capo, la laicità è in pericolo. Questa definizione di laicità, ovviamente, apre a un discorso di democrazia, comunità, collegialità.

I diritti umani costituiscono la più persuasiva conquista della civiltà rispetto a quanto è comune. Spesso vengono riformulati e resi più vincolanti di prima. Sarebbe importante anche un accordo riguardo al loro fondamento: taluni (i giusnaturalisti) lo trovavano nella natura umana, altri nella dignità dell’uomo; oggi di solito non si vede fondamento se non nel fatto di essere stati formulati e accettati. Non mancano comunque le contraddizioni, come nel caso dell’eutanasia, che può essere sia giustificata che negata appellandosi al principio di dignità umana. Neppure la regola della maggioranza può essere considerata un fondamento, tant’è vero che i principi costituzionali, ad es., non possono essere modificati a maggioranza semplice. Quella della maggioranza è una convenzione largamente applicata, ma per un corretto funzionamento democratico si richiedono alcune condizioni (come un ruolo attivo e propositivo della minoranza) non sempre presenti. Spesso si parla oggi di valori non negoziabili. In realtà, in uno Stato democratico gli unici principi «non negoziabili» sono, per definizione, quelli costituzionali (non per nulla posti al di là del gioco di maggioranza e minoranza), mentre la loro applicazione rientra sempre nella sfera dialettica delle interpretazioni.

Pluralismo. In ambito civile, quando un credente argomenta una sua posizione, è chiamato a basarsi su quanto è comune a tutti, non su quanto è inerente alle proprie credenze. Per lui la dignità umana è senza dubbio fondata anche sulla convinzione che ogni persona è creata a immagine e somiglianza di Dio; tuttavia in sede pubblica e pluralista questo argomento non va addotto in maniera diretta. Se lo si facesse si farebbe prevalere la propria appartenenza religiosa, dalla quale deriverebbero, in modo immediato, le scelte civili, cadendo così nell’integralismo. Il credente deve invece giustificare le proprie scelte politiche con argomentazioni «laiche», che tutti possano recepire (come la dignità della persona, la crescita umana..). La laicità dei credenti impone inoltre, come valore irrinunciabile, il pluralismo in politica. Dalle credenze di fede o dall’appartenenza religiosa non derivano in modo diretto le scelte politiche, neppure nel caso dei valori non negoziabili – i quali, come detto, sono solo quelli costituzionali. Essi rappresentano il solo argine efficace da contrapporre a derive populiste legate alla «dittatura della maggioranza».

Clericalismo.  Anche nel campo ecclesiale, si può definire la laicità applicando il principio della ricerca di quanto è comune. In una comunità di credenti è evidente che il primo fondamento è la fede. Ma c’è un’altra circostanza che può negare la laicità: quando dentro la Chiesa prevale l’idea della «piramide sospesa», in cui tutto (di)pende dal vertice. Così si entra nel regno del clericalismo: l’aver parte della comunità ecclesiale è posto sotto il sigillo dell’appartenenza e i fedeli sono considerati, in pratica, dei sudditi, la cui virtù prima sta nell’obbedienza: attiva, collaborativa, consapevole, ma pur sempre obbedienza. Il clericalismo è una forma mentis che può albergare tanto nei consacrati quanto nei non consacrati. La logica dell’appartenenza esige che una componente ineliminabile della fedeltà sia costituita dalla difesa dell’istituzione ecclesiastica. All’occhio della gerarchia lo schierarsi apologetico diviene, allora, la cartina di tornasole per individuare i figli prediletti. Il clericalismo domina quando si è chiamati a servire l’istituzione e non quando è quest’ultima a essere posta al servizio dei fedeli. Le Scritture a questo proposito sono inequivocabili. Basti ricordare il passo evangelico: chi vuol essere primo tra voi sarà schiavo di tutti[1]. Gregorio Magno poi ha definito il vescovo di Roma come servo dei servi di Dio. La costituzione conciliare Lumen gentium dedicata alla Chiesa, pur con qualche ambiguità conseguente alla precedente visione gerarchica, ha aperto chiaramente alla nuova visione “laica” e comunitaria, presentando la Chiesa come «popolo di Dio». Ciò significa additare il primato di quanto è comune; la funzione del sacerdozio ordinato è di costituire una «parte» posta al servizio del tutto. Il ruolo della laicità si esplicita nel fatto che la gerarchia è subordinata al primato dell’unità.

Fede: è il criterio centrale, secondo cui “non c’è più né giudeo né greco, né schiavo né libero, né maschio né femmina” (Gal 3,28) e – ci si consenta di aggiungere – né presbitero né laico. La fede infatti è l’aspetto comune più profondo, che consente di prospettare lo stesso atto di fede come laico. Non c’è fede perché si appartiene a qualche ambito, a qualche popolo o a qualche istituzione. È un dato dogmatico elementare che ogni persona nasca sempre non cristiana, vale a dire non credente. La fede, a differenza dell’appartenenza, non è comunicata attraverso la nascita. Essa non esprime un privilegio, non manifesta un’identità. Ogni credente continua a essere quello che era prima, vale a dire a condividere quanto è comune: il suo genere, la sua cultura, la sua appartenenza alla polis e, ancor più estesamente, il suo aver parte all’umanità. Molto più che una scelta, la fede è la risposta a una chiamata. A differenza del battesimo, che contraddistingue l’ingresso nella Chiesa, la fede non entra nella sfera di quanto si dà «una tantum». Essa non avviene una volta sola: va confermata giorno dopo giorno. Nelle parole del padre dell’epilettico indemoniato: «credo, aiuta la mia incredulità» (Mc 9,24) è sintetizzata questa quotidiana chiamata laica alla fede. In essa non ci sono ruoli, né appartenenze, né identità, ma un incontro, una presenza; entro questa presenza, secondo un paradosso proprio del credere, si può però sperimentare anche l’abbandono: «Dio mio perché mi hai abbandonato?». Non essendo un possesso definitivo, la fede si può sempre perdere. Ciò vale per ogni membro della Chiesa. Nessuno, qualunque sia la sua carica, può affermare di essere nella fede una volta per tutte. È sempre necessario il confronto, la verifica con la comunità dei credenti. Colta in quest’ottica, la fede non può essere che laica.

*dalla conversazione di Piero Stefani tenuta presso il Meic di Lecco il 19-5-2010. Il testo completo è reperibile in: http://pierostefani.myblog.it/ Pensiero della settimana nn. 295 e 296. Cfr. anche: Il regno attualità n. 12 2010 pp. 427-428.


[1] cfr. Mt 20,25-27; Mc 10,42-45; Lc 22,25-27.


Per riflettere:

-definizione in positivo di laicità;

-diritti umani conquista di civiltà;

-pluralismo necessario;

-cos’è il clericalismo;

-logica dell’appartenenza;

-la fede non è garantita per sempre.

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