RISCHI DI INVOLUZIONE DOPO IL GRANDE GIUBILEO DEL 2000
Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono, non c’è perdono senza verità: queste in estrema sintesi potrebbero essere le linee portanti della preparazione del grande Giubileo del 2000. Preparazione, fortemente voluta da Giovanni Paolo II, che è da considerare l’ermeneutica, il significato profondo, del suo pontificato, come ha detto esplicitamente lui stesso. I giubilei esistevano già nell’Antico Testamento ogni 50 anni, cioè dopo sette settennati, conclusi ciascuno con l’anno sabbatico. Nell’anno sabbatico venivano liberati gli schiavi, si lasciava riposare la terra, si condonavano i debiti, secondo precise prescrizioni bibliche. Nell’anno giubilare le usanze di quello sabbatico erano ampliate e celebrate ancor più solennemente. In questa occasione ogni israelita rientrava in possesso della terra dei suoi padri, qualora l’avesse venduta o persa cadendo in schiavitù. Non si poteva essere privati in modo definitivo della terra, poiché essa appartiene a Dio, né gli israeliti potevano rimanere per sempre in una situazione di schiavitù, dato che Dio li aveva «riscattati» per sé come esclusiva proprietà, liberandoli dall’Egitto. Gli anni sabbatici e ancor più quelli giubilari, avevano dunque il profondo significato di avvicinarsi all’era messianica, caratterizzata da pace e giustizia.
Riconciliazione. Altrettanto profondo, ma evidentemente con diversa prospettiva, il significato dei giubilei dell’era cristiana, inaugurati nel 1300 da Bonifacio VIII, fino a quello del 2000. Il significato principale è la riconciliazione (interna ed esterna) a partire dalla massima forma di riconciliazione, quella operata dal Messia Gesù tra l’umanità e Dio, incarnandosi 2000 anni fa. Tutti i Giubilei si riferiscono al tempo della salvezza, alla «pienezza del tempo» e riguardano la missione messianica di Cristo[1]. Si fa memoria di un evento del passato (come la nascita o la morte di Gesù) al fine di preparare un futuro più vicino all’era messianica. “Lo sguardo, pertanto, sia fisso sul futuro” dice la bolla di indizione del grande Giubileo[2]. La tendenza degli uomini è diversa: “mentre Dio si apre al futuro, vede cioè la storia come cammino verso l’alto, l’uomo è portato invece a vivere il presente, ripetendo il passato”[3]. Un altro punto importante è che la riconciliazione non deve rimanere soltanto a livello interiore, ma trasformarsi in pace tra le nazioni, tra gruppi sociali e politici, per la giustizia, contro lo spirito di vendetta, ecc. Così si può comprendere l’esistenza di una strettissima relazione tra riconciliazione e redenzione: la riconciliazione deve mostrare come opera nella storia la redenzione di Gesù Cristo.
Perdono. Si può vedere, attraverso alcune ulteriori citazioni, quale sia stata l’evoluzione successiva. Giovanni Paolo II, verso la fine del viaggio in Colombia del 1986 ebbe a dichiarare che quel paese – sconvolto dalla guerra civile – va riconciliato perché è una nazione cristiana. Entra nella dimensione della storia delle civiltà come luogo di mediazione tra l’opera redentiva e l’opera storica. In questo modo il passato diventa un problema. Nella teologia dei segni dei tempi il passato era chiuso in sé; qui invece il confronto con il passato diventa elemento di grande importanza, sia pure in uno schema particolare, quello delle tradizioni nazionali. Si tratta di entrare nel 3° millennio di una storia fattasi cristiana e destinata a diventare sempre più cristiana e perciò posta all’insegna della riconciliazione, della capacità di trascrivere il perdono dalle relazioni interpersonali alle relazioni collettive e storiche.
Verità. Un’ultima citazione fa allusione a processi di riconciliazione che vengono compiuti altrove, al di fuori della chiesa cattolica. “Il perdono, lungi dall’escludere la ricerca della verità, la esige. Il male compiuto deve essere riconosciuto e per quanto possibile riparato. Proprio questa esigenza ha portato a stabilire in varie parti del mondo a riguardo delle prevaricazioni tra gruppi etnici e/o nazioni opportune procedure di accertamento della verità quale primo passo verso la riconciliazione”[4]. È chiara l’allusione al Sudafrica di Mandela e Tutu. È forse questo il punto in cui è stato portata più avanti la questione verità e riconciliazione, con un limite oggettivo però: che questo processo è stato così legato al clima giubilare che, tramontato il clima giubilare, è tramontato anche il processo. Così il luogo in cui si poteva ammettere le proprie colpe e i propri errori, ponendo la verità come una delle condizioni della riconciliazione è in qualche modo finito.
Il pontificato di Benedetto XVI, dopo il salto di millennio, può essere considerato anche post grande giubileo poiché attribuisce l’errore e la colpa non tanto ai figli e figlie della chiesa quanto alle condizioni storico-culturali in cui il messaggio ecclesiale è stato colto, cioè a questioni marginali. È il capovolgimento dei segni dei tempi: grazie ad essi l’insegnamento, perenne ma sopito, emerge. Qui invece sembra che le condizioni storico-culturali hanno fatto travisare l’insegnamento perenne. La colpa è delle condizioni esterne, non dei figli e figlie della chiesa. Le religioni non hanno colpe né hanno commesso errori riguardo a violenza e riconciliazione. Perciò il tema della riconciliazione, della purificazione delle memorie, che può essere forte soltanto là dove c’è l’ammissione della propria colpa e/o del proprio errore è finito rapidamente con il termine del grande giubileo del 2000. Bisognerà forse attendere un’altra occasione per fare ripartire il processo: potrebbe essere nel 2013 il 17° centenario dell’Editto di Milano, fatto da Costantino, che sanciva la libertà di religione?
* Dall’intervento di Piero Stefani alla settimana estiva di Motta 2008 su: Pace, giustizia e riconciliazione nella Pacem in terris e successivi documenti pontifici, organizzata dalla Comunità di via Sambuco 13, Milano.
[1] Enciclica Tertio millennio adveniente, n. 11.
[2] Incarnationis mysterium, n. 11.
[3] Parabola evangelica fuori da ogni logica sindacale, omelia di don Giorgio De Capitani.
[4] Giovanni Paolo II, Mancano soltanto tre anni, Allocuzione in occasione della giornata mondiale della pace del1997.
Per riflettere:
-Giubileo come avvicinamento all’era messianica;
-quella operata da Gesù è la massima forma di riconciliazione;
-lo sguardo deve essere fisso sul futuro;
-stretta relazione tra riconciliazione e redenzione;
-la riconciliazione deve mostrare come opera nella storia la redenzione di Gesù;
-nel terzo millennio la storia si è fatta cristiana?
-la riconciliazione esige la verità;
-capovolgimento dei segni dei tempi: attribuire le colpe non alla chiesa ma alle condizioni storico-culturali.
