Brianzecum

febbraio 8, 2010

È L’ORA CHE L’ECONOMIA NON TRASCURI PIÙ L’ETICA*

SUPERARE LA VISIONE NATURALISTICA SIA NELL’ECONOMIA CHE NELL’ETICA

Solo da poco più di due secoli si è parlato di economia come scienza. In precedenza erano semplici riflessioni sul comportamento umano nei rapporti di scambio e produzione. Per definirsi come “scientifica”, l’economia ha cercato di ancorarsi a qualcosa di oggettivo, come tutte le scienze della natura. Lo si trovò inizialmente nel comportamento di un uomo particolare, il famigerato homo economicus, privo di sentimenti e di principi etici, ma ben determinato nel perseguire soltanto il proprio interesse egoistico in ogni rapporto di scambio e produzione. Ciò che esula da questo comportamento – emozioni, generosità, senso civico e altri valori – era da considerare non scientifico e quindi non da prendere in considerazione. Così per molto tempo si è contrapposta l’economia all’etica: si riteneva che introdurre l’etica nell’economia significasse svuotare il sistema economico della propria capacità di perseguire degli obiettivi verso cui doveva essere finalizzato.

La riduzione dell’economia ad una scienza naturale è dovuta soprattutto ai fisiocrati, ma anche alle teorie di Smith: comporta che l’economia sia guidata da leggi di natura in senso stretto, leggi assolute, contro le quali non si può andare. Sono le leggi del mercato, di un mercato dove c’è una concorrenzialità libera, assoluta, che non fa i conti con nessuna regola, perché questa diventerebbe un impedimento allo sviluppo della concorrenzialità. Sono le leggi della massimizzazione della produttività e del profitto: per produrre sempre di più bisogna produrre profitto. Questo viene destinato alla produzione, ma anche alla innovazione tecnologica, per raggiungere maggiore produttività. Questa visione dell’economia come scienza naturale, guidata da leggi assolute, fisico-matematiche, che quindi non possono essere contraddette, non può non destare qualche preoccupazione. Considera l’etica una variabile impazzita se introdotta all’interno dell’economia, variabile che produce come conseguenza il disfacimento dell’economia stessa, l’impossibilità dell’economia di funzionare. Tale concezione è fondata su una visione illuministica dello sviluppo, inteso come sviluppo indefinito, illimitato.

Nuove istanze.  Per fortuna questa concezione è venuta meno negli ultimi trent’anni, anche a livello di scienza economica. Si sono fatte strada visioni diverse, è entrata sempre più l’esigenza di fare spazio all’etica all’interno dell’economia, esigenza sollevata anche dagli stessi economisti, non solo da chi si occupa di etica o discipline umanistiche. Ecco alcune tra le più importanti motivazioni che ci aiutano a capire la necessità del superamento di quella visione naturalistica dell’economia, per introdurre l’economia, a tutti gli effetti, come scienza umana.

a)la crisi ecologica, il fatto cioè che la visione illuministica del progresso, per la quale era possibile produrre sempre di più utilizzando in modo indiscriminato le risorse naturali, è entrata profondamente in crisi, perché non faceva i conti con la variabile ecologica. Essa si manifesta sia nella limitatezza delle risorse, con l’impossibilità di utilizzo indiscriminato delle stesse, sia nell’impossibilità di assorbire il sempre più consistente inquinamento, che compromette i beni fondamentali per la vita: aria, acqua e terra, beni sui quali la vita si fonda e trova possibilità di piena espressione.

b)la sperequazione sociale, generata dallo sviluppo basato su quelle stesse leggi economiche. Sperequazione non solo all’interno delle singole nazioni sviluppate – si pensi alle sacche di povertà che esistono anche da noi – ma soprattutto a livello di rapporti tra Nord e Sud del mondo. Il che ha evidenti conseguenze negative, non solo sul terreno etico, ma anche sul versante più propriamente economico. Infatti la sperequazione sociale, al di sopra di certi livelli, ostacola il corretto funzionamento degli stessi meccanismi dell’economia. Dove ad es. la possibilità di accesso ai beni è limitata a un piccolo numero di persone, questi beni, anche se prodotti in misura sempre più consistente, non possono essere comprati. Ne deriva un disagio sul terreno stesso dello sviluppo dell’economia, dovuto alla sproporzione tra ciò che si produce e ciò che si consuma.

c)Il sistema economico globalizzato,  ovvero il mercato unico, che peraltro si accompagna anche al costituirsi di un’ideologia del pensiero unico, cioè dell’ideologia mercantile. Globalizzazione non è solo mercato unico, non è soltanto il fatto che ormai il sistema economico è diventato un sistema unitario – sulla base di una rivincita del capitalismo dopo la caduta dei sistemi dei paesi dell’Est – ma è anche un sistema dove l’economia finanziaria ha il sopravvento sull’economia produttiva. E’ il fenomeno della finanziarizzazione dell’economia, che ha caratterizzato il mondo occidentale e ha prodotto la crisi che tutti conosciamo, una crisi di sistema, strutturale, non solo congiunturale.

Una domanda di etica per ragioni economiche emerge, quindi, nella stessa scienza economica. Chi riflette sulle questioni dell’economia dal punto di vista etico, non può che salutare con piacere il fatto che qualificati economisti, come Stiglitz o Sen, sottolineano sempre più l’esigenza di questa istanza etica all’interno dell’economia per ragioni economiche. Se l’economia prescinde dall’etica, dall’attenzione al problema ambientale, dai riflessi sociali della produzione, non funziona neppure come economia. Pare importante questo dato: la sottolineatura che viene emergendo all’interno della scienza economica che c’è bisogno di etica per far funzionare l’economia, che c’è bisogno di etica perchè il sistema economico possa porsi al servizio della crescita umana. Tutto ciò fa dell’economia una scienza umana: pertanto, come tutte le scienze umane, non è riconducibile a logiche naturalistiche, di tipo scientifico-matematico.

Bene comune globale.  Si noti che questo sollecita anche l’etica ad uscire da una prospettiva naturalistica. Nel passato lo scontro era tra due forme di ideologie naturalistiche: da una parte l’ideologia economica e dall’altra l’etica, che si basava su un concetto di legge naturale di tipo nettamente fissista. Questo impediva all’etica la possibilità di confrontarsi con la mobilità dei processi sociali in genere e dei processi economici in particolare. Se si vuole una comunicazione o interazione tra etica ed economia occorre uno sforzo da entrambe le parti per superare queste concezioni naturalistiche e riuscire a individuare dei processi che consentano al sistema economico di essere al servizio della crescita umana nella sua globalità: ossia non solo di tutti gli uomini esistenti (espressione cara all’enciclica “Populorum progressio”) ma anche dell’umanità futura. Si tratta di un concetto di bene comune e di interesse generale che va letto in prospettiva non solo sincronica – tutti gli uomini – ma anche in prospettiva diacronica: siamo responsabili di consegnare alle generazioni future un mondo che sia abitabile, in cui possano crescere in modo autentico e in tutte le dimensioni della loro esperienza personale.

*dalla relazione del prof. Giannino Piana il 14-1-2010 al Meic, Acli e altre associazioni di Lecco, sul tema: Per una economia del dono. Ringraziamenti a Carla Casiroli per la preziosa opera di sbobinatura.

Per riflettere:

-sforzo di fondare l’economia come scienza naturale;

-con leggi assolute contro cui non si può andare;

-l’ipotesi irreale di homo economicus;

-visione illuministica di sviluppo illimitato;

-l’etica doveva star fuori dall’economia;

-fattori che hanno fatto cambiare opinione negli ultimi trent’anni:

-crisi ecologica;

-sperequazione sociale, che impedisce di comprare quello che viene prodotto;

-globalizzazione, con mercato unico e pensiero unico;

-finanziarizzazione dell’economia;

-oggi c’è domanda di etica per ragioni economiche:

-senza etica, ambiente, socialità, l’economia non funziona;

-l’economia è una scienza umana, non riconducibile a logiche naturalistico-matematiche;

-anche l’etica deve superare concezioni naturalistiche di tipo fissista;

-bene comune in prospettiva sincronica e diacronica.

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