Brianzecum

giugno 12, 2010

PERCHÉ LO SVILUPPO NON DIVENTI DISTRUTTIVO

DONO E GRATUITÀ NELLA CARITAS IN VERITATE

La crisi economica mondiale ha provocato nell’ultimo anno qualcosa come 100 milioni di nuovi affamati (Fao). In totale questi hanno così raggiunto il miliardo, sui sei che popolano il pianeta. Un sottoprodotto della fame è la morte di 5 milioni di bambini ogni anno. Non si dimentichi poi la debilitazione che provoca la fame, tale persino da inibire la reazione politica (“affamati di tutto il mondo, unitevi!”). Quello che più colpisce è che la produzione alimentare complessiva potrebbe sfamare il doppio della attuale popolazione mondiale; se poi si diffondesse il vegetarianesimo, molti più ancora. La produzione eccedente contribuisce ad aumentare rifiuti e inquinamenti, ma, ciò che più colpisce, a diffondere nel mondo ricco le malattie “del benessere”: infarti, diabete, tumori… Queste assurde contraddizioni, documentate dalla Fao e dall’Oms, sono quindi dannose anche per i ricchi, oltre, ovviamente ai poveri, per motivi opposti. I paesi ricchi dovrebbero quanto meno impegnarsi di più in campagne di educazione alimentare, che potrebbero consentire di liberare a livello globale risorse per il mondo affamato.

L’enciclica Caritas in veritate ha ampiamente trattato questo tema cruciale della fame e degli squilibri, in particolare nel secondo capitolo dedicato allo sviluppo umano. Ha richiamato il “supersviluppo dissipatore e consumistico che contrasta in modo inaccettabile con perduranti situazioni di miseria disumanizzante” e “lo scandalo di disuguaglianze clamorose” (par.22). Il paragrafo 27 è specificamente dedicato al tema della fame e dell’insicurezza alimentare, mentre nel successivo il tema viene ricondotto a una più generale “apertura alla vita”, stigmatizzando la “mentalità antinatalista”, nonché: il “terrorismo a sfondo fondamentalista”, “l’indifferenza religiosa o ateismo pratico”, il “sottosviluppo morale” (29). Dopo aver ribadito l’esigenza della carità anche nella scienza – “Il fare è cieco senza il sapere e il sapere è sterile senza l’amore” (30) – e ulteriormente stigmatizzato “l’aumento sistemico delle ineguaglianze, ossia l’aumento massiccio della povertà in senso relativo”, se ne evidenziano gli effetti negativi sulla coesione sociale, i rischi per la democrazia, nonché i danni economici derivanti dalla “erosione del «capitale sociale», ossia di quell’insieme delle relazioni di fiducia, di affidabilità, di rispetto delle regole, indispensabili ad ogni convivenza civile” (32). Si sofferma anche sulle “tendenze attuali verso un’economia del breve, talvolta brevissimo termine. Ciò richiede una nuova e approfondita riflessione sul senso dell’economia e dei suoi fini, nonché una revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo, per correggerne le disfunzioni e le distorsioni” (ivi). Indicazioni su questa revisione possono essere ricavate nel successivo cap. terzo, dedicato al suggestivo tema dell’introduzione di dono e fraternità nell’economia.

L’essere umano è fatto per il dono”  (34). Questa ottimistica affermazione (che sembra confermata anche da test psicologici su bambini piccoli: cfr. ad es. il recente testo: Altruisti nati, di M. Tomasello, Bollati Boringhieri) viene subito attenuata dalla considerazione del peccato delle origini: “Ignorare che l’uomo ha una natura ferita, incline al male, è causa di gravi errori nel campo dell’educazione, della politica, dell’azione sociale e dei costumi. (..) La convinzione poi della esigenza di autonomia dell’economia, che non deve accettare “influenze” di carattere morale, ha spinto l’uomo ad abusare dello strumento economico in modo persino distruttivo. A lungo andare, queste convinzioni hanno portato a sistemi economici, sociali e politici che hanno conculcato la libertà della persona e dei corpi sociali e che, proprio per questo, non sono stati in grado di assicurare la giustizia che promettevano” (ivi). Si può notare che, pur attribuendo tutto il male al peccato d’origine, sembra arduo scaricare sullo stesso peccato certi errori che potevano essere evitati. Non si dimentichino ad es. le tragiche conseguenze derivate per la Chiesa stessa e per l’umanità intera dall’aver accettato le adulazioni pseudo-religiose di dittatori populisti come Hitler e Mussolini. Ancora peggio sarebbe invocare il peccato d’origine per avallare una sorta di inevitabilità della assurda ripartizione nel mondo delle risorse alimentari, sopra menzionata.

Anche il mercato può trarre vantaggio dal dono. “Il mercato è soggetto ai principi della cosiddetta giustizia commutativa, che regola appunto i rapporti del dare e del ricevere tra soggetti paritetici. Ma la dottrina sociale della Chiesa non ha mai smesso di porre in evidenza l’importanza della giustizia distributiva e della giustizia sociale per la stessa economia di mercato. (..) Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica. Ed oggi è questa fiducia che è venuta a mancare” (35). “La solidarietà è anzitutto sentirsi tutti responsabili di tutti, quindi non può essere delegata solo allo Stato. Mentre ieri si poteva ritenere che prima bisognasse perseguire la giustizia e che la gratuità intervenisse dopo come un complemento, oggi bisogna dire che senza la gratuità non si riesce a realizzare nemmeno la giustizia. Serve, pertanto, un mercato nel quale possano liberamente operare, in condizioni di pari opportunità, imprese che perseguono fini istituzionali diversi. Accanto all’impresa privata orientata al profitto, e ai vari tipi di impresa pubblica, devono potersi radicare ed esprimere quelle organizzazioni produttive che perseguono fini mutualistici e sociali. È dal loro reciproco confronto sul mercato che ci si può attendere una sorta di ibridazione dei comportamenti d’impresa e dunque un’attenzione sensibile alla civilizzazione dell’economia” (38).

In definitiva questi aspetti riguardanti il dono e il gratuito nell’economia sembrano essere la “novità” più significativa di questa enciclica, la riscoperta di una realtà che è stata da almeno due secoli esclusa dall’ambito economico. Abbiamo iniziato col dato raggelante del miliardo di affamati per indicare un problema concreto, gravissimo ma sottaciuto dai media e dalla cultura imperante: quasi un tema che non ci riguarda, derivante da un dato “naturale”, contro cui non possiamo farci niente. Invece è lo smascheramento di un colossale errore proprio in campo economico, di una secolare spoliazione operata dal mondo oggi ricco nei confronti di quello oggi impoverito. Sono problemi che reclamano priorità assoluta, di fronte ai quali gli altri possono apparire sterili elucubrazioni intellettuali: quelle del levita e del sacerdote che voltano la faccia di fronte al dolore umano (nella parabola del buon samaritano).

Per riflettere:

-per la crisi 100 milioni di nuovi affamati;

-hanno superato il miliardo;

miseria disumanizzante;

-malattie del benessere;

-supersviluppo dissipatore;

-scandalo di disuguaglianze clamorose;

-aumento sistemico delle ineguaglianze;

-civilizzare l’economia;

-l’essere umano è fatto per il dono;

-abuso dello strumento economico;

-vantaggi del dono per il mercato;

-giustizia commutativa, distributiva, sociale;

-secolare spoliazione del mondo povero.

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