Brianzecum

ottobre 11, 2008

SEGNI DEI TEMPI O BARBARIE DEI TEMPI?*

DALLA LINEA INTRANSIGENTE ALL’APERTURA DI PAPA GIOVANNI

Profeti di sventura. Il concilio vaticano I (1869-70) aveva solennemente dichiarato che nella storia moderna, dopo il concilio Tridentino (15451563), vi è stata una progressiva corruzione dell’uomo, provocata dalla negazione protestante del principio di autorità. Si comprende in tal modo come mai per lunghi decenni sia prevalsa nella chiesa cattolica una linea di comportamento, detta intransigente, che può essere così sintetizzata: a) la chiesa è tenuta a insegnare su tutto; b) i mali derivano dal fatto che questo insegnamento non è seguito ma è abbandonato e rifiutato, perciò la società si è scristianizzata; c) dunque l’unico rimedio è seguire l’insegnamento della chiesa e cercare di ricristianizzare la società. In questa logica, quello che i vangeli invitano a ricercare come “segni dei tempi” (Lc 12,54-58; Mt 16,1-4; Mc 8,11-12) tende ad essere ridotto ai mali della nostra epoca. L’occhio è rivolto al passato e si sogna il ritorno al regime di cristianità. Il papa Giovanni 23° si oppose a questo atteggiamento e già nella bolla di indizione del concilio vaticano II parlò di “non pochi indizi che fanno bene sperare sulle sorti della chiesa e dell’umanità”. “Quella espressione era ben meditata e voleva correggere una visione in qualche modo dominante (quella dei “profeti di sventura”) nella tradizione della chiesa cattolica, dalla Restaurazione ottocentesca fino a tutta la prima metà del secolo XX” (Ruggieri).

Nell’enciclica Pacem in terris il tema dei segni dei tempi conclude ciascuno dei 4 capitoli di analisi: 1) ordine tra gli esseri umani, 2) rapporti tra i poteri pubblici, 3) rapporti tra le comunità politiche e 4) rapporti con la comunità mondiale. Tra i primi viene ricordata l’ascesa economico-sociale delle classi lavoratrici, l’ingresso della donna nella vita pubblica, i diritti di cittadinanza; tra i secondi le costituzioni degli Stati, che spesso recepiscono i diritti fondamentali dell’uomo; nel terzo gruppo la diffusione della coscienza che col negoziato e non attraverso la guerra debbano essere risolte le controversie (istanza della pace); infine la dichiarazione dei diritti universali e gli sforzi dell’ONU per la pace. Come si vede si tratta di segni positivi, di speranza, proiettati verso il futuro, anche se spesso bollati come “naif” (ingenui) dai sostenitori della linea intransigente. Analogamente, nei documenti del concilio vaticano II si fa quattro volte riferimento esteso ai segni dei tempi, oltre a vari cenni, ma sempre in termini positivi, di speranza.

Il superamento della linea intransigente è avvenuto attraverso due vie, apparentemente opposte: 1) rivolgendosi anche al di fuori della chiesa, dove non è accettata la linea di autorità; 2) parlando il linguaggio profetico-evangelico, ovvero quello della testimonianza, invece del linguaggio dell’insegnamento. Entrambe queste vie sono reperibili nei documenti e nella prassi successivi: ad es. diversi documenti conciliari, le dichiarazioni, sono rivolte all’esterno; la Pacem in terris è rivolta anche a tutti gli uomini di buona volontà, oltre ai cattolici; al paragrafo 83 introduce la fondamentale distinzione tra errore ed errante “che conserva, in ogni caso, la sua dignità di persona”; nel successivo poi ammette che anche in dottrine errate (chiara l’allusione al marxismo) vi possano essere “elementi positivi e meritevoli di approvazione”: la benedetta incoerenza di chi parte da principi negativi ma opera positivamente. Non tutto il bene dunque deriva dall’insegnamento della gerarchia cattolica: in questi ed altri passi si può scorgere un’autolimitazione del modello dell’insegnamento, con l’allargamento dello sguardo sull’intera umanità e i suoi problemi.

Cosa sono dunque i segni dei tempi, quelli che dobbiamo scorgere nel mondo e nella storia? Sono i segni che la redenzione di Cristo ha lasciato nel mondo. C’è la tendenza a una eccessiva spiritualizzazione di quella che è stata l’opera messianica di Cristo, così che la si ritiene valida per il singolo ma non in grado di investire anche l’ambito comunitario, sociale e universale (Dossetti). Ovunque ci sia progresso umano possiamo vedervi segni della redenzione di Cristo, anche se non vi è l’opera di cristiani. Da questo punto di vista non sembra “naif” tendere verso la pace, quanto piuttosto ritenere che il bene possa provenire soltanto dall’insegnamento della gerarchia cattolica. Operare concretamente per realizzare pace, giustizia, salvaguardia del creato: qui dobbiamo scorgere i segni dei tempi e le linee per agire, assieme a tutti coloro che siano disponibili. Certo non è un impegno di poco conto: “a tutti gli uomini di buona volontà spetta un compito immenso: il compito di ricomporre i rapporti della convivenza nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà: i rapporti della convivenza tra i singoli esseri umani; fra i cittadini e le rispettive comunità politiche; fra le stesse comunità politiche; fra individui, famiglie, corpi intermedi e comunità politiche da una parte e dall’altra la comunità mondiale. Compito nobilissimo quale è quello di attuare la vera pace nell’ordine stabilito da Dio” (Pacem in terris, n. 87).

* Dall’intervento di Piero Stefani alla settimana estiva di Motta 2008 su: Pace, giustizia e riconciliazione nella Pacem in terris e successivi documenti pontifici, organizzata dalla Comunità di via Sambuco 13, Milano.

Per riflettere:

-profeti di sventura;

-segni dei tempi nei vangeli;

-segni positivi secondo Giovanni 23°;

-ascesa economico-sociale delle classi lavoratrici;

-ingresso della donna nella vita pubblica;

-diritti fondamentali dell’uomo;

-istanza della pace;

-superamento della linea intransigente;

-segni lasciati dalla redenzione di Cristo;

-visibili in ogni progresso umano;

-evitare eccessiva spiritualizzazione dell’opera messianica di Cristo.


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