Brianzecum

febbraio 29, 2016

LA NOSTRA IDEOLOGIA IPOCRITA

MESSA A NUDO DA GESÙ. CONTRO L'ATTUALE SISTEMA MORTIFERO
di don Giorgio De Capitani*
Contestava la religione ebraicaQuando Cristo affrontava certi temi, non guardava in faccia a nessuno. Men che meno attenuava le sue parole, per rispetto della religione ebraica. Non dimentichiamo che egli era un ebreo, educato fin dalla fanciullezza alla spiritualità ebraica, nei suoi usi, costumi e tradizioni. Leggendo i quattro Vangeli, abbiamo questa netta sensazione: che Cristo ce l’avesse proprio con i capi religiosi. Sì, è stato duro anche con il potere politico, ma a condannarlo è stato il Sinedrio, per la semplice ragione che Gesù aveva contestato fin nelle radici sia /la Legge che il Tempio, i due pilastri della religione ebraica.
senza volerne una nuova. Dunque, Cristo ha ribaltato dalle fondamenta la religione, quella ebraica, ma anche ogni altra religione. Lo ripeto fino alla noia: il Cristianesimo, nel pensiero di Cristo, non è una religione, anche se la Chiesa, lungo i secoli, fin dagli inizi, non farà che rimettere il Cristianesimo nelle braccia della religione. Tutto questo per dire che, quando leggiamo i Vangeli, dobbiamo stare attenti: Cristo ha messo in crisi un mondo religioso ipocrita e falso, quello di una religione secolare, che era riuscita a mettere su Dio, quello di Abramo tanto per intenderci, tutta una serie di veli sovrapposti, coprendo il vero vo*lto di quel Dio che, rivelandosi a Mosè, aveva fatto intuire che Lui è *l’Essere, proibendo così ogni immagine per scoraggiare gli ebrei a confondere le raffigurazioni come se fossero Realtà. Immagine vuol dire idolo.
Dialogo durissimo. Questo è il contesto per comprendere il brano del Vangelo di Giovanni (8,31-59). È un dialogo durissimo, che arriva allo scontro non solo verbale ma anche fisico, con il tentativo di lapidazione. Ma stavolta a volere lapidare Gesù non sono gli scribi e i farisei, ovvero i capi della religione ebraica, ma “quei Giudei, specifica Giovanni, che avevano creduto in lui”. Dunque, simpatizzanti di Cristo! Già questo fa capire che ad essere interpellati non sono gli atei o i nemici della Chiesa, ma anzitutto noi credenti.
Libertà e verità. Cristo parla di libertà e di verità. Chiarisce subito: la libertà dipende dalla verità, e non viceversa. Con tutte le conseguenze che potete immaginare, nel campo sia politico che religioso. Non sto qui a elencarle. Vorrei soffermarmi su un aspetto particolare della dialettica di Cristo. Quando il clima era sereno, Gesù sapeva parlare alto, vedi il dialogo con Nicodemo e con la Samaritana, o quando si rivolgeva alle folle con le parabole o agli stessi discepoli (basterebbe ricordare il lungo discorso dell’addio). Ma quando il contesto si faceva teso, a causa delle provocazioni a cui era soggetto, allora Gesù cambiava tattica: usava un metodo più diretto, simile – per usare un’espressione latina – all’argumentum ad hominem, contestando cioè le affermazioni dei suoi interlocutori, arrivando anche all’argumentum ad personam, ovvero deridendoli. Cristo, non poteva certo parlare di libertà a gente falsa e menzognera. Ecco perché il discorso si è soffermato sulla menzogna. Chi è nella menzogna, è chiuso ad ogni discorso sulla libertà.
Accolto dai poveri. So che parlare di temi alti, quali verità, libertà, essere, sembri impossibile o difficile in un mondo dove predomina la menzogna e l’inganno. Anche Cristo si è trovato di fronte ad un muro. E la cosa strana o assurda o paradossale è che Cristo sia stato accolto dai pagani, dagli esclusi, dai poveri. Talvolta mi consolo: neppure Cristo è riuscito a farsi intendere con quelli “di casa”, perché allora me la dovrei prendere io, povero prete, quando trovo difficoltà a spiegare il mondo dei valori all’interno della Chiesa? Cristo ha preferito contestare i suoi avversari, quelli di casa, con argomentazioni molto dirette, denigrandoli per la loro cocciutaggine e la loro ottusità mentale. Lo so che non bastava, ma forse a Cristo non interessava convincere quelle persone, ma denudare il loro peccato: quella ipocrisia che copre la verità con la menzogna. Ho detto “menzogna”: non si tratta di singole menzogne, ma di quella menzogna che è quell’ideologia, quel pensiero perverso che cerca di trascinare tutti nelle sue braccia. Non è un peccato da confessare al prete, ma da denudare alla fonte. Noi cattolici, purtroppo, siamo stati educati male: ad essere misericordiosi, buoni, caritatevoli, rispettosi, così che temiamo di offendere le persone, lasciandole di conseguenza in un sistema balordo, che fa morire milioni e milioni di esseri umani. Nel loro essere umano. Una maniera ipocrita per salvare la propria ipocrisia.
La menzogna religiosa. La menzogna peggiore è quella che alberga nel campo religioso, che si nasconde dietro a motivazioni religiose, che si allaccia alle origini. Per gli ebrei, l’origine era il patriarca Abramo, per i cristiani il Cristo storico dei Vangeli. Eppure, gli ebrei dovevano sapere che già il nome Abramo, da “abar”, significa uno che “attraversa”, uno che “esce da una terra”, uno che “va verso”. Verso che cosa? Verso l’ignoto. Dio dice ad Abramo di andare, ma non gli dice dove. Non si può, dunque, vantarsi di essere figli di un Abramo storico, come i credenti non possono vantarsi di essere figli di un Cristo storico. Cristo non ha rinnegato l’Abramo storico, ma ha invitato gli ebrei a riscoprire la fede di Abramo. Così ha invitato i credenti a riscoprire quella fede che va oltre ogni aspetto visibile, anche quello del Cristo storico.
Presenza demoniaca. Sì, la menzogna peggiore è quella religiosa, perché si ferma agli aspetti più fisici della religione, e lo fa usando diabolicamente il nome di Dio e agendo in nome di Dio, aggrappandosi ai miracoli come prova della propria autenticità, dimenticando che anche il maligno compie fatti strepitosi. Le manifestazioni spettacolari della religione nascondono la più ingannevole presenza demoniaca.
*Omelia del 28 febbraio 2016: terza di quaresima. Letture: Dt 6,4a; 18,9-22; Rm 3,21-26; Gv 8,31-59. Fonte: http://www.dongiorgio.it/28/02/2016/omelie-2016-di-don-giorgio-terza-di-quaresima/

 

 

gennaio 2, 2016

PACE COME COMPLETEZZA

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 8:33 am

È DONO DI DIO MA RICHIEDE IL NOSTRO SFORZO DI RICOMPOSIZIONE, SVUOTAMENTO, ESSENZIALITÀ

di don Giorgio De Capitani*

Il rito ebraico della circoncisione è stato applicato anche a Gesù: più ebreo di così si muore. Talora parliamo di Gesù come se fosse un uomo senza razza e senza religione. In realtà, è nato ebreo, anche se solo per parte di madre, ed è stato inserito nella religione ebraica. Poi, da adulto, farà le sue scelte. Farà prevalere il suo sangue divino. Dal primo brano della Messa mi soffermo su un verbo, benedire, e una parola, pace.

Bene-dire richiama subito un particolare rito religioso, quando il ministro, con un po’ di acqua santa, chiede un favore divino per una persona o per un oggetto. Ma che significa in realtà “benedire”? Non è difficile cogliere che si tratta di due termini, bene + dire, che hanno ciascuno una loro importanza. Il bene è tutto un mondo che racchiude una vasta gamma di valori fondamentali, sia materiali che spirituali. Il “bonum” (che non ha niente a che fare con il bonus di carattere fiscale dei nostri giorni) è un termine di genere neutro, perciò indeterminato, fuori di ogni classificazione maschile o femminile, che presso gli antichi richiamava il mondo del Divino, quel mondo che è fuori di noi ed è dentro di noi. Quindi, in altre parole, “bonum” ci richiama il mondo meraviglioso di Dio e, nello stesso tempo, il meglio del nostro essere. Che significa, allora, benedire o dire bene? Che senso dare al verbo “dire”? È evidente che dire richiama parola. E allora che legame c’è tra il bene e la parola? Qui non posso non ricordare qualche nozione che mi hanno insegnato sul significato del termine “parola” presso gli ebrei. Ho preso da internet questa spiegazione, che mi pare molto chiara.

Parola che crea. «Il termine ebraico “dabar” è difficile da tradurre con un solo vocabolo italiano. Verrebbe da dire “parola”, ma noi con questo termine intendiamo riferirci alla parola detta o alla parola scritta, ad un semplice suono o ad un segno tracciato sulla pagina o digitato al computer. “Dabar”, invece, significa anche «fatto», «avvenimento» e «cosa» oltre che «parola». In effetti, il “dabar” è la parola di Dio che, detta e pronunciata, crea, produce un effetto. Il “dabar” di Dio è l’atto creatore che esce dal silenzio primordiale e dal nulla crea il tutto. Nel racconto della creazione che troviamo all’inizio del libro della Genesi, Dio parla (notate: per ben dieci volte troviamo l’espressione “Dio disse”) e dalla sua parola esce il mondo: la sua parola è efficacemente un fatto, un avvenimento, una cosa. Ma questo “dabar” di Dio non sta soltanto all’inizio, ma accompagna continuamente la creazione lungo tutto il suo corso. Soprattutto accompagna il popolo di Dio, ogni uomo nella sua vita. Potremmo allora tradurre “dabar” anche con “provvidenza”, perché questa parola descrive bene l’azione amorevole con cui Dio continua a seguire con la sua forza vivificante e salvifica le sue creature. Questo ricco significato del termine “dabar” ispira anche Giovanni: quando nel prologo del suo vangelo deve parlare di Gesù, il Figlio di Dio, lo presenta come la Parola che prende una carne umana. Gesù è davvero nella sua pienezza il “Dabar” di Dio, non solo una parola intellettuale e cervellotica, ma una parola fatta carne, concreta, vivente, una parola divenuta evento e avvenimento dentro la storia, una parola la cui azione è riconoscibile ed efficace. Il “dabar” della creazione, dunque, trova il suo compimento in Gesù, che è il vero e perfetto “Dabar” di Dio, la sua Parola che, facendosi carne, attua una sorta di seconda creazione dell’umanità».

Pace. Anche qui, “pace” (“shalom”) presso gli ebrei aveva un senso molto più ampio di ciò che noi intendiamo per pace. Tra le varie interpretazioni della parola “shalom”, indicate dagli studiosi, trovo interessante la radice “totalità”, “completezza”. Che cos’è allora “shalom”, pace? Sì, è un dono divino, ma che comporta da parte nostra lo sforzo di “rifare” l’unità, mettendo insieme ciò che è stato diviso in particolari, per ricomporre la totalità. La guerra non è solo violenza che uccide gli innocenti, ma è anche e soprattutto la divisione degli esseri umani tra di loro, separare gli uni dagli altri solo perché hanno differenze razziali o culturali o religiose. Anch’io talora prendo una parola nel suo significato negativo, ad esempio la parola “religione” che deriva da “religio”, come se fosse un legame delle coscienze ad una struttura religiosa. Ma “religione” potrebbe anche essere intesa come: legare nel loro insieme gli esseri umani, dispersi dal male, ricreando l’armonia iniziale e universale.

Meditare. Qui mi collego subito al brano del Vangelo, dove Luca scrive che Maria, madre di Gesù, “custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”. Don Angelo Casati commenta: «Il verbo greco, tradotto con meditare, indica “mettere insieme”». Ecco, Maria «tentava di mettere insieme nel suo cuore ciò che era distante, tanto distante. Era il tentativo di mettere insieme i tasselli». Ma ci vuole tempo e pazienza. È un lavoro lungo. Come lavorare per la pace. Ma il problema siamo noi, che vediamo le cose dalla parte sbagliata, come chi vede «l’arazzo dal suo rovescio, un ingorgo di fili». Ecco perché pace, prima che azione, è contemplazione, ovvero quella visione mistica d’insieme che coglie l’armonia del cosmo nel suo essere più profondo, che lega misteriosamente ma realmente ogni essere umano come componente di un Tutto.

Svuotare se stessi. Ma per cogliere l’armonia profonda, già potenzialmente in ogni essere umano, occorre anche fare un’operazione particolare, che i mistici chiamano di svuotamento, di spogliazione, di distacco, di eliminazione. San Paolo, nel brano di oggi, scrive che Gesù Cristo «non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo». È difficile far capire all’uomo moderno che il vero male che mette a rischio la pace nasce dal nostro di dentro: è la volontà di appropriazione che non ci abbandona mai da quando siamo nati, è il desiderio del possesso ad ogni costo, è quel voler soddisfare l’egoismo, che i mistici chiamano egoità: tutto ciò distingue, divide e separa, rendendo il Tutto milioni di frammenti, facendo esattamente il contrario di ciò che è la pace, totalità e completezza. Solo l’essenzialità ci aiuta all’unità di fondo, che ci permette di vedere l’Universo come Casa comune.

*dall’omelia del 1 gennaio 2016: ottava del Natale nella Circoncisione del Signore. (Nm 6,22-27; Fil 2,5-11; Lc 2,18-21). Fonte: http://www.dongiorgio.it/01/01/2016/omelie-2016-di-don-giorgio-ottava-del-natale-nella-circoncisione-del-signore/

dicembre 29, 2015

NOSTALGIA E SPERANZA

Filed under: 4) giustizia — Tag: — brianzecum @ 10:38 PM

IL RICORDO PUÒ ESSERE RIVOLTO AL PASSATO OPPURE APERTO ALLA SPERANZA E ALL’ATTESA

di Piero Stefani, Il pensiero della settimana, n. 548

Parente povera. «Sentivo nell’aria una nostalgia di bene». Un verso natalizio? Se lo fosse sarebbe anacronistico. Nell’aria delle nostre città si diffonde altro. Luci, suoni e odori vanno in una diversa direzione. Sepolto nei cuori forse quel supposto verso però c’è, o almeno è presente in chi, a motivo della sua età, è propenso ad ascoltare i rintocchi della nostalgia. Il bene, in quest’ottica, appare paragonabile a una persona che per tanti anni è stata lì, seduta alla tavola della festa, ma che quest’anno, forse per la prima volta, non è più con noi. La tavola e i cibi si ripropongono, la cara presenza invece non c’è più. La nostalgia è la parente povera della speranza. È uno sperare rivolto al passato: resta il desiderio, scompare l’attesa. La nostalgia è il volto della mancanza fattasi con il tempo meno aspra. Non conosce il baratro, ignora il grido, non sperimenta la lacerazione. Ha in sé qualcosa di soffuso, è più levigata che pungente. È una forma di presenza nell’assenza. Si rivolge al passato perché le è precluso di guardare al domani.

Nostalgia dell’attesa. A differenza della nostalgia, il ricordo è in grado di incontrarsi con la speranza. La memoria alimenta l’attesa: «fate questo in memoria di me… in attesa della tua venuta». Nei giorni dell’Avvento la liturgia ci ha riproposto una paradossale memoria dell’attesa. I testi – a iniziare da quelli, ormai desueti, della Novena di Natale – dicono con verbi al futuro quanto la fede afferma già essere avvenuto. Per quattro settimane la comunità cristiana ripercorre la speranza nell’avvento del Messia che i credenti celebrano già venuto. Anzi proprio in quella venuta essi trovano il fondamento stesso della loro fede. Il tempo di Avvento tocca il nostro cuore perché instilla in noi la nostalgia dell’attesa. È troppo poco per vivere il Natale: ora ci è chiesto di attendere e non già di averne solo nostalgia. In questo giorno la memoria di una presenza è chiamata a dischiudere il cuore verso l’attesa di un nuovo e definitivo incontro. Perché ciò avvenga bisogna che la nostalgia lasci il posto alla speranza e faccia spazio a un attendere certo, in grado di reggere il confronto con cumuli di smentite.

Perseveranza. È possibile? Lo è solo per quel tanto in cui il senso della delusione è riassorbito in una perseveranza aperta verso la speranza perché prima è stata in grado di reggere alla prova. A dircelo è Paolo. Lo fa attraverso parole capaci, nella loro complicazione, di sottrarsi alla lima sia della nostalgia sia del sentimentalismo: «ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce perseveranza (ypomonē), la perseveranza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,3-5). Senza dimenticare altre parole di Paolo complementari a quelle ora citate: «Nella speranza siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se è visto, non è più oggetto di speranza, infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe sperarlo? Ma, se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza» (Rm 8,24-25).

 

dicembre 21, 2015

PAPA FRANCESCO NELLO SPECCHIO DI MACHIAVELLI

Filed under: 4) giustizia — Tag: — brianzecum @ 9:32 am

DENUNCIAVA LA CONTRADDIZIONE DEI PRELATI CHE NON PRATICANO LA POVERTÀ EVANGELICA, PREDICANO L’OBBEDIENZA E NON TEMONO PUNIZIONI

di Piero Stefani, Il pensiero della settimana, n. 547

Non temono punizione. «Ma quanto alle sètte si vede ancora queste rinnovazioni essere necessarie, per lo esemplo della nostra religione, la quale, se non fossi stata ritirata verso il suo principio da Santo Francesco e da Santo Domenico sarebbe al tutto spenta. Perché questi, con la povertà e con lo esemplo della vita di Cristo, la ridussono nella mente degli uomini, che già vi era spenta: e furono sì potenti gli ordini loro nuovi, che ei son cagione che la disonestà de’ prelati e de’ capi della religione non la rovinino; vivendo ancora poveramente, ed avendo tanto credito nelle confessioni con i popoli e nelle predicazioni, che ci dànno loro ad intendere come egli è male dir male del male, e che sia bene vivere sotto la obedienza loro, e, se fanno errore, lasciargli gastigare da Dio e così egli fanno il peggio che possono, perché non temono quella punizione che non veggono e non credono» (Niccolò Machiavelli, Discorsi sulla prima Deca di Tito Livio, libro III, cap. 1).

Povertà e mitezza. La solenne prosa di Machiavelli merita una parafrasi che si trasforma di per sé in una specie di commento. Difficile infatti sottovalutare la perenne attualità di questo passo. Il ritorno alle origini è una dinamica presente in quasi tutte le istituzioni che si vogliono rivitalizzare ed è l’anima della riforma all’interno di molti sistemi religiosi. Tuttavia il punto non è solo e tanto questo. La questione centrale è constatare che una via privilegiata per “ritirare” il cristianesimo verso il suo principio è quella della povertà valorizzata e praticata sull’esempio di Gesù Cristo. Ciò riavvicina la gente alla Chiesa. Inoltre queste “buone pratiche” sono tali da far sì che neppure la disonestà dell’alto clero riesca a distruggere del tutto la credibilità della Chiesa. A ciò si aggiunge la mitezza che si rifiuta di dir male del male e che invita ad obbedire alle autorità ecclesiastiche, qualunque esse siano, lasciando il giudizio a Dio, ma tale scelta non ha grandi ricadute sui prelati che continuano ad agire come prima, visto che a quella punizione non credono.

Imitazione di Cristo. In questo spettro di problemi quel che più preme sottolineare è il fatto che la via principe per ritornare allo spirito delle origini è di attuare una imitatio Christi. Essa si compie attraverso la povertà e la mitezza vissute e collocate dentro le contraddizioni della Chiesa, si tratta di una strada difficile ma percorribile. L’esemplarità è un fattore che evidentemente non nega la storia, tuttavia essa si pone su un piano non solo storico altrimenti, per ragioni interne, perderebbe consistenza: il passato in quanto tale non è normativo, a esserlo è la vita di Gesù Cristo; essa è a un tempo luogo di imitazione e segno di distanza rispetto all’attuale condizione della Chiesa. Tuttavia se c’è qualcuno che mette in pratica il primo fattore pure il secondo diviene tollerabile. Anche una Chiesa opulenta è capace di accogliere dentro di sè la povertà. Sembra una contraddizione, anzi lo è, eppure stranamente ciò sfocia in una crescita di credibilità. Il fatto che in una Chiesa ricca qualcuno pratichi la povertà senza indicare la necessità di uscire dalla comunità ecclesiale accresce la fiducia in una istituzione contraddittoria eppur salvifica. Chi traligna sarà giudicato da Dio non dagli uomini.

Dir male del male. Nei nostri giorni la credibilità della Chiesa cattolica è affidata in larga misura al suo vertice più alto. La povertà è di casa anche a Santa Marta. Lo stile di vita, i gesti, le intuizioni (come quella di aprire la prima porta santa nella povera e fino allora ben poco nota Bangui) di papa Francesco «ritirano» la Chiesa «verso il suo principio». Trovandosi al vertice, al papa non è però oggettivamente concesso né di sostenere che «è male dir male del male» né di lasciar tutto nelle mani del giudizio divino (a cui alcuni alti prelati forse tuttora non credono). Perciò Francesco è obbligato, come in effetti più volte fa, ad assumere toni di rimprovero verso i “suoi”; ciò provoca sorde resistenze in settori a lui ostili e qualche disorientamento anche nei suoi sostenitori nella misura in cui si sentono coinvolti in un discorso rivolto a gruppi a cui loro stessi appartengono, tipo la curia romana (dicembre 2014) o l’episcopato italiano (novembre 2015). Tuttavia anche se Francesco optasse per la mite convinzione che è «male dir male del male», resterebbe comunque aperta davanti a lui e a noi la contraddizione oggettiva di vivere poveramente all’interno di una Chiesa che povera non è.

dicembre 11, 2015

DOCUMENTO CONCLUSIVO

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 8:31 am

Council 50 Dichiarazione

verso una chiesa ispirata dal Vangelo

per un mondo di pace, giustizia e solidarietà

un patto dei discepoli di Gesù

Il regno dei cieli si può paragonare a un granellino di senapa, che un uomo prende e semina nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti I semi ma, una volta cresciuto, è più grande degli altri legumi e diventa un albero, tanto che vengono gli uccelli del cielo e si annidano fra i suoi rami. Matteo 13, 31-32

Noi, discepoli di Gesù, fedeli cattolici membri del popolo di Dio, riuniti a Roma in occasione del 50esimo anniversario della chiusura del Concilio Vaticano II,

consapevoli delle molte sfide poste dal nostro mondo in cambiamento,

attenti ai “segni dei tempi”,

considerando la situazione attuale della nostra Chiesa e le sue difficoltà nell’affrontare queste sfide,

coscienti che ogni comportamento dei cristiani e della nostra Chiesa contrario al messaggio evangelico allontana il mondo dallo Spirito di Gesù e gli impedisce di riconoscere la forza del Vangelo,

riconoscendo le nostre debolezze e mancanze, ma confidando nella forza che ci dà la fede in Gesù

e desiderando rispondere agli appelli di papa Francesco, che sta rafforzando i processi di consultazione nella Chiesa,

dopo aver pregato lo Spirito Santo,

seguendo Gesù e facendo memoria dello spirito del Vaticano II e del Patto delle Catacombe,

ci impegniamo

a lavorare per proseguire il rinnovamento della nostra Chiesa, affinché sia testimone dello Spirito di Gesù e della forza del Vangelo e accolga le sfide del nostro tempo;

a contribuire a riorientare il nostro mondo, dando voce ai poveri e a agli emarginati, affinché possa diventare un mondo di pace, giustizia e solidarietà, un mondo che rispetta il pianeta come nostra casa comune, che permette ad ogni persona di fiorire nella sua unicità e approfondire il valore accordato alla sua umanità.

1.1 PACE E GUERRA

consapevoli

dell’attuale proliferazione di guerre e atti di violenza;

del deteriorarsi delle relazioni internazionali e dei segnali di una nuova guerra fredda;

della corsa al riarmo, specialmente nucleare;

dei conflitti nati dai fondamentalismi religiosi e in particolare dei conflitti nel Medio Oriente;

incoraggiati

da una crescente coscienza dell’uguaglianza, la solidarietà e l’interconnessione di tutti gli esseri umani;

ci impegniamo

a condannare inequivocabilmente ogni azione di guerra;

a promuovere la nonviolenza attiva, globalmente e localmente, nelle nostre società;

a insistere affinché la chiesa cattolica ratifichi e promuova le convenzioni internazionali sui diritti umani (Dichiarazione Universale, Convenzione Europea, ecc.).

1.2 GIUSTIZIA SOCIALE ED ECONOMICA

consapevoli

della crescente disuguaglianza globale, della concentrazione della ricchezza nelle mani di gruppi sempre più ristretti di persone;

delle pratiche e dei sistemi economici, globali e locali, come il capitalismo neoliberista, che indifferenti ai valori etici e ai diritti umani impoveriscono grandi masse di persone e degradano e distruggono l’ambiente e il pianeta;

delle posizioni, pratiche e atteggiamenti contrari al Vangelo presenti in molte strutture ecclesiali, che ignorano i diritti umani e lo spirito di povertà insegnato da Gesù;

incoraggiati

dalla nuova direzione che papa Francesco sta dando alla Chiesa;

ci impegniamo

ad operare attivamente per affrontare i problemi socio-economici alla luce del Vangelo non solo con l’azione individuale e caritativa, ma cercando di analizzare, capire e trasformare le strutture e i sistemi oppressivi e ingiusti;

a promuovere il “nuovo modello di sviluppo” menzionato esplicitamente da papa Francesco nella Laudato Sii, nel senso di un genuino ed integrale sviluppo umano interconnesso con la pace e con la giustizia ecologica;

a operare con tutte le altre Chiese cristiane e con tutte le altre religioni per promuovere localmente e globalmente una pace fondata sulla giustizia;

a lavorare per la trasformazione della nostra Chiesa in una chiesa povera, per i poveri e dei poveri.

1.3 AMBIENTE E SOSTENIBILITA’

consapevoli

della necessità urgente di costruire una società capace di sostenibilità ambientale globale;

della sensibilità ancora insufficiente circa le cause sociali ed economiche della crisi ambientale;

della frammentarietà delle iniziative educative e culturali su questi problemi;

incoraggiati

dalla crescente consapevolezza circa la crisi ambientale tra i popoli della Terra

da una nuova sensibilità dei cristiani sul prendersi cura della nostra “casa comune”;

ci impegniamo

a praticare uno stile di vita sobrio, semplice e responsabile;

a contribuire spiritualmente, eticamente e concretamente alla costruzione di una società che rispetta e salvaguarda il creato;

a partecipare a progetti e organizzazioni che promuovono la sostenibilità ambientale e sociale.

1.4 GENERE, SESSUALITA’ E FAMIGLIA

consapevoli

della domanda di uguaglianza tra uomini e donne e dei progressi fatti in questo senso, pur nel prevalere ancora del domino patriarcale sulle donne in molte società e in molte forme;

della necessità di riconoscere i diritti delle persone LGBTQI sia nella società che nella Chiesa;

dell’emarginazione, che contraddice il messaggio di amore del Vangelo, delle persone divorziate e risposate nella Chiesa;

della diversità delle strutture familiari (poligamia, famiglie monoparentali, famiglie estese…) nelle diverse culture del mondo, mentre il modello normativo della Chiesa concepisce la famiglia solo come una coppia composta da un uomo e una donna sposati per tutta la vita e con figli;

incoraggiati

dal crescente attivismo a sostegno delle persone emarginate nella società e nella Chiesa;

dalla crescente visibilità e accettazione sociale delle persone LGBTQI e dalla rete interculturale mondiale che hanno sviluppato;

dal lavoro di teologi progressisti e attivisti dei diritti umani;

ci impegniamo

a far conoscere le esperienze di coloro le cui voci sono state spesso inascoltate, specialmente dalla Chiesa: le voci delle donne, delle persone LGBTQI, delle persone divorziate e risposate;

a condividere queste esperienze con i membri della nostra Chiesa, affinché queste persone emarginate e rifiutate trovino empatia e comprensione;

a lavorare per la decriminalizzazione dell’omosessualità in tutti gli stati e per l’abolizione di ogni forma di discriminazione legale e sociale;

a fare pressione affinché I cambiamenti nella società si riflettano in cambiamenti nelle legislazioni circa il genere, la sessualità, le strutture matrimoniali e familiari, per renderle più inclusive di tutto il popolo di Dio.

2.1 MINISTERI E UGUAGLIANZA DI GENERE

consapevoli

che ogni persona, indipendentemente dal genere, è immagine di Dio, e che tutti i membri battezzati della Chiesa dovrebbero avere voce nel suo governo;

incoraggiati

dai crescenti appelli per un ministero rinnovato delle donne al servizio della nostra Chiesa e dei bisogni del popolo di Dio;

ci impegniamo

a sviluppare la visione di una costituzione della Chiesa basata sui diritti umani e su valori democratici come partecipazione dal basso alle decisioni, separazione dei poteri, procedure appropriate;

a lavorare per un rinnovamento dei ministeri, basato sull’insegnamento del Vangelo che tutti i doni e le vocazioni ci sono dati dallo Spirito, e che le donne sono ugualmente chiamate alla partecipazione piena a tutti i ministeri;

a chiedere per adesso almeno che le donne siano riammesse al diaconato.

2.2 COMUNITA’ ECCLESIALI DI BASE

consapevoli

dei processi di secolarizzazione nel mondo moderno;

dell’appello rivolto da papa Francesco a tutti i fedeli affinché si impegnino nella missione evangelica della Chiesa;

del bisogno di sostituire il modello di chiesa, attualmente organizzata come una piramide gerarchica;

incoraggiati

dal numero crescente di laici impegnati in tutto il mondo nella costruzione di una chiesa più orizzontale e inclusiva;

dalle crescenti relazioni di dialogo e amicizia tra cristiani delle altre confessioni e con le altre religioni;

ci impegniamo

a costruire una chiesa che riconosce le comunità ecclesiali di base come modello fondamentale dell’essere chiesa;

a mettere al centro delle nostre comunità l’azione per la giustizia, la pace e l’integrità del creato;

a chiedere pubblicamente perdono come chiesa a tutti coloro che chiedono di essere riconosciuti come membri del popolo di Dio ma sono emarginati, esclusi e feriti dalle nostre dottrine e pratiche;

a lavorare attivamente per il dialogo, l’azione concreta e l’amicizia con le altre confessioni cristiane e con le altre religioni.

2.3 DIALOGO NELLA CHIESA E CON IL MONDO

consapevoli

del crescente pluralismo e diversità in molte società contemporanee, spesso accompagnato da reciproca ignoranza e ostilità tra le diverse religioni e componenti della società;

incoraggiati

dalle risorse spirituali e dalle qualità umane delle persone di religioni o persuasioni diverse;

ci impegniamo

a riconoscere e proclamare l’uguale dignità di ogni essere umano;

a sviluppare sistemi educativi che accolgono e valorizzano la diversità e la pluralità;

a promuovere lo svilupparsi di una teologia aperta e accessibile;

a iniziare e sviluppare una struttura istituzionale per il dialogo all’interno della Chiesa tra i laici e il clero, a livello diocesano, nazionale e continentale e del Vaticano;

a promuovere e creare spazi dove persone di diverse religioni, sistemi di pensiero e visioni del mondo possano incontrarsi e lavorare insieme.

2.4 CHIESA DEI POVERI

consapevoli

delle relazioni spesso strette e collaborative della Chiesa con i ricchi e potenti della società globale, attraverso membri della gerarchia, congregazioni religiose e laici influenti nella società, nella politica e nell’economia;

incoraggiati

dalla domanda crescente, fra i popoli di tutto il mondo, di una vita con dignità e di una società più giusta;

dalla “speciale attenzione pastorale” per i popoli indigeni, i rifugiati, i dislocati, i migranti e le loro famiglie, le donne e le bambine, i giovani, così come per l’ecologia;

ci impegniamo

nella chiesa, a promuovere attivamente l’appello di papa Francesco ad essere una chiesa povera per I poveri;

a ricordare e a tenere vive iniziative e movimenti per il cambiamento e il rinnovamento della Chiesa, come il Concilio Vaticano II, il patto delle Catacombe, la teologia della liberazione e la teologia femminista, per una memoria che libera dall’idea che tutto deve rimanere come è sempre stato e che niente può cambiare;

a fare alleanze con tutte le persone di buona volontà, con i movimenti popolari sociali e politici, nella lotta per la liberazione di tutta l’umanità e per un sistema globale più giusto.

Un’altra chiesa per un altro mondo è possibile!

Tornati nei nostri paesi, faremo conoscere questi nostri impegni alle nostre comunità, associazioni, parrocchie; chiederemo che ci sostengano con le loro preghiere e che si uniscano a noi nell’attuazione di questi impegni.

Roma, 22 novembre 2015

Council 50’ was initiated by the European Network Church on the Move (EN-RE) and the International Movement We Are Church (IMWAC) and benefits from the contributions, participation and support of members of the following networks and associations: American Catholic Council, Amerindia, Asociación de Teólogos Juan XXIII, Australian Coalition for Church Renewal, Católicas pelo Direito de Decidir, Center for Asia Peace and Solidarity (CAPS), Comunita’ Cristiane di Base Italiane/Italian Grassroot Communities, Coordination of European Base Communities, Corpus, Ecumenical Association Third World Theologian (EATWOT), European Forum of LGBT Christian Groups, Federacion latinoamericana para la renovacion de los ministerios, International federation for a renewed Catholic Ministry, Institute for Theology and Politics, Kairós/Nós Também Somos Igreja – Brasil, Marienburgvereniging, Movimiento Fé y Politica, Brasil, Pax Romana, Réseau des Anciens Jecistes d’Afrique, Rede brasileira de grupos catolicos LGBT, Redes Cristianas, Servicio de Articulación de las Comunidades Eclesiales de Base de América Latina, Vision of Faithful People, Netherlands, We Are All Church, South Africa, The Wijngaards Institute for Catholic Research, Women’s Ordination, Worldwide (WOW) & World Forum Theology and Liberation.

FONTE: http://www.noisiamochiesa.org/?p=4559

novembre 26, 2015

LA DIFFERENZA TRA MANGIARE E STARE A TAVOLA

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NON LA MODERNA IDOLATRIA DEL CORPO, MA L’UMANISSIMO AMORE DELLA TAVOLA, SIMBOLO DI ACCOGLIENZA E CONDIVISIONE

di Massimo Recalcati  La Repubblica 24 nov 2015, pag.45

Nuovo idolo. Il nostro tempo è il tempo, come scriveva Piero Camporesi, di una nuova “religione del corpo”. L’attenzione salutista estrema per il proprio corpo sembra, infatti, bilanciare il culto dell’abbondanza alimentare, sino al limite dello spreco, che caratterizza l’Occidente. Il Dio di questa nuova religione è l’immagine e l’efficienza prestazionale del corpo-magro, disciplinato nel suo appetito, obbligato a diete perpetue, ridotto alla compattezza minerale di una fascio di nervi e ossa. È questo uno degli idoli più spettrali che incombe sulla tavola dell’Occidente. Lo constatano gli antropologi da tempo: si mangia sempre più velocemente e sempre più soli. Il luogo simbolico della tavola e il suo rituale vengono disertati e offesi. Il nostro tempo è il tempo del tramonto del Convivio dove la parola si alternava all’atto del condividere il cibo. L’affermazione del corpo in forma, del corpo-fitness, sempre in gara, del corpo-anoressico, ma anche di quello, altrettanto diffuso, del corpo-bulimico preso nell’abbuffata compulsiva e vorace, nella divorazione illimitata, del consumo senza sapore, hanno reso il tempo collettivo della commensalità inutile e ingombrante. Meglio mangiare soli, meglio mangiare senza l’Altro.

Umanità e accoglienza. Contro questa cifra disperata del nostro tempo si muove, con la consueta forza e sapienza biblica, l’ultimo libro di Enzo Bianchi, Priore di Bose, che ci conduce ad esplorare uno dei gesti più alti e, insieme, più semplici dell’insegnamento di Gesù Cristo: quello di Spezzare il pane, che è anche il titolo del suo nuovo libro edito da Einaudi*. Diversamente dalla nuova “religione del corpo” che ha sostituito al Dio della parola, l’idolo del corpo-magro o quello del corpo-ingozzato, il priore di Bose ci mostra in tutte le sue pieghe l’amore umanissimo di Gesù verso la tavola. Spezzare il pane è, infatti, l’atto che istituisce la tavola come luogo dell’Altro. Nel gesto di offrire il pane a chi è a tavola con noi, l’atto del mangiare trascende immediatamente la semplice necessità di nutrirsi, il piano del puro bisogno animale, per acquisire il significato evangelico dell’accoglienza dello straniero, del povero, dell’abbandonato. La radice ultima di tutta la predicazione di Enzo Bianchi, dei suoi studi biblici e del suo lavoro di scrittura, è sempre la stessa: ritornare all’umanità di Cristo, al Verbo che si fa carne. In questo senso egli ci dice che Dio non è solo “luce” o “logos”, ma è anche “vino” e “pane”, perché il pane, essendo un dono di Dio, e il primo “volto del Signore”.

Il banchetto non è allora il luogo del vizio o del peccato perché il suo compito è quello di “cantare il sapore del mondo”. Il cristianesimo di Bianchi è immanentista, avverso a ogni forma astratta di spiritualismo, radicalmente anti-platonico, profondamente umanista sebbene mai antropocentrico. Egli detesta la riduzione della religione ad una ritualità vuota e inutilmente sacrificale. La sua passione cristiana è animata da un desiderio che sa caricare eroticamente sia il mondo che le relazioni tra gli esseri umani.

La terra è di tutti. È lo sguardo del monaco che sa cogliere tutta la potenza dell’enigma dell’incarnazione dove l’infinito non può essere colto dall’astrazione teologica, né dalla pura teoresi speculativa, ma solo attraverso il corpo dell’evento del mondo. Per questo il suo primo ammonimento è quello di non dimenticare la terra, di non ridurla a mera risorsa da sfruttare, di non annientarla. Perché è la terra, ci dice, il primo vero nome dell’Altro a cui l’umano è esposto. La violenza accade originariamente nel voler sostituire la necessità di abitare la terra — come “ospiti” e “pellegrini” — con l’impeto di chi pretende di ergersi a suo padrone incontrastato. Per questo la terra, come il pane, è di tutti. «Il termine adam — spiega Bianchi — non dovremmo renderlo con “uomo”, ma con “terrestre”. La terra non è solo polvere, roccia, sabbia — come si pensa — ma è un organismo vivente, che dobbiamo rispettare, amare, contemplare e, soprattutto, sentire solidale con noi». Si tratta — ricordando l’amore di Gesù per la tavola che scatenava l’ironia sferzante dei suoi nemici che lo consideravano un “mangione e un beone” — di «sviluppare il Vangelo della terra», di dare parola ad «un nuovo ethos della terra». Per questa ragione Gesù poteva dichiarare — come ricorda l’evangelista Marco citato da Bianchi — «puri tutti gli alimenti ». Se il miracolo di Dio è il miracolo del mondo, è il miracolo dell’evento del mondo, nulla è impuro. L’impuro, infatti, non è mai ciò che entra nel corpo dell’uomo, ma solo ciò che esce dal suo cuore. Anche in questo senso l’ascesi di Socrate che accompagna il suo ultimo gesto estremo (avvelenarsi bevendo la cicuta per invocare il rispetto della Legge della polis) ci appare così diversa dalla passione di Cristo.

Condivisione e ospitalità. Quest’ultimo, prima di incamminarsi verso la solitudine straziante del Gestemani e del calvario della croce, sceglie la via della condivisione con i suoi discepoli; sceglie la via dell’ultima cena, dello stare assieme a chi lo ha amato. Non sceglie la via del gesto solitario, ma decide di offrire a chi è con lui il vino e il pane del proprio corpo che la memoria dovrà riuscire a conservare nei tempi a venire. In questo senso lo sguardo cristiano di Bianchi non è mai semplicemente nostalgico, perché la lezione di Gesù è innanzitutto quella di sostenere una promessa che non si rivolge al passato ma investe l’orizzonte stesso della nostra vita. La promessa del Regno parte sempre da qui, da ove noi siamo, altrimenti non avrebbe alcun senso. Ricostruire l’ospitalità della tavola, ricostruire la tavola dell’Altro, è una prospettiva per un futuro capace di fare posto all’umanizzazione della vita. «Solo se c’è condivisione, ci possono essere banchetto e festa; solo se la tavola non è chiusa ma aperta a chi bussa, allo straniero, al pellegrino, al povero, è una tavola veramente umana». Per chi ha avuto la fortuna di frequentare almeno una volta il Monastero di Bose sa che la cura e l’attenzione per il dettaglio dei monaci che ci vivono non è vano estetismo, ma risponde ad una posta in gioco etica radicale: aprire le porte allo straniero è aprire le porte a Gesù, al Verbo che si è fatto carne.

*Il libro: Spezzare il pane, di Enzo Bianchi (Einaudi pagg. 110 euro 17)

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LA CONCRETEZZA DELLA VIA VERSO IL SOGNO

Filed under: 2) dialogo interreligioso — brianzecum @ 8:51 am

CI VIENE AFFIDATO IL COMPITO DI COSTRUIRE CANALI DI COMUNICAZIONE TRA I POPOLI

di don Angelo Casati*

La buona notizia è una persona. Vorrei sostare su una parola: “la via”. La rinveniamo nelle letture di questa domenica di avvento, ma, penso, come desiderio, anche dentro tanti pensieri di questi giorni: una “via”, una via da aprire, urgenza di una via da aprire. Una via che sia una vera via e non un imbroglio o un fallimento, che non sia una strada che poi, a conti fatti, si riveli malauguratamente strada senza vie di uscita, sbarrata, strada cieca. Una via da aprire a chi? Certo a Gesù. Che è la notizia buona secondo l’evangelista Marco. Marco introduce il suo racconto con queste parole: “Inizio del vangelo – ‘inizio della buona notizia’ – che è Gesù, il Messia, Figlio di Dio”. E già questo mi fa sospeso il cuore e mi intriga: dire che il vangelo, la notizia buona, per me oggi, per noi oggi, per questa terra che amiamo, è una persona, è Gesù. Dire che l’inizio di una notizia buona – e chi non desidererebbe l’inizio finalmente di una notizia buona? – è Gesù!

Un invito corale. E subito Marco, tralasciando gli anni dell’infanzia e della adolescenza di Gesù, mette in campo nel suo racconto un Gesù ormai adulto che viene da Nazaret a si fa battezzare nel Giordano da Giovanni il Battista. Prima ancora che Gesù arrivi al Giordano, Giovanni ne anticipa la venuta e, rifacendosi alla profezia di Isaia, invita con urgenza a preparare la via. A chi tocca preparare la via? Nella citazione di Isaia dapprima sembra che debba essere un messaggero a fare da apripista: “Ecco dinanzi a te io mando il mio messaggero. Egli preparerà la tua via”. Ma subito una voce dal deserto, voce che è grido, rilancia una chiamata al plurale, un invito corale. Quasi che preparare la strada non fosse affare di uno, ma compito che spetta a tutti, entrano in scena tutti: “Voce di uno che grida nel deserto: “Preparate” – al plurale – “preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri”.

Concretezza di una strada. Non so se a volte prende anche voi come la sensazione di scoramento nel non sapere più che strada scegliere, sensazione di essere come smarriti. Smarrimento. Un po’ come se si annebbiasse l’orizzonte e si facesse fatica a intravedere la via. Succede quando le nebbie sono fitte e quasi non bastano i propri occhi a intravvedere un pezzo di strada. Che sia sicura, affidabile. Ebbene mi sembra molto concreto questo invito a preparare una strada, e che sia la strada di Gesù: quella che emergerà – sembra dirci Marco – dal racconto del suo vangelo. Si delineerà davanti agli occhi una via. Concreta, perché è una persona in carne e ossa. Concreta come la sua vita. Non dunque una astruseria, il vangelo non è una dottrina, un raduno di parole o di definizioni, è una via, ha la concretezza di una strada. Apri questa strada nella tua vita. Anzi l’invito è al plurale: “Apriamola insieme”. Non è solo strada per un singolo, è strada per l’umanità.

Sulle tracce di Gesù. Perdonate se insisto sulla via. E’ una parola da cui vengo sempre affascinato quando leggo il libro degli Atti che racconta delle prime comunità cristiane. Affascinato da quella sorta di definizione dei seguaci di Gesù, sono chiamati: “quelli della via”. Quasi portassero, pur con tutti i loro limiti – e noi con i nostri – quasi portassero stampata nel viso, nei loro pensieri, nelle loro passioni, nel loro modo di intendere la vita, nel loro modo di operare, la via di Gesù, quella via fatta di tracce precise, inconfondibili, fuori dalla indeterminatezza delle nebbie umane. Entusiasti ed entusiasmanti, le prime generazioni cristiane non invitavano ad aderire a chissà quale sistema religioso, fatto di definizioni incomprensibili o di pratiche complicate, invitavano a intraprendere una via, una esperienza. Giocata sulle tracce di Gesù di Nazaret. La via. Penso alla concretezza della strada. Ognuno la sua strada. Penso anche alle avventure della strada, penso alle avventure della vita di ognuno di noi; sì, anche alle nostre stanchezze, ai nostri smarrimenti, pur se abbiamo scelto di fare strada al Signore nella nostra vita. E l’avvento suona per me, che a volte ho deviato e mi sono perso, per la chiesa che a volte ha deviato e si è persa, per questa terra che a volte ha deviato e si è persa, come un invito a raddrizzare i sentieri: “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri”. E’ un occasione l’avvento. Purché io ci creda.

Solo con i sogni si va avanti. Vorrei fare un passo successivo per identificare un tratto della via del Signore. Non è l’unico, ma è decisivo e ci è stato ricordato con parole colme di poesia, ma anche di concretezza, del rotolo del profeta Isaia. E’ come se dalle parole sgusciasse il sogno di Dio. Guardate che è da valutare come una grazia avere ancora dei sogni, senza sogni si va indietro. E’ solo con i sogni – se poi sono i sogni di Dio! – che si va avanti. Diffidate delle parole che non hanno più vibrazione di sogni, diffidate dalle parole che spengono inesorabilmente accensioni e sogni.

Per tutti i popoli. Il profeta annuncia un futuro, annuncia giorni, in cui popoli, che per Israele erano stati causa di devastazioni e deportazioni, si ritroveranno a vivere una comunione di intenti, una riconciliazione. Tutto il brano andrebbe riletto – lo lascio a voi – come spinta a sognare. Ma vorrei fermarmi sul passaggio che riguarda la via, la via da preparare. Perché si parla di strada. Riascoltiamo: “In quel giorno ci sarà una strada dall’Egitto verso l’Assiria; l’Assiro andrà in Egitto e l’Egiziano in Assiria, e gli Egiziani renderanno culto insieme con gli Assiri. In quel giorno Israele sarà il terzo con l’Egitto e l’Assiria, una benedizione in mezzo alla terra. Li benedirà il Signore degli eserciti dicendo: “Benedetto sia l’Egiziano mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità”. E’ stupefacente e voi l’avete senz’altro intuito. La via di Dio, la via da preparare è una via di comunicazione, una via che mette in connessione, in dialogo, in condivisione, i popoli, popoli così diversi, assiri, egiziani, Israeliti, popoli, anche religiosamente, così diversi.

Per mettere in comunicazione. Tocca a noi, a ciascuno di noi – Dio ce lo affida, ci affida il suo sogno – creare strade di comunicazione, di connessione, di comunione. Ed è questa la vera benedizione. Mi colpisce molto questo verbo di benedizione che conclude le ultime parole del brano di Isaia. I tre diventano una benedizione in mezzo alla terra. “Li benedirà il Signore degli eserciti dicendo: Benedetto sia l’Egiziano mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità”. A noi il compito di preparare a tutti i livelli, da quelli più personali a quelli più universali, vie che mettano in comunicazione. E tutti – nessuno escluso – vi possano transitare. Prepariamo una benedizione per la terra.

*Omelia seconda domenica di avvento 22 novembre 2015; fonte: http://www.sullasoglia.it/omelie/ambrosiano/2dom-avvento-22-novembre-2015.htm

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novembre 23, 2015

CRISTIANI GENTE DELL’INIZIO

Filed under: 2) dialogo interreligioso — Tag: — brianzecum @ 9:57 am

CERCARE L’ESSENZIALE, TOGLIERE GLI OSTACOLI ACCUMULATISI NELLA STORIA ALLA NOVITÀ IMPREVEDIBILE DEL VANGELO

di don Giorgio De Capitani*

Il vangelo più antico. Secondo la Liturgia Ambrosiana, siamo alla seconda Domenica di Avvento. Per me, oggi è iniziato il vero Avvento cristiano, estendendo l’aggettivo “cristiano” al suo aspetto più cosmico. Sì, perché è proprio con la parola “inizio” che prende l’avvio il Vangelo secondo Marco, di cui la Liturgia ci ripropone i primi otto versetti. A proposito del Vangelo secondo Marco, vorrei ricordare, benché brevemente, alcune cose interessanti. Siamo probabilmente negli anni 60 d.C. Il fenomeno cristiano non solo aveva sconvolto la Palestina, ma si stava diffondendo, a macchia d’olio, anche nel mondo pagano, senza risparmiare il cuore dell’Impero romano, ovvero Roma. Proprio qui, a Roma, la piccola comunità cristiana sente il bisogno di avere qualcosa di scritto, mentre sono ancora viventi coloro che sono stati i primi testimoni diretti. Una prima cosa strana è questa: a compiere quest’opera diciamo letteraria viene incaricato Marco, che non apparteneva al Gruppo dei Dodici, comunque era un discepolo molto stimato che aveva seguito Pietro e Paolo nel loro ministero. Fino a qualche tempo fa, si pensava che Marco avesse scritto il Vangelo dopo quello di Matteo. Elencando i quattro evangelisti, ancora oggi diciamo: Matteo, Marco, Luca e Giovanni. In realtà, gli studiosi moderni concordano nel riconoscere che il Vangelo più antico sia proprio quello secondo Marco. Una prova è anche il fatto che, a differenza di Matteo e Luca, Marco nel suo racconto parte subito dalla vita pubblica di Gesù, saltando i racconti dell’infanzia. Non dimentichiamo che il primo nucleo (cherigma) del Vangelo era: Gesù ha patito, è morto ed è risorto. Tutto il resto, è venuto dopo. Nel Vangelo secondo Marco la passione di Cristo ha una importanza essenziale. Un’osservazione. Invece che dire: Vangelo di Marco o di Matteo o di Luca o di Giovanni, dovremmo dire: Vangelo secondo Marco o, meglio, secondo la versione di Marco, ecc. I quattro Vangeli sono quattro versioni dell’unico Vangelo, che è la Buona Novella di Cristo.

All’inizio del pensiero di Dio. Torniamo alla parola “inizio” con cui Marco esordisce. Intendere già male questa prima parola significherebbe fraintendere tutto il Vangelo di Gesù. Ed è quanto è successo lungo i secoli del Cristianesimo, e succede ancora oggi. Sarebbe già bello e affascinante partire in grande, collegando l’”inizio” del Vangelo con l’”inizio” della creazione. Ma ciò non sarebbe solo bello e affascinante: sarebbe doveroso, se volessimo leggere la Bibbia nel suo insieme armonico. L’autore sacro, quando scrive: «All’inizio Dio creò il cielo e la terra…» (Gen 1,1), non intendeva dire banalmente e semplicisticamente: “Così ebbe inizio la creazione del mondo!”. L’espressione “all’inizio” rimanda molto più indietro, così indietro da anticipare l’inizio del tempo: all’inizio del pensiero di Dio. Così Marco, con la parola “inizio”, spinge il credente ad entrare in un altro mondo, al di fuori della storia terrena. Marco, illuminato dallo Spirito (ecco dove sta la vera ispirazione divina, che, dunque, va oltre la cronaca e i particolari storici) ci aiuta a cogliere qualche passaggio di questo inizio della Buona Novella.

Novità del Vangelo. Sarebbe interessante confrontarci, nella fede e nelle opere, con la parola “inizio”, intesa nel suo senso più pieno: quello mistico. Noi cristiani siamo gente dell’inizio, oppure gente che procede tenendo intoccabili le sicurezze del passato? Sembra quasi che la Chiesa, con il passare del tempo, si sia costruita un castello di ferro, dove l’inizio è scomparso, o fatto scomparire per la paura di quanto questa parola possa rappresentare. Le parole “conversione”, “pentimento”, “cambiamento” hanno assunto, nei secoli, un significato prettamente moralistico. Ovvero: tu devi cambiare, non in rapporto ad una Novità che è sempre un inizio, ma in rapporto ad una struttura dogmatica intoccabile. Sarà questo anche il rischio del Giubileo. Che cosa significa, allora, essere sempre all’inizio? Togliere ciò che man mano si è creato di ostacolo alla Novità imprevedibile del Vangelo.

La novità è una persona. L’”inizio” non riguarda qualcosa di materiale, ma il “vangelo”, che in greco significa “buona notizia” o “bella novità”. Dire buono, dire bello e dire vero è la stessa cosa: in filosofia si parla di trascendentali, ovvero di entità che si richiamano a vicenda, che sono talmente connesse tra di loro che l’una non può fare a meno dell’altra. Dunque, il Vangelo è la buona o bella o vera Novità. Non è solo una storia o un evento. La Novità è una Persona: Gesù, Cristo, il Figlio di Dio che si è incarnato nella storia. Capite ora dove sta la Novità? La Novità non sta nelle vicende storiche di un personaggio pur straordinario, ma nel Figlio di Dio che si è incarnato. Ma come e dove si è incarnato? Qui sta il punto. Dire che il Figlio di Dio si è incarnato nell’Umanità, nel cuore dell’essere umano, è già tentare di dire qualcosa, ma tutti sanno quanto sia difficile trattare alcuni temi elevati con l’uomo contemporaneo, terra e pancia.

Nel deserto. Procediamo. Ho già anticipato che il Vangelo secondo Marco parte subito da Gesù oramai trentenne. In che modo? Introducendo un personaggio caratteristico, Giovanni il Battista. E Giovanni Battista dove si trova? In mezzo alla folla, tra le strade, al mercato? No, nel deserto! Come a dire che la buona o bella o vera Notizia non inizia nel frastuono, ma là dove è deserto, la dov’è spogliazione di cose. L’inizio sta nell’intimità dell’essere più nudo, nella sua estrema radicalità. Qualche mistico parla di nudità di Dio, ovvero di essenzialità assoluta. Pensate già al fatto che Gesù è morto nudo sulla croce! Nudo, non solo in senso fisico! Sulla croce Cristo non era nient’altro che se stesso! Ma Giovanni Battista, in tutta la sua buona fede e rettitudine morale, forse non ha capito fino in fondo – e come avrebbe potuto trattandosi di una Novità imprevedibile? – che quella gente che lui invitava a pentirsi, rinnovarsi, a convertirsi, in realtà aveva bisogno di una ben altra rivoluzione, che non fosse semplicemente moralistica o religiosa. Ma Cristo non voleva chiedergli più di quanto Giovanni stava facendo. Se non altro, Giovanni aveva portato la folla nel deserto, e da lì, nel deserto, Cristo partirà, affrontando anzitutto quel diavolo, che, come dice la parola, ha il compito di dividere, separare. Secondo i mistici, qui sta il vero male: nella separazione, nella divisione, nella molteplicità. Cristo avrà la missione di ricomporre il Tutto nell’unità, non di separare. Ma il Tutto non è il dogma della Chiesa-struttura. Il Tutto è quel Divino che fa parte di ogni realtà umana, diciamo cosmica.

Il divino che è in noi. Giovanni Battista invita le folle a preparare la via del Signore, a raddrizzare i suoi sentieri. Qualche traduzione sbagliata delle parole di Giovanni ha contribuito a intenderle nel modo errato, e di conseguenza ad applicarle male. Il Battista non dice: “Preparate la via al Signore che viene”, come se la via fosse nostra, costringendo così il Signore a percorrerla. Ed è qui l’equivoco che ha portato la religione cattolica a credersi detentrice della verità. Non deve essere la Chiesa a indicarci la via, ma aiutarci ad essere disponibili a cogliere la via retta, che è quella del Divino in noi. Il nostro compito, supportato dalla Chiesa, deve essere questo: togliere tutto ciò che è inutile, il superfluo, l’inessenziale, ciò che è di ostacolo al Divino, che è sempre, per la sua stessa natura, sorprendente, inimmaginabile. In altre parole, il compito della Chiesa ha solo un intento, ed è negativo: togliere, e non ha invece un intento positivo: aggiungere. Lo scopo della Chiesa ha valore solo di auto-distruzione: deve auto-distruggersi, in quanto religione, in quanto struttura, per lasciare via libera alla via del Signore. Se la Chiesa non capirà di fare quest’opera di auto-distruzione, essa ci porterà a spegnere del tutto il Divino che è in noi.

*Omelia del 22 novembre 2015: Seconda di Avvento (Is 19, 18-24; Ef 3,8-13; Mc 1,1-8)

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agosto 17, 2015

CHIESA: SU PIETRA MONOLITICA O 12 COLONNE?

I VERI MAESTRI HANNO POCHI DISCEPOLI E I PROFETI RESTANO SOLI. GESÙ RIFUGGIVA DA FANATISMI ED ESALTAZIONI

di don Giorgio De Capitani*

La missione dei Dodici. Mi soffermo sul terzo brano della Messa. È l’inizio del capitolo 10 del Vangelo secondo Matteo, a cui gli esegeti danno questo titolo. Nei versetti precedenti al brano riportato dalla Liturgia, troviamo l’elenco dei Dodici apostoli. Il numero Dodici è in relazione con le dodici tribù d’Israele. Già qui potete notare una certa continuità con il passato, anche se poi Gesù se ne distaccherà, contestando radicalmente i due pilastri della religiosità ebraica: la Legge e il Tempio. Per ora, rimane nel solco della tradizione, tanto è vero che la prima missione degli Apostoli è nell’ambito della religione ebraica. Gesù, infatti, invia i Dodici apostoli (“apostolo” significa “inviato”) tra “le pecore perdute della casa d’Israele”, evitando di andare tra i pagani e i samaritani. In fondo, è stata questa la stessa missione di Cristo, il quale, a parte alcune eccezioni, è rimasto in Palestina, predicando il suo messaggio al popolo ebraico e scontrandosi ripetutamente con i capi religiosi, che alla fine lo condanneranno sulla croce.

Gruppi ristretti. Anzitutto, bisognerebbe distinguere il gruppo ristretto degli Apostoli dai discepoli, che dovevano essere abbastanza numerosi, almeno all’inizio del ministero pubblico di Gesù. Poi, tanti se ne sono andati, man mano Gesù diventava esigente e provocava. Succede sempre così. I veri Maestri hanno pochi discepoli, e i profeti addirittura restano soli. Il consenso, prima o poi, finisce, quando si fa sul serio. Mi dispiace anche dirlo: la Chiesa tradisce il Vangelo radicale, quando attorno a sé ha troppe persone che la osannano. I quattro Vangeli parlano quasi esclusivamente dei Dodici apostoli, e in particolare di alcuni di loro: Pietro, Giovanni, Giacomo, i tre “preferiti” da Gesù: infatti, solo a loro è concesso di partecipare ad alcuni eventi particolari: vedi Trasfigurazione, l’episodio della figlia di Giairo, l’orazione all’Orto di Getsemani. Dunque, un gruppo ristretto, Dodici, e, in questo numero, altro gruppetto ancora più ristretto: i tre prediletti. Non è strano questo modo di comportarsi di Gesù? Lo ritengo normale, e mi fa anche piacere che Gesù si sia comportato così: ciò rientra nella nostra natura umana, e Gesù era anche uomo, oltre che Figlio di Dio. Del resto, Gesù si comporterà allo stesso modo con le donne: pensate al rapporto di Gesù con le due sorelle di Lazzaro, Marta e Maria, e in particolare con Maria Maddalena, la sua preferita. Ma, oltre a questo aspetto diciamo umano, c’è anche un’altra ragione, che non saprei come definire. Oggi saremmo portati a parlare di esigenza organizzativa o addirittura di natura politica. Ogni leader si circonda di fedelissimi, quelli più convinti. Tuttavia, Gesù non si è mai comportato come un leader così come l’intendiamo noi.

Fede non fanatismo. Il suo criterio non è stato quello di creare fanatismo tra i suoi seguaci, ma di renderli convinti di ciò in cui credevano. Se leggete attentamente i Vangeli, non trovate mai un elemento di esaltazione tra i Dodici apostoli. Anzi, Gesù non faceva che rimproverarli, chiedere a loro una fede sempre più profonda. Ecco perché non sopporto i Movimenti ecclesiali o quei Gruppi di fanatici che sembrano più obbedienti al carisma del loro leader che allo stesso Gesù Cristo, che passa in secondo ordine. L’idolatria è qualcosa di spaventoso nelle istituzioni ecclesiastiche: l’idolo può essere il fondatore dell’Ordine o della Congregazione religiosa, è il tizio o il caio che ha dato l’input per creare un gruppo di fanatici. Qual era la vera intenzione di Cristo: una Chiesa su una pietra monolitica, oppure su Dodici colonne? Sarà sempre difficile, per non dire impossibile, rispondere a questa domanda. La Chiesa gerarchica, ovvero piramidale, ha dalla sua giustificazioni ramificate un po’ ovunque, nel campo biblico e nel campo teologico. Ma possiamo anche avanzare qualche ipotesi. Se Cristo avesse fondato la Chiesa su Dodici colonne invece che su una sola, che cosa sarebbe successo? A parte questo, oggi che cosa chiediamo alla Chiesa monolitica di Cristo? Non sarebbe il caso – da tempo lo sto dicendo – che il Sommo Pontefice conceda più responsabilità al Collegio episcopale? Sembra che ci sia una maggiore apertura, ma in realtà è proprio così? L’ultima parola non è ancora del Papa? E i preti che ci stanno a fare? Solo a obbedire? E il mondo del laicato?

Povertà e gratuità. Gesù, inviando i Dodici per la loro prima esperienza missionaria, più che indicazioni o consigli, dà precise istruzioni, indica alcuni orientamenti, mette chiare condizioni. Non dimentichiamo che, quando Matteo ha messo per iscritto il Vangelo, aveva davanti una comunità già in fase discendente, quasi stanca e rassegnata, per cui si è sentito in dovere di richiamare con forza le parole di Cristo, in tutta la loro radicalità. Le qualità dell’agire per un cristiano sono ben chiare: assoluta povertà, gratuità, oculatezza, prudenza, fermezza. Solitamente ci colpiscono le prime due, su cui facciamo anche tanti bei discorsi: povertà e gratuità. In effetti, ci costa essere poveri e ci fa paura la gratuità. Povertà significa essenzialità. La povertà evangelica non è la miseria, ma vivere di essenzialità. L’essenzialità produce non solo il vero ben-essere, ma anche dà a tutti il diritto di vivere in dignità. Ogni di più è un furto, ovvero toglie ad un altro la possibilità di vivere dignitosamente. L’essenzialità porta alla uguaglianza e alla giustizia. La gratuità è il volto più bello di Dio. La bellezza è gratuità. Qui entriamo tutti in crisi, a iniziare da noi credenti che oramai stiamo perdendo, anche nel campo del nostro volontariato, il senso più radicale delle parole di Gesù: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». Dobbiamo pur vivere, certo. Forse si tratta di mettere dei limiti al nostro dare per ricevere.

Oculatezza e prudenza. C’è anche la qualità della oculatezza. Come si può facilmente capire, il termine “oculatezza” deriva da occhi. Gli occhi ci permettono di vedere per distinguere ciò che è falso da ciò che è vero, ciò che è apparenza da ciò che è reale. Non dobbiamo essere ingenui, con la testa tra le nuvole, facilmente malleabili, condizionabili, manovrabili. Buoni sì, ma realisti. La virtù della prudenza: occorre attenzione, saper agire senza avventatezza. Non dobbiamo dimenticare che il male c’è, pronto a rivestirsi di inganno. Forse qui l’esperienza dovrebbe aiutarci. Quante volte siamo stati ingannati! Il che non significa che dobbiamo vivere di sospetti o di troppa cautela, vedendo nell’altro un possibile nemico.

Fermezza. Infine, la qualità della fermezza. Non confondiamo, anzitutto, autorità con autorevolezza. In breve: il termine autorità si riferisce ad un livello gerarchico, e quindi al potere di grado; l’autorevolezza invece è una qualità di chi ha una certa responsabilità. Potremmo dire che autorità è avere (una carica, una posizione, un ruolo…), mentre autorevolezza è essere (qualcuno con determinate caratteristiche). Oggi, c’è troppo autoritarismo e poca autorevolezza. Fermezza sta nel saper assumersi le proprie responsabilità, decidendo quando bisogna prendere decisioni, senza lasciarsi influire da nessuno. Mi pare che oggi, anche nel campo ecclesiale, ci sia per un verso troppo autoritarismo, e per l’altro troppo indecisionismo per il quieto vivere. Un falso concetto di democrazia da una parte crede di combattere l’autoritarismo, e dall’altra sta creando un tale disorientamento da portare alla fine ancora all’autoritarismo. Questo succede nella vita civile, e nella vita ecclesiastica.

*omelia del 16 agosto 2015: Dodicesima dopo Pentecoste (Ger 25,1-13; Rm 11,25-32; Mt 10,5b-15). Fonte: http://www.dongiorgio.it/16/08/2015/omelie-2015-di-don-giorgio-dodicesima-dopo-pentecoste/

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agosto 9, 2015

NON SIAMO PROPRIETARI MA SOLO AMMINISTRATORI

QUESTO L’INSEGNAMENTO PROFONDO DELLA PARABOLA DEI VIGNAIOLI OMICIDI (Mt 21,33-46)

di don Giorgio De Capitani*

La vigna, simbolo d’Israele. Gesù ambienta questa parabola nel contesto della vigna. Non è la prima volta che Gesù prende l’immagine della vigna. Perché la vigna? Che importanza aveva presso il popolo ebreo? Scrive un esegeta: «Decidere di impiantare un vigneto, allora forse più di oggi, voleva dire vivere nella certezza della proprietà, sapere di poter investire con tranquillità i lunghi anni necessari prima di poter godere del primo raccolto, poter contare su un ambito sociale favorevole ed amico, capace del più disinteressato aiuto nel momento delle difficoltà”… Sono molte le immagini con cui i testi biblici raffigurano questo popolo, ma quella della “vite/vigna” sembra prevalere. Nei frutti che essa produce grazie alle cure del solerte contadino palestinese, o nell’assenza di questi frutti a motivo dell’incuria e dell’abbandono, la Bibbia vede il progressivo realizzarsi di Israele o la sua progressiva decadenza fino a estinguersi sotto il severo giudizio di Dio. Una vigna curata e florida, infatti, è l’immagine di tutto Israele che cammina alla luce della Parola del suo Dio. Una vigna abbandonata e distrutta è invece l’immagine del severo giudizio di Dio che “sradica” dalla terra promessa il popolo a lui infedele». Osea fu il primo profeta a paragonare la terra d’Israele a una vite fertile (Os. 10,1). La vigna, dunque, è il simbolo d’Israele per eccellenza, la vigna che il Signore coltiva perché porti frutti di giustizia. Basti citare il profeta Isaia nel famoso “carme della vigna” di 5,1-7.

Da Israele a Gesù. Gesù ricorre spesso alla immagine della vite e della vigna. Diverse parabole hanno la vigna come ambientazione. E non dimentichiamo ciò che scrive l’evangelista Giovanni, quando riporta le parole con cui Gesù si rivolge ai futuri credenti: «Io sono la vite e il Padre mio è l’agricoltore… Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui porta molto frutto perché senza di me non potete fare nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e poi secca: poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà fatto». Se la vigna del Signore era la casa di Israele (Is 5,7), ora la vigna del Signore è Gesù, è Lui, insieme ai tralci (= discepoli), la vera e nuova vigna, il nuovo popolo di Dio. Se posso dire una mia impressione, l’immagine della vigna e della vite mi piace di più dell’immagine del pastore e delle pecore. Trovo nella vigna un qualcosa di affascinante, anche perché i greggi stanno quasi scomparendo o li vediamo raramente, ma soprattutto perché dire gregge e dire pecora ci richiama qualcosa di negativo, mentre i vigneti non solo non sono scomparsi, ma ci richiamano, più che il frutto della vite, ovvero l’uva e il vino, un rapporto vitale tra la vite e i tralci.

Come interpretare la parabola del Vangelo di questa domenica? Non è facile coglierne il significato originario di Gesù. Per due motivi. Anzitutto, perché la parabola è stata ambientata in un clima di grande tensione tra Gesù e i capi dei sacerdoti e i farisei. E poi, perché è stata letta allegoricamente, inducendo a individuare i singoli personaggi del racconto fino ad arrivare a Gesù ucciso fuori le mura di Gerusalemme. Bisogna poi uscire dalla mentalità sociale di quei tempi. Oggi, difficilmente accetteremmo la mezzadria, ancora in vigore fino agli anni ’70 del secolo scorso. Nella parabola sembra che Dio, dietro l’immagine del padrone della vigna, sia un despota che pretenda tutto il raccolto e che i contadini si ribellino ad un tale sopruso. Perciò, per cogliere il nocciolo del pensiero di Gesù, usciamo da queste interpretazioni o letture, e così potremo notare subito una cosa interessante. Il padrone del terreno che pianta la vigna con attenzione e cura richiama l’immagine della Genesi, in cui è Dio stesso a piantare un giardino. Siamo, comunque, sempre nel campo delle immagini. D’altronde, si tratta di una parabola. La parabola è un racconto che va oltre l’episodio narrato. E allora che cosa scrive l’autore della Genesi (2,8)? «Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato». Letta così, la parabola assume un significato universale, dove al centro c’è un Dio creatore, la vigna è l’universo e il contadino è ogni essere umano. Dio ha affidato a ogni essere umano un mondo meraviglioso, e tocca a ciascuno di noi renderne conto, perché non siamo proprietari, ma solo amministratori.

Non padrone ma Signore. Un esegeta così commenta: «L’affidamento della vigna non è un atto formale come un contratto di mezzadria o di affitto ma un vero e proprio affidamento, come l’invio dei servi per ritirare il raccolto, vanno letti nella più ampia relazione di amore tra il Creatore e la creazione, tra Dio, il suo popolo e tutta l’umanità. La deviazione dei vignaiuoli e dell’uomo è quella di non capire la relazione d’amore e proiettare in Dio il proprio desiderio di possesso arrivando a considerarsi pari a Dio e il Suo regno come una proprietà… Dio non è “padrone” ma Signore; la Sua vigna, il Suo regno, il mondo stesso, perfino la storia non ci appartengono e non ci apparterranno mai. Noi siamo solo degli affittuari di un dono che ci è stato affidato per amore. Sembra invece che stiamo “giocando” a fare i padroni insulsi e incoscienti, irrispettosi anche di ciò che riteniamo nostro distruggendo il mondo, quella vigna preziosa e amata dal creatore di cui facciamo parte: lo sfruttamento del petrolio e delle materie prime, la deforestazione, la cementificazione sconsiderata, l’inquinamento dell’atmosfera, l’assolutizzazione della proprietà e del libero mercato. Così l’ideologizzazione, gli assolutismi, generano inimicizie, armamenti, guerre, violenza dell’uomo sull’uomo: vogliamo fare i padroni e non sappiamo gestire né ciò che riteniamo nostro né la nostra stessa vita».

Lo scarto. Gesù cita le parole del Salmo 118, 22-23: «La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo». Che cosa Gesù intendeva dire citando il Salmo? Commenta un altro esegeta: «Dio si serve di ciò che agli occhi degli uomini non ha alcun valore, e che quindi deve essere scartato e messo alla larga dalla vista di tutti, perché possa – nel nascondimento della dimenticanza – essere messo alla base di qualcosa di nuovo, possa essere alla base di un nuovo modo di vedere le cose, di una nuova prospettiva, della costruzione di un nuovo futuro, della creazione di una nuova umanità… Non è certo una novità che nella vita di fede, nelle cose di religione, c’è chi crede di sentirsi padrone di Dio, di potersi impossessare delle cose di Dio, di eliminare gli altri come fossero scarti e rifiuti della società in nome di Dio, anche se non si sa bene di quale Dio si tratti, visto che Dio è Padre di tutti e non disprezza nessuno. Ma la novità è l’annuncio che Gesù fa sulla scorta di questo: proprio chi viene scartato da coloro che credono di aver l’esclusiva di Dio e impediscono al Regno di crescere e di dare frutto, è la base per costruire una nuova umanità, un nuovo regno, una nuova società, potremmo dire anche una Chiesa nuova, differente, che sia una vera comunità di gente che lavora per il bene comune, e non per la sete di potere».

*dall’omelia del 9 agosto 2015: Undicesima dopo Pentecoste. (1Re 18,16b-40a; Rm 11,1-15; Mt 21,33-46). Fonte:http://www.dongiorgio.it/09/08/2015/omelie-2015-di-don-giorgio-undicesima-dopo-pentecoste/

2014-11-21 16.41.47

Resegone al tramonto

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