Brianzecum

giugno 20, 2016

ACCOGLIERE GLI STRANIERI

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IL GRAVE PECCATO DI SODOMA NON ERA L’OMOSESSUALITÀ, MA IL RIFIUTO DELL’OSPITALITÀ

di don Giorgio De Capitani*

Tre uomini misteriosi. Il primo brano, tolto dal libro della Genesi, presenta i primi trentatré versetti del capitolo 18: sono stati tralasciati quelli riguardanti l’accoglienza tipicamente orientale di Abramo nei riguardi dei tre ospiti, che gli annunciano la nascita di un figlio, nonostante la tarda età della moglie Sara. Il brano non è di facile lettura, e contiene vari spunti di riflessione. Anzitutto, presso le Querce di Mamre si presentano ad Abramo tre uomini misteriosi. Angeli? Dio stesso in quanto Trinità? Qui le interpretazioni sono le più disparate. Da notare, in ogni caso, un particolare: Abramo, quando li vede, li accoglie con doveroso rispetto, e si rivolge a loro come se si trattasse di una sola persona: «Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passar oltre senza fermarti dal tuo servo». Sant’Agostino commenterà questo passo come una anticipazione del mistero trinitario. Egli scriverà, infatti, che Abramo “tres vidit et unum adoravit” (Abramo vide tre e adorò uno). Nella interpretazione più diffusa del testo biblico i tre uomini salutati e poi ospitati da Abramo in una mensa approntata per loro, vengono intesi come presenze angeliche e come tali le troviamo raffigurati in quadri ed icone. Non possiamo non ricordare la celebre icona del pittore monaco russo, Andrej Rublëv, che la dipinse negli anni dal 1422 al 1427. I tre angeli sono seduti attorno ad un tavolo e benedicono un vaso contenente la carne del vitello sacrificato da Abramo.

Impronta di Dio. Che dire di queste interpretazioni del testo biblico? Le riletture allegoriche o simboliche dei fatti biblici, a meno che non siano del tutto fantasiose, possono essere interessanti e a me sinceramente non dispiacciono. Del resto, in ogni realtà ci sono “vestigia dei”, ovvero le impronte di Dio, come ha scritto San Bonaventura da Bagnoregio (XIII secolo d.C.). Le impronte di Dio si manifestano in ogni essere, animato o inanimato che sia. Una cosa interessante: S. Bonaventura come prova cita un passo evangelico, quando i discepoli di Gesù, esclamano: «Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!». Alcuni farisei tra la folla gli dissero: «Maestro, rimprovera i tuoi discepoli». Ma egli rispose: «Vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre». Ecco, perfino le pietre “gridano” il loro legame col divino. Vorrei, infine, ricordare ciò che ha scritto la grande filosofa francese, Simone Weil, secondo cui nel mondo ci sono i simboli di Dio, che però non sono altro che segni delle “porte” sul divino. Spetta a noi scoprirli. Dio ha messo delle “trappole” per catturarci, tra cui la bellezza: tocca a noi farci catturare.

Sacro dovere dell’ospitalità. C’è un altro aspetto del racconto da chiarire. Dopo che ha dato ad Abramo il lieto annuncio della nascita di un figlio, il Signore lo rende partecipe della sua intenzione di voler distruggere la città di Sodoma. È lecito chiederci: per quale motivo? Che cosa avevano combinato di così grave i suoi abitanti? Qui le interpretazioni si sono quasi tutte concentrate sulla loro omosessualità. Il termine “sodomia” deriva, appunto, dalla città di Sodoma. Pensate a l’uso che si è fatto del racconto della Genesi e della punizione di Dio di Sodoma anche in occasione della approvazione da parte del Parlamento italiano dei diritti delle unioni civili e delle unioni omosessuali, da parte dei soliti fondamentalisti pseudo-cristiani! Ecco il bello: in realtà, il vero motivo della punizione divina di Sodoma era un altro. Secondo l’interpretazione dei rabbini, gli abitanti di Sodoma sono stati puniti perché avevano violato il dovere, sacro presso tutti gli antichi popoli, dell’ospitalità, ovvero il diritto di qualsiasi ospite ad essere accolto e salvaguardato, come ospite, da ogni offesa alla sua dignità. “Un peccato, scrive don Angelo Casati, che incenerisce la città. Non solo quella di Sodoma: ogni città, di ogni tempo”.

Fobia del diverso. Come la prospettiva cambia! Dall’aspetto puramente sessuale si passa all’aspetto umano-sociale di fratellanza universale. Abbiamo allora il coraggio di porci questa domanda: il Signore, oggi, chi ridurrebbe in cenere: il governo che ha approvato le unioni civili e i diritti delle coppie omosessuali, oppure quei partiti e quei politici che ogni giorno predicano l’odio verso gli extracomunitari e i migranti? Ancora oggi siamo malati di sessuofobia, e ci dimentichiamo che il vero peccato è l’alterofobia o la fobia del diverso, di chi noi riteniamo “diverso”. Per evitare di ripetere le solite cose sulla preghiera di intercessione e di citare ogniqualvolta le parole di Carlo Maria Martini che, a proposito della parola “intercessione”, ha fatto una interessante analisi, vorrei invece soffermarmi su una domanda che magari in tanti ci siamo posti: perché Abramo si è fermato a dieci? non poteva scendere fino a uno?

Basta un solo giusto? Don Raffaello Ciccone fa osservare: «Geremia ed Ezechiele oseranno scendere ancora di più, intuendo che Dio perdona il suo popolo se incontrasse anche un solo giusto. Va ricordato Geremia: “Percorrete le vie di Gerusalemme, osservate bene e informatevi, cercate nelle sue piazze se c’è un uomo che pratichi il diritto, e cerchi la fedeltà, e io la perdonerò” (5,1). Va ricordato Ezechiele: “Ho cercato fra loro un uomo che costruisse un muro e si ergesse sulla breccia di fronte a me, per difendere il paese perché io non lo devastassi, ma non l’ho trovato” (22,30). E il profeta Isaia (capitolo 53) garantisce che la sofferenza del solo “Servo di Jahvè” salva tutto il popolo; ma quest’annuncio non sarà compreso che quando si manifesterà Gesù». Ed ecco la domanda: un solo giusto potrebbe salvare l’umanità? Dunque, la forza del bene non sta nella quantità, nel numero, nella massa, nel moltiplicare le opere buone, nell’aumentare le canonizzazioni. La forza del bene sta nel bene stesso, e il bene non richiede visibilità, non vuole consenso e popolarità. Nessuno riuscirà a distruggerlo. Ecco perché, nonostante tutto, ovvero nonostante i continui disastri della cattiveria umana, nessuno potrà distruggere l’energia latente di un bene che, proprio perché latente, ovvero realmente presente ma invisibile, è la sorgente della vita, di un presente che mette sempre in scatto matto il male, che, a forza di inganni e di bugie, vuole mostrare la sua faccia da trionfatore. Ma sarà sconfitto.

*omelia del 19 giugno 2016: Quinta dopo Pentecoste (Gen 18,1-2a.16-33; Rm 4,16-25; Lc 13,23-39). Fonte: http://www.dongiorgio.it/19/06/2016/omelie-2016-di-don-giorgio-quinta-dopo-pentecoste/

giugno 17, 2016

IL CONCILIO PANORTODOSSO E IL SALE DELLA CHIESA

Filed under: 1) ecumenismo, Uncategorized — brianzecum @ 3:35 PM

IMPORTANZA FONDAMENTALE POLITICA ED ECUMENICA: SE LA SINODALITÀ DOVESSE FALLIRE LA CHIESA NON SAREBBE PIÙ SALE DEL MONDO

di Alberto Melloni  la Repubblica 16-6-2016 pag 35

Vigilia di attesa.  Siamo alla vigilia della domenica in cui i cristiani ortodossi festeggiano la Pentecoste. Festa che anche in Occidente dovrebbe essere preceduta da una “messa di mezzanotte”, come quella di Natale e di Pasqua, ma che pochissime comunità celebrano, convinte dalla propria tiepidezza che vegliare in attesa dello Spirito sia semplicemente improponibile. Questa Pentecoste è la data d’inizio del concilio panortodosso. Il primo dopo 12 secoli, preparato dal 1961, quando un papa, san Giovanni del Concilio, sognava che il suo Vaticano II sarebbe stata una nuova Pentecoste, come fu. A più riprese, e ancora in gennaio a Chambesy, la “Sinassi dei Patriarchi” — l’organo che aduna i capi delle quattordici chiese della ortodossia — aveva confermato la data e trasferito la sede del concilio da Costantinopoli a Creta, per evitare che la crisi fra Putin ed Erdogan impedisse la venuta dei russi. Sempre la Sinassi aveva deciso di sottoporre al concilio cinque documenti, ora disponibili sul sito del concilio: quattro firmati da tutti i patriarchi; l’ultimo, sul matrimonio, con un voto contro.

Crisi drammatica.  Eppure nonostante quella firma solenne, s’è aperta una crisi drammatica fra le chiese ortodosse su se/come/cosa sottoporre al concilio di Creta. Tre chiese su quattordici (Bulgaria, Antiochia, Georgia) hanno chiesto negli ultimi giorni di rinviare il concilio e ridiscutere i documenti preparatori. Una questione tipica di tutte le vigilie conciliari, in tutte le chiese: chi ha temuto che un concilio breve (16-26 giugno) si sarebbe limitato ad approvare senza modifiche quei cinque testi ha chiesto tempo, per garantirsi che nelle pieghe dei documenti emergessero i segni di un antagonismo “antioccidentale” che alcuni ambienti giudicano irrinunciabile. La Serbia ha ridiscusso la cosa, ma s’è schierata per il concilio. Invece lunedì scorso, il sinodo della chiesa russa ha deciso che, in assenza di tre chiese, nemmeno la Russia sarebbe andata a Creta. Non una adesione tout court al “rinvio”, ma una posizione più sfumata: non esclude del tutto ripensamenti dell’ultimo minuto (nel 1962 Mosca mandò i propri osservatori al Vaticano II sul filo di lana) e mediazioni tipiche della fisiologia istituzionale dei concili, ma apre una crisi. Il rischio del fallimento del concilio, dunque, è reale.

Politica e teologia.  Ma non ha origini politiche e conseguenze teologiche: se mai viceversa. Il concilio — il padre di tutti i parlamenti — ha infatti una sua fisionomia politica. Ma ciò che decide di ogni concilio (e spesso dei parlamenti) è il modo in cui viene vissuto: un concilio che sappia pensarsi come evento di grazia, nel quale lo Spirito riunisce ciò che è diviso, suscita proprio per questo controspinte divisive, a cui si risponde teologicamente. Con la crisi di Creta la globalizzazione c’entra poco, la modernità niente: la questione è lo svelarsi di un deficit di fede, di cui la mondana svogliatezza di tutte le chiese — chiesa cattolica inclusa — nel pregare per il concilio è stata la riprova. Questo deficit potrebbe portare ad un fallimento: e questo avrebbe conseguenze politiche. Le più gravi riguardano la Russia. Andrebbe perduto l’investimento fatto dal patriarca Kyril e da Putin sui rapporti con Roma, giacché il papa non può scegliersi i propri interlocutori: e Matteo Renzi, che sarà al Cremlino fra poche ore e che era sindaco quando la Russia prestò un’icona di Andrei Rublev all’Italia per celebrare l’edizione del concilio ecumenico Niceno II, potrebbe spendersi perché Putin consigli gli assenti ad imbarcarsi in ritardo per Creta. Per la Russia è in gioco anche altro. L’antica speranza dell’Ucraina di vedersi riconosciuta la “autocefalia” — cioè la costituzione in una chiesa autonoma nazionale rispetto al territorio canonico di Mosca — sarebbe oggettivamente incoraggiata dal frantumarsi della unità conciliare ottenuta nella Sinassi e getterebbe benzina sul fuoco della guerra che si combatte oltre lo Dnepr, che è anche una guerra di religione fra cristiani.

Unità.  Le altre chiese che al momento sono attestate sul fronte del rinvio-boicottaggio della convocazione conciliare, che pure avevano sottoscritto, non rischiano poco: assecondare o farsi assecondare da Mosca le grava di responsabilità che eccedono di molto il peso dei paesi con cui si identificano, anche in sede europea. Certo, l’Europa politica non s’è nemmeno accorta che per la prima volta un concilio veniva convocato sul suo territorio: ma una “Lady Pesc” come Federica Mogherini e il suo capo di gabinetto Stefano Manservisi, che è stato ambasciatore in Turchia, dovrebbero sapere quanto pesano l’ortodossia e i patriarcati nel quadrante balcanico, anatolico, medio-orientale e interno. Il fiasco del concilio rafforzerebbe infatti le pulsioni nazional-autoritarie dei paesi “cattolici” dell’ex impero asburgico, aiuterebbe certamente Erdogan, e forse perfino lo Stato Islamico, che non è certo intimidito dalle intermittenti lamentele sulla persecuzione dei cristiani, ma solo dal rischio che la comunione fra cristiani dia un buon esempio all’islam sul modo di superare le guerre di religione fra musulmani da cui Is trae forza.

Sinodalità.  Il fallimento del concilio, tuttavia, avrebbe risvolti seri anche a Roma. Papa Francesco ha posto la sinodalità e l’unità come centro della riforma della chiesa e del papato, nella logica tutta bergogliana della rivoluzione “a norme invariate” e a tempi indefiniti. Se il concilio panortodosso fallisse, sarebbe una vittoria per i molti nemici e per i finti sostenitori della sinodalità che è al cuore della ecclesiologia riformatrice e dell’ecumenismo di Francesco. Così il filo della matassa torna nelle mani di Bartholomeos, il patriarca ecumenico, arrivato a Creta ieri sera con il senso grave e la serenità di chi sa di essere — è non è la prima volta — davanti ad un momento supremo, a un “kairòs”. Bartholomeos, ha già fatto sapere che il concilio “inizierà” oggi con la celebrazione della Pentecoste nella cattedrale di Heraklion, ha dalla sua un principio canonico intangibile che richiama il famoso “quod omnes tangit ab omnibus approbari debet” della chiesa latina. Quel che è deciso dalla Sinassi infatti non può essere cambiato senza una decisione della Sinassi, convocata per la mattina di domani a Kolymbari. Paradossalmente, dunque, la richiesta di rinvio rende ancor più necessario il concilio.

L’inchiostro della paura.  Il concilio infatti potrebbe decidere conciliarmente, come procedere: se attendere gli assenti, con un gesto tipico di tutta la tradizione conciliare; se sospendere i lavori per qualche settimana o mese; se riconoscere, come fecero i vescovi cattolici al Vaticano II, che il materiale preparato a Chambesy va riformulato, perché quello scritto con l’inchiostro della paura appare ad alcuni troppo scuro e ad altri troppo chiaro. Ma il concilio potrebbe anche prendere atto del fallimento del suo carattere panortodosso. E riconsegnare ciascuno dei patriarcati ad una solitudine mondana, che li renderà meno liberi, meno in comunione e dunque, per definizione, meno cristiani. La decisione sul concilio insomma riguarderà tutti i cristiani e tutto il mondo. Nel mondo dove di globale c’è solo la divisione, le chiese possono assecondare lo spirito scismatico. Oppure lasciare che l’elica venga fatta soffiare in senso opposto dal Soffio che i discepoli sentono solo nel cuore del Silenzio più impalpabile. Quello che parlò a Elia sull’Oreb, quello che decide se le chiese nel mondo sono sale o sale insapore.

giugno 14, 2016

ABELE E CAINO

Filed under: 6) lettura ecumenica di testi biblici, Uncategorized — brianzecum @ 12:57 PM
L’ORIGINE DELLA VIOLENZA VA CERCATA NELLA PERDITA DEL NOSTRO ESSERE SOSTITUITO DALL’AVERE
di don Giorgio De Capitani*

Pastori e agricoltori. Con il racconto dell’uccisione di Abele, l’autore sacro ha voluto dare subito una prova delle conseguenze disastrose del cosiddetto peccato originale. La morte è entrata nel mondo nel modo più tragico: con un fratricidio. Infatti, Abele e Caino vengono presentati come figli diretti di Adamo ed Eva, anche se ciò appare del tutto impossibile, viste le numerose incongruenze del racconto stesso. Ne elenco due: appare chiaro che, al tempo dei fatti, ci sia già la presenza di altre persone, oltre Abele e Caino; inoltre, la società sembra già evoluta, con una evidente contrapposizione tra il mondo agricolo e il mondo pastorizio. Ed è proprio su questa contrapposizione che il racconto dell’omicidio-fratricidio prende forma: il mondo agricolo viene rappresentato dal buon Abele, mentre il mondo pastorizio viene rappresentato dal cattivo Caino. Appare chiaro l’intento dell’autore sacro: prendere le difese dell’agricoltura, che rientrerebbe nel piano di Dio di coltivare la terra, dalla prepotenza della pastorizia, che invece distruggerebbe i frutti della terra.

Mito e fatto reale. Tuttavia, l’uccisione di Abele fa parte del mito dei racconti delle origini dell’umanità. Col peccato dei progenitori, Adamo e Eva, si è rotto in modo radicale il rapporto tra l’uomo e Dio, che inevitabilmente ha portato anche alla rottura dei rapporti umani e sociali. È chiaro che nel racconto di Caino che uccide il fratello Abele va anche colto un significato tutto suo, indipendentemente dall’essere anche visto come una simbologia della contrapposizione tra l’agricoltura e la pastorizia. Se il racconto del peccato di Adamo e Eva è solo un mito, senza nulla di storico, il delitto di Caino è un fatto reale, nel senso che l’autore sacro ha preso uno dei tanti omicidi consumati dalla cattiveria umana e lo ha reso come un paradigma, un esempio tipico della violenza che c’è nel mondo. Fa notare don Raffaello Ciccone: «Il primo richiamo alla morte, nel mondo, non avviene per malattia o per debolezza della carne, ma per l’esplosione della violenza che fa dimenticare ogni valore, ogni solidarietà ed ogni legame profondo».

Origine del male. Queste considerazioni di don Ciccone mi servono per approfondire il problema del male, cercandone l’origine da cui scaturisce: un’origine che non va fatta risalire a un peccato lontano dei nostri mitici progenitori, ma a qualcosa che proviene più da vicino: dal nostro interno. Le parole di Dio a Caino: «il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, e tu lo dominerai» vanno interpretate al di là della parola “porta”, che sembra dare l’idea di qualcosa di esteriore, come se, appena usciamo di casa, c’è subito pronto il maligno a tentarci al male. Di qualche porta si tratta? La porta, in realtà, è dentro di noi: una porta che separa il fondo dell’anima dall’anima stessa. Con il fondo dell’anima i mistici intendono la parte più interiore, ovvero lo spirito, mentre l’anima rappresenta le facoltà umane (intelligenza, volontà, potere, ecc.) che possono condizionare la libertà dello spirito.

Dove sei? Dio, rivolgendosi ad Adamo che si era nascosto dopo la sua ribellione, dice: «Dove sei?”. Adamo sta per uomo, per ogni essere umano. Come a dire: Uomo, dove sei sparito? Che cosa è rimasto della tua umanità? “Dove sei?”. In realtà, noi non sappiamo “chi siamo”. Quanti di noi possono dire: “Io sono”? Siamo valutati dall’avere, e valutiamo tutto e tutti col criterio dell’avere. Si divide il mondo tra ricchi e poveri in base alle cose che si posseggono o non si posseggono; eppure, tutti potrebbero essere ricchi, se entrassero dentro di sé, riprendessero la propria umanità. L’essere è di tutti, appartiene a ciascuno, non esisteremmo senza l’essere: non dipendiamo perciò necessariamente dai beni materiali, dalle ingiustizie sociali che possono toglierci l’avere ma non l’essere. Qui, nel nostro essere, avviene tutto all’opposto di ciò che succede fuori di noi, dove più cose si hanno, più si pensa di essere ricchi, mentre, al nostro interno, meno abbiamo e più siamo ricchi.

Dov’è tuo fratello? Ma c’è una seconda domanda: la troviamo nel racconto di oggi. Dio chiede a Caino: “Dov’è tuo fratello?”. Quando si perde il proprio essere, prevale, come dicono i mistici, l’istinto di appropriazione, di quell’io che fa perdere il primato dello spirito, sostituendolo con il primato dell’avere. Ogni invidia diventa lecita, così la gelosia, così l’orgoglio, così la prepotenza, e si arriva ad ogni forma di violenza, perfino a eliminare fisicamente l’altro, visto solo come nemico, come colui che mi porta via qualcosa, che è di impedimento al mio possesso. “Dov’è tuo fratello?”. Quando si viene meno alla propria umanità, che ha origine e sede nel proprio essere interiore, allora l’universo si frantuma nel molteplice smisurato di io imbarbariti. Si perdono l’equilibrio, l’armonia, la bellezza, quella unitarietà del Divino che sa ricomporre i singoli nella fratellanza universale. La mistica orientale induista parla di “advaita”, termine che significa: “non-dualità”. L’uno è il bene, il due, ovvero il molteplice, è il male. Tutto è uno, tanto da identificare il divino con l’umano. Noi e il divino siamo una cosa sola. Certo, è una concezione di Dio e del mondo inaccettabile per noi occidentali e inaccettabile perfino per la Chiesa cattolica, che l’accusa di panteismo. A me piace moltissimo anche solo il pensare che il bene è il Tutto che si fa Uno e che, di conseguenza, il male è la molteplicità che divide l’Uno frantumando il Tutto. Noi occidentali siamo maledettamente portati a dividere, moltiplicare, separare, creare steccati. Questo è il mio, questo è il tuo. Ma il mio, con i suoi diritti, privati di ogni dovere, si espande annullando i diritti degli altri, e gli altri a loro volta, questo è la cosa grave, si difendono avanzando diritti e diritti, senza doveri. E il cerchio è veramente chiuso. “Dov’è tuo fratello?”. Che senso dà la società di oggi alla parola “fratello”, quando una politica malsana di partiti malsani non fa che restringere il concetto di fratellanza, secondo criteri di sangue, di razza, di patria, che perpetuano il delitto, omicidio-fratricidio, di Caino?

*omelia del 12 giugno 2016: Quarta dopo Pentecoste (Gen 4,1-16; Eb 11,1-6; Mt 5,21-24). Fonte: http://www.dongiorgio.it/12/06/2016/omelie-2016-di-don-giorgio-quarta-dopo-pentecoste/

Maggio 23, 2016

TRINITÀ UN MISTERO CHE CI ARRICCHISCE

Filed under: 1) ecumenismo, Uncategorized — brianzecum @ 7:23 PM

DAL SUPERAMENTO DEL RIGIDO MONOTEISMO EBRAICO ALLA COMPRENSIONE DELLA NOSTRA CONTINUA GENERAZIONE DIVINA

di don Giorgio De Capitani*

Padre padrone. Se c’è un Mistero in netto contrasto con la concezione ebraica della unicità assoluta di Jahvè, questo è il Mistero trinitario cristiano. Per conservare e difendere il rigido monoteismo ebraico si arrivò al punto di dichiarare lo sterminio totale (in ebraico, “cherem”) di popolazioni pagane, compresi bambini e donne; di proibire i matrimoni misti tra ebrei e donne straniere; di vietare luoghi di culto al di fuori dell’unico Tempio di Gerusalemme; di costruirsi immagini di Jahvè. Da notare, infine, che l’attesa del messia che ha attraversato la millenaria storia ebraica non ha mai riguardato la sua natura divina, ma l’apparizione di un personaggio straordinario che avrebbe liberato politicamente il popolo ebraico dalla schiavitù straniera. Il monoteismo ebraico riguardava, dunque, la sudditanza di un popolo ad un unico Dio, padre padrone assoluto, a cui sembrava fosse più facile rendere il popolo eletto un docile strumento dei suoi voleri, soprattutto in funzione di un messaggio da estendere su tutta la terra. Questo era il compito o la funzione del popolo ebraico: essere uno strumento, e solo uno strumento di Jahvè o, meglio, della religione ebraica che sfruttava l’immagine di un certo dio (idolo), a proprio uso e consumo. Il fatto che fosse un unico Dio rendeva ancora più facile lo scopo della religione, che non aveva a che fare con più divinità. Un Dio che si avvaleva del suo potere di essere l’unico creatore dell’universo. Dunque, tra Jahvè e il suo popolo, tra Jahvè e il mondo c’era lo stesso rapporto che c’è tra un vasaio e il suo prodotto: un legame che rimaneva sempre esteriore, di superiorità, pur mantenendo talora una specie di legame affettivo. Sì, Dio amava il suo popolo, che rimaneva però un oggetto, e non un soggetto della predilezione divina.

Un Dio monolitico, dunque, tutto d’un pezzo, per garantire una religione monolitica, ma che in realtà fece sempre fatica a sfuggire alla tentazione di subire il fascino delle popolazioni straniere, lasciandosi così contaminare nella purezza del Dio dell’Alleanza. Ma ecco la domanda per me cruciale: a che cosa è servita tutta quella millenaria pazienza di Jahvè, se, giunto il Messia, il popolo non lo ha accolto, anzi lo ha messo su una croce, in nome di quel Dio che Cristo aveva contestato, rivelando un volto divino all’opposto del volto di Jahvè ebraico? È una domanda che manda in crisi tutto l’Antico Testamento e anche quella Chiesa che continua a innestare la straordinaria Novità evangelica nella storia religiosa del popolo ebraico. Arriviamo al dunque, ovvero alla Festa di oggi. Parlare del Mistero della SS. Trinità non è facile per nessuno, neppure lo è stato per i più grandi Dottori della Chiesa, da Sant’Agostino in poi, ma, nello stesso tempo, nessuno può negare che ci troviamo di fronte a qualcosa di sconvolgente, che non riguarda solo la stessa realtà di Dio, ma anche il nostro essere più profondo. Questo si scopre, proprio alla luce della Trinità, nel suo segreto di essere umano-divino. In altre parole, diciamo che la rivelazione di Cristo non ha tolto solo qualche velo sul Mistero divino, ma ha tolto ogni velo sul nostro essere umano, nel profondo dell’anima.

Movimento e vita. Non è qui la sede per tentare di spiegare, benché sommariamente, il Mistero divino, filosoficamente o teologicamente. Comunque, è suggestivo quanto scrive Sant’Agostino nel suo De Trinitate: usa tre termini, “Amans”, “Amatus” e “Amor”. “Amans”: ovvero il Padre, colui che ama; “Amatus”: ovvero il Figlio, colui che è amato; “Amor”, ovvero lo Spirito santo, colui che unisce l’amante e l’amato. I Mistici, senza usare termini strettamente filosofici o teologici, parlano di movimento e di vita. Dio, in breve, non è un’entità astratta, da incasellare in un dogma, non è qualcosa di già fisso dall’eternità. È movimento, e perciò è vita. Ai Mistici non interessava tanto Dio in se stesso, ma nel suo rapporto con il nostro essere interiore. Anche il nostro essere è movimento e vita, ma non nel senso che viene dato dalla società, quando non fa che esteriorizzare l’essere, rendendolo quasi un oggetto, svuotato della sua carica divina. Sia la società consumistica come anche la scienza che si interessa di psiche, rimangono sempre all’esterno di quella interiorità che ha un solo nome: realtà spirituale, dove lo spirito è qualcosa di più profondo della stessa psiche, che viene invece analizzata dalla scienza come se fosse il centro dell’essere umano.

Noi “siamo”. Ci hanno sempre insegnato che solo Dio “è”. Quando Cristo si definiva “Io sono” gli ebrei si scandalizzavano, e cercavano di lapidarlo, perché si prendeva la stessa prerogativa divina. Ma non ci hanno mai detto che anche “noi siamo”, perché siamo esseri divini, nel fondo dell’anima. E la religione ci ha sempre preso come qualcosa da soggiogare ad un idolo, che in quanto idolo rimane sempre all’esterno di noi, come realtà da adorare. Nel fondo dell’anima, c’è quel Divino nella sua triplice realtà di amante, di amato e di amore. Noi “siamo” perennemente amanti, amati, uniti nell’amore, o nello spirito.

Generazione divina”. Non voglio, anche qui, entrare nel difficile, anche perché complicare le cose è l’esatto opposto del nostro essere che è, per sua natura, semplice. E, più siamo semplici, più scopriamo la presenza del Divino, che è la semplicità in persona. Casomai, è la religione che si è costruito un dio complesso. Nel nostro essere possiamo cogliere la “generazione perenne di Dio”, che consiste nel generare, da parte di Dio, la sua realtà spirituale, che agisce rinnovando il nostro essere interiore. Non basta dire che siamo figli di Dio: siamo in realtà generati in continuazione proprio perché Dio è movimento e vita. In parole più semplici: più sgombriamo il nostro essere da ogni forma di egoismo o di attaccamento, più permettiamo alla Divinità di rigenerarsi in continuazione. A rigenerarsi è il Mistero divino, come spirito, senza perciò quelle modalità o quelle strutture che la religione impone, soffocando così la libertà dello Spirito ad agire. Sì, è una questione di lotta tra l’esterno di una religione che impone un proprio dio e il nostro essere interiore che si distacca da ogni struttura religiosa, per dare più spazio allo Spirito. Mi direte che avete ben altro a cui pensare. Certo, è difficile far capire all’uomo moderno la realtà del mondo interiore, o dell’essere nella sua realtà vitale; eppure, la società sarebbe totalmente altra da quella che è. Perché non far capire, insistendo, che più “siamo”, “meglio” viviamo?

*dall’omelia del 22 maggio 2016: SS. TRINITÀ (Gen 18,1-10a; 1Cor 12,2-6; Gv 14,21-26). Fonte: http://www.dongiorgio.it/22/05/2016/omelie-2016-di-don-giorgio-ss-trinita/

Maggio 16, 2016

SEMPLICITÀ ED ESSENZIALITÀ

Filed under: 1) ecumenismo — Tag: — brianzecum @ 6:28 am

SERVONO PER DARE SPAZIO ALLO SPIRITO SANTO CHE È IN NOI COME NUOVA LEGGE E NOVITÀ EVANGELICA

di don Giorgio De Capitani*

La nuova legge. Non possiamo negare che le principali festività cristiane richiamino e si riallaccino alle principali festività ebraiche: due in particolare, la Pasqua e la Pentecoste. Ecco la domanda: perché Gesù Cristo, nonostante la sua radicale contestazione nei riguardi della religione ebraica, scossa nei suoi due pilastri, la Legge e il Tempio, ha innestato la sua Novità proprio nelle festività ebraiche più importanti: la Pasqua e la Pentecoste? È sufficiente dire che con Cristo Pasqua e Pentecoste hanno cambiato totalmente la faccia o, meglio, il contenuto? Può bastare dire che, se per gli ebrei Pasqua era ed è la celebrazione più solenne in ricordo dell’esodo o dell’uscita dalla schiavitù egiziana verso la Terra promessa, per i cristiani invece rappresenta il passaggio verso un mondo nuovo? E così può bastare dire che, se per gli ebrei Pentecoste era ed è la celebrazione della Legge promulgata da Dio a Mosè sul monte Sinai, cinquanta giorni dopo l’uscita dall’Egitto, per i cristiani invece è la promulgazione della nuova Legge, che è lo Spirito santo?

Mito e mistero. Un dato è certo: Cristo ha ripreso e trasformato le festività ebraiche, e perciò per coglierne la differenza non è sempre facile, abituati come siamo a celebrare eventi storici. Ogni religione è un insieme di riti e di commemorazioni di eventi del passato che, quanto più risalgono indietro nel tempo, tanto più si perdono nel mito. Anche la religione ebraica ha mitizzato le sue origini e gli eventi più importanti della sua storia, per dare ad essi più autorevolezza. La stessa domanda la possiamo, la dobbiamo fare per le origini del cristianesimo. Che senso dare, allora, alle festività di Pasqua e di Pentecoste, a cui si rifà e su cui si fonda la nostra fede di cristiani? Già parlando di Pasqua cristiana, più volte ho detto quanto sia difficile coglierne il senso più reale e primario, al di là dei riti solenni della Liturgia, che rischiano di enfatizzare un evento fermandosi ai suoi aspetti eroici, sminuendo perciò il Mistero che sta dietro, da cogliere nella interiorità più profonda.

Senso della Pentecoste. Un altro dato è certo: i primi cristiani non avevano per nulla compreso il Mistero del Cristo risorto, fino a quando, scrive l’autore degli Atti degli Apostoli, lo Spirito santo non è disceso sul primo nucleo della Chiesa nascente, il giorno di Pentecoste. Eppure, lo Spirito santo non ha fatto la sua comparsa la prima volta il giorno di Pentecoste. Era già stato promesso e donato. Cristo sulla croce, mentre muore, esala lo Spirito, ovvero dona lo Spirito santo. Per inciso. Sarebbe interessante approfondire ciò che avviene anche durante la nostra morte: anche noi esaliamo lo spirito. Lo spirito dove va? Interessante saperlo. Gli antichi avevano le loro convinzioni, secondo cui lo spirito uscito dal corpo se ne andava verso il cielo o s’incarnava in altri corpi. Ma a noi moderni sembra che non conti un gran che. Chiusa parentesi.

Effetti dello Spirito. Il giorno stesso della sua Risurrezione, la sera del primo giorno della settimana, Cristo apparendo ai suoi discepoli soffia su di loro, dicendo: «Ricevete lo Spirito Santo» (Gv 20,22). Ma c’è di più. Non possiamo dimenticare le affermazioni più suggestive di Gesù sullo Spirito Santo, nel dialogo in pieno giorno con la donna samaritana e nel dialogo in piena notte con Nicodemo. Da notare: Cristo non fa promesse, ma si riferisce al presente: lo Spirito santo è già realtà. E allora – torna la domanda – che senso dare alla festa di Pentecoste? Sì, è vero: mentre prima, nonostante le parole e le garanzie di Cristo sulla realtà dello Spirito già presente, gli apostoli erano rimasti chiusi, per paura e anche per i loro dubbi, tra le quattro mura del cenacolo, dopo l’effusione sovrabbondante e quasi violenta (si parla di vento gagliardo) dello Spirito santo nel giorno di Pentecoste sono come miracolosamente trasformati, anche loro risorti.

Lo spirito umano. Ecco, dobbiamo capire che cosa di veramente nuovo c’è stato nell’animo degli Apostoli e del gruppetto dei primi cristiani, dopo la miracolosa effusione dello Spirito santo su di loro. Quando parliamo di spirito, non dobbiamo dimenticare che ciascuno di noi è soprattutto spirito, oltre che anima e carne. Lo spirito è il fondo dell’anima, ovvero la parte più profonda. Lo Spirito santo è il fondo dell’anima, ovvero la parte più intima del nostro essere umano. Qualcosa di talmente unico da creare dentro di noi una tensione, una specie di frattura interiore, quando il corpo e l’anima (l’insieme delle facoltà del corpo), prendono il sopravvento. Lo Spirito santo, o la realtà divina in tutta la sua ricchezza d’essere, non è qualcosa che proviene dall’esterno o in un modo del tutto eccezionale, come quando un bicchiere si svuota, allora bisogna riempirlo con altra acqua o con altro vino. Il nostro problema non è una mancanza di essere, ma il fatto che il nostro essere è sovraccarico di qualcosa che non gli permette di dare spazio al Mistero divino. Ecco perché i grandi Mistici parlavano di distacco, di creare il vuoto dentro di noi: se una casa è troppo piena di cose inutili, non può avere la possibilità di accogliere il vero essenziale, il quale, per imporsi nella sua realtà, ha bisogno di spazio sempre più libero. Così avviene dentro di noi: più facciamo spazio all’Essenziale, che è lo Spirito santo, più lo Spirito di Dio diventa libertà, coscienza, responsabilità, vita. Chiariamo. Noi non siamo santi perché lo Spirito santo entra in noi e ci santifica, togliendo parte del nostro essere, mortificandoci nel nostro essere, togliendo qualcosa al nostro essere. Noi, già per il nostro essere naturale, siamo spirito, e lo spirito del nostro essere richiama necessariamente lo Spirito santo.

Pesantezza dell’avere. Si tratta, allora, di prenderne coscienza, di ridare più vita al nostro essere, di toglierlo dalla pesantezza dell’avere, dall’eccesso dei beni materiali. Anche qui, i Mistici parlano di un lavoro che è anzitutto negativo, che consiste nel togliere, tagliare, abbandonare tutto quel mondo di appropriazione, di volere, che fa parte del nostro ego. Non si tratta, perciò, di aumentare la dose dello Spirito santo, di chiedergli più doni o carismi eccezionali. Basta la “semplicità” del nostro essere a creare più abbondanza del Divino, il quale, se rimane fuori, è solo perché non siamo ancora pienamente esseri umani.

*omelia del 15 maggio 2016: festa di PENTECOSTE (At 2,1-11; 1Cor 12,1-11; Gv 14,15-20). Fonte: http://www.dongiorgio.it/15/05/2016/omelie-2016-di-don-giorgio-festa-di-pentecoste/

Maggio 9, 2016

SIGNIFICATO DI CIELI APERTI

Filed under: 2) dialogo interreligioso — brianzecum @ 6:25 am

CONTESTANDO LA LEGGE E IL TEMPIO DELLA RELIGIONE EBRAICA, GESÙ HA VOLUTO CONTESTARE L’ESTERIORITÀ DI OGNI RELIGIONE

di don Giorgio De Capitani*

Due pilastri. Partirei dalla domanda: Gesù Cristo che cosa aveva combinato di così blasfemo da meritare la condanna a morte? Non ho che una risposta: Cristo si era permesso di fare ciò che nessun buon ebreo avrebbe potuto fare, ovvero scardinare i due pilastri della religiosità ebraica: la Legge e il Tempio. La vera ragione dei duri contrasti, tanto drammatici da arrivare a diversi tentativi di lapidazione, tra Cristo e i suoi nemici storici, ovvero i capi ebrei, sia religiosi che di potere, non consisteva nel fatto che Gesù compiva grandiosi miracoli, ma nel fatto che li compiva in giorno di sabato. E una delle accuse che gli sono state rivolte durante il processo davanti al Sinedrio era la dichiarazione di Gesù: “Posso distruggere il tempio e riedificarlo in tre giorni”. Certo, non avevano capito che si riferiva al suo corpo, ma per il Sinedrio già pronunciare la parola Tempio era una bestemmia.

Parole radicali. Immaginate: se Cristo tornasse di nuovo sulla terra e dovesse mettere in crisi tutto l’ordinamento della Chiesa e la maestosità dei luoghi sacri, che cosa succederebbe? Non sarebbe di nuovo condannato? Non è quanto è successo ai tempi dell’Inquisizione, quando furono mandati al rogo quei mistici, giudicati e condannati come visionari e pericolosi, perciò eretici, solo perché si erano permessi di ricordare alla gerarchia della Chiesa le parole radicali di Cristo sulla Legge e sul Tempio? Certo, oggi sembra che la Chiesa si sia addomesticata, almeno nei suoi metodi violenti, ma mi chiedo che differenza ci sia tra far morire le persone fisicamente o farle morire togliendo loro la libertà di pensare e di agire. La ragione, comunque, dell’apparente addomesticamento, che qualcuno chiama pacifica sopportazione o, ancor peggio, abilità diplomatica di vanificare la dissidenza, sta forse nel fatto che oggi sembrano spariti i profeti o i mistici. Oggi ciò che fa paura è l’omologazione generale ad una Chiesa-struttura che, nonostante tutto, continua imperterrita a idolatrare la Legge e il Tempio. Eppure, ogni domenica, la Liturgia ci ripresenta brani della Bibbia, in particolare dei Vangeli, che dovrebbero farci riflettere, ma probabilmente torna comodo fingere di non capire la Parola vivente, o forse abbiamo perso effettivamente la capacità di capirne il messaggio.

Perché, dunque, Cristo è stato ucciso? Anch’io devo ammettere, purtroppo, di aver vissuto tanti anni, troppi, del mio ministero pastorale, come se Cristo fosse venuto sulla terra per dare la sua vita per il genere umano, dando alla parola sacrificio (da qui il sacrificio della Messa) un qualcosa di fine a stesso, senza chiedermi: ma perché ha scelto di morire? Non me lo ero mai chiesto, anche perché sarebbe stato sconvolgente a quei tempi, negli anni giovanili della mia vita sacerdotale, che Cristo fosse stato condannato per una ragione per la quale valeva la pena di affrontare la condanna e la morte. Secondo voi, basta dire: Cristo ha scelto la croce, perché ci ha amato? Tutto cambia se il Figlio di Dio si è incarnato, non per andare a morire su una croce, ma per fare rivivere il genere umano, scardinando sì la Legge e il Tempio, ma perché questi avevano esteriorizzato il credente, togliendogli il suo mondo interiore per renderlo funzionale ad una religione, che era arrivata al punto di sacrificare la dignità dell’essere umano, in funzione della Legge e del Tempio.

Il sabato per l’uomo. Il Figlio di Dio si è incarnato per riportare l’essere umano nel suo stato di essere umano, per farci riscoprire la realtà dello Spirito, che è il fondo dell’anima, come dicono i Mistici. E allora capite perché Cristo se l’è presa con la religiosità ebraica, proprio perché aveva estromesso lo Spirito dall’essere umano. In breve, la religiosità ebraica aveva tradito l’essere umano nella sua più autentica dignità interiore. Basterebbe citare le note parole di Gesù: “Il sabato (o la legge) è al servizio dell’essere umano e non l’essere umano al servizio del sabato (o della legge!)”, oppure le dichiarazioni di Gesù alla donna samaritana: “Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre”. Ecco la stoccata contro il Tempio. Poi aggiunge la stoccata contro la legge: “Viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità”. Potrei aggiungere il bellissimo dialogo tra Gesù e il fariseo Nicodemo. Gesù parla di rinascita spirituale, ovvero interiore, parla di Spirito che è libero di agire, come il vento che soffia da ogni parte senza poterlo guidare.

I cieli aperti. Il primo brano della Messa parla del diacono Stefano, che, poco prima di essere preso a sassate da furibondi giudei, esclama: “Ecco, contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio”. Nell’espressione “cieli aperti” c’è tutto il nuovo mondo inaugurato da Gesù. Quando Gesù uscì dalle acque del Giordano dopo il battesimo di Giovanni il Precursore, “si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio… venire sopra di lui”. La religione ebraica aveva chiuso i cieli, Cristo li ha aperti, come alle origini del mondo.

Ogni religione chiude i cieli. Non posso soffermarmi sul brano del Vangelo, ma ci sarà un’altra occasione per parlare dell’unità divina e dell’unità mistica dell’essere umano con il divino. Preferisco, in questi ultimi minuti, chiarire una cosa. Ho parlato della religione ebraica contro cui Cristo si è scagliato, ma non vorrei che si pensasse che Cristo, inaugurando un nuovo Ordine, non si rendesse conto degli eventuali pericoli e tradimenti, a cui sarebbe stata esposta anche la Chiesa. Cristo, contestando la Legge e il Tempio della religione ebraica, ha voluto contestare, nello stesso tempo, l’esteriorità della legge e l’esteriorità del tempio presso ogni religione. E, dal momento che la religione in sé è un rischio strutturale, Cristo non ha voluto istituire una nuova religione. I primi cristiani l’avevano capito, chiamando “Via” il cristianesimo. Ma questa originaria intuizione svanirà presto di fronte allo sviluppo inarrestabile del cristianesimo che assumerà man mano il volto di una nuova religione, cadendo negli stessi errori in cui era caduta la religione ebraica. A prevalere, ancora una volta, sarà la Legge e il Tempio, nei loro reali rischi di offuscare e di far tacere la voce del mondo interiore o dello Spirito, chiudendo così di nuovo i cieli infiniti.

*omelia dell’8 maggio 2016: dopo l’Ascensione (At 7,48-57; Ef 1,17-23; Gv 17,1b-20-26). Fonte: http://www.dongiorgio.it/08/05/2016/omelie-2016-di-don-giorgio-dopo-lascensione/

Maggio 2, 2016

LA VERITÀ È UN CAMMINO

Filed under: 2) dialogo interreligioso — Tag: — brianzecum @ 7:25 am

RICHIEDE FLESSIBILITÀ E ABBANDONO DEI NOSTRI DOGMI. META FINALE È L’INFINITÀ DIVINA

di don Giorgio De Capitani*

Perseguitati dal dio religioso. Una prima considerazione. Si parla di persecuzioni. Nel brano degli “Atti degli Apostoli”, troviamo l’apostolo Paolo costretto a difendersi prima di essere incarcerato dai suoi ex connazionali in nome proprio del dio ebraico. Gesù, nel suo secondo Discorso d’addio, all’inizio del capitolo 16, poco prima dei versetti del brano di oggi, avverte i suoi apostoli: «Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio» (16,2). Dunque, una lotta fratricida, tra i seguaci della stessa religione, oppure tra i seguaci di religioni diverse, in nome di ciò che ciascuna chiama dio: un dio che divide, che ordina di uccidere. Commenta a proposito don Angelo Casati: «Fa pensare il fatto che spesso per la Bibbia le persecuzioni vengano dagli uomini religiosi, in nome della religione, sembra quasi una costante: oggi, nella prima lettura, ci veniva raccontata la vicenda di Paolo, prima persecutore in nome della religione e poi, una volta convertito, perseguitato dagli uomini religiosi». Lo stesso farà la Chiesa nei riguardi di coloro che la ostacoleranno o la contesteranno. Non c’è bisogno di portarvi delle prove.

Idoli. Perché succede tutto questo? Perché la religione si crea un proprio dio, un proprio idolo, e per difenderlo come l’assoluto, perseguita e uccide coloro che adorano un altro dio, un altro idolo. È sempre questione di uno pseudo-dio. I Mistici preferiscono alla parola Dio la parola Divinità: la Divinità sfugge ad ogni classificazione, a qualità o caratteristiche tali dargli un nome specifico, come invece succede per le religioni che hanno un loro dio, un loro idolo, con nomi propri, caratteristiche e qualità tali da distinguere il dio cattolico dal dio islamico o dal dio ebraico. Sono stati per primi gli ebrei a monopolizzare dio, poi sono arrivati i cattolici e gli islamici. Ognuno si porta dietro il proprio dio, e in nome di questo dio va in guerra. La Divinità, di cui parlano i Mistici, è quel profondo Divino che sfugge ad ogni manipolazione: non è il dio di nessuna religione. Il Divino in noi affratella tutti, proprio perché non è di nessuno.

Io sono la Via” Seconda considerazione. San Paolo, nella sua auto-difesa, dice: «Io perseguitai a morte questa Via», riferendosi al Cristianesimo. Al capitolo 9, sempre del libro “Atti degli Apostoli”, i cristiani vengono chiamati “i seguaci della Via”. Prima della nuova traduzione della Cei, il termine originale greco “odòs”, che significa via, veniva tradotto con dottrina. Ma Gesù non aveva forse dichiarato: “Io sono la via”? Sì, aveva anche aggiunto: “Io sono la verità”, che però è un cosa diversa dalla dottrina, che è un insieme di verità strettamente legate alla religione. Dire via significa dire cammino, come espansione della vita. Dio è verità che chiede da parte nostra una particolare disponibilità a muoverci dai nostri punti fermi, dai nostri dogmi intoccabili. Il cammino richiede un punto di partenza e un punto di arrivo, che è la stessa infinità di Dio. La religione, purtroppo, tende sempre ad anticipare il punto di arrivo, e dargli subito un nome. Non lo dice, ma è così. Oppure, se parla di cammino, mette tali e tanti paletti che la strada è quella, ovvero quella fissata dalla religione. E su questa strada bisogna camminare. Altrimenti, fuori, c’è solo morte. Ma lo Spirito di Cristo non è una strada a senso unico: è un crocevia di strade. Dallo Spirito di Cristo diramano infinite strade che trovano il punto di convergenza nel profondo dell’essere umano. Le religioni cercano di dirottare i credenti su altre strade, che non portano all’essere umano.

Lo Spirito della verità. Una cosa è certa: neppure il Cristo storico ha voluto rivelarci tutta la verità, per cui perché rifarci solo a quanto ha detto o ha fatto il Gesù Cristo dei Vangeli? Gesù ha detto chiaramente che la verità nella sua completezza è sempre aperta al futuro, e che bisogna camminare sulle ali dello Spirito santo, o del Cristo della fede. La verità non è una dottrina già fissa in un dogma indiscutibile, qualcosa di immobile, di intoccabile, già scritto una volta per sempre. La verità, opera dello Spirito, non è neppure tutta presente nei Vangeli scritti. C’è sempre un oltre, che è una graduale conoscenza della verità divina, che lo Spirito scrive man mano nella storia dell’Umanità, e che bisogna leggere e interpretare con gli occhi della Mistica, e non con gli occhi carnali di una religione, che ha tutto l’interesse di imprigionare della verità ciò che fa comodo alla sua struttura. In fondo al nostro cuore, nel fondo dell’anima, c’è una miniera da scavare ogni giorno, se vogliamo vivere di quella libertà, che è il frutto della verità divina, che ama le strade dello Spirito, e non della carne, come direbbe San Paolo.

La verità che opera nel profondo. La Bibbia è certamente un aiuto a scoprire la verità: non dimentichiamo che è sempre un libro scritto, ma lo Spirito non ama scrivere libri. Attenzione, dunque, ed è qui, secondo me, il limite di una Chiesa che si rifà sempre alla Sacra Scrittura, che è sempre e solo una Scrittura con tutti i rischi che può avere uno scritto. La Bibbia termina con l’Apocalisse, ma, dopo l’Apocalisse, si è aperto un mondo nuovo, quello dello Spirito. Stiamo attenti a dire che la verità è tutta dentro la Bibbia. In ogni caso, per rivelazioni dello Spirito non intendo affatto le rivelazioni di santi o di madonne. Anche qui, lo Spirito agisce a modo suo: in modo del tutto invisibile, ma reale. Ed è qui la sua libertà d’agire. Ed è qui il fascino di una verità che sfugge al mondo visibile, ma opera nel mondo del nostro essere più profondo, là dove non esiste alcuna distinzione tra credenti e non credenti.

*dall’omelia del 1 maggio 2016: sesta di Pasqua (At 21,40b-22,22; Eb 7,17-26; Gv 16,12-22). Fonte: http://www.dongiorgio.it/01/05/2016/omelie-2016-di-don-giorgio-sesta-di-pasqua/

aprile 28, 2016

IL PROSSIMO NON HA ETICHETTE

Filed under: 4) giustizia — Tag: — brianzecum @ 7:37 PM

I LIMITI DELLA PROPRIETÀ PRIVATA E L’OPPORTUNITÀ DI UN ARRICCHIMENTO SPIRITUALE

di don Giorgio De Capitani*

La fede che non divide. Vorrei rileggere il primo brano della Messa, tolto dal libro “Atti degli Apostoli”, alla luce o, per lo meno, con il sostegno degli altri due brani: quello dell’apostolo Paolo con il famoso inno alla carità, e quello di Giovanni, che è l’inizio del primo Discorso di addio, che Gesù ha tenuto ai suoi discepoli durante l’Ultima Cena. Anzitutto, una annotazione. Nei primi capitoli degli “Atti degli Apostoli”, Luca, che ne è l’autore, presenta tre “sommari”, ovvero fa per tre volte il punto della situazione. Qui non potrei non far notare, come doverosa premessa, la stretta inscindibile connessione tra il brano di oggi, che è il secondo sommario, con la Risurrezione di Cristo, come del resto così andrebbe letto tutto il libro degli Atti. Dunque, la condivisione tra i fratelli, come vedremo, è la prova più concreta della Risurrezione. Già questo fa capire che, quando si parla del Cristo della fede, non si tratta di qualcosa di aleatorio o di qualcosa di così interiore o spirituale da non incidere sulla vita esistenziale dei credenti. È esattamente il contrario: più il Cristo della fede anima il mio mondo interiore, più mi sento unito all’Umanità più reale, più concreta, ma – qui sta la grande novità – in modo tale da non separare o dividere la realtà in razze, in culture o in religioni diverse e tra loro in conflitto. Invece, più mi aggrappo al Cristo storico, più rischio di farne una religione chiusa all’Umanità nella sua realtà universale.

Condivisione di cuori e di beni. Con il secondo sommario, Luca risponde a questa domanda: che cosa distingue più palesemente la vita pratica dei primi cristiani? Ecco la risposta: una volontaria comunione dei beni anche materiali. Il sommario andrebbe interpretato bene, senza cadere nell’equivoco di pensare che i primi cristiani avessero tentato una specie di “comunismo” in anteprima, anche se qualche particolare del racconto potrebbe farlo pensare. Carlo Maria Martini, con la sua grande capacità intuitiva, ci ha dato uno spunto illuminante: secondo il cardinale, non si trattava di mettere in comune per forza o per amore tutti i beni materiali, privandosi perciò di una rinuncia totale alla proprietà privata, ma della “disponibilità” concreta a mettere i propri beni a servizio degli altri, per venire incontro alle necessità dei bisognosi quando la situazione lo richiedeva. Specifichiamo. Tale disponibilità è doverosa non solo perché uno crede nel Cristo risorto o nel Dio dell’amore, ma perché ciò fa parte della stessa natura umana, quella natura che, come dicevo poco fa, è il nostro interiore più profondo. E allora, vorrei ripeterlo, più uno scende nel proprio essere, più si sente solidale con tutti.

Fuori del proprio gruppo. Anche qui chiariamo. Non basta dire: faccio qualcosa per gli altri per sentirmi utile oppure per acquistare qualche merito per la vita eterna. Mi ricordo che, anni fa, senza citare il Movimento ecclesiale, gli aderenti dovevano dare prova di fedeltà o di credibilità inventando qualche opera caritativa. Questo significa strumentalizzare la solidarietà ai fini personali o del gruppo. Ognuno di noi è prossimo perché è un essere umano. Non va perciò scelto in base a criteri ideologici. Il prossimo da aiutare è chiunque – italiano o straniero, regolare o clandestino, cattolico o islamico – si trovi in una situazione di bisogno. La “disponibilità” concreta, di cui parlava Martini, a mettere anche i propri beni materiali non mette certo in discussione la proprietà privata, tuttavia ne pone dei limiti. I limiti sono stabiliti dalla solidarietà per i casi di emergenza, il che significa che non è un gesto di generosità il mio, ma un dovere che, ripeto, non fa parte solo della mia fede nel Cristo Risorto, ma della mia stessa natura umana. E allora possiamo parlare anche di un dovere sociale, imposto dal Bene comune. Da qui la domanda: che cos’è il Bene comune? È quel Bene che riguarda tutti, senza fare o mantenere privilegi, senza permettere l’eccesso di beni, ovvero la possibilità che chi è ricco possa prendersi tutto, a svantaggio di altri. Dobbiamo smettere di pensare che con i soldi si possa comperare tutto ciò che si vuole, magari un intero paese. Non è questione solo di carità cristiana, ma di quel bene che, se vogliamo continuare a chiamarlo comune, riguarda tutti, così da creare quella uguaglianza sociale che non deve solo restare scritta sui documenti o sui programmi elettorali.

Non proprietari ma solo amministratori. Se dovessi dire certe cose, senza citare le fonti, passerei per il solito vetero marxista da quattro soldi. Potrei stare qui per delle ore a leggervi pagine e pagine di qualche Padre della Chiesa. Cito solo una frase di Giovanni Crisostomo: «Il mio e il tuo non sono altro che parole prive di fondamento reale. Se dici che la casa è tua, dici parole inconsistenti, perché l’aria, la terra, la materia sono doni del Creatore, come pure tu che l’hai costruita e così tutto il resto”. Aveva anche colpito quanto aveva scritto Benedetto XVI, nel messaggio quaresimale del 2008: «Non siamo proprietari, bensì amministratori dei beni che possediamo: essi quindi non vanno considerati come esclusiva proprietà, ma come mezzi attraverso i quali il Signore chiama ciascuno di noi a farsi tramite della sua provvidenza verso il prossimo».

Condivisione tra poveri e ricchi. San Paolo, nella sua seconda Lettera ai cristiani di Corinto, al capitolo ottavo, invita calorosamente i cristiani di quella comunità ad aderire anch’essi alla raccolta di offerte per sostenere i cristiani indigenti di Gerusalemme. Vorrei farvi notare una frase che mi ha colpito: «Per il momento la vostra abbondanza supplisca alla loro indigenza, perché anche la loro abbondanza supplisca alla vostra indigenza, e vi sia uguaglianza». Qualche esegeta così interpreta: la vostra abbondanza materiale dia una mano alla loro indigenza materiale, in compenso sarete arricchiti dalla loro ricchezza spirituale. Se pensassimo a questo scambio tra beni materiali e beni spirituali, forse potremmo vedere sotto un’altra angolatura anche il problema della immigrazione. Forse saremmo noi occidentali, ricchi di beni materiali ma poveri di beni spirituali, a guadagnarci da una positiva integrazione. Purtroppo c’è chi, come Matteo Salvini, che campa sulle disgrazie altrui, e non si accorge che così s’impoverisce di umanità, supposto che sia ancora possibile aggiungere qualcosa di negativo a un cervello vuoto.

*omelia del 24 aprile 2016 (At 4,32-37; 1Cor 12,31-13,8a; Gv 13,31b-35). Fonte: http://www.dongiorgio.it/24/04/2016/omelie-2016-di-don-giorgio-quinta-di-pasqua/

aprile 18, 2016

L’AMORE CHE RENDE TUTTI AMICI

Filed under: 2) dialogo interreligioso, Uncategorized — Tag: — brianzecum @ 8:57 PM

PROFEZIA, MARTIRIO, AMORE SONO PER TUTTI GLI UMANI, AL DI LÀ DI SESSO, RELIGIONE O ALTRO

di don Giorgio De Capitani*

Profezia al femminile. L’apostolo Paolo, al termine del suo terzo faticoso viaggio apostolico, durato circa due anni, giunge a Tiro, porto della costa fenicia. Già qui alcuni cristiani, dotati del carisma profetico, sconsigliano Paolo di andare a Gerusalemme. Da Tiro il viaggio prosegue alla volta di Cesarea, dove gli apostoli trovano alloggio per vari giorni presso il diacono Filippo (uno dei sette consacrati diaconi dagli apostoli, per prendersi cura delle vedove e dei poveri). Filippo aveva quattro figlie nubili, con il dono della profezia. Fermiamoci per un attimo su questa notizia particolarmente interessante: fa intravedere una grande apertura delle prime comunità cristiane, in cui lo Spirito agiva in tutta libertà, senza distinzione tra maschi e femmine. Distinzione, invece, che man mano, lungo la storia della Chiesa, assumerà sempre più marcature a dir poco umilianti e repressive nei riguardi del mondo femminile, anche se per fortuna non mancheranno casi eccezionali di donne illuminate e illuminanti, capaci di contestare la stessa gerarchia. La Chiesa, tuttavia, fece sempre sentire il peso del suo potere maschilista soggiogando ogni alito di profezia, anche se non riuscirà mai a estirparne il seme.

Senza mediazioni. La profezia non è una questione di genere, ovvero riservata alle donne o riservata agli uomini. È qualcosa di essenzialmente interiore: l’essere non è né maschio né femmina. Ed è proprio l’essere che la struttura della Chiesa teme, perché non ha etichette, non è soggetto ad alcuna schematizzazione, non è né religioso né laico. L’essere è il regno dello Spirito, e perciò della profezia che non ha bisogno di alcuna mediazione, neppure della mediazione della religione. Ecco perché, quando la Chiesa pensò a strutturarsi, a crearsi un suo potere, nonostante andasse contro il pensiero originario del Fondatore, fece di tutto per governare la profezia, assoggettandola in funzione della sua struttura. E, quando non ci riusciva, scomunicava i profeti, li metteva al rogo, bruciava i loro scritti. Già la parola “profezia” che cosa significa? Parlare in nome di qualcuno, ovvero, nel nostro caso, parlare in nome di Dio. Ma… di quale Dio? Anche qui, i mistici preferivano parlare di Divinità e non di Dio, perché Dio è il nome dato dalla religione a un idolo da essa stessa costruito. La Divinità, invece, è una realtà misteriosa, che sfugge ad ogni potere. La Divinità è di tutti ed è di nessuno. È lo Spirito che, come ha detto Gesù, nessuno sa da dove provenga e dove vada. È come il vento. Nello stesso brano si parla di un altro profeta, Àgapo, il quale imitando i gesti simbolici dei profeti antichi per predire il futuro con segni particolari, prende la cintura di Paolo e si lega mani e piedi, dicendo: «Allo stesso modo Paolo sarà legato dai giudei a Gerusalemme e poi consegnato nelle mani dei pagani». Come era già successo a Tiro, anche i cristiani di Cesarea e gli stessi compagni di Paolo lo scongiurano, questa volta tra gemiti e singhiozzi, di non proseguire verso Gerusalemme. Ma l’Apostolo, pur vivamente commosso, non si lascia convincere.

Importanza della conoscenza. Questa determinazione di Paolo a compiere la volontà di Dio, sfidando anche la morte, la troviamo nel secondo brano della Messa. Siamo probabilmente intorno al 61-63 d.C. L’Apostolo è prigioniero a Roma, in attesa di giudizio, che potrebbe essere di condanna a morte. Dalla prigione scrive una lettera ai cristiani di Filippi (città della Macedonia, oggi Grecia settentrionale), di cui fa parte il brano di oggi. In questo scritto troviamo un Paolo fiducioso, preoccupato non tanto per le accuse che gli sono state rivolte, ma di sostenere la fede e la testimonianza delle comunità da lui precedentemente fondate. Interessanti i consigli che dà, le raccomandazioni, tra cui troviamo anche elementi della filosofia greca che sa proporre la figura del saggio. Paolo suggerisce l’importanza della conoscenza (“la vostra carità cresca sempre più in conoscenza”), suggerisce inoltre l’atteggiamento di attenzione all’altro con sentimenti di discrezione (“in pieno discernimento”), infine suggerisce l’apprezzamento per le cose migliori (“perché possiamo distinguere ciò che è meglio”). Al termine del brano, troviamo l’orgoglio di Paolo di essere prigioniero in nome di Cristo. Un orgoglio non fine a se stesso, ma come testimonianza per i fratelli nel Signore, che devono sempre essere pronti ad annunciare in libertà la Parola.

Sintesi dei comandamenti. Qui mi aggancio al Vangelo. Non ho il tempo per soffermarmi sul contesto in cui si trova il brano: dico solo che fa parte dei cosiddetti “Discorsi di addio”, che gli esegeti distinguono in due. Gesù li avrebbe pronunciati durante l’Ultima Cena, appena Giuda se ne era andato per la sua strada. Sono discorsi fatti a modo di conversazione e di lunghi monologhi: concetti e raccomandazioni si rincorrono, coinvolgendo passato, presente e futuro; ai nostri occhi si sovrappongono la realtà di Cristo e il cammino della Chiesa. Il brano di oggi fa parte del secondo Discorso di addio. Siamo all’inizio. Dopo l’allegoria della vite e dei tralci, Gesù parla di amore come di unico comandamento, sintesi di tutti gli altri comandamenti, che perciò trovano la loro ragion d’essere nell’amore di Dio e nell’amore del prossimo, tanto uniti da essere inscindibili.

Amici di tutti gli uomini. Gesù parla di amici, da non intendere come una categoria ristretta come se appartenessero ad una setta. L’amore non sopporta schemi, strutture ecclesiastiche o movimenti chiusi, dove l’amico è solo chi vi appartiene. L’amore rende tutti amici, anche i nostri nemici, perché gli orizzonti di Dio sono vasti quanto la sua paternità universale. L’amore non è solo qualcosa di emotivo o di sentimentale, ma impegna tutta la vita, partendo dal proprio essere, dove l’amore ha origine, trova le sue vere motivazioni. Potrebbe essere riduttivo parlare di amore spirituale, ma non lo è se per amore spirituale s’intende l’amore che nasce dallo Spirito per poi incarnarsi nella realtà umana. Se tutti siamo amici, perché siamo figli dello stesso Padre celeste, allora l’amore si allarga al mondo intero, allora non c’è amore cristiano o amore laico, amore degli atei o amore dei credenti. Chi lotta per un ideale umano, costui testimonia l’amore autentico, indipendentemente se crede o non crede in un dio. Dio è presente nell’amore come testimonianza di vita, come offerta della propria vita fino al sangue. I martiri sono martiri, e basta, senza aggiungere etichette. L’amore autentico parte dal proprio essere, che è sì a immagine di Dio, ma di un Dio che non appartiene di per sé ad alcuna religione.

* dall’omelia del 17 aprile 2016: quarta domenica di Pasqua (At 21,8b-14; Fil 1,8-14; Gv 15,9-17) Fonte: http://www.dongiorgio.it/17/04/2016/omelie-2016-di-don-giorgio-quarta-di-pasqua/

marzo 28, 2016

QUEL CHE RESTA DELLA PAROLA “EDUCAZIONE”

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LA DIMENSIONE GENERATIVA DEL DESIDERIO SEMPRE PIÙ LONTANA DAI NOSTRI RAGAZZI

di Massimo Recalcati, La Repubblica del 27-3-2016, pag.54

Istruzione forzata. È sempre esistita una corrente della pedagogia che, a diverso titolo, ha preteso di liberarsi dell’educazione considerata come un vero e proprio tabù: le vite dei figli traggono più danno che benefici dall’educazione, la quale non sarebbe altro che una museruola messa da genitori paranoici sulla legittima voglia di libertà dei loro figli. Tra tutti i riferimenti possibili possiamo pensare al recente lavoro di Peter Gray dal titolo, che è già, come si può intendere facilmente, tutto un programma: Lasciateli giocare (Einaudi). La tesi di questo libro è quella che bisogna restituire ai nostri figli la loro autonomia che una concezione aridamente disciplinare della scuola gli ha sottratto. Quella che l’autore definisce “istruzione forzata” appare come una macchina repressiva tale da spegnere la creatività nel nome di una esigenza di controllo e di disciplinamento coatto che proviene dal mondo degli adulti.

Il figlio del desiderio. Questa rappresentazione della problematica dell’educazione risente di una ideologia libertaria che misconosce la funzione della differenza simbolica tra le generazioni e il ruolo essenziale degli adulti giocato nel processo di formazione. Si tratta di una vera e propria “mutazione antropologica” che è stata descritta con efficacia da Marcel Gauchet in un bel libro titolato Il figlio del desiderio (Vita e pensiero). Riassumo sinteticamente il suo ragionamento: se c’è stato un tempo dove l’educazione aveva il compito di liberare il soggetto dalla sua infanzia, oggi si tende invece a concepire l’infanzia come un tempo al quale si vorrebbe essere eternamente fedeli, come una sorta di “ideale del sé” puro e incontaminato da tutti quei condizionamenti culturali e sociali che rischiano di corrompere la sua affermazione. Non si tratta più di educare il bambino alla vita adulta ma di liberare il bambino dalla vita degli adulti perché la vita adulta non è una vita, ma solo la sua falsificazione morale.

Capovolgimento. Nessun tempo come il nostro ha mai esaltato così la centralità del bambino nella vita della famiglia. Tutto pare capovolgersi: non sono più i bambini che si piegano alle leggi della famiglia, ma sono le famiglie che devono piegarsi alle leggi (capricciose) dei bambini. Nanni Moretti ne fornì un esempio esilarante in Caro diario: in una piccola isola delle Eolie i bambini diventano i padroni anarchici della famiglia obbligando tutti gli adulti al telefono a prodigarsi in improbabili imitazioni di animali per poter ottenere il permesso di parlare coi loro genitori. Il compito dell’educazione viene aggirato nel nome della felicità del bambino che solitamente corrisponde a fargli fare tutto quello che vuole: il soddisfacimento immediato non è solo un comandamento del discorso sociale, ma attraversa anche le famiglie sempre più in difficoltà a fare esistere il senso del limite e del differimento della soddisfazione. Non è forse questa la nuova Legge che governa le nostre vite? Lo spirito del mercato non esige forse la realizzazione del massimo profitto in tempi sempre più brevi?

Desiderio e limite. Gli esiti di questo processo si possono riassumere con una difficoltà crescente dei nostri figli di accedere alla dimensione generativa del desiderio poiché la condizione di questo accesso è data dall’incontro con il trauma virtuoso del limite. Solo se la vita riconosce che non tutto è possibile può fare esistere il desiderio come una possibilità autenticamente generativa. Altrimenti il desiderio si eclissa soffocato dalla marea montante della soddisfazione immediata dei bisogni. È un problema cruciale del nostro tempo. L’elevazione del bambino a nuovo idolo di fronte al quale, al fine di ottenere la sua benevolenza, i genitori si genuflettono, è un effetto di questa erosione più diffusa del discorso educativo. Nella pedagogia falsamente libertaria che oscura il trauma benefico del limite come condizione per il potenziamento del desiderio, l’educazione stessa è diventata un tabù arcaico dal quale liberarsi, una parola insopportabile che nasconde e giustifica subdolamente il sadismo gratuito degli adulti verso l’innocenza dei figli. In realtà, questa dismissione del concetto di educazione è un modo con il quale gli adulti – che, come ricorda Lacan, sono i veri bambini – tendono a disfarsi del peso della loro responsabilità di contribuire a formare la vita del figlio. Ne è una prova il sospetto col quale molti genitori osservano gli insegnanti che si permettono di giudicare negativamente i loro figli o di sottoporli a provvedimenti disciplinari.

Al centro del mondo. Dando per scontato il fatto che non esistono genitori ideali, o, che, come sentenziava Freud, il mestiere del genitore è impossibile, cioè è impossibile per un genitore non sbagliare, questo non significa affatto disertare la responsabilità di assumere delle decisioni, di non farsi dettare la Legge dai propri figli. Non si tratta per i genitori di proporsi come modelli educativi infallibili – niente di peggio per un figlio che avere un padre o una madre che si offrono come misura ideale della vita – ma di fare sentire che esiste sempre un mondo al di là di quello incarnato dell’esistenza del figlio, che l’esistenza di un figlio non può esaurire l’esistenza del mondo. In un recente colloquio clinico con una famiglia in difficoltà di fronte ad un bambino che ha progressivamente cannibalizzato le loro vite mostrando di non aver alcun rispetto per il senso del limite, il padre, per definirlo, ha usato questa espressione eloquente: «Lui pensa di essere il centro del mondo». Aggiungendo però subito dopo, senza riuscire a trattenere una certa soddisfazione: «Lui non sa quanto per noi questo sia assolutamente vero».

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