Brianzecum

aprile 27, 2017

VERSO UN MONDO MENO VIOLENTO?

NUOVE ACQUISIZIONI TEOLOGICHE TOLGONO RADICALMENTE OGNI LEGITTIMAZIONE RELIGIOSA ALLA VIOLENZA

                       schema

I    – La violenza organica al mondo

II   – La nonviolenza estranea alla Chiesa

III – Il mondo è più o meno violento di ieri?

IV – La nonviolenza all’opera

V  – La chiesa ha adottato la nonviolenza

VI – Come è cambiato l’annuncio

VII- Spes contra spem

Discorso tenuto da Raniero La Valle il 21 aprile 2017 ad Alessano (Lecce), nel ricordo del vescovo don Tonino Bello e del sindaco di Molfetta Guglielmo Minervini  Fonte: http://ranierolavalle.blogspot.it/2017/04/il-mondo-e-piu-o-meno-violento-di-ieri.html

I – LA VIOLENZA ORGANICA AL MONDO

È nel ricordo di don Tonino Bello e di Guglielmo Minervini che vogliamo guardare oggi al tema della nonviolenza a cui essi hanno dedicato la vita, il primo facendone il cuore della propria azione pastorale, il secondo della propria azione amministrativa e politica. In quale situazione essi hanno dato la loro testimonianza? Essi hanno vissuto in una situazione in cui la violenza era del tutto organica al mondo, mentre la nonviolenza era opposta allo spirito del mondo. Non altrettanto essa era opposta allo spirito della Chiesa, grazie al Vangelo, ma certamente la nonviolenza era estranea alla cultura e alla immagine della Chiesa.

a) Il primo punto è che la violenza era organica al mondo. Essa infatti, nella dimensione pubblica non solo era legittima (essendo stato conferito al potere pubblico il monopolio della violenza) ma fungeva da giudice di ultima istanza. Vale a dire che alla fine a decidere era la violenza. Nella seconda guerra mondiale la bomba atomica è stata il giudice finale. Trump che getta la bomba-madre sull’Afghanistan, dice che l’ultima decisione sarà la sua. Le Brigate Rosse in Italia elessero la violenza come ultimo giudice tra il potere e l’antipotere. La stessa cosa fa oggi il terrorismo internazionale. Anche nella dimensione privata la violenza si mostrava inarginata; basti pensare al Far West americano, alla violenza nei rapporti di lavoro, nella fabbriche, nei campi, nelle famiglie, alla violenza sulle donne, al bullismo, alla manovalanza delle mafie e delle camorre.

b) Il secondo punto è che la nonviolenza era opposta allo spirito del mondo. Che cosa è lo spirito del mondo? C’è una lettera di Hegel del 1806, scritta da Jena, il luogo della grande battaglia vinta da Napoleone contro l’esercito prussiano. In questa lettera citata da Jacob Taubes, che è un filosofo e rabbino ebreo innamoratosi di San Paolo, Hegel scrive di aver visto quella mattina l’imperatore, questo “spirito del mondo” uscire a cavallo dalla città per andare in ricognizione. Lo spirito del mondo è Napoleone a cavallo; è dunque nel potere violento che si incarna lo Spirito assoluto di cui parlava Hegel; questo è lo spirito del mondo che nella Prima lettera ai Corinti san Paolo contrappone al pneuma tou Theoù, allo spirito di Dio. La violenza dunque non solo è la pratica del mondo, ciò che il mondo fa, ma è anche la sua ideologia, ciò che il mondo pensa di sé.

II – LA NONVIOLENZA ESTRANEA ALLA CHIESA

c) Il terzo punto è che la nonviolenza era sostanzialmente estranea alla Chiesa. Avrebbe dovuto esprimere l’identità della Chiesa, dato che la Chiesa nasce dal Vangelo. Invece la nonviolenza non stava di casa nella Chiesa. Il problema è che c’era una radice di violenza nella stessa concezione di Dio inteso come giudice, come vendicatore, come esattore di sacrifici ed olocausti, come un Dio forte in battaglia. La stessa rivelazione, nella sua fase ancora acerba e immatura aveva tramandato immagini incoerenti di Dio, come è attestato in alcune pagine molto dure della Bibbia. Può sembrare azzardato parlare di una incoerenza nella stessa rivelazione. Certo non è incoerente la rivelazione che si manifesta nella persona di Gesù, nel suo insegnamento. Gesù non è incoerente. Però c’è un perfezionamento della fede, e perciò un’evoluzione nel credere, di cui è causa lo stesso Gesù, che la lettera agli Ebrei definisce “autore e perfezionatore della fede” (Eb. 12, 2). Dunque la fede non sta ferma, si sviluppa, non è un deposito immoto. E questo perfezionamento o arricchimento della fede non è concluso, ma continua per mezzo dello Spirito Santo che si incarica di condurci a tutta intera la verità; questa, almeno, è la promessa di Gesù (Giov. 16,13). Non c’è incoerenza in questo disvelamento progressivo dei “segreti” di Dio. Ma nella Bibbia, che è “Parola di Dio” scritta però da mani e con mente d’uomo, queste incoerenze sussistono.

Incoerenze soppresse. Si può vedere una di queste incoerenze (e forse la maggiore) in uno stesso versetto della profezia di Isaia, il v. 2 del cap. 61, laddove il profeta annuncia e promette “un anno di misericordia del Signore, un giorno di vendetta del nostro Dio”. È una profezia importante perché è quella che Gesù legge agli ebrei nella sinagoga di Nazaret, per dire che quella profezia si realizzava quel giorno davanti a loro. Ma Gesù non fa finta che l’incoerenza non ci sia, annunciando due cose contraddittorie, come noi ancora facciamo, per esempio nelle letture che proclamiamo nella veglia pasquale, dove appare un Dio incoerente, che uccide i bambini egiziani e passa salvando gli ebrei. Gesù vede l’incoerenza di quella profezia, non cerca di risolverla col gioco delle interpretazioni o delle allegorie, ma semplicemente la sopprime. Egli interrompe la lettura di Isaia a metà versetto, riconsegnando il rotolo all’inserviente, e dunque annunciando la misericordia e negando la vendetta. È molto interessante che dopo una conferenza in cui io avevo citato questo comportamento di Gesù, il rabbino di Firenze, che era presente, avvicinatosi, mi ha chiesto: “secondo lei Gesù, così facendo nella sinagoga di Nazaret, l’ha fatto come cristiano o come ebreo?”. Naturalmente Gesù era ebreo, “un ebreo di Galilea”, come ci ha insegnato Giuseppe Barbaglio. E con questa domanda il rabbino voleva dire che anche gli ebrei sono d’accordo, e che dunque come ha fatto Gesù la Bibbia si deve leggere purificandola delle incoerenze di Dio che vi sono “depositate”.

Malicidio . La Chiesa di don Tonino Bello, di Minervini, la Chiesa in cui anche noi abbiamo vissuto è una Chiesa che non si era separata dalla violenza. Aveva teorizzato la guerra giusta, aveva fatto le Crociate; san Bernardo, che pure era un mistico, aveva spiegato che uccidere un infedele non è un omicidio, ma un malicidio. Certo, gli “infedeli” non erano stati da meno, come dimostrano gli 800 martiri di Otranto, trucidati tutti insieme per non aver voluto passare all’Islam. In ogni caso la Chiesa aveva acceso i roghi per gli eretici e per le streghe, la pena di morte era vigente perfino nello Stato pontificio; a Roma, in piazza del Popolo, si faceva con “mazzola e squarto”; poi passava la “Ven. Arciconfraternita di Gesù, Maria e Giuseppe dell’anime più bisognose del Purgatorio” a fare la questua per l’Anima del condannato, senza però fermarsi “in tempo della Giustizia nella Piazza del Patibolo”, come diceva la convocazione dei Fratelli questuanti, di cui ho una copia in casa mia; essa assicurava che per tal Opera Pia essi avrebbero acquistato “merito grande appresso Dio”. E quella cultura rimase nella Chiesa, ben oltre la fine dello Stato pontificio: quando nel 1960 andai a dirigere “l’Avvenire d’Italia”, un regista francese, Autant Lara, fece un bellissimo film contro la pena di morte e in favore dell’obiezione di coscienza, “Tu ne tueras point” (1961); il film fu censurato, ma “l’Avvenire d’Italia” ne fece una critica molto favorevole e il vescovo di Vicenza protestò duramente col cardinale Lercaro, arcivescovo di Bologna, tutore del giornale. Fu quella la prima grave crisi del quotidiano cattolico, che fu chiuso poi dopo il Concilio. In questo contesto don Tonino e Minervini sono stati nonviolenti, uno come vescovo, l’altro come politico. Ed era una scelta difficile, a caro prezzo, e spesso umanamente perdente.

III – IL MONDO È PIÙ O MENO VIOLENTO DI IERI?

Più pericolosa se inconsapevole. Ora la domanda è: rispetto alla situazione che hanno vissuto, i testimoni di allora come la vedrebbero oggi? C’è oggi più o meno violenza? È la domanda che si è posta papa Francesco nel messaggio per la Giornata mondiale della pace di quest’anno, scrivendo: “Non è facile sapere se il mondo attualmente sia più o meno violento di quanto lo fosse ieri né se i moderni mezzi di comunicazione ci rendano più consapevoli della violenza o più assuefatti ad essa”. Io proverei a rispondere a questa difficile domanda. Come ieri, la violenza sembra organica al mondo. Si direbbe che il mondo non sappia fare altro, e anzi che la violenza sia diventata maggiore. La bomba gettata da Trump sull’Afghanistan è maggiore di tutte le altre bombe, di poco inferiore all’atomica; l’«Armada» navale mandata contro la Corea del Nord è di una forza senza pari; la violenza dei terroristi dello Stato che si dice islamico è maggiore, spesso più efferata della violenza finora usata da altri terroristi o giustizieri. Però c’è qualche segno di una caduta di livello, di una perdita di credibilità, di una diminuita potenza e sovranità della violenza. Una violenza che grida, che fa molto chiasso, che dà di matto, è meno efficace di una violenza che agisce, che è esercitata con fredda razionalità. E la gente se ne inquieta di più, perché capisce che quanto più è inconsapevole, tanto più è pericolosa.

Demenza e alienazone. Pertanto io credo che la violenza oggi mostri più apertamente la sua alienazione, la sua inevitabile demenza, la sua estraneità a un progetto che sia umano. Perciò per quanto possa apparire ancora organica al mondo e allo spirito del mondo, essa sembra abitare nell’organismo del mondo più come un delirio che come una decisione, più come un’anomalia che come una regola, più come un oggetto di rigetto che come un destino. Perciò a me pare che da un lato oggi la violenza sia più pericolosa, perché i diversi focolai della guerra mondiale a pezzi già da tre anni diagnosticata dal papa potrebbero fondersi in un unico grande incendio, ma dall’altro la violenza sia più debole, meno connaturale al mondo, meno utile agli stessi progetti di dominio, più stigmatizzata dall’opinione pubblica, se non altro per l’effetto di potenti anticorpi suscitati nel consorzio umano dalle violenze perpetrate fin qui. Anzi ho la forte percezione che la nonviolenza abbia gettato i suoi semi nel mondo e abbia operato nel cuore del Novecento più di quanto non sia stato fin qui riconosciuto. Mi sembra infatti che la generazione dei don Tonino, dei Minervini, di don Milani, di Gandhi, di La Pira, di Hammarskjöld, di papa Giovanni, dei movimenti per la pace non sia passata invano.

IV – LA NONVIOLENZA ALL’OPERA

Vogliamo ricordare qualche esempio di questa non violenza all’opera? Pensiamo alla fine dei blocchi. Che cosa è stata se non il frutto della nonviolenza penetrata nella cultura del Novecento la fine incruenta dei blocchi ad opera della parte considerata più violenta di essi, ossia del comunismo fattosi Stato in Unione Sovietica? Si dirà che ciò è avvenuto perché il comunismo si è riconosciuto più debole, è stato sconfitto. Ma se fosse stato solo sconfitto la sua sarebbe stata solo una capitolazione, una resa, e a vincere sarebbero stati solo le armi e i dollari. Invece così non è stato. Invece era avvenuto qualcosa nel pensiero, tanto è vero che con Gorbaciov si è parlato di un “nuovo pensiero politico”; ed era avvenuto un dialogo tra i punti più alti delle due culture: basti ricordare i colloqui lapiriani di Firenze, e i colloqui della Paulus Gesellschaft, con l’apporto della stessa Santa Sede, sulle due antropologie, la cristiana e la marxista. E nell’incredulità dei più il comunismo, magari da noi ribattezzato come eurocomunismo, era diventato pacifico. La fine dei blocchi venne pertanto grazie all’azione riformatrice di Gorbaciov, venne con la dichiarazione di Nuova Delhi del 1987, in cui Gorbaciov e Rajiv Gandhi proposero, inascoltati dall’Occidente, di costruire “un mondo senza armi nucleari e non violento”, venne infine con l’ordine di Mosca ai comunisti tedeschi pressati dai berlinesi: aprite il muro, fateli passare. Furono smentiti così quelli che consideravano il comunismo il male assoluto, e in base a questa idea si comportavano in tutte le loro scelte umane e politiche; i veri sconfitti sono stati loro, anche se hanno vinto, e con la loro povera cultura hanno interpretato la fine del comunismo semplicemente come la resa del nemico. Ricordo quando il ministro degli esteri di allora, il socialista De Michelis, venne tutto giulivo alla Camera a dire: sapete, la guerra fredda è finita e noi l’abbiamo vinta. Invece quegli eventi avevano dimostrato che la violenza non era organica al mondo, che la nonviolenza era possibile.

Poi di questo si è fatto pessimo uso, perché la cultura dei vincitori ha determinato il nuovo assetto del mondo, creando un mondo peggiore di prima. Essi hanno fatto del denaro il sovrano del mondo, hanno ripreso l’uso della guerra, hanno fatto guerre di ogni tipo per deporre e uccidere despoti sgraditi, come Saddam Hussein, Milosevic e Gheddafi, per far tornare l’Iraq all’età della pietra, come graziosamente si espresse la signora Thatcher, guerre per il Kuwait e per il Kosovo, contro i talebani e contro il terrorismo. Eppure si diceva che quelle guerre si facevano controvoglia, o per ragioni umanitarie, perché era d’obbligo il linguaggio politicamente corretto, che è un linguaggio in cui la violenza è ufficialmente stigmatizzata, anche se copre quella effettivamente inflitta.

Meno prestigio alla violenza. Ma ci sono altri sintomi di crisi delle ragioni della violenza. Il più vistoso è che si è creata una sorprendete asimmetria di fronte al dilagare della violenza intitolata all’estremismo islamista, del cosiddetto Stato islamico. Poteva esserci una guerra di religione e non c’è stata. E non c’è stata perché per farla bisogna essere in due. L’Occidente la farebbe volentieri, come l’ha sempre fatta anche se mascherata in molteplici modi, ma questa volta non la può fare. Il cristianesimo non ci sta. La violenza di Trump è più scatenata di quella di altri presidenti americani, ma è senza un retroterra ed è incurante della logica, non è fondata su una pretesa etica, non ha alibi religiosi, è sprovvista di una motivazione razionale. È una violenza che in un certo senso precede il cogito cartesiano, è violenza e basta. È più pericolosa, ma sempre più come estranea al mondo normale. Perfino la flotta, se Trump le dice di andare verso la Corea, non gli dà retta, se ne va verso l’Australia. La violenza perde prestigio, si mostra sempre più come la malattia, non come la soluzione.

V – LA CHIESA HA ADOTTATO LA NONVIOLENZA

Naturalmente queste sono valutazioni che si possono discutere. Però di sicuro è successa una cosa imprevista, una cosa straordinaria. La Chiesa cattolica ha adottato la nonviolenza. Essa non le è più estranea, non è una cosa “altra” rispetto al Dio che essa annunzia. Per contro la violenza è bandita anche come giustizia di ultima istanza, ed è proprio la nonviolenza che oggi appare organica alla Chiesa, ed organica alla figura di Dio quale oggi è mostrata e predicata dalla Chiesa. Si dirà che questa è una novità comparsa con papa Francesco, e finirà con lui. Ma non c’è papa senza Chiesa, e la cosa non è cominciata con lui, è cominciata con Gesù. È lui che ha mostrato un Dio in cui non c’è violenza, ed è stato lui che ha dato luogo a una Chiesa dotata di uno spirito di pace e non di afflizione (Ger. 29, 11), opposto allo spirito del mondo. Tuttavia non c’è dubbio che la drammatica attualizzazione di questo messaggio evangelico si deve al magistero pastorale di papa Francesco.

Il più alto precedente di questa opzione di non violenza nella recente vita ecclesiale è la “Pacem in terris” di Giovanni XXIII, e la sua ricezione nel Concilio Vaticano II. Però quello più che un precedente è stato un inizio. Francesco, il Concilio e papa Giovanni fanno infatti tutt’uno, non sono diversi eventi lontani uno dall’altro, ma un unico evento; basti ricordare che l’anno della misericordia è stato indetto da Francesco per l’8 dicembre 2015, nello stesso giorno, dopo 50 anni, in cui era finito il Concilio, quasi a riprenderlo e continuarlo. La novità sta nel fatto che Francesco ha ripreso l’“aggiornamento” pastorale avviato dal Concilio, ma vi ha aggiunto un decisivo “aggiornamento” teologico. Come aveva detto Karl Rahner del Concilio, non cambia solo l’annunciatore, cambia l’annuncio.

VI – COME È CAMBIATO L’ANNUNCIO

1) Prima di tutto è cambiata la presentazione del volto di Dio. Nella percezione umana, fin dai tempi più antichi, come ha documentato Rudolf Otto nella sua ricerca su “Il sacro”, il volto di Dio è stato nello stesso tempo terribilis et fascinans, affascinante e terribile, quello di un re “tremendae maiestatis”, come canta il “Dies irae”. Quello presentato oggi dalla Chiesa di papa Francesco è invece un “misericordiae vultus”, un volto di misericordia, come dicono le prime parole della bolla di indizione del Giubileo straordinario. Di chi è questo volto? Questo volto è il volto del Padre; esso si rende visibile in Gesù ma è il volto della misericordia del Padre. A noi, nella nostra tradizione di fede, è familiare la misericordia del Signore Gesù, il Vangelo non fa che raccontarla; papa Francesco l’ha ricapitolata nel suo messaggio per il 1 gennaio scorso sulla nonviolenza, ricordando che Gesù ha insegnato ad amare i nemici, a porgere l’altra guancia, ha impedito che venisse lapidata l’adultera, ha fatto rimettere a Pietro la spada nel fodero, nell’orto degli ulivi, e ha tracciata “la via della nonviolenza, che ha percorso fino alla fine, fino alla croce”.

Anche il Padre sulla croce. Eravamo meno abituati invece all’idea della misericordia del Padre, troppo spesso sovrastata dall’idea della giustizia e della punizione, né eravamo abituati a pensare che sulla croce fosse salito il Padre, non solo il Figlio. Ma nella predicazione di papa Francesco in Dio non c’è che misericordia, Dio perdona sempre, è sempre primo nell’amore; né in lui c’è ombra di violenza, e c’è il dolore di Dio. Egli per amore dell’uomo si fa scacciare dal mondo e sale sulla croce col Figlio. Ad Auschwitz quando, secondo il racconto di Elia Wiesel, degli ebrei riconobbero in tre ragazzi impiccati Dio stesso che pendeva dalla forca, non potevano riconoscervi Cristo, il Figlio, perché erano ebrei, ma vi riconobbero il Dio stesso della creazione, dell’alleanza. Dunque è lui sulla forca, e lui è crocefisso col Figlio. C’è un documento del 2013 della Commissione Teologica Internazionale sul monoteismo e la violenza, in cui si riconosce e si afferma la radicale separazione del cristianesimo da ogni visione che implichi una violenza di Dio; e in ciò si vede l’inizio di un tempo nuovo. Ebbene in questo documento si dice che la supposta violenza di Dio è stata definitivamente smentita e rovesciata sulla croce. Non ci può essere una violenza di Dio se il Dio è quello che è salito sulla croce. Infatti sulla croce non è salito un uomo qualunque, dicono i teologi del Papa citando il secondo concilio di Costantinopoli, ma “Unus de Trinitate passus est“. Uno della Trinità stava li sulla croce, non era solo l’uomo Gesù, era il Dio della Trinità che stava sulla croce.

2) Allo stesso modo è cambiata la comprensione del rapporto tra misericordia e giustizia di Dio. «Se Dio si fermasse alla giustizia cesserebbe di essere Dio, sarebbe come tutti gli uomini che invocano il rispetto della legge» dice papa Francesco nella “Misericordiae vultus” E si appella all’autorità di san Tommaso che dice: « È proprio di Dio usare misericordia e specialmente in questo si manifesta la sua onnipotenza ». È per questo, commenta il papa, «che la liturgia, in una delle collette più antiche, fa pregare dicendo: “O Dio che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono”. Dio sarà per sempre nella storia dell’umanità come Colui che è presente, vicino, provvidente, santo e misericordioso».

Giustificazione per fede. Il cambiamento consiste nel comprendere che in Dio giustizia e misericordia sono la stessa cosa. Esse sono in dialettica, in contrasto, se viene riferito a Dio un concetto antropomorfico di giustizia, la giustizia come retribuzione, come il pareggio di una pesata eguale, come l’ “unicuique suum” che sta scritto perfino sotto la testata dell’«Osservatore Romano». Ma la giustizia di Dio non è affatto questa, non è la vendetta, non è rendere male per male, la giustizia di Dio è il rendere giusti, è la giustificazione per fede, come dice Paolo, è la grazia.

3) Questa più matura percezione della misericordia e della giustizia di Dio ha fatto cadere la concezione vendicativa e punitiva della dottrina del peccato originale e delle sue conseguenze nel sacrificio che il Padre avrebbe preteso dal Figlio. Questa concezione, come ha detto lo stesso Benedetto XVI, papa emerito, in un’intervista all’ “Osservatore Romano” “è diventata oggi per noi certo incomprensibile”. mentre la dottrina di Sant’Anselmo, che l’ha diffusa in tutta la Chiesa “non è solo incomprensibile oggi – ha detto Ratzinger – ma, a partire dalla teologia trinitaria, è in sé del tutto errata“.

Dolore del Padre. Nell’attuale coscienza ecclesiale il peccato originale non è alzare la mano verso il frutto dell’albero della conoscenza, come se ciò fosse alzare la mano contro Dio, ma è alzare la mano contro il fratello. Nel mausoleo di Yad Vashem a Gerusalemme, papa Francesco ha evocato come il vero peccatore originario non Adamo ma Caino, ed è a lui che ha immaginato si rivolgessero le parole di dolore di Dio nel giardino: “Dove sei, uomo? Dove sei finito? In questo luogo, memoriale della Shoah, sentiamo risuonare questa domanda di Dio: ‘Adamo, dove sei?’. In questa domanda ha detto il papa – c’è tutto il dolore del Padre che ha perso il figlio. Il Padre conosceva il rischio della libertà; sapeva che il figlio avrebbe potuto perdersi ma forse nemmeno il Padre poteva immaginare una tale caduta, un tale abisso! Quel grido: ‘Dove sei?’, qui, di fronte alla tragedia incommensurabile dell’Olocausto, risuona come una voce che si perde in un abisso senza fondo…” Così il papa a Gerusalemme. Per completare questa cognizione della misericordia del Padre, peraltro, bisogna ricordare che Dio non ha distrutto Caino, ma ha posto un sigillo sulla sua fronte, una specie di salvacondotto divino, dicendo: “Nessuno uccida Caino”.

Valore antropologico. Per questo abbiamo detto che una guerra religiosa oggi non si può fare. Perché in Dio non c’è violenza, “il Dio della guerra non esiste”, come ha detto il papa commentando il vangelo a Santa Marta, e il cristianesimo prende definitivo congedo dal Dio violento. Infatti, come dice il documento già citato dei teologi del papa riuniti nella commissione internazionale, il Dio violento, foriero delle guerre di religione, è il frutto di un fraintendimento della fede, e l’eccitazione alla violenza in nome di Dio è “la massima corruzione della religione”. Perciò il papa ha detto al terzo incontro mondiale dei movimenti popolari e poi ha ribadito con forza nel messaggio per la giornata della pace del 1 gennaio scorso: “Nessuna religione è terrorista, la violenza è una profanazione del nome di Dio. Non stanchiamoci mai di ripeterlo. “Mai il nome di Dio può giustificare la violenza. Solo la pace è santa, non la guerra!” Nello stesso messaggio il papa ha fondato la nonviolenza sulla dignità immensa della persona, che deriva dall’essere immagine e somiglianza di Dio; dunque la scelta nonviolenta non è solo una scelta ideologica o politica, il suo valore è antropologico, entra nella definizione dell’uomo. Essa però non ha solo un valore teorico, anzi con essa, secondo il papa, si sono raggiunti risultati impressionanti, ed ha citato Gandhi, il suo omologo musulmano Ghaffar Khan, il nonviolento del Pakistan, Leymah Gobwee e le altre donne liberiane nonviolente che hanno lottato per la pace in Liberia, Martin Luther King, i cristiani che hanno contribuito al superamento dei due blocchi in Europa.

VII – SPES CONTRA SPEM

A questo punto possiamo dire che alla domanda iniziale, se oggi il mondo sia più o meno violento di ieri, si può dare una risposta in positivo e piena di speranza; però una spes contra spem, se ogni momento siamo richiamati allo spettacolo della violenza. In effetti c’è ancora un grande cammino da fare. E perché possa essere fatto occorre una revisione critica del passato, un pentimento dei peccati, degli errori e delle violenze del passato, portando avanti quel processo di purificazione della memoria che il papa Giovanni Paolo II aveva messo al centro dell’Anno santo del 2000. Secondo la Bolla di indizione di quel Giubileo, la purificazione della memoria doveva consistere nel processo volto a liberare la coscienza personale e collettiva da tutte le forme di risentimento o di violenza, che l’eredità di colpe del passato poteva avervi lasciato, mediante una rinnovata valutazione storica e teologica degli eventi in esse implicati che conducesse ad un reale cammino di riconciliazione. E’ evidente che questo riguardava non solo le persone ma le Chiese.

Concezione di Dio. Oggi siamo andati più avanti. Infatti abbiamo capito che questa purificazione della memoria non basta, anzi nemmeno si può fare, se non passa attraverso una purificazione della concezione che abbiamo avuto di Dio. D’altra parte che cosa c’è nella memoria dell’umanità di più diffuso e di più profondo che la memoria di Dio? Come Dio è stato recepito e percepito, così è stata l’umanità e sono state le Chiese. La storia della violenza è stata indissociabile dalla storia di Dio nella storia. Perciò la purificazione della memoria è prima di tutto la purificazione della percezione e immagine di Dio. Ciò diventa veramente oggi, come dice il documento romano dei teologi del papa, “inseparabile dal futuro del cristianesimo” e offre alle culture secolari e alle religioni del mondo la reale opportunità per “un ripensamento dell’idea di religione”; e così potrà fiorire la pace sulle terre. Papa Francesco ha aperto il cantiere; e questo diventa ora il compito decisivo non solo delle religioni e delle Chiese, ma il compito di questa e delle prossime generazioni.

Raniero La Valle

aprile 24, 2017

TRE ELEMENTI DELL’ESSERE UMANO

AL PIÙ PROFONDO, LO SPIRITO, PERTIENE LA BEATITUDINE, CHE NON È TRANSITORIA COME IL PIACERE

di don Giorgio De Capitani*

Corpo, anima, spirito. Secondo la concezione greca, e ripresa dallo stesso San Paolo nelle sue lettere, l’essere umano non è costituito solo da due elementi, corpo e anima, ma da tre elementi, corpo, anima e spirito. Lo spirito, che è la realtà più profonda, è stato dimenticato dalla stessa psicanalisi, la quale, come dice la parola (psiche significa anima), si limita a scandagliare l’anima, dimenticando però lo spirito, che è l’elemento più interiore, che i mistici chiamano “il fondo dell’anima”, ovvero la parte più profonda. Dunque, il corpo in particolare, ma anche l’anima appartengono alla parte più esterna, lo spirito appartiene invece alla parte più interiore, più profonda dell’essere umano.

Piacere, felicità. Al corpo è legato il cosiddetto piacere (d’ogni tipo), ma tutti quanti sappiamo, anche per esperienza personale, che questi piaceri corporali o fisici sono transitori: oggi ci sono, domani non più. Possono essere anche buoni, ma sono fugaci, passano in fretta, hanno il loro tempo, e, quando passano, lasciano spesso l’amaro in bocca. All’anima è legata la cosiddetta felicità o serenità, che può essere una bella cosa, come contemplare un cielo stellato, oppure un bel dipinto, oppure gioire per una bella amicizia. Ma anche la felicità è transitoria: passa in fretta, non è eterna. Ecco, sia il piacere fisico che la felicità dell’anima sono legate alle circostanze, alla buona sorte come dicevano gli antichi. Cambia una circostanza, la buona sorte volta le spalle, e si torna nella infelicità.

Beatitudine. Allo spirito invece è legata la “beatitudine”, ed è questa la realtà che veramente conta, perché risiede nello spirito, là dove è presente il Divino eterno. La beatitudine non è soggetta alle circostanze o alla buona sorte, ma permane immutabile. Usando l’immagine di un grande mistico, la porta può essere mossa e magari sbatte di qua e di là dalle circostanze di carattere fisico o dell’anima, ma resta sempre fissa sui cardini, che rappresentano lo spirito interiore che resta sempre fermo. Ecco perché Gesù stesso parla di beatitudini. Chi non ricorda la pagina di Matteo delle beatitudini che fa da porta d’ingresso al Discorso della Montagna? Pensate a quel “Beati i poveri…”. Certo, Gesù non si riferiva ai poveri materiali, ma a coloro che cercano di liberarsi delle cose futili, delle cose transitorie, accessorie. L’evangelista Matteo specifica: “beati i poveri in spirito”, che non significa: poveri di spirito, ma al contrario: poveri nella libertà dello spirito, coloro che si sono liberati da ogni peso inutile.

I veri beati. Ed ecco perché con una beatitudine si conclude non solo il terzo brano di questa domenica, ma il quarto Vangelo. Il capitolo 21, secondo gli studiosi, sarebbe un’appendice aggiunta posteriormente dallo stesso autore o da un suo discepolo. Qual è allora la beatitudine finale del quarto Vangelo? Gesù dice a Tommaso, l’incredulo: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Possiamo anche tradurre le parole di Gesù al presente: beati coloro che non vedono, non toccano, non hanno bisogno di prove, di miracoli, di manifestazioni straordinarie, e credono. Qui sta la vera beatitudine: credere senza aggrapparsi a qualcosa di esteriore. I beati, secondo Gesù, sono coloro che vivono nello Spirito di Dio, che è del tutto interiore. Mi chiedo se noi cattolici abbiamo veramente interpretato così le parole chiare di Gesù. Basterebbe pensare che ancora oggi per essere proclamati beati occorre una prova della santità, attraverso un miracolo e attraverso l’esercizio eroico delle virtù. Eppure Gesù ci ha detto che i veri beati sono coloro che hanno scoperto il segreto del loro essere, ovvero la parte più profonda che è la vita dello spirito.

Prendere sul serio il Vangelo. La beatitudine, dunque, è qualcosa di grande, come dice il termine greco “macarios” (da macros, grande): grande, ma in rapporto all’ampiezza del nostro spirito interiore, il quale, più si spoglia di cose esteriori, di cose futili, di accessori, del superfluo, più dà spazio alla presenza del Divino in noi. Paradossalmente, possiamo dire che siamo più grandi meno cose abbiamo, e siamo più piccoli più cose abbiamo. Secondo la logica terrena, non è così: felici sono coloro che hanno tanto, infelici sono coloro che hanno poco. È per questo che il Vangelo non è stato preso sul serio. Sento ancora cristiani che dicono: Sì, Gesù ha detto questo o quest’altro, però…, sì però… La nostra vita è piena di però: ma, se, però. E così poniamo le nostre riserve, le nostre condizioni, le nostre paure. Sì però… Quando ero chierico liceale a Venegono inferiore, il nostro Padre spirituale, don Ferdinando Baj, un prete eccezionale, un giorno ci fatto tutta una predica sul “però”. Ancora oggi, passati ormai 60 anni, me la ricordo. Siamo pieni di però, di ma, chissà, forse, e così mettiamo sempre le mani in avanti per paura di cadere, se osiamo troppo. Sì, il Vangelo è il nostro punto di riferimento, però… Gesù talora esagera, il suo Spirito è troppo esigente.

Dona lo Spirito. L’evangelista Giovanni scrive: Gesù, «chinato il capo, consegnò lo spirito». L’espressione può avere un doppio significato: morire, ma anche “donare lo Spirito”. Quindi, Gesù mentre muore fisicamente dona lo Spirito al mondo intero. Ancora. La sera del giorno di Pasqua, Gesù appare ai discepoli e, dopo averli salutati con il dono della pace, soffia su di loro, dicendo: “Ricevete lo Spirito santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Che significa uno Spirito dato per il perdono dei peccati? Commenta don Angelo Casati: «Perché altrimenti non è vita, altrimenti è vivere nell’incubo del peso di un passato, di un passato di ingiustizia. Perdono come sciogliere da tutto ciò che è chiusura, che è disamore, che è indifferenza, da tutto ciò che occupa, da tutto ciò che ci allontana dall’essere umani, per alitare ancora in noi il soffio di una vita libera, appassionata, aperta, solidale, bella, umanamente ricca. Perdono come guardare in avanti. Se no, non è risurrezione, ma proseguimento di opere di morte. E che speranza sarebbe?».

*omelia del 23 aprile 2017: seconda di Pasqua (At 4,8-24; Col 2,8-15; Gv 20,19-31). Fonte: http://www.dongiorgio.it/23/04/2017/omelie-2017-di-don-giorgio-seconda-di-pasqua/

marzo 20, 2017

VERITÀ COME MOVIMENTO DI RIVELAZIONE DELL’ESSERE

LA MENZOGNA, PROPRIA DEL DEMONIO, RISIEDE NELL’AMORE DI SÈ STESSI. LA VERITÀ CI LIBERA DAL PECCATO

di don Giorgio De Capitani*

Binomi significativi. In particolare nel quarto Vangelo, ci sono diversi binomi che sono come sfaccettature del Mistero divino e del mistero dell’essere umano. Ne elenco alcuni: Logos e incarnazione (prologo); spirito e rinascita (incontro con Nicodemo); acqua e grazia, spirito e verità (incontro con la samaritana); acqua e spirito (festa delle Capanne); cecità e fede (miracolo del cieco nato); morte e vita (miracolo di Lazzaro). Da notare inoltre che questi temi, tra cui alcuni tra loro apparentemente contrastanti (morte e vita, ad esempio), sono sviluppati in contesti del tutto particolari: colloqui di Gesù con eretici (samaritana) o con capi religiosi ortodossi (Nicodemo); miracoli scandalosi per gli ebrei, ligi ad esempio alla legge del sabato (miracolo del cieco nato); duri scontri, ed è il brano di oggi.

Acerrimi nemici. Commenta don Raffaello Ciccone: «Il testo di Giovanni è molto complesso, poiché risente delle grandi polemiche, delle perplessità e dei drammi che portano allo scoperto la responsabilità dei puri e dei colti, l’ambiguità della loro fede, l’ideologia dominante dei perfetti, il rifiuto di mettersi in discussione. Si appoggia su un confronto terribilmente alto: tra Gesù ed Abramo (che qui è ricordato 8 volte). Il testo, così come viene presentato, offre alcune difficoltà interpretative. Tutta la polemica, ad esempio, non coinvolge “quei Giudei che gli avevano creduto” (8, 31). Ma la violenta requisitoria che segue, fino alla fine del capitolo, si rivolge alle autorità giudaiche, ostili a Gesù. È un dialogo terribile tra la rabbia degli interlocutori che si sentono sbugiardati e totalmente in balia della menzogna e Gesù che li affronta a viso aperto. Egli afferma persino che Abramo ha visto il suo tempo e se n’è rallegrato. Deve essere suonata come pazzia pura ma anche lucida e blasfema». Ecco, in questo contesto fortemente polemico, dove volano le accuse più infamanti, troviamo delle perle divine: è proprio il caso di dire che è solo di notte che si vedono le stelle, e più la notte è buia, più le stelle luccicano.

La verità vi farà liberi!” Tutta la violenta diatriba nasce da queste iniziali parole di Gesù. Parole così chiare, lampi così luminosi da squarciare l’ottusità di quegli ebrei, così testardi da credersi nel giusto solo perché fedeli seguaci di un capostipite, Abramo, la cui fede, lungo i secoli, si era dispersa tra i grovigli sempre più inestricabili di leggi e di tradizioni, tenute in vita con la violenza di una religione, che era riuscita perfino ad annullare ogni rispetto per la dignità dell’essere umano, in base al principio vincolante: prima la legge, poi la coscienza. Loro, quei caporioni, si sentivano liberi, solo perché si credevano figli di un antenato, ridotto a puro pretesto per giustificare la loro ottusità religiosa. E Gesù che cosa fa? Rimangia o attenua ciò che ha detto? No. Rincara la dose, accusandoli di essere schiavi del peccato: una parola, peccato, che non poteva lasciare indifferenti coloro che si sentivano puri per privilegio di fede. Loro erano gli eletti, perciò incontaminati! Non erano bastate le batoste di Dio e gli sferzanti rimproveri dei profeti per renderli umili e consapevoli dei loro tradimenti nei riguardi dell’Alleanza divina.

Ex propriis loquiturMa Gesù che cosa intende per peccato? Il peccato, al singolare, è la menzogna che attinge dal proprio io la falsificazione della verità. C’è un’espressione, che i Mistici hanno sempre ritenuto la chiave per capire dove sta l’inganno, quando Gesù dice a proposito del demonio: “Quando dice il falso, dice ciò che è suo, perché è menzognero e padre della menzogna”. In latino si legge: “ex propriis loquitur”. L’inganno appartiene alla natura stessa del demonio, è qualcosa che gli è proprio. La menzogna è il suo mondo: appartiene all’ego del demonio. Dunque, le menzogne, al plurale, provengono da un’unica menzogna di fondo, che è quella di parlare “ex propriis”, come Gesù rimprovera a quei giudei, che sono figli del demonio, padre della menzogna, proprio per questo: perché parlano di ciò che è loro proprio: “ex propriis”. In altre parole, dice menzogne chi “ex propriis loquitur”, ovvero chi parla di ciò che deriva dall’amore di se stesso, secondo l’espressione dei Mistici: “amor sui”. La menzogna, dunque, risiede nell’amore del proprio ego; l’ego, secondo i Mistici, è l’ostacolo principale alla verità divina. Là dove c’è l’ego, l’amore del proprio io, non ci può essere verità.

Alètheia” e “Veritas”. È interessante spiegare il significato etimologico della parola “verità”. Dipende, però, se prendiamo il termine greco “a-lètheia” oppure il termine latino “veritas”. Già è indicativo che l’italiano “verità” derivi dal latino “veritas”. Il termine greco “a-lètheia”, che viene dal verbo “lanthano” (significa “sono nascosto”), preceduto dall’alfa privativo, sta a designare ciò che si scopre nel giudizio, ragionando. Il termine latino “veritas” vuol dire “fede” (per cui l’anello nuziale si può dire indifferentemente “fede” o “vera”): fede in un dato di fatto che non si discute. Dunque, la verità secondo il termine greco significa “svelatezza”, disvelamento, rivelazione. Mentre il termine latino “veritas” indica una certa protezione, difesa, custodia di una verità, appellandosi ad una fede cieca, il termine greco “a-lètheia” significa “non-nascondimento dell’essere”: l’essere che viene a galla, si manifesta appunto, man mano si tolgono le varie credenze religiose. Giustamente è stato scritto: la verità come “alètheia” è “un atto dinamico, mai concluso, attraverso cui avviene la confutazione dell’errore e il riconoscimento del falso: non un pensiero statico e definito una volta per tutte, bensì movimento di rivelazione dell’essere”.

Io sonoOra possiamo capire perché Gesù ha detto “Io sono”, togliendo così ogni sovrastruttura, ogni falsa credenza religiosa, smascherando l’ipocrisia di quei caporioni ebrei che tremavano al solo pensiero che Dio si presentasse come l’essere infinito e che perciò il vero credente dovesse adorarlo “in spirito e verità”, come Gesù aveva detto alla samaritana.


*Omelia del 19 marzo 2017; (Es 34,1-10; Gal 3,6-14; Gv 8,31-59). Fonte: http://www.dongiorgio.it/19/03/2017/omelie-2017-di-don-giorgio-terza-di-quaresima/

febbraio 6, 2017

CHE COSA È LA NON VIOLENZA CRISTIANA: TRE PUNTI CRUCIALI

UNA NUOVA SOCIETÀ, CON LA PROIBIZIONE DELLE ARMI NUCLEARI; UN NUOVO METODO, CON LA FIDUCIA NELLE PERSONE ANZICHÈ NELLE ARMI; SPEZZARE LA CONCATENAZIONE DELLE VIOLENZE SEGUENDO L’INSEGNAMENTO DELLE BEATITUDINI

di Antonino Drago Intervento nella veglia di preghiera per 50° Giornata Mondiale della Pace – Diocesi di Pisa 27 gennaio 2017; fonte: http://serenoregis.org/2017/01/31/che-cosa-e-la-non-violenza-cristiana-tre-punti-cruciali-antonino-drago/

1) Nuova società da perseguire. Lanza del Vasto nel 1928 si è laureato alla università di Pisa e poi è andato in India dove è stato discepolo di Gandhi. Quando è tornato in Europa ha fondato comunità che cercano di realizzare la non violenza sotto tutti gli aspetti della vita sociale; e anche nella vita intellettuale ha fondato una teoria della non violenza. Queste sue fondazioni indicano un punto cruciale della non violenza; essa vuole costruire non solo nuovi rapporti umani, più gradevoli, ma anche una nuova società. Anche Papa Francesco lo dice nel titolo della 50° Giornata mondiale per la Pace: la non violenza è lo “stile di una politica per fare la pace”. Per dare l’esempio di questo nuovo stile, egli, nel chiedere agli Stati la “proibizione e abolizione delle armi nucleari (che minacciano il suicidio della intera umanità), per la prima volta non ha posto condizioni (quindi non ha più aggiunto la gradualità, o il consenso di tutte le superpotenze). Cioè, sin da ora: mai più armi nucleari! Con questo atto il Papa chiede di cambiare la politica dei Paesi cristiani, che purtroppo nel passato sono stati i primi a inventare le armi nucleari come obiettivo massimo della loro corsa ad armi sempre più catastrofiche. Con questo suo appello incondizionato egli prepara nel migliore dei modi le due conferenze mondiali ONU che quest’anno programmeranno il disarmo nucleare.

Rivoluzione dalla cultura indiana. Ma, si risponde, oggi c’è una continuità completa di armi che vanno dal coltello alla bomba nucleare; non esiste un gradino su cui arrestare la corsa agli armamenti; sempre verranno inventate nuove armi di ogni genere; col disarmo nucleare resterà sempre qualcuno che ha più armi degli altri. Come potremo reagire noi popolo? Qui c’è l’esempio di quell’omino indiano laico, di nome Gandhi; il quale davanti alle armi dell’impero coloniale britannico ha agito così efficacemente col suo popolo che è stato chiamato Mahatma, grande anima. Come racconta Lanza del Vasto: “Nella Storia, gli disse uno dei suoi interlocutori intorno al 1934, mai un popolo si è liberato dai suoi oppressori senza prendere le armi. Ebbene – Gandhi rispose con semplicità – noi scriveremo una nuova Storia. Dodici anni dopo era scritta e fatta.” Per la prima volta un popolo, quello indiano, ha ottenuto la indipendenza nazionale senza armi. E che popolo! Era il 10% della intera umanità di allora. E che oppressore! Era il massimo impero coloniale di tutti i tempi, che con le sue potentissime armi dominava quasi la metà della superficie terrestre. La parola chiave che ha ispirato le azioni di Gandhi è stata appunto “non violenza”. E’ la stessa parola che nel 1989 ha ispirato tutti i popoli che (a cominciare dalla cattolica Polonia col movimento Solidarnosc) si sono liberati da dittature che sembravano inamovibili, indifferenti anche ad una solenne scomunica. Papa Giovanni Paolo II lo ha subito notato, nel 1991: quelle liberazioni sono avvenute grazie “all’impegno non violento di uomini che hanno saputo ritrovare di volta in volta forme efficaci per rendere testimonianza alla verità.” Papa Francesco ha aggiunto: “Ne è nato un cambiamento epocale nella vita dei popoli, delle nazioni e degli Stati.” Oggi, per rispondere alla storia che mette davanti all’umanità la vita o la morte nucleare, la risposta spiritualmente realistica e concreta è una conversione storica: sviluppare una vita non violenta invece che preparare la morte nucleare. Ecco per quale ragione oggi riflettiamo su una parola nuova, che non appartiene alla cultura ebraica e nemmeno a quella greco romana, ma a quella indiana: non violenza.

2) Nuovo metodo da adottare. Ma che cosa ha di nuovo la non violenza gandhiana? Qui c’è un secondo punto cruciale. Essa non è una cosa, né un’idea assoluta, né solo un sentimento; né è una tecnica (come sostengono i laicisti occidentali); ma è l’indicazione di un nuovo metodo. Essa indica che è bene evitare la violenza perché questa è negativa, porta a conseguenze catastrofiche. Perciò: “Agisci come meglio credi, ma non fare violenza all’altro.” E’ da notare che se si agisce così, allora si applica anche il consiglio del Padreterno: “Non uccidere”; e non solo in tempo di pace e nei soli rapporti personali, ma sempre! Non si può uccidere e pensare di amare l’altro. Lanza del Vasto ha scritto che quel consiglio “è stato scolpito sulla pietra proprio affinché non ci si aggiungessero note al margine, limitazioni di comodo, eccezioni da sfruttare.” Inoltre è da notare che quando in un conflitto si vuole evitare la violenza, occorre porre la propria fiducia non più sulle armi, ma sull’altra persona, chiunque egli sia; cioè, occorre avere verso di lui un atteggiamento di condivisione, di empatia, di fraternità, di amore. Questo è proprio l’insegnamento di Cristo: “Amate [anche] i vostri nemici”. La non violenza finalmente dà il metodo per applicarlo.

3) Le Beatitudini. Ma allora, quando fossimo dentro un conflitto che cosa ci succederà? E quando scoppiasse una guerra? Le azioni non violente di Gandhi, di M.L.King, dei popoli che nel 1989 si sono liberati da pesantissime dittature hanno chiarito che sì, per riuscire ad amare con intelligenza il nemico c’è da sopportare un volume di sofferenza che alle volte è molto grande; ma, si noti, è la minima sofferenza che è necessaria per risolvere il conflitto; perché, quando è accettata dall’inizio, spezza la concatenazione delle violenze e ci aiuta a capire meglio l’altro. Ricordiamo che anche Gesù, come ebreo, aveva di fronte un gigantesco esercito, quello dell’impero romano; egli ci ha insegnato che colui che vuole seguirlo nel suo conflitto con il mondo deve seguire la via della croce e della resurrezione; e quindi andrà a unire sofferenze con liberazioni così come indicano le Beatitudini. Qui la non violenza ci fa scoprire un terzo punto cruciale: come noi intendiamo il nostro Cristianesimo. A molti cristiani del passato le Beatitudini sono sembrate un invito ad accettare passivamente, da stupidi, un malvagio che si sfoga con piacere sui poveri, sui deboli, sui miti. Invece esse indicano che la accettazione della sofferenza fa giungere gradualmente alla soluzione di un conflitto; cioè fa fare tanta attenzione alla crescita della propria vita interiore (anche se c’è da sopportare un proprio danno) da scoprire le proposte d’amore da indirizzare alla vita interiore dell’altro, tanto da portarlo ad un accordo; proprio come fa una madre verso un figlio intemerato e irriconoscente. Infatti se guardiamo bene le Beatitudini vediamo che le prime quattro sono per lo più di tipo sopportativo ed esplorativo, perché spesso capita che non ci è chiaro da subito come reagire al male con la nostra vita interiore; poi le altre quattro sono per lo più di tipo attivo, a partire dall’avere misericordia verso la persona schiacciata dalla società, fino ad impegnarsi a fare la pace nei conflitti degli altri e infine lottare per la giustizia per tutti, anche al costo di suscitare reazioni negative. Pure ciò che promette Gesù ha un crescendo: prima promette che alla lunga il cristiano verrà liberato dalle sofferenze sopportate; poi promette di dargli occhi per vedere Dio (anche in uno sconosciuto) e infine di farsi chiamare dall’altro figlio di Dio nel realizzare con un accordo cooperativo il regno dei Cieli. Avendo coscienza di questo cammino, la sofferenza necessaria per sciogliere un conflitto può essere accettata con gioia e con pienezza d’animo, specie dopo aver fatto la comunione con proprio il corpo e il sangue di Gesù, cioè di colui che ha risolto con questo metodo non violento i peccati-conflitti del mondo.

E’ con gioia allora che noi cristiani cattolici accogliamo il metodo non violento, di cui in Italia ha dato un luminoso esempio il vescovo don Tonino Bello, già presidente di Pax Christi. Quel metodo ci riporta alla caratteristica del nostro cristianesimo, l’amore per i nemici. Inoltre questo metodo, come ha detto papa Francesco il 13 dicembre scorso, può essere partecipato dai credenti di tutte le religioni e anche dai non credenti. Infine esso porta ad un nuovo stile politico, quello che affronta i problemi del mondo non con le armi, ma con azioni non violente compiute da movimenti dal basso (che, grazie a Dio, oggi nel mondo sono tanti, come dimostrano le assemblee dei movimenti per la giustizia promossi da Papa Francesco).

 

UNITÀ NELLA DIVERSITÀ

LA VERITÀ DIVINA SI RIVELA PROGRESSIVAMENTE. LA PLURALITÀ DELLE LINGUE NON È UNA PUNIZIONE MA UNA BENEDIZIONE: IL PENSIERO UNICO È QUELLO DEL POTERE
di don Giorgio De Capitani*

La Bibbia spiega se stessa. C’è un principio basilare per studiare la Bibbia: “la Bibbia si spiega con la Bibbia” o, è la stessa cosa, “la Bibbia spiega se stessa”. La chiave per comprendere una parte della Bibbia è offerta dalla Bibbia intera. Se troviamo un versetto difficile, la spiegazione si troverà guardando in qualche altra parte della Scrittura. C’è di più: gli eventi del passato, anche i miti (pensate al peccato originale, al diluvio universale, alla torre di Babele, ecc.), lungo la storia ebraica vengono in continuazione ripresi e interpretati alla luce dei successivi eventi, insieme alla verità divina che si rivela progressivamente, di esperienza in esperienza umana. In altre parole: Dio non ha detto tutto di se stesso, subito, fin dall’inizio, ma si rivela progressivamente: neppure Gesù Cristo si è rivelato del tutto, ma (l’ha detto lui) ha lasciato allo Spirito santo di svelare man mano per intera la verità divina. E questo avverrà fino alla fine del mondo. Quindi attenzione: nessuno, neppure la Chiesa cattolica, dovrà imprigionare nei dogmi la Verità. D’altronde, se la Verità è infinita, come possiamo dire di conoscerla già tutta?

Il vero culto e l’universo rinnovato. Ho fatto questa doverosa premessa per comprendere meglio il primo brano della Messa, che è la parte conclusiva del terzo libro di Isaia, i capitoli dal 56 al 66, scritto da un anonimo profeta vissuto durante la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme (dal 520 a.C. in avanti). Il capitolo 66 inizia con un ammonimento nel più puro spirito profetico: non basta ricostruire il tempio e riprendere le celebrazioni rituali dei sacrifici e delle offerte; è necessario convertirsi radicalmente e impegnarsi nella lotta contro l’idolatria e l’ingiustizia. Solo così si entra a far parte della nuova comunità. E la nuova comunità sarà l’Umanità rinnovata, dove ci sarà la confluenza di tutti gli esseri umani, in una conversione cosmica, senza più distinzioni di sesso, di razza, di religione.

La Torre di Babele e l’unificazione cosmica. Ed è qui che indirettamente viene richiamato il mito della Torre di Babele. Il brano di oggi inizia proprio così: «Così dice il Signore Dio: “Io verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria…”». Il Signore convoca in Sion, simbolo della città ideale di Dio, tutte le nazioni attraverso un segno: ecco confluire verso Gerusalemme un’immensa carovana proveniente dai paesi più lontani allora conosciuti. Con loro marciano in posizione d’onore i figli di Israele, ma la sorpresa è che il Signore sceglierà anche tra i paesi pagani sacerdoti e leviti, con un gesto universale di straordinaria larghezza. Ecco il “segno” della nuova era. Che c’entra la Torre di Babele? Il racconto voleva simboleggiare il delirio di onnipotenza umana nel tentativo di sfidare Dio. Un racconto da non prendere alla lettera, ma come un mito, del resto presente presso tutte le religioni. Da sempre l’uomo ha voluto lanciare una sfida a Dio. Basterebbe già pensare ai nostri progenitori.

Uniformità come dominio. Ora vorrei chiarire come Dio ha reagito nel caso della Torre di Babele. Ci hanno sempre detto che il Signore ha annullato il folle tentativo introducendo lingue diverse, così da confondere gli uomini. Il racconto (capitolo 11 della Genesi) inizia così: «Tutta la terra aveva un’unica lingua e uniche parole». Sembrerebbe che prima della sfida a Dio con la Torre di Babele esistesse un unico linguaggio. Ma non è così. Basterebbe leggere i capitoli precedenti. E allora come interpretare la punizione divina? La divisione o la pluralità delle lingue non va vista come una punizione, ma al contrario come una benedizione di Dio. Con il racconto della Torre di Babele, l’autore sacro intendeva dirci una cosa, ovvero che il Signore ha punito il tentativo umano di imporre una uniformità come dominio. Allora la frase: «Tutta la terra aveva un’unica lingua e uniche parole» rivela la condizione di una umanità degenerata. “In realtà – osserva Enzo Bianchi – se c’è una parola unica, questa è la parola del più forte, del più potente, di colui che detiene il potere”.

Logica dell’onnipotenza. Capite allora dove sta la forza del potere che vuole dominare tutto! Sta nel suo disegno che vuole essere unico, nella lingua che vuole essere unica. Anche oggi si parla di un disegno unico, di un pensiero unico che si vorrebbe imporre a tutti. Quel tentativo degli antichi di sfidare Dio con il linguaggio unico, imponendo un unico disegno sul mondo, è sempre attuale. Il problema, dunque, non è quello di capirci perché parliamo lingue diverse, il problema è quando parliamo lo stesso linguaggio, secondo un unico disegno, che è quello di un potere che vuole dominare il mondo. Commenta don Angelo Casati: «Voler essere grandi, farsi un nome, svuotare il cielo, è l’anima del progetto. La logica che soggiace è la logica dell’onnipotenza, è la pretesa dell’immortalità. La logica non è “custodire il giardino”, il giardino dell’umanità, ma farsi un nome, avere successo, dominare sugli altri. La torre del controllo: tutto sotto controllo! Sembra di leggere qui l’origine di ogni razzismo, di ogni totalitarismo, di ogni soffocamento della diversità… Il Signore disse: “Ecco, essi sono un unico popolo e hanno tutti un’unica lingua; questo è l’inizio della loro opera, e quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”… Un solo popolo, una sola lingua, un’unità che soffoca le diversità, un’unità che uccide l’immaginazione – il modello è unico, va globalizzato! – un’unità che è la propria lingua imposta a tutti: la lingua della propria religione, della propria cultura, della propria razza… E si dice: abbiamo fatto l’unità. Come quando in una casa parla uno solo. Dio smaschera questa unità, l’unità dell’unica lingua… L’ideale non è dunque un unico centro di potere religioso, politico, sociale, culturale, ma stare dentro la lingua mobile degli altri.

La dispersione! Dio non vuole essere rinchiuso in una sola lingua, potremmo dire anche in una religione, se una religione tende a imprigionare Dio… Quando un uomo, una donna, un popolo diventa benedizione? Quando costruisce la torre, o quando discende? Al mito della scalata del cielo la Bibbia risponde con un Dio che scende e cammina: “sono stato con te dovunque sei andato” (2 Sam. 7,9). Risponde con la storia di Gesù, il Figlio di Dio, sceso nella carne dell’uomo. Davvero una benedizione». Alla luce del mito fortemente didattico e simbolico della Torre di Babele, possiamo comprendere come intendere l’unificazione da parte di Dio di tutte le popolazioni mondiali, nell’armonia delle loro identità culturali, razziali, religiose e politiche.

* omelia del 5 febbraio 2017: quinta dopo l’Epifania (Is 66,18b-22; Rm 4,13-17; Gv 4,46-54). Fonte: http://www.dongiorgio.it/05/02/2017/omelie-2017-di-don-giorgio-quinta-dopo-lepifania/

gennaio 12, 2017

LE ACQUE DELLA VITA

BENE COMUNE UNIVERSALE, OLTRE ALL’ASPETTO PURIFICATORIO, EVOCANO L’AZIONE CREATRICE E VIVIFICANTE DI DIO. L’ACQUA VIVA CHE DÀ GESÙ È LO SPIRITO SANTO

di don Giorgio De Capitani*

Alle sorgenti della vita. Di proposito, non vorrei neppure sfiorare il tema del battesimo penitenziale di Giovanni il Precursore, a cui anche Gesù si sarebbe volontariamente sottoposto, nonostante le iniziali perplessità e riluttanze dello stesso Battista. E nemmeno vorrei parlare del battesimo rituale/sacramentale della Chiesa cattolica. Anche qui, perché non cercare invece un senso più profondo del gesto anche provocatorio di Gesù di sottoporsi al battesimo penitenziale del cugino Giovanni? Diciamo subito che Gesù non era andato al fiume Giordano per chiedere perdono dei suoi peccati: era il Figlio di Dio, concepito senza peccato da una vergine senza peccato, dunque che peccato poteva avere? Ma se il fiume Giordano, con le sue acque e i suoi luoghi solitari, poteva essere il posto ideale per riflettere sui propri peccati, chiedere perdono e fare penitenza, aveva anche un altro richiamo, proprio per le sue acque. Le acque, infatti, non rappresentano solo l’aspetto purificatorio (l’acqua, proprio perché serve anche per lavarsi, è diventata presso ogni religione un rito di purificazione dell’anima), ma le acque richiamano anzitutto le sorgenti della vita, dopo che, come dice il primo versetto della Genesi, lo spirito o soffio di Dio come un uccello dalle grandi ali si era posato sulle acque primitive, agitandole in vista dell’azione creatrice e vivificante di Dio. Più che un uccello, l’immagine potrebbe richiamare la chioccia che sta covando l’armonia cosmica. Certo, sono immagini, attinte dall’autore sacro ai miti anche rozzi dei popoli antichi. Ma c’è un chiaro messaggio da cogliere al di là del mito: le acque sono all’origine della vita del creato.

Bene comune universale. Non vogliamo invadere le competenze della scienza, ma nessuno può negare che l’acqua sia l’elemento chimico e biologico più importante della nostra vita e del mondo intero. Non dimentichiamo che il nostro corpo è fatto del 60 per cento di acqua. Ancora oggi lottiamo, magari con idee parecchio confuse, per salvare l’acqua dal mercato, essendo un bene comune universale, a cui tutti gli abitanti del mondo hanno diritto, almeno per quel minimo che serve per poter vivere. Del resto, la descrizione del bene e del male sembra particolarmente legata alle acque: alla loro fertilità oppure alla loro distruzione. Pensate al giardino terrestre: nella Genesi viene descritto come irrigato dai fiumi, di cui due li conosciamo: il Tigri e l’Eufrate. E pensate, dal lato negativo, agli abissi marini dove nel mondo antico e anche in quello ebraico abitavano forze misteriose e terribili creature. Pensate anche a ciò che ha procurato il diluvio universale (per le zone allora abitate), con la distruzione degli esseri umani e degli animali, salvando solo Noè, la sua famiglia e gli animali che si trovavano sull’arca. Pensate al duplice aspetto, negativo e positivo, della miracolosa attraversata del Mar Rosso: con la distruzione dell’esercito egiziano e con la salvezza del popolo ebreo.

Gesù e l’acqua. Gesù non poteva non conoscere il valore dell’acqua, nei suoi aspetti di purificazione, ma soprattutto nei suoi aspetti rigenerativi. Ed è per questo che, quando è sceso al fiume Giordano, ha voluto compiere un gesto che è sfuggito ai più, soffermandosi sull’aspetto rituale/penitenziale, tra l’altro solo apparente, visto che, come abbiamo già detto, Cristo era senza peccato. Il gesto riguardava qualcosa di veramente radicale: Gesù ha voluto dirci una cosa essenziale, ovvero di tornare alle sorgenti della vita. Qui dovrei aprire una lunga parentesi, ma mi limito ad alcuni accenni. Il quarto evangelista tratta, più degli altri tre, il tema dell’acqua, e lo fa con l’occhio teologico o meglio mistico, avendo anche alle spalle una comunità cristiana che si distingueva per la sua maturità profetica, a differenza della chiesa di Pietro, più gerarchica e già strutturale. Ecco allora l’episodio delle nozze di Cana: l’acqua rituale è mutata in un vino speciale. Ecco l’incontro di Gesù con la donna samaritana: l’acqua che disseta per la vita eterna è simbolo della grazia divina. Ecco il dialogo notturno di Gesù con Nicodemo: si parla di una nuova nascita, “da acqua e Spirito”, una rinascita come un ritorno al grembo materno, nel cui liquido amniotico ogni essere umano vive la sua formazione iniziale. Ed ecco l’episodio del cieco nato, che viene inviato per lavarsi alla piscina di Siloe (era stata costruita dal re Ezechia come luogo di raccolta dell’acqua che egli aveva incanalato dalla sorgente di Ghihon, per assicurare il rifornimento idrico alla città in caso di assedio). C’è di più. Durante la festa delle Capanne (o dei Tabernacoli), il popolo con i sacerdoti si recava in processione alla piscina per attingere con una brocca d’oro l’acqua che veniva poi versata sull’altare. Durante la processione da Siloe a Ghihon il popolo cantava un versetto di Isaia (12,3): «Attingerete acqua con gioia alle fonti della salvezza». È in questo contesto che Gesù prese lo spunto per pronunciare il suo discorso sull’«acqua viva». Commenta l’evangelista Giovanni (7,37-39): «Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù, ritto in piedi, gridò: ”Se qualcuno ha sete, venga a me; e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: Dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva. Quegli egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non vi era ancora lo Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato».

L’acqua e lo Spirito santo. Dunque, l’acqua viva è lo Spirito santo. Ora ci è più facile capire anche il senso del cosiddetto battesimo di Gesù, che in realtà è stato l’aver restituito all’acqua il suo stretto collegamento con lo Spirito divino. Se Giovanni Battista battezzava solo con l’acqua, il Messia avrebbe battezzato nello Spirito santo. Come scrivono gli evangelisti, proprio al Giordano, su Gesù scenderà lo Spirito santo sotto forma di colomba, un’immagine che richiama l’acqua primitiva, quando lo spirito di Dio “aleggiava sulle acque”. Non posso chiudere queste riflessioni senza dire l’importanza dell’acqua presso le spiritualità orientali: pensate al legame particolare degli induisti con le sorgenti del Gange. C’è un libretto bellissimo, “Alle sorgenti del Gange – Pellegrinaggio spirituale”, scritto da Henri Le Saux. L’autore scrive che l’uomo è chiamato a salire verso le vette, là dove pensa ci sia la dimora di Dio. «Irresistibilmente egli sale, quasi per ritornare alla sua “fonte”, lassù, da dove provengono tutte le acque: quelle che si diffondono su tutta la terra per fecondarla e quelle a cui misticamente possono ristorarsi le anime».

*Omelia dell’8 gennaio 2017: battesimo del Signore (Is 55, 4-7; Ef 2,13-22; Lc 3,15-16.21-22). Fonte: http://www.dongiorgio.it/08/01/2017/omelie-2017-di-don-giorgio-battesimo-del-signore/

dicembre 31, 2016

APPOGGIO AL MESSAGGIO DEL PAPA

IL MOVIMENTO INTERNAZIONALE WE ARE CHURCH APPOGGIA IL MESSAGGIO DI PAPA FRANCESCO PER LA GIORNATA MONDIALE DELLA PACE E CHIEDE CHE ESSO VENGA MESSO IN PRATICA ALL’INTERNO DELLA CHIESA

 

Dignità e ruolo per ciascuno. Nel suo messaggio per il cinquantesimo anniversario della Giornata mondiale della Pace “La nonviolenza: stile di una politica per la pace” papa Francesco ha proposto il perseguimento della pace mediante la nonviolenza attiva. Egli ha indicato le molte situazioni nel mondo coinvolte in varie forme di violenza e ha chiesto ad ogni popolo di impegnarsi a riconoscere in ogni altro popolo una dignità simile alla propria. Il movimento internazionale We Are Church appoggia questo importante messaggio ed impegna sé stesso e i propri membri nel mondo a praticare la nonviolenza in ogni manifestazione della vita collettiva e nella migliore gestione di ogni problema dell’umanità. Noi condividiamo il fatto che il papa, esprimendo le sue riflessioni critiche, abbia riconosciuto il ruolo di ogni popolo, di qualsiasi fede e di qualsiasi modo di vivere.

Cambiamento storico. Vogliamo sottolineare che il messaggio per la Giornata Mondiale della Pace contiene un cambiamento di portata storica nei confronti di gran parte del precedente magistero della Chiesa. Papa Francesco è sulla stessa lunghezza d’onda dell’ “Appello alla Chiesa Cattolica perché ritorni alla centralità della nonviolenza contenuta nel Vangelo” lanciato dalla Conferenza di Roma (11-13 aprile 2016) che fu “un’assemblea del Popolo di Dio, composta da laici, teologi, membri di congregazioni religiose, preti e vescovi provenienti dall’Africa, dalle Americhe, dall’Asia, dall’Europa, dal Medioriente e dall’Oceania”.

Applicare le beatitudini. Il movimento internazionale We Are Church ha apprezzato specialmente quella parte del messaggio di papa Francesco che dice “Questo è anche un programma e una sfida per i leader politici e religiosi, per i responsabili delle istituzioni internazionali e i dirigenti delle imprese e dei media di tutto il mondo: applicare le Beatitudini nel modo in cui esercitano le proprie responsabilità. Una sfida a costruire la società, la comunità o l’impresa di cui sono responsabili con lo stile degli operatori di pace; a dare prova di misericordia rifiutando di scartare le persone, danneggiare l’ambiente e voler vincere ad ogni costo. Questo richiede la disponibilità di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo…. La nonviolenza attiva è un modo per mostrare che davvero l’unità è più potente e più feconda del conflitto…Certo, può accadere che le differenze generino attriti: affrontiamoli in maniera costruttiva e nonviolenta, così che le tensioni e gli opposti [possano] raggiungere una pluriforme unità che genera nuova vita, conservando le preziose potenzialità delle polarità in contrasto”.

Dissenso sotto il tappeto. “Noi chiediamo a papa Francesco e agli altri leader della Chiesa che il governo della nostra Chiesa sia coerente con quanto scritto nel messaggio” ha detto Sigrid Grabmeier, Presidente di We Are Church International. “Troppo spesso il Popolo di Dio è stato messo da parte o trattato con sufficienza. Il dissenso è stato nascosto sotto il tappeto o visto come pericoloso anche quando era espressione della nostra profonda fede. Noi ci sforziamo di trovare le occasioni per un vero dialogo e di proporre soluzioni creative ai problemi, come metodo per un clima pacificato all’interno della nostra chiesa”.

Nonviolenza attiva. Il movimento internazionale We Are Church ha invitato i suoi membri e i suoi gruppi a partecipare alla Giornata Mondiale della Pace con la preghiera, con lo studio su come agire secondo i principi della nonviolenza attiva e con l’impegno a seguire quanto detto da papa Francesco.

Roma, 29 dicembre 2016 WE ARE CHURCH International

LA NONVIOLENZA: STILE DI UNA POLITICA PER LA PACE

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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA CELEBRAZIONE DELLA 50ª GIORNATA MONDIALE DELLA PACE: 1° GENNAIO 2017

fonte: http://w2.vatican.va/content/francesco/it/messages/peace/documents/papa-francesco_20161208_messaggio-l-giornata-mondiale-pace-2017.html1.

1. All’inizio di questo nuovo anno porgo i miei sinceri auguri di pace ai popoli e alle nazioni del mondo, ai Capi di Stato e di Governo, nonché ai responsabili delle comunità religiose e delle varie espressioni della società civile. Auguro pace ad ogni uomo, donna, bambino e bambina e prego affinché l’immagine e la somiglianza di Dio in ogni persona ci consentano di riconoscerci a vicenda come doni sacri dotati di una dignità immensa. Soprattutto nelle situazioni di conflitto, rispettiamo questa «dignità più profonda»[1] e facciamo della nonviolenza attiva il nostro stile di vita.

Questo è il Messaggio per la 50ª Giornata Mondiale della Pace. Nel primo, il beato Papa Paolo VI si rivolse a tutti i popoli, non solo ai cattolici, con parole inequivocabili: «E’ finalmente emerso chiarissimo che la pace è l’unica e vera linea dell’umano progresso (non le tensioni di ambiziosi nazionalismi, non le conquiste violente, non le repressioni apportatrici di falso ordine civile)». Metteva in guardia dal «pericolo di credere che le controversie internazionali non siano risolvibili per le vie della ragione, cioè delle trattative fondate sul diritto, la giustizia, l’equità, ma solo per quelle delle forze deterrenti e micidiali». Al contrario, citando la Pacem in terris del suo predecessore san Giovanni XXIII, esaltava «il senso e l’amore della pace fondata sulla verità, sulla giustizia, sulla libertà, sull’amore».[2] Colpisce l’attualità di queste parole, che oggi non sono meno importanti e pressanti di cinquant’anni fa.

In questa occasione desidero soffermarmi sulla nonviolenza come stile di una politica di pace e chiedo a Dio di aiutare tutti noi ad attingere alla nonviolenza nelle profondità dei nostri sentimenti e valori personali. Che siano la carità e la nonviolenza a guidare il modo in cui ci trattiamo gli uni gli altri nei rapporti interpersonali, in quelli sociali e in quelli internazionali. Quando sanno resistere alla tentazione della vendetta, le vittime della violenza possono essere i protagonisti più credibili di processi nonviolenti di costruzione della pace. Dal livello locale e quotidiano fino a quello dell’ordine mondiale, possa la nonviolenza diventare lo stile caratteristico delle nostre decisioni, delle nostre relazioni, delle nostre azioni, della politica in tutte le sue forme.

Un mondo frantumato

2. Il secolo scorso è stato devastato da due guerre mondiali micidiali, ha conosciuto la minaccia della guerra nucleare e un gran numero di altri conflitti, mentre oggi purtroppo siamo alle prese con una terribile guerra mondiale a pezzi. Non è facile sapere se il mondo attualmente sia più o meno violento di quanto lo fosse ieri, né se i moderni mezzi di comunicazione e la mobilità che caratterizza la nostra epoca ci rendano più consapevoli della violenza o più assuefatti ad essa.

In ogni caso, questa violenza che si esercita “a pezzi”, in modi e a livelli diversi, provoca enormi sofferenze di cui siamo ben consapevoli: guerre in diversi Paesi e continenti; terrorismo, criminalità e attacchi armati imprevedibili; gli abusi subiti dai migranti e dalle vittime della tratta; la devastazione dell’ambiente. A che scopo? La violenza permette di raggiungere obiettivi di valore duraturo? Tutto quello che ottiene non è forse di scatenare rappresaglie e spirali di conflitti letali che recano benefici solo a pochi “signori della guerra”?

La violenza non è la cura per il nostro mondo frantumato. Rispondere alla violenza con la violenza conduce, nella migliore delle ipotesi, a migrazioni forzate e a immani sofferenze, poiché grandi quantità di risorse sono destinate a scopi militari e sottratte alle esigenze quotidiane dei giovani, delle famiglie in difficoltà, degli anziani, dei malati, della grande maggioranza degli abitanti del mondo. Nel peggiore dei casi, può portare alla morte, fisica e spirituale, di molti, se non addirittura di tutti.

La Buona Notizia

3. Anche Gesù visse in tempi di violenza. Egli insegnò che il vero campo di battaglia, in cui si affrontano la violenza e la pace, è il cuore umano: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive» (Mc 7,21). Ma il messaggio di Cristo, di fronte a questa realtà, offre la risposta radicalmente positiva: Egli predicò instancabilmente l’amore incondizionato di Dio che accoglie e perdona e insegnò ai suoi discepoli ad amare i nemici (cfr Mt 5,44) e a porgere l’altra guancia (cfr Mt 5,39). Quando impedì a coloro che accusavano l’adultera di lapidarla (cfr Gv 8,1-11) e quando, la notte prima di morire, disse a Pietro di rimettere la spada nel fodero (cfr Mt 26,52), Gesù tracciò la via della nonviolenza, che ha percorso fino alla fine, fino alla croce, mediante la quale ha realizzato la pace e distrutto l’inimicizia (cfr Ef 2,14-16). Perciò, chi accoglie la Buona Notizia di Gesù, sa riconoscere la violenza che porta in sé e si lascia guarire dalla misericordia di Dio, diventando così a sua volta strumento di riconciliazione, secondo l’esortazione di san Francesco d’Assisi: «La pace che annunziate con la bocca, abbiatela ancor più copiosa nei vostri cuori».[3]

Essere veri discepoli di Gesù oggi significa aderire anche alla sua proposta di nonviolenza. Essa – come ha affermato il mio predecessore Benedetto XVI – «è realistica, perché tiene conto che nel mondo c’è troppa violenza, troppa ingiustizia, e dunque non si può superare questa situazione se non contrapponendo un di più di amore, un di più di bontà. Questo “di più” viene da Dio».[4] Ed egli aggiungeva con grande forza: «La nonviolenza per i cristiani non è un mero comportamento tattico, bensì un modo di essere della persona, l’atteggiamento di chi è così convinto dell’amore di Dio e della sua potenza, che non ha paura di affrontare il male con le sole armi dell’amore e della verità. L’amore del nemico costituisce il nucleo della “rivoluzione cristiana”».[5] Giustamente il vangelo dell’amate i vostri nemici (cfr Lc 6,27) viene considerato «la magna charta della nonviolenza cristiana»: esso non consiste «nell’arrendersi al male […] ma nel rispondere al male con il bene (cfr Rm 12,17-21), spezzando in tal modo la catena dell’ingiustizia».[6]

Più potente della violenza

4. La nonviolenza è talvolta intesa nel senso di resa, disimpegno e passività, ma in realtà non è così. Quando Madre Teresa ricevette il premio Nobel per la Pace nel 1979, dichiarò chiaramente il suo messaggio di nonviolenza attiva: «Nella nostra famiglia non abbiamo bisogno di bombe e di armi, di distruggere per portare pace, ma solo di stare insieme, di amarci gli uni gli altri […] E potremo superare tutto il male che c’è nel mondo».[7] Perché la forza delle armi è ingannevole. «Mentre i trafficanti di armi fanno il loro lavoro, ci sono i poveri operatori di pace che soltanto per aiutare una persona, un’altra, un’altra, un’altra, danno la vita»; per questi operatori di pace, Madre Teresa è «un simbolo, un’icona dei nostri tempi».[8] Nello scorso mese di settembre ho avuto la grande gioia di proclamarla Santa. Ho elogiato la sua disponibilità verso tutti attraverso «l’accoglienza e la difesa della vita umana, quella non nata e quella abbandonata e scartata. […] Si è chinata sulle persone sfinite, lasciate morire ai margini delle strade, riconoscendo la dignità che Dio aveva loro dato; ha fatto sentire la sua voce ai potenti della terra, perché riconoscessero le loro colpe dinanzi ai crimini – dinanzi ai crimini! – della povertà creata da loro stessi».[9] In risposta, la sua missione – e in questo rappresenta migliaia, anzi milioni di persone – è andare incontro alle vittime con generosità e dedizione, toccando e fasciando ogni corpo ferito, guarendo ogni vita spezzata.

La nonviolenza praticata con decisione e coerenza ha prodotto risultati impressionanti. I successi ottenuti dal Mahatma Gandhi e Khan Abdul Ghaffar Khan nella liberazione dell’India, e da Martin Luther King Jr contro la discriminazione razziale non saranno mai dimenticati. Le donne, in particolare, sono spesso leader di nonviolenza, come, ad esempio, Leymah Gbowee e migliaia di donne liberiane, che hanno organizzato incontri di preghiera e protesta nonviolenta (pray-ins) ottenendo negoziati di alto livello per la conclusione della seconda guerra civile in Liberia.

Né possiamo dimenticare il decennio epocale conclusosi con la caduta dei regimi comunisti in Europa. Le comunità cristiane hanno dato il loro contributo con la preghiera insistente e l’azione coraggiosa. Speciale influenza hanno esercitato il ministero e il magistero di san Giovanni Paolo II. Riflettendo sugli avvenimenti del 1989 nell’Enciclica Centesimus annus (1991), il mio predecessore evidenziava che un cambiamento epocale nella vita dei popoli, delle nazioni e degli Stati si realizza «mediante una lotta pacifica, che fa uso delle sole armi della verità e della giustizia».[10] Questo percorso di transizione politica verso la pace è stato reso possibile in parte «dall’impegno non violento di uomini che, mentre si sono sempre rifiutati di cedere al potere della forza, hanno saputo trovare di volta in volta forme efficaci per rendere testimonianza alla verità». E concludeva: «Che gli uomini imparino a lottare per la giustizia senza violenza, rinunciando alla lotta di classe nelle controversie interne ed alla guerra in quelle internazionali».[11]

La Chiesa si è impegnata per l’attuazione di strategie nonviolente di promozione della pace in molti Paesi, sollecitando persino gli attori più violenti in sforzi per costruire una pace giusta e duratura.

Questo impegno a favore delle vittime dell’ingiustizia e della violenza non è un patrimonio esclusivo della Chiesa Cattolica, ma è proprio di molte tradizioni religiose, per le quali «la compassione e la nonviolenza sono essenziali e indicano la via della vita».[12] Lo ribadisco con forza: «Nessuna religione è terrorista».[13] La violenza è una profanazione del nome di Dio.[14] Non stanchiamoci mai di ripeterlo: «Mai il nome di Dio può giustificare la violenza. Solo la pace è santa. Solo la pace è santa, non la guerra!».[15]

La radice domestica di una politica nonviolenta

5. Se l’origine da cui scaturisce la violenza è il cuore degli uomini, allora è fondamentale percorrere il sentiero della nonviolenza in primo luogo all’interno della famiglia. È una componente di quella gioia dell’amore che ho presentato nello scorso marzo nell’Esortazione apostolica Amoris laetitia, a conclusione di due anni di riflessione da parte della Chiesa sul matrimonio e la famiglia. La famiglia è l’indispensabile crogiolo attraverso il quale coniugi, genitori e figli, fratelli e sorelle imparano a comunicare e a prendersi cura gli uni degli altri in modo disinteressato, e dove gli attriti o addirittura i conflitti devono essere superati non con la forza, ma con il dialogo, il rispetto, la ricerca del bene dell’altro, la misericordia e il perdono.[16] Dall’interno della famiglia la gioia dell’amore si propaga nel mondo e si irradia in tutta la società.[17] D’altronde, un’etica di fraternità e di coesistenza pacifica tra le persone e tra i popoli non può basarsi sulla logica della paura, della violenza e della chiusura, ma sulla responsabilità, sul rispetto e sul dialogo sincero. In questo senso, rivolgo un appello in favore del disarmo, nonché della proibizione e dell’abolizione delle armi nucleari: la deterrenza nucleare e la minaccia della distruzione reciproca assicurata non possono fondare questo tipo di etica.[18] Con uguale urgenza supplico che si arrestino la violenza domestica e gli abusi su donne e bambini.

Il Giubileo della Misericordia, conclusosi nel novembre scorso, è stato un invito a guardare nelle profondità del nostro cuore e a lasciarvi entrare la misericordia di Dio. L’anno giubilare ci ha fatto prendere coscienza di quanto numerosi e diversi siano le persone e i gruppi sociali che vengono trattati con indifferenza, sono vittime di ingiustizia e subiscono violenza. Essi fanno parte della nostra “famiglia”, sono nostri fratelli e sorelle. Per questo le politiche di nonviolenza devono cominciare tra le mura di casa per poi diffondersi all’intera famiglia umana. «L’esempio di santa Teresa di Gesù Bambino ci invita alla pratica della piccola via dell’amore, a non perdere l’opportunità di una parola gentile, di un sorriso, di qualsiasi piccolo gesto che semini pace e amicizia. Una ecologia integrale è fatta anche di semplici gesti quotidiani nei quali spezziamo la logica della violenza, dello sfruttamento, dell’egoismo».[19]

Il mio invito

6. La costruzione della pace mediante la nonviolenza attiva è elemento necessario e coerente con i continui sforzi della Chiesa per limitare l’uso della forza attraverso le norme morali, mediante la sua partecipazione ai lavori delle istituzioni internazionali e grazie al contributo competente di tanti cristiani all’elaborazione della legislazione a tutti i livelli. Gesù stesso ci offre un “manuale” di questa strategia di costruzione della pace nel cosiddetto Discorso della montagna. Le otto Beatitudini (cfr Mt 5,3-10) tracciano il profilo della persona che possiamo definire beata, buona e autentica. Beati i miti – dice Gesù –, i misericordiosi, gli operatori di pace, i puri di cuore, coloro che hanno fame e sete di giustizia.

Questo è anche un programma e una sfida per i leader politici e religiosi, per i responsabili delle istituzioni internazionali e i dirigenti delle imprese e dei media di tutto il mondo: applicare le Beatitudini nel modo in cui esercitano le proprie responsabilità. Una sfida a costruire la società, la comunità o l’impresa di cui sono responsabili con lo stile degli operatori di pace; a dare prova di misericordia rifiutando di scartare le persone, danneggiare l’ambiente e voler vincere ad ogni costo. Questo richiede la disponibilità «di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo».[20] Operare in questo modo significa scegliere la solidarietà come stile per fare la storia e costruire l’amicizia sociale. La nonviolenza attiva è un modo per mostrare che davvero l’unità è più potente e più feconda del conflitto. Tutto nel mondo è intimamente connesso.[21] Certo, può accadere che le differenze generino attriti: affrontiamoli in maniera costruttiva e nonviolenta, così che «le tensioni e gli opposti [possano] raggiungere una pluriforme unità che genera nuova vita», conservando «le preziose potenzialità delle polarità in contrasto».[22]

Assicuro che la Chiesa Cattolica accompagnerà ogni tentativo di costruzione della pace anche attraverso la nonviolenza attiva e creativa. Il 1° gennaio 2017 vede la luce il nuovo Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, che aiuterà la Chiesa a promuovere in modo sempre più efficace «i beni incommensurabili della giustizia, della pace e della salvaguardia del creato» e della sollecitudine verso i migranti, «i bisognosi, gli ammalati e gli esclusi, gli emarginati e le vittime dei conflitti armati e delle catastrofi naturali, i carcerati, i disoccupati e le vittime di qualunque forma di schiavitù e di tortura».[23] Ogni azione in questa direzione, per quanto modesta, contribuisce a costruire un mondo libero dalla violenza, primo passo verso la giustizia e la pace.

In conclusione

7. Come da tradizione, firmo questo Messaggio l’8 dicembre, festa dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria. Maria è la Regina della Pace. Alla nascita di suo Figlio, gli angeli glorificavano Dio e auguravano pace in terra agli uomini e donne di buona volontà (cfr Lc 2,14). Chiediamo alla Vergine di farci da guida.

«Tutti desideriamo la pace; tante persone la costruiscono ogni giorno con piccoli gesti e molti soffrono e sopportano pazientemente la fatica di tanti tentativi per costruirla».[24] Nel 2017, impegniamoci, con la preghiera e con l’azione, a diventare persone che hanno bandito dal loro cuore, dalle loro parole e dai loro gesti la violenza, e a costruire comunità nonviolente, che si prendono cura della casa comune. «Niente è impossibile se ci rivolgiamo a Dio nella preghiera. Tutti possono essere artigiani di pace».[25]

Dal Vaticano, 8 dicembre 2016

Francesco

[1] Esort. ap. Evangelii gaudium, 228.

[2] Messaggio per la celebrazione della 1a Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 1968.

[3] «Leggenda dei tre compagni»: Fonti Francescane, n. 1469.

[4] Angelus, 18 febbraio 2007.

[5] Ibid.

[6] Ibid.

[7] Madre Teresa, Discorso per il Premio Nobel, 11 dicembre 1979.

[8] Meditazione “La strada della pace”, Cappella della Domus Sanctae Marthae, 19 novembre 2015.

[9] Omelia per la canonizzazione della Beata Madre Teresa di Calcutta, 4 settembre 2016.

[10] N. 23.

[11] Ibid.

[12] Discorso nell’Udienza interreligiosa, 3 novembre 2016.

[13] Discorso al 3° Incontro mondiale dei movimenti popolari, 5 novembre 2016.

[14] Cfr Discorso nell’Incontro con lo Sceicco dei Musulmani del Caucaso e con Rappresentanti delle altre Comunità religiose, Baku, 2 ottobre 2016.

[15] Discorso, Assisi, 20 settembre 2016.

[16] Cfr Esort. ap. postsin. Amoris laetitia, 90-130.

[17] Cfr ibid., 133.194.234.

[18] Cfr Messaggio in occasione della Conferenza sull’impatto umanitario delle armi nucleari, 7 dicembre 2014.

[19] Enc. Laudato si’, 230.

[20] Esort. ap. Evangelii gaudium, 227.

[21] Cfr Enc. Laudato si‘, 16.117.138.

[22] Esort. ap. Evangelii gaudium, 228.

[23] Lettera apostolica in forma di “Motu proprio” con la quale si istituisce il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, 17 agosto 2016.

[24] Regina Caeli, Betlemme, 25 maggio 2014.

[25] Appello, Assisi, 20 settembre 2016.

ottobre 31, 2016

VERSO L’UNIFICAZIONE TOTALE

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C’È UN PROGETTO DIVINO DI UNIFICAZIONE DELLA STORIA UMANA. SAREMO GIUDICATI SU QUANTO SAPREMO TROVARE DIO NEL NOSTRO ESSERE PROFONDO

di don Giorgio De Capitani, omelia del 30 ottobre 2016: seconda domenica dopo la dedicazione  (Is 25,6-10a; Rm 4,18-25; Mt 22,1-14)

Un ideale pranzo fantastico.  Nel testo di Isaia, scritto probabilmente dopo l’esilio babilonese, si profilano gli eventi gioiosi della conclusione definitiva della storia: il raduno sul monte del Signore, il banchetto, l’instaurazione del Regno eterno. Tutto questo viene intravisto all’orizzonte, anche se confusamente, dal profeta che però si fida della visione divina, e per renderla più espressiva ricorre all’immagine classica del banchetto. La vittoria finale sarà, dunque, contrassegnata da un pranzo universale, diciamo fantastico, organizzato dal Signore, su un monte ideale (Gerusalemme è in questo caso idealizzata), a cui tutti gli esseri umani sono invitati a festeggiare la fine del mondo vecchio e malvagio e l’inizio del nuovo. Anche il menu è fantastico: al massimo della sovrabbondanza e della bontà o prelibatezza dei cibi più gustosi e dei vini più raffinati. È interessante il commento dei rabbini: ripensando alla potenza di Dio che ha ucciso un mostro marino, chiamato Leviatan, dato quindi come “carne per il popolo che abitava nel deserto” (Salmo 74,14), hanno concluso che la vivanda principale dei giusti dovesse essere la carne di questo mitico pesce. Perciò, in Israele, ancora oggi, alla cena del venerdì sera, quando inizia il sabato, si è soliti mangiare pesce per richiamare a tutti gli uomini pii il banchetto celeste che li attende. Senza cercare di voler capire il pensiero del profeta, che ripeto, in quanto profeta del Divino, annuncia ciò che intravede all’orizzonte, senza determinare luoghi e tempi, circostanze o altro al di là di immagini che già parlano da sole agli spiriti liberi, vorrei dire quanto sia affascinante pensare che c’è un Progetto positivo sulla storia umana, e che questa storia non è nelle mani nostre.

Verso l’unificazione della storia.  Ma è già importante credere che il mondo va verso l’unificazione totale, e non verso la frantumazione dell’Uno, o la mitizzazione del molteplice: si va verso la Totalità che si armonizza nell’Unità. Qualcuno sta forse pensando: che cosa sta dicendo questo prete? Elucubrazioni personali, campate per aria! No, il punto di partenza è un’amara constatazione: noi viviamo in questo mondo, e il mondo è ritenuto “nostro”, dividendolo e suddividendolo, prendendo ciascuno la propria parte! Al domani penserà chi verrà dopo di noi! Credo, invece, a differenza di questi panciroli, che il futuro dipenderà dal modo con cui oggi viviamo in attesa della unificazione della storia. Ma, purtroppo, la storia è continuamente frantumata, in una serie di egoismi a non finire, e poi ci si lamenta perché ancora oggi ci siano guerre, violenze, egoismi fratricidi. È la visione dell’insieme che ci manca: di un insieme che è la composizione progressiva del molteplice verso l’unificazione cosmica.

Una parabola irritante, dura da digerire.  Anche nel brano del Vangelo si parla di un banchetto, attraverso una parabola di Gesù, che è forse una delle più irritanti e dure da digerire. Tutte le volte che sono costretto a spiegarla devo sempre ricorrere al contesto e anche al linguaggio apocalittico dell’evangelista che, rivolgendosi al mondo ebraico, non poteva non tener conto di ciò che in realtà era già successo, con la distruzione di Gerusalemme e del Tempio. Tuttavia, quando sento dire, da parte di Gesù, che alla fine, dopo che i suoi inviti a partecipare alle nozze sono stati disattesi e che addirittura i servi sono stati uccisi, il re ha deciso di mandare le sue truppe per uccidere quegli assassini e per dare alle fiamme la loro città, sapendo che il re è l’immagine di Dio Padre, beh, non posso essere del tutto d’accordo. E anche la storia del vestito nuziale non convince, anche se gli studiosi moderni tendono a ritenere la parabola come la fusione di due parabole distinte.

Oltre la parabola. Tentiamo ora qualche riflessione, andando al di là dei particolari della parabola, che poi non sono del tutto particolari, ma almeno al di là di quella che potrebbe essere una lettura troppo legata al testo. Anzitutto. Gesù si è rivolto ai caporioni del popolo ebraico, ovvero ai rappresentanti di una religione che aveva fatto dell’esclusivismo e del campanilismo più gretto, razziale, culturale e religioso, il cuore senza cuore di un dio ridotto a idolo. In questo senso, la parabola esce dal contesto storico dei tempi di Cristo, ma non avrà mai le ali abbastanza forti per superare anche le collinette più dolci. Ancora oggi siamo qui a morire di campanilismo, di razzismo e di barbarismo, di mobilitare i paesi per bloccare l’accoglienza ai più sfortunati. E così il pranzo si fa occasione solo culinaria, ovvero per riempirsi la pancia, per fare un’opera buona che non laverà certo l’onta razzista. Una seconda riflessione. I veri inviati di Dio, che vanno ad annunciare al mondo intero l’invito ad allargare gli orizzonti in vista del pranzo cosmico, non sono i servitori della religione, ma i profeti, gli spiriti liberi, i mistici, che vengono sistematicamente fatti fuori dalla stessa religione, ed è a questa religione che Dio si rivolge, perché apra le porte e le finestre sull’Umanità.

Unificarci scoprendo Dio in noi.  Che dire della veste nuziale, senza della quale non si può entrare nel nuovo Regno di Dio, presente già qui sulla terra: un Regno in fieri, ma da realizzare nel tempo, con la collaborazione di ogni essere umano? Si sono dette tante cose, si sono scritte pagine e pagine di interpretazioni, anche interessanti e suggestive, ma una cosa andrebbe ribadita: la veste non è qualcosa di formale, non è un apparato o una struttura che si indossa. Si tratta di qualcosa di interiore, quella veste che di per sé non è una veste, perché l’essere interiore è totalmente spoglio, è nudo, non è coperto da alcunché. L’essere è puro spirito, e dire umano non significa dire qualcosa che si indossa, ma l’essere umano è ciò che siamo. Dovremmo chiederci, se siamo veramente onesti, quanti tra i credenti avrebbero il diritto di dirsi cristiani, appartenenti al nuovo regno di Dio. Ma il vero problema non è tanto essere o non essere cattolici, ma essere o non essere umani. Anche il cattolicesimo può essere una veste inadatta al regno di Dio, quando copre o, peggio, sostituisce la realtà profonda del nostro essere con qualcosa di strutturale. Quando ci giudicherà, Dio non chiederà: quante opere buone hai fatto, quante volte sei andato in chiesa, quante volte hai pregato ecc., ma: Hai scoperto chi sei? Dov’è il tuo essere? Non ho bisogno di vedere cose e cose, pur buone e belle, ma se mi hai scoperto nel profondo del tuo cuore.

giugno 27, 2016

I FRUTTI BUONI DEL CONCILIO

NONOSTANTE LE DIFFICOLTÀ SI È IMPOSTA LA NATURA SINODALE DELLA CHIESA E LA VALIDITÀ DI QUANTO IL CARD. MARTINI AUSPICAVA PER IL CATTOLICESIMO

di Alberto Melloni, La Repubblica 26 giugno 2016, pag.24

Il “Concilio grande e santo”  delle chiese dell’ortodossia si è chiuso ieri a Kolymbari. In otto giorni di lavori ha vissuto tutte le esperienze tipiche della storia dei concili: i dubbi e le accelerazioni, le sorprese e i compromessi, i conflitti, ma anche le crisi e l’impasse che fra giovedì e venerdì l’hanno portato ad un passo dal fallimento. Non è stata infatti l’assenza o la posizione delle quattro chiese che hanno dato forfait all’ultimo (fra esse Mosca) a mettere a rischio il concilio. Ma l’impuntatura di una frangia zelante della chiesa greca che chiedeva di non chiamare “chiesa” le altre chiese, inclusa la chiesa cattolica. Per qualche lunga ora è sembrato che il concilio fosse condannato o a soccombere a questa pretesa o a certificare il proprio fallimento. In un caso e nell’altro il concilio avrebbe fatto un enorme regalo alla chiesa Russa, che ha sempre riconosciuto l’ecclesialità del cattolicesimo e si sarebbe trovata in vantaggio nel dialogo con Roma.

Enciclica.  In aula è intervenuto lo stesso metropolita John Zizioulas, per ricordare che dal XI al XX secolo, pur nel più aspro dissenso, l’ortodossia non aveva mai negato a Roma il titolo di chiesa. E nella notte fra venerdì e sabato è arrivata la soluzione fissata nell’enciclica conciliare, che riassume tutti i documenti. Essa riconosce le «denominazioni storiche» delle «chiese e confessioni cristiane», definite nelle versioni ufficiali in inglese, francese e russo “non-ortodosse” (e in greco “eterodosse”) e impegna l’intera ortodossia al dialogo. Cosa che non era scontata. Una versione breve della enciclica sarà letta in forma abbreviata durante la liturgia di chiusura, che è il luogo di promulgazione delle decisioni conciliari. Poi il testo sarà affidato alle chiese presenti e assenti per la sua ricezione. Il concilio dunque si chiude con un bilancio a tre colonne: il bilancio dei testi, il bilancio dell’aula e il bilancio dell’evento.

Natura sinodale della chiesa.  I testi, pur corretti e dibattuti, sono rimasti quello che erano alla fine della Sinassi: testi di compromesso, talora deludenti, anche se impastati di teologia patristica. Pochi paragrafi — come quello della enciclica finale che indica nei rifugiati un segno escatologico richiamando il giudizio finale descritto dal vangelo di Matteo o quello sulla natura sinodale della chiesa — hanno un timbro teologico capace di parlare a tutti. Però non ci sono state forzature di segno conservatore come quelle che si potevano temere all’inizio. Non è molto. L’esperienza d’aula ha dato un bilancio più positivo. Anche i metropoliti ortodossi, come tutti i vescovi, avevano bisogno di tempo per imparare ad ascoltarsi, a battibeccare, ad ironizzare, a comprendersi. Otto giorni, iniziati da oltre due ore di liturgia, hanno dimostrato che questo processo di reciproca conoscenza, di fraternità reale è possibile, fruttuoso, anche se in poco tempo non può far molto: è stato però sufficiente a disarticolare i luoghi comuni. Non è poco.

Successo.  Il concilio come tale, infine, è stato un successo. Un successo di John Zizioulas, l’anziano teologo che lo iniziò a chiedere grosso modo quando il card. Martini ne chiedeva uno per la chiesa cattolica, e che a differenza dell’arcivescovo di Milano ha trovato ascolto. Un successo di Emmanuel Adamakis, che ha gestito il negoziato sul testo dell’enciclica. E soprattutto un successo del patriarca ecumenico Bartholomeos che ha dimostrato che la funzione primaziale di Costantinopoli può esercitarsi nel dar voce a tutti, nel consesso di tutte le chiese cristiane — il patriarca le ha evocate e chiamate così con vistosa insistenza nel discorso finale. Il concilio che si chiude apre dunque nuove sfide: la prima delle quali riguarda le assenze. La mancanza di alcune chiese non ha impedito o viziato il concilio: ma l’assenza ora non deve incancrenire. La spiritualità, la teologia, la preghiera della chiesa russa sono essenziali a tutto il cristianesimo: e come non può esserci una ortodossia a dispetto della Russia, così non può esserci una Russia estranea e indifferente al destino della ortodossia. Lo stesso vale per la Bulgaria, la Georgia e Antiochia. La via del concilio, ancora una volta, dimostra di essere quella che può dare comunione dove sembra impossibile.

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