Brianzecum

luglio 31, 2008

L’INGIUSTIZIA CHE DERIVA DALLO SVILUPPO

SQUILIBRI SEMPRE DA GOVERNARE

OGGI ANCOR PIÙ SE SI VUOLE CONTENERE DISOCCUPAZIONE E PRECARIETÀ

 

I terroristi suicidi potrebbero avere, tra le motivazioni più o meno inconsce, anche la percezione di un’ingiustizia della società globale, che si accentua con lo sviluppo. È pressoché inevitabile che lo sviluppo non si ripartisca equamente tra persone, gruppi sociali, territori, ma favorisca alcuni a scapito di altri. E ciò tanto più iniquamente quanto meno lo sviluppo viene governato e orientato, in altre parole, quanto più si tratta di sviluppo selvaggio. Questo è, notoriamente, il tipo di sviluppo che tende ad affermarsi nella globalizzazione, perché i governi nazionali risultano sempre meno influenti rispetto ai grandi operatori economici multinazionali.

 

Su quasi 7 miliardi di persone del globo, solo 1 miliardo, decisamente una minoranza, vive oggi in aree sviluppate: sono concentrate nel Nordamerica, Europa occidentale, Giappone, Australia. Ma il loro potere politico, economico, scientifico, culturale è tuttora egemone, nonostante la rapida crescita delle “tigri” orientali . È difficile ipotizzare che queste aree si siano sviluppate solo per “merito” dei loro abitanti, della loro intelligenza, volontà, intraprendenza. A loro volta hanno ereditato condizioni favorevoli per lo sviluppo. Si pensi ad es. alla tratta degli schiavi: ha creato le condizioni per il grande sviluppo americano, grazie alla mano d’opera a basso costo, ma ha depauperato l’Africa della fondamentale risorsa umana, depauperamento che ancor oggi grava negativamente sullo sviluppo del continente nero. Analogamente il colonialismo ha operato per secoli un vero e proprio saccheggio dei paesi colonizzati. Un altro esempio significativo, presente ancora ai nostri giorni, può essere la “fuga dei cervelli”: chi ha studiato lascia le aree povere per trovare lavoro in quelle ricche, ma in tal modo depaupera le prime per arricchire ancor di più le seconde di quella risorsa che oggi viene riconosciuta sempre più come il fattore fondamentale dello sviluppo: il cervello, appunto. Spostamenti analoghi si manifestano spesso per un altro fattore indispensabile allo sviluppo, il capitale: i soldi risparmiati nella aree povere tendono ad essere investiti in quelle ricche, perché di solito rendono di più.

 

Processo cumulativo.  Ma vi sono altre vie per spiegare come avviene questo processo cumulativo di sviluppo nelle aree favorite e, viceversa, di impoverimento nelle altre. Gli scambi commerciali sono dominati da un principio di ineguaglianza: empiricamente è stato ampiamente dimostrato che ciò che producono i paesi più poveri (anzitutto materie prime agro-forestali e minerali) viene scambiato a prezzi decrescenti rispetto ai prezzi di quanto producono i paesi sviluppati: macchine, prodotti tecnologici e, oggi ancor più, beni immateriali, come brevetti, software, servizi (in particolare educazione e istruzione). Si comprende pertanto perché i rapporti di scambio tra paesi ricchi e poveri tendono sempre a favorire i primi. I beni immateriali, in particolare, hanno l’importante caratteristica di poter essere venduti ripetutamente, senza essere perduti da chi li vende e senza un aggancio, almeno tendenziale, col costo di produzione. Possono essere pertanto una fonte illimitata di guadagno – ne sa qualcosa Bill Gates, diventato trentenne l’uomo più ricco del mondo vendendo software. Oltre alle conoscenze, il mondo sviluppato detiene anche il quasi monopolio delle informazioni, perché in esso sono concentrate la stragrande maggioranza delle agenzie stampa e degli organi che incidono sull’opinione pubblica mondiale.

 

Dunque la ricchezza genera ulteriore ricchezza.  Ma per poter mantenere a lungo questo processo cumulativo, si rende necessario spostare sempre più in alto i livelli dei bisogni e stimolare sempre nuovi consumi. A ciò è preposta la pubblicità – che assorbe una quota sempre più alta del reddito nazionale, man mano che cresce lo sviluppo – ma anche l’informazione, le mode, gli spettacoli… che diffondono e rendono popolare un modo di vita sempre più consumista. Diffondono parallelamente una adeguata “cultura” che tende a misconoscere l’esistenza di limiti, di effetti negativi, che privilegia l’avere rispetto all’essere, l’apparenza rispetto alla realtà. L’unico antidoto contro questa “cultura” aggressiva e distruttrice è un elevato livello educativo che consenta di mantenere vivo il senso critico, di riportare le cose nella loro realtà, di non sottovalutare gli effetti negativi che si producono a livello umano, sociale, ambientale. In particolare di vedere e condannare le ingiustizie che lo sviluppo selvaggio genera nel mondo, accentuando gli squilibri tra persone, gruppi sociali, territori.

 

La teoria economica è anch’essa schierata, nella grande maggioranza, a favore del liberismo. Esalta il “mercato”, facendone sostanzialmente un fine, anziché un mezzo. Certo il mercato è utile in molti casi, ma affidarsi totalmente ad esso significa affidarsi ai grandi operatori che lo dominano e che già sono in grado di influire a proprio vantaggio sulle scelte dei consumatori e spesso anche su quelle degli stessi governi. Le teorie prevalenti tra gli economisti avallano sostanzialmente ogni forma di arricchimento anche speculativo o persino illecito, mentre un senso critico dovrebbe mostrare che in realtà molti arricchimenti comportano l’impoverimento di altre persone o gruppi. In particolare sembra incontestabile che le diverse forme speculative sempre in crescita – in campo finanziario, ma anche edilizio, ecc. – al posto dei tradizionali investimenti produttivi, sia la causa di fondo della mancanza di lavoro e precarietà per i giovani. L’ingiustizia nel mondo è sempre esistita, ma oggi sembra diventare soverchiante l’ingiustizia economica, conseguente in particolare a squilibri sempre più stridenti e alla mancanza di occupazione. Merita di essere approfondita nelle sue cause remote e prossime, a livello empirico e a livello teorico.

 

 

Per riflettere:

-lo sviluppo economico tende sempre a polarizzarsi;

-spostamento di risorse con processi cumulativi;

-tratta degli schiavi;

-colonialismo;

-fuga dei cervelli;

-scambi ineguali;

-beni immateriali, fonte illimitata di guadagno;

-monopolio delle informazioni e della pubblicità;

-aggressiva cultura consumista;

-unico antidoto: educazione e senso critico;

-speculazione come causa della mancanza di lavoro.


SOLO UN DIO CI SALVERÀ?*

ETICHE E FEDI DEL MONDO ALLA RICERCA DI UNITÀ

Gesù ha istituito un modo inedito di rapportarsi alle religioni: ha detto alla samaritana che non si adorerà più Dio in un singolo luogo sacro, come il tempio, ma ovunque, “in spirito e verità”. In seguito si è verificata una situazione paradossale: coloro che affermavano il tempio (gli ebrei) l’hanno avuto distrutto (nel 70 d.C.) e mai più ricostruito; mentre coloro che non lo avrebbero dovuto affermare seguendo quel principio evangelico (i cristiani) ne hanno costruiti a migliaia. E con i templi hanno riempito la loro fede di norme, modalità, tradizioni, gerarchie, talvolta allontanandosi persino dagli stessi principi evangelici. Oggi sembra giunto il momento di recuperare l’essenza e l’universalità della fede, depurandolo dalle incrostazioni delle religioni. Vi convergono alcuni aspetti. Mentre fino a qualche anno fa avanzava il secolarismo, tentando di relegare le religioni ad una sfera privata e secondaria, oggi, nonostante la globalizzazione economica e culturale, assistiamo ad un ricupero di posizioni “forti” delle religioni, a un superamento delle posizioni “di confine” e persino ad un ritorno ai fondamentalismi confessionali. Talvolta questi, dopo il crollo del muro di Berlino, hanno preso il posto delle ideologie politiche; così l’Islam viene spesso visto come l’unica alternativa consistente all’imperante “pensiero unico” liberista. In ogni caso l’accostamento delle diverse religioni tra loro, dovuto alla globalizzazione, nonché il necessario rapportarsi alla modernità, impone un processo di purificazione e di ricerca dell’essenziale da parte di ciascuna religione.

Etica mondiale.  Un documento sulla necessità di dialogo tra le religioni, come premessa per la pace nel mondo, prescinde dall’ipotesi religiosa e si limita alla ricerca di un’etica comune alle diverse religioni, proponibile successivamente anche a chi non crede. Il documento fa seguito ad un incontro a Chicago nel 1993, dovuto all’iniziativa di Hans Kung, nel quale più di 200 rappresentanti di tutte le religioni mondiali hanno espresso per la prima volta nella storia il loro consenso su alcuni comuni valori, standard e atteggiamenti etici come base per la definizione di un’etica mondiale. Si è parlato di un primo Parlamento delle religioni mondiali. In effetti questo interessante documento non ha avuto il seguito che ci si poteva attendere. Le ragioni possono essere molteplici: la globalizzazione e l’involuzione fondamentalistica cui si è appena fatto cenno; i toni catastrofistici, con cui viene descritta la situazione mondiale, possono da un lato urtare, dall’altro lasciare indifferenti (tanto non ci saremo più); le dichiarazioni di principio astratte e disincarnate possono incontrare una certa refrattarietà e costituire per chi le ha fatte un alibi per non impegnarsi ulteriormente. Forse sarebbe stato meglio prendere consapevolezza delle dissonanze che generano conflittualità, oppure indicare priorità e gerarchie di valori. Tuttavia ci dobbiamo chiedere se è questa (l’etica) la via giusta o se invece hanno ragione coloro che ritengono necessaria la via della fede. Anche Heidegger affermava che solo un Dio ci potrà salvare, pur riferendosi prevalentemente al bisogno di andare oltre la dittatura della tecnica che avrebbe ridotto l’uomo a semplice strumento nelle mani del non-senso.

La via della fede.  A favore della via della fede si sostiene che porta uno sguardo “caldo” sulla realtà: lo sguardo dell’amante piuttosto di quello dell’oculista, riferito all’etica. Si ricordano le famose tre esigenze etiche proclamate dalla rivoluzione francese: solo la libertà si è affermata, fin troppo, spesso degenerando in arbitrio, mentre l’uguaglianza e la fraternità, che richiedono maggiore impegno, sono pressoché scomparse nell’ambiente laico della società civile. L’esperienza egualitaria nei paesi del socialismo reale è stata poi del tutto fallimentare, mentre altrove è stata ridotta a una teorica istanza di parità nella condizione di partenza, per non intaccare i principi meritocratici. All’opposto va sottolineato che la via dell’etica consente di operare e dialogare assieme a chi non crede o crede in modo diverso. Si tratta in ogni caso di chiarire cosa si intende per fede: una semplice testimonianza di fiducia (affidamento passivo) o fervore di speranza (impegno attivo); attesa di salvezza operata da Dio o edificazione del Regno in questo mondo, quindi progettualità da negoziare e condividere nell’attuale contesto multiculturale. Gesù aveva un intenso rapporto di fede col Padre, ma lo teneva riservato; con la gente usava soltanto il linguaggio dell’umanità, spingendo a perseguire la pienezza dell’umano. Si ritorna così all’esigenza accennata all’inizio: di riscoprire, attraverso un profondo lavoro di studio e rinnovamento, l’essenza della fede, separandola dalle incrostazioni della storia e del potere. Allora forse la via della fede potrebbe ricuperare la superiorità rispetto all’etica che dovrebbe avere.

Scheda tratta da un incontro del Gruppo ecumenico meratese il 14-2-08 in casa Basile.

Per riflettere:

-il ritorno di posizioni forti delle religioni, dopo il secolarismo;

-l’islam sembra l’unica alternativa al pensiero unico;

-la ricerca di un’etica comune mondiale;

-un parlamento delle religioni del mondo;

-i toni catastrofistici possono urtare;

-via dell’etica o via della fede?

-ricerca dell’essenziale nella fede.


DIO DEL POTERE O DIO DEL SERVIZIO?*

Diversi avvenimenti connessi con le religioni, come gli attentati suicidi islamici o, viceversa, la “rivoluzione nonviolenta” dei monaci birmani, inducono a porsi interrogativi sulla fede e sull’idea di Dio sottostante. Ci possono essere distorsioni, fanatismi, plagi, ma non si può negare l’esistenza di una profonda fede anche nel caso estremo dei terroristi kamikaze: senza la quasi sicurezza di una ricompensa dopo la morte nessuno sarebbe disposto a quel gesto insano. (more…)

luglio 29, 2008

L’IMPEGNO DI BONHOEFFER PER LA PACE*

 

DALLA NONVIOLENZA AL COMPLOTTO

Nel campo di concentramento di Flossembürg, dove fu impiccato il 9 aprile 1945, otto anni dopo fu posta una targa dedicata a Bonhoeffer con la dicitura: “un testimone di Cristo tra i suoi fratelli”. Ebbene il locale vescovo evangelico rifiutò di prendere parte alla piccola cerimonia, adducendo che, in fondo, Bonhoeffer era solo un martire politico. Questo episodio spiega quanto poco Bonhoeffer sia stato compreso dai suoi stessi correligionari. Profondamente contrario al nazismo, aveva aderito alla chiesa confessante, una minoranza tra gli evangelici, e in questo ambito era alla testa della minoranza più intransigente, che non temeva di perdere vantaggi e privilegi per non scendere a patti con quel regime totalitario, strumentalizzatore persino dei pregiudizi religiosi e della pigrizia mentale che albergano in tutti noi.

La conversione alla nonviolenza è avvenuta all’inizio degli anni ’30. Ecco cosa diceva ancora nel febbraio del ’29: “Quando in guerra l’amore per il mio popolo e l’amore per il nemico si escludono l’un l’altro, sceglierò l’amore per il mio popolo: difenderò mio fratello, mia madre, il mio popolo. So bene che questo accadrà solo in modo cruento con spargimento di sangue, ma l’amore per il mio popolo santificherà l’omicidio e la guerra”. Vi si possono individuare due costanti che, a livello più o meno inconscio, permangono ancora oggi in noi: l’immagine positiva della guerra (che può essere riscontrata nella letteratura antica e che può avere radici risalenti fino alla caccia dei nostri progenitori dell’era glaciale) e l’appello al sacro per poter rendere lecito, o addirittura doveroso, quello che altrimenti sarebbe ignominioso, come l’uccisione dei propri simili (anche nella nostra costituzione il termine “sacro” appare soltanto all’art. 52, riferito al dovere di difendere la patria). La conversione da queste posizioni fu la conseguenza della meditazione biblica, in particolare di aver preso sul serio il discorso della montagna. “Il pacifismo cristiano, che anche poco prima avevo combattuto animosamente, improvvisamente mi risultò cosa ovvia”(2). Quella abbracciata da Bonhoeffer fu una nonviolenza radicale, che giunge a negare la necessità di armarsi in quanto segno di sfiducia negli altri e quindi occasione di divisione e conflitto. Il perseguimento della sicurezza viene considerato pertanto contrario alla pace. La scelta nonviolenta, che non abbandonerà più, non gli impedisce di aderire alla cospirazione per uccidere il tiranno. È significativo che non abbia mai tentato di giustificarsi (con teorie del male minore o simili) né di negare la colpa insita in questo gesto, come altri teologi. Ne ha assunto in pieno la responsabilità su di sé, lasciando il giudizio finale all’unico titolato a darlo: Dio. Ecco in termini sintetici e approssimati come potrebbe essere argomentata questa decisione (certo complessa e travagliata): chiunque, vicino a un guidatore impazzito che sta portando i passeggeri nel baratro, non può far altro che fermarlo, con ogni mezzo, anche ucciderlo. È un gesto di pura solidarietà umana, da lasciare alla responsabilità del singolo e non alle dotte disquisizioni dei teologi.

Etica della responsabilità. A quei tempi in Germania l’obiezione di coscienza contro la guerra veniva punita con la morte. Soltanto due cristiani espressero l’obiezione di coscienza in nome della loro fede e furono uccisi: cosa che certo non passò inosservata nell’opinione pubblica. Se invece di due soli, si chiede Bonhoeffer, tutti i cristiani avessero obiettato alle armi, quale sarebbe stato l’impatto sulla storia? Ecco la responsabilità delle chiese, le quali, secondo Bonhoeffer, non devono limitarsi a curare le ferite e consolare i sopravvissuti, devono gettare sabbia negli ingranaggi della macchina di morte, cercando con ogni mezzo di farla inceppare o di fermarla prima che si metta in moto. Ma solo se operano unite tra loro e assieme a chiunque sia contrario alla guerra potranno essere ascoltate. Da qui nasce l’ecumenismo di Bonhoeffer: giunge persino ad affermare che l’offesa di una chiesa ad un’altra è un offesa diretta a Cristo.

Cosa farebbe oggi Bonhoeffer? È una domanda che dobbiamo porci alla fine di queste brevi considerazioni. Al suo tempo individuò nella guerra il pericolo maggiore per la sua chiesa e il suo paese. Oggi forse è minore il rischio di guerre che nascono, come allora, dalla pazzia dei dittatori, ma in compenso ci sono pericoli forse ancor maggiori e che investono tutto il pianeta. Accanto alle alterazioni climatiche – ormai certe e attribuibili in prevalenza al consumismo energetico – da cui potrebbe conseguire la desertificazione anche di aree densamente popolate, si nutrono molti timori nel terrorismo. Questo di solito viene liquidato come semplice effetto di fanatismo religioso. La meditazione biblica potrebbe suggerire che, come nel passato, la causa più profonda è l’ingiustizia: gli squilibri stanno in effetti accentuandosi ovunque, nei paesi poveri come in quelli ricchi; le maggiori possibilità conoscitive ne accentuano l’insopportabilità. Ovunque poi si impone la precarietà. “Non essendovi nulla di durevole, viene meno il fondamento della vita storica, cioè la fiducia, in tutte le sue forme. E poiché non si ha fiducia nella verità, la si sostituisce con i sofismi della propaganda. Mancando la fiducia nella giustizia, si dichiara giusto ciò che conviene…”(3) Pace, giustizia, ambiente, ecumenismo sarebbero probabilmente ancora al vertice degli impegni intellettuali e pastorali di questo profeta cristiano di mezzo secolo fa, di cui forse non si è ancora scoperta tutta la rilevanza e l’attualità.

 

* Scheda tratta in prevalenza dagli interventi di Antonella De Bernardis alla settimana estiva di Motta 2007 sulla pace, organizzata dalla Comunità di via Sambuco 13, Milano.

(2)D. Bonhoeffer, Gli scritti (1928-1944), Queriniana, Brescia 1979, pag. 489.

(3)D. Bonhoeffer, Etica, Bompiani, Milano, 1969, pag. 91.

 

 

Per riflettere:

-immagine positiva della guerra;

-appello al sacro;

-conversione alla nonviolenza sul discorso della montagna;

-sicurezza contro la pace;

-etica della responsabilità,

-obiezione di coscienza;

-mancando fiducia nella giustizia, si dichiara giusto ciò che conviene.

PACE E LAICITÀ TRA DERIVE CLERICALI E LAICISTE*

RADICI BIBLICHE E INTUIZIONI DI BONHOEFFER

Date a Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio (Mt 22,21): questa risposta lapidaria di Gesù ai farisei, che lo insidiavano sulla liceità di pagare il tributo all’imperatore, viene spesso considerata la radice lontana della laicità. Forse non era questa l’intenzione di Gesù, che voleva soltanto sottrarsi al tranello dei farisei, ma già la distinzione operata dei due ambiti, politico (Cesare) e religioso (Dio), aveva un valore dirompente in quei tempi, in cui spesso si attribuivano qualità divine ai regnanti. In seguito, specie dopo la svolta costantiniana, il cristianesimo è andato acquisendo una forte istituzionalizzazione gerarchica, che lo poneva inevitabilmente in posizione dialettica col potere politico. Di fatto nella storia bimillenaria della chiesa i rapporti con i poteri politici sono risultati piuttosto conflittuali. Si sono avuti periodi di cesaropapismo, nei quali papi e vescovi venivano nominati dall’imperatore – considerato quindi superiore – e periodi di teocrazia, quando viceversa il potere papale era al di sopra, così da poter nominare i vertici politici. In ogni caso è ovvio che la dimensione del potere è estranea alla prospettiva religiosa e in particolare alla visione evangelica.

Le guerre di religione, che insanguinarono l’Europa nei secoli 16° e 17°, sono state l’occasione per giungere ad un chiarimento dell’idea di laicità. La religione, da fattore unificante (perché il papa era al di sopra delle parti) era diventato fattore di conflitto (il papa era una delle parti in causa). Si doveva quindi cercare a livello teorico altri fondamenti per una pacifica convivenza. Seguendo la generale tendenza umanistica si cercò la soluzione nell’uomo e in particolare si vide nella ragione il nuovo fattore unificante. Grozio, un credente che ha riflettuto a lungo sul diritto naturale e internazionale, ha suggerito di accantonare nella società politica ogni idea di Dio per evitare conflitti religiosi. Si può scoprire qui una fonte prossima della moderna laicità che può essere rozzamente indicata nel modo seguente.

L’ambito politico deve essere la casa di tutti, dove ciascuno possa sentirsi a proprio agio. Per evitare che credenti di altre religioni o non credenti si sentano a disagio nella casa comune, bisogna contenere l’esposizione di simboli religiosi non graditi e soprattutto non pretendere di giustificare le proprie scelte con argomenti di stampo religioso. Devono avere spazio soltanto giustificazioni di tipo razionale-umano. Ad es. non si potrà pretendere di bandire il vino perché lo vieta il corano, ma perché è dannoso alla salute, crea dipendenza o simili. Non vietare l’aborto perché Dio non lo vuole, ma perché contrario al diritto alla vita o psicologicamente dannoso. Neppure sembra possibile richiamarsi ad una legge naturale comune a tutti gli uomini, dato che in certi monoteismi, come l’Islam, prevale il contenuto della rivelazione sulla legge naturale. Il rispetto per l’altro, richiesto dalla laicità nella casa comune della politica, non è altro, a ben vedere, che un’applicazione del principio fondamentale di comportarsi con gli altri come vorremmo che gli altri si comportassero con noi. È l’atteggiamento di S. Francesco o, più di recente, di Charles de Foucauld, i quali nei confronti dei musulmani evitarono ogni forma di propaganda o proselitismo, limitandosi a testimoniare la propria fede.

La distinzione operata da Gesù tra ambito politico e religioso si è dunque rivelata sempre più necessaria nella storia e diventa essenziale nella moderna società pluralista. La vicenda delle guerre di religione ci può insegnare che in certe situazioni il valore della pace può essere anteposto all’affermazione della propria verità religiosa. Sembra inoltre da evitare l’affermazione della superiorità di uno dei due ambiti sull’altro. È ovvio che per un credente l’ambito religioso è più importante, ma nella casa comune della politica questa convinzione va accantonata proprio per rispettare le convinzioni di chi non crede o crede diversamente. Se si vuole imporre la superiorità dell’ambito religioso su quello civile si può cadere nel clericalismo, cioè una degenerazione della religiosità. Se invece si pretende di sottovalutare o negare l’ambito religioso si cade nel laicismo, cioè una degenerazione della laicità.

Il teologo Dietrich Bonhoeffer – in un critico momento prima della sua impiccagione per aver cospirato contro il regime nazista – ha intuito che il principio di laicità non è soltanto un mezzo per raggiungere il fine della pace, ma può pure avere un fondamento teologico: la presenza-assenza di Cristo dopo la resurrezione, che ci richiama all’impegno e alla nostra responsabilità nel mondo. “Il Dio che è con noi, è il Dio che ci abbandona. (..) Dio si lascia scacciare dal mondo, sulla croce, Dio è impotente e debole nel mondo e così e soltanto così rimane con noi e ci aiuta.” Se esiste questo fondamento teologico, l’idea di laicità potrebbe avere un’applicabilità assai più ampia: non solo alla politica, ma, ad es. alla famiglia, alla scienza, ecc.


* Scheda tratta in prevalenza dalla settimana estiva di Motta 2006, sulla laicità, organizzata dalla Comunità di via Sambuco 13, Milano.

[1] D. Bonhoeffer, Resistenza e resa, lettera del 16-7-1944.

Per riflettere:

-la dialettica tra ambito politico e ambito religioso;

-tra cesaropapismo e teocrazia;

-guerre di religione;

-politica come casa di tutti;

-tra clericalismo e laicismo;

-rispetto per l’altro che non crede;

-debolezza di Dio.


luglio 18, 2008

IL MODELLO BIBLICO DI LIBERAZIONE E PACE*

DALL’ORDINE ALLA GIUSTIZIA COME FONDAMENTO DELLA PACE

Se vuoi la pace prepara la guerra. Questo famoso detto romano implica una concezione riduttiva del termine pace: non pace vera e duratura, ma semplice sospensione della guerra, tregua. Già Tacito criticava quella politica dicendo che i romani fanno deserto della terra e la chiamano pace. Per una definizione positiva di pace possiamo partire da quella tradizionale di s. Agostino: tranquillità nell’ordine, dove il secondo termine è quello portante, perché è l’ordine che porta la tranquillità. Ovviamente si tratta di vedere cosa si intende per ordine. Di solito si partiva dall’ordine divino del paradiso terrestre, da cui l’uomo è decaduto col peccato originale. Si riteneva che quella caduta ha compromesso alla radice le capacità dell’uomo di riscattarsi e raggiungere la pace. La guerra diventa così una realtà ineliminabile, ma contiene anche aspetti positivi: stimola il coraggio, la forza, l’abilità, l’intelligenza… Quest’ordine originario si può declinare anche nei rapporti tra gli uomini e diventa ordine etico, di cui vi è traccia nella coscienza di ciascuno. Spesso però si è confuso l’ordine edenico originario con l’ordine costituito, che spesso è disordine costituito: pertanto questo modello può essere considerato conservatore perché conserva un ordine precedente.

Il modello esodico. La bibbia ci presenta un modello diverso, più rivoluzionario: Dio accompagna il suo popolo nei 40 anni di deserto del passaggio lento, graduale, si potrebbe dire pedagogico, dalla schiavitù dell’Egitto verso la libertà della terra promessa, dalla violenza della tirannia alla pace. Il popolo deve però osservare la legge: nel tragitto dall’Egitto alla terra di Canaan, c’è in mezzo il Sinai, luogo della legge. Senza la legge il possesso della terra non può dare che pace fittizia. Nella bibbia ebraica la pace viene spesso associata alla giustizia: giustizia e pace si baceranno (Sal 85,11); effetto della giustizia sarà la pace, frutto del diritto una perenne sicurezza (Is 32,17). Qui il termine portante è la giustizia, perché senza giustizia non ci può essere pace duratura. Nel nuovo testamento l’annuncio di pace è il primo saluto del Cristo risorto (Lc 24,36) e in ogni caso la pace ha una consistenza maggiore che nel primo testamento. Si prospetta quindi all’uomo un cammino operoso (ed oneroso) verso la pace, che passa attraverso giustizia e libertà (la Pacem in terris aggiunge anche verità e amore). All’uomo viene affidata una responsabilità, deve svolgere un ruolo attivo, anche politico, per migliorare le strutture in cui opera. Si ricorda il caso della schiavitù: il cristianesimo non l’ha potuta abolire subito, ma ha gettato il seme che secoli dopo l’ha resa insostenibile. Qualcosa di analogo dovrebbe accadere per la guerra.

Teologia della pace. La centralità della pace anche per la teologia è sostenuta da un gruppo di studiosi che hanno pubblicato un Dizionario di teologia della pace (ed. Dehoniane, Bologna 1997). Tra di essi due figure luminose che ci hanno lasciato: Luigi Sartori e Giuseppe Barbaglio.  Si effettuavano anche incontri annuali su questo tema a Ferrara. La tesi generale è che, pur essendoci qualche cenno nella Pacem in terris e altrove, manca da parte del Magistero un organico pensiero in favore della pace, limitandosi invece a uno sforzo per contenere i mali e i rischi della guerra. La pace oggi va posta al vertice dei valori umani, mentre la sua centralità anche in campo teologico può essere ricavata dalle Scritture. È necessario però recepire il messaggio della modernità, per cui non si può amare Dio senza amare l’uomo da lui creato a sua immagine. Pertanto bisogna agire nella storia coinvolgendosi per il suo progredire, bisogna privilegiare il momento escatologico della fine della storia più che il passato, nonché l’etica più che la dogmatica; per capire (e quindi amare) l’uomo è necessario recepire il contributo delle diverse scienze che lo studiano.

Beati i miti e i pacificatori (Mt 5,5.9). Oggi spesso siamo violenti perché abbiamo paura del disordine, del caos. La guerra rende lecito, anzi doveroso, quello che altrimenti sarebbe ignominioso: uccidere. Lo fa in nome di principi superiori, che vengono in certo senso sacralizzati, idolatrati. Il mite, come il pacificatore, non teorizza, non sacralizza. Si inserisce tra le parti in conflitto cercando di mostrare all’uno il bene dell’altro. Rischia di persona. Non pretende utopicamente di cambiare l’uomo, ma solo le strutture politiche. Parte dal caos (conflitto) per arrivare all’ordine (pace). Riceve un premio tutto terreno (eredita la terra) ed è dichiarato beato, una constatazione di felicità.

*Scheda tratta in prevalenza dagli interventi di Piero Stefani alla settimana estiva di Motta 2007 sulla pace, organizzata dalla Comunità di via Sambuco 13, Milano.

[1] De Civitate Dei 19,13

[2] Cfr. L. Sartori, La pace al centro della teologia, “Esodo” n. 3, 2000.

Per riflettere:

-pace come tranquillità nell’ordine;

-ordine o disordine costituito?

-modello esodico: graduale, pedagogico;

-senza giustizia non può esserci pace duratura;

-nel nuovo testamento la pace ha più rilievo;

-passa attraverso giustizia, libertà, verità, amore;

-manca un organico pensiero magisteriale sulla pace

-non pretendere di cambiare l’uomo ma le strutture politiche.


luglio 17, 2008

LA PACE AL CENTRO DELLA TEOLOGIA di Luigi Sartori*

L’UOMO E LA STORIA PER RIBALTARE LA PROSPETTIVA

“Sono caduti i due blocchi, che impedivano la realizzazione del genere umano come unica realtà finale, ed oggi un blocco, il capitalismo, rischia di diventare il gestore di tutta l’umanità. Ma come blocco, appunto, con le sue modalità settarie acquisite nell’opposizione all’altro. Siamo perciò ancora lontani da quel soggetto unico mondiale, da quella comunità entro la quale anche le religioni tolgano le asprezze e diventino forza di connessione” (pag. 41). Al contrario, oggi non solo si ricorre disinvoltamente alla guerra, anche preventiva, ma persino si toccano i toni delle guerre di religione: da una parte e dall’altra si uccide ancora nel nome di Dio. Tutto ciò non può non imporre forti interrogativi anche alla stessa ricerca teologica. Ecco alcune linee di tendenza.

Cambiare il concetto di trascendenza.  “La trascendenza coltivata dalla filosofia greca, ed entrata nel cristianesimo, è vista spesso, nella maggior parte dei casi, come un’uscita degli esseri dal cosmo. Trascendere vuol dire lasciar cadere gli esseri per arrivare all’Essere. E così Dio lo si “conquista” fuggendo, separandosi. Ormai la trascendenza non può più essere vista così. Per arrivare all’Altro bisogna passare attraverso l’altro; trascendere me stesso per arrivare a Dio deve avere il significato di un trascendimento da me verso tutti gli altri. L’Altro autentico lo si attinge coinvolgendosi, uscendo da se stessi nell’assunzione di tutti gli altri, addirittura partendo dall’ultimo: partendo dal lebbroso, da colui che è il non-nominato, che sembra quasi zero. (…) Rispetto al Medioevo, centrale nella teologia attuale è il discorso non sulle cose prime, ma sulle cose seconde, cioè sulle realtà vicine, proprio nella convinzione che non bisogna scappare fuori dalle cose, oggetto dell’amore divino, per cercare Dio. Posso amare Dio se non amo coloro che egli ama? Posso parlare di Dio se non parlando di coloro che egli pensa dall’eternità?” (pag. 38).

La salvezza.  “La novità della teologia attuale consiste nella ricerca di un punto centrale dentro le cose vicino a noi” (pag. 38). La salvezza e la sua storia, per esempio, sono da alcuni decenni grandi temi che hanno unificato parecchi teologi, pur con diverse coniugazioni. “Gli ortodossi preferiscono vedere la salvezza nell’aspetto positivo: la ‘divinizzazione’, la ‘deificazione’ è la categoria centrale del loro pensiero. Nel mondo protestante, invece, permane il termine ‘giustificazione’, che non credo abbia un futuro, essendo parola troppo giuridica e troppo legata al dibattito del tempo di Lutero. L’America Latina ci ha fornito la bellissima espressione ‘Dio liberatore’, è riuscita a costruire una teologia tutta attorno al tema della liberazione, che è pure una declinazione di ‘salvezza’. Nell’America settentrionale, la salvezza è stata invece declinata con la ‘teologia del processo’ (per loro è importante lo sviluppo…) che, grazie a Dio, oggi sta decadendo. Da noi i pastori, con un po’ di furbizia, hanno messo al centro la ‘promozione umana’, espressione neutra che significa ‘andare avanti’” (pag. 39).

Una “teologia che cammina”.  “La teologia classica, dal Medioevo in poi, dava più importanza agli inizi della storia, allo stato paradisiaco delle origini. E allora vengono fuori i miti dell’epoca di Adamo: Dio ha creato tutto nella perfezione, poi c’è stata la decadenza; il futuro sarà un tornare all’origine. La svolta attuale della teologia consiste nel dar valore al momento escatologico, cioè alla fine della storia, più che alla storia passata, dalla quale usciremmo come ‘decadenti’. Si tratta di una concezione bellissima, che sprigiona maggiori energie coinvolgendo tutti in una ‘teologia che cammina’. (…) Noi dobbiamo raccogliere tutto ciò che avviene nella storia, coscienti che ogni uomo e ogni cultura sono coinvolti nel cammino verso l’eschaton, il punto di arrivo finale: cristiani, buddisti, induisti… Se diamo la prevalenza al passato rischiamo di lasciar fuori molta parte dell’umanità; se invece siamo convinti di essere appena partiti, se tutti siamo in partenza, allora ci ritroviamo con i buddisti, gli induisti, i vari movimenti, tutta la realtà umana. Questa è la novità: siamo davvero tutti sul piede di partenza, altro che arrivati!” (pag. 39).

Verso una teologia antropologica.  “La teologia piano piano è diventata antropologica, poiché dal primato dato a un Dio che quasi ci fa uscire da noi stessi e fuggire dall’uomo, si è passati a un Dio dentro la storia, dentro l’uomo. Ciò non significa mettere Dio in secondo piano, significa piuttosto coinvolgere sempre di più l’uomo e quindi privilegiare il discorso etico sul discorso dogmatico. Spesso oggi l’etica viene staccata dal dogma. Sembra che prima si debba credere e poi, quasi per sola coerenza, agire. Ma tutta la cultura e la teologia fondamentale moderna mostrano che solo a chi si coinvolge Dio appare, solo a chi si impegna a fare si aprono gli occhi. L’aprirsi degli occhi su Dio dipende dall’amore nei confronti del prossimo. Dio è amore e, come dice Giovanni: ‘se sei in Dio e conosci Dio, allora ami il fratello’. (…) Ma Gesù di Nazareth è Dio e uomo: per capirlo di più e per poterne ancora parlare, bisogna che ci facciamo aiutare anche dalla cultura laica moderna, specialmente dalle varie scienze umane: l’antropologia, la psicologia, la sociologia, la fenomenologia… ci danno strumenti per capire l’uomo, per coinvolgerci nella storia, per capire Cristo” (pag. 40).

La centralità del tema della pace.  “Anziché insistere solo sulla salvezza, sulla storia della salvezza, perfino sulla Trinità o su Cristo, tutti argomenti importantissimi ma che rischiano di restare nell’astrazione, proviamo a mettere la pace al centro. Certo, come tutti gli altri termini, anche questo è ambiguo, come i termini ‘salvezza’, ‘storia’, addirittura ‘Cristo’, possono essere interpretati in tante maniere. Quando si individua un centro di riflessione teologica, si deve tener presente che quel centro non è automaticamente evidente: mentre dà, deve anche ricevere. Come per capire Gesù di Nazareth è indispensabile leggere l’Antico Testamento, così ogni realtà è talmente legata alla pace, che la pace stessa, per essere capita, per poter funzionare in quanto dono, deve ricevere da tutte le realtà. Si tratta di una legge tremenda che va applicata anche in teologia: per poter dare veramente qualcosa a tutti gli altri, devo ricevere da tutti. È lo statuto della pace! Diventare accoglienti, ospitali verso tutti, per essere in grado di dare. Diversamente, se si rimane in un clima polemico, settario, si pensa forse di dare, ma di fatto si divide sé stessi e gli altri. Credo che il tema della pace, non inteso come armistizio ma come pienezza escatologica (come suggerisce la Bibbia), possa condensare intorno a sé molti discorsi e realtà. Camminare verso la pace significa muoversi verso la meta funzionale di dar dinamismo alla storia: pace vuol dire avviarsi verso quell’unità del soggetto planetario che ancora non esiste” (pag. 41).

* Libera riduzione dell’articolo con lo stesso titolo apparso su “Esodo” n. 3, 2000, pagg. 37-41, di Luigi Sartori, teologo dell’ecumenismo e della teologia della pace.


Per riflettere:

-si uccide ancora in nome di Dio;

-come cambiare il concetto di trascendenza;

-partire dalle realtà vicine;

-il Dio liberatore dell’America Latina;

-pensare alla fine della storia più che al passato;

-Dio è dentro la storia, dentro l’uomo;

-privilegiare il discorso etico su quello dogmatico;

-farsi aiutare anche dalla cultura laica moderna;

-la pace deve ricevere da tutte le realtà;

-essere accoglienti per poter dare.


[scaricato da:   https://brianzecum.wordpress.com%5D

Cattedrale st. Pierre di Ginevra

« Newer Posts

Blog su WordPress.com.