Brianzecum

agosto 4, 2008

FUNZIONE STRATEGICA DI CIBO E FORESTE

QUESTE SONO FONDAMENTALI PER GARANTIRE ALLE FUTURE GENERAZIONI ACQUA, CIBO E AMBIENTE

Da alcuni anni si verificano fortissimi sbalzi nel prezzo del petrolio, con conseguenze anche indesiderabili in altri mercati. Quando il prezzo è alto, ad es., si genera la convenienza a dedicare parte delle terre coltivate alla produzione di carburanti (detti biocarburanti, o meglio agrocarburanti, perché utilizzano risorse agrarie), sottraendole allo scopo alimentare. Anche governi, come il Brasile, gli Stati Uniti e persino l’Europa hanno favorito questa scelta. La conseguenza è stata una minore produzione dei cereali e di altre derrate alimentari e la conseguente crescita del loro prezzo a livello mondiale. Da noi questa dinamica dei prezzi può avere effetti relativamente limitati, ma nei paesi del terzo mondo – dove risiede la maggioranza del genere umano – le conseguenze possono essere addirittura tragiche: può voler dire innalzare il numero di morti per fame – che ancor oggi si valuta nella spaventosa misura di decine di milioni ogni anno. Pertanto non ha torto Iean Ziegler, esperto dell’ONU per il «diritto al cibo», a parlare di crimine contro l’umanità a proposito di questa destinazione a carburante di granoturco e soia.

Conseguenze sociali e ambientali.  Ma vediamo più in dettaglio qualche altro effetto. Il governo brasiliano ha riqualificato circa 200 milioni di ettari di foresta tropicale secca, praterie e paludi, in «terre degradate», adatte alla coltivazione. Si tratta di ecosistemi con grande biodiversità, abitate da contadini poveri e da grandi aziende per l’allevamento estensivo di bovini. L’introduzione delle colture per agrocarburanti ha la conseguenza di ricacciare queste comunità verso la «frontiera agricola» dell’Amazzonia, là dove le tecniche devastatrici di deforestazione sono ben note. Secondo la Nasa più aumenta il prezzo della soia (che fornisce il 40% degli agrocarburanti in Brasile) più accelera la distruzione della foresta umida. Discorso analogo può essere fatto per l’Indonesia, dove il biodiesel tratto dalle coltivazioni di palma da olio viene chiamato «diesel della deforestazione». È importante tener presente che certe coltivazioni industrializzate, come la soia, offrono occupazione a un numero estremamente basso di persone, fino a 70 volte meno rispetto alle tradizionali coltivazioni familiari. Inoltre la fertilizzazione del terreno con concimi azotati libera nell’atmosfera l’ossido di azoto (N2O), un gas di fortissimo effetto serra, che tuttavia, essendo presente in quantità assai piccola, contribuisce per ora meno dell’anidride carbonica e del metano all’effetto serra complessivo.

Circoli viziosi.  Bastano queste brevi considerazioni per indicare il rischio di cadere in «circoli viziosi». Introdotta per combattere l’effetto serra, di fatto, la produzione di agrocarburanti lo può addirittura incrementare, sia attraverso la riduzione delle foreste, sia attraverso l’introduzione delle coltivazioni industriali e l’uso di fertilizzanti chimici. Un altro circolo vizioso può essere quello ricordato all’inizio tra incremento del prezzo del petrolio, biocarburanti e fame. Spesso si invoca l’avvento di biocarburanti di seconda generazione, quelli che, a differenza degli esistenti, non sarebbero prodotti in alternativa ad alimenti, ma da scarti agrari o biomasse legnose tratte dalle foreste. Tuttavia c’è il rischio che le biomasse non garantiscano adeguati profitti e siano pertanto disertate dagli investitori.

Quattro ecosistemi.  È necessario quindi affrontare il tema in un’ottica di ampio respiro, quella stessa che spinge a domandarsi dove potrà attingere il cibo in futuro un’umanità in rapida crescita. È noto che quattro sono gli ecosistemi da cui possiamo trarre alimenti: quelli delle acque, dei pascoli, delle terre coltivate e delle foreste. Le acque, specie quelle marine, hanno raggiunto ormai da decenni un livello di saturazione, per cui le possibilità di crescita del pescato sono assai limitate. I pascoli da noi sono abbandonati e stanno rimboschendosi, data la mancanza di persone disposte a quella vita aspra, ma nei paesi poveri sono sottoposti a una cronica situazione di “sovrappascolo”, cioè di eccesso di animali, che ne favorisce il degrado e la desertificazione. Degli ultimi due ecosistemi, terre coltivate e foreste, si è già accennato ad una certa reciproca intercambiabilità. Sono però da sottolineare i gravi danni, spesso irreversibili, quando si tratta di foreste tropicali umide, distrutte per lasciar posto alle coltivazioni. In un regime caldo e piovoso infatti, il terreno denudato perde rapidamente il suo contenuto di humus e rischia sterilità e desertificazione. In ogni caso le foreste possono essere rapidamente distrutte, ma per la loro ricostruzione si richiedono decenni. Da noi le foreste sono state da sempre apprezzate e “coltivate” per trarne combustibili (legna), ma anche cibi (frutti, funghi, noci, castagne..) e per fungere da insuperabili regolatrici del regime idrico. Oggi, nel benessere, sono meno valutate, ma, nella prospettiva di un mondo affamato e assetato, si dovranno riconsiderare queste fondamentali funzioni delle aree boscate.

In definitiva,  anche considerando il loro ruolo sul clima, le foreste, specie quelle tropicali, vanno considerate un bene prezioso per tutta l’umanità, la riserva privilegiata di energia rinnovabile e di cibo (basti pensare che, nonostante tutto, le foreste sono ancora circa 4 volte più estese delle terre coltivate). Non dovrebbero quindi essere abbandonate alla logica del mercato, all’arbitrio dei politici o alle brame degli speculatori. Altrettanto si dovrebbe ripetere per il mercato degli alimenti, specie nei paesi poveri, salvo incorrere in quel crimine contro l’umanità denunciato dalla stessa ONU. Resta a tutti noi il compito di premere a livello politico perché vengano valorizzati boschi e foreste, perché si torni a trarre da essi quell’energia rinnovabile che tradizionalmente fornivano e perché vengano effettuate le ricerche scientifiche e tecnologiche per rendere questa energia più adatta ai bisogni dei nostri tempi. Ma ci resta anche l’opportunità di educarci a consumi alimentari meno opulenti e più tradizionali, sperimentandone i concreti vantaggi per la salute.

Per riflettere:

-rincaro dei cereali: inattesa conseguenza del rincaro del petrolio;

-un crimine contro l’umanità;

-deforestazione e attacco alla biodiversità;

-il rischio dell’ossido di azoto;

-gli agrocarburanti possono aumentare l’effetto serra;

-puntare su quelli di seconda generazione;

-i terreni boscati possono essere in prospettiva una riserva di cibo;

-oltre a insuperabili regolatori del regime idrico e del clima;

-vanno salvaguardati come bene prezioso per tutta l’umanità.


agosto 3, 2008

NON È PIÙ TEMPO DI DELEGA E DIPENDENZA*

Giovanni 4 La samaritana

Contesto. Il vangelo di Giovanni, ultimo dei vangeli, è stato scritto attorno alla fine del primo secolo, una settantina d’anni dopo la morte di Gesù. Si differenzia nettamente rispetto ai tre sinottici perché pone l’accento sul mistero salvifico di Cristo, anziché sulla sua identità e sul regno di Dio. È quindi più “spirituale”, elaborato e filosofico rispetto ai precedenti, scritti alcuni decenni prima. Con l’episodio della Samaritana viene raggiunto un vertice eccezionale di intuizione ed innovazione. Si può anche ritenere che questo episodio, che non ha riscontro negli altri vangeli, sia stato costruito ad arte al fine di comunicare queste novità a noi lettori. È importante dare una rapida inquadratura storica e terminologica. L’inimicizia storica tra ebrei e samaritani risale al tempo del ritorno dall’esilio di Babilonia. Rientrati nella madrepatria e volendo ricostruire il tempio a Gerusalemme, gli ebrei respinsero l’offerta di collaborazione da parte dei samaritani, adducendo che questi ultimi nel frattempo si erano “contaminati” con i popoli vincitori e pagani, perdendo così la purezza necessaria. Con molta fatica i samaritani si costruirono un proprio tempio a Garizim, che però fu bruciato dagli ebrei nel 138 a.C., e nel 64 restaurato dai romani e restituito al culto dei samaritani. Quanto agli aspetti terminologici si ricorda che acqua viva sta per acqua in movimento, che sgorga: rappresenta la vita. Invece il termine verità, nella importante frase adorare in spirito e verità, traduce una parola greca che non corrisponde esattamente alla nostra “verità”, per cui è stata tradotta anche in spirito e lealtà. In ogni caso non si allude alla verità assoluta, ma semplicemente al contrario della menzogna.

Pretesto. Dietro questa pagina dirompente c’è una causa supposta, una ragione apparente: la donna samaritana. È stato detto (da Panikkar) che Gesù è stato convertito dalle donne, trasgredisce la legge per causa delle donne: come nel caso dell’adultera, della Maddalena, della siro-fenicia. Le cose più importanti nel vangelo (come la Resurrezione) sono comunicate anzitutto a donne. Con la samaritana Gesù compie una trasgressione plurima perché lui, ebreo, parla con una donna, samaritana, di dubbi costumi, da solo. Il suo approccio non ha nulla di moralistico; non c’è neppure la raccomandazione finale di non peccare più, che aveva fatto all’adultera. Parla dell’acqua e le promette un’acqua particolare: con la quale non avrà più sete, anzi diventerà in chi la beve sorgente che zampilla per la vita eterna. Poi una discontinuità nel colloquio: Gesù si rivela a lei come profeta perché dimostra di conoscere i dettagli della sua vita (è il modo consueto con cui i frequenti “maghi” tentano anche oggi di abbindolare i clienti). Infine le grandi rivelazioni innovative. Dunque la samaritana come pretesto per queste rivelazioni. Ma perché Gesù ha scelto proprio l’inferiorità di una donna di dubbi costumi, appartenente ad un popolo impuro, per farla “missionaria”? E perché la samaritana ha accettato e creduto? Era probabilmente una persona in ricerca, come testimonia la pluralità di mariti, e forse amava anche, ma è plausibile che, oltre che attratta dall’idea dell’acqua speciale e dalle qualità “magiche” di Gesù, si sentisse veramente amata da lui, che abbia fatto con lui l’esperienza della fede. “La predicazione vera non ha bisogno di nessuna specializzazione, né preti, né monache né altro. (..) Se la fede non è esperienza è superstizione, quando non idolatria o semplice ideologia” (Panikkar).

Abolizione del tempio che divide. E veniamo finalmente al messaggio dirompente: per noi non è il rivelarsi di Gesù come Messia, già lo sapevamo. È quanto precede, l’adorare il Padre in spirito e verità, perché il Padre cerca tali adoratori. Gesù chiede, in parole povere, l’abolizione del tempio e del culto formale. Il Padre va glorificato con la vita, con l’amore per il prossimo, con la crescita umana e sociale, col perseguimento di pace, giustizia, salvaguardia del creato, non attraverso il solo culto. Il culto e il sacro sono spesso fonte di violenza e divisione, come tra giudei e samaritani, per non parlare delle guerre che ancora oggi si fanno in nome di Dio (almeno come pretesto). Inoltre implicano una gerarchia rispetto alla casta sacerdotale, che necessita delega e crea dipendenza. Il messaggio, preso alla lettera – come deve essere preso – è davvero dirompente, rappresenta un insegnamento di laicità, una spinta ecumenica fondamentale, una discontinuità antropologica anche rispetto agli stessi vangeli sinottici, nei quali Gesù sembra quasi aver paura a uscire da Israele. Bisogna pensare che questo messaggio sia opera dello Spirito Santo. Si deve anche riconoscere che tutto lo sforzo successivo delle autorità ecclesiastiche, a cominciare dalla prima lettera dello stesso Giovanni, ha cercato di smorzare il fuoco di questo messaggio. La fertilità del quale può essere espressa dicendo che in ciascuno di noi c’è una potenzialità di diventare fonte di acqua viva, anche per gli altri. La pienezza della nostra umanità come modo supremo per rendere grazie a Dio. La crescita umana che consente di affrancarci definitivamente da delega e dipendenza.

*da un incontro del Gruppo ecumenico della Brianza meratese del 12-6-08 in casa De Carlini.

LA CHIESA NON È MERCATO*

Maledizione del fico senza frutti

(Mc 11,12-24; Mt 21,18-22; Lc 13,6-9)

Comune ai tre brani evangelici è la maledizione di Gesù a una pianta di fico che non porta frutti. Mentre però Matteo (Mt) e Marco (Mc) raccontano lo stesso episodio, con qualche differenza, quello di Luca (Lc) potrebbe essere un episodio diverso. Solo Mc dà la giustificazione della mancanza di frutti: quella di essere fuori stagione; inoltre per lui la maledizione, udita dai discepoli, si concretizza nel disseccamento della pianta il giorno successivo, mentre per Mt avviene immediatamente. Per entrambi la spiegazione che dà Gesù è la forza della fede, capace di spostare le montagne. Si può pensare che il brano di Mt, scritto successivamente, abbia attinto da quello di Mc, con meno dettagli. Al di là delle differenze si potrebbe ritenere che non è tanto importante la verità storica dell’evento, quanto il messaggio educativo che con esso si vuol dare, tenendo presente che è indirizzato a un popolo scarsamente acculturato e che è pure finalizzato a mantenere coesa una nascente comunità cristiana contro le autorità religiose che la perseguitano.

Il contesto in cui è collocata la descrizione dell’episodio va evidenziato con attenzione. Nella narrazione di Mc e Mt, Gesù era appena arrivato al tempio di Gerusalemme, cuore dell’ebraismo, nella cornice festosa del pellegrinaggio pasquale. Sta maturando una duplice delusione: quella di Gesù, che appena giunto nel tempio sembra cercarvi qualcosa che non trova, dopo aver guardato ogni cosa attorno (Mc 11,11); e la delusione di Israele che aspettava un Messia armato e forte, diverso da Gesù, anche se la profezia di Zaccaria ricalca quasi esattamente quanto si sta avverando: Gioisci, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re: è giusto e vittorioso, è umile e cavalca un asinello; toglierà i carri da guerra e annuncerà la pace alle genti (Zc 9,9). Appellandosi alle profezie bibliche, Gesù contesta che il tempio sia stato ridotto a spelonca di ladri anziché luogo di preghiera per tutte le genti (Is 56,7). Si sta parlando del piccolo commercio che si svolgeva nel tempio di animali e oggetti votivi, di cambiavalute, ecc., ma forse Gesù aveva di mira ancor più il commercio del culto: le sicurezze sul futuro, la serenità dell’accoglienza, la protezione di santi.. – che la gente cercava nel tempio e che i sacerdoti vendevano, senza la gratuità che caratterizza l’azione di Dio: una specie di privatizzazione della fede. Le stesse richieste che facciamo a Dio nelle preghiere possono sconfinare con la blasfemia: pretendiamo di ridurlo alla nostra dimensione, a idolo che ci serve, come se non sapesse Lui quello che davvero ci occorre, anche se non lo chiediamo. Privatizzata e commercializzata, la religione divide, non è per tutte le genti, anzi, può diventare oppio dei popoli, opporsi alla crescita umana e civile.

Significato. In questo contesto la maledizione del fico ha un significato simbolico, che però non viene esplicitato, ma lasciato alla nostra intuizione. Una certa esegesi antiebraica vi vedeva il simbolo di Israele, colpito per non aver creduto: ma non è sostenibile, perché il patto di amore di Dio col suo popolo non è stato revocato, dura in eterno. Il significato simbolico è piuttosto da riferire al tempio e al culto che vi si svolgeva: forse proprio perché non dà più frutti, non essendo diventato luogo di preghiera per tutte le genti. Per questo Gesù interrompe il culto, lo abolisce: e non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio (Mc 11,16). “Se Dio giudica Israele è perché questi si è chiuso, e non vuol decidersi ad aprirsi al Messia ed alle genti. Non si considera più una realtà aperta, provvisoria, disponibile.”[1] Questo induce a riflettere sul culto e più in generale su questa fede senza la quale si è aridi e senza frutti, perché “non sempre ciò che gli uomini chiamano fede è tale agli occhi di Dio”.[2]

Fede che unisce. “La potenza delle fede non sta nella quantità: le molte preghiere e le molte pratiche dei giudei non erano la vera fede. (..) Fede è attendere da Dio, e non da noi o dalle nostre opere: la fede è gratuità, ed è per questo che si esprime nella preghiera. Fede è attendere da Dio quello che Egli vuole darci: non dobbiamo ostinarci a voler essere noi la misura del progetto di Dio. È Dio la misura del dono, non noi. Fede è renderci disponibili, perché Dio ci apra all’universalità delle genti: la negazione della fede è il ripiegamento su di sé, la gelosa conservazione del proprio privilegio.”[3] È forse questa fede gratuita e aperta che Gesù cercava, senza trovarla nei culti esteriori e ‘commerciali’ dei giudei nel tempio. È l’unica fede che, oltre a spostare le montagne, può unire i credenti delle diverse confessioni e garantire la pace annunciata alle genti. Il fatto che Gesù pretenda frutti fuori stagione sta probabilmente a significare che non dobbiamo rassegnarci all’esistente: nella fede la normalità non basta, deve essere esagerata, come l’amore di Dio per noi.

* Da un incontro del Gruppo ecumenico della Brianza meratese del 22 maggio 2008 presso la libreria La cicala.


[1] B. Maggioni, Il racconto di Marco, Cittadella ed., Assisi 1985, pag. 160.

[2] ivi

[3] ivi, pag. 161.

1 Giovanni VERITÀ DELL’AMORE INCARNATO*

Melensa, contraddittoria, inattuale, pericolosa: potrebbero essere prime impressioni su questa importante lettera di Giovanni. La sua importanza deriva proprio dall’affermazione – centrale nella lettera – che Dio è luce e amore. Si tratta della grande notizia evangelica, la rivelazione di un Dio universale, cioè padre di tutti gli uomini, in cui prevale la misericordia, il dono, la gratuità, la gioia: che quindi è ispirato a una logica diversa da quella umana. Vi è dunque un ottimismo di fondo su Dio, sull’uomo e sul creato. Gli aspetti meno positivi di questa riguardano invece il linguaggio usato e le distinzioni nette contenute nella lettera, che possono dar luogo a interpretazioni fondamentalistiche. È assolutamente necessario partire dal contesto geografico e storico in cui è nata, cioè la zona dell’Asia minore (attorno ad Efeso), verso la fine del primo secolo. I cristiani erano pochi, deboli, minacciati per apostasia dagli altri ebrei, in certo senso assediati. La forma della lettera l’avvicina di più a una omelia, essendovi presenti, oltre a quello omiletico, lo stile profetico e quello didattico (polemico e didascalico). Vi si può scorgere la mentalità semitica che non si preoccupa delle ripetizioni quando vuole evidenziare le cose più importanti.

Gnosticismo. La preoccupazione di fondo che ha spinto Giovanni alla redazione di questo testo sembra essere lo sforzo di opporsi alle tendenze gnostiche che stavano emergendo tra i cristiani. Il motivo portante di questa corrente, che taluno ha fatto risalire fino a Platone, è il pessimismo filosofico e religioso: il male è insito nell’esistenza e abbiamo il dovere di fuggirlo con l’aiuto di incantesimi magici e di un salvatore sovrumano. Il vero Dio per gli gnostici, lungi da un padre amoroso, è un Dio separato, distante, altro, persino opposto a questo mondo. Non a tutti gli uomini è dato di conoscere le vie per la salvezza: così lo gnosticismo diventava elitario e si prestava ad abusi sulle persone sprovvedute. Gli gnostici presero in prestito dalle religioni esistenti la loro terminologia in una specie di sincretismo. Tendevano infine ad accentuare il dualismo corpo-spirito, disprezzando il primo. Del cristianesimo non accettarono l’umanità di Cristo, considerandolo appunto un principio sovrumano, così furono dichiarati eretici. Ciò non toglie che taluni caratteri dello gnosticismo, come il pessimismo, il dualismo o l’elitarismo, siano restati fino ai giorni nostri, persino in certi movimenti ecclesiali. Anzi, si può ritenere che la malattia dello spirito del nostro tempo è definibile mediante ciò che Hans Jonas chiamava “sindrome gnostica”, ovvero la netta distanza del mondo (natura + storia) da Dio (Mancuso).

Primato dell’amore. Giovanni comincia subito la sua disamina dicendo che il criterio per conoscere la verità e restare nell’amore divino è a portata di tutti, empirico e semplicissimo: amare il prossimo e osservare i comandamenti. Meno chiaro è forse il criterio indicato per individuare i fratelli e i falsi profeti. Per fratelli Giovanni intende chi crede in Cristo, mentre i falsi profeti si dovrebbero distinguere perché non credono che Gesù è venuto nella carne ed è quindi vero uomo (4,2-3). Non si tratta evidentemente di un credere soltanto a parole, ma, come sopra, attraverso la verifica empirica dell’amore del prossimo e l’attuazione dei comandamenti. In ogni caso c’è lo sforzo di segnare confini in un campo dove solo Dio conosce qualcosa di certo. Seguono poi le distinzioni nette: luce-tenebre, verità-errore, uomini da Dio-anticristi…: distinzioni che possono avere un senso in astratto, ma non sembrano applicabili a persone concrete. Tali distinzioni possono essere foriere di divisione e conflitti, di cui la storia è piena. Anzitutto perché contraddicono al primato dell’amore. Possono essere comprese tenendo presente la situazione di accerchiamento e di minorità in cui si trovavano allora i cristiani, ma già dopo Costantino questo dualismo non aveva più senso se non come strumento del potere. Forse il veleno gnostico aveva in parte infettato anche lo stesso Giovanni, e non solo nel linguaggio.

La madre di tutte le rotture può essere considerata quella tra ebrei e cristiani. Al tempo in cui fu scritta la lettera probabilmente era già consumata questa rottura, ai vari livelli di gruppi, di base e di vertici. Ciò comporta, almeno implicitamente, reciproche condanne. Quale cristiano è autorizzato a condannare i “fratelli maggiori” ebrei per non aver visto in Cristo il Messia? Ogni condanna spetta solo a Dio, non agli uomini. Inoltre i cristiani erano probabilmente andati al di là della volontà di Gesù, costituendosi in una nuova istituzione contrapposta a quelle esistenti. Forse sarebbe stata preferibile l’alternativa di restare un movimento, una corrente di rinnovamento profetico all’interno sia dell’ebraismo che delle altre religioni – non ad essi contrapposta. Questo avrebbe richiesto maggiore tolleranza e pluralismo, non fissazione di paletti e confini, concentrarsi sull’essenzialità del messaggio, cioè sulla verità dell’amore, sull’“essere per gli altri” di Gesù, invece che su verità astratte, culti o altre forme di identità. Infatti Gesù ha ordinato ai discepoli di portare a tutte le genti la buona notizia di questo messaggio di amore. Inoltre questo messaggio è essenzialmente umano. Chiede agli uomini di diventare veramente umani: solidali, pacifici, giusti, rispettosi della vita e dell’ambiente… Non chiede l’adesione a particolari culti o verità astratte. In questa prospettiva l’affermazione giovannea che Dio è amore, assume tutto il suo rilievo. I seguaci di Cristo possono anche non manifestarsi come tali: basta che portino amore per gli uomini concreti, buoni o cattivi, nella verità o nell’errore, da Dio o anticristi…

In definitiva si può ritenere che le successive rotture che nella storia hanno diviso i seguaci di Cristo e tuttora li dividono anche in ambiti molto ristretti, nascono dal mettere una propria “verità” o identità prima della verità dell’amore incarnato nelle persone concrete, così come Gesù, parola incarnata, lo ha esercitato verso tutti gli uomini di tutti i tempi. Si dovrebbe aprire una discussione di fondo sulla identità cristiana, sull’essere per gli altri di Gesù e sul mistero dell’incarnazione perché il messaggio evangelico possa diventare davvero universale, giungendo a tutti.

* Da un incontro del Gruppo ecumenico della Brianza meratese del 17 aprile 2008 presso l’agriturismo I gelsi.

CONVERSIONE NEI CONFRONTI DEGLI EBREI

Perfidi ebrei; popolo deicida; si manifesterà la grandezza del cattolicesimo solo quando l’ultimo ebreo sarà stato convertito o eliminato. Questo era l’atteggiamento prevalente tra i cristiani ancora una quarantina d’anni fa, prima del Concilio vaticano secondo. Certo in parte rimane ancor oggi, tanto è difficile cambiare idee e comportamenti abbracciati per secoli. (more…)

CHIESE E PROFEZIA riflessioni in margine a Sibiu

Contrasti. Era presente un numero selezionato di delegati delle chiese e movimenti cristiani europei (2100 rispetto ai 10000 della precedente assemblea di Graz) per l’insufficiente ricettività alberghiera di Sibiu, una graziosa cittadina rumena di origine medievale fra i monti della Transilvania. Qui l’ecumenismo è di casa perché da sempre convivono etnie e religioni diverse. (more…)

agosto 2, 2008

DUBBI, DOMANDE, RELATIVISMO DI QOHELET*

Chiunque è capace di dare risposte, ma soltanto un genio sa porre domande. Se è vera questa battuta di Oscar Wilde, anche Qohelet era un genio. L’autore di questo classico poema biblico sapienziale attribuito a Salomone in quanto prototipo dei sapienti, ma scritto mezzo millennio dopo di lui (nel 4°-3° secolo a.C.), pone dubbi e domande più che dare risposte, svolge una critica spietata alle ambizioni umane (tutto è vanità), ma senza moralismi. Forse la sua critica è costruttiva. “Ci sono venature di pessimismo, però subito bilanciate da un sano e realistico amore alla vita; espressioni che suonano come delusioni nei confronti di Dio, quasi negazioni, però contraddette da altre che invece sembrano manifestare una fede robusta e ostinata. C’è una tendenza critica e demolitrice, ma anche una tendenza moderata e conservatrice” (Bruno Maggioni). Vito Mancuso ritiene che nel libro del Qohelet, a differenza del libro dei Proverbi, prevalga la visione negativa rispetto all’autorità monarchica e all’ordine del mondo: che quindi “apra a sinistra”, al nuovo. L’amore per la vita si manifesta in Qohelet nei frequenti inviti a mangiare, bere e godere la vita: non si tratta di inviti all’evasione godereccia, ma a saper apprezzare e accontentarsi delle sane gioie quotidiane che la vita ci porge. A saperne vedere i lati positivi. Il testo batte e ribatte sul termine ebraico “havel”, tradotto in passato con vanità, vuoto, nulla, che suggeriscono prospettive deboli di assurdità e falsità. In questo modo sono state utilizzate da tanta “teologia del disprezzo del mondo”, del cammino monastico alla perfezione e così via. Una traduzione più rigorosa sarebbe “soffio, fumo, polvere” connessi ad un contesto in cui prevale un giudizio forte di flusso, invadenza, offuscamento. Quest’ultimo riferimento rende più comprensibile che, nonostante il prevalere dell’ingiustizia e l’incombere della morte, possa avere senso l’invito a vivere pienamente le gioie che sono concesse e dare prova di una corretta condotta morale.

Le contraddizioni che possono essere rilevate nel Qohelet e nella realtà che vi è descritta sono insite nella realtà umana: grandi innovatori spirituali del ‘900, come Pavel Florenskij e Simone Weil, hanno teorizzato l’utilità e la necessità, per il pensiero e il progresso, delle antinomie e delle contraddizioni. Ci sono ad es. mille motivi per affermare che la vita è bella, altrettanti per negarlo. Florenskij in particolare afferma la necessità di coltivare l’arte di cogliere le contraddizioni, senza negarle o seppellirle, per poter penetrare la verità. La vita è antinomica: vi si scontrano la legge della vita e quella della morte. In concreto è da preferire l’aspetto positivo della realtà antinomica. Il testo del Qohelet riflette queste antinomie: ecco perché appare spesso un’accozzaglia di indicazioni eterogenee, ciò significa proprio sottolineare la realtà contraddittoria della vita umana.

Relativismo. Una chiave per la lettura del Qohelet è la conoscenza. Se si parte da questo aspetto, invece della più usuale lettura moralistica, si comprende perché il testo accordi la preferenza a situazioni di tristezza: consentono di conoscere maggiormente la realtà. Ciò che il testo chiama ripetutamente vanità (havel), è pure la condizione inconsistente della conoscenza umana. “Arriva a concludere di non poter fare alcuna affermazione sicura su niente: tutto è inconsistente” (Claudio Doglio, www.symbolon.net). La stessa idea di Dio, che appare nel testo poco centrale, quasi giustapposta, ha fatto parlare taluno di ateismo del Qohelet. Turoldo definisce Qoelet un dissacratore, “forse l’unico, che sia fra tutti un vero ateo”. E aggiunge che “è per merito suo che nella Bibbia anche i più radicali negatori trovano una loro collocazione, una loro ospitale dimora: il vero Dio, l’Ineffabile, cioè il nostro Dio, li accoglierà”. Si può intravedere una correzione di Turoldo, che passa dall’inesistenza all’ineffabilità di Dio. Per Ravasi quella dell’ateismo è una prospettiva semplicemente improponibile nell’antico Israele: solo Dio può dare un senso alla vita. Il Dio di Qohelet è un Dio di rettitudine e dignità più che di giustizia: rettitudine di cui dobbiamo dare prova non per avere un vantaggio terreno ma per essere degni ai nostri occhi prima ancora che nel giudizio di Dio la cui volontà è per noi invadente e oscura. È un invito a vivere con generosità e coraggio: da soli non siamo nulla ma tutti insieme siamo la vita. Questo ricorda ciò che Borges ha detto del tempo:

«è un fiume che mi trascina ma io sono il fiume

è una tigre che mi sbrana ma io sono la tigre

è un fuoco che mi divora ma io sono il fuoco»

Senso della vita. Nel famoso brano sui tempi (3,2-8), con le 14 coppie di contrari (28, cioè 7 x 4: sono i due numeri che indicano la completezza, rispettivamente temporale e spaziale) è facile costatare che per il Qohelet – come del resto per tutti noi – riflettere sul senso del tempo equivale a interrogarsi sul senso della vita, dal momento che l’attenzione non è per il tempo in sé, ma per ciò che avviene e qualifica questo tempo. Perciò hanno colto nel giusto quei commentatori che vedono in questo brano uno dei passaggi chiave per interpretare il senso di tutto libro. Di fronte alla tentazione fatalista di pensare che tutto si svolga senza alcun ordine, in una sorta di caos senza senso – e questo può risultare da una lettura superficiale e affrettata della realtà – il Qohelet afferma chiaramente che invece c’è un tempo per ogni cosa e che Dio ha fatto bella ogni cosa a suo tempo; e se anche l’uomo non riesce a scoprire da capo a fondo l’opera di Dio (3,11), non significa che essa non gli si presenti in ogni evento e situazione.

In definitiva è significativo che una religiosità così laica, conflittuale, critica, negatrice di tutta la tradizione, come quella espressa dal libro del Qohelet, sia stata inclusa nel canone biblico e sia quindi legittimata addirittura come parola di Dio. Sembrerebbe piuttosto parola di uomo, se vicende fortuite non avessero portato a quella inclusione. In ogni caso è possibile trovare una logica complessiva: “difficilmente si può apprezzare appieno la lieta notizia del Vangelo se prima non si passa attraverso la spietata analisi di Qohelet. Nella predicazione di Gesù questo libro biblico approda, infatti, al suo giusto equilibrio, riacquistando senso all’interno della rivelazione” (Maggioni).

*Da un incontro del Gruppo ecumenico della Brianza meratese del 20 marzo 2008 presso l’agriturismo I gelsi.

Esodo 3 VOCAZIONE, NON IDENTITÀ*

La narrazione dell’intervento di Dio per liberare il suo popolo dall’oppressione degli egiziani, per portare gli ebrei “dalla schiavitù al culto”, inizia con l’episodio del roveto ardente. A sua volta questo episodio segna l’inizio della vocazione che Dio rivolge a un riluttante Mosè di mettersi alla testa del popolo ebraico: gli ordina di chiedere al faraone di lasciare partire gli ebrei e di guidarli poi nella faticosa conquista della libertà. Mosè ha paura ma non è annichilito, discute con Dio opponendo una propria identità: è giovane, inesperto, non ha studiato, soprattutto si è macchiato di un grave peccato: ha ucciso uno degli oppressori egiziani che stava frustando con lo scudiscio un israelita. “Mosè dovette fuggire ed espiare amaramente il suo accesso di collera. (..) Ma nel suo cuore mai lo abbandonò un sogno, il sogno di un mondo di libertà per il suo popolo e il sogno di un Dio che ascolta il lamento dell’uomo angariato”2. Forse la vocazione di Mosè passa anche attraverso il suo delitto. Di solito la vocazione si manifesta in situazioni critiche (la situazione degli ebrei in Egitto era peggiorata) ma anche nella vita quotidiana. Mosè stava facendo il suo lavoro usuale (condurre il gregge) quando gli apparve l’angelo ad annunziare la presenza di Dio nel roveto ardente. Dio prende sul serio le obiezioni di Mosè, ma non ascolta le sue pretese identitarie. La vocazione è operata da Dio su persone spesso inadeguate e persino indegne, perché chi inciderà non saranno loro, ma Dio stesso. Loro devono aderire, anche attivamente, e soprattutto fidarsi, avere fede.

Identità. Dare un nome significa nella cultura ebraica (e non solo) esercitare un potere sull’essere nominato: vuol dire avvicinarsi alla sua identità. Non è che non sia legittimo domandarsi e ricercare sulla propria e altrui identità. Mosè lo chiede a Dio con la domanda: Chi sono io? (3,11) e la risposta è: Io sarò con te (3,12). Non una identità, ma la garanzia di una presenza. Mosè va avanti e chiede a Dio anche chi è lui, quale il suo nome. La prima risposta potrebbe sembrare quasi uno scherno: Io sono colui che sono (3,14), ma una traduzione migliore potrebbe essere colui che sarà, che ti assisterà, che non ti abbandona. Poco oltre specifica: il Dio dei vostri padri, di Abramo, di Isacco, di Giacobbe (3,15-16): non un Dio dei filosofi, della natura o altro, ma il Dio della tua storia, in relazione con l’uomo, che ha scelto di aver bisogno dell’uomo, di farsi aiutare per completare la creazione. In entrambi i casi, sia per l’identità di Mosè, sia per quella di Dio, la risposta non è un nome, ma un verbo, un’azione. Se ne può dedurre che Dio non vuole che ci soffermiamo troppo sulle identità o le radici, come si sta facendo molto in questo momento (identità europea, padana, radici cristiane…), ma che operiamo secondo i suoi dettami e la sua vocazione su ciascuno di noi. Il vero problema non è la domanda su chi siamo, ma su che cosa vuole Dio da noi. Dietrich Bonhoeffer nella prigione nazista che ha preceduto la sua impiccagione ha scritto una poesia, intitolata appunto Chi sono io?, nella quale, dopo diverse alternative, conclude: chiunque io sia, tuo sono o Dio.

Il nome di Dio. È necessario approfondire questo punto fondamentale: il significato del roveto ardente, dentro cui si rivela Iddio è ben preciso: da un lato la sua presenza attiva, che brucia, appunto; dall’altro la sua inafferrabilità da parte di nessuno – persone, popoli o chiese che siano. Di Dio non sappiamo niente, per parlarne lo dobbiamo ricondurre alle nostre dimensioni, quindi relativizzarlo; quanto più lo si conosce, tanto più ci si accorge di esserne lontani. Lo sforzo dei teologi potrebbe essere, da questo punto di vista, addirittura blasfemo (questa forse l’intuizione di Olmi nel suo film Centochiodi), nella misura in cui si pretende di definirlo o di nominarlo. Molti atei potrebbero essergli persino più vicini rispetto ai credenti che lo nominano invano o, peggio, lo strumentalizzano. Dio può essere narrato (come fa la bibbia), non definito. Meglio dunque non chiedersi: chi è, o: perché mi chiama, ma: cosa vuole da me o da noi. La vocazione chiama subito all’azione. Ciò non vale soltanto per i singoli, ma anche per i popoli o i gruppi. La bibbia ci insegna che, con la vocazione di Mosè, il popolo di Israele prende coscienza della propria dignità e della vocazione di Dio per condurlo alla libertà. Così da popolo di schiavi, straccioni e fuggitivi, qual’era, diventa popolo di Dio. L’identità si scopre nella vocazione, la segue.


* da un incontro del Gruppo ecumenico della Brianza meratese col pastore Gianni Genre del 13-6-07 presso la libreria La cicala, Merate.

2 E. Drewermann, Il vangelo di Marco, immagini di redenzione, Queriniana, Brescia 1994, pag. 252.

agosto 1, 2008

QUANDO UN’IDEOLOGIA PRETENDE DI ESSERE “NATURALE”

LA PRETESA DI FONDARE L’ECONOMIA SULLA NATURA SOTTOVALUTA LA VOLONTÀ DELL’UOMO

La schiavitù nel passato era ritenuta “naturale”, inevitabile. La visione della società e della giustizia era gerarchica, verticale. Le gerarchie sociali erano considerate naturali ed era ovvio che chi nasceva schiavo, plebeo, nobile o re, morisse egualmente schiavo, plebeo, nobile e re. Ai tempi della bibbia queste idee erano pacifiche e invalse (ancora Paolo, ad es., raccomandava alle mogli di essere sottomesse ai mariti); ma nella bibbia c’era il germe di un superamento. C’era la narrazione di un Dio che non era soltanto creatore (ciò che vale per ogni cosa), ma che si è manifestato al suo popolo anzitutto come liberatore: che lo ha liberato dalla (o dalle) schiavitù. C’era anche l’attenzione per i più poveri e deboli, verso i quali non sembra ragionevole limitarsi a invocare atteggiamenti compassionevoli da parte dei potenti, ma invece il riconoscimento di diritti da parte della intera società. Sta di fatto che nel superamento della schiavitù e nel riconoscimento del diritto alla libertà per ogni uomo c’è probabilmente un importante influsso biblico: il messaggio biblico come fattore di progresso umano e sociale. È stata forse proprio questo messaggio, partendo dalla uguale dignità di tutti gli uomini, a portare nel mondo quella visione orizzontale della giustizia, che tende lentamente ad affermarsi rispetto alla precedente visione gerarchica.

La natura come gioca in questo contesto? Tradizionalmente è stata intesa nella duplice connotazione di madre e matrigna: madre perché genera e ama i suoi figli; matrigna perché non guarda in faccia a nessuno quando deve distruggere o uccidere. Questa ambivalenza va tenuta presente quando si parla di natura. Nella narrazione biblica prevale forse l’aspetto negativo della natura: l’uomo viene invitato a opporsi a certi aspetti della sua natura interiore, animale, che lo spingono verso l’egoismo, la cupidigia, l’aggressione verso i suoi simili. Gli viene indicato un piano superiore (giustizia, altruismo, condivisione, libertà, uguaglianza, fraternità, pace…) che supera la stretta natura, ma al quale si può giungere anche con la semplice ragione: il piano di una maggiore umanità. Di solito della narrazione biblica si sono fatte letture “sacrali” o “clericali”, che rimandano all’al di là, alla liberazione dal solo peccato o altro. Forse proprio per questo non si sono colti gli aspetti umani e in particolare l’obbiettivo massimo che viene indicato all’uomo: raggiungere la pace sulla terra, come sintesi di tutti i valori umani e sociali da perseguire. Né si sono valorizzati gli aspetti positivi che vanno riconosciuti alla natura, anche come riflesso del suo Creatore. Per trovare una sensibile innovazione nella storia del pensiero, bisogna arrivare verso la metà del secondo millennio. Con la rivalutazione dell’uomo, il periodo rinascimentale ha pure portato una certa rivalutazione della natura.

Nel campo economico,  cioè nel rapporto dell’uomo con i beni e la soddisfazione dei bisogni, sono state fin dall’antichità elaborate idee per migliorare e razionalizzare il comportamento umano; tuttavia solo verso la fine del ‘700, dopo la rivoluzione umanistica e naturalistica, è stata introdotta l’idea che nell’operare economico non vi sia soltanto la volontà dell’uomo operatore, ma che questa sia sottoposta a una sorta di ordine “naturale”, razionale, contro il quale è vano opporsi. Questo principio, riscontrabile più o meno chiaramente in autori come Smith, Ricardo, Malthus – riconosciuti universalmente come fondatori della scienza economica – è rimasto, se pure implicito, in tutta l’elaborazione del pensiero economico liberista – così come in quello marxista – fino ai nostri giorni. Oggi, crollata la validità empirica dell’ideologia marxista, i principi liberisti non hanno pressoché rivali. Così la caratteristica forse più importante della società attuale è la globalizzazione dell’economia fondata sui principi liberisti. Gli stessi principi elaborati due secoli addietro, con la pretesa di essere “naturali”, quindi scientifici, anziché attribuibili al volere dell’uomo.

Dov’è il tallone d’Achille dell’elaborazione liberista? È da cercare proprio nel punto iniziale: la sottovalutazione della volontà dell’uomo rispetto alla pretesa “naturalità” e inevitabilità di ciò che avviene nel campo economico. Dietro a concetti astratti, come quello di mercato, ci sono uomini con nome e cognome, con più o meno potere o ambizioni, che intervengono perseguendo determinati obbiettivi o strategie, non sempre univoci. Un grave inconveniente è che questi uomini spesso perdono il senso del limite: quanto più ricchi e potenti, quanto più in grado di influenzare il mercato, tanto più si sentono autorizzati ad operare per aumentare ulteriormente il loro potere e guadagno. È tipico delle società opulente la perdita del senso del limite. Così lo sviluppo delle economie opulente cresce su sé stesso, cumulativamente, senza limiti, senza timore di esaurire risorse limitate, come le energie fossili del globo, di alterare l’equilibrio climatico. Prima il prezzo elevato dell’energia (che ha spinto a ridurre la produzione alimentare a favore degli agrocarburanti), oggi la crisi economica, hanno di molto allargato l’area della fame. La quale stride tragicamente con i milioni di morti per patologie del benessere, cioè per l’eccesso di cibo. È curioso che per curarsi si riscopra la natura (cibi naturali, medicine alternative, tradizionali o altro ancora), quando basterebbe un elementare principio di equità o di equilibrio.

Maschera del potere.  Nella grande maggioranza il mercato è manipolato dalle classi dominanti nel proprio interesse. I risultati si vedono: alcuni diventano sempre più ricchi – eccessivamente ricchi – mentre al contempo aumentano le masse impoverite, precarie… E gli strumenti nelle mani dei potenti non mancano: la pubblicità non è probabilmente il più importante, anche se vi si dedica una percentuale crescente delle risorse prodotte. Forse di maggior peso è il controllo dei media, che non per nulla viene acquisito dai più accorti esponenti del potere economico. Attraverso i media si opera un continuo e sotterraneo lavaggio del cervello degli utenti, istillando alcune convinzioni, alcuni dogmi. Il primo dei quali è ovviamente la naturalità dell’economia liberista, con i corollari di liberalizzazione, deregolamentazione, privatizzazione, competizione, fiducia idolatrica nella tecnica, nel progresso, nel mercato… Ma possono anche servire certe operazioni (come la delocalizzazione) o certe sottolineature nell’informazione (creare paura degli immigrati, sostenere la necessità della guerra per sentirsi più sicuri…). Infine, al vertice della società globale, come massima fonte di guadagno – oltre che di instabilità e sfruttamento – si sta imponendo sempre più la speculazione finanziaria. Questa è un’attività a somma zero, dove qualcuno guadagna solo perché altri perdono. Come non vedere che la pretesa naturalità del liberismo, oggi come due secoli fa, non è altro che una maschera dietro cui si nasconde il potere economico? Il quale è sempre più forte quanto più aumenta l’efficacia dei suoi strumenti di convinzione. Quelli che hanno consentito all’uomo più ricco d’Italia di convincere i poveri italiani che i suoi interessi coincidono con quelli degli italiani poveri!

In definitiva la natura mantiene immutato il duplice volto di madre e matrigna. Dopo la negazione medievale e la riscoperta umanistica – che dovrebbe essere maggiormente seguita oggi in certi campi come la salute, l’alimentazione, l’agricoltura – ne sono state fatte applicazioni negative nel campo sociale, opposte al progresso umano ricavabile dal messaggio biblico. Più aberrante ancora l’applicazione nel campo dell’economia, quando si vorrebbe dare fondamento razionale o “scientifico” a un sistema, quello liberista, che sta alterando irreversibilmente l’ambiente, sta moltiplicando i morti per fame, per eccesso di cibo, per le guerre che si ritengono “necessarie” al mantenimento di questo folle sistema di sfruttamento.

Per riflettere:

-il passaggio dalla concezione gerarchico-verticale a quella fraterno-orizzontale;

-natura madre e matrigna;

-la riscoperta della natura nell’era moderna;

-l’applicazione al campo dell’economia per giustificare il liberismo;

-si trascura la volontà degli uomini, che possono influire sui bisogni della gente;

-perdita del senso del limite;

-agrocarburanti e crisi economica aumentano l’area della fame.


IL CLIMA NELLE MANI DI APPRENDISTI STREGONI

PROPOSTE IPERTECNOLOGICHE PER NON CAMBIARE IL MODELLO  DI SVILUPPO?

Per liberare l’atmosfera dai gas serra (anidride carbonica anzitutto, ma non solo) la natura ha impiegato miliardi di anni (tempi geologici). Con quei gas il clima era assai diverso da quello attuale: adatto per una vegetazione estremamente lussureggiante, con piante alte fino a 300 metri, e per animali come i dinosauri, ma non per la vita umana. In seguito a sconvolgimenti tellurici, che inghiottivano vegetazione e animali dando origine agli attuali giacimenti sotterranei di carbone, petrolio e gas naturale, si è operata una lentissima riduzione dei gas serra nell’aria, che ha reso possibile, in tempi recentissimi, l’avventura umana. Ma negli ultimi momenti di questa avventura, cioè negli ultimi secoli o decenni (tempi storici), si è scoperta la possibilità di sfruttare l’energia fossile del sottosuolo e l’uomo occidentale ha cambiato radicalmente il proprio modo di vivere, intaccando significativamente le riserve fossili. La quasi totalità dell’energia per macchine, movimento, riscaldamento, condizionamento, proviene infatti dalle riserve fossili. Questo cosa comporta? Comporta di tornare, in tempi più o meno brevi, al clima dei dinosauri, perché l’utilizzo dei combustibili fossili significa rilasciare nell’aria l’anidride carbonica sottrattavi nel corso dei tempi geologici.

Questa è la grande verità dei problemi climatici attuali, una verità che appare evidente a chiunque la guardi con occhio disinteressato, ma che fa fatica ad essere digerita dai “poteri forti” (si pensi a quanto contano oggi gli interessi automobilistici o energetici: non per nulla si sono accaparrati il controllo dei maggiori canali di informazione). Così possiamo assistere all’affermazione che non c’è la “dimostrazione scientifica” che il clima stia cambiando, che ci sono sempre state variabilità climatiche e modifiche naturali, che il progresso scientifico sarà in grado di controllare anche eventuali modifiche globali, che il disinquinamento climatico potrà diventare un nuovo “business” per le industrie, ecc. Questa era anche la tesi dell’ex presidente americano Bush, notoriamente legato agli interessi petroliferi, per giustificare il disimpegno del paese più inquinante del mondo dagli sforzi delle nazioni per contenere l’effetto serra, riducendo il consumo di energia fossile e le conseguenti emissioni di anidride carbonica.

Tra le speranze tecnologiche di alleviare altrimenti il problema dell’effetto serra possono essere indicate le tre seguenti linee di ricerca. Una prima linea consiste nel prelevare l’anidride carbonica dalle fonti di emissione, come le centrali termiche, sottoporla a forti pressioni per liquefarla, quindi stoccarla a grandi profondità o nei pozzi scavati per l’estrazione di petrolio o gas naturale, oppure direttamente negli oceani, dove si dovrebbe depositare sul fondo. È una via molto tecnologica, che richiede a sua volta il consumo di molta energia e che non garantisce la permanenza nei luoghi di stoccaggio, né affranca dai rischi di intaccare la catena alimentare. Una seconda via riguarda l’accelerazione dell’assorbimento dell’anidride carbonica da parte delle piante o delle alghe. Si parla di piante geneticamente modificate, capaci di far rinverdire i deserti, o di “fertilizzare” i mari per aumentarne le alghe. Una terza via potrebbe essere quella di ridurre le radiazioni solari ricevute dalla terra, grazie all’immissione di particelle fini negli strati alti dell’atmosfera, come talvolta avviene in seguito a forti eruzioni vulcaniche.

Alcune condizioni sono preliminari perché si rendano possibili queste ricerche, ad es.: l’esistenza di una forte volontà politica mondiale; la disponibilità di grossi capitali; il superamento degli egoismi nazionali, come quello statunitense; il riconoscimento di un’altra realtà di fondo: che l’effetto serra è provocato soprattutto dai consumi dei paesi ricchi e danneggia quelli poveri, in prevalenza localizzati nelle fasce subtropicali, i quali saranno sempre più colpiti da desertificazione, fame, emigrazione…

In definitiva le soluzioni ipertecnologiche sopra ricordate vengono esaltate dai poteri forti e dai media da loro controllati, ma forse nascondono il desiderio di non affrontare i veri motivi da cui derivano: un consumo di energia dell’occidente che può legittimamente essere definito “stravagante” – se rapportato a quanto avviene nel resto del mondo o a quanto è avvenuto nell’intera storia del globo; il desiderio di non mettere in discussione un tenore di vita che spesso diventa dannoso anche per chi ne fruisce, oltre, certamente, per chi ne è escluso; la mancanza di volontà di ristabilire un minimo di equilibrio sociale tra ricchi e poveri; in sintesi non si vuole cambiare il modello di sviluppo – basato sulla continua crescita materiale – che l’attuale crisi economica sta rivelando sempre più insostenibile. Più specificamente nel campo ambientale si vuole dimenticare la delicatezza degli equilibri ecologici e il fatto che spesso, quando si è tentato di forzare la natura, si sono avuti risultati aberranti, non previsti, magari dilazionati nel tempo. L’uomo nei confronti della natura e degli equilibri globali si comporta come un apprendista stregone, con la delicatezza di un elefante tra i cristalli.

Per riflettere:

-tempi storici e tempi geologici: si distrugge in pochi decenni quanto la natura ha modificato in milioni di anni;

-i gas serra in atmosfera;

-rischio dell’irreversibilità;

-proposte di soluzioni ipertecnologiche;

-perché non si vuole affrontare il problema alla radice: minore consumismo, più giustizia;

-un diverso modello di sviluppo.


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