Brianzecum

agosto 14, 2008

GRANDI OPERE? MEGLIO A DIMENSIONE UMANA

Decentramento e responsabilizzazione sono le parole chiave da premettere alla discussione sulle grandi opere. C’è spesso contrasto tra quelle e queste. Si può chiarire con qualche esempio. L’energia elettrica può essere prodotta da pannelli solari, in modo decentrato, oppure da grandi centrali, come quelle atomiche, di cui da molti si invoca il ritorno. Queste hanno i ben noti inconvenienti di essere rischiose e inquinanti (basti il nome di Cernobil), di essere vulnerabili da attentati o terremoti, di produrre scorie che dovremo lasciare in eredità ai posteri per un numero indefinito di anni, ma soprattutto la caratteristica di accentrare la produzione e deresponsabilizzare gli utenti. L’inverso sarebbe con i pannelli solari, che ciascun utente cercherebbe di tenere efficienti, puliti, in ordine, per una resa migliore. Un altro esempio di deresponsabilizzazione può essere tratto dalla vicenda dei rifiuti napoletani. “I miei rifiuti non mi riguardano, non sono affar mio, ci pensi qualcun altro”: questa la mentalità che si è diffusa. Se fossero affare anche mio, mi preoccuperei di ridurne la quantità, di separarli, riciclarli, cercando di ridurne l’impatto. Se sono affari di altri allora diventano problemi di grandi impianti, termovalorizzatori, discariche, ecc., che però nessuno, ovviamente, vuole vicino a casa propria. Se desideriamo evitare che si moltiplichino casi come quello di Napoli, forse bisognerebbe proprio partire dalla mentalità, da una educazione capillare ad assumersi la responsabilità per le cose pubbliche, senza delegare ad altri. Ma molti ostacoli si frappongono a questo obiettivo.

La tecnica viene spesso invocata: gli impianti più grandi sono più efficienti e molte operazioni sono addirittura impossibili al di sotto di una certa soglia. Nel caso dell’energia elettrica potrebbe facilmente essere che quella prodotta dagli impianti atomici costi meno di quella dei pannelli solari. Questo costo non tiene presente però i fattori extra economici cui sopra si è fatto cenno (rischi, inquinamenti, scorie..) e soprattutto il valore inestimabile della responsabilizzazione che si potrebbe avere con una produzione elettrica vicina, sul tetto. Quanto alla tecnologia si deve ancora ricordare che essa va dove la porta il “mercato”. Se il mercato dice che bisogna produrre centrali atomiche, la tecnologia si perfezionerà sulle centrali atomiche e ne ridurrà il costo. Se invece ricevesse l’indicazione di concentrarsi sui pannelli solari, sarà per questi che si avrà maggiore convenienza. Oggi è stata pressoché del tutto abbandonata l’idea di produrre energia dalla fonte rinnovabile più tradizionale e meno inquinante: la legna dei boschi. Le nostre foreste sono intasate da legna morta che si decompone lentamente producendo CO2, senza produrre calore, mentre la tecnologia si ingegna a cercare le fonti più strane da sostituire a quelle fossili in via di esaurimento. Sarebbe necessario un deciso intervento per stimolare tecnologie che consentano anche a scala ridotta di estrarre energia dalla legna, superandone gli inconvenienti tradizionali (ingombro, necessità di controllo manuale, fuliggine..).

Il mercato, che molti ritengono supremo e ottimale regolatore della vita collettiva, dimostra anche qui la sua inadeguatezza. Mai spingerà a scelte responsabilizzanti, se è vero che nessun venditore dirà mai che ciò che la gente può fare da sé è meglio di ciò che lui vende. All’opposto, il mercato è esso stesso creatore di dipendenza. Dovrebbe essere l’intervento pubblico a stimolare certe produzioni decentrabili e responsabilizzanti (come impianti solari, riscaldamenti a legna, cogenerazione di energia elettrica e calore da biomasse o da rifiuti..) e a frenarne altre che comportano sprechi, inquinamenti, pericoli (come molti beni di lusso, moto d’acqua, motoslitte, suv, usati per divertimento o “simbolo di stato”). È necessario in ogni caso contro l’emergenza rifiuti o l’emergenza energia, che la società elabori un progetto di sviluppo alternativo a quello del mercato.

Le mafie sono altri fattori che creano dipendenza. A ben vedere non sono poi tanto diverse dal cosiddetto mercato, quando si pensi ad es. che il mercato dell’energia a livello mondiale è dominato dalle grandi corporazioni di petrolieri, che hanno in Bush e la Rice illustri esponenti. Ed è superfluo ricordare che dispongono di abbondanti mezzi per evitare che si sviluppino tecnologie alternative a quelle del petrolio. Tuttavia le mafie sono ben presenti anche nel nostro piccolo paese. Il ponte sullo stretto è l’icona delle grandi opere. Ma bastano poche considerazioni per mostrarne la sproporzione tra costo e utilità. Non sarà un’attrattiva turistica, perché i turisti sono attratti più dalla natura incontaminata e dai valori culturali. Non fornirà grandi vantaggi di lavoro in un’era in cui le distanze sono state abbattute da internet. Non stimolerà lo sviluppo economico: ormai non si ritiene più, come qualche decennio addietro, che lo sviluppo possa essere innescato dalle infrastrutture materiali – spesso restate “cattedrali nel deserto”. Le infrastrutture importanti sono oggi ritenute quelle umane: conoscenze, senso civico, iniziativa, apertura al nuovo.. In ogni caso, prima di un’exploit isolato come il ponte di Messina bisognerebbe provvedere alla razionalizzazione e ammodernamento dell’intera rete ferroviaria, con gli interporti, ecc., alle “autostrade del mare” e così via. Vantaggi economici ne porterà si il ponte: per le tangenti che mafie e politici potranno incassare con gli appalti miliardari.

In definitiva le grandi opere sono spesso uno specchietto per le allodole, un abbaglio per stimolare l’immaginazione, ma non resistono ad una critica razionale. Oggi, nell’era di internet e dell’effetto serra, si deve puntare in prevalenza su uno sviluppo immateriale e umano: vanno ribaltate le prospettive consumistiche del “mercato”, contenuti i trasporti e le altre forme di consumismo energetico. Ad es. si dovrebbero preferire gli alimenti locali a quelli provenienti da lontano; tanto più evitare lunghi tragitti ai rifiuti. Pensare globalmente e agire localmente, è un efficace slogan da attuare. Ma per attuarlo è necessario diffondere la responsabilizzazione su tutto ciò che è pubblico e va al di là del proprio “particulare”. Bisogna lottare contro la tendenza opposta che ci viene propinata congiuntamente da mercato, mafie, televisioni, burocrazie. Una cosa difficile ma non impossibile, anche perché necessaria per superare le aporie della politica-spettacolo.

“CREAZIONE” DI VALORE E IDOLATRIA DELLA CRESCITA

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Politici ed economisti richiamano continuamente l’esigenza della ripresa dell’economia, di una crescita costante e sostenuta. Sembra che con la crescita si possano risolvere tutti i problemi della società, anche se è ben evidente che molti di questi problemi (ambiente, rincaro dei prezzi, immigrazione..) derivano direttamente dalla crescita stessa. Per comprendere come possa essersi affermata l’importanza della crescita, possiamo risalire un paio di secoli addietro, quando si stavano affermando le idee liberiste di Smith e Ricardo rispetto alla teoria allora prevalente, quella del mercantilismo.

A somma zero o a somma positiva? I mercantilisti ritenevano che gli scambi sono, come si direbbe oggi, “un gioco a somma zero”, cioè che quanto guadagna uno dei contraenti, viene perso dall’altro. Pertanto pensavano che la ricchezza delle nazioni consistesse nella quantità di denaro che riuscivano a incamerare, ed erano quindi portati a sostenere politiche protezioniste e colonialiste per aumentare il denaro disponibile. I nuovi economisti invece dimostrarono che gli scambi commerciali sono “a somma positiva” perché vantaggiosi per entrambi i contraenti. Sostennero quindi l’idea che la ricchezza delle nazioni va collegata anche con l’intensità degli scambi commerciali, la libera concorrenza e la rimozione di ogni ostacolo che si frappone al loro sviluppo. Ricardo poi, con la sua teoria dei costi comparati, giunse ad affermare che i massimi vantaggi si sarebbero raggiunti nel tempo, quando ogni paese si fosse specializzato nelle produzioni cui è maggiormente vocato e che può effettuare a costi inferiori.

Creazione dal nulla? Soffermiamoci brevemente sulla premessa teorica, se cioè gli scambi commerciali siano a somma zero oppure a somma positiva. È ovvio che sul piano fisico con un singolo atto di scambio non si può avere altro che somma zero (anche se nel tempo si possono verificare i vantaggi di specializzazione ipotizzati da Ricardo). Si ha invece somma positiva se si prendono in considerazione non la quantità fisica dei beni scambiati, ma il loro valore commerciale o l’utilità che i beni scambiati recano alle persone che scambiano. È qui che nasce l’equivoco: con l’idea di somma positiva si attribuisce agli scambi una specie di “creazione”. Gli scambi, come più in generale l’attività economica, creano valore commerciale, modificano prezzi, spostano persone da attività tradizionali a lavori più produttivi, stimolano creatività e intraprendenza, ma non è vero che creino ricchezza fisica dal nulla, che si oppongano cioè al fondamentale principio della fisica secondo cui “in natura nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”. L’economia crea valore, non ricchezza fisica. Problema diverso è vedere dove va a finire questo valore creato: sembra difficile sostenere che vada nelle aree povere, altrimenti non sarebbero più tali.

Un esempio potrebbe chiarire meglio l’idea. Facciamo il caso – tutt’altro che teorico – di un certo vegetale usato gratuitamente dagli sciamani di una popolazione primitiva per curare certe malattie. Si scopre che è utile anche per la lotta contro malattie moderne, come l’Aids. Un’industria farmaceutica si reca in loco, si accaparra il vegetale, lo studia, lo brevetta, lo lavora e lo vende, con grandi guadagni. Ecco come “crea” valore l’economia. Non necessariamente crea anche utilità, né il valore creato beneficia sempre il luogo d’origine (dove forse oggi si deve pagare quello che prima era gratuito) ma sicuramente l’attività economica crea valore, mentre prima non c’era.

Questa “creazione” dal nulla che vige nel campo economico ha fatto pensare di essere di fronte a qualcosa di miracoloso, di divino. E non solo quando si è parlato di miracolo economico. L’attuale pensiero prevalente in economia, quello neo liberista, porta quasi dogmaticamente avanti l’idea che non ci sono alternative alla crescita economica e al principio liberista, con i corollari di privatizzazione, liberalizzazione, deregolamentazione, fiducia nel mercato, nella tecnica e così via. Riccardo Petrella, in un libro molto interessante, Una nuova narrazione del mondo, EMI 2007, descrive i principi sostenuti dai moderni liberisti come altrettanti dogmi di una nuova religione che si sostituisce a quella biblica. La differenza è che mentre il Dio di quest’ultima è un padre per tutti gli uomini, il dio capitale di quella beneficia solo alcuni, i privilegiati dal benessere.

Resta però un dubbio: davvero l’economia che crea valore è un gioco a somma positiva? A cosa è dovuto lo spaventoso impoverimento del terzo mondo? Quando si parla di scambi internazionali si tiene conto di tutti i costi, anche sociali e ambientali, passati e futuri, diretti e indiretti? Tra i costi sociali, ad es., quelli provocati nei paesi poveri dalla sostituzione, alla tradizionale agricoltura di sussistenza, di produzioni per il mercato soggette alla fluttuazione dei prezzi (spesso speculativa) che comporta rischi talvolta letali per i contadini poveri. Tra i costi ambientali, quelli derivanti dai trasporti (in gran parte con energia fossile), oppure l’abbandono della protezione idrogeologica per far posto a coltivazioni per il mercato. Rimane il dubbio che il “miracolo” della creazione di valore sia in realtà una sottrazione al mondo povero e alle generazioni che verranno. Il dio capitale è crudele e falso, come tutti gli idoli.

CORRUZIONE

Dopo la grande stagione di Mani pulite non si parla più in Italia di corruzione. Sembra che nel paese dei furbi e delle mafie questa piaga sia scomparsa. Il fatto è che quella stagione è stata essenzialmente opera di un gruppo di magistrati indipendenti, che, pur godendo di un certo favore nell’opinione pubblica, non sono stati sostenuti dalla politica. Questa anzi sembra veda un ostacolo nell’indipendenza della magistratura e operi per imbrigliarla il più possibile. Secondo diversi osservatori l’effetto di Mani pulite è stato quello di selezionare una classe dirigente più astuta, più capace nell’operare corruzione e nel nasconderla. Certi magistrati impegnati contro la corruzione dicono che si può ad essa applicare quello che si diceva durante il fascismo: “abbiamo fatto la guerra contro le mosche e le mosche hanno vinto”.

Una classifica dei paesi del mondo secondo il livello di corruzione viene stilata periodicamente da una benemerita organizzazione non governativa, Transparency international. Ai primi posti tra i paesi virtuosi figurano quelli nordici, agli ultimi la grande massa dei paesi del terzo mondo e del secondo mondo, cioè quelli ex comunisti. L’Italia figura in coda agli altri grandi paesi sviluppati del mondo e non è sostanzialmente risalita dopo Tangentopoli. Questa classifica autorizza una domanda preliminare: se per caso non esistano rapporti di causa ed effetto tra corruzione e sottosviluppo, inteso quest’ultimo non soltanto come carenza dal punto di vista strettamente economico, ma anche nel senso più ampio di sviluppo umano, senso civico, ecc. Autorizza anche ad escludere che vi sia più corruzione dove forte è l’interventismo statale e il “welfare state”, come nei paesi nordici.

Alterare le regole per interessi personali o di gruppo è la sostanza della corruzione: si tratti delle regole dell’economia (alterate ad es. da un responsabile degli acquisti che si lascia “ungere” da un venditore spregiudicato), della scienza (come quando le multinazionali del tabacco hanno finanziato ricercatori per negare l’evidenza scientifica dei danni da fumo), della morale, dell’etica professionale, le regole della convivenza civile o quelle del retto funzionamento della vita democratica. Un’altra caratteristica fondamentale è che corrotti e corruttori hanno interessi convergenti, anzitutto quello di nascondere la corruzione. Se a questo si aggiunge che di solito chi corrompe è una persona ricca e non certo sprovveduta, si comprende quanto pericolosa e insidiosa possa essere la corruzione. Di solito siamo portati a condannare l’odiosa corruzione del burocrate che ostacola una pratica se non arriva la busta o del poliziotto che evita la multa se vede la banconota, ma la corruzione seria è molto più rilevante e meglio camuffata. Anzi, l’esistenza della piccola corruzione è indicatrice di un male che esiste in alto: la logica che sta sotto è: se in alto si fa così, perché io devo fare in modo diverso? La corruzione è come lo sporco: dove ce n’è tanto non si ha ritegno a sporcare e inquinare ulteriormente.

I danni della corruzione sono in prevalenza indiretti per la collettività, ma tutt’altro che irrilevanti. I danni diretti possono riguardare ad es. piccoli produttori validi che si vedono esclusi da un competitore che corrompe. Il segreto, dietro il quale spesso si nasconde la corruzione, impedisce di solito che questi produttori possano denunciare il torto subito. Questi ed altri ostacoli fanno sì che, di fatto, ben poche delle corruzioni giungano alla luce per opera di chi subisce un danno diretto e meno ancora giungano a sentenza. Di gran lunga superiori sono i danni indiretti per la collettività. È evidente che nella misura in cui un sistema corrotto non consente l’affermazione di persone e aziende efficienti, si provoca una riduzione dell’efficienza complessiva del sistema. Di rilievo ancor maggiore è la constatazione che un sistema corrotto distrae risorse e persone dalle attività produttive verso quelle parassitarie. Si opera la selezione di una classe politica interessata più all’arricchimento personale che al perseguimento del bene comune, nell’ambito della quale chi opera rettamente viene emarginato. Come conseguenza di tutto ciò, si ingenera sfiducia nelle istituzioni e calo del senso civico, innescando un circolo vizioso.

La mafia segna un salto qualitativo nella corruzione: non è priva di regole, ma le sue regole non sono quelle della società civile, né dello Stato. Il salto qualitativo sta precisamente nel porsi in alternativa ai poteri pubblici. Né è priva di incentivi o vantaggi: per certi commercianti ad es. può costare meno il pizzo piuttosto che la polizza d’assicurazione, così come molti giovani privi di lavoro, aderendo alle richieste mafiose possono trovarlo, anche se non sempre coi crismi della legalità. La mafia costituisce una forma di corruzione che supera il ristretto ambito privato tra corrotto e corruttore, né cerca di nascondersi più di tanto.

Un ulteriore salto di qualità nella corruzione, con ulteriore minor ritegno nel nascondere, si verifica quando un potere forte, tipicamente quello economico, mette le mani su altri poteri reali, come quello mediatico. Attraverso quest’ultimo potere è possibile influire sull’opinione pubblica, orientandola in funzione dei propri interessi. Le tecniche di persuasione, compresa quella occulta, le indagini motivazionali, psicologiche e psicanalitiche a ciò finalizzate, sono diventate ormai vere e proprie discipline scientifiche, sulle quali si applicano molte tra le migliori menti. Certe uscite di politici preminenti, che appaiono strane o addirittura stravaganti, possono essere spiegate alla luce delle tecniche di convinzione occulta. Il risultato finale è che, quando si dispone di larghi mezzi finanziari per fare queste indagini e adottare queste tecniche, nonché quando si è garantito il controllo dei media, si può orientare l’opinione pubblica, anche sul piano politico: con i soldi, non con idee, capacità e onestà, si possono vincere le elezioni. Se oggi il globo rischia di cadere rapidamente in una catastrofe ecologica irreversibile, buona parte della responsabilità va attribuita ai petrolieri americani e alla subordinazione ai loro interessi della politica americana, subordinazione ottenuta col finanziamento delle campagne elettorali, soprattutto dei repubblicani. Questo finanziamento va inteso come una vera e propria forma di madornale corruzione – ancorché palese e legale negli Stati Uniti. Ecco quindi che il più elevato e pericoloso livello di corruzione si tocca quando non viene rispettata la fondamentale regola democratica della separazione dei poteri, tenendo presente che oggi anche l’economia è un potere e tutt’altro che secondario. Fondamentale infine è garantire il pluralismo e l’indipendenza dell’informazione nonché l’indipendenza della magistratura, oltre ovviamente a preservarla dalla corruzione e dalle spinte corporative. A questo proposito sembra indispensabile sollecitare la partecipazione della società civile e favorire forme alternative di giustizia, come l’opera dei giudici di pace.

Per le multinazionali – che possono essere considerate l’espressione più rilevante del potere economico e che oggi, con la globalizzazione, hanno raggiunto una capacità di incidere sui vari aspetti della vita in misura mai prima toccata – la possibilità di corrompere è a portata di mano. Ma l’opinione pubblica mondiale, di solito più attenta di quella italiana, esercita nei loro confronti una stretta sorveglianza, per cui qualunque forma di corruzione intraprendano si può riversare contro di loro con danno di immagine e calo di profitti. Si sono verificati casi di multinazionali (come la Brown Boveri), che si sono autodenunciate per la corruzione da parte di loro dipendenti verso persone di paesi lontani. E di solito non tanto per una particolare vocazione etica, quanto perché, di fronte a un guadagno immediato si può verificare nel medio o lungo termine un danno d’immagine assai più rilevante. In generale nei paesi meno corrotti e più sviluppati del nostro c’è assai meno tolleranza verso le diverse forme di alterazione delle regole, i poteri mafiosi e i conflitti di interessi.

In definitiva la corruzione è una delle vie principali attraverso cui si opera quello che possiamo drammaticamente osservare nel mondo: i ricchi (che più facilmente possono corrompere) diventano sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri. Con la legge della giungla chi soccombe è sempre il più debole. Lottare contro i diversi livelli di corruzione dovrebbe essere impegno primario di ogni attività sociale, in quanto i primi beneficiari saranno i poveri. E si può lottare in molti modi, anzitutto parlandone, denunciandone ad es. l’oscuramento da parte dei media. Come in passato si ripeteva che la mafia non esiste, così si tende oggi a far credere che la corruzione sia scomparsa, che non esistano conflitti di interessi. Alcuni paesi hanno intrapreso campagne efficaci contro la corruzione incaricando enti appositi per l’educazione alla legalità, per diffondere le conoscenze sui danni per la collettività, per sollecitarne la condanna generale. Molto valida anche la proposta di indire una giornata di mobilitazione contro la corruzione. Le possibilità esistono. Importante è che ci si mobiliti tempestivamente perché con la corruzione l’Italia non diventi – come sembra stia diventando – il più sottosviluppato tra i paesi sviluppati.

CIBO E SALUTE

SIAMO INDOTTI A PREFERIRE CIBI RICCHI CHE A LUNGO ANDARE COMPROMETTONO LA SALUTE

 

Le malattie degenerative sono quelle di gran lunga prevalenti oggi, nel benessere; per esse non si è in grado di individuare un singolo agente causale (come il bacillo di Koch per la TBC). Pertanto sono più difficili da debellare, talvolta addirittura incurabili. La ricerca delle cause attraverso metodi statistici – la relativa disciplina si chiama epidemiologia – deve limitarsi a stabilire correlazioni con diversi fattori alimentari o ambientali che possono favorire l’insorgere di queste patologie. Le indagini epidemiologiche sono piuttosto difficili, persino trascurate rispetto alle ricerche per la produzione di nuovi farmaci – che garantiscono reddito per chi li scopre, li produce e li vende. Tuttavia alcuni dati sono stati ormai appurati: le malattie degenerative sono dette anche malattie del benessere perché correlate con diverse componenti del modo di vivere opulento e anzitutto col cibo. In particolare dall’esame di diverse ricerche di epidemiologia alimentare si possono evidenziare i seguenti fattori di rischio: 1) carenza di cibi poveri, come frutta e verdura fresche, legumi e cereali integrali, con i fattori nutrizionali di cui abbondano: fibra, sali minerali e vitamine; 2) eccesso di calorie complessive; 3) eccesso di cibi ricchi, cioè quelli di origine animale (in particolare carni e grassi saturi), nonché zucchero, alcool, caffè, sale e altre fonti alimentari passate attraverso trasformazioni e arricchimenti tecnologici o economici. Ecco quindi che l’opulenza alimentare conseguente al benessere è all’origine di pericolose patologie, ben documentate dalle indagini epidemiologiche.

 

C’è una dieta ideale? Ma il rapporto alimentazione-salute non può restare limitato in negativo alla documentazione dei danni provocati. Si tratta anche di scoprire se ci sono forme di alimentazione in grado di garantire la salute, intesa nel senso proposto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, cioè non soltanto come assenza di malattia, ma come pienezza psicofisica: capace cioè di potenziare le difese naturali dell’organismo contro i diversi agenti patogeni. La risposta ufficiale a questo quesito si limita di solito a indicare la famosa dieta mediterranea, quella che veniva seguita tradizionalmente dalle popolazioni rurali povere di quest’area, culla della civiltà occidentale. È tuttavia indubbio che sul potenziamento delle difese naturali la scienza medica è gravemente carente, rispetto ai progressi raggiunti in altri campi dove più forti sono gli interessi economici coinvolti. La dieta mediterranea, come le altre tradizioni alimentari, non poteva non essere condizionata dalla situazione ambientale e tecnologica: si mangiava ciò che il terreno, il clima e le capacità di conservazione consentivano. La priorità a cereali e legumi è stata quasi ovunque una scelta obbligata, perché soltanto questi potevano essere facilmente conservati durante la stagione invernale, laddove non si disponeva che di mezzi di conservazione primitivi. Oggi la situazione è cambiata: si sono avuti grandi progressi nella tecnologia di conservazione e di trasporto, ed è quindi possibile allargare la gamma dei cibi a disposizione. Sarebbe possibile scegliere il cibo ideale, se lo si potesse individuare, o, prima ancora, se ci si ponesse il problema, tralasciando il “dogma” dell’onnivorismo dell’uomo.

 

L’uomo è onnivoro perché, di fatto, mangia di tutto. Si tratta di vedere se ciò corrisponde anche alla sua struttura anatomica. In natura gli animali onnivori, come i topi o i maiali, sono assai più voraci dell’uomo (dell’uomo tradizionale, se non di quello “opulento”) e, sul piano anatomico, sono notevolmente diversi. Si rinvia, a tal fine agli studi di anatomia comparata, che evidenziano un’impressionante somiglianza tra l’uomo e le scimmie antropoidi (scimpanzè, orango, gorilla). Queste in natura, lungi dall’essere onnivore, si nutrono quasi esclusivamente di frutti, noci, germogli. Se ne può dedurre che anche l’uomo, per seguire la propria natura anatomica, dovrebbe accordare preferenza ad una simile alimentazione, prevalentemente vegetariana. La quale peraltro sarebbe in grado di minimizzare l’impatto ambientale e di consentire di vivere in buona salute al maggior numero di persone sul pianeta. Perché la realtà è tanto diversa? Ma ancora: perché si abbandona la dieta tradizionale e ci si sposta verso quella opulenta, nonostante siano scientificamente provati i suoi danni?

 

Un’ipotesi di spiegazione. I motivi sono certo complessi ed attengono ad una pluralità di settori: economico, sociologico, psicologico, culturale, scientifico (forse una scienza disancorata dalla saggezza). Avanziamo soltanto un’ipotesi limitata al campo fisiologico. La dieta povera, a differenza di quella opulenta, contiene in sé un principio di limitazione: essendo ricca di fibra, dà subito il senso di sazietà e, qualora si eccedesse, provoca immediate reazioni negative – meteorismo, diarrea… – che inducono le persone a correggersi. Quando si apre alle diverse forme di arricchimento, invece, si eliminano queste possibilità di regolazione e si incorre più facilmente nel rischio di eccedere. I danni che ne derivano sono più dilazionati nel tempo, ma di ben altra gravità, trattandosi proprio delle patologie degenerative.

 

In definitiva,  il recupero della saggezza tradizionale, l’osservazione della natura anatomica dell’uomo con la ricerca dei cibi più adatti, tenendo anche conto del loro impatto ambientale e sociale, potrebbero essere alcune vie per scoprire in quella alimentare la via maestra per potenziare le difese naturali dell’organismo. Ma vi sono altri percorsi, come: il ruolo centrale svolto dalla flora batterica intestinale, che è evidentemente influenzata anzitutto da ciò che si ingerisce; l’attenzione ad evitare piccoli danni ripetuti – connessi ad es. con incongrue associazioni di cibi nello stesso pasto, l’uso prolungato di piccole dosi di veleni, come alcol, caffeina o altri alcaloidi, cibi con “radicali liberi”… – che cumulandosi possono sfociare nelle patologie. Sembra che la medicina disconosca queste possibilità di prevenzione primaria attraverso il cibo, preferisca mantenere un arcaico atteggiamento fatalistico, limitandosi a curare le malattie quando sopraggiungono. È necessario esercitare il senso critico verso questo “sistema” in cui siamo indotti a scegliere ciò che genera profitto invece di quanto sarebbe più favorevole per la salute dell’uomo e del pianeta.

Per riflettere:

-crescita delle malattie degenerative o del benessere;

-eccesso di cibi ricchi;

-carenza di cibi poveri;

-c’è una dieta ideale?

-la dieta mediterranea è condizionata all’ambiente mediterraneo;

-dogma dell’onnivorismo dell’uomo;

-anatomia comparata uomo-animali;

-l’uomo assomiglia alle scimmie antropoidi, non agli onnivori;

-le quali sono prevalentemente fruttivore;

-la dieta povera contiene principi di limitazione;

-quella ricca no ed apre ai rischi di eccessi;

-rivalutare tutte le tradizioni alimentari antecedenti al benessere.

agosto 12, 2008

STRATEGIA LOCALISTA CONTRO LA MERCIFICAZIONE DELLA VITA*

Oggi i climatologi non dispongono ancora di modelli di simulazione della realtà mondiale che consentano di valutare con grande precisione l’andamento della temperatura del globo e gli effetti conseguenti sulla vita. È accertato però che se l’aumento dovesse superare i 4-5° la vita sulla terra scomparirebbe nel giro di due decenni. Secondo i 3.500 esperti che lavorano attorno all’IPCC (International Panel on Climatic Change), un obbiettivo ragionevole e necessario é quello di contenerlo al di sotto dei 2°. A questo fine bisogna ridurre del 50% (media mondiale) le emissioni di CO2 entro il 2050 rispetto al 1990. Se si pensa che attualmente si sta contrattando tra i paesi più accorti una riduzione di appena il 20%, che il massimo inquinatore del mondo, gli Stati Uniti, rifiuta di prendere qualsiasi impegno (perché “the american way of life is not negotiable” come hanno ripetuto da anni Bush padre e figlio) e che in paesi grandi come la Cina e l’India stanno esplodendo i consumi energetici, si comprende quale sia il compito immane che dovrà affrontare l’umanità se vuole sopravvivere.

Fare sistema. Indagare sulle cause dell’aumento del CO2 nell’atmosfera equivale a mettere in discussione il modello di vita e di sviluppo dell’umanità e soprattutto le filosofie – spesso nascoste – da cui è animato, ad es. la mercificazione della vita, l’identificazione tra qualità e quantità del consumo. Richiede quindi cambiamenti radicali, profondi e urgenti. La risposta dei potenti a chi esprime esigenze di cambiamento di solito è la seguente: comincia a cambiare tu; sanno benissimo che in tal modo nulla cambierà (per loro). Se anche tutti noi mettessimo pannelli solari sul tetto, il risparmio energetico sarebbe un’inezia rispetto a quanto consuma un aereo militare o alle cifre enormi (quasi 1500 miliardi di $ all’anno) che si spendono nel mondo per fare o preparare guerre. Maggiori possibilità di incidere si avrebbero se, anziché iniziative di persone isolate, ci si muovesse in gruppo ed a livello collettivo: l’adozione, ad es., di energie rinnovabili per interi quartieri o Comuni. Ciò che è importante è fare sistema: questo dovrebbe essere recepito soprattutto in Italia, dove non mancano operatori geniali ai vari livelli (artigiani, imprenditori, docenti..), che però di solito sono incapaci di operare in coordinamento con gli altri. Oggi diventa sempre più necessaria questa capacità di operare “in rete”, assieme ad altri per poter incidere e cambiare le cose. Per quanto riguarda il nostro tema, è a livello locale che risulta più facile mostrare come la mercificazione della vita comporta l’esproprio dei beni pubblici e la riduzione della qualità della vita. Il bene comune del proprio territorio è più facilmente percepibile di quello di ambiti maggiori. Il che spiega perché l’opinione pubblica é più facilmente incline a mobilitarsi contro la mercificazione dell’acqua comunale, la privatizzazione degli ospedali locali o il dissesto ambientale sul proprio territorio anziché lottare contro gli stessi eventi a livello europeo; sul quale peraltro é di solito meno informata. Il livello locale può essere il cavallo di Troia per avvicinarsi al livello globale, per salvare il pianeta.

Una nuova narrazione del mondo e della vita è certamente la prima azione da intraprendere. La narrazione oggi dominante della globalizzazione liberista e individualistica si fonda su una mistificazione totale e sistematica di quel che sta avvenendo nel mondo. Equipara la concorrenza economica alla lotta “naturale” per la sopravvivenza degli animali predatori. Capitale, mercato e impresa è il nuovo dio trinitario che salverà il mondo attraverso liberalizzazioni, deregolamentazioni, privatizzazioni. Ha fatto accettare l’idea che non vi siano più le condizioni per assicurare il diritto alla vita a tutti. La logica del profitto è quella di allargare sempre più l’area delle risorse da sfruttare. Non solo i beni comuni, ma anche il lavoro umano diventano merce, proprietà del capitale privato e, quindi, un costo da ridurre il più possibile o addirittura da eliminare. Così sono sempre più frequenti fabbriche automatizzate senza personale, treni senza guidatori, scuole senza insegnanti e così via. Il valore di un lavoratore, quale che siano le sue funzioni, manuali o direzionali, dipende dal suo contributo alla creazione di valore per il capitale finanziario. Bassa creazione, basso valore; creazione inferiore ad un altro lavoratore, biglietto per la disoccupazione.

Quattro patti. Per capovolgere questo sistema, inefficiente ed iniquo, si deve operare in vista della realizzazione di quattro patti fondamentali a livello globale: patto per la vita, patto per la Terra, patto per la democrazia e patto per l’alterità. La vita è un valore supremo da garantire non solo a tutti gli esseri umani, ma anche a tutte le specie viventi. Per quanto riguarda il patto per la Terra, la priorità deve essere data alle politiche di cura, salvaguardia, risparmio e valorizzazione giusta delle risorse del pianeta, tenendo presenti anche le esigenze delle generazioni future. In realtà, le politiche e le pratiche ecologiche – si pensi a ciò che significa concretamente e quotidianamente il tanto proclamato “sviluppo durevole”, che di durevole ha soprattutto la retorica – restano ancora oggi prevalentemente antropocentriche. Non sono pensate in funzione del diritto alla vita di ogni vivente. Ora, la terra può vivere anche senza l’uomo, ma non viceversa. É urgente modificare radicalmente i sistemi di produzione agricola, riorientando l’agricoltura verso la soddisfazione dei bisogni locali e non per la produzione competitiva di prodotti per l’esportazione: sia per evitare assurdi costi di trasporto, sia per sollecitare il controllo dei consumatori su quello che mangiano. L’impronta ambientale dell’agricoltura attuale é insostenibile da tutti i punti di vista. Riguardo il patto per la democrazia é evidente che non si può far morire la democrazia rappresentativa lasciando il reale potere politico alla potenza dei soggetti forti dell’economia finanziaria multinazionale. La democrazia rappresentativa deve essere rivalutata e rigenerata promuovendo al tempo stesso forme effettive di democrazia partecipativa e diretta. Siamo ben lontani, oggi, da una reale partecipazione dei cittadini agli affari collettivi. Infine, il patto per l’alterità parte dal principio fondamentale che senza l’altro non posso esistere, non posso definire me stesso. L’esistenza dell’altro é condizione indispensabile per la mia propria esistenza e benessere. Non “si cresce” contro l’altro, in rivalità con l’altro, ma in cooperazione e solidarietà (corresponsablità) con l’altro. L’individualismo egoistico competitivo è una piaga del nostro modello di sviluppo da combattere con ogni mezzo.

*Dalla relazione del prof. Riccardo Petrella alla 39a sessione della Scuola di pace nazionale Ofs Minori, tenutasi a Roma il 27 aprile 2008, sul tema generale “Creato, finanza e beni comuni, Bene comune e rischio di mercificazione globale”.

Bibliografia: R. Petrella, Una nuova narrazione del mondo, EMI, Bologna 2007.

agosto 9, 2008

VIOLENTARE O IMITARE LA NATURA?

DALLA CONCEZIONE ARCAICA A QUELLA MODERNA

“Alla natura si comanda soltanto obbedendole.” Questa affermazione di Bacone può essere verificata da chiunque abbia a che fare con agricoltura, biologia, salute e altre attività che riguardino la natura. Invece oggi è più frequente per tutti noi assistere ad episodi di vera e propria violenza contro la natura: in campo urbanistico, ma anche biologico, agricolo, forestale ecc. Cosa si può intendere per violenza? Letteralmente vuol dire alterare con la forza le intenzioni o le finalità dell’essere violentato. E implicito anche un atteggiamento soggettivo: chi esercita violenza non riconosce l’essere violentato come titolare di diritti ma, viceversa, pone se stesso come detentore di potere sull’altro, come misura, in certo senso, del diritto altrui. Esercitare violenza sulla natura vuol dire, oltre a negarle valori e finalità, non riconoscerla come essere che vive, che, anzi, è la fonte di ogni forma di vita. Chi opera in campo scientifico è portato ad avere un’idea vaga o addirittura inesistente di natura, ma per la gente comune ha un significato ben preciso, che ha accompagnato l’uomo fin dalle sue origini. Possiamo individuare tre concezioni principali, sviluppatesi nel corso dei secoli e in parte tuttora coesistenti.

Concezione arcaica. I primitivi non operarono sempre una netta distinzione tra la divinità e la natura. Percepirono in quest’ultima una forza originaria che genera, e non può pertanto che essere viva. Pur esprimendo presto la volontà di comprenderla e anche di dominarla, non le negarono la riverenza e il timore. Quindi la natura fu essenzialmente concepita come animata, tanto che furono operate innumerevoli personificazioni o deificazioni delle forze naturali, nel quadro di un ricco linguaggio simbolico. Alcuni aspetti di questa concezione mitica e animistica della natura permangono ancora oggi. Basti pensare ai fiumi sacri dell’oriente, all’albero natalizio, al lavacro battesimale; o, ancora, alle disparate proposte che oggi vengono avanzate specie nei confronti degli animali, di cui talvolta si negano differenze rispetto agli uomini. Altri sostengono che bisogna seguire in tutto la natura, considerata sempre positivamente, una sorta di paradiso terrestre.

Concezione biblica. Come altre religioni trascendenti, il messaggio biblico operò anzitutto una netta separazione tra la natura e Dio, il creato e il creatore. La natura creata, nella Bibbia, viene inoltre affidata da Dio all’uomo perché la domini e la custodisca. Viene pertanto assegnato un posto centrale all’uomo, che diventa, in certo senso, il fine della natura. Va sottolineato tuttavia che, secondo una corretta interpretazione del messaggio biblico, la natura viene affidata all’uomo non perché quest’ultimo la sfrutti arbitrariamente per fini egoistici, ma perché la destini al bisogno di tutti gli uomini, e in particolare di quelli poveri[1]. Se ciò è vero, si comprende di quanto se ne sia allontanato l’uomo moderno, con il suo vorace sfruttamento della natura, senza esitare a distruggere risorse naturali che dovrebbero servire ad altre persone o alle generazioni future. Tuttavia non è infondata l’opinione che la visione biblica, con la sdivinizzazione della natura e la sua finalizzazione all’uomo, abbia costituito una premessa per lo sviluppo occidentale (registratosi in gran parte in paesi con religioni bibliche). Va infine sottolineato che nella visione biblica la natura non è un oggetto amorfo e privo di significato. Dio, in ciascuna delle tappe della creazione (i giorni della genesi), la definiva “buona” e questa bontà ha il significato di perfezione intrinseca, di ordine, di bellezza e di finalizzazione[2].

Concezione moderna. Agli albori della rivoluzione scientifica fu ripresa la dottrina fisica degli antichi atomisti epicurei: avevano avanzato una visione disincantata della natura, togliendovi l’intervento divino. L’avevano ridotta a un movimento di atomi, dal quale l’uomo non ha più nulla da temere né da sperare; deve soltanto cercare la propria felicità nella serenità dell’animo e nelle gioie dell’amicizia: con “sovrana indifferenza” di fronte alla natura. L’era moderna riprese questa concezione atomistica della natura, operandovi però un profondo cambiamento nella finalità. Invece della sovrana indifferenza fu proposto un interesse attivo: conoscere la natura per poterla dominare. Analogamente si negò ogni valore attribuibile alla natura per essere stata creata “buona” ed evocare la perfezione del Creatore. Ecco aperta la via per la progressiva riduzione della natura fino a considerarla un puro oggetto, nelle mani dell’unico soggetto: l’uomo; un oggetto che non esprime intenzioni, valori, finalità, ma che deve esclusivamente servire per gli interessi dell’uomo. In questo contesto oggi può apparire persino inusuale parlare di violenza verso la natura.

L’esplodere del problema ecologico spinge oggi a rivedere la nozione di natura che ci è più comune, quella moderna. Va riconosciuta alla natura un suo valore intrinseco, una sua soggettività; vanno evitate in tutti i modi le violenze contro la natura, quasi sempre dovute a miopi speculazioni o alla ricerca sfrenata del profitto. Certo non va dimenticato che la natura oltre ad essere madre, è anche matrigna: non esita a distruggere e uccidere con le calamità naturali e con le leggi inesorabili dei limiti alla vita. Ma quel “buono” pronunciato dal Dio biblico invita a ricercare maggiormente quello che c’è di positivo nella natura, così come, in certa misura, di “lasciar fare” alla natura, di affidarsi a lei. La positività della natura è stata accentuata, di recente, dalla scoperta delle capacità intrinseche della materia di evolvere, con il passaggio a molecole e forme di vita sempre più complesse. Così la natura può acquisire un valore normativo che esula dal campo biologico per arrivare anche a quello filosofico e spirituale.


[1]A. Rizzi, “Oikos”, la teologia di fronte al problema ecologico, in: “Rassegna di teologia” n.1 1989, pp30ss.

[2] Ivi, p 29.

Per riflettere:

-obbedire o comandare alla natura?

-concezione arcaica di una natura mitica, animistica, sacrale;

-finalizzazione all’uomo e divinizzazione nella concezione biblica;

-visione disincantata, conoscere per dominare nell’idea moderna;

-ci sono valori positivi o normativi nella natura?

COLONIZZAZIONE DEL TEMPO

Il tempo non è denaro. È spazio dell’amore. Uno spazio in cui la prodigalità è un investimento, lo sperpero è un affare e le uscite, invece di impoverirlo, raddoppiano il capitale. Grazie allora a voi che date anima alle tante opere di volontariato, perché le pagine più belle di questo strano trattato di economia (l’unico che non condurrà mai sull’orlo del fallimento) il nostro vecchio mondo di furbi inutili le sta imparando da voi”. Con queste parole, rivolte ad un convegno sul volontariato, un profeta del nostro tempo, Mons. Tonino Bello, contestava la “banalità e l’impoeticità” del noto detto, che esprime l’idea di tempo oggi invalsa.

Gratuità del tempo. S. Francesco fu testimone e acerrimo nemico dei primi passi che portarono all’attuale concezione del tempo, legata appunto al denaro: il sistema mercantile, incarnato da suo padre Bernardone, con il prestito del denaro a interesse. Scalzava l’idea della sacralità del tempo, che appartiene a Dio e che non può essere oggetto di appropriazione da parte dell’uomo perché sfugge; tempo che deve avere una ciclicità (come quella della natura) e lasciare spazi per la rigenerazione, garantendo così la continuità e la durevolezza della vita. La parabola degli operai pagati allo stesso modo per tempi di lavoro diversi (Mt 20,1-16) è un esempio significativo dell’idea di gratuità del tempo (dono di Dio) che prevale nel Vangelo. Del resto la chiesa si è per lunghi secoli opposta al prestito ad interesse, proprio in nome della gratuità e del fatto che per coloro che possono prestare denaro, questo è superfluo.

Concezione lineare del tempo. Con la modernità il tempo è stato ridotto a quantità e misurato sempre più secondo i parametri dell’utilità, del profitto, del successo. Divenne quindi fonte di competizione e ricerca di spazi di conquista. Con l’idea di progresso e di sviluppo, si affermò una concezione lineare del tempo, secondo cui esso progredisce in una certa direzione. E la direzione fu individuata in quella percorsa dai paesi più sviluppati. Così la storia è stata ridotta a quella dell’occidente e i punti di vista non occidentali tacciati di passatismo o primitivismo. “Da quando il modellarsi sull’esempio dei colonizzatori sta alla base della nozione di sviluppo imposto, la storia è stata ridotta all’imitazione della cultura più egoista che esista, e tale imitazione viene definita come progresso e modernizzazione.”[1] Ciò comporta, in altri termini, indicare la smemoratezza come un dovere, un invito a dimenticare il proprio passato individuale e collettivo, in quanto privato dei ricchi valori e significati che aveva in precedenza, in nome del denaro e degli altri valori sostenuti dai poteri dominanti. Per questo il novellista cecoslovacco Milan Kundera ha sostenenuto che “la battaglia dei popoli contro il potere è la battaglia della memoria contro l’oblio”. In occasione di ricorrenze tragiche, come olocausti o guerre, si ribadisce il dovere della memoria, ma nella quotidianità questa resta schiacciata dalla “marmellata” mediatica, dove la memoria del passato “non paga”.

Le utopie sociali sono un altro esempio dello sforzo che è stato fatto nella modernità di dominare il tempo, in questo caso il futuro. La più importante di esse è certamente il comunismo marxista, crollato miseramente col muro di Berlino: oltre alla pretesa di dominare il tempo, conteneva altri errori di fondo, come la concezione materialistica della storia e la sostanziale negazione della libertà dell’uomo, in quanto mosso in prevalenza dagli interessi economici. L’oblio della memoria collettiva è oggi particolarmente percepibile negli ex paesi dell’est.

Usi impropri del tempo non mancano oggi ancora. Aumenta il tempo libero, ma si vede sempre più gente indaffarata. In molti casi si tratta di una posa. Parecchie persone considerate importanti credono che il farsi sospirare sia piuttosto una prova del loro potere che una manifestazione di cattivo gusto. È solo un secolo che è “scoppiata” la velocità, e con essa il turismo, anche lontano. Ma si può ben dire che è morto il viaggio. Viaggiare vorrebbe dire innanzitutto osservare, ascoltare, valutare le diversità e domandarsene il perché, cercare di capire, fare confronti. Andare piano, riflettere e accumulare esperienze. Viaggiare per sapere, viaggiare per cambiare. La velocità e il consumismo turistico nascondono tutto ciò, lasciano solo ricordi superficiali: stazioni, aeroporti… tutti uguali.

In definitiva una riflessione sull’uso del tempo nella nostra società, la sua monetarizzazione ed il confronto con altre culture o con il nostro uso in altri tempi, può essere un primo campo per un esame critico del nostro benessere e lo sforzo di capire quanto possiamo imparare dalle altre culture.


 


[1] Vandana Shiva, La fine della storia. Un mondo che vive alle spalle del futuro, in: “Azione nonviolenta” nov 1992, p.IV.

COLONIZZAZIONE DELLA TERRA

UN’IDEOLOGIA CHE NON NE RICONOSCE I VALORI SOCIALI E AMBIENTALI

Il Far West è sinonimo di grandi spazi liberi, abbondanza di risorse naturali a disposizione di chiunque voglia “metterle a frutto”. Evoca pure una scarsità di regole cui doversi sottoporre. La mentalità del Far West è diventata una sorta di ideologia nascosta nel nostro atteggiamento occidentale, qualcosa di cui non ci rendiamo conto, ma che risulta con certezza se ben riflettiamo. Si pensi ad es. alla vicenda delle colonie, con cui le potenze europee vedevano nei territori oltremare spazi disponibili per il loro interesse. Si pensi, ancora oggi, alla distruzione del patrimonio forestale, anche nel nostro stesso paese, causa vera della carenza di acqua nel caso di siccità e dei disastri idro-geologici nel caso di forti intemperie. Nei paesi del terzo mondo la folle distruzione delle foreste tropicali, che continua ad avanzare quasi ovunque, magari col pretesto dall’urgenza della fame, è un altro esempio dell’operare di questa inarrestabile ideologia, che ormai ha contaminato tutto il globo.

Il profitto,  più che la fame, è di solito il vero motore dello sfruttamento della terra, in particolare il profitto delle potenti multinazionali e di coloro che le controllano. Basti ricordare l’esempio di quanto è avvenuto in India. È un paese ricco di bauxite (il minerale da cui, con l’impiego di molta energia, si ricava l’alluminio), ma i giacimenti sono spesso in territori abitati da popoli tribali. Per sfruttare i giacimenti e produrre alluminio, è necessario scacciarli dalle loro terre, sia perché di solito sono preferibili le miniere a cielo aperto, sia per potere costruire dighe e bacini per produrre energia elettrica. L’ambiente viene pure compromesso dagli inquinamenti che derivano da queste produzioni e per l’alterazione dei corsi d’acqua. Anche quando si è seguita la formula “soldi in cambio di terra”, le molte migliaia di tribali sradicati dalle loro terre oggi soffrono spesso di situazioni di fame cronica, perché non in grado di adattarsi a condizioni ambientali mutate. Sono loro che pagano il costo di produzioni solitamente vendute ai paesi ricchi, i quali possono così evitarne i danni ambientali.

I costi sociali e ambientali dello sviluppo sono quindi pagati dai poveri, specie del terzo mondo; analoghe a quelle indicate sono le vie attraverso cui si producono i “profughi dello sviluppo”, si incrementano le file degli urbanizzati e degli immigrati, si alimentano i fenomeni deprecabili della prostituzione, delinquenza… Questi possono essere considerati veri e propri sottoprodotti dello sviluppo, conseguenza del nostro benessere! Per valutare appieno i danni che si provocano, si deve anche ricordare che molti popoli tribali hanno con la terra un rapporto ben più stretto del nostro: considerano la terra come madre, talvolta si sentono indissolubilmente legati con essa e la considerano inalienabile. Quando, come conseguenza della ideologia occidentale, diventa oggetto di compra-vendita, cioè merce, anche loro si sentono merce. Del resto è un fatto storico ben noto che, nell’era coloniale, nel pieno dell’ideologia del Far West, è diventata comune la compra-vendita degli schiavi.

Purtroppo questa ideologia è da ritenere ancora presente ai nostri giorni; anzi, il vento liberista pretende di togliere regole e vincoli all’azione degli operatori economici, vede con favore l’avanzare della privatizzazione e della monetarizzazione di certe terre, di altre risorse naturali e persino di servizi, che dovrebbero essere a disposizione gratuitamente per tutti: si pensi agli usi civici su pascoli o boschi, che nel passato restavano a disposizione dei poveri, mentre oggi si cerca di liquidare al più presto perché di intralcio al commercio; si pensi all’acqua, dovunque di importanza fondamentale, il cui accesso dovrebbe essere garantito gratuitamente per tutti, specie nei paesi poveri; si pensi a certe conoscenze molto utili per tutti, che sempre più spesso vengono privatizzate e diventano accessibili solo a pagamento.

Nella visione biblica la terra appartiene a Dio: “perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e inquilini” (Levitico 25,23). Le norme giubilari prevedevano, al massimo ogni 50 anni, la restituzione ai proprietari originari delle terre acquisite, in modo che a nessun povero possa mancare ciò che è indispensabile per la sua sopravvivenza. Pertanto la terra non dovrebbe essere privatizzabile indefinitamente e senza vincoli pubblici. Noi invece facciamo della terra oggetto di avidità, di sfruttamento, quando non di guerra… Forse dovremmo ancora riuscire a scorgere il messaggio della saggezza biblica che ci invita al rispetto della terra nei suoi primari valori sociali e ambientali.

Per riflettere:

-c’è un’ideologia del Far West nascosta nella cultura occidentale?

-il profitto più della fame spinge a sfruttare la terra;

-si sottrae la terra ai contadini anche per miniere e dighe;

-costi sociali e ambientali dello sviluppo;

-profughi dello sviluppo;

-l’idea di terra come madre;

-usi civici su pascoli o boschi;

-per la Bibbia la terra deve tornare ai proprietari originari ogni 50 anni.


agosto 6, 2008

FINE DELLE IDEOLOGIE?*

Quando funzionavano le scuole-quadri del PCI, della DC, del PSI, nel nostro paese venivano tramandate ideologie politiche coerenti in sé stesse. Oggi sono finiti i vecchi partiti e si è decretata la fine delle ideologie. I partiti sono stati sostituiti da coalizioni elettorali, verso le quali l’atteggiamento degli elettori dovrebbe essere simile a quello del tifo sportivo. Quale ideologia spinge a preferire una squadra a un’altra, un corridore a un altro? Nessuna ideologia, evidentemente, solo un atteggiamento epidermico di simpatia, pregiudiziale, preconcetto. Qualcosa di simile sta avvenendo alla politica: diventa sempre più assimilabile a uno spettacolo (il “teatrino” della politica, appunto), sempre più soggetta agli umori fluttuanti di telespettatori distratti, piuttosto che a una maturazione razionale e a scelte convinte di elettori responsabili. Si possono così porre alcuni interrogativi: si può vivere senza ideologie o credenze o idee forti? Siamo di fronte a una deriva politica ineluttabile o a una scelta voluta da qualcuno? Sono davvero finite le ideologie o sono sostituite da qualcos’altro?

Credenze nascoste. È uno sforzo indispensabile – quanto raro – cercare di comprendere quali sono le nostre credenze nascoste, rendendole visibili e comprensibili, perché, “quanto più restano sotterranee e non identificate, tanto più sono potenti e possono trasformarsi in ideologie strette e persino in fondamentalismi” (pag. 176). Di solito siamo portati ad associare questi ultimi e le credenze fanatiche, al campo della religione, ma se ne possono trovare anche altrove, in politica, scienza, economia. Si può ritenere che ci sia fondamentalismo quando una ideologia, che offre una spiegazione totale del mondo e della condizione umana, esercita il potere considerando chi non vi aderisce eretico, nemico, addirittura il Male, non meritevole di dialogo ma da eliminare. Questa era, ad es. l’atteggiamento politico teorizzato da Stalin e praticato pure dai totalitarismi di destra. Anche per i loro simboli, erano facilmente identificabili. Le grandi credenze contemporanee (fiducia nella potenza del denaro, della scienza, del consumo, del successo…) non sono invece connotare da simboli precisi e possono essere particolarmente insidiose. Di solito sono caratterizzate dal rifiuto del trascendente, del mistero, delle fedi religiose, considerate per loro natura reazionarie. Portano spesso all’inversione tra mezzi e fini, tra sacro e profano e persino tra soggetto e oggetto (pag. 181). Ecco alcuni esempi.

Fiducia nella crescita economica. Il potere economico (multinazionali, finanzieri, grandi ricchi, associazioni padronali..) tende ad appropriarsi anche del potere mediatico (tv, cine, stampa..). Il motivo è evidente: se la gente ragiona in un certo modo, il potere stesso ne trae beneficio. E il modo suo di ragionare è quello di porre l’economia al vertice dei valori umani. Sessant’anni fa, quando fu scritta la Costituzione della Repubblica con largo accordo tra le componenti di opposto schieramento, liberale, marxista e cattolico, si parlava molto di bene comune: ad esso facevano continuo riferimento i dibattiti politici e le leggi. Oggi questa nozione è quasi scomparsa, sostituita da un’altra: quella della crescita economica. Caduta l’ideologia marxista sulla conquista rivoluzionaria del potere, si è affermata quella liberale secondo cui con una maggiore crescita economica si potrebbero risolvere tutti i problemi degli stati e del mondo, compresi quelli posti dalla crescita stessa (squilibri, disuguaglianze, privilegi, crisi ambientale..). È questo, secondo l’ideologia dominante nella globalizzazione, il dogma dell’one way, l’unica via percorribile, seguito dal dogma corollario definito dalla signora Thatcher negli anni ’80 TINA (acronimo di there is no alternative, non ci sono alternative). Peccato che la logica di questo pensiero unico comporti che gli uomini debbano essere subordinati all’economia: il mezzo diventa il fine. Gli effetti più macroscopico sono la crescita della disoccupazione, del precariato, degli squilibri.

Fiducia nel consumo. Un aspetto della fede nella crescita è dare connotazione acriticamente positiva al consumo: consumare vuol dire far “girare” l’economia. La pubblicità (ma non solo) è preposta a questa funzione. Essa infatti “parla di libertà per meglio alienarci al consumo e presenta un volto allegro per meglio chiuderci in un mondo unidimensionale profondamente triste” (pag. 180), se non addirittura mortale. Infatti il consumismo, specie quello alimentare, ha un risvolto tragico: tutte le statistiche nei paesi “progrediti” indicano che la maggioranza delle morti sono attribuibili alle patologie del benessere, a loro volta connesse con l’abnorme arricchimento alimentare. Del resto è sempre più evidente che in un mondo dalle risorse finite, i consumi materiali e l’economia tradizionale non possono crescere all’infinito: i nostri consumi eccessivi andranno a ridurre quelli già bassi del terzo mondo, così come la scelta di dedicare parte dei limitati terreni agricoli alla produzione di carburanti per sostituire la scarsità di petrolio, mette in competizione 600 milioni di auto – spesso usate per consumi superflui – con due miliardi di poveri del terzo mondo, già oggi sulla soglia della fame.

Fiducia nel progresso tecnico-scientifico. La scienza è basata sul dubbio, perché solo mettendo in discussione le conoscenze acquisite è possibile progredire. Uno scientista – cioè chi crede nel valore assoluto della scienza, intesa come capace di progresso indefinito, di dare risposte certe, di risolvere tutti i problemi umani – invece non può avere dubbi. Per lui la scienza non è più un mezzo, è diventato un fine, la Verità. Chi vuole far prevalere l’etica e la morale sulla scienza non può che essere definito reazionario, nemico. Si scivola così nel fondamentalismo, per cui il contraddittore è il Male, da eliminare con ogni mezzo (pag. 181). In ogni caso la fede nel progresso è assai più diffusa di quanto si pensi. Un esempio è la ricerca sulla fusione nucleare, nella quale si continua a investire miliardi, anche se – a detta di numerosi esperti – appartiene più alla fede nella scienza che alla realizzabilità tecnica. Analogamente si continua a investire nella fissione, pensando di riuscire prima o poi a neutralizzare le scorie radioattive: per ora è un’eredità – poco gradevole – che lasciamo alle generazioni future, in nome della stessa fiducia scientista. Come pure continuiamo a consumare il petrolio in via di esaurimento, quasi sperando che la scienza consentirà un giorno di riportare nei pozzi il prezioso liquido, prodotto dalla natura in miliardi di anni – al fine di rendere il clima della Terra adatto alla vita umana.

Alcune considerazioni conclusive. Anche solo da questi brevi cenni, si può dedurre che le ideologie sono lungi dall’essere esaurite, come si tende a far credere da gran parte dei media subordinati all’one way del liberismo globalizzato. Si sono trasformate rispetto al passato le ideologie, ma mantengono una carica idolatrica, scivolando persino nel fondamentalismo. Certo non usano i mezzi violenti di Stalin per far tacere gli oppositori, ma mezzi assai più semplici: basta escluderli dai media, basta ingolfare questi ultimi di banalità, facendo leva sugli istinti regressi per avere audience. Il risultato è identico a quello di Stalin: l’opposizione non esiste o comunque non si vede, non può far sentire la propria voce. Nel gioco di inversione tra mezzi e fini, i media si trovano facilitati da un’altra tendenza naturale: i mezzi sono in genere tangibili e misurabili, mentre i fini attengono in gran parte al campo immateriale; la libertà, ad es., non è misurabile, è assolutamente immateriale. Pertanto il settore immateriale è quello da privilegiare in ogni attività umanizzatrice. Un’ultima considerazione è che le ideologie moderne consentono di sottrarsi alle responsabilità dell’impegno politico: se le soluzioni saranno trovate dall’economia o dalla scienza, basta lasciar fare alle imprese o agli scienziati, basta fidarsi. Ecco come le ideologie nascoste hanno contribuito a degradare la politica a tifo sportivo, cioè a negarla, mentre dovrebbe essere la massima espressione della responsabilità di ciascuno per il bene comune.

*Riferimento bibliografico: V. Cheynet, Le choc de la décroissance, édition du Seuil, avril 2008.

SALUTE DELL’UOMO E SALUTE DEL PIANETA

STESSE ORIGINI: IL CONSUMISMO DEI RICCHI

L’OMS (organizzazione mondiale della sanità) ha da tempo proposto un’idea di salute assai diversa da quella che normalmente abbiamo: non solo assenza di malattie, ma pienezza di benessere psicofisico, ciò che implica equilibrio stabile nel tempo, condizione atta a prevenire le malattie, pienezza di difese. Si potrebbe applicare questo concetto allargato di salute anche a quella del nostro globo?

Salute del globo. Quando se ne parla, si pensa subito agli inquinamenti, all’effetto serra e a tutto ciò che, ad opera dell’uomo, rischia di alterare, nel presente o nel futuro, gli equilibri naturali. Il pianeta è stato studiato dagli ecologi come ecosistema, un insieme di molte componenti legate tra loro da complessi rapporti (simbiosi, parassitismo…) che convergono in un equilibrio dinamico. La complessità di un ecosistema è una garanzia di stabilità, in quanto le numerose componenti relazionate fra loro possono porre rimedio ad eventuali inconvenienti in una parte di esse, qualunque sia il motivo (interno o esterno). Di contro semplificare un ecosistema equivale di solito a renderlo instabile, soggetto cioè ad ammalarsi. Ecco perché una monocoltura, ad es., è più instabile di un sistema complesso, come la foresta naturale.

Salute come equilibrio. E’ forse quest’idea di stabilità dinamica il contributo più significativo della scienza ecologica: un sistema vivente è sempre soggetto a modifiche e attacchi al suo equilibrio, provenienti dall’esterno o anche dal suo interno; se il sistema gode di buona salute deve normalmente essere in grado di superarli, altrimenti arriva la malattia. La malattia è il sintomo di una rottura di equilibrio. Si può porvi rimedio curando il sintomo, ma assai meglio è intervenire sulle cause che l’hanno determinato. Nel primo caso la malattia può ritornare; se invece si pone rimedio alle cause, può essere debellata definitivamente.

L’ecosistema uomo. Quanto affermato per gli ecosistemi vale anche per la salute dell’uomo. L’uomo, come ogni animale, è anche un ecosistema e la sua salute deriva dall’equilibrio dinamico nelle complesse relazioni tra fattori esterni ed interni. La flora batterica che alberga nel nostro organismo, ad es., ha un’importanza spesso trascurata: è un fattore essenziale delle difese naturali, ed è persino in grado di supplire a parziali carenze alimentari (producendo ad es. certe vitamine mancanti nel cibo). La flora batterica è soggetta in parte a modificarsi soprattutto in relazione alle nostre abitudini alimentari. Un eccesso di carboidrati, ad es., produce una flora fermentativa; un eccesso di proteine una flora putrefattiva: entrambe (soprattutto quest’ultima) provocano nel nostro organismo elementi tossici che possono incidere negativamente sulla salute, sia a breve che a lungo termine. Questi elementi tossici infatti, attraverso la circolazione sanguigna, possono colpire qualunque organo (ad es. ossa), ben al di là del sistema digestivo. Ecco perché il fattore alimentare è importantissimo per la salute, assai più di quanto di solito non si pensi.

Le malattie del benessere. Vediamo allora quali sono le cause delle malattie principali. Oggi da noi prevalgono quelle degenerative (malattie cardio-vascolari, tumori, diabete…) e abbondanti ricerche epidemiologiche hanno messo in luce la loro correlazione con un’alimentazione troppo ricca: più specificamente si tratta di un eccesso di cibi ricchi (carne, grassi, zucchero, cereali raffinati…) e di una carenza di cibi poveri (verdure e frutta fresche, legumi, cereali non raffinati…). Esistono anche altri fattori ambientali, come gli inquinamenti, il fumo…, ma spesso questi sono la goccia che fa traboccare il vaso: agiscono perché trovano un organismo con scarse difese a causa di una scorretta alimentazione.

I rischi del pianeta. Tornando all’ecosistema mondo, possiamo costatare una impressionante somiglianza di cause. I danni del pianeta sono dovuti soprattutto al consumismo dei ricchi, e non soltanto a quello alimentare. L’effetto serra, ad es., è dovuto al fortissimo consumo di energia fossile, usata in tutti i processi produttivi moderni: petrolio e carbone derivano dai sedimenti lasciati al tempo dei dinosauri da una lussureggiante vegetazione (piante alte anche 300 metri) che sottrassero all’atmosfera il C02 e gli altri gas-serra, rendendola gradualmente vivibile per l’uomo. Ora noi li estraiamo, li utilizziamo nelle combustioni – magari per soddisfare bisogni superflui o sostituibili – liberandone i gas di combustione (CO2) in atmosfera. Così rischiamo di tornare in pochi decenni al clima dei dinosauri, quello che la natura ha impiegato miliardi di anni per renderlo adatto alla vita dell’uomo. Un altro gas a forte effetto serra è il metano, la cui presenza nell’atmosfera è in buona parte dovuta a fenomeni che avvengono nello stomaco dei bovini. Questi ultimi vengono allevati in misura crescente in funzione di quel consumismo alimentare che, si è visto, è dannoso anche alla salute umana. Ma forse i danni maggiori vanno ricercati a monte, nella mente umana: nell’avere semplificato, per sete di denaro, l’ecosistema mondo e lo stesso uomo, dimenticandone la complessità ed il valore di fine, anziché strumento di profitto.

In definitiva, l’opulenza è al contempo causa di una nostra salute insoddisfacente e dei principali rischi per la salute del pianeta. La chiave di una salute vera e stabile va cercata nella riscoperta della natura, nonché in un’austerità, anzitutto alimentare, in netto contrasto con il consumismo, verso cui siamo continuamente sollecitati per la ricerca del profitto.

Per riflettere:

-definizione di salute dell’OMS e pienezza di difese;

-legame tra salute e complessità di un ecosistema;

-malattia come rottura di un equilibrio dinamico;

-anche l’uomo è un ecosistema;

-flora batterica come essenziale fattore di difesa;

-legata al cibo e alle abitudini alimentari;

-malattie del benessere: eccesso di cibi ricchi, carenza di cibi poveri;

-consumismo dei ricchi come causa delle patologie umane e ambientali;

-semplificando entrambi gli ecosistemi per renderli soltanto strumenti di profitto;

-riscoprire i valori della natura e dell’uomo.


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