Brianzecum

agosto 16, 2008

IL PERCORSO ECUMENICO TRA CONTINUITÀ E DISCONTINUITÀ

Quarant’anni fa col Concilio vaticano II (detto giustamente ecumenico) la chiesa cattolica fece una scelta – definitiva e irrevocabile, come ribadito dai pontefici successivi – a favore dell’ecumenismo. Come potrebbe la chiesa di Cristo assolvere al suo compito fondamentale di annuncio del vangelo a tutto il mondo se è divisa? Le chiese cristiane non possono non sostenere un paziente lavoro di discussione tra loro per evidenziare le cause, certamente storiche, contingenti – e colpevoli – di queste divisioni, nonché per delineare le vie di un’intesa spirituale, teologica e pratica. Contemporaneamente le chiese cristiane non potevano non scoprire le proprie origini nell’ebraismo, origini comuni che potevano costituire un ulteriore fattore di intesa ecumenica. Così anche nei rapporti con la religione ebraica ci fu – sul piano pratico – un cambiamento a 180°: dal disprezzo per i “perfidi ebrei”, “popolo deicida”, all’abbraccio con quelli che poi furono chiamati “fratelli maggiori” nella fede nell’unico Dio. Va sottolineato che questo processo di riavvicinamento tra chiese e religioni è certamente tra le cose volute da Gesù, quando ad es. pregava il Padre perché tutti siano una cosa sola (Gv 17,21).

Un forte pluralismo vige però nel mondo reale: molti amano le novità, altri le odiano, alcuni sono proiettati verso il futuro, altri preferiscono rifugiarsi nel passato, c’è chi ama l’autonomia e la democrazia, chi invece preferisce farsi guidare da un’autorità e così via. Lo spostamento da un gruppo all’altro di persone è estremamente lento perché coinvolge complessi problemi psicologici, educazionali, politici. Così può avvenire ad es. che la resistenza contro certe innovazioni (si pensi alla predicazione di un non cattolico ad una messa cattolica) può essere superata di fatto introducendole coraggiosamente e dimostrando che non si generano inconvenienti. Nella vita concreta non si può prescindere da questo pluralismo, si deve riconoscere che ogni violenza, anche verbale, è controproducente ed è necessaria una grande attenzione a non offendere suscettibilità, creare confusioni e rotture. Lo insegna papa Benedetto XVI, il quale in un importante discorso alla curia romana del 22 dic. 2005[1] ha toccato il tema della giusta interpretazione del concilio ecumenico Vaticano II. In esso “due ermeneutiche contrarie si sono trovate a confronto e hanno litigato tra loro. L’una ha causato confusione, l’altra, silenziosamente ma sempre più visibilmente, ha portato frutti. Da una parte esiste un’interpretazione che vorrei chiamare «ermeneutica della discontinuità e della rottura»; essa non di rado si è potuta avvalere della simpatia dei mass media, e anche di una parte della teologia moderna. Dall’altra parte c’è l’«ermeneutica della riforma», del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato; è un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del popolo di Dio in cammino. L’ermeneutica della discontinuità rischia di finire in una rottura tra Chiesa preconciliare e Chiesa postconciliare.”

Continuità nei principi. Più oltre, citando dai vangeli alcune parabole che esprimono la dinamica della fedeltà, il papa rileva che “in un Concilio dinamica e fedeltà debbano diventare una cosa sola”, anche se questa sintesi è estremamente esigente. Allargando lo sguardo sui rapporti tra chiesa ed età moderna e individuando tre cerchi di domande (relazione tra fede e scienze, tra chiesa e stato e il problema della tolleranza religiosa) papa Benedetto rileva: “È chiaro che in tutti questi settori, che nel loro insieme formano un unico problema, poteva emergere una qualche forma di discontinuità e che, in un certo senso, si era manifestata di fatto una discontinuità, nella quale tuttavia, fatte le diverse distinzioni tra le concrete situazioni storiche e le loro esigenze, risultava non abbandonata la continuità nei principi – fatto questo che facilmente sfugge alla prima percezione. È proprio in questo insieme di continuità e discontinuità a livelli diversi che consiste la natura della vera riforma. In questo processo di novità nella continuità dovevamo imparare a capire più concretamente di prima che le decisioni della Chiesa riguardanti cose contingenti – per esempio, certe forme concrete di liberalismo o di interpretazione liberale della Bibbia – dovevano necessariamente essere esse stesse contingenti, appunto perché riferite a una determinata realtà in se stessa mutevole. Bisognava imparare a riconoscere che, in tali decisioni, solo i principi esprimono l’aspetto duraturo, rimanendo nel sottofondo e motivando la decisione dal di dentro. Non sono invece ugualmente permanenti le forme concrete, che dipendono dalla situazione storica e possono quindi essere sottoposte a mutamenti. Così le decisioni di fondo possono restare valide, mentre le forme della loro applicazione a contesti nuovi possono cambiare.”

La libertà religiosa è un tema importante per l’ecumenismo. Ad essa il papa applica i criteri sopra indicati. “Così, ad esempio, se la libertà di religione viene considerata come espressione dell’incapacità dell’uomo di trovare la verità e di conseguenza diventa canonizzazione del relativismo, allora essa da necessità sociale e storica è elevata in modo improprio a livello metafisico ed è così privata del suo vero senso, con la conseguenza di non poter essere accettata da colui che crede che l’uomo è capace di conoscere la verità di Dio e, in base alla dignità interiore della verità, è legato a tale conoscenza. Una cosa completamente diversa è invece il considerare la libertà di religione come una necessità derivante dalla convivenza umana, anzi come una conseguenza intrinseca della verità che non può essere imposta dall’esterno, ma deve essere fatta propria dall’uomo solo mediante il processo del convincimento. Il concilio Vaticano II, riconoscendo e facendo suo con il decreto sulla libertà religiosa un principio essenziale dello stato moderno, ha ripreso nuovamente il patrimonio più profondo della Chiesa. Essa può essere consapevole di trovarsi con ciò in piena sintonia con l’insegnamento di Gesù stesso (cf. Mt 22,21)”.

Discontinuità con l’errore. Ecco il criterio fondamentale della continuità indicato dall’insegnamento papale: essere in sintonia con l’insegnamento di Gesù. Sembra logico dedurre che sia necessaria una netta discontinuità con tutto ciò che non è in sintonia col Maestro, come l’intolleranza verso gli eretici o, per tornare al nostro tema, la divisione tra le chiese o il disprezzo per gli ebrei: per questi problemi l’unico atteggiamento ragionevole è la confessione degli errori compiuti nel passato dalla chiesa, come meritoriamente fatto dal compianto predecessore Giovanni Paolo II. Il problema principale diventa allora come evitare per il futuro gli errori nelle chiese. Il concilio Vaticano II ha dato una chiara ricetta: la collegialità, il ritorno a quella comunità e partecipazione fraterna che vigeva tra i primi cristiani. Anche questo rientra plausibilmente nell’insegnamento di Gesù. Ma forse c’è qualche – colpevole? – ritardo.


[1] Reperibile sul n. 1 2006 de Il regno, oppure sul sito: http://www.vatican.va

Mt 18,20 …IO SONO IN MEZZO A LORO

Questa promessa, riportata nel cap. 18 del vangelo di Matteo, è contenuta in uno dei cinque grandi discorsi che questo vangelo riporta; concerne la comunità ecclesiale, un tema particolarmente caro a Matteo. La promessa di concedere qualunque cosa si accordino di chiedere e di essere presente dove due o tre sono riuniti nel suo nome, può essere considerato un punto centrale dell’intero vangelo di Matteo. “La presenza di Cristo fa sì che tutto ciò che decide la comunità riunita nel suo nome venga confermato in cielo. Ad agire è sempre il Cristo che con la resurrezione ha ricevuto ogni potere in cielo e in terra.”[1] Ma la pretesa di avere Dio dalla propria parte è spesso, nella storia e ancora oggi, il pretesto per compiere le peggiori nefandezze (basti pensare ai terroristi attuali o ai nazisti del secolo scorso. Vanno quindi compresi il significato e i limiti di questa presenza, ricavandoli dal contesto in cui è collocata la promessa. Il cap. 18 può essere diviso in due parti: una prima, fino al versetto 14, in cui è sviluppato il tema dei piccoli e dell’accoglienza; una seconda che invece verte sull’ascolto dei fratelli e il perdono dei peccati. Entrambe le parti si concludono con una parabola, rispettivamente quella della pecorella smarrita e quella del servo spietato.

L’attenzione ai piccoli è tema fondamentale del messaggio evangelico: come modello per tutti noi da imitare per entrare nel regno dei cieli (vv 3 e4), per evitare di scandalizzarli (vv 6 e 7), per il rispetto che è loro dovuto (v 10). La missione del figlio dell’uomo è infatti quella di salvare ciò che era perduto (v 11), di occuparsi della centesima pecorella smarrita piuttosto che delle altre 99 al sicuro (vv 12 e 13): non quindi il desiderio di raccogliere folle plaudenti, ma l’attenzione alla singolarità, al bisogno, ai piccoli: il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli (v 14). Il modello dei piccoli, proposto alla comunità ecclesiale, deve anzitutto evitarle di considerarsi un’élite di persone superiori, tentazione che spesso si verifica ancora oggi, come nel passato. Parlando di piccoli ovviamente non si intende soltanto i bambini, ma ogni categoria sociale debole, come gli immigrati, che spesso cercano nelle chiese spazi di incontro e di preghiera. Talvolta provengono da chiese o sette che rifiutano il dialogo ecumenico. In questi casi deve prevalere il loro bisogno, l’attenzione evangelica alla loro debolezza e piccolezza, oppure i divieti, le preclusioni i pregiudizi clericali?

Accostare chi ha peccato e perdonare chi ha offeso sono le altre condizioni per la presenza di Cristo nella comunità ecclesiale, e sono illustrate nella seconda parte del cap. 18. Si deve segnalare anzitutto un’apertura all’universalità: “i fratelli da accogliere, correggere e perdonare, se sono in primo luogo i membri della propria comunità, sono però anche, in senso più ampio, tutti gli uomini.”[2] L’atteggiamento verso i fratelli che commettono colpe deve essere estremamente paziente e discreto; ma soprattutto Gesù introduce il principio del perdono indefinito, così come fa Dio con noi. In tal modo “per la presenza del Risorto la comunità è dotata del potere di riconciliare e ricomporre l’unità”[3], mentre la parabola del servo spietato “ci dice che il potere della chiesa è quello di perdonare[4]. Merita un cenno di chiarimento il versetto 18 che affida alla comunità (anche di minime dimensioni: 2 o 3 persone) il potere di “legare e sciogliere”, potere che invece nel cap. 16 (vv 17-20) era affidato a Pietro. Per cercare di sciogliere questa apparente contraddizione si consideri che nel cap. 16 col termine ekklesia si intende tutta la chiesa, nella sua dimensione universale, mentre nel cap. 18 si riferisce a una comunità concreta e locale. Nel primo caso la promessa riguarda il futuro ed è la risposta alla retta professione di fede di Pietro, mentre nel secondo “si tratta di un potere presente e assicurato in concomitanza con la missione riconciliatrice della comunità. Tutti questi elementi fanno pensare che nel cap. 16 si tratti di un potere di carattere dottrinale e riguardi la retta professione di fede, mentre nel cap. 18 esso sia di carattere pastorale e riguardi il procedimento da adottare nel caso in cui un fratello della comunità pecchi.”[5] Va notato infine che il principio del perdono e l’attenzione ai piccoli sono tra gli antidoti migliori contro i grandi mali dei nostri giorni: guerre, squilibri e ingiustizie, alterazione degli equilibri climatici. Resta indubbia comunque la grande apertura ecumenica che dovremmo saper trarre da questo fondamentale passo di Matteo, che tutto può avallare, fuorché il potere mondano.


[1] Tecle Vetrali, Radunati dal Cristo risorto. In: “Studi ecumenici” luglio- settembre 2005, pag. 366.

[2] B. Maggioni, Il racconto di Matteo, Cittadella ed. Assisi 1986, pag.236.

[3] Ivi, pag. 368.

[4] Ivi, pag. 370.

[5] Ivi, pag. 368.

È TEMPO DI PROFEZIA

Ci spaventa di più qualche decina di morti – specie se occidentali – negli attentati terroristici, che non qualche decina di milioni che ogni anno nel mondo sono vittime della fame. Le morti per fame non fanno notizia, si riferiscono a persone lontane, quindi pensiamo che non ci riguardino. Neppure fanno notizia i milioni di morti che in occidente sono vittime delle malattie del benessere (infarti, tumori e altre patologie degenerative) né si diffondono adeguatamente le informazioni scientifiche secondo cui ciò va attribuito in buona parte a quantità e ricchezza dei nostri cibi. Il consumo è una necessità dell’economia e guai a chi si permettesse di auspicarne la riduzione, anche se da questa potremmo derivare migliore salute per noi, minor sfruttamento del terzo mondo, minori rischi di desertificazione conseguenti all’effetto serra, meno guerre per garantirsi la disponibilità delle materie prime. Se dovessimo sommare, a quelle del benessere, le morti – in buona misura connesse allo stesso benessere – della fame, delle guerre e della desertificazione, possiamo raggiungere cifre da fare impallidire persino quelle provocate nei due folli conflitti mondiali del secolo scorso. Ma non ci sono soltanto danni fisici nel panorama mondiale.

Sul piano politico e psicologico, la deregolamentazione liberista, che accompagna la globalizzazione, comporta la graduale abolizione di tutte le leggi che ostacolano l’economia – ad eccezione della legge del più forte. Preoccupa ancor più che l’impero universale del mercato consegue in concreto l’appannamento di ogni valore che non sia quello economico-monetario. Senza arrivare al pur autorevole parere che “la realtà simbolica sia l’unica realtà vera”[1], non si può negare la convinzione degli antropologi secondo cui l’uomo va considerato un essere a nascita prematura che, a differenza degli animali, ha bisogno di completarsi in quella che per lui è una specie di seconda natura, cioè la cultura – dove i valori simbolici giocano un ruolo insostituibile. I danni della deprivazione simbolica potrebbero rivelarsi disastrosi per le generazioni successive. Lo sforzo di eliminare i valori umani per sostituirli con quelli monetari si potrebbe coniugare con la ricerca silenziosa di un’alterazione genetica per l’uomo stesso, al fine di creare un tipo umano “superiore”, destinato a dominare sugli altri, perfettamente adattato alle esigenze del mercato. Un pallido riflesso può essere quanto sta avvenendo con l’appiattimento dei gusti e delle culture operato dal potere mediatico, oltre alla disinformazione faziosa. Rispetto alla chiara distinzione tra padroni e operai, ai tempi della prima industrializzazione, oggi il potere si camuffa dietro la potenza psicologica dei mass media, usa prevalentemente l’arma dei consumi e toglie le possibilità di difesa a quella che una volta era la classe operaia, frantumandola e disorientandola. C’è un bisogno estremo di aprire gli occhi sui mali e le ingiustizie che vanno aggravandosi nel mondo, destabilizzandolo, specie col disperato ricorso al terrorismo. È compito di tutti opporci alle profonde ingiustizie, nelle quali affonda le radici gran parte della zizzania terroristica. Ed è ovvio che la maggiore responsabilità di non denunciare a sufficienza queste ingiustizie è da attribuire a chi detiene l’autorità morale, come le religioni. Coloro che denunciano i mali del mondo e indicano la via per il loro superamento erano definiti, nella Bibbia, profeti.

I profeti compaiono solo di rado nel corso dei secoli, come lontane comete splendenti. La loro parola sembra sfiorare la terra come un segno di disgrazia non ancora riscattato, che divampa per perdersi di nuovo nell’infinito. (..) I profeti non tollerano i compromessi né hanno comprensione per quei grovigli formati dalle mezze misure della grettezza e degli asfittici bisogni del momento.”[2] Difficilmente è profetica la voce delle istituzioni e delle chiese. La preoccupazione di tener dentro tutti, ricchi e poveri, conservatori e progressisti, spinge spesso verso equivoche posizioni “centriste” o “moderate”, ben lontane dalle nette posizioni evangeliche, che invece sono sempre a favore dei poveri e dei piccoli, nonché radicalmente ostili verso i potenti, siano essi politici, economici o religiosi. La gravità dei problemi mondiali impone di allargare le prospettive, sentendo come nostri la fame e i mali degli altri (in realtà lo sono); invita a concentrarsi profeticamente sui grandi temi della pace, giustizia e salvaguardia del creato, a saper discernere gli ostacoli e individuare i mezzi per modificare la rotta dell’umanità, cominciando anzitutto con quelli a disposizione di noi tutti: esercitare senso critico nei confronti di cultura e informazione, partecipare alla vita politica, modificare i consumi.


[1] E. Drewermann, Il Vangelo di Marco, immagini di redenzione, Queriniana, Brescia 1994, pag. 165.

[2] Ivi, pag. 389.

ECUMENISMO: DIMINUIRE LE CHIESE, ACCRESCERE L’AMORE

Egli deve crescere e io invece diminuire (Gv 3,30). L’annunciante si ritira per far crescere l’annunciato, lasciandogli compiere la sua azione salvifica e trasformatrice. Questa posizione di un noto esponente religioso di quel tempo, Giovanni Battista, nei confronti di Gesù, potrebbe essere il giusto atteggiamento delle chiese di oggi in campo ecumenico: ridurre l’attenzione alle proprie peculiarità, identità, convinzioni, per lasciar crescere la figura di Cristo e l’essenza di ciò che chiede alla sua unica chiesa, l’amore.

Il cardinal Kasper, presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, non nascondeva un certo ottimismo, nonostante le difficoltà che hanno frenato il processo ecumenico specie nell’ultimo periodo. Ottimismo che emerge già dal titolo (Un nuovo secolo, un nuovo ecumenismo) della sua riflessione in occasione del 40° del Gruppo misto di lavoro con le altre chiese,[1] iniziato prima ancora della conclusione del concilio Vaticano II. La fase attuale di difficoltà è vista come transitoria, nella speranza che, con l’aiuto di Dio, il nuovo sarà un secolo ecumenico. Dopo una disamina storica, la sua riflessione si snoda su 5 punti: chiarire i fondamenti teologici; il progetto di Fede e costituzione; conversione e riforma delle Chiese; ecumenismo spirituale; ecumenismo pratico. Non è corretto, dice il presule, ritenere che nell’ecumenismo la dottrina divide mentre la pratica unisce: specie quando vi siano implicazioni politiche, anche la pratica può dividere. È quindi importante chiarire i fondamenti teologici da cui si parte e le prospettive verso cui orientarsi: la pietra angolare è Gesù Cristo; il dialogo deve portare verso la sua pienezza. Unità non vuol dire uniformità, ma dobbiamo arricchirci dalla diversità. Non si devono imporre pesi al di là di ciò che è indispensabile (At 15,28). Le chiese devono essere pronte alla conversione, a riformarsi, a purificare la memoria, a evitare la competizione, il carrierismo, la diffidenza, la gelosia. Con ecumenismo spirituale non si intende vaga spiritualità sentimentale e soggettiva, ma “lo Spirito di Gesù Cristo, che confessa «Gesù è il Signore» (1 Cor 12,3). Indica quindi l’insegnamento della Scrittura, della Tradizione vivente della Chiesa e dei risultati dei dialoghi ecumenici. (..) Ma il primo posto spetta alla preghiera”. Infine, quanto all’ecumenismo pratico, il card. Kasper parte dall’affermazione che l’unità della chiesa non è un fine in sé, ma strumento, segno, anticipazione dell’unità dell’umanità. In effetti, fin dal suo inizio, il movimento ecumenico è strettamente legato al movimento missionario, in quanto le nostre divisioni danneggiano la causa dell’annuncio del vangelo ad ogni creatura, cioè dell’universalismo evangelico. Questo compito è ben lungi dall’essere compiuto e nel nuovo secolo dovrebbe avere un nuovo inizio. Ne sono implicate visioni antropologiche e questioni di ermeneutica biblica profondamente divergenti. Ma è importante lavorare in questa direzione perché è in gioco il contributo ecumenico a un nuovo umanesimo nel XXI secolo.

Una prospettiva antropocentrica, più che ecclesiocentrica, sembra soggiacere a questa visione del card. Kasper, prospettiva che può essere ricondotta alla “svolta conciliare” del Vaticano II. Nel discorso di chiusura della IV sessione, Paolo VI affermava: “Forse mai come in questa occasione la Chiesa ha sentito la necessità di conoscere, di avvicinarsi, di comprendere, di penetrare, di servire, di evangelizzare la società che la circonda e di seguirla; per dir così, di raggiungerla nel suo rapido e continuo cambiamento. Questo atteggiamento, determinato dalle distanze e dalle rotture successe negli ultimi secoli, nel secolo passato e in questo, particolarmente tra la Chiesa e la civiltà profana – atteggiamento ispirato sempre dall’essenziale missione salvatrice della Chiesa – ha operato intensamente nel Concilio, fino al punto di far sorgere in alcuni il sospetto che un tollerante ed eccessivo relativismo rispetto al mondo esterno, alla storia che scorre, alla moda attuale, alle necessità contingenti, al pensiero diverso abbia dominato persone e atti del sinodo ecumenico a costo della fedeltà alla tradizione e con danno per l’orientamento religioso dello stesso Concilio. Noi non crediamo che questo equivoco si debba imputare né alle sue vere e profonde intenzioni né alle sue autentiche manifestazioni. (..) Vogliamo notare come la religione del nostro Concilio sia stata principalmente la carità, e nessuno potrà tacciarlo di irreligioso e infedele al Vangelo per questo principale orientamento, quando ricordiamo che lo stesso Cristo è colui che ci insegna che l’amore per i fratelli è il distintivo dei suoi discepoli (Gv 13,35).”

Il grande balzo dell’ecumenismo nel XXI secolo potrebbe attingere l’energia da questa prospettiva conciliare di “apertura al mondo”, dell’amore per tutti gli uomini, specie per quelli più deboli, più penalizzati dai processi di globalizzazione in atto: in loro anzitutto dobbiamo vedere il volto di Dio e applicare il precetto dell’amore. Di fronte ai grandi problemi dell’umanità – pace, giustizia, salvaguardia del creato – i problemi particolari delle diverse chiese devono decisamente passare in secondo piano.


[1] Reperibile sul n. 1 2006 de Il Regno, oppure sul sito: http://www.vatican.va

MULTICULTURALITÀ: QUALI CAMBIAMENTI?

DAGLI ATTEGGIAMENTI VISCERALI A QUELLI INCONSCI

Tre modelli di integrazione sono stati indicati dagli studiosi nel caso di flussi immigratori:

  • il primo è quello del melting pot, ovvero della zuppiera, nella quale i diversi ingredienti, cuocendo a lungo, si fondono e si confondono: vi è forte integrazione, però si perdono le identità originarie;
  • il secondo è quello dell’insalatiera, nella quale permangono i gusti e le identità d’origine, ma l’integrazione è carente;
  • infine si indica il modello del mosaico, in cui le diverse identità originarie vengono inserite in un progetto complessivo finalizzato alla loro valorizzarle. Quest’ultimo può essere considerato il modello preferibile, che unisce i vantaggi dei due precedenti, valorizzando la diversità.

Nella realtà i modelli teorici facilmente si sovrappongono e raramente vengono deliberatamente perseguiti dai pubblici poteri. È difficile persino misurare fino a che punto si riesce a realizzare una feconda multiculturalità, o invece si resta in una pluralità di monoculturalismi giustapposti o addirittura contrapposti. Sta di fatto che in Italia la multiculturalità ci è cascata addosso quasi all’improvviso. Si sono infatti invertiti i flussi migratori, così che da paese di emigrazione ci siamo trovati – spesso impreparati – di fronte ai problemi dell’immigrazione e della società multiculturale.

Valorizzare la diversità.  Si pone ad es. il problema di cosa cambiare negli atteggiamenti e nelle strutture. Le nostre scuole, ma anche i tribunali e altri uffici pubblici hanno il crocefisso, mentre una saggia regola di laicità vuole che si evitino i segni che impediscano a qualcuno di “sentirsi a casa propria”, perché non crede o crede in altre fedi. I luoghi pubblici infatti devono essere percepiti come casa comune, dove chiunque si senta a proprio agio. Ma forse più importante ancora è modificare gli atteggiamenti nei confronti degli immigrati. Gli italiani sono spesso polarizzati tra atteggiamenti di generosa accoglienza e di viscerale rifiuto xenofobo – che trascura ad es. i vantaggi dell’immigrazione per le aziende o le famiglie con persone bisognose di assistenza. Forse l’atteggiamento più ragionevole sarebbe di chiedersi in qual modo possiamo avvantaggiarci, anche sul piano culturale, dalla diversità degli immigrati; vedere in loro un potenziale valore aggiunto per la nostra stessa identità. Così potrebbero essere innescati “circoli virtuosi” per agevolare il passaggio verso il modello del mosaico.

Una base comune è necessaria perché la società sia coesa, ma la sua ricerca costituisce forse il problema più difficile. Quanto più la società è multiculturale e diversificata, tanto più la base comune si assottiglia. Non può che essere laica per la società civile questa base comune, ma deve fare riferimento ai valori. E i valori vanno in prevalenza attinti dalle religioni. Negli Stati Uniti ad es. la conoscenza e l’accettazione della costituzione è la condizione richiesta agli immigrati per ottenere la cittadinanza; la costituzione americana si configura quasi come una religione civile, in quanto fa riferimento a Dio (sia pure in termini non confessionali). La nostra costituzione è un altro esempio di sintesi tra valori provenienti dalla tradizione cattolica e da quella laica. Ma le costituzioni sono documenti freddi, difficilmente “riscaldano i cuori”, come è necessario, anche a livello civile, per ottenere una partecipazione attiva, una autentica integrazione. Pregevoli a questo proposito sono gli sforzi – in particolare di Hans Kung – di trovare una base etica comune tra le diverse religioni mondiali.

Un’etica naturale,  la ricerca cioè di quanto dei precetti religiosi è già inscritto per natura nella coscienza di ogni persona che viene al mondo, ha costituito un altro importante campo di ricerca di una base comune su cui si potrebbe far leva nel problema della multiculturalità: una ricerca che risale al periodo medievale, non solo nella tradizione cristiana, ma anche in quella islamica. Mentre però nella prima hanno prevalso le tendenze razionaliste e tomiste che accettavano l’esistenza di questi valori naturali, affidando alla gerarchia cattolica l’impegno di definirli, nell’Islam è prevalsa una tendenza diversa, che decretava la priorità della rivelazione coranica su ogni dato naturale. È per questo che alcune nazioni (specie islamiche) non si sono riconosciute nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, vedendone un’emanazione dell’occidente cristiano, e hanno sottoscritto più tardi una dichiarazione alternativa.

Placare l’angoscia. Le religioni potrebbero essere il fattore più di ogni altro in grado di “scaldare i cuori” e favorire l’integrazione. Ma a condizione di sottoporsi ad una drastica cura di aggiornamento e di essenzialità. Nei confronti delle religioni si levano spesso pareri contrastanti: chi le accusa di essere fattore di divisione, di guerra, di fanatismo; chi invece ne vede gli aspetti positivi, soprattutto a livello personale. Il teologo e psicoterapeuta Eugen Drewermann ne vede addirittura l’unica possibilità di salvezza per l’umanità. Solo la religione, non l’etica e tanto meno la politica – questa una sua argomentazione[1] – è in grado di placare l’angoscia in cui tutti tendiamo a cadere. È l’angoscia che spinge al riarmo o alla crescita indefinita, che sta quindi all’origine profonda delle guerre, nonché del baratro consumistico ed ecologico verso cui si sta avvicinando l’umanità. Le religioni, in particolare il cristianesimo, hanno perso gran parte della loro capacità di incidere perché hanno sviluppato una sola dimensione della psiche umana: quella che la psicologia del profondo individua come maschile: razionalità, volontà, potere; in breve: avere e fare. Ma nella “verità” dell’uomo sono importanti anche gli aspetti femminili: sentimento, sogno, bellezza, arte, mistica, inconscio; in una parola: essere. Forse perché si è aperto su alcuni di questi aspetti, papa Woytjla, con i suoi gesti – anche se non razionalmente o teologicamente fondati (si pensi al foglietto infilato nel muro del pianto a Gerusalemme) – ha saputo scaldare i cuori più di altri.

In definitiva, per realizzare la reciproca fecondazione tra le diverse identità in una società multiculturale sembra davvero indispensabile uscire dai freddi schemi razionalisti e maschilisti in cui sono avviluppate culture e religioni del ricco occidente. È urgente volgere lo sguardo al di fuori della nostra opulenza e guardarne gli effetti concreti: dannosa obesità per alcuni, fame per altri; guerre sanguinose, specie per i poveri, al fine di non intaccare il livello di vita dei ricchi; un liberismo selvaggio, alimentato dalla pretesa di “aumentare la torta al fine di poterla dividere”, mentre, al contrario, vengono arricchiti i pochi già ricchi e allargata precarietà e penuria altrove – con ulteriore spinta alla emigrazione dalla miseria. La lotta contro i grandi mali dell’umanità: guerra, ingiustizia, distruzione dell’ambiente, dovrebbe costituire una valida base comune per il rilancio di una nuova spiritualità delle religioni. Un’altra via da battere potrebbe essere l’utilizzo sapiente degli aspetti inconsci della psiche umana – che ormai hanno una solida base scientifica. Con l’inconscio si possono spiegare comportamenti diversi dai nostri, dato che alla base c’è l’interiorizzazione di altre esperienze rispetto alle nostre. Se i predecessori di mezzo millennio fa lo avessero avuto presente questa considerazione, probabilmente non ci sarebbero state le lacerazioni conseguenti alla Riforma[2]. Della quale peraltro si sta oggi rivelando persino l’inconsistenza teologica (ad es. sulla giustificazione per fede). L’inconscio pertanto è un fattore di tolleranza e di comprensione degli altri: su esso e sulle altre “verità” dell’uomo che le scienze moderne ci offrono, è opportuno confrontarsi. Sono queste alcune vie per poter dare quel contributo decisivo alla salvezza dell’umanità che oggi viene richiesto con urgenza alle religioni e a tutti noi.


[1] Cfr ad es.: E. Drewermann, Guerra e cristianesimo, la spirale dell’angoscia, ed. Raetia, Bolzano 1999, pag. 176.

[2] E. Drewermann, cit. pag. 186.

Per riflettere:

-tre modelli di integrazione;

-il modello del mosaico valorizza le diversità;

-italiani impreparati alla multiculturalità;

-è necessaria la laicità per rispettare gli altri;

-quali vantaggi culturali trarre dalla diversità degli immigrati;

-ricerca di una base comune;

-base che si assottiglia con l’aumento della diversità;

-attingere valori dalle religioni;

-sforzi per ricercare un’etica naturale;

-priorità della rivelazione coranica sulla natura;

-le religioni possono placare l’angoscia, fonte di guerra;

-ma hanno trascurato gli aspetti femminili della psiche;

-richiedono aggiornamento ed essenzialità.

agosto 15, 2008

UN MONDO PER POCHI?

I “RIDONDANTI” DELLA GLOBALIZZAZIONE LIBERISTICA

Mors tua, vita mea”:  una lotta di tutti contro tutti. Questa era l’idea del rapporto tra gli uomini allo stato di natura, senza legge, abbracciata dai filosofi che tre-quattro secoli fa gettarono le basi per le teorie politiche ed economiche successivamente affermatesi. Il colonialismo è stato chiaramente sostenuto dall’idea che fosse lecita la spoliazione dei paesi lontani in nome di una “vita mea” che a posteriori può essere identificata nello strepitoso sviluppo economico dell’occidente. La “mors tua” dei tempi coloniali si protende ai nostri giorni, forse in modo esponenziale, in una cifra valutabile in qualche decina di milioni di morti per fame ogni anno, ma che è cresciuta rapidamente dopo il rincaro dei cereali e la crisi economica mondiale. Così oggi gli affamati nel mondo hanno superato il miliardo. Oltre all’eredità coloniale, su queste cifre spaventose influiscono ovviamente le molteplici forme di sfruttamento che la moderna società tecnologica è in grado di operare verso i paesi poveri (scambi ineguali, fuga dei capitali, fuga dei cervelli…). Peraltro nel ricco occidente non è detto che tutto sia roseo. Con il crescere della ricchezza sono pure aumentati gli inconvenienti dell’opulenza. Ad es. la maggioranza delle morti da noi sono dovute a malattie del benessere (cardiovascolari, tumori, diabete…), incidenti o altre cause riconducibili all’elevato tenore di vita. Quindi “mors tua, vita mea” è diventato, in realtà, “mors tua, mors mea”.

Proprietà privata come diritto naturale.  Al di là di questo dato di fatto, vediamo come si siano strutturate alcune idee oggi prevalenti sulla proprietà privata. Verso la fine del 16° secolo, per spiegare perché la Chiesa era diventata e doveva essere favorevole alla proprietà privata, si operò il seguente ragionamento. Ciò che in natura è atto a soddisfare i bisogni indispensabili per vivere diventa un bene. “Siccome il bene è in necessario rapporto «naturale» con il bisogno, anche il bisogno è in necessario rapporto «naturale» con il bene. C’è quindi un diritto naturale degli esseri umani sui beni che soddisfano i loro bisogni. La proprietà diventa il diritto sui beni necessari a soddisfare i bisogni dell’umanità. La proprietà è dunque un diritto «naturale». Il passaggio dalla tesi della proprietà privata come diritto naturale alla “naturalità” della proprietà privata e all’identificazione della proprietà con la proprietà privata stessa si fonda sul seguente argomento: la proprietà dei beni necessari alla soddisfazione dei bisogni vitali relaziona la proprietà all’essere umano. Ora la persona umana è il fondamento individuale, unitario, della società. Dunque, la proprietà non può che essere personale, individuale, cioè privata. L’autonomia ed il valore della persona dipendono dalla sua capacità di avere i mezzi necessari per soddisfare i propri bisogni: ecco dunque l’importanza di possedere il capitale e la necessità della libertà di proprietà e d’uso del capitale”[1]. Non manca un po’ di lana caprina in questo argomentare, ma, essendo appoggiato dalle élites del mondo, si affermò la prassi dell’appropriazione privata dei beni naturali. Pur se da parte di alcuno, specificamente della Chiesa, si parlava anche di funzione sociale della proprietà, non si pensò all’esistenza di beni comuni a tutta l’umanità, che pertanto a questa stessa appartengono (aria, acqua, clima…). Al massimo si riconobbero beni comuni a livello nazionale, mai a livello mondiale.

One Way.  Oggi, con la globalizzazione dell’economia, i principi dell’appropriazione privatistica restano un caposaldo del pensiero unico liberista. Prevale l’economia di mercato aperta, libera, autoregolata, in cui la “governance” discende dal confronto tra diversi portatori di interessi; tra questi, gli Stati devono competere tra loro per attirare l’investimento privato. Una situazione che ricorda la lotta di tutti contro tutti. Nella quale chi è avvantaggiato in partenza ha ancora più strumenti per potersi ulteriormente avvantaggiare, chi si era appropriato in partenza di beni pubblici, ha maggiori possibilità di appropriarsene ulteriormente. Ovviamente a scapito dei più deboli. Ecco perché aumentano continuamente gli squilibri tra ricchi e poveri. Il pensiero unico è fatto apposta per favorire chi è già privilegiato; crea una massa di persone “ridondanti”, superflue, da eliminare o comunque di cui non è il caso di interessarsi. E questo non solo a livello internazionale, ma anche nella esperienza lavorativa quotidiana. Dimentica l’importanza dell’alterità, della presenza dell’altro per definire la propria stessa identità.

Per porre rimedio a questo degrado planetario è necessario anzitutto mettere in discussione i principi di fondo da cui è partita l’elaborazione teorica liberista, come appunto l’individualismo esasperato della “mors tua, vita mea” o della appropriazione privatistica dei beni pubblici. Il principio da riconoscere come vero, il solo possibile è: “vita tua, vita mea”. Il mondo non può essere appannaggio dei soli privilegiati. Deve consentire la vita di ogni uomo, ma anche delle diverse specie animali e vegetali che tendono a scomparire definitivamente per l’insensato intervento umano, conseguente a quei principi. Col riconoscimento di beni comuni a tutta l’umanità, con una più equa ripartizione delle risorse, a cominciare da quelle alimentari, ci sarebbe da guadagnare per tutti: non solo per i più poveri, ma anche per i ricchi, che potrebbero ridurre le patologie del benessere.

[1] R. Petrella, Una nuova narrazione del mondo, EMI Bologna 2007, pp. 152-153.

Per riflettere:

-il principio individualistico che ha segnato la modernità: mors tua, vita mea;

-all’origine del colonialismo e dello sfruttamento del terzo mondo;

-si muore anche di benessere: mors tua, mors mea;

-proprietà privata come diritto naturale;

-ragionamenti discutibili per giustificare l’appropriazione privata dei beni naturali;

-con la globalizzazione liberista c’è ancora la lotta di tutti contro tutti;

-sottolineare l’esistenza di beni comuni a tutta l’umanità;

-l’unica alternativa possibile è: vita tua, vita mea, anche riguardo al mondo biologico.

SPECULAZIONE: UN “GIOCO” A SOMMA ZERO

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PSICOLOGIA DEL GIOCATORE: DIMENTICANZE, AUTOREFERENZIALITÀ, ALTERNANZA

L’aumento strepitoso del prezzo del petrolio di qualche anno addietro potrebbe aver avuto almeno un risultato positivo: quello di far pensare seriamente alle fonti alternative al petrolio. Su considerazioni simili sono basate le convinzioni dei sostenitori della validità assoluta del mercato: lasciamo scegliere al mercato, le sue decisioni saranno sempre le migliori. Quando le scelte sono più rischiose, come quelle speculative, saranno compensate da un guadagno più elevato. Galbraith, il grande economista premio Nobel, morto qualche anno fa quasi centenario, è stato testimone dei fenomeni speculativi del suo secolo, il 20°, ma anche studioso dei due secoli precedenti, segnati dalla modernità. L’analisi è particolarmente valida perché penetra nei meccanismi mentali degli operatori economici. La sua conclusione, un po’ sconcertante, è che, da una crisi alla successiva (in periodi all’incirca decennali) si dimentica quanto è avvenuto in precedenza e si tende a cadere negli stessi errori.

Droga.  Il motivo è che avvengono fenomeni – tipici nei drogati – con i quali ci si allontana dal contatto vero con la realtà e con le altre persone. È noto che la droga può provocare stati di euforia, seguiti da stati di depressione. Analogamente nel campo economico, un prezzo che sale rapidamente, come quello del petrolio, attrae nuovi speculatori che cercano di trarre profitto comprando petrolio in modo virtuale, cioè non per lavorarlo, ma solo per rivenderlo a un prezzo più alto. Questo stesso fatto provoca ulteriori aumenti di prezzo, in un avvitamento continuo, che però prima o poi deve finire con un avvitamento inverso. L’atteggiamento mentale degli operatori può essere duplice: o quello ingenuo di chi è convinto che l’aumento proseguirà indefinitamente, o quello dei “surfisti” convinti di essere abili, come appunto i surfisti, a restare sulla cresta dell’onda, sapendosi staccare poco prima del crollo. Operano contemporaneamente un “narcisismo” auto referenziale, che esalta la propria intelligenza e abilità, e il “mimetismo” (studiato da altri autori, come René Girare) che spinge a fare quello che fanno gli altri. Pertanto chi esprime dubbi o dissensi nella fase euforica del mercato, viene riprovato o visto con sospetto.

Trucchi psicologici.  Ma altre fini notazioni psicologiche di Galbraith sono importanti per penetrare nella logica del mercato. Una è che gli uomini sono più creduloni quando sono felici. Un’altra riguarda un’associazione tra denaro e intelligenza: quanto più si è stati capaci di guadagnare, tanto più si ritiene di essere intelligenti. Così “nella routine quotidiana, chi ha denaro da prestare è oggetto di speciale deferenza. (..) Ciò è subito tradotto dal destinatario in una conferma della sua superiorità mentale” (pag. 24). Galbraith nella sua lunga esperienza non ha trovato correlazione tra intelligenza e ricchezze accumulate. Un ultimo trucco psicologico è che, ogni volta che si innesca un processo speculativo, si crede di essere in presenza di qualcosa di assolutamente nuovo: così ad es. nella bolla speculativa sui titoli tecnologici di fine millennio. “La percezione di qualcosa di nuovo e di eccezionale gratifica l’ego di chi ne è partecipe, in quanto si suppone gratifichi anche il suo portafoglio. E per qualche tempo succede davvero” (pag. 26).

I maghi della finanza ci sono soltanto prima della caduta:  questo potrebbe essere il motto di tutte le attività finanziarie. La speculazione è, per definizione, un’attività a somma zero, il che vuol dire che quanto uno guadagna è perduto da altri – almeno in un periodo abbastanza lungo da compensare le fluttuazioni cicliche. Solo il lavoro può produrre ricchezza e la speculazione non può essere considerata un’attività produttiva, ma un tentativo di guadagnare senza lavorare. Anche se talvolta possono esserci aspetti positivi, come notato all’inizio, la speculazione è da assimilare più alle attività parassitarie che a quelle produttive. Spesso si può trovare in chi si rivolge alle attività finanziarie lo stesso atteggiamento (miracolistico) di Pinocchio, che credeva di poter seminare le monete per poterle raccogliere moltiplicate, senza lavorare.

Tre brevi conclusioni:

1)      è bene che i piccoli operatori si guardino dai trucchi psicologici che li spingono a lasciarsi coinvolgere nella speculazione finanziaria. Non possono sperare in guadagni consistenti; ne hanno più probabilità i grossi operatori che possono incidere sul mercato, o chi dispone di informazioni aziendali significative e riservate;

2)      è meglio trarre per tempo le conseguenze dell’abnorme rincaro del petrolio: sviluppare forme di energie alternative, soprattutto rinnovabili e non inquinanti, come: solare, eolico, biomasse, al fine di affrancarsi il più possibile dallo strapotere di sceicchi e petrolieri. È loro infatti la responsabilità maggiore di essersi opposti – con successo – allo sviluppo delle fonti alternative. Questa considerazione prescinde da ogni logica finanziaria;

3)      è vero che le scelte del mercato sono le migliori, ma, bisogna specificare, solo per i maggiori operatori che possono influenzarlo.

Bibliografia: John Kenneth Galbraith, Breve storia dell’euforia finanziaria, i rischi economici delle grandi speculazioni, Rizzoli 1991. Spunti dagli interventi del prof. Tumminello alla 39a sessione della Scuola di pace nazionale Ofs Minori, tenutasi a Roma nell’aprile 2008, sul tema “Creato, finanza e beni comuni”.

Per riflettere:

-Galbraith ha studiato i processi mentali degli operatori economici;

-si alternano euforia e depressione come nei drogati;

-allontanandosi dalla realtà e dagli altri;

-avvitamento in positivo e in negativo;

-narcisismo e mimetismo;

-quando si è felici si è più creduloni;

-più guadagniamo più ci riteniamo intelligenti;

-si ritiene di essere in presenza di assolute novità;

-i maghi della finanza ci sono soltanto prima della caduta;

-la speculazione non può essere considerata attività produttiva, ma parassitaria;

-i piccoli operatori sono i più penalizzati;

-cercare di affrancarsi dallo strapotere dei petrolieri o altri operatori che influenzano il mercato.


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L’URBANESIMO ALL’ORIGINE DELLE MIGRAZIONI

MODELLI CONSUMISTICI ED ESPULSIONE DALLE CAMPAGNE

Oggi si parla molto di immigrati e dei problemi che pongono a noi, ma raramente ci si sofferma sulle condizioni che inducono a lasciare il proprio paese, per cercare altrove un’esistenza migliore. Tra queste un fenomeno rilevante è lo spostamento di persone dalle campagne verso le città, cioè l’urbanesimo. Nei paesi ricchi spesso si verifica oggi la tendenza inversa, dalle città congestionate verso zone più vivibili. Si assiste pure alla diffusione nelle aree periferiche dei modelli di vita consumistici, in precedenza limitati ai centri urbani, in altre parole all’urbanizzazione delle campagne. Il problema è assai più grave nel terzo mondo, dove si verifica uno sviluppo esplosivo delle grandi città, accompagnato spesso da miseria e degrado. Così oggi nel mondo il numero degli abitanti nelle città ha superato quello di coloro che vivono in zone rurali. Si deve rilevare che nelle città è pressoché impossibile trarre dalla terra le fonti di sostentamento alimentare: bisogna dipendere da altri, ricorrendo al mercato. Analogamente non è possibile il riciclo dei rifiuti organici e si moltiplicano i problemi sanitari.

Degrado urbano. Chi ha avuto occasione di viaggiare nel terzo mondo avrà notato la gran differenza tra quelle città e le nostre: accanto ai palazzi delle zone direzionali o signorili, si estendono sterminate periferie di baracche fatiscenti, senza servizi né infrastrutture, dove il problema principale è quello di trovare gli espedienti per sopravvivere nonostante il degrado idrico, sanitario, ecologico, morale. Nelle nostre città non mancano periferie degradate, ma l’estensione ed il livello non hanno confronto con quelle del terzo mondo.

Le cause. E’ importante segnalare il cambiamento nelle cause dell’urbanesimo. Nel passato prevalevano i fattori di attrazione della città, emblematicamente identificabili nelle “mille luci”. Oggi nel mondo povero diventano sempre più rilevanti i fattori di espulsione dalle campagne. Questa espulsione può essere ottenuta attraverso una molteplicità di vie, come l’abolizione dei tradizionali diritti comuni di pascolo o pesca, una destinazione diversa dei terreni: usi militari o civili, dighe, piantagioni industriali… Può essere la conseguenza dell’esplosione demografica, la quale non lascia più terra da coltivare per i giovani, anche perché il modello di vita e di produzione loro indicato nega l’esistenza di vie alternative per razionalizzare i consumi, intensificare le produzioni… L’introduzione di nuove tecnologie, come quelle della “rivoluzione verde” di qualche decennio addietro (con sementi più produttive ma da acquistare) ha comportato l’espulsione dal mercato di numerosi piccoli agricoltori privi di capitali e di capacità organizzative. Forse gli aspetti più significativi vanno ricercati nella capacità, da parte dei detentori del potere di modificare il contesto decisionale: attraverso i mass-media, si possono manipolare i bisogni, anche con la creazione di nuovi miti, come quello stesso della grande città.

Negazione dell’autosufficienza. La città e l’economia sono basate su un fattore comune: lo scambio. Già all’origine della sua storia la città implica l’instaurazione di rapporti di scambio con il territorio circostante: il cibo e l’energia – fondamentali per la sopravvivenza – devono provenire dall’esterno della città. Questa in contraccambio offre servizi “superiori”; quasi mai però il rapporto di scambio è equo, per questo si può legittimamente parlare di dominio, più che di scambio. Ma la città produce anche rifiuti che, contrariamente alle campagne, difficilmente possono essere riciclati; e i rifiuti non riciclati né scaricati altrove – come avviene nei contesti ricchi – si trasformano in inquinamento e ulteriore degrado. Questi disvalori potrebbero essere qualcosa di più di un effetto collaterale indesiderato dello sviluppo. Il noto saggista Ivan Illich sosteneva che l’economia e la città producono disvalori più che valori: i nuovi bisogni – fondamentali per la creazione della domanda e lo sviluppo dell’economia – sono tendenzialmente disvalori. Ma per indurre nuovi bisogni si deve svalutare l’autosufficienza: è questa svalutazione, per Illich, l’essenza dell’economia e della città.

Lo spreco. La miseria e il degrado delle periferie non tolgono dalla realtà urbana del terzo mondo la caratteristica dello spreco, anch’essa comune a tutte le città, pure nel passato. Oltre alla mancanza del riciclo, lo spreco è connesso con l’elevato tenore di vita delle classi superiori, che induce anche coloro che non potrebbero permetterseli a perseguire modelli di vita consumistici. Ma lo spreco maggiore si verifica probabilmente a livello umano ed è connesso con la cancellazione dei valori e delle tradizioni da parte dell’unico valore emergente: il denaro, l’economia. Assieme all’identità culturale si disgregano le tradizionali strutture sociali (famiglia estesa, tribù, comunità di villaggio…). Ciò, tra l’altro, predispone al cambiamento e a quella che i sociologi chiamano “rivoluzione delle aspettative crescenti”. Così gli inurbati, anche nel terzo mondo, difficilmente aspirano a ritornare alle loro campagne, desiderando piuttosto spiccare il balzo verso le zone ricche dell’occidente. Ecco perché le megalopoli del terzo mondo diventano inarrestabili fucine di migranti.

Per riflettere:

-i modelli di vita consumistici esportati dai centri urbani;

-da noi urbanizzazione delle campagne;

-invece nel terzo mondo c’è un grave degrado urbano;

-ma ancor più forti fattori di espulsione dalle campagne;

-la rivoluzione verde ha contribuito all’espulsione di contadini;

-cibo ed energia alle città devono provenire dall’esterno;

-ma lo scambio è ineguale;

-dominio delle città, più che scambio;

-il numero di abitanti nelle aree urbane ha superato quello delle campagne;

-i media modificano il contesto decisionale;

-le città producono disvalori;

-svalutano l’autosufficienza;

-sprechi derivanti dall’impossibilità del riciclo;

-rivoluzione delle aspettative crescenti;

-le città sono inarrestabili fucine di migranti.


agosto 14, 2008

ALCUNE RADICI LONTANE DELL’ETICA LIBERISTA

DALLE ELABORAZIONI FRANCESCANE AL PENSIERO UNICO

Il rapporto con le cose costituisce l’oggetto dell’economia. Tra le prime riflessioni in questo campo, si possono ricordare quelle provenienti dalla scuola francescana, che a lungo ha approfondito l’idea di povertà. È noto che Francesco fu un grande innovatore e che il suo esempio ebbe importanti conseguenze anche al di fuori dell’ambito religioso.

Fraternità e povertà. Per il suo ordine propose l’idea di fraternità: una fraternità concreta, profonda e non solo ideale come quella che sarà propugnata successivamente dagli illuministi. Inoltre abolì la perpetuità delle gerarchie tra i frati, introducendo il principio di rotazione. Si tratta di idee davvero rivoluzionarie per quei tempi, perché intaccavano la dominante concezione gerarchica. Questa, nella vita politica, si manifestava nella dipendenza “clientelare” che i sudditi avevano dal principe. La rivendicazione di Francesco di una pari dignità tra le persone si estenderà nella vita civile, fino a diventare gradualmente quello che per noi oggi è ormai acquisito nell’idea di cittadinanza democratica. Ma quanto più interessa in questa sede è l’innovazione riguardante l’atteggiamento verso la ricchezza. Se la povertà è stata la risposta immediata di Francesco contro la corruzione nella chiesa, questa stessa scelta fornì pure l’occasione per un approfondimento sull’etica nei rapporti economici – proseguito anche nei secoli successivi dai suoi seguaci. In questo campo si possono ricordare alcuni aspetti di grande attualità, come la priorità della vita (umana, ma anche degli animali) sulle cose, quindi pure rispetto all’economia, e soprattutto l’impegno civile, che non deve mancare nell’azione economica.

Le riflessioni economiche dei seguaci di Francesco possono farsi partire dalla seguente osservazione: non si può aspettare che nella società si sviluppino danni ed emarginazioni, per poi porvi rimedio con l’elemosina. Un senso vero di carità impone che si organizzi correttamente la società, in particolare per quella componente fondamentale che è il lavoro, così che non ci sia più bisogno di elemosina. Per garantire occupazione a tutti è necessario che i capitali “circolino”, che non ci sia tesaurizzazione né altra indebita sottrazione, per acquistare ad es. beni di lusso. Una interpretazione non letterale del divieto biblico consentì ai francescani di accettare la possibilità di rimunerare il capitale prestato con un interesse, ovviamente non così elevato da divenire usurario. Anche la divisione del lavoro, quella cioè che dà origine agli scambi e al mercato, fu vista dai francescani come strumento di umanizzazione. Consente infatti a tutti gli uomini, e non soltanto ai più dotati, di specializzarsi in una certa attività in base al proprio vantaggio comparato (rispetto a quello altrui), partecipando così alla produzione.

Produzione di cosa?  Senza esitazione i francescani risposero: di bene comune, di utilità pubblica. Veniva così perseguito un forte senso civico, proprio quello che oggi è sempre più deficitario. Si deve notare che lo stesso principio dei vantaggi comparati è stato successivamente ripreso dal pensiero economico e costituisce oggi un fondamento dell’elaborazione neoclassica-marginalista, principale fonte dell’attuale “pensiero unico”. Ebbene questa elaborazione si differenzia radicalmente dal pensiero francescano, perché pone come fine dell’attività economica l’interesse particolare, il profitto, la privatizzazione, anziché il bene comune e la condivisione. Molte volte i francescani hanno messo in guardia contro l’inquinamento e i danni che sarebbero derivati dal diffondersi di atteggiamenti egoisti nell’economia, ma il mondo è “evoluto” egualmente in questa direzione, su cui non si può dare, in questa sede, se non alcuni rapidi flash.

Homo homini lupus. Nel ‘600 si diffuse l’idea di Hobbes che la malvagità dell’uomo non fosse tanto dovuta alla sua natura, ma semplicemente alla scarsità del cibo e altre risorse in cui è costretto a vivere. Se si fosse raggiunta l’abbondanza si sarebbe potuto migliorare l’uomo, sia sul piano personale sia su quello sociale. Da allora nacque l’idea che i poteri pubblici dovessero limitarsi a favorire la crescita economica, senza cercare di migliorare direttamente la società e l’uomo. Oggi noi, che viviamo nell’abbondanza, possiamo verificare quanto peregrina fosse quell’idea. Tuttavia più o meno inconsciamente, essa è ancora presente, tanto è vero che i programmi di governi e partiti danno quasi ovunque priorità ai temi economici rispetto a quelli riguardanti lo sviluppo umano: educazione, cultura, benessere psico-fisico… Ma anche la stessa idea dell’homo homini lupus per fortuna non è sempre verificata e in ogni caso è fonte di sospetto, asocialità, individualismo.

Vizi privati e pubbliche virtù. Un’altra concezione che lascia eredità ancora oggi, sia pure a livello inconscio, è quella che vizi privati si possano trasformare in virtù sul piano pubblico. L’antesignano di questa idea, Bernard de Mandeville (1670-1733), sosteneva che i vizi e la disonestà sono il fondamento della prosperità: perché l’uomo è per natura aggressivo e competitivo. Infatti, se ognuno si accontentasse dello stretto necessario per vivere, l’uomo si ridurrebbe “all’unica condizione adatta alla virtù”: lo stato animale di pura sussistenza. Invece la ricerca di lusso, l’orgoglio, il crimine, paradossalmente stimolano la crescita economica e quindi il benessere pubblico. Anche questa idea è lungi dall’essere confermata dalla storia: basti ricordare i disastrosi effetti sociali ed economici delle mafie che prosperano nel nostro Mezzogiorno e nei paesi apertisi più di recente al mercato, come quelli dell’ex socialismo reale.

In definitiva, sono sufficienti questi cenni per comprendere come sia stato possibile giungere, in modo più o meno inconscio, ad una inversione di ruolo tra etica ed economia. Non c’è più bisogno di parlare di bene comune, perché questo discenderà automaticamente dal perseguimento dell’interesse egoistico degli individui. Come si può vedere anche nella nostra vita politica attuale, non esiste più l’interesse generale, solo interessi particolari, individuali o di gruppo. La principale istanza “etica” diventa quella di produrre, di ottenere la crescita economica. Per raggiungere questo obiettivo tutti gli altri valori devono essere messi in secondo piano e si possono percorrere tutte le vie, compresa la guerra, quando servisse, ad es. a garantire l’approvvigionamento delle materie prime necessarie per la crescita. In sostanza si opera una sorta di inversione di valori per cui l’economia non è al servizio dell’uomo, come nelle elaborazioni francescane, ma viceversa l’uomo deve servire alla crescita economica. In attesa di una fideistica, quanto improbabile, ricompensa futura di benessere: un vero e proprio “oppio dei popoli” della religione (o ideologia) liberista.

Per riflettere:

-le innovazioni francescane: fraternità e povertà;

-l’impegno civile non deve mancare nell’azione economica;

-prevenire i danni sociali, non rimediarvi a posteriori;

-garantire un lavoro o attività a tutti;

-circolazione dei capitali;

-divisione del lavoro e vantaggi comparati;

-produzione di bene comune, non solo vantaggi egoistici;

-vizi privati, pubbliche virtù;

-homo homini lupus;

-uomo a servizio dell’economia o economia a servizio dell’uomo?


LOTTA ALL’IMMIGRAZIONE: TRIONFO DELLA DEMAGOGIA

RUOLO DELLA SOCIETÀ CIVILE PER TRARRE PROFITTO DALLA DIVERSITÀ

Il nostro gruppo è sempre il migliore:  è una legge psicologica che può essere verificata non solo nei casi di gruppi di appartenenza originaria – etnica, religiosa, nazionale..- ma anche per gruppi di breve periodo, come quelli che si incontrano per qualche ora o per un week-end a discutere su non importa quale argomento: i risultati del nostro gruppo sono sempre i migliori. È ovvio che questa legge psicologica, che ha lo scopo di conservare coesione e stabilità dei gruppi, non può che avere una validità soggettiva, epidermica, non reale. Ma è su questa soggettività epidermica che fanno leva i gruppi xenofobi e razzisti con le loro campagne contrarie all’immigrazione. Un approccio più serio vorrebbe invece che ci chiedessimo i motivi delle attuali migrazioni, quali vantaggi e inconvenienti ne possiamo trarre e quali modelli di integrazione è preferibile perseguire.

Perché emigrano? Quando sentiamo le notizie dei disperati che naufragano per raggiungere le nostre coste con le carrette del mare, spesso li commiseriamo. Raramente consideriamo che se sono disposti a fare sacrifici e a mettere a rischio la vita è perché, restando nel loro paese, la loro vita è già a rischio per altri motivi: fame, epidemie, dittature, violazione dei diritti dell’uomo… Questa situazione viene illustrata dai sociologi dicendo che prevalgono i fattori di espulsione rispetto a quelli di attrazione. Nel passato le nostre migrazioni oltremare erano determinate dal desiderio di “trovare fortuna”, di scoprire nuove possibilità in ambienti vergini, mentre quelle verso la Francia e gli altri paesi del centro Europa dalla ricerca di un posto di lavoro più stabile e meglio remunerato: in entrambi i casi si tratta di fattori di attrazione, esercitata dai paesi di destinazione. Per le nuove migrazioni vanno invece prevalendo i fattori di espulsione. Questa prevalenza è importante perché predispone ad accettare qualunque condizione, compresa precarietà, irregolarità, illegalità. Ma ancora dobbiamo chiederci perché sono così forti le differenze nel tenore di vita tra noi e i paesi di provenienza. Non sarà che secoli di sfruttamento coloniale hanno impoverito quei paesi per consentire all’occidente di arricchirsi? E ancora: oggi non sono in atto marcati fenomeni di scambi ineguali che consentono ai paesi ricchi di arricchirsi sempre più a scapito di quelli poveri? Siamo portati a ritenere che lo sviluppo sia nostro merito, ma spesso ha dietro ancora la parola chiave: sfruttamento.

Vantaggi e inconvenienti.  Per le caratteristiche sopra indicate l’immigrazione copre spesso i posti di lavoro (presso aziende e presso famiglie) rifiutati dai residenti perché pesanti, mal retribuiti, scarsamente gratificanti: non di rado sono coperti da persone con buona preparazione culturale. Essendo costituita in gran parte da persone giovani con figli in età scolare, l’immigrazione è un fattore di ringiovanimento delle nostre società, che vanno inesorabilmente verso il progressivo invecchiamento. Il vantaggio può essere visto anche nelle scuole, dove è facilitata l’integrazione tra i giovani, che possono così aprirsi alla diversità culturale e farne fattore di crescita. Questi vantaggi permangono anche a lungo termine: l’attuale superiorità tecnica e culturale degli Stati Uniti è anche dovuta a secoli di immigrazione da tutto il mondo con fecondazione e miglioramento vicendevole, anche se il massimo dei vantaggi può essere derivato dalla “fuga dei cervelli”, iniziato dall’Europa nazista e oggi da tutto il mondo. Di fronte a questi innegabili vantaggi, l’immigrazione può comportare alcuni inconvenienti dovuti agli adescamenti della malavita su persone provenienti da situazioni spesso disperate. Tuttavia non vi sono evidenze che tra gli immigrati la delinquenza sia superiore alla nostra: è piuttosto l’accentuazione demagogica di coloro che vi si oppongono pregiudizialmente.

Antropologia dell’integrazione.  Con la globalizzazione sembra opportuno non limitarsi ai modelli classici di integrazione (melting pot, insalatiera, mosaico). Diventa importante anche rendersi conto da quali concezioni antropologiche discendano le diverse scelte. Un modello più articolato prevede tre alternative.

a) Neofondamentalismo. È l’atteggiamento più arcaico, basato sull’accentuazione di un fattore identitario di forte coesione, come una fede o un’appartenenza etnica, razziale o territoriale. È la via percorsa dai movimenti di estrema destra, xenofobi o razzisti, che hanno avuto un recupero anche nel moderno occidente, ma pure la via dei fondamentalisti islamici o, da noi, della lega nord o ancora, su un altro versante, delle brigate rosse: tendono sempre ad accentuare le differenze tra “noi” e “loro”, sottolineando l’esigenza di una élite che smuova la massa. Oltre che parziale, in una società sempre più complessa e composita, questa via è forzata e instabile. Deve pertanto essere imposta: ecco perché le soluzioni neofondamentaliste sono di solito segnate da violenza e intolleranza. La concezione antropologica alla base di questa scelta è l’idea paternalistica secondo cui l’uomo deve essere guidato. Ci vuole un’élite che se ne faccia carico e affronti i rischi connessi con l’opporsi alla modernità. Si tratta di una visione pessimistica dell’uomo, ritenuto incapace di esprimere e sostenere valori positivi.

b) Neoliberismo:  è la risposta oggi vincente sul piano globale. Secondo questa idea gli Stati devono assecondare le potenti spinte economiche del mercato (dominato dalle multinazionali) e limitarsi a creare le condizioni minime per una migliore efficienza. Giustificando il ritiro della politica in nome dell’efficienza, si accentua, di fatto, la distanza tra le masse e i luoghi del potere (più o meno occulto). Questa soluzione si accompagna di solito ad un uso sistematico dei media come arma di convinzione: per mantenere un certo grado di identificazione simbolica, in particolare con i leader che controllano i media stessi, per convincere che l’assetto del potere è dato e intangibile, né merita cercare di modificarlo. Gli inconvenienti del liberismo sono noti: da un lato un pesante rischio per la democrazia, che tende a trasformarsi in nuove forme di populismo o di plutocrazia (governo dei ricchi), anche a livello mondiale; dall’altro l’accentuarsi spaventoso degli squilibri e di situazioni di carenza insostenibili. La concezione antropologica soggiacente è, in questo caso, erede del vecchio homo homini lupus: una concezione individualistica e negativa dell’uomo, inteso come sciolto da legami e doveri sociali.

c) Valorizzazione della società civile:  questo modello è basato invece su una concezione relativamente positiva dell’uomo. Viene ritenuto desideroso di partecipare alle molteplici forme in cui si articola la società e la politica; può essere solidale con i meno fortunati (come gli immigrati) ed è in grado di contribuire alla costruzione di una società più umana – così come in parte è avvenuto grazie allo sviluppo degli ultimi secoli. Si tratta pure di superare una visione gerarchica e burocratica della politica, la quale deve saper riconoscere la ricchezza della vita sociale. La politica non può neppure pretendere di indicare i fini collettivi da perseguire: più modestamente il suo essenziale contributo, in un mondo che naviga in acque tempestose, è quello di risolvere i problemi collettivi altrimenti insoluti, di offrire un sostegno al processo di creazione delle identità, di ricreare spazi di autonomia e libertà. Non quindi la pretesa di legittimare ogni azione di potere, magari arbitraria, rifacendosi al fatto di essere stati “democraticamente” eletti, come troppo spesso si sente ripetere. Questa soluzione richiede un ripensamento della politica e una accentuazione della solidarietà. Richiede anche un rinnovato e più diffuso spirito di responsabilità ai vari livelli. “Nel mondo deistituzionalizzato della globalizzazione la scelta è chiara: o scommettiamo sulle persone e sulla loro capacità di diventare i protagonisti della ricostruzione del legame sociale o dovremo subire una significativa riduzione del livello di democrazia della nostra vita sociale.” [1]

[1] M. Magatti, Globalizzazione e democrazia, riflessione su alcuni scenari, in “Aggiornamenti sociali” n. 12 2002, pag. 819

Per riflettere:

-superiorità psicologica al gruppo di appartenenza;

-perché emigrano?

-fattori di attrazione e di espulsione;

-sfruttamento dei ricchi sui poveri;

-vantaggi e inconvenienti delle migrazioni;

-ringiovanimento della popolazione;

-vantaggi della diversità: fecondazione reciproca;

-neofondamentalismo: l’uomo deve essere giuidato;

-neoliberismo: ideologia del mercato indotta dai media;

-implica un uomo senza legami e doveri sociali;

-valorizzare la società civile: antropologia positiva;

-l’uomo può essere solidale con i meno fortunati;

-scommettere sulle persone o accettare il degrado della democrazia.


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