Brianzecum

agosto 17, 2008

6,1-56 QUALE MISSIONE?

Il capitolo 6°, oggetto del presente incontro, tratta argomenti piuttosto eterogenei e di difficile unificazione: Gesù rifiutato dai suoi compaesani, le linee della missione che affida ai suoi, la decapitazione di Giovanni, la moltiplicazione dei pani e dei pesci, Gesù che cammina sul mare. Ogni argomento meriterebbe un commento a parte. Possiamo concentrare l’attenzione su alcune caratteristiche della missione, segnalando, per gli altri racconti, quanto ad essa riferibile.

Essere mandati a due a due: già da queste parole possono essere tratti importanti insegnamenti. Essere mandati significa che non deve esserci al centro il proprio io, ma chi ha mandato, cioè Gesù: bisogna essere capaci di uscire dal proprio io. A due a due è contro l’individualismo, il male forse più pericoloso che la società, oggi globalizzata dall’economia, istilla capillarmente da ogni poro, tentando di farci dimenticare la natura essenzialmente comunitaria dell’uomo. L’individualismo infatti può allontanarci dai valori di fraternità, comunione, condivisione, solidarietà. È da sottolineare che operare a due a due è spesso più impegnativo che operare da soli, perché bisogna adattarsi alla mentalità e alla cultura dell’altro.

Povertà o meglio essenzialità:  Gesù non rifiuta l’uso delle cose, non si sottopone a digiuni e penitenze come il Battista, ma finalizza tutto quello che fa a uno scopo superiore, ad un “oltre”, che supera pure gli sforzi di perfezionamento religioso dello stesso Giovanni: l’annuncio della novità dirompente che Dio ci ama.

Operosità: i discepoli sono mandati a predicare, ma anche a fare: guarire, scacciare i demoni, portare la pace e la giustizia. In questo contesto può essere interessante vedere nella moltiplicazione dei pani e dei pesci il miracolo della condivisione: se i beni della terra fossero condivisi in modo meno stridente di come lo sono attualmente, ci sarebbero risorse per tutti: non la fame per molti e l’eccesso dannoso per noi ricchi. Nulla di più attuale per noi del rimprovero di Gesù ai suoi di avere un “cuore indurito” e di non capire il significato del miracolo (6,52).

Fede. Tante volte sottolineata nel vangelo, come ad indicare la cosa principale per il discepolo, ritorna qui nel miracolo di Gesù che cammina sulle acque. Ad una interpretazione simbolica le acque rappresentano l’angoscia: il problema è come superare il mare della morte. Gesù vede il bisogno dei discepoli dal monte della preghiera e accorre a portare la soluzione: la fiducia di non essere abbandonati. “Il vero miracolo della nostra vita consiste in quell’incontro che, oltrepassando la finitudine, ci porta nell’infinito. Nel momento in cui Gesù sale sulla barca il ‘vento’ cessa e viene meno ogni confine tra l’al di qua e l’al di là, tra vita nel tempo e vita reale. Esiste soltanto questa unica forma di esistenza reale: nella verità e nell’amore.”

Profezia: questa caratteristica della missione è forse la più urgente sia per le chiese che per noi singoli. È forse la paura che ci spinge a cercare compromessi con potere, denaro, propaganda, diplomazia…: a fidarsi più dei mezzi umani che di Gesù. A non andare incontro, come il Battista e altri profeti, al martirio, senza deflettere dalla denuncia del male e l’indicazione delle vie per un mondo migliore. Facciamo come i compaesani di Gesù, che lo conoscono da bambino, poi falegname: come può una persona comune essere profeta o addirittura Dio? Come può celarsi lo splendore divino nel volto di un uomo comune? Forse a questa “intelligenza” ci vuole richiamare l’evangelista Marco: vedere il volto divino dietro ogni volto umano. È anche la premessa per ogni passo ecumenico o dialogico.

Per la riflessione:

-a due a due contro l’individualismo;

-superare il mare della morte;

-vedere il volto divino dietro ogni volto umano.


4,35-5,43 CRESCERE NELLA FEDE

Il mare per gli ebrei era un simbolo negativo: era l’evocazione di caos, abisso, instabilità, quindi occasione di paura e angoscia; peggio ancora se sul mare si scatena la tempesta. Ma Gesù non si scompone: continua a dormire tranquillamente, anche se i suoi sono sempre più inquieti e preoccupati per la loro sorte. Così lo svegliano, gli rimproverano il suo disinteresse, gli chiedono aiuto. È una situazione in cui ci possiamo trovare tutti: ci prende l’angoscia di non riuscire a raggiungere la riva, il timore dell’abisso. È giusto il comportamento di Gesù di non muoversi e aspettare che la tempesta si plachi? Una interpretazione psicologica dice di si: “talora, proprio quando il chiasso e la confusione esterne ci lasciano, quando la folla si congeda e comincia a farsi ‘silenzio’, nel nostro intimo si scatena una tempesta (..) e noi piombiamo nella paura di noi stessi”[1]. Diventa importante non lasciaci travolgere dalla paura e imparare a raggiungere la pace interiore. Ci vuole però un punto di ancoraggio per resistere alla tempesta, e questo è la fede, come dice esplicitamente Gesù: Perché siete così paurosi? Come mai non avete fede? (4,40). Un chiaro invito a fidarsi di lui, anche se sembra di essere prossimi al naufragio o al fallimento: se si è con lui non si soccombe, nonostante le apparenze. A questo episodio miracoloso ne seguono altri tre, che possono essere intesi come altrettante vie di chiamata alla fede.

L’indemoniato di Gerasa, cioè di un territorio pagano, vive tra i sepolcri, fuori dalla città: è messo al bando perché non disturbi. Forse il suo “male oscuro è quello che oggi chiamiamo «alienazione», che divide l’uomo nel profondo e lo spinge contro sé stesso. (..) Il racconto mostra che l’incontro con Gesù non è soltanto una guarigione, ma una vera liberazione, un ritrovare sé stessi, una riconquista della propria autenticità.”[2] Questa liberazione però comporta il sacrificio di un branco di circa 2000 porci: un prezzo troppo alto per un solo uomo risanato, così che gli abitanti invitano Gesù a lasciare il proprio territorio. Cosa che egli fa, anche perché rispettoso della libertà degli uomini e dei rispettivi tempi di maturazione. Analogamente non accoglie il desiderio dell’ex indemoniato di seguirlo, ma lo rimanda dai suoi, a testimoniare le grandi cose che il Signore gli aveva fatto: uno che viveva senza dimora era bene che imparasse a vivere con i suoi familiari. Gesù “agisce in modo talmente non dogmatico che non rende mai vincolante una forma di vita per tutti.”[3]

L’emorroissa rappresenta un altro caso di liberazione da un male che non è soltanto fisico, ma anche sociale e psicologico, in un mondo che condannava l’impurità mestruale. Gesù dà grande importanza alla fede, anche se si tratta di fede debole o persino un po’ superstiziosa, ritenendo la donna che basti toccargli il lembo del mantello per guarire. Si tratta di uno dei rari casi in cui non è Gesù a prendere l’iniziativa per sollecitare la fede, ma l’iniziativa nasce meritoriamente dalla donna stessa.

La figlia di Giairo presenta una situazione di fede che libera, anzi fa rinascere. Anche qui si può avanzare un’interpretazione psicologica, trattandosi della figlia del capo della sinagoga, tenuta in condizioni particolari e necessitante di una “rinascita” per entrare nell’età adulta[4]. Qui basterà sottolineare la risposta di Gesù: «non temere, continua solo ad aver fede!» (5,36): persino la morte è solo apparente se c’è la fede. Gesù propone e accetta un percorso verso la fede individualizzato per ciascuno di noi, che tiene conto di tutta la complessità di storia e cultura. Nessuno deve intendere la fede come possesso, né ritenersi superiore nel percorso, rispetto ad altri. Invece tutti, singoli o chiese, siamo chiamati a percorrere la strada della crescita nella fede, fidandoci di Gesù e facendo quello che ci ha insegnato: questa è la via dell’ecumenismo.


[1] E. Drewermann, Il Vangelo di Marco, immagini di redenzione, Queriniana, Brescia 1994, pagg. 144-145.

[2] Bruno Maggioni, Il racconto di Marco, Cittadella editrice, Assisi 1985, pag. 86.

[3] E. Drewermann, cit., pag. 153.

[4] E. Drewermann, cit., pag. 159-163.

Per la riflessione:

-imparare a raggiungere la pace interiore;

-la fede come ancoraggio;

-tre vie di chiamata alla fede;

-Gesù agisce in modo non dogmatico;

-apprezza la fede anche se un po’ superstiziosa;

-fede che libera e fa rinascere.


4,1-34 ANNUNCIARE IN PARABOLE

Gesù è stato anche un maestro di comunicazione. Il metodo che sembra prediligere, come risulta dalla lettura del cap. 4° del vangelo di Marco, è quello delle parabole: vi sono tre parabole unite dall’immagine comune del seme, attraverso cui viene illustrato un tema assai impegnativo: il Regno di Dio.

Le parabole, fatte per farsi capire anche dalla gente comune, sono narrazioni ricche di immagini, più che di concetti. Partono di solito dalla realtà più comune e frequente, che ai tempi di Gesù era certamente quella rurale – oggi per noi sarebbero più usuali altre immagini, come quelle che ci propina la tv, o quelle della realtà tecnologica da cui siamo circondati. Dovendo aprirci a scoprire qualche aspetto di una realtà che non riusciremo mai a dominare totalmente, dalle parabole dovremmo cercare di cogliere essenzialmente il messaggio centrale. Da questo punto di vista le parabole sono molto più semplici delle allegorie, nelle quali, oltre al messaggio centrale, ogni singolo tratto rimanda a un significato nascosto. Così il linguaggio delle parabole non è un traguardo riposante, ma costringe a pensare, coinvolge e inquieta. Pertanto le parabole sono aperte a diversa interpretazione e possono comportare persino una certa ambiguità: “lasciano trasparire il mistero di Dio a chi ha occhi penetranti e cuore pronto; rimangono invece oscure e ‘carnali’ per chi è distratto e ha cuore appesantito”.[1] Per comprendere davvero il significato delle parabole è quindi necessario essere coinvolti: intende solo “chi ha orecchie per intendere”, cioè si lascia coinvolgere nella sequela del Signore.

Il Regno di Dio. Nelle tre parabole del seme sembra importante tener distinto chi semina e il terreno che riceve il seme. Se si pone l’accento sul terreno nella parabola del seminatore si può cadere in un facile moralismo e sentirsi giudicati. Ma il significato più profondo è probabilmente da cogliere osservando chi semina, cioè l’abbondanza e la gratuità del seme gettato: il seminatore lo sparge ovunque, senza calcoli né riserve o preferenze. Il messaggio evangelico vuole anzitutto che ci accorgiamo di questa abbondanza e gratuità. In secondo luogo il seme cresce comunque, che si dorma o si vegli, di giorno o di notte, indipendentemente dalla volontà dell’uomo. In terzo luogo, nel paragonare il Regno di Dio al piccolissimo seme di senape, il Vangelo ci indica chiaramente la via della piccolezza e del nascondimento.


[1] Bruno Maggioni, Il racconto di Marco, Cittadella editrice, Assisi 1985, pag. 71.

Per la riflessione:

-perché il linguaggio delle parabole è inquietante?

-abbondanza e gratuità del seme;

-il seme cresce indipendentemente dall’uomo;

-la via della piccolezza e del nascondimento;


3,7-35 L’ANTICRISTO CHE C’È IN NOI

Diversi sono gli episodi in cui Gesù viene contestato. Il vangelo di Marco, nel terzo capitolo, avvicina tre diverse forme di contestazione: da parte dei demoni, da parte dei suoi stessi parenti, da parte degli scribi: quest’ultima contestazione merita una particolare attenzione poiché nel suo ambito viene configurato un peccato gravissimo, imperdonabile.

I demoni (forze del male che portano distruzione, confusione e menzogna) sono i primi a contestare Gesù, riconoscendone la divinità, quindi l’inconciliabile contrarietà verso di loro. Dicono la verità, ma non al momento e con le modalità opportune, tanto che Gesù li zittisce severamente. Questo ci può insegnare che, in taluni casi, può essere persino diabolico annunciare le verità divine (per noi potrebbe essere il caso, ad es., di un annuncio che prescinde dai grandi problemi dell’umanità: pace, giustizia, salvaguardia del creato).

La seconda contestazione a Gesù viene dai suoi parenti o compaesani. Disturbati dalla fama che va spargendosi attorno a lui e dalle folle che l’assediano, i suoi insinuano che ha perso la testa, che è fuori di sé, che non rientra nelle regole: “un modo molto frequente per squalificare le manifestazioni di Dio e prendere le distanze.”[1] Gesù ci invita a stare fuori di noi, ad avere il coraggio di giocarsi, a non rimanere chiusi nel nostro preteso “ordine” o “buon senso”, a non risparmiarci nella fatica e nella disponibilità agli altri. Anche l’ecumenismo deve partire dal “fuori di sé”. È una condizione per poter trascinare anche quelli che non credono e dovrebbe essere caratteristica del cristiano in quanto tale. Inoltre dovremmo saperci identificare con la folla e, come lei, subire il fascino di Gesù, della sua figura umana che emerge anche da queste pagine (semplicità, realismo, attenzione ai particolari, apertura agli altri…): dà un grande senso di libertà e attira la gente.

Infine la terza e più intrigante contestazione viene dagli scribi, cioè i colti, quelli che sanno: dicendo che Gesù è posseduto dal demonio, identificano consapevolmente il bene col male, e questo è un peccato irreparabile, la bestemmia contro lo Spirito santo. Si opera così quando si vuole mettere sé stessi al centro, col rifiuto programmato di Cristo. Così si può aprire un percorso di peccato che può portare all’aberrazione di vedere in Gesù l’incarnazione del male: il massimo della confusione diabolica, grave soprattutto per chi ha la fortuna di avere un certo livello culturale. Questo percorso è il peccato imperdonabile, mentre i singoli atti inseriti nel percorso possono essere perdonati. Per questo molti sostengono che soltanto noi, che abbiamo conosciuto Cristo, possiamo diventare l’Anticristo. Non va cercato altrove (ad es. nel comunismo, nel capitalismo): il pericolo maggiore siamo noi. Può essere lungo e faticoso, ma il recupero dell’unità ecumenica non può che passare da un percorso penitenziale nel quale si cerca satana dentro di noi, nelle chiese, al posto di Cristo.


[1] B. Maggioni, Il racconto di Marco, Cittadella ed., Assisi 1985, pag. 62.

Per la riflessione:

-tre forme di contestazione a Gesù;

-in certi casi può essere diabolico annunciare verità divine;

-non restare chiusi nel nostro preteso ordine o buon senso;

-subire il fascino di Gesù;

-peccato irreparabile degli scribi che identificano consapevolmente il bene col male;

-solo noi che abbiamo conosciuto Cristo possiamo diventare l’anticristo.


2,1-3,6 LA NOVITÀ DELL’EVANGELO

Vino nuovo in otri vecchi è la nota contraddizione citata da Gesù per indicare la grande novità che lui rappresenta: una novità non solo cronologica (mai sentita prima), ma qualitativa, escatologica, qualcosa che rigenera e ringiovanisce. Ma cosa rappresenta il vino e cosa gli otri? Marco lo spiega con una serie di vicende che tracciano una progressione logica (2,1-3,6). Prima della rivelazione completa sulla croce, Gesù rivela la sua grande verità – quella di essere il Messia, il figlio di Dio – solo in modo sommesso e discreto, forse per evitare di essere scambiato per un messia terreno, secondo le attese del popolo. Operando i miracoli, svela capacità non comuni; con la guarigione del paralitico e la successiva rimessione dei peccati per la sua fede, dimostra agli scribi (intellettuali) la propria divinità, poiché solo Dio può rimettere i peccati. Non riconoscendolo, gli scribi lo accusano di bestemmia.

Scandali per i benpensanti. Un secondo “scandalo” dà Gesù agli scribi, sedendo a mensa assieme a pubblicani (esattori, di solito corrotti) e peccatori. Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori (2,17) risponde Gesù agli scribi. Un’altra provocazione riguarda i discepoli di Giovanni e i farisei che digiunavano, mentre quelli di Cristo non osservavano questa pratica. La risposta è che i figli dello sposo non digiunano mentre lo sposo è con loro, digiuneranno quando sarà loro tolto. Infine i farisei si scandalizzano di fronte alla libertà di Gesù e dei suoi di operare miracoli e procurarsi cibo anche nel giorno di sabato: Il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato (2,27) risponde Gesù.

Resistenza alla novità. Si configura così una progressione di tre novità che introducono la radicale novità evangelica: “il perdono dei peccati (basta la fede per appartenere al Regno); il crollo delle divisioni (Gesù sta a tavola con tutti); la libertà del credente di fronte al digiuno e al sabato”[1]. Ma “gli uomini fanno resistenza alla novità. Con le sue parole sul vecchio e sul nuovo, Gesù individua una prima fondamentale resistenza all’accoglienza del suo messaggio: si può rifiutare la conversione evangelica in nome dell’equilibrio (la saggezza!) e della tradizione: due valori più che sufficienti a mettere in pace la coscienza. Equilibrio e tradizione significano in questo caso attaccamento al proprio schema e rifiuto a rinnovarsi.”[2]

Il radicale rinnovamento evangelico parte dal ribaltamento dell’idea di Dio che spesso gli uomini si costruiscono a propria immagine: un Dio lontano, vendicativo. Invece “in Gesù si rivela un Dio per noi: ecco la novità. Ma gli uomini sembrano rifiutare un Dio che li ama e che li libera. Decidono di toglierlo di mezzo. Sembrano preferire un Dio che li spadroneggi.”[3] Solo un uomo radicalmente rinnovato al suo interno può contenere il “vino nuovo” dell’evangelo; solo passando da questo rinnovamento potranno essere abbattute le barriere religiose che gli uomini hanno eretto tra loro, perché non hanno ascoltato il radicale messaggio di Cristo.


[1] B. Maggioni, Il racconto di Marco, Cittadella ed., Assisi 1985, pag. 54.

[2] ivi

[3] ivi, pag. 55

Per la riflessione:

-perché Gesu rivela di essere il Messia solo in modo sommesso e discreto?

-scandali e ribaltamenti per i benpensanti;

-tre novità per introdurre alla radicale novità evangelica;

-equilibrio e tradizione per opporsi alla novità;

-un Dio per noi, ecco la novità.


1,21-45 FARE, NON SOLO DIRE

Quel sabato, nella sinagoga di Cafarnao dove aveva preso la parola (chiunque ne aveva possibilità), Gesù parlava come chi ha autorità, e non come gli scribi (1,22). Gli scribi mutuavano l’autorità del loro insegnamento dalle Scritture, dalla tradizione, da altri. Invece la parola di Gesù ha in sé la sua forza, non rimanda ad altri. Un importante motivo di questa autorevolezza è che Gesù non parla soltanto, ma opera; la sua non è solo parola ma anche gesto: gesto che libera e guarisce. La guarigione della suocera di Pietro (1,29-31) è uno di questi gesti; il fatto che subito lei si mise a servirli evoca, dopo una resurrezione (la fece alzare), un cammino sulla strada del servizio. Un servizio che può far nascere un senso critico nei confronti di certe forme di specializzazione o divisione del lavoro.

La cacciata dei demoni è un altro esempio dei gesti di Gesù. Inoltre li scaccia con un semplice ordine, senza passare dai lunghi riti, anche con risvolti magici, degli esorcisti di quei tempi. Si ha qui il primo incontro di Gesù col male. Il male non viene solo dagli uomini, ma anche dai demoni, distruttori della creazione. Questi conoscono chi è quel Gesù che li vincerà, e l’evangelista approfitta di loro per rivelarcelo: i demoni sono i primi teologi, perché appunto, rivelano la sua divinità – sia pure in modi e tempi inopportuni, tanto da meritarsi il rimprovero di Cristo. Il discorso dei demoni ci può lasciare piuttosto scettici, perché riferito a tempi lontani, quando ad es. non si sapeva individuare e curare la malattia psichica. Ma gli effetti del maligno sono tutt’altro che scomparsi. La distruzione della creazione appare oggi follemente accelerata, magari ad opera di noi stessi e del nostro consumismo. Ancora ci può essere un uso improprio della verità, ma forse è assai più frequente, semplicemente, la sua negazione (basti pensare alla pubblicità e alle distorsioni mediatiche della realtà). Per non parlare della fiducia nella tecnologia o nella guerra… Il diavolo, davvero, è ancora tra noi.

Non rivelare anzitempo. Ai demoni, così come a chi ha beneficiato con guarigioni miracolose, Gesù impone di non parlare di quanto ricevuto e di tacere sulla sua divinità: una divulgazione anticipata potrebbe compromettere il progetto messianico. Analogamente “Gesù percorre tutte le strade della Galilea in cerca delle folle, per predicare (1,39), e tuttavia sfugge all’assalto della folla ritirandosi in luoghi solitari (1,45).”[1] Sembrerebbero atteggiamenti contradditori. In realtà “Egli cerca le folle ed è solidale con la storia, ma deve anche prendere le distanze dagli equivoci che le folle e la storia contengono, dalle strumentalizzazioni che esse vorrebbero porre al disegno di Dio. (..) Egli è venuto ad annunciare il Regno, non a fare i comodi miracoli che gli uomini vorrebbero.”[2] I miracoli non sono la cosa principale, sono al servizio della fede e non ne eliminano la logica. Sono al servizio di un Dio che si rivela sulla croce, quindi non eliminano la croce, ma rivelano che solo nella croce è presente la vittoria di Dio.

In conclusione una fede miracolistica non è la fede che ha insegnato Gesù: attiva, attenta alle esigenze del prossimo e alla salvaguardia del creato, che non separa parole e opere, preghiera e azione. Il movimento ecumenico non può prescinderne. Queste pagine del vangelo di Marco inducono a imitare Gesù nel suo comportamento mite e schivo, che giunge persino a nascondere i propri meriti (miracoli). Spingono al contempo a stigmatizzare i comportamenti demoniaci di chi sfrutta e domina il prossimo, esalta i propri meriti, mente, vuole la guerra, compromette la natura… Non si può avere ecumenismo senza pace, giustizia e salvaguardia del creato.


[1] B. Maggioni, Il racconto di Marco, Cittadella ed., Assisi 1985, pag. 46.

[2] Ibidem, pag. 47

Per la riflessione:

-autorevolezza di Gesù non mutuata da altri;

-non parla soltanto ma opera;

-sulla strada del servizio;

-la cacciata dei demoni, che rivelano la sua divinità;

-il diavolo è ancora tra noi?

-non rivelare anzitempo;

-una fede non miracolistica.


1,14-20 CONVERSIONE

Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino: convertitevi e credete al Vangelo (1,15). Questa, secondo Marco, la sintesi della predicazione di Gesù in Galilea, dove era rientrato dopo essersi fatto battezzare da Giovanni nel Giordano e dove aveva iniziato la sua vita pubblica. La frase riportata è forte e densa di significati profondi (fa parte dei primi 20 versetti considerati un prologo all’intero vangelo). Cerchiamo di coglierne alcuni aspetti. Anzitutto notiamo che il Vangelo parte dalla Galilea (dove pure si concluderà con le apparizioni del Risorto): una regione di Israele scismatica e lontana dal centro (Gerusalemme e Giudea). Viene sottolineata così, già dall’inizio, la dimensione “al margine” dell’annuncio evangelico.

Il tempo è compiuto è una affermazione molto impegnativa sul piano teologico: significa che è finita l’attesa messianica dei profeti e del popolo (che è sempre tentato di riempirla delle proprie speranze e di modellarla sui propri schemi). Con Gesù, il Messia, si avvicina il “Regno di Dio” e si conclude la Rivelazione: dopo di lui non ce ne sarà altra. Il Regno di Dio indica la giustizia e l’azione salvifica e definitiva di Dio nella storia. “L’annuncio di Gesù ha un tono di gioia e insieme di urgenza. In secondo luogo, la proclamazione di Gesù (tutto il racconto evangelico lo dimostrerà) è universale: egli rivolge l’appello a tutti coloro che, comunemente, erano ritenuti fuori dalla gioia messianica, esclusi: i poveri, i peccatori, i piccoli, gli stranieri.”[1]

Convertitevi e credete al vangelo: è la conseguenza, per gli uomini, dell’annuncio di cui sopra. Si tratta di due aspetti che concretizzano la sequela a Gesù. Merita in particolare soffermarsi sulla conversione, che potrebbe essere la parola chiave di tutto il vangelo. Conversione può voler dire sia un tornare indietro, una svolta a U sulla strada che stiamo percorrendo (come i discepoli di Emmaus), sia un tornare alle origini, cercando quale era il disegno di Dio (nel caso, ad es. del matrimonio monogamico). La strada che percorriamo deve essere la sequela a Cristo: se non c’è lui al centro, ma il nostro io o altre esperienze, anche religiose, ci vuole la conversione. Ecco perché talvolta una certa esperienza religiosa è il più grande ostacolo all’incontro con Gesù (è il caso ad es. dei farisei). L’esperienza del vangelo stabilisce un rapporto personale con Lui. Un esempio di conversione è contenuto nei versetti immediatamente successivi (16-20) con la chiamata dei primi discepoli.

Pescatori di uomini. Gesù chiama i primi discepoli non perché sono più religiosi, intelligenti, colti, sensibili o altro: infatti l’ambiente da cui sceglie è la quotidianità di persone che lavorano manualmente (pescatori nel “mare di Galilea”, cioè il lago di Tiberiade). Non dà contenuti dottrinali, ma solo richiede la sequela a Lui. La chiamata, come la fede, è gratuita. Richiede però un distacco radicale. “Non si tratta di lasciare le reti o un lavoro, ma più a fondo – come si chiarirà lungo il vangelo – si tratta di lasciare le ricchezze (10,21), di abbandonare la strada del dominio e del potere, di smantellare quell’idea di Dio che noi stessi abbiamo costruito a difesa dei nostri privilegi (8,34).”[2]

Questa radicalità evangelica è molto importante sul piano ecumenico. Pescatori di uomini significa propriamente che il loro ambito di azione non sarà più il lago ed i pesci, ma l’umanità intera. Così sono abilitati ad annunciare a tutti la parola, che potrà far uscire gli uomini da uno stato di opacità e diventare più uomini. Anche le chiese cristiane, che proseguono l’opera dei discepoli, hanno bisogno di conversione. Non devono porsi come maestre, né devono indicare norme da seguire. Norma e maestro è Gesù, che va riscoperto nella sua umanità, nella sua incarnazione. Credere nel vangelo, convertirsi per mettersi alla sua sequela e incarnarlo nel quotidiano, sono le vie sicure verso l’ecumenismo.


[1] B. Maggioni, Il racconto di Marco, Cittadella ed., Assisi 1985, pagg. 32-33.

[2] Ivi, pag. 35.

Per la riflessione:

-cosa significa che il tempo è compiuto;

-convertitevi e credete al Vangelo;

-perché una certa esperienza religiosa può essere ostacolo all’incontro con Gesù?

-smantellare l’idea di Dio costruita a difesa dei nostri privilegi;

-quale radicalità evangelica.


(1,1-13) UN PERCORSO CHE PORTA AL DIALOGO


Sempre più di frequente dovremo confrontarci con la diversità e il pluralismo. Incontreremo persone di cultura, religione, etnia, mentalità diverse dalla nostra, con le quali dovremo convivere e collaborare. Il modo migliore per prepararsi al dialogo con le altre fedi, ricercando al contempo i fattori di unità tra i cristiani (ecumenismo), potrebbe consistere nel cercare di cogliere il nucleo essenziale della nostra fede, che è forse più facile da cogliere nel vangelo di Marco, data la sua stringatezza.

Il percorso. Già nelle parole iniziali di questo vangelo si prospetta l’avvio di un cammino che bisogna percorrere, con pazienza e fatica, per comprendere Gesù. Per Marco il termine vangelo indicava non semplicemente l’annuncio del Regno, fatto da Gesù, ma – più ampiamente – l’annuncio di Gesù ripetuto dalla Chiesa. Aveva quindi una dimensione ecclesiale e missionaria[1]. La strada è lunga, il discepolo è in ricerca, ha sempre dei dubbi, quando non addirittura angoscia; si confronta con gli altri. Il percorso è accidentato, i sentieri vanno appianati.

Il messaggio risulta chiaro subito dopo la descrizione del battesimo di Gesù operato da Giovanni Battista: Dio vuole che i discepoli si fidino di lui; se non incontri Gesù non incontri Dio. È interessante il confronto con il diverso atteggiamento del Battista. A differenza di Giovanni, Gesù non va volentieri nel deserto, né è entusiasta quando la gente va da lui: preferisce andare lui incontro agli uomini. Giovanni propone una ricerca religiosa: penitenza, ascetismo, lotta ai peccati. Gesù propone la Fede, l’affidamento a Dio misericordioso, ben sapendo che talvolta gli atteggiamenti moralistici possono essere controproducenti[2]. Pertanto quella di Gesù e quella di Giovanni sono due teologie e spiritualità diverse: non certo contrapposte, semmai complementari, segno di un pluralismo fisiologico e positivo. Il percorso della fede che Gesù propone è sempre diverso da quello che pensiamo. Il “seguimi” significa che dobbiamo fare esperienze di vita, percorrere il lungo cammino, fidandoci di lui e della grazia divina. La maturità che ne consegue porterà a conoscere direttamente il Signore, senza intermediari (Geremia 31,34). E questa non può che essere la via maestra per il dialogo ecumenico.

Il deserto dove si reca Gesù, sospinto dallo Spirito divino, ha importanti significati psicologici in questo percorso: “esso rappresenta il vuoto e la libertà interiore, (..) secondo la legge che recita: soltanto chi non ha niente da perdere acquista il coraggio della verità[3]. C’è anche un importante risvolto per il dialogo, dato che vige anche “la legge dello spirito che chi non abbia ancora trovato se stesso non possa neppure trovare la via per arrivare all’altro; sarà più facile che invada l’altro con le sue angosce e i suoi conflitti irrisolti”[4].

Un aspetto importante di questo percorso è che, scegliendo Dio, incontriamo gli altri: nel volto dell’altro – specie di chi soffre, è povero e ha bisogno di noi – c’è un raggio della luce divina. Ecco dove nasce il coinvolgimento per la situazione dell’umanità, specificamente per la pace, giustizia e salvaguardia del creato. L’impegno ecumenico non può prescinderne, non può rischiare di presentare una religione “oppio dei popoli”. Il dialogo con chi è diverso da noi nasce dall’attenzione agli altri e dal prendersi a cuore dei problemi di tutti.



[1] B. Maggioni, Il racconto di Marco, Cittadella editrice, Assisi 1985, pagg. 13-14.

[2] Per un alcolizzato, ad es., un predicozzo contro l’alcol potrebbe accentuargli i sensi di colpa e spingerlo a bere ancor più. Meglio sarebbe aiutarlo a scoprire i conflitti che hanno generato il suo male, a riacquistare fiducia e rendere superflua la sua fuga dalle responsabilità. E. Drewermann, Il Vangelo di Marco, immagini di redenzione, Queriniana, Brescia 1994, pagg. 119-120.

[3] E. Drewermann, cit., pag. 127.

[4] E. Drewermann, cit., pag. 126.

Per la riflessione:

-cercare di cogliere il nucleo essenziale della nostra fede;

-pazienza e fatica per comprendere Gesù;

-Dio vuole che i discepoli si fidino di Gesù;

-differenze tra Giovanni e Gesù;

-conoscere il Signore senza intermediari;

-chi ha il coraggio della verità?

-conoscere sé stessi per arrivare all’altro;

-scegliendo Dio incontriamo gli altri.


LA VERITÀ DELLE SCRITTURE

Incontro metodologico

“Per i greci la verità è la realtà ultima delle cose, (..) è ciò che non è nascosto, (..) è la realtà dell’essere che si mostra. Il suo simbolo è la luce. (..) Invece per i babilonesi, gli assiri e gli ebrei la verità è soprattutto ciò che è duraturo, ciò che sta saldo, fermo, nel cambiamento di ogni cosa. Il suo simbolo è la roccia. Il contrario della verità è l’in-stabilità.”[1] Basta questo frammento per comprendere la complessità delle concezioni che possono convivere nelle stesse Scritture, dato che nell’Antico Testamento prevalgono le concezioni ebraiche, mentre nel Nuovo non mancano gli influssi della cultura greca.

Evitare una lettura fondamentalista è la prima indicazione che può essere tratta: prendere il testo alla lettera, rifiutando di tener conto del carattere storico della Scrittura, non manca di fascino per chi cerca risposte ai propri problemi di vita. Ma è illusorio, così come pretendere di trarre dalla Bibbia verità scientifiche (superfluo ricordare il caso Galileo). Il fondamentalismo offre “interpretazioni pie ma illusorie.” Peggio ancora “invita, senza dirlo, a una forma di suicidio del pensiero. Mette nella vita una falsa certezza, poiché confonde inconsciamente i limiti umani del messaggio biblico con la sostanza divina dello stesso messaggio.”[2] La lettura delle Scritture deve quindi essere intelligente, deve sforzarsi di comprendere ciò che il testo voleva dire obiettivamente, il che non può prescindere dall’adozione di un metodo “scientifico”.

Il metodo scientifico elaborato per l’esegesi biblica già a partire dal 18° secolo è quello storico-critico. Parte dalla realtà storica dei fatti narrati, cercando di dedurne criticamente conseguenze e insegnamenti. Successivamente sono nate anche discipline psicologiche, come la psicologia del profondo, e filosofiche, come l’analisi esistenziale, che cercano di scavare nelle profondità della mente e dell’inconscio umani per evidenziare i condizionamenti (che risalgono in genere a conflitti nella prima infanzia) e le costanti archetipiche già presenti nelle culture e nelle religioni. Applicando questi metodi nell’esegesi biblica si può arrivare ad affermare che certe narrazioni bibliche, pur non essendo storicamente verificabili, sono da considerare vere e valide, perché parlano direttamente al cuore dell’uomo.[3]

Le traduzioni delle Scritture in lingua corrente comportano una problematica analoga: ne esistono molte, antiche e recenti, ufficiali e private. Esiste anche una traduzione “interconfessionale”, concordata tra le diverse chiese: il fatto di aver mediato, tuttavia, ha tolto a questa traduzione un certo livello di scientificità. Certe traduzioni poi vogliono anche interpretare e spiegare, cosa che può servire sul piano pastorale, ma risulta insufficiente ai fini di una più profonda penetrazione. Può essere preferibile un testo che impone fatica al lettore, che pone interrogativi più che dare risposte.

Parole vive” sono le Scritture: contengono una ricchezza di contenuto e di messaggi che non può limitarsi all’interpretazione dotta degli esperti, ma dice qualcosa a ciascuno di noi, ci accompagna nel mutare dei tempi. Secondo una dottrina largamente condivisa, la parola di Dio non si esaurisce nella Scrittura, ma passa anche dalla tradizione, dal magistero, deputato a interpretarla, nonché dalla comunità ecclesiale, cioè da tutti coloro che vi fanno parte. Qui si delinea la verità delle Scritture: sono finalizzate alla nostra conversione e salvezza ed è in questo ambito che va cercata la loro verità (o inerranza, come si diceva prima). Il Signore non vuole violentare la nostra volontà, ma sollecitare la partecipazione e l’adesione di ciascuno. Possiamo sbagliare, ma questo non è un dramma, anzi, può essere una cosa positiva se ci fa intendere Dio come una persona, per di più una persona vicina, che ci vuol bene e ci perdona. Il volto di Dio è nascosto, come risulta da tutte le Scritture: la cosa peggiore che possiamo fare è pretendere di definirlo, riducendolo a una maschera o a un idolo. Ecco dunque la necessità di leggere le scritture cercando di imparare a conoscere, attraverso esse, il volto di Dio. Sono finalizzate alla nostra crescita, al nostro arricchimento spirituale, ma richiedono uno sforzo di penetrazione e di comprensione.

La lettura ecumenica che si cercherà di effettuare, mantiene tutte le caratteristiche di storicità e scientificità sopra indicate, sforzandosi in più di cogliere gli aspetti di fondo che ci avvicinano ai fratelli separati. “A nessuno sfugge che tra tutte le Scritture, anche del Nuovo Testamento, i Vangeli possiedono una meritata superiorità, in quanto costituiscono la principale testimonianza relativa alla vita e alla dottrina del Verbo incarnato, nostro salvatore.”[4] Il vangelo di Marco, più degli altri, invece di offrire facili certezze, spinge alla ricerca, ad “andare oltre”, fino ad essere persino disorientante[5]. Oltre ad essere il primo in ordine cronologico, è anche il più breve, semplice ed essenziale, tanto che viene talvolta chiamato vangelo dei catecumeni, cioè di coloro che già hanno ricevuto il primo annuncio, ma necessitano di una più profonda comprensione del mistero di Gesù. Reca un messaggio forte, centrale, senza le sottolineature o la correzione di errori, che invece contengono gli altri vangeli. Orientato a chi si sta affacciando alla fede, il vangelo di Marco è importante anche perché può essere attribuito, più direttamente degli altri, al primo degli apostoli, Pietro, della cui narrazione Marco fu trascrittore. Pertanto il vangelo di Marco è particolarmente adatto ad una lettura ecumenica, con la quale si cercherà di penetrare le verità più significative (siano esse luce o roccia) da porre alla base di un dialogo ecumenico ed interreligioso.


[1] B. Maggioni, “Impara a conoscere il volto di Dio nelle parole di Dio”, Commento alla “Dei Verbum”, ed. il Messaggero, Padova 2001, pag. 75.

[2] Enchiridion Vaticanum, Dehoniane, Bologna, 13/2980, cit. da B. Maggioni, cit, pag. 102.

[3] “Con gli strumenti della ricerca storica e della descrizione oggettivante non è mai possibile accedere a un piano veramente importante dal punto di vista religioso, perché questo piano si trova non nel passato, ma direttamente nel cuore delle persone di tutti i tempi e tutte le latitudini”. Drewermann, Il Vangelo di Marco, immagini di redenzione, Queriniana, Brescia 1994, pag. 24.

[4] Costituzione dogmatica sulla Divina Rivelazione, 18.

[5] Nella versione originale terminava al versetto 16,8, con la paura e il disorientamento delle donne dopo l’annuncio di risurrezione da parte dell’angelo sul sepolcro vuoto.

Per la riflessione:

-come evitare una lettura fondamentalista;

-il metodo scientifico storico-critico;

-il problema delle traduzioni;

-le scritture sono finalizzate alla nostra crescita;

-cos’è la lettura ecumenica.


agosto 16, 2008

PRIMATO DI SERVIZIO: PER UNA CHIESA DIALOGICA ED ECUMENICA

Io sono la via, la verità, la vita (Gv 14,6): raramente si pensa che questa fondamentale affermazione di Gesù vale non soltanto per chi crede in lui, ma per tutti: buddisti, musulmani e anche per i non credenti. Questa validità universale del cristianesimo era stata riconosciuta anche da Gandhi, la “grande anima” indiana. Dalla stessa affermazione di Gesù ne consegue l’altra, secondo la quale chi non è con me è contro di me (Lc 11,23 e Mt 12,30). Ma questa frase è riferita alla persona di Gesù, non certo alle chiese, ai cristiani, ad associazioni o movimenti. Per questi vale piuttosto l’affermazione opposta: chi non è contro di noi è per noi (Mc 9,40): dobbiamo cioè avere la massima apertura verso tutti coloro che non ci sono ostili e magari domandarsi, rispetto a quelli che lo sono, se l’ostilità non deriva per caso da nostri errori o incomprensioni. Un’altra considerazione che risalta dalla affermazione iniziale è che la verità è una persona, non una teoria, una filosofia razionale e obiettiva.

Con la modernità, sotto la spinta di diverse forme di soggettivismo, è andata in crisi la filosofia tomista, su cui era basata in gran parte la teologia cattolica, specie in occidente. Per un lungo periodo il cattolicesimo ha cercato di opporsi al pensiero moderno, ma ciò comportava un distacco dalla cultura, una crescente difficoltà di dialogo. Papa Wojtyla, forse perché slavo, più vicino quindi alla cultura orientale, forse per le sue doti umane, grazie anche ai suoi viaggi, ha saputo istaurare rapporti di dialogo non solo con le religioni, ma anche con le culture moderne, adeguandosi al linguaggio degli interlocutori; ed è stato anche capace di cambiare nel tempo. Agli inizi del suo pontificato pubblicava numerose encicliche, ma ne ha ridotto gradualmente il numero, confidando forse più nel valore dei gesti che delle parole. La grande popolarità che ha saputo conquistare indica una forte attitudine al dialogo e un buon rapporto con la modernità e la secolarizzazione, con le quali ogni chiesa non può non fare i conti. Se oggi c’è un risveglio religioso, non va trascurato il fatto che il massimo sviluppo si ha per le chiese “indipendenti”, che non accettano intromissioni autoritarie: si sta sviluppando in altri termini una sorta di “religione fai da te”, per rispondere al crescente bisogno di infinito e di giustizia.

Ecumenismo. Una chiesa massiccia e tradizionale come quella cattolica viene spesso temuta dalle altre per il suo proselitismo e la sua invadenza. E in effetti la chiesa cattolica per dimensioni, tradizione e organizzazione, è quella che più di ogni altra potrebbe aspirare ad avere un primato spirituale sia in ambito cristiano che nei confronti delle altre religioni del mondo. Ma è indispensabile una puntuale applicazione dell’evangelo, in particolare per quanto riguarda la questione del primato petrino. Sul tema dell’autorità il vangelo è inequivocabile: se qualcuno vuole essere primo, sarà ultimo di tutti e servitore di tutti (Mc 9,35). Il primato come servizio viene dai vangeli ripetuto in diverse occasioni[1] ed è un aspetto significativo di quella inversione dei valori umani che costituisce l’aspetto più qualificante del messaggio evangelico. Ma cosa significa primato di servizio? Bisogna applicare alla lettera l’indicazione evangelica: non perseguire un potere, ma servire, con la fatica e le umiliazioni che ne conseguono; non ordini o divieti ma consigli fraterni, aiuti, stimoli; rispettare l’autonomia e la libertà delle coscienze; credere nella fondamentale positività dell’uomo, che merita quindi fiducia e affidamento di responsabilità, salvo prove contrarie. Significa infine accettare il principio base dell’ecumenismo: che la verità tutta intera non può essere posseduta da nessun uomo, ma va ricercata e perseguita nel dialogo con tutti gli altri. La nostra verità è una persona (divina), non un’idea.

La chiesa di Cristo, in definitiva, deve guardare lontano, deve essere profetica, deve seguire con scrupolo il vangelo e il suo messaggio liberante. Deve alzare gli occhi dal proprio ombelico e guardare alla gravità dei problemi del mondo: la fame di molti e l’eccesso alimentare di pochi, il rischio di catastrofe ecologica, l’impero dell’economicismo, ingiustizie crescenti che spingono ad uccidersi per uccidere; soprattutto, causa e conseguenza ad un tempo di tutto ciò, le guerre. Papa Wojtyla è stato grande perché ha cominciato a guardare in faccia il mondo e la modernità. Forse lo sarebbe stato ancor di più se avesse avuto il coraggio di decentrare e lasciare spazio anche alle voci dissonanti. La strada è ancora lunga: la chiesa deve perseguire il primato spirituale nel mondo assumendosi l’onere di servire. Servire è faticoso, è opportuno ripartire l’impegno, la responsabilità, la ricerca della strada da percorrere: ecco perché è necessaria la collegialità e bisogna abbandonare forme obsolete di monarchia assoluta, ai vari livelli. Decentrando e responsabilizzando si potrebbe sollecitare un’incredibile quantità di energie umane e spirituali, che consentirebbero di raggiungere traguardi oggi impensabili.


[1] Cfr ad es.: Mt 20,27; Mc 10,44: Lc 22,26.

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