Brianzecum

agosto 18, 2008

14,22-31 EUCARESTIA: LA VITA COME DONO

Non si può comprendere il significato dell’eucarestia prescindendo dal contesto, ricco di memoria, simboli ed eventi, in cui Gesù l’ha istituita. Ne ricordiamo due, la festa e il tradimento.

Era la festa primaverile della pasqua, nella quale i giudei ricordavano la liberazione del popolo di Israele dalla schiavitù dell’Egitto: un ricordo gioioso. “Ma non si trattava semplicemente di una gioia che scaturiva da un ricordo: la festa assunse la dimensione di un’attesa, (..) un anticipo della liberazione escatologica. Al tempo di Gesù questa dimensione escatologica era vivissima (..) ma facilmente contaminata dalle ambigue attese messianiche del popolo,”[1] ben lungi dal pensare che la via messianica potesse essere quella della croce.

Il tradimento è un secondo importante aspetto del contesto. I capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano di prendere Gesù a tradimento (14,1), cioè approfittando di qualche suo momento di debolezza, ma non durante la festa, perché non succeda un tumulto di popolo (14,2). A questo si aggiunge il tradimento di Giuda, di Pietro e degli altri apostoli, che fuggono quando le cose si mettono male per Gesù, lasciandolo solo. È ovvio che il tradimento di Giuda ha una gravità assai maggiore di quello di Pietro. Giuda, indipendentemente dalle sue intenzioni, si oppone al disegno salvifico di Dio e si accorda con gli oppositori di Gesù, cadendo poi nella disperazione, mentre Pietro riconosce il suo peccato, si pente amaramente e, grazie alla fede, evita la disperazione. L’obiettiva gravità del tradimento di Giuda può essere ricondotta all’inquietante episodio di Anania e Saffira (Atti 5,1-11), come tentativo di alterare dall’interno della nuova comunità la logica della gratuità portata da Gesù. In entrambi i casi rifiutare Gesù comporta un’auto-condanna.

Gratuità, condivisione, abbondanza. Introdotto dalla gratuità “eccessiva” della donna di Betania, il dono, in particolare il dono della vita, è il significato profondo dell’eucarestia. Questo dono radicale di Gesù è offerto a tutti, anche a Giuda, il grande traditore. Se Gesù lo ha offerto persino a Giuda, come possono le chiese rifiutarlo a taluni e addirittura a chi appartiene a chiese sorelle? In realtà già quando è stato istituito questo dono gratuito è stato rifiutato e Gesù lasciato solo nel suo gesto di donazione della vita per noi. Forse dobbiamo assistere ancora oggi, come ai tempi di Gesù, al tradimento dei sommi sacerdoti e degli scribi, anche se si confessano cristiani. Molti così ritengono più grande il dono di Cristo che non i vincoli clericali. È comunque triste vedere come ancora oggi le chiese cristiane spesso si ritengano padrone di questo dono gratuito: così diventa oggetto di separazione anziché di comunione, perde il suo significato originale di nutrimento gratuito per tutti noi peccatori. Corollario della gratuità divina è la condivisione tra gli uomini. Oggi ad es. non dovrebbe esserci eucaristia senza l’impegno a ridurre le spaventose disuguaglianze nel mondo. Se gli uomini condividessero le risorse non ci sarebbe scarsità e fame, ma si otterrebbe il miracolo dell’abbondanza per tutti. Questa logica di gratuità, condivisione e abbondanza dovrebbe entrare nella logica del rito. Non va poi dimenticato che, oltre alla frazione del pane, i primi cristiani erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli, nell’unione fraterna e nella preghiera (Atti 2,42): l’eucarestia dunque, non va separata da queste diverse attività. Neppure va dimenticato che la comunione vera implica la riconciliazione. Tra le chiese l’eucarestia non dovrebbe essere soltanto rituale o simbolica, ma perseguire un’effettiva riconciliazione, un’unità basata sul nucleo essenziale del messaggio evangelico, un impegno che non guarda soltanto al presente o al passato, ma a un futuro: di gioiosa liberazione escatologica.



[1] B. Maggioni, Il racconto di Marco, Cittadella editrice, Assisi 1985, pag. 195.

Per la riflessione:

-il contesto: festa di pasqua e tradimento;

-rifiutare Gesù comporta un’auto-condanna;

-il significato profondo dell’eucarestia è il dono della vita;

-può diventare oggetto di separazione, anziché di comunione;

-corollari della gratuità divina: condivisione tra gli uomini, ascolto, unione fraterna;

-ne conseguirebbe l’abbondanza.


14,1-21 FEDE O DISPERAZIONE

All’inizio degli episodi decisivi del vangelo (eucaristia, passione, risurrezione) Marco pone la narrazione di due situazioni opposte: l’unzione di Betania e il tradimento di Giuda. L’unzione di Gesù da parte della donna di Betania è l’espressione di un dono gratuito e apparentemente assurdo: lo “spreco” di un unguento di grande valore per profumare il corpo di Gesù. L’episodio si svolge nella casa di un lebbroso, quindi di un emarginato; la protagonista è una donna, quindi pure esclusa dal potere in quella società; ed è rivolto verso una persona su cui aleggia l’ombra della condanna a morte. Un dono che non può aspettare nulla in contraccambio, uno “spreco” gratuito. Invece Gesù apprezza ed esalta questo gesto, dicendo che sarà ricordato per sempre. Si contrappongono due logiche diverse: quella di Gesù e quella degli uomini, quella basata sull’amore gratuito e quella basata su “buon senso” e utilità. Rispetto a quei tempi oggi si è ulteriormente diffusa la mentalità utilitaristica, ma il risultato è disastroso, potendosi ad essa attribuire buona parte degli squilibri socio-economici e ambientali in cui sta precipitando il mondo, senza la legge dell’amore e della condivisione. Ecco dunque che il gesto di bontà della donna di Betania è un’icona per leggere i prossimi eventi evangelici, “infatti è solo a partire da questo genere di bontà che si potrà credere nella risurrezione, e solo a partire dalla fede nella risurrezione si sarà capaci di questo genere di bontà gratuita.”[1]

Anche nel tradimento di Giuda si può intravedere la contrapposizione tra due logiche e fedeltà, ma in un contesto più problematico e controverso. Rispetto al precedente episodio luminoso di fede gratuita, qui si cade nella disperazione. “Per sapere cos’è la fede, bisogna conoscere il suo contrario, la disperazione[2]. Come è nata la disperazione di Giuda? Sul piano storico è pressoché impossibile giungere a conoscerlo meglio di quanto dicano i vangeli, ma sul piano psicologico è possibile tracciare delle ipotesi.[3] Essendo l’unico giudeo dei 12, Giuda è legato anche alla fedeltà alla sinagoga e alla sua legge, oltre che a Gesù. Così legato a Gesù che va fuori di sé quando sa che Gesù è stato condannato (Mt 27,3-5). L’ipotesi è che, del tutto scisso nel proprio interno, questa duplice fedeltà fosse ormai insopportabile – un vero inferno: ecco perché sarebbe meglio che non fosse nato. Col suo ‘tradimento’ forse Giuda voleva tentare un accordo “tra Gesù e il sinedrio, tra la vita e la morte, perché questo problema era per lui problema di vita o di morte”[4]. Avendo fiducia in entrambi confidava che dall’incontro potesse scaturire un accordo basato sul reciproco riconoscimento. Invece ne scaturì la sentenza capitale e Giuda, ritenendosi fuori gioco per entrambe le appartenenze, cadde nella disperazione totale. Forse il suo peccato è stato un eccesso di zelo, volendo fare più ancora di quanto Gesù non volesse: è un peccato frequente ancor oggi, che spiega certe forme di fondamentalismo terroristico, voler essere cioè più puri e fedeli di Dio stesso. In ogni caso, al di là della prevalente demonizzazione, non mancano nella storia dell’arte raffigurazioni di Giuda salvato da Gesù. Forse Giuda non è una figura demoniaca, ma soltanto un povero diavolo, come tutti noi, scissi nel nostro intimo.

Possiamo trarre da queste vicende qualche insegnamento per la nostra vita e per l’ecumenismo? Come c’è contraddizione tra la logica del dono e quella dell’utilità, così c’è un’insanabile contraddizione tra la fede in Cristo e la fede nella legge (Gal 2,11-21). “È la figura di Giuda a mostrare che chi tenta un compromesso a questo proposito non fa un servizio a Gesù, ma lo tradisce – con un bacio.”[5] Si deve ritenere che anche l’ecumenismo debba rifuggire da compromessi con le leggi ed i poteri umani (anche dei sommi sacerdoti), rifuggendo da propaganda o diplomazia, ancorandosi solo alla legge dell’amore e del servizio.



[1] E. Drewermann, Il Vangelo di Marco, immagini di redenzione, Queriniana, Brescia 1994, pag. 348.

[2] Ivi, pag. 356.

[3] Ivi, pagg. 349-370.

[4] Ivi, pag. 363.

[5] Ivi, pag. 368.

Per la riflessione:

-spreco gratuito dell’unguento prezioso: icona per leggere gli eventi prossimi;

-per sapere cos’è la fede bisogna conoscere il suo contrario, la disperazione;

-duplice fedeltà di Giuda al sinedrio e a Gesù;

-con la condanna di Gesù si sente fuori gioco per entrambe le appartenenze;

-insanabile contraddizione tra fede in Cristo e fede nella legge, anche per l’ecumenismo.


13,1-37 VIGILARE, CIOÈ IMPEGNARSI NEL PRESENTE

Che significa proclamare il Vangelo? Vuol dire portare la nostra cultura, il nostro modo di pensare, la nostra tradizione ed esperienza cristiana, oppure ciò che diceva e voleva Gesù? Questa domanda sembra opportuna premessa alla lettura di una pagina difficile del Vangelo di Marco, come il cap. 13, dove ci potrebbe essere la tentazione di interpretare secondo i nostri interessi invece di restare fedeli al significato obbiettivo. Per comprenderlo meglio è anche opportuno collocare il discorso dell’evangelista nel suo contesto. Quando il Vangelo fu scritto, attorno agli anni 70, i cristiani stavano perdendo l’iniziale tensione apostolica e profetica – oggi potremmo dire anche ecumenica – e tendevano a chiudersi in piccole conventicole, senza uscire all’esterno a proclamare la buona novella. A questi cristiani Marco indirizza il richiamo a superare le chiusure e ricuperare la tensione originaria. Il capitolo è difficile perché usa un linguaggio apocalittico ed è “composito, formato da parole del Signore diverse per genere e per origine”[1]. Ciò non toglie che “il discorso risale a Gesù, quasi un testamento lasciato alla comunità”[2].

Il linguaggio apocalittico, che non va preso alla lettera, riguarda l’escatologia, cioè le realtà ultime e definitive: la sua diffusione in quei tempi rischiava di mettere in ombra l’esigenza dell’impegno attuale dei cristiani per cambiare la storia. Per questo Marco e gli altri evangelisti sono intervenuti per ridimensionare l’apocalittica e richiamare all’impegno nel presente. “Questa è la sorprendente prospettiva biblica, interessante e concreta. Lo sguardo al futuro (cioè la rivelazione di ciò che sarà) rende importante il presente e offre un criterio di scelta e di valutazione (..) perché è in questo presente che il futuro si gioca”[3]. Spesso la struttura del discorso è ciclica: ad es. nella parte centrale del capitolo “le situazioni sono descritte in questo ordine: ingannatori (5-6), guerre (7-8), persecuzioni (9-13), guerra (14-20), ingannatori. (..) Come si vede al centro si parla della persecuzione: significa che Marco attribuisce ad essa molta importanza.”[4] Assai attuale è il richiamo a esercitare il senso critico nei confronti dei falsi messia e falsi profeti, in tempi, come i nostri, in cui politici opportunisti, aiutati da “maghi” della comunicazione, riescono a ingannare la buona fede popolare dando di sé immagini religiose o addirittura messianiche.

Aspetti rassicuranti non mancano nelle parole evangeliche. Il versetto 11 ad es. recita: «E quando vi condurranno via per consegnarvi, non preoccupatevi di ciò che dovrete dire, ma dite ciò che in quell’ora vi sarà dato: poiché non siete voi a parlare, ma lo Spirito Santo»; più oltre: «ecco, io vi ho predetto tutto» (23). Infine al centro del discorso “c’è la solenne affermazione di Gesù: «il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» (31)[5]: questa certezza relativizza tutto il resto, a cominciare dalle pietre del tempio, di cui all’inizio del capitolo viene annunciata la prossima distruzione, fino alle difficoltà e tribolazioni per la fede.

Annuncio, perseveranza e vigilanza sono in definitiva le raccomandazioni centrali di questo capitolo: l’annuncio del Vangelo a tutte le genti deve precedere anche la testimonianza (9-10); la perseveranza assicura la salvezza (13), mentre la vigilanza è un ritornello ripetuto più volte ed è anche la parola finale, valida per tutti, non solo per i discepoli. Ci deve spingere a realizzare oggi, in questo mondo la pace, la giustizia, la salvaguardia del creato, sapendo individuare ed evitare i falsi profeti che vanno in senso contrario. Che si servono della fede, anziché servirla e soffrirne la persecuzione conseguente.



[1] Bruno Maggioni, Il racconto di Marco, Cittadella ed., Assisi 1985, pag. 180.

[2] ivi

[3] Ivi, pag. 181.

[4] Ivi, pag. 184.

[5] Ivi, pag. 185.

Per la riflessione:

-pagina difficile dal linguaggio apocalittico,

-rischio di distrarre dall’impegno nel presente;

-è nel presente che si gioca il futuro;

-attualità dell’esercizio del senso critico contro i falsi profeti;

-annuncio, perseveranza e vigilanza.


12,1-44 TOTALITÀ PER IL DISCEPOLO

L’osservazione attenta di quanto avviene nel tempio è un atteggiamento costante di Gesù nel corso della sua visita di tre giorni (descritta nei capitoli 12 e 13). L’ultima osservazione alle offerte gettate nel tesoro del tempio è anche rivelatrice di ciò che vuole dai suoi discepoli. Gli spiccioli dati dalla povera vedova sono apprezzati da Gesù molto più delle monete d’oro gettate dai ricchi, perché non rappresentano il superfluo, ma tutto quello che la vedova aveva per vivere.

La vedova – che pure non aveva ancora conosciuto Gesù e il suo lieto messaggio – viene indicata ai discepoli come esempio da seguire. “Si direbbe che finalmente Gesù ha trovato quello che andava cercando. (..) I ricchi offrono molto ma amano sé stessi e sono convinti di aiutare Dio. Invece la vedova non pensa di aiutare Dio, ma lo ama”[1] e, umilmente, ripone in lui una fiducia totale. La totalità richiesta nell’amore per Dio emerge in numerosi altri passi biblici: uno può essere il precedente episodio del giovane ricco (10,17-22) al quale viene richiesto, per ereditare la vita eterna, di vendere le sue ricchezze e darle ai poveri, per essere in grado, così liberato, di seguire Gesù; un altro può essere l’inquietante episodio di Anania e Saffira (Atti 5,1-11), colpiti dall’ira divina per aver trattenuto per loro una parte dell’importo ricavato dalla vendita del proprio terreno, invece di versarlo tutto agli apostoli.

Adorare un unico Dio vuol dire non riporre fiducia in alcun idolo. La fiducia nel denaro e nel potere, la ricerca della sicurezza, sono invece tentazioni comunissime e profondamente radicate in ciascuno di noi; spesso diventano veri e propri idoli, sfruttati persino dalla demagogia politica. La povertà è un forte aiuto per potersi affrancare da questa idolatria e chi è povero, come la vedova, fa meno fatica a dare tutto; in definitiva è più libero. Il primato e la totalità da riconoscere a Dio, non esclude però una specifica autonomia del potere politico (principio di laicità) stabilita nella famosa affermazione di Gesù: date a Cesare quello che è di Cesare (12,17). Il limite di questo invito sta laddove “l’invadenza dello Stato diventa idolatria politica; allora l’accento cade sul: date a Dio quello che è di Dio[2].

Crescere nella fede. Si può anche vedere in queste affermazioni di Gesù un itinerario educativo: dobbiamo essere pronti a dare tutto ciò che richiede l’interlocutore. Anche con un interlocutore come Dio gli si può dare: nulla, oppure il superfluo, oppure tutto. L’itinerario della fede deve portarci ad accrescere questa consapevolezza. Un’altra consapevolezza è quella di non essere in grado di possedere interamente la verità. Nella parabola dei vignaioli infedeli, che introduce il cap. 12, Gesù ha parole molto dure contro di loro: il padrone della vigna verrà e li sterminerà (12,9). Il motivo potrebbe essere precisamente che i vignaioli – i quali raffigurano persone di potere come i gran sacerdoti, gli scribi, gli anziani – pretendono di essere padroni della verità, invece di servirla o ricercarla. Anche nell’interpretazione delle sacre scritture, con la generalizzazione del metodo scientifico-ermeneutico, la moderna esegesi è passata da una lettura divulgativa, spesso letterale o anche fondamentalista, alla ricerca (quindi mai conclusa) sulla autenticità del loro significato. In definitiva dobbiamo renderci conto che, se la Verità è una e totalitaria, gli uomini sono diversi tra loro e sempre limitati. La lettura delle scritture non può dunque che essere plurale. Sono grandi sfide per noi cristiani, tutt’altro che abituati al pluralismo religioso e culturale, alla umiltà, alla laicità, alla povertà, a quella fede totalitaria che Dio pretende da noi.



[1] B. Maggioni, Il racconto di Marco, Cittadella ed., Assisi 1985, pagg. 165-166.

[2] Ivi, pag. 170.

Per la riflessione:

-la vedova non dà il superfluo ma tutto;

-fiducia totale in Dio, non negli idoli;

-ciò non toglie l’autonomia del potere politico;

-scribi e sacerdoti pretendevano di possedere la verità invece di servirla o ricercarla;

-inevitabile lettura plurale delle scritture.


11,1-33 IL CULTO DECADUTO

L’arrivo trionfale di Gesù con i dodici a Gerusalemme e al tempio, cuore dell’ebraismo, nella cornice festosa del pellegrinaggio pasquale, introduce il cap. 11. Il tempio avrebbe dovuto essere il luogo dell’accoglienza e invece vi si consuma il rifiuto. L’arrivo sull’asinello non è solo espressione di umiltà, è davvero un’entrata regale, che attua la profezia biblica. Il trionfo però sarà effimero perché sta maturando una duplice delusione: quella di Gesù, che appena giunto nel tempio sembra cercarvi qualcosa che non trova, dopo aver guardato ogni cosa attorno (11,11); e la delusione di Israele che aspettava un Messia diverso da Gesù, anche se la profezia di Zaccaria (9,9) ricalca quasi esattamente quanto si sta avverando: Gioisci, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re: è giusto e vittorioso, è umile e cavalca un asinello; toglierà i carri da guerra e annuncerà la pace alle genti.

La cacciata dei mercanti. Il secondo giorno, dopo aver pernottato a Betania, sobborgo di Gerusalemme, Gesù si reca di nuovo al tempio e reagisce all’atmosfera commerciale che vi regnava. Appellandosi ancora alle profezie bibliche, contesta di averlo ridotto a spelonca di ladri anziché luogo di preghiera per tutte le genti (Isaia 56,7). Superfluo sottolineare la rilevanza ecumenica di questa affermazione, che può essere approfondita esaminando altri passi del cap. 11.

La maledizione del fico ha un significato simbolico dato che, non essendo la stagione dei frutti, sarebbe assurda la pretesa di trovarne. Una certa esegesi antiebraica vi vedeva il simbolo di Israele, colpito per non aver creduto: ma non è sostenibile, perché il patto di amore di Dio col suo popolo non è stato revocato, dura in eterno. Il significato simbolico è piuttosto da riferire al tempio e al culto che vi si svolgeva: forse proprio perché non dà più frutti, non essendo diventato luogo di preghiera per tutte le genti. Per questo Gesù interrompe il culto, lo abolisce: e non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio (11,16). “Se Dio giudica Israele è perché questi si è chiuso, e non vuol decidersi ad aprirsi al Messia ed alle genti. Non si considera più una realtà aperta, provvisoria, disponibile.”[1] Questo induce a riflettere sul culto e più in generale sulla fede, perché “non sempre ciò che gli uomini chiamano fede è tale agli occhi di Dio”[2].

Fede che unisce. “La potenza delle fede non sta nella quantità: le molte preghiere e le molte pratiche dei giudei non erano la vera fede. (..) Fede è attendere da Dio, e non da noi o dalle nostre opere: la fede è gratuità, ed è per questo che si esprime nella preghiera. Fede è attendere da Dio quello che Egli vuole darci: non dobbiamo ostinarci a voler essere noi la misura del progetto di Dio. È Dio la misura del dono, non noi. Fede è renderci disponibili, perché Dio ci apra all’universalità delle genti: la negazione della fede è il ripiegamento su di sé, la gelosa conservazione del proprio privilegio.”[3] È forse questa fede gratuita e aperta che Gesù cercava, senza trovarla nei culti esteriori e ‘commerciali’ dei giudei nel tempio. È l’unica fede che, oltre a spostare le montagne, può unire i credenti delle diverse confessioni e garantire la pace annunciata alle genti.



[1] B. Maggioni, Il racconto di Marco, Cittadella ed., Assisi 1985, pag. 160.

[2] ivi

[3] ivi, pag. 161.

Per la riflessione:

-trionfo effimero di Gesù a Gerusalemme;

-luogo di preghiera per tutte le genti;

-come il fico, non dà frutti e Gesù interrompe il culto;

-fede aperta alle genti, che unisce: è forse quella che Gesù cercava senza trovarla.


10,1-52 AUTORITÀ AI PICCOLI

Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà (10,15): sono “le parole più meravigliose che il Nuovo Testamento ci abbia tramandato”[1]. Ma qual’è il vero significato? Più esplicita è forse l’affermazione precedente secondo la quale a chi è come loro appartiene il regno di Dio (10,14). Cosa c’è “di tanto esemplare nel bambino da spingere Gesù a collegarvi la condizione determinante per la salvezza”[2]? Si deve ricordare che poco sopra Gesù aveva indicato lo scandalo verso i piccoli come uno dei più gravi peccati (9,42). Sul piano psicologico “ben poche sono le cose che hanno un effetto più deleterio che scoraggiare un bambino, deluderlo, spaventarlo e umiliarlo. Un bambino può arrivare all’autonomia soltanto se cresce in un clima di accettazione e di sincera conferma, in cui venga favorita quanto più è possibile la sua disposizione al gioco, all’osservazione, alla riflessione, all’espressione, alla sperimentazione.”[3]

Un bambino va amato semplicemente per il fatto che esiste; non ha ancora niente, non può ancora niente, nel suo mondo non contano le differenze legate al possesso ed alla prestazione. (..) E la fiducia e le pretese che ogni bambino ha verso la mamma e il babbo rappresentano esattamente l’atteggiamento che secondo Gesù noi adulti dovremmo vivere nei confronti di Dio: con la stessa fiducia incondizionata, con la stessa sfacciataggine naturale, con la stessa vitale imperturbabilità e mancanza di remore”[4]. Un esempio di fede semplice è riportato poco dopo con la guarigione del cieco Bartimeo (10,46-52). Egli presenta alcune importanti caratteristiche: 1) è un emarginato (siede ai margini della strada a mendicare); 2) riconosce la regalità di Gesù (chiamandolo figlio di Davide), ciò che fa ritenere che vada a fondo dei problemi, che colga l’essenza della fede; 3) chiede cose concrete (riavere la vista), senza elucubrazioni teoriche; 4) si mette alla sequela di Gesù. Questa è la fede che lo salva, la fede di un bambino.

L’inversione nei valori umani, che è forse il tratto più significativo della novità evangelica, trova riscontro anche in altri racconti della presente lettura, come la svalutazione delle ricchezze nella prospettiva della vita eterna, in occasione dell’incontro col giovane ricco, nonché sul problema dell’autorità e del potere, in risposta alla immatura richiesta di “carriera” dei discepoli Giacomo e Giovanni. Merita soffermarsi su questo aspetto, per le sue implicazioni sul problema ecumenico. Al giovane ricco Gesù aveva risposto: perchè mi chiami buono? Nessuno è buono se non Dio solo: “con tranquilla naturalezza respinge le prerogative divine, considerandole una presunzione. (..) Se in Gesù vi è qualcosa di divino, è proprio questa sua umanità, con la quale la sua persona viene determinata da Dio e si fa portare da lui, è proprio questa limpida genuinità, che non getta ombra tra la luce di Dio e la vista degli esseri umani. (..) Più di ogni altra forma di vita, è «da Dio» quella che rinuncia ad ogni pretesa di potere, affinché diventi efficace il più naturalmente possibile il potere che spetta a Dio nel cuore di una persona. (..) Veramente ‘grandi’ sono soltanto le persone utili agli altri. Ma esse non vogliono ‘regnare’ e rifiutano il ‘potere’. In realtà, a desiderare il potere non sono che le persone inutili, quelle di meno valore, ed è regolarmente un danno per tutti quando ci si sottomette loro.”[5] Certamente tra i maggiori ostacoli al dialogo ecumenico vi sono i poteri, ecclesiastici e non: l’esigenza di una riconciliazione ecumenica è più sentita dalla base che non dai vertici. Dovrebbe essere evidente per tutti l’urgenza di recuperare la fede infantile, l’umiltà e lo spirito di servizio, come ha insegnato Gesù.



[1] E. Drewermann, Il Vangelo di Marco, immagini di redenzione, Queriniana, Brescia 1994, pagg. 283-4.

[2] Ivi.

[3] Ivi, pag. 288.

[4] Ivi, pagg. 286-7.

[5] Ivi, pagg. 314-7.

Per la riflessione:

-accogliere il Regno come un bimbo;

-deleterio scoraggiare, deludere, spaventare, umiliare un bimbo;

-fiducia e pretese di ogni bimbo verso i genitori dovremmo averle verso Dio;

-fede di bimbo che salva Bartimeo;

-chi non è utile agli altri aspira al potere.


9,14-50 FEDE IN DIO E FIDUCIA NEGLI UOMINI

Giovanni gli disse: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demoni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri» (9,38). Dal rimprovero di Gesù per questo atteggiamento dei discepoli possiamo trarre un’importante lezione di ecumenismo. Il contesto, da cui è opportuno partire, riguarda alcuni insegnamenti sulla fede. Anzitutto Gesù dà ulteriori segni di insofferenza verso la fede della folla, desiderosa di avere subito la guarigione miracolosa: O generazione incredula, fino a quando dovrò stare con voi? (9,19). La fede non deve essere basata sul miracolo.

Abbandono, preghiera, digiuno. Nell’episodio della guarigione del fanciullo indemoniato, dopo l’affermazione che tutto è possibile per chi crede (9,23), il padre del ragazzo dà una significativa indicazione di fede: credo, aiutami nella mia incredulità (9,24): una fede quindi che diventa abbandono e preghiera, riconoscimento di una radicale insufficienza. Poi in privato Gesù spiega ai discepoli perché non erano stati capaci di guarire il fanciullo: questa specie di demoni non si può scacciare in alcun modo se non con la preghiera e il digiuno (9,29): questi ultimi dovrebbero quindi essere corollari della fede.

Servizio e accoglienza. Nel passo successivo viene illustrato un altro aspetto della fede. Gesù predice la propria morte e resurrezione, ma i discepoli non comprendono, perché hanno in mente altre cose: il primato tra loro, il potere. Gesù abbraccia un bambino, simbolo di purezza, insufficienza, assenza di potere, affermando che: chiunque lo riceve nel mio nome riceve me (9,37), ma pure che chiunque lo scandalizzerà, cioè lo distorcerà dalla fede, avrà tremenda punizione (9,42). La fede in Dio, quindi, non può prescindere da un atteggiamento benevolo verso gli uomini.

Apertura. Un’ulteriore qualificazione della fede riguarda l’apertura verso altri gruppi di fedeli, cui si è accennato all’inizio e che si conclude con l’affermazione di Gesù: chi non è contro di noi, è per noi (9,40). Analogo atteggiamento di apertura può essere riscontrato in altri passi biblici, anche dell’Antico Testamento. Si può ricordare l’episodio dei due uomini a cui lo Spirito aveva concesso di profetizzare, pur non essendosi radunati nel tabernacolo con i 70 anziani (Numeri 11,16-30). Al risentimento di Giosuè, Mosè risponde che la profezia è un libero dono divino e che va sempre accolta, non già con gelosia, ma con gioia. “Dietro la rimostranza di Giovanni (abbiamo visto un estraneo scacciare demoni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito) si vede con chiarezza quell’egoismo di gruppo (così frequente), quella meschina paura della concorrenza, che spesso si maschera di fede (infatti la sua pretesa è di tutelare l’amore di Dio), ma che in realtà è una delle sue più profonde smentite. Il discepolo puntiglioso e gretto – ma anche profondamente insicuro – mal sopporta che lo Spirito soffi dove vuole.”[1]

Due logiche possono presentarsi nel cammino ecumenico della fede: quella di sottolineare l’identità del proprio gruppo, le radici, la propria diversità, i propri aspetti positivi, oppure la logica dell’accoglienza, della valorizzazione dell’altrui diversità e positività. Se pure non esiste assoluta incompatibilità tra le due logiche, Gesù sembra preferire decisamente la seconda, volta al perseguimento di valori concreti, come le indicazioni dei profeti. È una via lenta e faticosa, ma la storia e la bibbia insegnano che le scorciatoie percorribili (violenza, autoritarismo, uniformità, omologazione…) sono destinate al fallimento, come nel caso della torre di Babele. È la logica che spinge verso l’unità nella diversità, mentre la prima logica può portare alla divisione e all’esclusione. Dobbiamo riporre fiducia nelle chiese sorelle (come in generale nel prossimo) fino al punto in cui non siano palesemente contro di noi.



[1] B. Maggioni, Il racconto di Marco, Cittadella ed., Assisi 1985, pag.140.

Per la riflessione:

-fede non basata sul miracolo;

-fede come riconoscimento di radicale insufficienza;

-benevolenza verso gli uomini;

-chi non è contro di noi è per noi;

-egoismo di gruppo;

-accogliere e valorizzare la diversità.


8,27-9,13 VIA DELLA CROCE E DESTINO DI FELICITÀ

Chi dite che io sia? (8,29): questa domanda sull’identità di Gesù è centrale nel Vangelo di Marco, segnando l’inizio della seconda parte, quella dedicata alla passione, morte e risurrezione. L’importanza deriva dal fatto che la risposta illumina anche sull’identità dei cristiani. Viene evocata la figura dei profeti, cioè di coloro che denunciano le oppressioni e le ingiustizie, indicando – senza alcun condizionamento – le vie per un mondo migliore. Gesù è molto vicino ai profeti, ma è qualcosa di più. La risposta di Pietro: tu sei il Cristo, cioè il Messia, è formalmente quella giusta, ma Pietro, come anche gli altri apostoli, avevano in mente una messianicità facile, rapida, basata sui miracoli e la conquista del potere: sostanzialmente la stessa che gli era richiesta dal tentatore e dalle folle. Il progetto divino per la redenzione dell’uomo era diverso: una via lunga e faticosa, che passa attraverso l’ignominia della croce e porta alla liberazione dall’interno della persona e della società.

Felicità, nostro destino. La conferma sulla validità del progetto divino, che Gesù sta per abbracciare, è contenuta nel successivo episodio della Trasfigurazione sull’alto monte. “È un momento di felicità perfetta (..). La storia della Trasfigurazione di Gesù dice che, per essere felici, bisogna accedere a una certezza sempre più chiara intorno alla missione della propria vita[1]. La voce del Padre nella nube, come già nel battesimo di Gesù all’inizio della sua vita pubblica, ne dà conferma. Inoltre “la Trasfigurazione diventa la rivelazione non solo di ciò che Gesù sarà, dopo la croce, ma di ciò che Egli è, lungo il viaggio verso Gerusalemme.”[2] Altri fattori di questa gioia intensa possono essere: la metamorfosi, il cambiamento; la presenza dei tre[3] discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni, che saranno le colonne portanti della missione cristiana nel mondo, nonché di Mosè ed Elia, i quali rappresentano la radice ebraica e forse anche i valori della liberazione dalla tirannia straniera e dagli idoli.[4] In definitiva la Trasfigurazione è un’anticipazione profetica della meta dell’uomo, la conferma che la felicità è il nostro destino, la nostra vocazione profonda.

Possono coesistere gioia e croce? Per lunghi secoli si è risposto a questa contraddizione recependo la distinzione platonica tra corpo e anima. Ma l’uomo non è né può mai diventare un angelo: il corpo è fondamentale per l’uomo, anche nell’al di là; né la Bibbia ha mai operato questa separazione. Anche la separazione tra vita presente e vita futura può portare a grosse aberrazioni, come l’accettazione delle ingiustizie in vista di una ricompensa nell’altra vita (religione oppio dei popoli) ed è forse anche all’origine di fenomeni oggi incredibili, come l’inquisizione o la caccia alle streghe. Il Concilio vaticano II ha fatto giustizia di queste ed altre artificiose separazioni, recependo anche critiche provenienti dalla riforma protestante – da vedersi spesso come sollecitazioni profetiche. L’apertura alla profezia – urgente priorità per ogni chiesa e ogni uomo – nonché la risposta alla contraddizione tra gioia e croce, possono essere trovate in altre affermazioni di questo brano: chi vorrà salvare la propria vita la perderà (8,35), perché la vita va progettata in funzione degli altri, del loro bene spirituale e anche materiale, della liberazione da tiranni e idolatrie – oggi così diffusi, invadenti e camuffati; rinneghi sé stesso (8,34), cioè accetti, “a differenza di Pietro, il progetto messianico di Cristo”[5], scoprendo la gioia che deriva dalla certezza della propria vocazione nell’ambito del progetto divino.



[1] E. Drewermann, Il Vangelo di Marco, immagini di redenzione, Queriniana, Brescia 1994, pag. 88.

[2] B. Maggioni, Il racconto di Marco, Cittadella, Assisi 1985, pag. 131.

[3] “Nella psicologia del profondo il numero tre significa l’unità della personalità maschile”. E. Drewermann, ivi.

[4] E. Drewermann, cit, pagg. 248ss.

[5] B. Maggioni, cit, pag.128.

Per la riflessione:

-messianicità facile: miracolistica e di potere;

-progetto divino che porta alla liberazione dall’interno;

-trasfigurazione come certezza della propria missione e anticipazione profetica del destino di felicità;

-contraddizione tra gioia e croce.


8,1-26 OCCHI PER VEDERE OLTRE LE APPARENZE

Miracolo della condivisione. Marco descrive ben due miracoli della moltiplicazione dei pani e dei pesci (6,35-46; 8,1-9), in termini peraltro molto simili. In entrambi i casi c’è una gran folla di 4-5000 persone, pronta probabilmente ad acclamarlo re, se avesse scelto la via del messianesimo politico. I commentatori hanno spesso ritenuto trattarsi dello stesso miracolo, ma Marco evidenzia un’importante differenza: in un caso si tratta di una folla giudaica, nell’altro di una folla pagana. Si sottolinea cioè che Gesù si rivolge a tutti, senza tener conto dell’appartenenza religiosa. È da ritenere comunque un miracolo importante, carico cioè di conseguenze per la vita degli uomini, in un contesto in cui il cibo rivestiva un’importanza centrale per la sopravvivenza umana. Oggi per noi che viviamo nell’opulenza, il problema del cibo potrebbe essere ritenuto superato. Piuttosto è diventato un problema l’eccesso di cibo, fonte di inquinamento e di malattie anche inguaribili. Ecco che per noi oggi potrebbe avere un significato totalmente nuovo: la condivisione con i poveri del terzo mondo potrebbe essere il nuovo miracolo per invertire la tendenza che ha trasformato in fonte di morte quel cibo che è sempre stato fonte di vita. Ma forse anche noi oggi siamo ciechi, come i discepoli che, dopo queste due moltiplicazioni, ancora si preoccupavano per la mancanza di cibo in barca con Gesù.

Itinerario educativo. Gesù non vuole utilizzare i miracoli per imporre un’adesione alla sua dottrina, vuole che le persone aderiscano liberamente, per convinzione, dopo aver compiuto un itinerario educativo che lui sapientemente ha preparato. Convertire con i miracoli è una delle tentazioni che Satana gli propone nel deserto e che Gesù rifiuta fermamente: la via di diventare re, di compromettersi col potere. È quello che si accinge a dimostrare nella seconda parte del vangelo, imboccando decisamente la via della croce. Vuole invece la nostra libertà, l’educazione perché i nostri occhi vedano e le nostre orecchie odano.

I farisei rappresentano un’altra forma di cecità: a differenza di quella ottusa dei discepoli, il loro formalismo nell’osservanza pedissequa delle norme tradizionali – ritenendo che queste possano esaurire il loro impegno religioso – nonché l’orgogliosa autosufficienza, comportano un rifiuto radicale e precostituito della novità evangelica. Gesù mette in guardia i suoi dal “lievito” dei farisei (8,15), attribuendo a questo termine il significato negativo che spesso ha nel linguaggio biblico: corruzione, malizia contagiosa, che si moltiplica tra la gente come il lievito nella pasta[1].

Come opera Gesù per portarci a vedere le verità nascoste? “Quello che ‘vediamo’ non è una questione di occhi, ma di cuore, e in primo luogo si tratta non di oggetti e di fatti, ma del significato e del senso di ciò che esiste. Un certo tipo di angoscia ci rende letteralmente ciechi a cogliere determinati significati, ed è soltanto quando siamo permeati da un atteggiamento di fiducia che le cose e le persone intorno a noi si svelano nella loro autentica ricchezza e bellezza. (..) Cosa farà una mamma al suo bambino malato? Lo prenderà in braccio, lo accarezzerà, gli soffierà o strofinerà con la saliva la parte dolorante, e intanto gli parlerà dolcemente: in altre parole rende più forte il contatto col bambino, lo rassicura con i suoi gesti comunicandogli di essere protetto e al sicuro e, mentre ogni dolore porta all’isolamento, la mamma mostra al bimbo che lui non è solo.”[2] Analogo è il comportamento di Gesù nella guarigione del cieco, in cui sono narrati alcuni dettagli significativi. Dopo averlo portato fuori dal villaggio, lontano da sguardi indiscreti, gli massaggia gli occhi con la saliva e lo guarisce in due riprese, dato che in un primo tempo vedeva solo confusamente. Se ci lasciamo toccare ripetutamente gli occhi da Gesù e dalla fede, anche noi potremo completare il percorso educativo che risanerà la nostra cecità.



[1] B. Maggioni, Il racconto di Marco, Cittadella, Assisi 1985, pagg. 115-118.

[2] E. Drewermann, Il Vangelo di Marco, immagini di redenzione, Queriniana, Brescia 1994, pagg. 190-193.

Per la riflessione:

-miracolo della condivisione;

-Gesù non tiene conto dell’appartenenza religiosa;

-condivisione con i poveri del terzo mondo;

-percorso educativo per risanare la cecità;

-cecità orgogliosa dei farisei.


agosto 17, 2008

7,1-37 RISCHIARE NELLA FEDE

Le abitudini invalse, il pedissequo adempimento di un precetto o il timore di essere criticati dalla gente: queste sono spesso le motivazione di certi nostri comportamenti, come la frequenza alla messa domenicale. Si tratta di motivazioni esterne, formali, che non prorompono da una convinzione interiore. Gesù si scagliava contro questi atteggiamenti, con accuse pesanti: definiva ipocrita questo popolo che mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me (7,6). Anche certe abitudini o tradizioni sono pesantemente condannate: possono rendere vana la parola di Dio, come nel caso in cui un’offerta di denaro consentiva di eludere il precetto di onorare i genitori anziani e bisognosi.

Desacralizzare. Un altro atteggiamento condannato da Gesù consiste nell’attribuire valore sacrale a oggetti o gesti esteriori. Così, ad es., ci si illude di raggiungere la purezza attraverso il lavaggio delle mani o di certe stoviglie. L’appello di Gesù è molto chiaro: Non c’è nulla fuori dell’uomo che entrando in lui possa contaminarlo (7,15). È un netto richiamo alla positività del creato, ben evidenziato già nel racconto della creazione, all’inizio del libro della Genesi, dove tutto è definito cosa buona. Il racconto culmina con la creazione dell’uomo, definito cosa molto buona. In seguito l’uomo ha sempre cercato di togliersi la responsabilità del male, attribuendolo ad altri oppure “oggettivandolo” in cose esteriori. Ma Gesù richiama fortemente alla responsabilità personale di ciascuno di noi, smascherando i nostri alibi e in primo luogo la distinzione tra sacro e profano, puro e impuro. “Non ci si purifica dalla vita quotidiana per incontrare Dio altrove: ci si deve purificare dal peccato che portiamo dentro di noi.”[1]

Grande importanza ecumenica hanno queste indicazioni evangeliche: prima del male, che ci divide, va ricercato il bene che c’è nelle cose e negli uomini, e ci unisce. Le abitudini e le tradizioni, che derivano dagli uomini, e non coincidono con la Tradizione, che deriva da Dio, costituiscono altrettante barriere tra gli uomini e tra le chiese; vanno pertanto abbattute: va ricercata l’essenza della fede, non le sue espressioni umane. Questo viene ribadito poco oltre, nell’episodio della donna pagana, esaudita perché ha manifestato fede in Gesù (7,24-30): la fede al di sopra delle barriere etniche o religiose; cioè l’abolizione di ogni divisione tra gli uomini, che si aggiunge a quella tra sacro e profano, puro e impuro.[2] Ma perché il vangelo di Marco accosta la condanna delle abitudini conservatrici e del formalismo farisaico con l’esaltazione di una fede coraggiosa e la positività dell’uomo e del creato? Si può scorgervi un chiaro intento educativo: Marco vuole istillarci un senso critico nei confronti delle tradizioni e delle leggi, per porre in luce quanto di esse contraddice con la fede e l’amore; per smascherare il rigorismo minuzioso e la cavillosità delle interpretazioni leguleiche, le quali avvantaggiano furbi e ricchi contro le persone semplici; soprattutto per smascherare il pericolo di riporre “fiducia nelle proprie osservanze anziché nell’amore di Dio che gratuitamente ci raggiunge.”[3] Per educarci dobbiamo esercitare attivamente la nostra responsabilità, non attenerci pigramente a norme o tradizioni umane. È necessario affrontare un rischio: il rischio della fede, di affidarci a Lui e non al potere degli uomini.

Un’applicazione di stretta attualità può essere il problema della guerra e della violenza. La mancanza di coraggio, il conservatorismo abitudinario, le interpretazioni leguleiche (con i “se” e con i “ma”) possono spiegare un fatto quasi incredibile: che per quasi due millenni i seguaci di Cristo abbiano benedetto le armi ed esaltato la “missione” di morte degli eserciti. Ciò in evidente contraddizione con il chiarissimo rifiuto della violenza espressa nell’evangelo (…offri l’altra guancia; chi di spada ferisce…). Oggi si può notare con gioia la nascita di un profetico senso critico di molte chiese nei confronti delle guerre e della violenza, così come lo sforzo di comprendere le cause reali e psichiche da cui ha preso origine l’abominio delle guerre di religione.


[1] B. Maggioni, Il racconto di Marco, Cittadella, Assisi 1985, pag. 106.

[2] ivi

[3] ivi, pag. 108.

Per la riflessione:

-desacralizzare;

-positività del creato;

-richiamo alla responsabilità personale;

-puro e impuro;

-ricercare il bene, che ci unisce;

-fede al di sopra delle barriere;

-intento educativo: senso critico verso tradizioni e leggi;

-rischio della fede.


« Newer PostsOlder Posts »

Blog su WordPress.com.