Brianzecum

marzo 4, 2009

ESISTE ANCORA LA NATURA?*

UTILITÀ E AMBIGUITÀ DI UN’ANTICA IDEA

La crescita delle informazioni, delle conoscenze, del pensiero, in breve, della cultura e del progresso, spinge molti a ritenere ormai inesistente, o comunque inutile, il richiamo alla natura. L’idea di natura è infatti assai complesso e mutevole, così da dar adito a interpretazioni divergenti, ambigue, contraddittorie. Anche in ambiti assai qualificati e autorevoli, come la Pontificia accademia delle scienze, si è ben lungi dal registrare in proposito convergenze di pareri.[1] Tuttavia, sia in diversi rami delle discipline scientifiche e umanistiche, sia nella pratica quotidiana di ciascuno di noi, l’idea di natura sembra assai feconda, utile per progredire. Si tratta, evidentemente, di definire limiti e ambiti di applicazione. Possiamo cominciare con alcuni esempi concreti.

In economia il ricorso alla natura fu attuato nei secoli 18° e 19° dai primi economisti, detti classici, proprio allo scopo di dare una veste scientifica a quella che in precedenza era considerata una branca della filosofia o della morale: i rapporti dell’uomo con le cose e i bisogni. La riflessione sistematica su questi temi, che risale all’età antica, dava largo spazio alla volontà dell’uomo e non pensava che questa potesse essere intaccata da un ordine economico naturale sovrastante. Oggi, anche se la prevalenza degli economisti si ispira ancora all’ordine naturale dei classici, pur con significative varianti (corrente neo classica), non mancano agguerrite correnti neo volontaristiche, secondo le quali si riconosce la capacità della volontà umana di realizzare un ordine economico razionale non previsto né imposto dalla natura, pur non nascondendo “certe resistenze naturali che limitano l’arbitrio umano.”[2]

Ed ecco alcuni temi portati avanti dagli economisti classici. Parlarono ad es. di salario di sussistenza, al di sotto del quale i salariati morirebbero di fame, come livello normale o naturale in un’economia di mercato. Se infatti le remunerazioni degli operai salissero al di sopra di quel livello, essi avrebbero avuto più figli e, nel lungo periodo, sarebbe aumentata l’offerta di salariati, spingendo in basso il loro prezzo, cioè il salario. Analogamente i classici hanno indicato nel costo di produzione il livello “naturale” del prezzo dei beni prodotti. A differenza della rozzezza e inumanità della precedente idea di salario di sussistenza, sarebbe bene riscoprire e rivalutare quest’ultima idea della tendenziale uguaglianza tra prezzo e costo di produzione. Oggi infatti molti prodotti tecnologici, avendo un alto contenuto immateriale, si prestano a speculazioni e scambi ineguali col mondo povero, se si prescinde dal costo di produzione, come vorrebbero le teorie neo classiche. Un ultimo esempio può essere tratto dall’idea neo classica di saggio di disoccupazione naturale, quella che consentirebbe di evitare l’inflazione. Poiché ci sono le possibilità tecnico economiche di eliminare completamente la disoccupazione, poiché questa è un danno gravissimo a livello umano, prima ancora che economico, va respinta radicalmente questa idea di disoccupazione naturale: accettarla significherebbe porre l’uomo al servizio dell’economia, anziché viceversa. In ogni caso va sottolineato che non si può applicare l’idea obbligante di natura alle istituzioni umane (lo sono, ad es. mercato e capitalismo), dato che in esse la volontà dell’uomo è prevalente; al contrario deve essere impegno di tutti lo sforzo per migliorare qualità, umanità ed efficacia delle istituzioni stesse.

In svariati campi anche di interesse quotidiano è stata applicata l’idea di natura, talvolta proficuamente, talaltra meno. Sull’idea di famiglia, ad es. gli antropologi hanno trovato una varietà di modelli che rende arduo ritenere “naturale” il modello prevalente da noi, costituito da un uomo, una donna e i loro figli. In certi popoli tribali ad es. scompare il padre naturale e le sue funzioni verso i figli sono sostituite dal fratello della madre o altre figure. Da noi in questo campo abbiamo assistito nella pratica degli ultimi decenni al passaggio dalla sottolineatura dell’istituzione matrimoniale come vincolo esterno civile o religioso, alla sottolineatura di quella che può essere considerata la natura del matrimonio: l’amore tra i coniugi. Si tratta di partire dalle persone anziché dalle istituzioni. In questo caso oggi forse andrebbe rivalutato anche il valore della istituzione perché la dialettica natura-istituzione è di solito feconda e consente progressi reali. Al di fuori della famiglia si potrebbero ricordare i progressi resi possibili dall’idea che esistono diritti naturali dell’uomo (dichiarazioni universali, diritto costituzionale..), oppure, in tutt’altro settore, l’alterazione degli equilibri climatici planetari conseguenti al mancato rispetto della natura morfologica del pianeta, che ha impiegato miliardi di anni per sottrarre dall’atmosfera quei gas serra che oggi noi vi rigettiamo spensieratamente, nel giro di pochi decenni, bruciando i fossili.

Nel campo della salute può essere portato un ultimo importante esempio della fecondità del tema della natura. Un enorme vantaggio si potrebbe ottenere se, anziché curare le singole malattie una volta manifestatesi, si riuscisse a potenziare le difese immunologiche “naturali” nei confronti delle diverse aggressioni esterne, di cui ogni organismo è dotato fin dall’origine. Questo potenziamento, del resto, è già implicito nello stesso concetto di salute elaborato dall’OMS, come “stato di completo benessere fisico, psichico e sociale” e non semplice assenza di patologie. Si può ritenere che le medicine usuali non operino nel senso del potenziamento delle difese generiche naturali, ma spesso le deprimano: così che, dopo la guarigione grazie ad es. agli antibiotici, si può cadere in altre malattie. Se è vero che, sul piano fisico, il potenziamento delle difese passa principalmente dalla flora batterica (detta eubiotica) che alberga nell’organismo, in particolare nell’intestino, è ovvio che il fattore principale della salute vada ricercato in ciò che più influenza la flora intestinale stessa, cioè la quantità e qualità dell’alimentazione. Senza dimenticare peraltro il fondamentale fattore psichico, nonché – ciò che riassume tutto – la qualità della vita. A tal fine può servire non solo l’osservazione della natura (ad es. l’approfondimento della anatomia comparata tra uomini e animali in relazione al cibo, la non naturalità di molte sostanze che il mondo moderno ci propina), ma anche la saggezza delle diverse tradizioni alimentari, createsi nel corso dei secoli, quando le conoscenze scientifiche erano assai meno progredite di oggi e la conservazione della salute era spesso questione di vita o di morte.

In definitiva questi fugaci esempi mostrano quanto spesso l’osservazione della natura non vada disgiunta da saggezza, tradizione, buon senso. Questi costituiscono l’altra polarità da cui il progresso e il pensiero teorico non devono prescindere se vogliono essere efficaci e favorevoli all’uomo. Se oggi costatiamo macroscopiche incongruenze nello sviluppo economico e scientifico, come quelle sopra accennate (squilibri economici, effetto serra, diffusione delle malattie del benessere nel mondo ricco, della fame altrove..) è forse proprio perché è stata dimenticata quella polarità da parte della scienza, ma anche dei nostri comportamenti quotidiani – guidati dalla pubblicità più che dalla saggezza e dall’osservazione della natura. Siamo abbagliati dal progresso e trascuriamo la crescita umana, dalla scienza anziché dalla saggezza. Il progresso è diventato forse la più potente delle ideologie nascoste – se non addirittura un’idolatria – e va compensato con la polarità di natura e tradizione.

*Da un incontro familiare con la partecipazione di economisti (Pasinetti, Brenna, Frey, Reati), don Alberto Sacco, imprenditori (Gavazzi), giuristi (Bellavite) il 30-8-08 in casa De Carlini.


[1] Changing concepts of nature at the turn of the millennium. Plenary Session, 26-29 October 1998, Vatican   City, 2000, pp. 340.
[2] A. Fanfani, Storia delle dottrine economiche, in: Dizionario di economia politica, Ed. di Comunità, Milano 1956, pag. 1623.

Per riflettere:

-ambiguità dell’idea di natura anche campo filosofico e scientifico;

-in economia potrebbe essere utilmente recuperata nella teoria del valore;

-ma non per avallare il liberismo o la disoccupazione;

-in antropologia non esiste un modello univoco di famiglia;

-la dialettica natura-istituzione è feconda;

-il riconoscimento dei diritti naturali dell’uomo sono un grosso progresso dell’umanità;

-nel campo della salute riscoprire la natura potrebbe apportare vantaggi impensabili;

-saggezza delle tradizioni alimentari;

-natura e tradizione per vincere le ideologie nascoste.



febbraio 10, 2009

LA DEMOCRAZIA NON SI EREDITA

OVUNQUE DEVE ESSERE RICONQUISTATA CON L’EDUCAZIONE

Così, perché sei tiepido e non sei né freddo né fervente io ti vomiterò dalla mia bocca. (Apocalisse 3,16)

Stanno aumentando dubbi e perplessità sulla validità della nostra democrazia: ci si rende conto che essa è sempre più svuotata di significato dall’interno, che il potere, in realtà, risiede altrove. Cerchiamo di risalire ad alcune vicende storiche, per riflettere sui motivi profondi di questa insoddisfazione verso il sistema democratico. “Per la prima volta nella storia dell’umanità, dopo la sconfitta delle dittature totalitarie di destra nella seconda guerra mondiale, la democrazia riceveva il riconoscimento di unica definizione ideale di tutti i sistemi di organizzazione politica e sociale”[1]. In precedenza, nel corso della storia, l’orientamento generale è stato ben diverso. Più che un modello da imitare, la democrazia veniva spesso considerata una disgrazia da scongiurare. Il motivo sta essenzialmente nelle derive demagogiche e populistiche, di cui sono facile preda le masse impreparate. Già Platone riteneva che la democrazia è il regime in cui il popolo ama essere adulato piuttosto che educato: “un tal governo – scriveva – non si dà alcun pensiero di quegli studi a cui bisogna attendere per prepararsi alla vita politica, ma onora chiunque, per poco che si professi amico del popolo”[2]. Aristotele considerava la democrazia una degenerazione della politìa (governo di molti), così come l’oligarchia una degenerazione dell’aristocrazia (governo dei migliori) e il dispotismo degenerazione della monarchia (di uno solo). Anche nell’antichità si preferiva una pluralità di persone, specie allorché si trattava di dare giudizi: tipico era il caso dei magistrati dell’antica Roma che operavano sempre in due, con perfetta parità e reciproco diritto di veto, secondo il principio di collegialità.

La monarchia, o meglio il principio gerarchico che la precede, era invece una scelta quasi obbligata nell’antichità, ai tempi della guerra con frecce e spade: era necessario un criterio immediato e automatico per garantire unità di comando all’esercito nel caso di uccisione del capo. Era necessaria una gerarchia chiara e indiscutibile nel comando. Poiché la guerra era l’evento più significativo e rilevante, l’organizzazione gerarchica, che quella richiedeva, ha caratterizzato l’intera società, anche per aspetti senza alcuna attinenza con la guerra. Nel campo religioso, ad es., si è imposta l’organizzazione monarchica, anche se nella chiesa delle origini due erano i capi visibili e universalmente riconosciuti: Pietro e Paolo. Il primo per diretta indicazione del Maestro, il secondo per una chiamata mistica dello stesso Maestro. Anche i monasteri si organizzarono in modo strettamente gerarchico, perseguendo un modello teologico di superiorità di Dio padre; così pure nella famiglia la superiorità del maschio capo famiglia, e così via. Il più significativo sforzo di mettere in discussione questo schema gerarchico è probabilmente quello di s. Francesco, che volle la rotazione delle gerarchie, valorizzando lo schema orizzontale della fraternità. Spalancava così le porte della modernità alla chiesa. Ma, come spesso capita per i profeti, Francesco fu messo sugli altari, ma la sua innovazione fu poco ascoltata e meno ancora praticata. Nei tempi recenti il concilio Vaticano II ha stabilito il criterio della collegialità come quello da seguire per il rinnovamento della chiesa, ma questa è stata forse la più disattesa tra le innovazioni conciliari.

Responsabilità.  Se ci domandiamo il perché di questa situazione, potremmo avanzare l’ipotesi che è forse più comodo delegare ad altri che non assumersi responsabilità in prima persona. Forse è proprio vero che “ci sono persone per le quali il principio di fedeltà all’autorità è la cosa più importante, anche della luce della coscienza, e se la Chiesa gerarchica dice che una cosa è nera, essi, come voleva Ignazio di Loyola, dicono che è nera, anche se la vedono bianca. Si tratta di un atteggiamento anche riscontrabile altrove, per es. in politica, dove pure vi sono parrocchie, dogmi, autorità”[3]. È evidente che la prima condizione della democrazia è l’esistenza di persone che abbiano voglia e capacità di assumersi responsabilità. Qui potrebbe verificarsi un “circolo vizioso”: chi è abituato a dipendere dall’autorità non ha stimoli per assumersi responsabilità. Ma in questo caso è molto evidente il principio base dell’educazione attiva: si impara facendo, non solo ascoltando. Se non si esercita la responsabilità non si impara ad esercitarla. È necessario, da parte di chi dirige, la disponibilità a cedere parte del potere perché si possano formare coloro che dovranno prendere il loro posto. Questo dovrebbe diventare un atteggiamento diffuso, normale, non una lotta all’insegna di “mors tua vita mea”. Di più, si potrebbe affermare che oggi compito di una scuola al passo coi tempi è quello di insegnare a scrivere, far di conto e.. assumersi le responsabilità pubbliche ai vari livelli.

Nanificazione mentale.  Veniamo così, in conclusione, a delineare alcuni tratti delle vie che può oggi seguire il potere per evitare la democrazia, ovvero come si manifesta oggi la demagogia e il populismo, che ancora la insidiano, come nei tempi antichi. Infatti, se il livello medio culturale si eleva, gli strumenti a disposizione del potere si raffinano ancor di più. Oggi possiamo assistere ad una sconfitta radicale dei sindacati e delle forze di lavoro grazie alla globalizzazione e finanziarizzazione dell’economia. Sotto la minaccia della disoccupazione e della precarietà, le sinistre sono ricattabili in qualunque momento, i giovani si possono scordare del diritto al lavoro, conquistato dai loro padri o nonni: se lo dovranno riconquistare, ad es. combattendo la speculazione, le mafie, i privilegi, la corruzione. Forse ancor più preoccupante è quanto avviene attraverso l’uso capillare dei mass media e la spettacolarizzazione della vita pubblica. Grazie a ciò è possibile operare una vera e propria nanificazione delle menti. La complessità e il pluralismo, sempre crescenti nella società, oltre ad interventi talvolta impropri da parte di autorità non politiche, tendono ad aumentare la confusione. Si manifesta una disperata esigenza di semplificazione da parte della gente comune. A questa esigenza la risposta del potere è spesso criminale: risponde con una sovra semplificazione della realtà e la traduce in spot o slogan pubblicitari (fannulloni, immigrati, prostitute..). Questi vengono recepiti soprattutto dagli strati più regressi della popolazione, i quali sono giocati contro quelli più evoluti e critici. Questo gioco è forse la “nuova frontiera” della demagogia e del populismo nell’era post industriale. Ma non è chi non veda il rischio di una nuova forma di totalitarismo, pur restando nell’ambito di una democrazia formale. Il vero antidoto sarebbe l’educazione, ma non sembra questa tra le priorità governative reali.


[1] G. Zagrebelsky, Imparare la democrazia, La biblioteca di Repubblica, Gruppo ed. L’espresso, Roma 2005, pag.17.

[2] Repubblica, libro VIII (Platone, Tutte le opere, a cura di G. Pugliese Caratelli, Firenze, Sansoni, pag.1047).

[3] Vito Mancuso, L’anima e il suo destino, ed. Cortina, Milano 2007, pag. 314.

Per riflettere:

-democrazia, disgrazia da scongiurare, per gli antichi;

-derive demagogiche e populistiche;

-i giudici romani operavano in due, secondo il principio di collegialità;

-principio gerarchico necessario nelle guerre antiche;

-è più comodo eseguire gli ordini o assumersi responsabilità?

-la scuola dovrebbe insegnare ad assumersi responsabilità ai vari livelli;

-speculazione e mafie tolgono posti di lavoro;

-nanificazione delle menti grazie alla tv;

-all’esigenza di semplificazione si risponde con spot pubblicitari;

-recepiti dagli strati più regressi della popolazione;

-giocati contro quelli più evoluti e critici.

febbraio 6, 2009

UN DIO CHE SOFFRE?

Cristiani e pagani

poesia di Dietrich Bonhoeffer commentata da Fulvio Ferrario (1)

Uomini vanno a Dio nella loro distretta

Piangono per aiuto, chiedono felicità e pane,

salvezza da malattia, colpa e morte.

Così fanno tutti, tutti, cristiani e pagani.


Uomini vanno a Dio nella Sua distretta,

lo trovano povero, oltraggiato, senza tetto né pane,

lo vedono consunto da peccato, debolezza e morte.

I cristiani stanno accanto a Dio nella sua sofferenza.


Dio va a tutti gli uomini nella loro tribolazione,

sazia il corpo e l’anima del suo pane,

muore in croce per cristiani e pagani

e a questi e a quelli perdona.

Commento

prima strofa: tutti chiedono alla divinità potente

Bonhoeffer parte da un’esperienza umana fondamentale, la ricerca di consolazione e rifugio in Dio. Che tale esperienza non coincida affatto con quanto la Bibbia chiama fede, il teologo tedesco l’ha già abbondantemente messo in luce nelle sue precedenti lettere dal carcere. Per molti aspetti tale esperienza appartiene all’ambito della «religione», con cui Bonhoeffer intende le sovrastrutture umane (riti, pratiche, devozioni..) che di solito accompagnano (e spesso seppelliscono) la fede. In questa «religione», Dio diventa l’estremo rifugio, svolgendo un ruolo di «tappabuchi» [sopperisce cioè alle nostre necessità e bisogni là dove le spiegazioni scientifiche o le capacità autonome dell’uomo vengano a mancare].

Nell’«andare a Dio» è inclusa, dunque, questa ricerca di una consolazione religiosa ritenuta culturalmente superata e spiritualmente delegittimata. Non solo, egli ritiene che anche l’essere umano «adulto» [secolarizzato], in una forma o nell’altra, in un’occasione o nell’altra, «vada a Dio» alla ricerca di aiuto, felicità, pane, guarigione, salvezza. In questo rivolgersi a Dio, cristiani e non-cristiani [pagani] non si distinguono, la loro distretta [ristrettezza, bisogno] li accomuna e si esprime nel grido rivolto verso il Cielo. Nemmeno l’età adulta del mondo moderno va dunque considerata una forma massiccia e senza sfumature. Anche il “paganesimo” moderno porta in sé un resto di religione: Bonhoeffer, qui si mostra attento anche a tale sopravvivenza. Il passaggio decisivo che distingue cristiani e non-cristiani avviene dopo, nella

seconda strofa: il Dio dei cristiani si fa “debole e sofferente” perché è amore

Parlare di una «distretta» di Dio e della sua sofferenza costituisce, per tutte le tradizioni religiose, un fatto piuttosto inusuale. Per Bonhoeffer, l’affermazione che Dio soffre, e precisamente soffre per amore, discende direttamente da una “teologia della croce”, già presente nel Nuovo Testamento (Filippesi 2,6-8). La lunga, consolidata consuetudine teoretica e spirituale con la metafisica greca, a pensare e credere Dio come «impassibile», ha invece plasmato la fede della chiesa in modo purtroppo decisivo. Ma il Dio impassibile, letteralmente incapace di soffrire, della metafisica tradizionale non è compatibile con la parola della croce. È necessario pensare Dio in termini diversi: lasciare che sia la storia di Gesù a insegnarci a pensare anche la natura di Dio. Ciò non significa respingere l’apporto che la filosofia, compresa quella greca, può offrire al discorso teologico: esso però deve essere disciplinato dalla parola biblica e plasmato, modellato dalla sua forza.

L’amore ha una sua caratteristica debolezza, quella di chi si offre senza imporsi e che accetta di soffrire e anche di morire piuttosto che rinunciare a essere sé stesso. Un tale amore, che anche l’esperienza umana conosce, seppure in termini sempre ambigui e contraddittori, è rivelato nella croce di Gesù come il volto, l’identità, l’essenza intima di Dio. La teologia odierna deve moltissimo a questa intuizione di Bonhoeffer. A essa si ricollega l’odierno rilancio della teologia trinitaria: l’amore di Dio rivelato nella croce di Gesù Cristo può essere teologicamente compreso solo nel quadro di una riflessione sull’identità e sulla vita relazionale di Dio stesso nella sua eternità. In questa prospettiva, il dogma trinitario si rivela del tutto in linea col pensiero biblico: piuttosto, esso è l’espressione teologica consapevole di quanto appare in Gesù.

Riassumendo: l’anima religiosa dell’essere umano si scontra con il Dio rivelato nella croce di Gesù Cristo. Cristo crocifisso pone fine alla «religione» in termini più radicali dello stesso processo di emancipazione culturale che conduce l’uomo all’età adulta. Il passo nel quale Bonhoeffer descrive succintamente l’itinerario che conduce all’«età adulta» è in una sua lettera del 16 luglio 1944: lo sviluppo della filosofia moderna e l’irruzione della scienza sottraggono «spazio» a Dio. Di conseguenza, si verifica l’esigenza di «vivere nel mondo come se il Dio [della religione] non ci fosse». Il processo verso l’età adulta impone però di pensare Dio in termini teologicamente responsabili, cioè a partire dalla croce di Gesù.

La rivelazione in Gesù spiazza le attese della religione, tanto “cristiana” quanto dei non cristiani, presentando un Dio diverso, che «si lascia scacciare» dal mondo. Lasciandosi scacciare, sulla croce, Dio costituisce e precisa il proprio rapporto con l’essere umano, manifestando nella debolezza la propria potenza. È di fronte a tale rivelazione che la fede cristiana si separa dalla religione, così come si è espressa nelle varie tradizioni, compresa quella cristiana. I cristiani stanno accanto a Dio nella sua sofferenza: Bonhoeffer stesso, nella lettera del 18 luglio 1944, offre l’interpretazione autentica di questo verso: la prassi cristiana non consiste in prestazioni o devozioni religiose, comunque intese, bensì nella partecipazione alla sofferenza di Dio nel mondo.

terza strofa: Dio risponde e perdona tutti

La fede che vive nel mondo consiste in quella che è stata definita «l’azione responsabile». E’ dato “fare e osare non una cosa qualsiasi, ma il giusto”, a patto che si sappia che la “giustizia” dell’azione non riposa in sé stessa, ma nello sguardo perdonante di Dio. La giustificazione dell’agire responsabile è dunque affidata unicamente al perdono di Dio, non può esistere alcuna forma di autogiustificazione. Come cristiani e non-cristiani implorano insieme l’aiuto di Dio, così essi vengono raggiunti, al di là di tutto quanto li distingue, dall’evento della grazia. Bonhoeffer intende sottolineare che il mondo (e proprio il mondo corrotto e attraversato dalla tragedia) è investito dalla grazia di Dio. Dove la religione istituisce barriere, la grazia le supera, creando, mediante il perdono, l’embrione terreno, storico e mondano, della nuova umanità. Alla luce di questo evento, realmente ultimo, la nostra vita nel mondo appare in una luce completamente diversa, perché investita del concreto annuncio del perdono di Dio che, in Cristo, trascende anche i confini della chiesa.

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(1) docente di sistematica alla Facoltà valdese di teologia, Roma. Il commento completo, reperibile in: “Protestantesimo” n. 3/2006, è stato qui ridotto a cura di Gigi Ranzani (ranzani@alice.it) e discusso in un incontro del Gruppo ecumenico della Brianza meratese del novembre 2007. La poesia esprime profonde intuizioni teologiche su ciò che accomuna e differenzia i cristiani da tutti gli altri credenti; è stata scritta in carcere da D. Bonhoeffer, pastore luterano della Chiesa evangelica tedesca, imprigionato nel 1943 per aver preso parte al complotto guidato dall’ammiraglio Canaris per uccidere il Fuhrer; venne impiccato nell’aprile 1945 su ordine diretto di Hitler.

febbraio 3, 2009

gennaio 27, 2009

BASI TEORICHE PER UNA RIVALUTAZIONE DELLA NATURA?

SOTTOPOSTA A UN PRINCIPIO ORDINATORE IMPERSONALE

La tesi suggestiva di un giovane teologo e filosofo, Vito Mancuso, in un recente libro di successo[1], è che all’interno della natura (intesa nel senso dinamico originario, che fa nascere: infatti natura è contrazione di nascitura) Dio agisce “solo mediante un impersonale Principio Ordinatore che procede da lui nell’atto della creazione del mondo. Tale Principio è ciò che pone in ordine l’energia caotica in cui la natura inizialmente consiste. (..) A livello umano l’energia informe si chiama libertà e il Principio Ordinatore si chiama sapienza: l’intera vicenda umana consiste nell’ordinamento della libertà informe secondo la forma disciplinata e stabile della sapienza. Questo vale tanto per l’umanità nel suo insieme quanto per il singolo. (..) La sapienza, ben prima di essere una proprietà della mente umana, è la proprietà della natura e anzi può giungere a essere una proprietà della mente umana solo perché prima appartiene alla natura, di cui la mente umana è il risultato più alto” (pp. 303-304). L’idea che la sapienza è una proprietà della natura ribalta una tradizione millenaria secondo la quale si chiedeva agli uomini di prendere le distanze dalla natura, specie da quella inferiore (l’animalità), al fine di potersi elevare verso lo spirito. Secondo questa nuova proposta invece la natura potrebbe avere un importante ruolo normativo; pertanto sarebbe vantaggioso per l’uomo ricercare le leggi intrinseche alla natura e conformarsi ad esse.

Libertà. Sono interessanti anche le conseguenze deducibili da questa impostazione. “Il Dio trascendente e personale dà origine all’energia in cui il mondo materialmente consiste tramite l’impersonale Principio Ordinatore e poi, per suo tramite, solo per suo tramite, le dà forma. Tale ordinamento divino dell’energia ha un fine preciso: la nascita della libertà. Per questo il principio divino alla guida del mondo assume il volto dell’impersonalità. Se ci fosse un Supremo Ente personale alla guida del mondo (..) la libertà non potrebbe nascere. E infatti, non è nata in quelle coscienze che pensano il mondo supremamente governato dall’alto, di cui i fondamentalisti presenti in ogni religione sono la forma più emblematica. Non è certo un caso che chi pensa il mondo come governato inderogabilmente dall’alto generi sistemi politici in cui il potere (autoritario) discende inderogabilmente dall’alto” (pp. 304-305). “Ci sono persone per le quali il principio di fedeltà all’autorità è la cosa più importante, anche della luce della coscienza, e se la Chiesa gerarchica dice che una cosa è nera, essi, come voleva Ignazio di Loyola, dicono che è nera, anche se la vedono bianca. Si tratta di un atteggiamento anche riscontrabile altrove, per es. in politica, dove pure vi sono parrocchie, dogmi, autorità. C’è un bisogno di appartenenza dell’anima umana che spesso è più forte dell’esigenza di verità” (p. 314). Un’altra conseguenza è la conformità alla ragione – qualità intrinseca della natura umana – di ogni credenza che si accetta per fede, secondo un concetto che risale a S. Tommaso e Aristotele: porre “nei principi noti in base alla natura il criterio con cui leggere e vagliare la rivelazione storica, e non viceversa” (p. 312).

Evoluzione. Mancuso, come si sarà già capito, sostiene la visione evoluzionistica ereditata da Teilhard de Chardin. La sapienza cosmica, principio impersonale che governa il mondo, si manifesta nella crescita dell’ordine, della informazione, della complessità. L’impersonalità comporta che questa crescita avvenga spesso a spese del dolore dei singoli (sciagure naturali, malattie genetiche..). “Queste cose e molte altre ancora dimostrano che il mondo non è un disegno concluso, ma è un processo che si va in ogni minuto costruendo” (p. 309). Non c’è un settimo giorno in cui si possa considerare conclusa la creazione, come dice letteralmente la Bibbia. Questa cessazione va intesa, secondo Mancuso, come “il distacco tra il Dio personale trascendente che ha portato a termine il suo lavoro, e il processo evolutivo del mondo che non è per nulla terminato e che viene affidato all’impersonale sapienza cosmica quale Principio Ordinatore. È questo il volto con cui il Dio personale ed eterno si rende presente nel tempo. (..) Ancora oggi però per molti cattolici la forma abituale e naturale del pensare è rimasta l’altra: che il mondo è già costruito e che si tratta solo di conservarne intatta la natura” (p. 310).

In definitiva, se si esce dalla logica tradizionale e si recepisce questa prospettiva evoluzionistica, ecco che si delineano per l’uomo molteplici nuovi impegni: appellarsi alla razionalità e alla ricerca piuttosto che al principio di autorità, favorire l’evoluzione del mondo ai diversi livelli: educativi, politici, mediatici.., allargare la sfera delle libertà, ricercare la sapienza anche nella natura e sforzarsi per conformarvisi. Quest’ultimo obiettivo sembra particolarmente promettente nel campo della salute, dell’agricoltura, dell’alimentazione, forse anche dello sport, gli ambiti cioè che più hanno a che fare con gli equilibri naturali.


[1] Vito Mancuso, L’anima e il suo destino, ed. Cortina, Milano 2007.

Per riflettere:

-la vicenda umana consiste nell’ordinamento della libertà informe secondo la forma della sapienza;

-sapienza è proprietà della natura prima che dell’uomo;

-è vantaggioso ricercare le leggi della natura e conformarsi ad esse;

-la natura è regolata da un Principio ordinatore impersonale, che consente la libertà;

-chi pensa il mondo governato dall’alto genera sistemi politici autoritari, senza libertà;

-il bisogno di appartenenza è spesso più forte dell’esigenza di verità;

-il mondo non è un disegno concluso ma un processo che si va costruendo;

-nuovi compiti che si aprono con la prospettiva evoluzionistica.


gennaio 4, 2009

LA CHIESA DELL’ORIGINE AVEVA DUE PAPI*

Paolo è stato il primo autore del Nuovo testamento: le sue prime lettere datano attorno al 50, una ventina d’anni dopo la morte di Gesù, mentre il primo vangelo, quello di Marco, segue forse di un altro ventennio. Ma gli scritti di Paolo non godono della fama e della popolarità dei vangeli: nella storia sono stati riscoperti soprattutto nei momenti difficili e controversi. Nel 5° secolo Agostino si avvalse degli scritti di Paolo per contestare a Pelagio l’affermazione che l’uomo si possa salvare da solo, con la potenza della volontà, senza la grazia di Dio. Più tardi, nel 16° secolo, Martin Lutero, di fronte a una chiesa che si poneva come elargitrice di salvezza a pagamento, con la pratica delle indulgenze, scopre in Paolo la sola fide, la infinita misericordia e gratuità di Dio, che non richiede un prezzo per i suoi doni. Ancora la sola fide paolina servirà al più grande teologo del ‘900, Karl Barth, per contestare la pretesa della teologia liberale di poter arrivare a Dio attraverso un’esperienza che viene dalla natura. Rivendica invece la discontinuità con la natura e la totale alterità del divino. Infine ai nostri giorni si sta pure assistendo a una fioritura di studi su Paolo, forse stimolati dai fermenti contrastanti che agitano il mondo attuale: accentuarsi delle ingiustizie, pericoli bellici, terroristici, ambientali, ostacoli al processo ecumenico, mancanza di aperture universalistiche..

Le critiche a Paolo sono in gran parte dovute a pregiudizi. Lo si è accusato di essere misogino, ad esempio. Tenendo conto della mentalità del tempo si possono comprendere certe affermazioni poco esaltanti nei confronti delle donne. Nella realtà dei fatti storici si può invece notare che Paolo nelle comunità da lui fondate ha dato spazio alle donne, anche nelle funzioni liturgiche, specie a Corinto. Un’altra critica riguarda la complessità del suo pensiero. Gesù parlava in modo semplice, con parabole, immagini.. Paolo invece con le sue sistematizzazioni teologiche avrebbe tolto la freschezza del vangelo. Ma gli approfondimenti sono sempre utili e necessari, anche se costano fatica. Un’ultima critica riguarda l’antigiudaismo di Paolo, che potrebbe nei secoli essere stato una causa lontana della Shoah. Ma l’antigiudaismo del giudeo Paolo è solo apparente, è una reazione alla grettezza dei suoi concittadini, alla chiusura di fronte alla grande novità dell’universalismo evangelico. Le radici della Shoah vanno ricercate più vicino a noi: alle deleghe che volentieri concediamo senza partecipazione e controllo, alla demagogia e al populismo verso cui non riusciamo a esercitare il necessario spirito critico..

Paolo mette il dito nella piaga, vuole abbattere le barriere che separano i giudei dai pagani, cioè da tutti gli altri uomini. Testimonia che a questa missione è stato chiamato direttamente dal Signore Gesù: non ha bisogno di investiture da parte di nessun altro uomo. Ha fatto un’esperienza mistica che lo ha messo in diretto contatto con la divinità, e questo basta per conferirgli l’autorità. Afferma che i pagani hanno una corsia preferenziale per entrare nell’alleanza: la fede. Abramo è padre di tutta l’umanità perché ha avuto fede. Fede che può manifestarsi anche come semplice fiducia: di avere un figlio da una moglie vecchia e sterile; poi di sacrificare il figlio tanto desiderato. Solo perché lo ha detto Dio. Per Paolo non reggono più i vari marcatori di identità che ci sono in tutte le fedi (circoncisione o legame materno per gli ebrei, battesimo per i cristiani..). L’unico marcatore è la fiducia in Dio. Paolo adatta il proprio linguaggio all’interlocutore: con gli ebrei parla di grazia e (meno favorevolmente) di legge. Con i pagani di sapienza e di stoltezza, indicando l’inversione portata da Cristo rispetto a quello che il mondo ritiene.

Le comunità fondate da Paolo sono carismatiche, ispirate dallo Spirito. Sono estremamente diverse tra di loro, molto vive e conflittuali, affascinanti perché discutono. Ci offrono un quadro totalmente diverso da quello che di solito abbiamo. Si crede che nel passato ci fosse l’unità e poi è subentrata la divisione. Invece è il contrario: l’unità è un’aspirazione, una meta da raggiungere, nella diversità. Quello che è importante è che le chiese siano continuamente riformate alla luce dell’evangelo, ma anche facendo memoria. Una delle parole che ricorrono in Paolo è: ricordate. Rivaluta quindi la saggezza della tradizione e la memoria del passato. In definitiva Paolo testimonia di una modalità di accesso al ministero sacerdotale alternativa a quella della successione apostolica (incarnata da Pietro): quella della chiamata diretta (mistica). Nel concilio di Gerusalemme Paolo ha rivendicato questa sua via che lo ha portato all’apostolato, in piena parità con Pietro. Il conflitto, ben evidente, è sfociato in una stretta di mano, in una divisione di compiti e in un reciproco riconoscimento. Dovremmo tenerlo presente in questo delicato momento in cui si levano ombre sul processo ecumenico.

* spunti dalla relazione della pastora Lidia Maggi sul tema: Paolo alla scuola di Gesù, 27 nov 08, Comunità di via Gaggio, Lecco.

ottobre 16, 2008

QUALE PERCORSO EVOLUTIVO NELLA NATURA?

IL PENSIERO DI TEILHARD DE CHARDIN

Circa 3,5 miliardi di anni fa ebbero origine le prime forme di vita sul pianeta Terra, il quale si era formato un miliardo di anni prima. La materia ha intrinseche capacità di evolversi, con il passaggio a molecole e forme di vita sempre più complesse. Recenti esperimenti hanno dimostrato la possibilità dell’aggregazione di forme iniziali di vita partendo dalla materia inerte. Pertanto l’idea che la vita vegetale e animale abbia avuto origine dalla terra è abbastanza accettata dagli studiosi. Non sono mancati coloro che hanno tentato di estendere il processo evoluzionistico anche al campo religioso e spirituale. Forse il caso più emblematico è quello di Teilhard de Chardin, il “gesuita proibito”. Pur vivendo in un contesto altamente ostile al materialismo dilagante, ribaltò il giudizio esprimendo una particolare attenzione per la materia:

Benedetta sii Tu, universale Materia,
Durata senza fine, Etere senza sponde,
triplice abisso delle stelle, degli atomi e delle generazioni,
Tu che eccedendo e dissolvendo le nostre anguste misure
ci riveli le dimensioni di Dio
.[1]

Dai suoi studi di paleoantropologia allargò l’orizzonte fino ad affermare: “Credo che l’Universo è un’Evoluzione. Credo che l’Evoluzione va verso lo Spirito. Credo che lo Spirito si compie in qualcosa di Personale. Credo che il Personale supremo è il Cristo-Universale.”[2]

Il pensiero evoluzionistico di Teilhard de Chardin comporta alcuni termini a lui propri come noosfera: si tratta della sfera del pensiero umano, che va sviluppandosi dopo la geosfera (materia inanimata) e la biosfera (vita biologica). Come lo sviluppo della vita ha trasformato in maniera significativa la geosfera, così lo sviluppo della conoscenza sta trasformando radicalmente la biosfera. Nel passaggio dalla geosfera, alla biosfera e alla noosfera, si può constatare quella che Teilhard ha chiamato legge di complessità e coscienza. L’universo è in costante evoluzione verso livelli più elevati di complessità e di coscienza. Il punto supremo verso cui converge è chiamato da Teilhard Punto Omega: un nome che rimanda al libro dell’Apocalisse. Non è solo il punto di arrivo del processo evolutivo, ma la causa per la quale l’universo si muove in quella direzione. È indipendente dall’universo che si evolve, quindi trascendente, e identificato nel Logos biblico, ossia in Gesù Cristo, persona per eccellenza. Pertanto, oltre a complessità e coscienza, l’evoluzione comporta anche una maggiore personalizzazione. Pur in quest’ampia prospettiva e nonostante difficoltà e tentennamenti verso quella direzione, la noosfera è un’opera umana, e l’umanità deve assumersi la responsabilità del futuro non solo della specie ma del cosmo tutto intero. In effetti oggi possiamo riconoscere che lo sviluppo della noosfera (di cui internet è un’espressione evidente e di proporzioni forse inattese) si accompagna a una probabile distruzione della biosfera. Occorre riconoscere a Teilhard una sensibilità ecologica non comune, in tempi nei quali questa espressione non era neppure usata.

La gerarchia cattolica ha pesantemente ostacolato l’opera e la vita di Teilhard. Già inizialmente, nel primo dopoguerra, quando lui, nel tentativo di conciliare la teoria evoluzionista e la dottrina del peccato originale, aveva espresso opinioni non conformi alla dottrina ufficiale della Chiesa, i superiori del suo ordine, con un provvedimento disciplinare, lo costrinsero a dimettersi dall’insegnamento di materie filosofico-teologiche, lo invitarono a non pubblicare più nulla su questi temi e gli imposero il trasferimento in Cina, dove rimase dal 1926 al 1946. Tornato in Francia ebbe incarichi nel campo della ricerca scientifica, ma il suo pensiero religioso fu sempre osteggiato, anche per l’eccessivo rilievo dato alla natura. Nel 1951 fu mandato negli Stati Uniti, dove morì nel 1955. Nel 1958 un decreto del Sant’Uffizio, presieduto dal cardinale Ottaviani, impose alle congregazioni religiose di ritirare le opere del gesuita da tutte le biblioteche. Nel documento si può leggere come i suoi testi “racchiudono tali ambiguità ed anche errori tanto gravi che offendono la dottrina cattolica” per cui si imponeva al clero di allertarsi per “difendere gli spiriti, particolarmente dei giovani, dai pericoli delle opere di P. Theilard de Chardin e dei suoi discepoli”. Può aver commesso errori metodologici o salti logici nel passare dalle scoperte evolutive nel campo della paleoantropologia al ruolo del divino negli accadimenti della storia, ma non si vede quale pericolo possa costituire, specie per i giovani, l’indicazione, prospettata da Teilhard, di una finalizzazione, di una evoluzione anche dello spirito, oltre alla riaffermazione dell’universalità del messaggio cristiano – spesso dimenticata da una chiesa che fatica ad aprirsi alle realtà esterne. Il riconoscimento più autorevole dell’ottusità e miopia della gerarchia ecclesiastica nei confronti del gesuita francese venne forse dall’allora cardinale Ratzinger, poi papa Benedetto XVI, quando ammise che uno dei documenti principali del Concilio Vaticano II, la Gaudium et Spes sulla chiesa nel mondo contemporaneo, è fortemente permeato dal pensiero di Teilhard[3] (con l’ottimismo che manifesta verso il mondo e la materia, l’attenzione ai segni dei tempi..).

Segni dei tempi. Si legge ad es., nella Gaudium et spes, che “è dovere permanente della Chiesa scrutare i segni dei tempi e interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini” (n. 4); subito delinea in fame, ingiustizie, squilibri, guerre i principali motivi di inquietudine di quel periodo. Meno presenti invece le preoccupazioni per gli aspetti ambientali, scoppiate con evidenza più tardi, ma già anticipate da Teilhard e indicate alla responsabilità degli uomini. Un analogo appello alla responsabilità si è levato, sempre mezzo secolo fa, da un altro profeta e martire della follia nazista: Dietrich Bonhoeffer. Partendo più specificamente dalla meditazione biblica, intuì l’autonomia delle realtà terrestri rispetto al divino, in un mondo diventato “adulto”; parlò di laicità, di un “cristianesimo non religioso”, del dovere di assumersi le proprie responsabilità, anche verso la collettività. Non è vero che non cade foglia che Dio non voglia; le foglie cadono per l’autunno, il vento… cioè per cause naturali, che Dio rispetta. Anche l’uomo deve rispettare la natura e impedire con ogni mezzo che si compi la distruzione della biosfera, in pochi decenni di consumi impazziti, dopo tre miliardi e mezzo di anni di evoluzione. E nessuno dovrebbe permettersi di chiedere a Dio di salvare l’ambiente, senza aver fatto prima quanto è in suo potere fare, ad es. con i propri consumi o con l’impegno politico. L’ambiente, dunque, assieme alla pace e alla giustizia, dovrebbero essere oggi al vertice delle responsabilità di tutti gli uomini, credenti o non credenti che siano.


[1] Teilhard de Chardin, Inno alla Materia

[2] Teilhard de Chardin, In che modo io credo, 1934

[3] Joseph Ratzinger, Principi di Teologia cattolica, Roma 1987

Per riflettere:

-evoluzione di forme iniziali di vita;

-attenzione di Teilhard per la materia;

-geosfera, biosfera, noosfera;

-legge di complessità e coscienza;

-comporta personalizzazione e responsabilizzazione;

-ha anticipato le preoccupazioni per l’ambiente.


ottobre 11, 2008

SEGNI DEI TEMPI O BARBARIE DEI TEMPI?*

DALLA LINEA INTRANSIGENTE ALL’APERTURA DI PAPA GIOVANNI

Profeti di sventura. Il concilio vaticano I (1869-70) aveva solennemente dichiarato che nella storia moderna, dopo il concilio Tridentino (15451563), vi è stata una progressiva corruzione dell’uomo, provocata dalla negazione protestante del principio di autorità. Si comprende in tal modo come mai per lunghi decenni sia prevalsa nella chiesa cattolica una linea di comportamento, detta intransigente, che può essere così sintetizzata: a) la chiesa è tenuta a insegnare su tutto; b) i mali derivano dal fatto che questo insegnamento non è seguito ma è abbandonato e rifiutato, perciò la società si è scristianizzata; c) dunque l’unico rimedio è seguire l’insegnamento della chiesa e cercare di ricristianizzare la società. In questa logica, quello che i vangeli invitano a ricercare come “segni dei tempi” (Lc 12,54-58; Mt 16,1-4; Mc 8,11-12) tende ad essere ridotto ai mali della nostra epoca. L’occhio è rivolto al passato e si sogna il ritorno al regime di cristianità. Il papa Giovanni 23° si oppose a questo atteggiamento e già nella bolla di indizione del concilio vaticano II parlò di “non pochi indizi che fanno bene sperare sulle sorti della chiesa e dell’umanità”. “Quella espressione era ben meditata e voleva correggere una visione in qualche modo dominante (quella dei “profeti di sventura”) nella tradizione della chiesa cattolica, dalla Restaurazione ottocentesca fino a tutta la prima metà del secolo XX” (Ruggieri).

Nell’enciclica Pacem in terris il tema dei segni dei tempi conclude ciascuno dei 4 capitoli di analisi: 1) ordine tra gli esseri umani, 2) rapporti tra i poteri pubblici, 3) rapporti tra le comunità politiche e 4) rapporti con la comunità mondiale. Tra i primi viene ricordata l’ascesa economico-sociale delle classi lavoratrici, l’ingresso della donna nella vita pubblica, i diritti di cittadinanza; tra i secondi le costituzioni degli Stati, che spesso recepiscono i diritti fondamentali dell’uomo; nel terzo gruppo la diffusione della coscienza che col negoziato e non attraverso la guerra debbano essere risolte le controversie (istanza della pace); infine la dichiarazione dei diritti universali e gli sforzi dell’ONU per la pace. Come si vede si tratta di segni positivi, di speranza, proiettati verso il futuro, anche se spesso bollati come “naif” (ingenui) dai sostenitori della linea intransigente. Analogamente, nei documenti del concilio vaticano II si fa quattro volte riferimento esteso ai segni dei tempi, oltre a vari cenni, ma sempre in termini positivi, di speranza.

Il superamento della linea intransigente è avvenuto attraverso due vie, apparentemente opposte: 1) rivolgendosi anche al di fuori della chiesa, dove non è accettata la linea di autorità; 2) parlando il linguaggio profetico-evangelico, ovvero quello della testimonianza, invece del linguaggio dell’insegnamento. Entrambe queste vie sono reperibili nei documenti e nella prassi successivi: ad es. diversi documenti conciliari, le dichiarazioni, sono rivolte all’esterno; la Pacem in terris è rivolta anche a tutti gli uomini di buona volontà, oltre ai cattolici; al paragrafo 83 introduce la fondamentale distinzione tra errore ed errante “che conserva, in ogni caso, la sua dignità di persona”; nel successivo poi ammette che anche in dottrine errate (chiara l’allusione al marxismo) vi possano essere “elementi positivi e meritevoli di approvazione”: la benedetta incoerenza di chi parte da principi negativi ma opera positivamente. Non tutto il bene dunque deriva dall’insegnamento della gerarchia cattolica: in questi ed altri passi si può scorgere un’autolimitazione del modello dell’insegnamento, con l’allargamento dello sguardo sull’intera umanità e i suoi problemi.

Cosa sono dunque i segni dei tempi, quelli che dobbiamo scorgere nel mondo e nella storia? Sono i segni che la redenzione di Cristo ha lasciato nel mondo. C’è la tendenza a una eccessiva spiritualizzazione di quella che è stata l’opera messianica di Cristo, così che la si ritiene valida per il singolo ma non in grado di investire anche l’ambito comunitario, sociale e universale (Dossetti). Ovunque ci sia progresso umano possiamo vedervi segni della redenzione di Cristo, anche se non vi è l’opera di cristiani. Da questo punto di vista non sembra “naif” tendere verso la pace, quanto piuttosto ritenere che il bene possa provenire soltanto dall’insegnamento della gerarchia cattolica. Operare concretamente per realizzare pace, giustizia, salvaguardia del creato: qui dobbiamo scorgere i segni dei tempi e le linee per agire, assieme a tutti coloro che siano disponibili. Certo non è un impegno di poco conto: “a tutti gli uomini di buona volontà spetta un compito immenso: il compito di ricomporre i rapporti della convivenza nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà: i rapporti della convivenza tra i singoli esseri umani; fra i cittadini e le rispettive comunità politiche; fra le stesse comunità politiche; fra individui, famiglie, corpi intermedi e comunità politiche da una parte e dall’altra la comunità mondiale. Compito nobilissimo quale è quello di attuare la vera pace nell’ordine stabilito da Dio” (Pacem in terris, n. 87).

* Dall’intervento di Piero Stefani alla settimana estiva di Motta 2008 su: Pace, giustizia e riconciliazione nella Pacem in terris e successivi documenti pontifici, organizzata dalla Comunità di via Sambuco 13, Milano.

Per riflettere:

-profeti di sventura;

-segni dei tempi nei vangeli;

-segni positivi secondo Giovanni 23°;

-ascesa economico-sociale delle classi lavoratrici;

-ingresso della donna nella vita pubblica;

-diritti fondamentali dell’uomo;

-istanza della pace;

-superamento della linea intransigente;

-segni lasciati dalla redenzione di Cristo;

-visibili in ogni progresso umano;

-evitare eccessiva spiritualizzazione dell’opera messianica di Cristo.


settembre 29, 2008

HA ANCORA SENSO LA DIFESA ARMATA NELL’ERA ATOMICA?*

EVOLUZIONE DEL PENSIERO CATTOLICO


“L’orrore che suscitano le distruzioni immani e i dolori immensi che l’uso delle armi moderne apporterebbe alla famiglia umana, rende quasi impossibile pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia” [versione italiana addomesticata rispetto all’originale latina: alienum est a ratione bellum, la guerra è irrazionale] (Pacem in terris, n. 67). In questo documento, pubblicato nel 1963 poco prima della sua morte, in pieno clima conciliare, papa Roncalli ha innovato rispetto a molti atteggiamenti tradizionali ed ha persino assunto posizioni più avanzate rispetto agli stessi documenti conciliari. Già nuovi erano i destinatari dell’enciclica: non soltanto il mondo cattolico, ma tutti gli uomini di buona volontà. Ciò significa presentarsi come una voce che esorta piuttosto di quella tradizionale che esercita autorità insegnando, nonché appellarsi alla ragione piuttosto che alla fede, come ad es. nella frase appena riportata. Altre due innovazioni di grande rilievo concernono la considerazione sulle possibilità di evolversi delle dottrine errate in relazione al mutamento continuo delle realtà storiche e quindi la possibilità di comportamenti positivi conseguenti anche da dottrine errate (n. 84), nonché la distinzione tra errore ed errante (n. 83), secondo cui l’errante non perde mai la dignità di persona, né la tensione, “congenita alla sua natura”, verso la verità. Quest’ultima affermazione sarà poi attenuata nella Costituzione conciliare Gaudium et spes (n. 16) là dove si parla di coscienza erronea (una specie di errore introiettato) che può far perdere persino la dignità all’errante.


 

 

 

 

 

 

 

 

Pacifismo naif? Un’altra posizione tradizionale nella chiesa, ma non solo, parte dall’affermazione che la pace è un segno di completezza e perfezione. Pretendere la perfezione in una realtà imperfetta, quale è la nostra, è “naif” (ingenuo). Pensare di poter arrivare ad un mondo di pace è pertanto ingenuo. “Gli uomini, in quanto peccatori, sono e saranno sempre sotto la minaccia della guerra fino alla venuta di Cristo; ma in quanto riescono, uniti nell’amore, a vincere il peccato essi vincono anche la violenza, fino alla realizzazione di quella parola divina «Con le loro spade costruiranno aratri e falci con le loro lance; nessun popolo prenderà più le armi contro un altro popolo, né si eserciteranno più per la guerra» (Isaia 2,4)”. In questa frase della Gaudium et spes (n. 78) è indicata la posizione tradizionale e il suo superamento, attraverso un concreto impegno per la pace, nella prospettiva indicata del profeta Isaia. Dove dice che gli uomini riusciranno a vincere peccato e violenza si lascia intendere che c’è una forma di collegamento tra queste due realtà: non solo il peccato è violenza, ma anche la violenza è peccato. Il superamento avviene in una prospettiva di tensione escatologica verso la pace. Qui il documento conciliare fa un appello a una realtà di fede fondamentale per dare un senso alla storia, cioè la seconda venuta di Cristo. Appellarsi a questa solo per dire che il mondo è imperfetto, sarebbe la riduzione a una dimensione “piatta” della fede. Perché la fede possa essere una dimensione strutturante della azione cristiana, si pone anche la necessità di saper scorgere ciò che la redenzione di Cristo ha lasciato nel mondo, come appunto un diverso atteggiamento verso la pace.

Legittima difesa. La considerazione iniziale si riferisce alla deterrenza nei confronti della guerra dovuta all’introduzione delle armi atomiche. Se queste non ci fossero, la guerra per la legittima difesa, sarebbe accettabile? Qui si possono ricordare due discorsi, uno di Paolo 6° all’ONU nell’ottobre 1965, in cui veniva data una risposta positiva: “Finché l’uomo sarà l’essere volubile e anche cattivo quale si dimostra, le armi della difesa saranno necessarie. (..) Ma voi valenti e coraggiosi quali siete, state studiando come garantire la vita internazionale senza l’uso delle armi”. La guerra resta giusta solo nel caso della legittima difesa. L’altro discorso è invece tratto dal dibattito conciliare ed è del card. Lercaro (largamente ispirato, notoriamente, da Dossetti). Non fu letto in aula (forse perché in contrasto con il discorso del papa appena pronunciato all’ONU), ma consegnato agli atti. “Certo, contro un ingiusto aggressore può essere legittima e doverosa la resistenza, ma solo la resistenza dello spirito, della superiorità sapienziale (espressione tipicamente dossettiana), della magnanimità, del coraggio, della solidarietà nazionale, mentre la resistenza violenta, la guerra, sia pure di difesa, a questo grado di sviluppo tecnico, a questo grado di indivisibilità della pace e della guerra nel mondo globale, a questo grado di consapevolezza etica dell’umanità, appare sempre meno possibile alla luce del vangelo, di cui l’umanità prende progressivamente consapevolezza per il soffio dello Spirito. Tanto meno la guerra può oggi mai dirsi doverosa alla luce della dottrina e dell’esempio di Cristo”. Come si vede qui c’è l’abbandono totale della teoria della guerra giusta: in nessun caso oggi la guerra può essere ritenuta giusta alla luce del vangelo, non della ragione.

Dossetti. Di un Dossetti questa volta privato c’è un’altra citazione tratta da una lunga intervista raccolta verso la fine dei suoi anni e pubblicata postuma nell’ “Annuario della pace in Italia” maggio 2000-giugno 2001 (pp. 324-336). Dopo aver chiosato l’affermazione su Cristo nostra pace (Ef 2,14), ricordando anche i padri orientali, continua: “perché da Lui tutto è stato pensato in funzione della pace, quale bene può essere ritenuto superiore alla pace da coloro che fanno oggetto della meditazione e impegno dell’anima i misteri di Cristo? La pace è così preziosa che Dio stesso è venuto sulla terra a comprarla per gli uomini. Lui, ricco e signore di tutte le cose non trovò nessuna cosa degna di quel bene, ma la pagò versando il proprio sangue”. Riconciliazione nel suo sangue di cui parla appunto la lettera agli Efesini. Meno facilmente accoglibile dall’opinione corrente potrebbe essere invece il seguito delle considerazioni di Dossetti: “proprio dai supremi misteri dell’opera messianica si deve ricavare anche la conseguenza di una ricerca progressiva e continua, universale e stabile della pace concreta tra gli uomini. Non si può spiritualizzare quella che è stata l’opera messianica fino al punto di ritenerla un’operazione proficua al singolo ma che non si dilata in un’operazione di carattere comunitario, sociale e universale”. Le difficoltà ad accogliere questa affermazione derivano dalla situazione in cui si trova il mondo, anche cristiano, riguardo alla pace. Se la pace è collegata all’opera messianica di Cristo non si può non porsi la domanda sulla portata, realizzazione, incisività di quell’opera redentiva. La pace diventa così un aspetto cruciale per l’esistenza stessa della comunità dei credenti. Un percorso lungo e difficile, ma certamente proficuo.

 

* Dall’intervento di Piero Stefani alla settimana estiva di Motta 2008 su: Pace, giustizia e riconciliazione nella Pacem in terris e successivi documenti pontifici, organizzata dalla Comunità di via Sambuco 13, Milano.

 

 

 

Per riflettere:

-le innovazioni della Pacem in terris;

-le dottrine errate possono evolversi

-distinzione tra errore e errante;

-collegamento tra peccato e violenza;

-suo superamento in prospettiva escatologica;

-saper scorgere ciò che la redenzione di Cristo ha lasciato nel mondo;

-abbandono della teoria della guerra giusta;

-pace come aspetto cruciale per l’esistenza della comunità dei credenti.


settembre 22, 2008

PARABOLA EVANGELICA FUORI DA OGNI LOGICA SINDACALE

Is 55,6-9; Fil 1,20-27; Mt 20,1-16

Omelia di don Giorgio De Capitani (21-9-08) da: http://www.dongiorgio.it/

Nei brani della Messa troviamo due affermazioni che ci lasciano un po’ perplessi: la prima è contenuta nella pagina di Isaia e la seconda nel Vangelo. Dio non la pensa come noi («i miei pensieri non sono i vostri pensieri», dice il Signore); inoltre, la parabola del Vangelo, che sconvolge il nostro concetto di giustizia, si conclude con le parole: «gli ultimi saranno i primi, e i primi gli ultimi». E per insegnarci questa verità sconcertante Gesù prende il caso più scottante, quello che riguarda il mondo del lavoro. Siamo fuori da ogni logica sindacale. Anzitutto, anche qui, come sempre, dovremmo inserire le due affermazioni nel loro contesto. Isaia scrive per gli ebrei che erano in schiavitù a Babilonia e che già progettavano di ricostruire, tornando a Gerusalemme, la città come era prima e di far vendetta contro gli attuali oppressori. Il profeta avverte che le vie di Dio non coincidono con queste vie di restaurazione e di vendetta. Dio la pensa diversamente, perché pensa al vero futuro, e non a un passato da restaurare con le stesse logiche della politica del vincitore. Le vie di Dio al momento sembrano misteriose, ma si capiranno come si capisce la stagione quando gli alberi mettono le gemme, come dirà Gesù. Per quanto riguarda la parabola evangelica non dimentichiamo ciò che era successo agli albori del cristianesimo: i pagani arrivati di fresco partecipavano al beneficio della salvezza con gli stessi titoli degli ebrei che avevano atteso il Messia da generazioni e generazioni. Ciò non sembrava affatto giusto.

Cammino verso l’ideale. Fatta questa precisazione, cerchiamo ora di cogliere il messaggio per noi. Io credo che il vero problema della fede e, di conseguenza, del nostro modo di attuarla nella società in cui viviamo consiste nel fatto che, mentre Dio si apre al futuro, vede cioè la storia come cammino verso l’alto, l’uomo è portato invece a vivere il presente, ripetendo il passato. E questo succede in tutti i campi. Ma la religione ha una maggiore responsabilità che pesa sul cammino della storia. Qualcuno dice che io ce l’ho con la religione. Se leggete attentamente l’Antico Testamento, noterete che Dio tramite i profeti non ha fatto altro che mettere in guardia il suo popolo dalle deviazioni di una religione che arrivava al punto di perdere per strada Dio, prostituendosi continuamente agli idoli del momento. Dio se la prendeva sempre con la religione, proprio perché il popolo la usava a modo suo, e la religione si presta ad essere usata contro Dio stesso. Il vero pericolo Dio ce l’ha in casa. E proprio quelli di casa rifiuteranno il Figlio di Dio. Dicevo poco fa che tutto sta nel capire che le vie o i pensieri di Dio vanno oltre il presente. Il compito più duro dei profeti è stato quello di far camminare il popolo verso la terra promessa, tenendo sempre vivo l’ideale di Dio. Il cammino ha le sue tentazioni e la peggiore è quella di attaccarsi a tutto ciò che rallenta il cammino. Si vorrebbe sempre fermarsi a gustare il presente. E così si perde di vista l’ideale, la terra promessa. Dio ha sempre un passo in più del nostro. E la religione non fa che rallentare il passo di Dio. La religione siamo noi credenti che usiamo Dio secondo i nostri comodi. E in nome di questo Dio comodo uccidiamo i profeti che parlano in nome del vero Dio.

Giustizia umana e giustizia divina. A me fa paura la parola “giustizia”: fa paura soprattutto in questi tempi dove non si parla d’altro che di giustizia, di giudici, di tribunali, di leggi punitive e discriminatorie. Mi chiedo: che cos’è la giustizia secondo Dio? Dare a ciascuno i suoi diritti? Ma quali diritti? Questi diritti di cui parla la giustizia umana corrispondono ai diritti di Dio? La parabola di oggi sconvolge il nostro concetto di giustizia. Potremmo stare qui delle ore a riflettere sul concetto di giustizia, ma non potremo mai far coincidere i nostri pensieri con quelli di Dio. Per un motivo molto semplice: i pensieri di Dio sono alti, i nostri volano basso. Non riusciamo a staccare i piedi dalla terra ferma. Eppure basterebbe un semplice ragionamento: nessuno di noi è uguale ad un altro; ognuno è un sé irripetibile. Non lo dice solo la teologia, ma la scienza. Se ognuno di noi è un sé irripetibile, unico, come potremo parlare di giustizia come legge uguale per tutti? Cosa vuol dire “uguale”? Ognuno è un caso a sé, in tutto, anche nei suoi comportamenti, e come tale deve essere eventualmente giudicato: come un caso a sé. La legge non può essere applicata in modo uguale per tutti. Questo l’ha capito in Italia uno solo, e l’ha capito così bene che si fa leggi per sé. Coerente! Il problema è che ci sono anche gli altri, che sono casi a sé, ma che non possono farsi le leggi a proprio uso e consumo.


Anche nel campo sociale credo che bisognerebbe rivedere il concetto di giustizia. In fondo, l’ordine che vogliamo è sempre fatto sui forti che prendono la giustizia in loro favore per rimanere sempre primi nella graduatoria del consenso popolare. E il popolo non sa e non vuol capire che a subire le conseguenze della giustizia dei forti è sempre il più debole, il più indifeso, l’ultimo. E il potere è così abile da mettere il popolo contro il popolo, i poveracci contro i poveracci, gli operai contro gli operai. La parabola di oggi insegna. Gli operai arrivano a condannare il padrone che ridimensiona il concetto di giustizia in favore dei più deboli. Nella mente operaia di oggi nulla è cambiato: la meritocrazia, uno strumento comodo nelle mani del potere, può diventare la peggiore ingiustizia, se per giustizia intendo quella di Dio che pensa diversamente da noi uomini, abili nel far valere i doni di Dio solo per noi, e Dio ce li ha dati non per imporci sugli altri ma per servire i più deboli. Il vero problema non sta nel pretendere che i nostri pensieri siano uguali a quelli di Dio, ma nel prendere coscienza del divario tra i nostri pensieri e quelli di Dio. La fede dovrebbe aiutarci, la religione non può farlo, perché la religione non fa che ridurre il divario e ridimensiona i pensieri di Dio sui nostri. Ha però un vantaggio, può dire: Dio la pensa come noi!

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