Brianzecum

Maggio 26, 2010

È PIÙ IMPORTANTE LA VERITÀ O LA PACE?

IMPLICAZIONI DELLA TEOLOGIA SULLA POLITICA

Aronne, fratello maggiore di Mosè, viene descritto nella tradizione rabbinica come sinonimo di uomo mite, o uomo di pace. Il suo impegno più qualificante era quello di porsi in mezzo ai contendenti, parlando separatamente all’uno bene dell’altro: dicendo non proprio una bugia, ma quello che l’altro dovrebbe essere, piuttosto di quello che è in realtà. Grazie a questi interventi discreti – di cui era disposto anche a pagare un prezzo, addossandosene gli oneri – era in grado di creare le condizioni per cui, quando i contendenti si ritrovavano, non potevano che scusarsi, rappacificarsi, abbracciarsi. Questa figura biblica dell’uomo mite indicherebbe una superiorità della pace rispetto alla verità.[1]

Nella storia questa superiorità non è certo verificabile. Basti pensare alle guerre – in parte ancora oggi – dichiarate in nome di una verità religiosa. Poiché uccidere è un problema assoluto, lo si giustifica spesso appellandosi a una realtà assoluta: quella religiosa. Non va dimenticato che la cultura della guerra è un antico retaggio dell’umanità (e quindi anche delle tradizioni religiose), fino a quando la distruttività delle armi moderne (dalla polvere da sparo fino agli ordigni atomici) ha fatto aprire gli occhi prima al pensiero laico-illuminista, poi anche a quello religioso, sulla assoluta improponibilità della guerra come mezzo di soluzione dei conflitti. Oltre alle guerre in nome di un assoluto religioso, si può ricordare l’inquisizione, “una conseguenza dell’assolutismo della verità al di sopra dell’uomo”[2]. Arturo Paoli è convinto che se è in via di fallimento “questo cristianesimo celebrato come l’unico capace di essere il vero umanesimo, (..) una delle cause è di aver annunziato al mondo il Dio-verità piuttosto che il Dio-amore”. Infatti “il senso vero della politica è quello di costruire e mantenere una società pacifica perché giusta, giusta perché guidata dall’intenzione sempre vigile di soddisfare i bisogni essenziali dei cittadini”[3], anziché quelli superflui, imposti dalla pubblicità. Altrimenti è facile che si impongano idoli che fanno leva “sulla pancia” dei cittadini. La pace quindi dovrebbe essere al vertice della costruzione politica e, secondo diversi studiosi, come Luigi Sartori, anche della stessa teologia (vedi scheda).

Verità dialogica.  Va quindi riscoperta la lezione di Aronne sulla priorità della pace, nonché il valore del dialogo e di tutto ciò che lo rende possibile, come: rispetto e apertura verso l’altro, mitezza, etica del dubbio[4]. Non il dubbio scettico che nega la possibilità di raggiungere una verità, ma il dubbio di coloro che riconoscono la limitatezza delle proprie conoscenze e sono sempre disponibili a perfezionarle nell’incontro con l’altro; a ipotizzare, in altri termini, che nel dialogo posso avvicinarmi maggiormente alla verità. Quindi una verità dialogica, non definitiva, non raggiunta una volta per tutte, ma in evoluzione come conseguenza dell’incontro con la diversità. Un grave pericolo è quello di applicare gli assolutismi religiosi alla politica. La politica è l’arte del possibile, dove di solito è preferibile scegliere il male minore, piuttosto che una verità assoluta o un ideale irraggiungibile. Dover fare i conti con l’ottusità e l’ignoranza delle persone – allettabili dall’idolatria del denaro e dalle vie comode del consumismo – rende spesso utopiche anche le scelte dettate dai più nobili ideali.

 


[1] Da un intervento di Piero Stefani alla settimana estiva di Motta 2007 sulla pace, organizzata dalla Comunità di via Sambuco 13, Milano.
[2] A. Paoli, E’ bello esistere? In “Oreundici” gennaio 2008-03-11, pag. 4.
[3] Ivi.
[4] G. Zagrebelsky, Contro l’etica della verità, Laterza 2008.

Per riflettere:

-la dialettica tra ambito politico e ambito religioso;

-tra cesaropapismo e teocrazia;

-guerre di religione;

-politica come casa di tutti;

-tra clericalismo e laicismo;

-rispetto per l’altro che non crede;

-debolezza di Dio.

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aprile 1, 2010

LE SCISSIONI DELLA CULTURA CONTEMPORANEA*

UTILITÀ, ECONOMICISMO E ALLONTANAMENTO DALL’UMANO

Come non tutto il male viene per nuocere, così non tutto il bene è da considerare positivamente. La cultura moderna, a partire dalla specializzazione del lavoro, dalla globalizzazione dell’economia e delle informazioni, dalle maggiori possibilità di partecipare e conoscere i meccanismi decisionali, ha compiuto grandi progressi. Non privi però di inconvenienti, come le scissioni o separazioni, operate nel profondo delle nostre menti, anche a livello inconscio. Si tratta del contrario del simbolo, che significa tenere assieme. Per chi crede, le scissioni sono opera del demonio, definito appunto come quello che divide. Se ne possono indicare sette, un numero già di per sé “simbolico”.

  • Uomo separato dai propri simili.  Teorizzato da tempo, l’individualismo è diventato negli ultimi decenni una prassi diffusa e quotidiana. Per strada si incontrano persone anonime, completamente isolate dagli altri, intente magari ad ascoltare il proprio mp3. Si tratta di una scissione antropologica, la quale separa appunto l’individuo dalla collettività ed è alla base anche di ulteriori scissioni. L’uomo reale però non è astraibile dalle proprie relazioni: è persona e non individuo. Un esempio di questa scissione può essere trovato in certe pubblicità che invitano all’egocentrismo, a vedersi come centro del mondo. Non riconoscendo i legami, è aperta la strada sia a misconoscere le proprie responsabilità, sia a ritenersi onnipotenti, sia a scivolare verso il dramma del nichilismo.
  • Utile separato dal bello.  Siamo stati indotti a pensare che ciò che è utile non è bello, e che ciò che è bello non riguardi molto la propria vita, solo un aspetto estetico superficiale. Il fatto è che l’uomo non può vivere senza il bello, così come non può per lungo periodo non capire ciò che gli è utile. Abbiamo tenuto separate queste due fondamentali dimensioni, ponendo l’accento positivo sull’utile oppure sull’estetica più becera, a seconda delle circostanze. Anche questa scissione ha un effetto devastante, specie sui giovani. Chi riesce a convincere la propria figlia che non è possibile spendere centinaia di euro per il giubbino “bello”? In genere però oggi viene privilegiato l’utile sul bello, e ciò può essere percepito nella tristezza architettonica delle nostre città, nelle difficoltà di accesso al bello autentico da parte delle masse.
  • Separazione tra pubblico e privato: una scissione di grande attualità, specie in campo politico. Si può, anzi si deve distinguere pubblico e privato, ma non si può separare in una persona reale ciò che nel suo comportamento attiene al primo o al secondo campo. Dal punto di vista mediatico questa pretesa separazione porta ad un effetto voyeristico pazzesco, giustificato solo dalla pressione culturale della separazione stessa, per cui appena si può si apre la visione sul privato. Grazie a questa scissione si allargano sia l’erotomania che il moralismo.
  • Interesse separato dal dono.  Qui il diavolo è stato raffinato. C’è un’enfasi semplificatrice ipocrita sul dono (lasciato ai santi e ai momenti di parentesi) e c’è una mistificazione negatrice dell’interesse, quando poi nella pratica non si va fuori dall’interesse egoistico. In altri termini siamo caduti nella trappola di intendere l’interesse come soltanto egoistico e il dono come soltanto attività oblativa. Un’attività “umana” concreta prevede sia l’interesse che il dono, con un’etica per il primo e un’etica per il secondo, un tempo per l’interesse e un tempo per il dono: entrambi devono essere presenti nella virtù umana. Se dono troppe caramelle ai bambini faccio il loro male, perché si rovinano i denti. Anche interesse e dono sono distinguibili, non separabili.
  • Parola separata dal silenzio.  Questa è la scissione che più delle altre ci ha allontanato dall’esperienza della morte, esperienza fondamentale per essere uomini, perché disegna il limite del nostro stare al mondo. Si è giocata un’enfasi sulle parole, fino a svuotarle di significato e a farci sentire soli, in un mare di parole. Al contempo si è rifuggito dal silenzio, come qualcosa che tende a metterci di fronte all’infinito; in ogni caso schiacciandoci in una posizione di isolamento. Invece tra parole e silenzio c’è un rapporto sostanziale: ogni parola viene da un silenzio e ogni parola torna a un silenzio. Ogni silenzio ha bisogno di una parola e ogni parola prende senso solo se ascoltata da qualcuno in silenzio. Chi parla senza nessuno che lo ascolta, può essere preso per matto. C’è quindi una reciprocità sostanziale tra parola e silenzio.
  • Flussi separati dai luoghi.  Siamo in un mondo di flussi crescenti e ansiogeni: di merci, informazioni, persone (immigrati, turismo), denaro (finanza)… Convergono in luoghi, come gli ipermercati o gli aeroporti, sempre più anonimi e poveri di genuinità, perché finalizzati solo ai flussi stessi. Al lato opposto, nei luoghi di confluenza si verificano regressioni delle comunità locali contro gli immigrati (si pensi al leghismo o al fanatismo religioso) e l’estendersi di posizioni difensive contro i flussi. Mentre il tema e l’immaginario della rete (intreccio di relazioni) sarebbe un esito adulto a queste contraddizioni, si deve notare che non si può vivere di flussi continui, di fretta, di tensione: ogni tanto bisogna fermarsi e riscoprire valori genuini, come quelli della famiglia, comunità, ecc.
  • Finanza separata dall’economia.  È un’altra scissione di grande attualità, responsabile in buona parte della presente crisi economica mondiale (si veda anche, su questo stesso sito, la scheda: Due componenti per comprendere la crisi). Si è separato l’elemento finanziario dall’elemento economico classico, che è il valore. Quest’ultimo è da intendersi non solo in senso monetario, ma anche sociale, estetico, culturale… L’economia è il valore prodotto da un’organizzazione, è la modalità attraverso cui l’uomo costruisce la dimensione del valore, non è la moneta. Quest’ultima è l’energia congelata che proviene dal lavoro, dalle idee e dall’attività d’impresa, uno strumento derivato, che non ha valore a sé. Analogamente sono due aspetti distinti il risultato monetario e quello sociale dell’impresa. L’attuale situazione, segnata da economicismo e finanziarizzazione dell’economia, trascura questi aspetti reali, riducendo tutto al guadagno monetario immediato. Questo contraddice la storia, perché le imprese sono nate certo per produrre valore, ma anche per svolgere una fondamentale funzione sociale e umana, oggi dimenticata.

In definitiva queste scissioni possono essere considerate alcune questioni non rifuggibili della modernità, che nella pratica possono diventare anche una grande sfida sullo stesso piano economico. In ogni caso sono utili per comprendere disvalori, contraddizioni e aporie del nostro tempo, senza lasciarcene travolgere nella vita di ogni giorno. Infine ci spingono a ricercarne i valori nascosti, anche simbolici.

*dalla relazione del prof. Johnny Dotti il 15-2-2010 al Meic, Acli e altre associazioni di Lecco, sull’impresa sociale.

Per riflettere:

-scissioni profonde anche inconsce ma indebite;

-individuo separato dalla collettività;

-utile separato dal bello;

-difficile separazione tra pubblico e privato;

-e tra interesse e dono;

-reciprocità sostanziale tra parola e silenzio;

-flussi separati dai luoghi;

-finanza separata dall’economia.




IMPRESA SOCIALE*

UNA PROPOSTA PER SUPERARE CRISI E SQUILIBRI DEL CAPITALISMO CONTEMPORANEO

Contraddizioni, ossimori, paradossi fanno parte integrante della vita: questa non può mai essere ridotta a qualcosa di lineare o matematico. Anche il termine impresa sociale può sembrare un ossimoro, dato che quando si parla di impresa si pensa subito al profitto, non alla socialità. Ma se questa è l’idea invalsa oggi, non era così quando nacque l’impresa. Non è nata come organizzazione speculativa, ma finalizzata alla produzione di valore: non solo valore economico, ma anche estetico, sociale, culturale, educativo… Analogamente le banche non sono nate per far soldi, ma per fornirli a chi li può impiegare fruttuosamente, prendendoli a prestito da chi li risparmia: prevaleva la finalità sociale. Anche oggi si può verificare come all’origine di molte attività imprenditoriali non ci sia soltanto il profitto, ma più ampie finalità personali e anche sociali.

Beni collettivi e beni relazionali.  L’impresa sociale è stata proposta da qualche decennio nel tentativo di recuperare il valore della persona e le finalità sociali originarie dell’impresa, contestando alla radice sia l’io individualistico del capitalismo, sia il noi totalitario del comunismo. La sua caratteristica peculiare è di porsi in ambito produttivo, ma senza mettere al primo posto il profitto, bensì il valore della persona, anche nei suoi aspetti sociali. Persegue di fatto finalità pubbliche, collocandosi in quello che viene chiamato terzo settore. E lo fa in un momento di crisi dello Stato sociale, in cui questi temi della persona diventano evidenti nei casi di sfortuna pesante: handicap, droga, carcere, psichiatria…, dove l’uomo emerge come sofferenza. Spesso crisi e sofferenza ci richiamano ai valori. Un altro campo importante per l’impresa sociale è quello del bisogno educativo, dove l’essere si sta facendo esperienza. In generale si può dire che l’impresa sociale è adatta a gestire i beni comuni: salute, servizi sociali, educazione, cultura, energia. Tra questi particolarmente indicati sono i beni relazionali, connessi cioè con le relazioni tra le persone. Si tratta di settori meglio gestibili in un ambito di interesse generale piuttosto che privato, in cui la collettività e ogni persona vi può rigenerare un pezzo della propria identità.

Né pubblico né privato.  Qualcuno potrebbe obiettare che questi ambiti vanno riservati al settore pubblico. Ebbene l’esperienza del ‘900 lo ha negato: solo con l’impresa sociale, dove si promuova la fiducia, l’auto-organizzazione, la responsabilità, il senso degli altri, l’auto-educazione, si possono raggiungere certi obbiettivi che nessuna burocrazia pubblica è in grado di avvicinare. Come ha indicato Max Weber, lo Stato non può essere che burocratico, deve seguire minuziosamente le norme. Ma la burocrazia deve essere buona burocrazia, molto leggera e molto vocata ad alcune funzioni, come la legislazione e il controllo. Non deve invece esercitare la gestione dei beni relazionali, più indicati per altre soggettività. Altrimenti costruiamo simulacri di beni pubblici, sempre più vuoti di esperienze pubbliche. Perché l’esperienza pubblica nasce anzitutto nel cuore, vicino a qualcuno: sono sempre le relazioni che la fanno crescere, non istituzioni astratte. Ecco alcune indicazioni a titolo esemplificativo.

Anziani.  Per affrontare i problemi degli anziani, crescenti nelle società mature, soprattutto per quanto riguarda le esigenze di qualità della vita, bisogna prima riconsiderare il tema dell’abitare. La burocrazia pubblica non ha trovato di meglio che l’edilizia popolare. In ogni caso il nostro abitare è incentrato su una struttura che è figlia dell’individualismo: l’appartamento. La radice di questo termine è la stessa di apartheid. Se tutti siamo contrari all’apartheid razziale del Sudafrica, dovremmo esserlo altrettanto verso gli appartamenti: evocano infatti la separazione, la segregazione. E per un anziano questa è la massima delle disgrazie. Non dovrebbero esserci famiglie slegate dalle altre. E in ogni caso dovrebbero esserci quei servizi e quelle strutture comuni, in grado di attivare le relazioni. Ecco uno spazio per l’impresa sociale. Altrimenti si può verificare quello che è avvenuto lo scorso anno, quando il 31% degli omicidi si è verificato nell’ambito delle famiglie regolari (dato Istat): non tanto da parte di mafie, immigrati o altro. È la follia di pensare che la famiglia nell’appartamento possa essere autosufficiente, in grado di risolvere da sola tutti i problemi che la vita pone.

Educazione.  I problemi che si presentano oggi nella scuola non sono tanto di tipo didattico, quanto di mancanza di esperienze reali di vita, che non siano solo libresche o virtuali. Per molti di noi è stato il nonno contadino o il vicino meccanico che hanno consentito questo tipo di esperienze vitali e autentiche. Anche qui si apre un ampio spazio per l’impresa sociale per consentire ai giovani già a partire dai 13 anni – sia pure per periodi limitati – esperienze a contatto con la realtà lavorativa, magari in cooperative responsabilizzanti. Le esperienze di lavoro vanno fatte presto, perchè i giovani non devono vivere in un ambiente artificiale, slegato dalla realtà.

Democrazia.  Oggi assistiamo anche a una grave crisi della democrazia. Non è solo questione di bipartitismo, proporzionalismo o simili. È questione di aver ridotto la democrazia alla rappresentatività e di averla segregata al momento elettorale. Si può ritenere che siamo arrivati al fondo di questa concezione della democrazia che identifica nel solo voto la sovranità del popolo. Perché ci sia vera democrazia abbiamo bisogno di lunga e specifica educazione, di luoghi dove possa essere esercitata, di crescere in esperienze di democrazia ai vari livelli. Rappresentatività da parte di chi è stato eletto, voto, partiti non sono dunque sufficienti per avere democrazia: è necessario anche moltiplicare le esperienze di democrazia. Queste consistono nel prendersi cura degli altri attraverso la condivisione dei significati. È sostanzialmente un’auto-educazione alla democrazia.

In definitiva, il capitalismo contemporaneo, centrato sul profitto individualistico, conduce verso gravi inconvenienti che non possono essere colmati dalla burocrazia pubblica, sia per carenze finanziarie, sia per carenze strutturali. La crisi economica li accentua, moltiplicando disoccupazione, squilibri, disagio. L’alterazione degli equilibri tra i poteri, con la prevaricazione del potere economico e di quello mediatico, rischia poi di compromettere alla radice la democrazia. Risulta sempre più necessario trovare forme produttive diverse da quelle capitalistiche, in cui non venga schiacciata la persona, specie nelle sue esigenze di relazione con gli altri. È motivo di speranza la sperimentazione di formule, come l’impresa sociale, che rendano più plurale l’economia e più profonda la democrazia.

*dalla relazione del prof. Johnny Dotti il 15-2-2010 al Meic, Acli e altre associazioni di Lecco, sull’impresa sociale.


Per riflettere:

-impresa sociale, cioè non contraria alla socialità;

-produce valori non solo economici;

-anche le banche non sono nate solo per far soldi;

-impresa con finalità pubbliche;

-adatta a produrre beni comuni;

-in particolare beni relazionali;

-inadatti alla burocrazia pubblica;

-relazioni che fanno crescere;

-problema degli anziani connessi all’abitare;

-appartamento ha la stessa radice di apartheid, segregazione;

-strutture comuni per attivare le relazioni;

-educarsi sul lavoro con esperienze precoci di vita;

-moltiplicare esperienze di democrazia per superare la crisi della democrazia.


marzo 17, 2010

SI PUÒ PARLARE DI ECONOMIA DEL DONO?*

RECUPERARE L’UMANITÀ DELL’ECONOMIA INIZIALE


Individualismo. Il presupposto su cui si basava l’economia classica era di tipo individualistico: si riteneva che l’economia nascesse dalla spinta che l’individuo aveva dentro di sé nell’impegnarsi a produrre beni, a prescindere da qualsiasi relazione sociale, basando questa spinta sull’interesse individuale: l’homo economicus era l’individuo guidato dalla logica dell’interesse soggettivo, individuale. Concezione che risale alla modernità, al 1700, 1800.

Prime forme di economia.  Se però andiamo a vedere come è nata l’economia in occidente, ci accorgiamo che le prime forme di economia vengono dal mondo religioso, e precisamente da quello monastico. Così l’economia benedettina coinvolge tutta la popolazione che ruota intorno al monastero e crea le condizioni dello sviluppo economico, a partire dalla economia agricola: sviluppo quindi che avviene nel segno di una solidarietà tra persone. Non c’è ancora un concetto di economia come quello che svilupperà la modernità, ma c’è già una pratica dell’economia in cui lo scambio economico non riguarda le cose ma anzitutto le persone: cioè le aziende che nascono attorno al mondo benedettino coinvolgono le persone nella loro totalità.

Anche le prime teorizzazioni economiche provengono dal mondo religioso: già nel medioevo ad es. la scuola francescana ha elaborato un concetto di scambio e di circolazione della ricchezza che è centrale nell’economia, ancora oggi. I francescani furono i primi a rompere con la condanna di ogni prestito ad interesse, inteso come inevitabile usura. Il denaro ha un valore – e merita un interesse – se impiegato proficuamente e fatto “circolare”. Solo ai poveri non bisogna chiedere l’interesse di un prestito e in ogni caso, dove è possibile chiederlo, deve essere un interesse limitato. Il tutto avviene entro un quadro in cui concetti come reciprocità o rapporti intersoggettivi sono molto sviluppati. In effetti il concetto di uomo che prevale in quel contesto, che si ispira alla tradizione cristiana, la tradizione dominante, è quello di uomo come persona, non come individuo; cioè come soggetto di relazioni, come soggetto chiamato ad autocomprendersi e soprattutto ad autorealizzarsi in una serie di rapporti che vanno dai rapporti primari, con le persone con cui si vivono le relazioni più profonde, fino ai rapporti sociali. L’economia non può essere vista come espressione dell’individuo, come avverrà nella modernità, ma come espressione di una comunità di persone che interagiscono in reciprocità; che sono tra di loro in un rapporto di interdipendenza nella crescita. Entro questa visione prende sempre più consapevolezza che lo scambio tra persone non può essere limitato all’equiparazione dei beni, non può semplicemente essere uno scambio di equivalenti – dove questi sono gli oggetti – ma deve includere anche relazioni intersoggettive.

Economia civile.  La concezione personalista, oltre alla origine cristiana, ha anche la sua espressione laica, ad es. nell’illuminismo italiano del ‘700. Antonio Genovesi, autore della scuola illuminista di Napoli (città che in quel periodo godeva di una fioritura particolare dal punto di vista delle scienze umane, letteratura e arte) è il primo a parlare esplicitamente di economia civile: guardare cioè all’economia come ad un fatto sociale allargato, che coinvolge l’intera società, non come espressione di un mercato, che invece appartiene a pochi. L’idea di economia civile nasce in quel momento, basata su una concezione antropologica relazionale, di un soggetto che si realizza in rapporti non solo vissuti nel segno della reciprocità, ma che esigono anche la capacità di andare oltre il puro e semplice do ut des. E’ la logica del dono, del gratuito, che trascende la semplice giustizia commutativa, cioè giustizia nei rapporti tra soggetti, basata sull’equiparazione di ciò che ci si scambia, dal punto di vista del valore di mercato. Solo successivamente prenderà il sopravvento la concezione, oggi divenuta tradizionale, di un’economia di tipo individualistico, utilitarista, basata su parametri logico-matematici, che prescindono dal rapporto tra persone.

Nella recente enciclica Caritas in veritate c’è la sottolineatura che tre sono i presupposti su cui l’economia si fonda: a) scambio: contrattazione tra cose; b) equa distribuzione dei beni: mi devo preoccupare se i beni che produco sono veramente distribuiti, oppure se produco beni che sono destinati solo ad alcune categorie di persone, quelle che hanno risolto tutti i bisogni primari e posseggono i beni accessori. Spesso si tratta pure di beni alienanti, falsi, perchè indotti dalla pressione sociale. C’è la contrattazione dell’economia; c’è, in secondo luogo, la corretta distribuzione di ciò che si produce: siamo chiamati in causa non solo su ciò che si produce, ma anche per chi lo si produce. Sono tutti interrogativi che dobbiamo porci. c) dimensione del dono. Questa rimanda ad uno scambio tra persone che trascende il puro livello del rapporto tra cose e dove la dimensione personale è costitutiva dei loro rapporti.

La felicità degli uomini dovrebbe essere l’obiettivo finale dell’economia. Ma la felicità si realizza non solo attraverso i beni materiali, ma ancor più attraverso i beni relazionali. Indagini eseguite sui livelli di felicità – indagini molto difficili perché i parametri variano di volta in volta, quindi non sono validi in termini assoluti – manifestano con chiarezza che c’è possibilità molto maggiore di sviluppo della relazionalità laddove esistono condizioni di ricchezza “medie”. Si tratta cioè di situazioni con una diffusione abbastanza limitata di beni economici, pur essendo, ovviamente, al di sopra di certi livelli minimi – dato che quando la povertà diventa miseria, si creano condizioni di inaccettabilità, anche dal solo punto di vista umano. Pertanto il livello di relazionalità e di felicità è più alto a questi livelli intermedi rispetto ai massimi livelli di ricchezza. Qui in realtà la qualità della vita è più bassa, perché le relazioni umane finiscono con l’essere deprivate della possibilità di uno sviluppo autentico.

Ecco il ruolo del dono: entra in gioco il fatto che l’economia non è soltanto chiamata a distribuire la ricchezza e a realizzare forme di contrattazione ispirate a valori di reciproca fiducia. Il valore della reciprocità è certamente importante, ma per funzionare come realtà a servizio dell’uomo deve favorire processi che sviluppano in senso vero le relazioni umane. Questi processi sono legati alla disposizione di sé nel dono, alla possibilità di vivere la relazione nella dimensione della gratuità. Questo è il vero modo di vivere le relazioni, perché solo dove sono permeate dalla gratuità, le relazioni diventano umanamente significative.

*dalla relazione del prof. Giannino Piana il 14-1-2010 al Meic, Acli e altre associazioni di Lecco, sul tema: Per una economia del dono. Ringraziamenti a Carla Casiroli per la preziosa opera di sbobinatura.


Per riflettere:

-l’economia benedettina tra le prime forme di economia;

-all’insegna della solidarietà;

-i francescani rompono con la condanna di ogni prestito ad interesse;

-deve esserci la circolazione della ricchezza;

-l’interesse non deve essere richiesto ai poveri;

-l’uomo è considerato persona, non individuo;

-lo scambio tra persone deve includere anche relazioni;

-illuministi napoletani parlarono di economia civile, estesa a tutti, non solo a chi ha accesso al mercato;

-esige il superamento del do ut des con la logica del dono;

-anche la Caritas in veritate parla del dono e dei beni relazionali;

-le relazioni diventano umane solo se permeate di gratuità.



febbraio 8, 2010

INTRODURRE PRINCIPI DEMOCRATICI NELL’ECONOMIA E NELL’INFORMAZIONE*

NON BASTA IL VOTO POLITICO: DEVONO ESSERE COINVOLTI TUTTI I SETTORI CHE CONTANO


Norberto Bobbio diceva che la democrazia non è una realtà che si realizza una volta per tutte: è un processo che deve andare nella direzione della sempre maggiore democratizzazione di tutti gli aspetti della società, nei vari ambiti in cui la vita civile si sviluppa; a partire anche da quelli più ristretti, da quelli che si definiscono legati ai mondi vitali. La democrazia è un processo che va estendendosi nella misura in cui tutto si democratizza, e tutto diventa espressione di partecipazione. La qualità della democrazia si misura dal grado della partecipazione. Con il termine economia civile” si mette l’accento sulla società civile, ossia sul soggetto di questo processo di democratizzazione; di quella “civilizzazione dell’economia”, come la definisce l’enciclica Caritas in veritate (n.38). Economia civile è tale nella misura in cui si assiste ad un processo di civilizzazione, dove il soggetto della società civile diventa l’inevitabile intermedio tra lo Stato e il mercato. L’economia civile non cancella i codici del mercato, ma certamente li ridimensiona, li riorienta; non cancella la funzione fondamentale dello Stato (c’è oggi la tentazione in alcune posizioni di guardare allo Stato come ad una realtà residuale) ma si introduce all’interno e crea un processo partecipativo allargato, che coinvolge Stato e mercato. L’economia civile coinvolge le due realtà tradizionali in una dimensione nuova e diversa, che conferisce all’economia la possibilità di essere una realtà partecipata e, dunque, di essere davvero un’economia che serve l’uomo nella sua interezza: l’uomo come singolo, come umanità e anche come generazioni future. Si tratta di un processo difficile, che ha dei presupposti ben precisi e che può essere messo in atto attraverso varie vie.

Una via è quella del terzo settore. Il terzo settore ha una valenza simbolica molto importante perchè, pur essendo votato alla solidarietà, deve essere capace di reggere la concorrenza e la vita economica, che implica anche l’efficienza. È certamente un settore di rilevo: perché in esso vengono valorizzate le vocazioni personali; perché – ad es. nel sistema delle cooperative – c’è un modo di gestione collettivo; perché, riferendosi ai servizi più che agli oggetti, dovrebbe puntare ai beni relazionali, quelli che più hanno a che fare con la qualità della vita. Il termine “qualità della vita” è molto onnicomprensivo, ma dovrebbe essere riconducibile alla visione relazionale: rapporto con sè stessi, con la totalità del proprio essere, con l’altro, col mondo, con la natura dentro cui siamo immersi, e pure col tempo, perché c’è anche un problema di qualità del tempo, da ritenersi tutt’altro che trascurabile.

La responsabilità sociale dell’azienda è un’altra via all’interno del sistema profit. Questa via implica che l’azienda si preoccupi di coinvolgere nella sua gestione complessiva non solo coloro che vi lavorano, ma anche gli utenti, coloro che vi fanno riferimento perché sono portatori di beni su cui l’azienda fonda la propria attività, tutti coloro che ruotano all’interno della società e che sono chiamati a gestire l’economia nel suo insieme.

La riforma dello Stato sociale è una via molto importante. Qui entra in gioco la politica, ma in termini non esclusivi. Si può ritenere che una delle cause della crisi dello Stato sociale è il fatto che è stato gestito burocraticamente dalla politica, a prescindere dalla società. Anche perché la società si è costituita l’alibi della non partecipazione. Pensiamo a come veniva gestita la solidarietà in contesti più ristretti, come quelli delle società preindustriale: nel bene e nel male, la società era mobilitata. Quando la società si è espansa, è diventata non solo più dilatata, come è oggi, ma anche più mobile. La politica ha avocato a sé la gestione della solidarietà, il che ha prodotto uno Stato sociale gestito dall’alto. Ma la società ha le sue responsabilità, nel senso che, di fronte a questa situazione, anziché entrare nel merito della gestione dello Stato sociale, che è una parte consistente anche dell’economia, praticamente ne ha delegato il controllo e la gestione alla politica. Questa, a sua volta, se ne è impadronita, spesso con logiche spartitorie. La riforma dello Stato sociale passa attraverso un rapporto nuovo tra soggettività sociali che vivono sul territorio e gestione politica. Il che non vuol dire che la politica non debba controllare la gestione dello Stato sociale, ma che ci deve essere uno sforzo di mediazione tra politica e società: strada attraverso la quale è possibile rendere uno Stato più efficiente e più solidale.

Territorializzazione dell’economia: ultimo aspetto che prendiamo in considerazione. Siamo di fronte a un processo di globalizzazione, orizzonte al quale si deve fare riferimento anche a livello economico e dal quale non si può prescindere. Il problema vero è come orientarlo, come guidarlo, come gestirlo. Ma questo non può prescindere anche dall’attenzione al particolare. Universale e particolare non sono in opposizione. Il vero universale è quello che fa parte il più possibile al particolare, altrimenti diventa un universale appiattito, omologato. Il vero particolare è quello che si riconosce particolare, ma aperto all’universale, che non pretende di esaurire in sé la totalità dei processi economico-sociali e così via. È da ritenere che la valorizzazione delle risorse locali – siano esse risorse culturali, risorse legate alla natura del territorio, risorse economiche e sociali – sia un elemento che favorisce maggiore produttività e nello stesso tempo – sempre se giocato in una prospettiva di apertura all’universale – favorisce processi di partecipazione molto maggiori. Infatti quel decentramento consente anche un controllo e una gestione sul terreno economico di processi che, se troppo dilatati, sfuggono alla possibilità di intervento di chi opera sul territorio.

In definitiva,  abbiamo indicato alcune vie per realizzare quella che nella nostra tradizione è stata chiamata economia civile, mentre in ambito anglo-americano si preferisce definire col termine di democratizzazione dell’economia. Si tratta cioè del fatto che l’economia – che oggi diventa un potere sempre più forte – invece di essere solo appannaggio di pochi, dovrebbe avere sempre più numerosi soggetti che partecipano. Allora il soggetto dell’economia diventa la società, diventa l’insieme delle realtà che nella società interagiscono. La democrazia o sarà democrazia economica e democrazia dell’informazione o non sarà democrazia: non perché ci toglieranno il diritto di votare, ma perché i poteri forti, che stanno dietro a tutto, sono sempre più in grado di condizionare le nostre scelte e i nostri voti.

*dalla relazione del prof. Giannino Piana il 14-1-2010 al Meic, Acli e altre associazioni di Lecco, sul tema: Per una economia del dono. Ringraziamenti a Carla Casiroli per la preziosa opera di sbobinatura.

Per riflettere:

-è possibile civilizzare l’economia?

-quali soggetti lo possono fare e in che modo;

-un’economia che serva l’uomo anche delle generazioni future;

-la via del terzo settore: solidarietà e mercato;

-beni relazionali, riguardanti cioè le relazioni genuine, non strumentali;

-qualità della vita e relazioni;

-responsabilità sociale dell’impresa,

-riforma dello Stato sociale col coinvolgimento delle soggettività sociali che vivono sul territorio;

-territorializzazione dell’economia;

-valorizzazione delle risorse locali;

-non ci sarà democrazia se non sarà anche dell’economia e dell’informazione.

È L’ORA CHE L’ECONOMIA NON TRASCURI PIÙ L’ETICA*

SUPERARE LA VISIONE NATURALISTICA SIA NELL’ECONOMIA CHE NELL’ETICA

Solo da poco più di due secoli si è parlato di economia come scienza. In precedenza erano semplici riflessioni sul comportamento umano nei rapporti di scambio e produzione. Per definirsi come “scientifica”, l’economia ha cercato di ancorarsi a qualcosa di oggettivo, come tutte le scienze della natura. Lo si trovò inizialmente nel comportamento di un uomo particolare, il famigerato homo economicus, privo di sentimenti e di principi etici, ma ben determinato nel perseguire soltanto il proprio interesse egoistico in ogni rapporto di scambio e produzione. Ciò che esula da questo comportamento – emozioni, generosità, senso civico e altri valori – era da considerare non scientifico e quindi non da prendere in considerazione. Così per molto tempo si è contrapposta l’economia all’etica: si riteneva che introdurre l’etica nell’economia significasse svuotare il sistema economico della propria capacità di perseguire degli obiettivi verso cui doveva essere finalizzato.

La riduzione dell’economia ad una scienza naturale è dovuta soprattutto ai fisiocrati, ma anche alle teorie di Smith: comporta che l’economia sia guidata da leggi di natura in senso stretto, leggi assolute, contro le quali non si può andare. Sono le leggi del mercato, di un mercato dove c’è una concorrenzialità libera, assoluta, che non fa i conti con nessuna regola, perché questa diventerebbe un impedimento allo sviluppo della concorrenzialità. Sono le leggi della massimizzazione della produttività e del profitto: per produrre sempre di più bisogna produrre profitto. Questo viene destinato alla produzione, ma anche alla innovazione tecnologica, per raggiungere maggiore produttività. Questa visione dell’economia come scienza naturale, guidata da leggi assolute, fisico-matematiche, che quindi non possono essere contraddette, non può non destare qualche preoccupazione. Considera l’etica una variabile impazzita se introdotta all’interno dell’economia, variabile che produce come conseguenza il disfacimento dell’economia stessa, l’impossibilità dell’economia di funzionare. Tale concezione è fondata su una visione illuministica dello sviluppo, inteso come sviluppo indefinito, illimitato.

Nuove istanze.  Per fortuna questa concezione è venuta meno negli ultimi trent’anni, anche a livello di scienza economica. Si sono fatte strada visioni diverse, è entrata sempre più l’esigenza di fare spazio all’etica all’interno dell’economia, esigenza sollevata anche dagli stessi economisti, non solo da chi si occupa di etica o discipline umanistiche. Ecco alcune tra le più importanti motivazioni che ci aiutano a capire la necessità del superamento di quella visione naturalistica dell’economia, per introdurre l’economia, a tutti gli effetti, come scienza umana.

a)la crisi ecologica, il fatto cioè che la visione illuministica del progresso, per la quale era possibile produrre sempre di più utilizzando in modo indiscriminato le risorse naturali, è entrata profondamente in crisi, perché non faceva i conti con la variabile ecologica. Essa si manifesta sia nella limitatezza delle risorse, con l’impossibilità di utilizzo indiscriminato delle stesse, sia nell’impossibilità di assorbire il sempre più consistente inquinamento, che compromette i beni fondamentali per la vita: aria, acqua e terra, beni sui quali la vita si fonda e trova possibilità di piena espressione.

b)la sperequazione sociale, generata dallo sviluppo basato su quelle stesse leggi economiche. Sperequazione non solo all’interno delle singole nazioni sviluppate – si pensi alle sacche di povertà che esistono anche da noi – ma soprattutto a livello di rapporti tra Nord e Sud del mondo. Il che ha evidenti conseguenze negative, non solo sul terreno etico, ma anche sul versante più propriamente economico. Infatti la sperequazione sociale, al di sopra di certi livelli, ostacola il corretto funzionamento degli stessi meccanismi dell’economia. Dove ad es. la possibilità di accesso ai beni è limitata a un piccolo numero di persone, questi beni, anche se prodotti in misura sempre più consistente, non possono essere comprati. Ne deriva un disagio sul terreno stesso dello sviluppo dell’economia, dovuto alla sproporzione tra ciò che si produce e ciò che si consuma.

c)Il sistema economico globalizzato,  ovvero il mercato unico, che peraltro si accompagna anche al costituirsi di un’ideologia del pensiero unico, cioè dell’ideologia mercantile. Globalizzazione non è solo mercato unico, non è soltanto il fatto che ormai il sistema economico è diventato un sistema unitario – sulla base di una rivincita del capitalismo dopo la caduta dei sistemi dei paesi dell’Est – ma è anche un sistema dove l’economia finanziaria ha il sopravvento sull’economia produttiva. E’ il fenomeno della finanziarizzazione dell’economia, che ha caratterizzato il mondo occidentale e ha prodotto la crisi che tutti conosciamo, una crisi di sistema, strutturale, non solo congiunturale.

Una domanda di etica per ragioni economiche emerge, quindi, nella stessa scienza economica. Chi riflette sulle questioni dell’economia dal punto di vista etico, non può che salutare con piacere il fatto che qualificati economisti, come Stiglitz o Sen, sottolineano sempre più l’esigenza di questa istanza etica all’interno dell’economia per ragioni economiche. Se l’economia prescinde dall’etica, dall’attenzione al problema ambientale, dai riflessi sociali della produzione, non funziona neppure come economia. Pare importante questo dato: la sottolineatura che viene emergendo all’interno della scienza economica che c’è bisogno di etica per far funzionare l’economia, che c’è bisogno di etica perchè il sistema economico possa porsi al servizio della crescita umana. Tutto ciò fa dell’economia una scienza umana: pertanto, come tutte le scienze umane, non è riconducibile a logiche naturalistiche, di tipo scientifico-matematico.

Bene comune globale.  Si noti che questo sollecita anche l’etica ad uscire da una prospettiva naturalistica. Nel passato lo scontro era tra due forme di ideologie naturalistiche: da una parte l’ideologia economica e dall’altra l’etica, che si basava su un concetto di legge naturale di tipo nettamente fissista. Questo impediva all’etica la possibilità di confrontarsi con la mobilità dei processi sociali in genere e dei processi economici in particolare. Se si vuole una comunicazione o interazione tra etica ed economia occorre uno sforzo da entrambe le parti per superare queste concezioni naturalistiche e riuscire a individuare dei processi che consentano al sistema economico di essere al servizio della crescita umana nella sua globalità: ossia non solo di tutti gli uomini esistenti (espressione cara all’enciclica “Populorum progressio”) ma anche dell’umanità futura. Si tratta di un concetto di bene comune e di interesse generale che va letto in prospettiva non solo sincronica – tutti gli uomini – ma anche in prospettiva diacronica: siamo responsabili di consegnare alle generazioni future un mondo che sia abitabile, in cui possano crescere in modo autentico e in tutte le dimensioni della loro esperienza personale.

*dalla relazione del prof. Giannino Piana il 14-1-2010 al Meic, Acli e altre associazioni di Lecco, sul tema: Per una economia del dono. Ringraziamenti a Carla Casiroli per la preziosa opera di sbobinatura.

Per riflettere:

-sforzo di fondare l’economia come scienza naturale;

-con leggi assolute contro cui non si può andare;

-l’ipotesi irreale di homo economicus;

-visione illuministica di sviluppo illimitato;

-l’etica doveva star fuori dall’economia;

-fattori che hanno fatto cambiare opinione negli ultimi trent’anni:

-crisi ecologica;

-sperequazione sociale, che impedisce di comprare quello che viene prodotto;

-globalizzazione, con mercato unico e pensiero unico;

-finanziarizzazione dell’economia;

-oggi c’è domanda di etica per ragioni economiche:

-senza etica, ambiente, socialità, l’economia non funziona;

-l’economia è una scienza umana, non riconducibile a logiche naturalistico-matematiche;

-anche l’etica deve superare concezioni naturalistiche di tipo fissista;

-bene comune in prospettiva sincronica e diacronica.

gennaio 25, 2010

NON SEMPRE LA STORIA PARTORISCE LA VERITÀ*

STORIA COME LUOGO DELL’INCERTEZZA CHE RICHIEDE UMILTÀ

“Per i greci la verità è la realtà ultima delle cose, (..) è ciò che non è nascosto, (..) è la realtà dell’essere che si mostra. Il suo simbolo è la luce. (..) Invece per i babilonesi, gli assiri e gli ebrei la verità è soprattutto ciò che è duraturo, ciò che sta saldo, fermo, nel cambiamento di ogni cosa. Il suo simbolo è la roccia. Il contrario della verità è l’instabilità.”[1] Questo frammento potrebbe persino illuminarci per comprendere le radici lontane della permanente incomprensione tra progressisti e conservatori. Le concezioni antiche infatti sono ancora presenti tra noi, almeno a livello inconscio, pur essendo forse superate dal moderno personalismo, in cui, peraltro, non manca una radice evangelica: “Io sono la via, la verità, la vita” (Gv 14,6). La concezione medio-orientale può addirittura portare a una fobia per il nuovo (una cosa che prima non c’era non è duratura, quindi non può essere vera), particolarmente inappropriata ai nostri tempi, segnati appunto dal tumultuoso avvicendarsi del nuovo.

L’appello alla storia per giustificare il presente era dunque frequente nel mondo ebraico. Un esempio significativo è quello dell’apostolo Paolo, così come ce lo raccontano gli Atti degli apostoli: egli soleva partire dalla storia d’Israele quando parlava ad altri ebrei. Nel suo discorso alla sinagoga di Antiochia di Pisidia (raccontato in Atti 13,14-42) la storia ebraica viene invocata per avallare la continuità con essa, quindi la verità, dell’annuncio evangelico. L’altro riferimento, alla razionalità del creato, all’ordine universale riscontrabile da tutti, nonché a Dio come garante di questo ordine (logos), è invece contenuto nel discorso ai greci dell’Areopago (Atti 17,16-34). Discorso che si arenò sull’affermazione della resurrezione dei morti, inaccettabile anche perché troppo distante dalla concezione di verità dei greci.

Con la teoria della sostituzione, i cristiani presto si impossessarono della storia sacra ebraica. L’affermazione era che il popolo eletto ora siamo noi cristiani, non più gli ebrei che non hanno creduto nel messia Gesù. Anche le Scritture di Israele sono diventate cristiane, perché gli ebrei non sono più in grado di comprenderle. Le Scritture diventano un modo per raccontare non tanto una storia comune, ma una storia che è peculiarmente cristiana fin dall’origine. Ovviamente di questa tesi sulla sostituzione della chiesa al popolo d’Israele non vi è traccia nelle Scritture: fu però una convinzione diffusa tra i cristiani a partire dal II secolo, quando Giustino rivendicò a loro l’eredità della storia biblica. Nel confronto col problema della verità sostiene inoltre che questa non può non reggersi sul tempo perché, se pure la verità è fondata sul logos, ha come propria connotazione interna la perpetuità, cioè l’eterna permanenza o, quanto meno, un’antichità. Così i cristiani si convincono di essere portatori di un annuncio legittimato da una lunga storia alle spalle. Nasce da un lato una precisa visione della storia sacra e dall’altro lato la concezione di verità connaturata nella creazione con caratteri di perennità.

La verifica storica, o l’idea che la storia sia generatrice di verità, ha dunque radici lontane. Nel 4° secolo, di fronte alla rivoluzione costantiniana, si cercò il significato del fatto che, mentre prima i cristiani soffrivano persecuzioni e ne erano immuni gli ebrei, successivamente le sorti si sono invertite. Agostino interpretava l’antigiudaismo cristiano come verifica storica della verità del cristianesimo. Ma questa idea è stata smentita dalle vicende storiche ebraiche del 19° e 20° secolo. Più di recente l’importanza della storia per la ricerca della verità è stata ripresa da Hegel. Il futuro non può essere previsto, tanto meno programmato. Importante è comprendere il passato, cioè la storia e le sue ragioni. È la storia a fornire il criterio per discriminare il vero dal falso. Assieme allo slancio utopico, in tal modo è riposto nel cassetto anche ogni senso forte legato al dover essere. Possiamo avere grandi ideali, ma essi da soli non ci garantiscono che diverranno realtà, dovranno passare attraverso il giudizio della storia. Questo modo di pensare è stato anche recepito da Marx e dai continuatori del suo pensiero, anche se con differenze non lievi sul modo di intendere questa prospettiva. Per alcuni l’esito era a tal punto iscritto nell’ordine delle cose che bastava attendere che il sistema capitalista crollasse a motivo delle sue insanabili contraddizioni interne; all’estremo opposto vi era chi riteneva di dover passare attraverso le doglie di una rivoluzione violenta. Per tutti la storia avrebbe comunque dato ragione agli uni e torto agli altri. Milioni di persone hanno ritenuto che davanti a loro splendesse realmente il bel sol dell’avvenire. Per questo hanno vissuto e combattuto. Ma tutto sembra crollato con l’abbattimento del muro di Berlino del 1989.

Storia, tempo dell’incertezza. Per lo stesso motivo molti si sono affrettati a dichiarare che la storia ha sancito la vittoria definitiva del capitalismo sul socialismo, quindi l’impossibilità di perseguire una società più giusta. Il nesso tra pace e giustizia e la volontà di non rassegnarsi a società ingiuste è tuttora il fronte su cui si misura una politica alta, degna di questo nome. Inoltre si affacciano nuovi compiti inediti per le passate generazioni e alieni alla mentalità sia capitalistica sia socialista: salvaguardare, per quel che è ancora possibile, le condizioni nelle quali la terra possa essere un habitat confacente alla specie umana. Di fronte a queste prospettive si può concludere che non possiamo trarre dalla storia quello che la storia non può dire. La storia è luogo dell’incertezza, dell’errore, del peccato, di fronte al quale si addice un atteggiamento penitenziale di umiltà. Chi si appoggia sulla storia corre il rischio perenne di essere smentito dalla storia.

*spunti tratti dalle lezioni del prof. Piero Stefani nel luglio 2009 alla settimana di Motta sulla crisi della democrazia, organizzata dalla Comunità di via Sambuco 13, Milano


[1]B. Maggioni, “Impara a conoscere il volto di Dio nelle parole di Dio”, Commento alla “Dei Verbum”, Ed. il Messaggero, Padova 2001, pag. 75.

Per riflettere:

-la concezione ebraica antica di verità come ciò che dura nel tempo può portare a fobia per il nuovo;

-appello alla storia per giustificare il presente;

-con la teoria della sostituzione i cristiani si impossessano della storia sacra;

-l’idea di storia come portatrice di verità può risalire ad Agostino, Hegel, Marx;

-dopo il muro di Berlino tutto sembra crollato;

-una politica alta non si rassegna a società ingiuste;

-oggi si affacciano compiti inediti;

-chi si appoggia alla storia rischia di essere smentito.

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SUPERARE I DUALISMI DEL PASSATO

NON SACRO E PROFANO MA UNICO CAMMINO VERSO CRESCITA E LIBERAZIONE

Dualismo storico.  Diverse concezioni filosofico-religiose antiche, come il platonismo o lo zoroastrismo, nonché le prime eresie cristiane, come il manicheismo, erano caratterizzate da un radicale dualismo tra corpo e spirito, sacro e profano. Dal canto loro molte pagine delle scritture bibliche, pur non essendo dualistiche nel contrapporre l’anima al corpo, sono state scritte in una prospettiva escatologica. Il tempo di cui parlano non è quello cronologico, ma la pienezza del tempo, nell’attesa della venuta di un messia: un tempo messianico. Quando ad es. Paolo consiglia di non usare di questo mondo perché “il tempo ormai si è fatto breve” (1Cor 7,29), intende un tempo escatologico. Sta di fatto che nella storia si sono prolungate, in parte fino ai giorni nostri, diverse forme di marcato dualismo tra storia profana e storia della salvezza, ordine temporale e regno di Dio, mistica e politica.

La città di Dio.  È interessante vedere come ancora nel 4°-5° secolo fossero presenti forti posizioni dualistiche. Agostino contrappone la città di Dio alla città terrena: la prima, generata dall’amore verso Dio, è dedita alla vera religione, mentre nella seconda, generata dall’amore dell’uomo verso sé stesso, figurano eretici, ebrei e barbari. È vero che la città di Dio non può fare a meno della città terrestre, deve poter usufruire dei suoi servizi, ma resta il dualismo fondamentale. Le due città si contendono il dominio sulla terra, anche se entrambe vorrebbero la pace. In realtà la pace – intesa da Agostino come tranquillità nell’ordine – non c’è, per via della lotta agli eretici, dell’ostilità verso gli ebrei, ecc. Infelice il popolo che si è allontanato da Dio, è la conclusione di Agostino; anche questo popolo può raggiungere una certa pace ma anzitutto non ce l’avrà sempre e, in secondo luogo sarà la pace oppressiva di Babilonia. Tuttavia anche queste forme di pace sono utili al popolo di Dio.

Con la cristianità si avvia a conclusione un procedimento per dire la fede, costituito dalla organizzazione crescente del dogma e del simbolo della fede. Quanto a quest’ultimo è curioso notare che nel credo non si prescinde dalla storia biblica, ma, significativamente, la si dice in un modo che non è biblico: si fa riferimento a Ponzio Pilato, un governatore romano, mentre non si allude nemmeno ai patriarchi, Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè, Davide ecc.; si dice la Trinità, l’incarnazione, ma non si parla dell’evangelo predicato e vissuto; la nascita e la morte di Cristo ma non quello che c’è di mezzo. Il credo è una forma totalizzante che ignora le altre civiltà. Così, con la cristianità, diventa sempre più problematico dire quello che è extra ecclesiam. Se c’è la cristianità non ci può essere pluralismo.

Eresia come zizzania.  Un’altra forma di dualismo può essere derivata dalla parabola evangelica del grano e della zizzania. (Mt 13,24-30). Quest’ultima rappresenta il male e, nel caso della chiesa, l’eresia. La parabola invita esplicitamente a non estirparla, se non alla mietitura finale: un chiaro invito ad accettare che il giudizio sia lasciato a Dio. La chiesa invece, già allora, si è subito preoccupata di espungere chi non la pensa in modo ortodosso. Semmai sarebbe più logico perseguire chi non si comporta bene, guardare cioè all’ortoprassi invece che all’ortodossia. Questo atteggiamento è proseguito nel medio evo e nella modernità: non manca certo neppure ai nostri giorni. Nel secolo scorso, sotto la spinta di pensatori come Rahner e Chenu, questi dualismi sono stati messi in discussione. Una corrente della teologia contemporanea ha scoperto che, nella Bibbia, la salvezza non è concepita come fuga dal mondo, passaggio dalla terra al cielo, ma come trionfo di un mondo rinnovato (“un cielo nuovo e una terra nuova” secondo Apocalisse 21,1).

Il concilio Vaticano II ha fatto passi decisivi nel superamento di questi dualismi. Ha detto ad es.: “se si deve accuratamente distinguere il progresso terreno dallo sviluppo del Regno di Cristo, tuttavia, tale progresso, nella misura in cui può contribuire a meglio ordinare l’umana società, è di grande importanza per il Regno di Dio.” (Gaudium et spes n.39). Analogamente la costituzione Lumen gentium precisa che i cristiani non devono “nascondere nel fondo del loro cuore” la speranza del Regno, ma lottare “contro i dominatori di questo mondo di tenebre” (Ef 6,12) ed “esprimerla anche attraverso le strutture della vita secolare” (n.35). Dichiarazioni esplicite cui non seguono fatti? O forse è ancora presente fra noi il dualismo agostiniano?

*spunti tratti dalle lezioni del prof. Piero Stefani nel luglio 2009 alla settimana di Motta sulla crisi della democrazia, organizzata dalla Comunità di via Sambuco 13, Milano

Per riflettere:

-dualismo storico tra corpo e spirito, sacro e profano;

-città di Dio, contrapposta da Agostino a quella dell’uomo;

-con la cristianità cresce il dogma e il simbolo della fede;

-non ci può essere pluralismo;

-eresia come zizzania;

-la chiesa si preoccupa dell’ortodossia, non dell’ortoprassi;

-la salvezza non è fuga dal mondo;

-lottare contro i dominatori di questo mondo.

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gennaio 21, 2010

ISLAM: SINCERITÀ DEL PROFETA*

INIZIO FATICOSO IN CONTESTO PRIMITIVO

ANALOGIE COL MESSAGGIO CRISTIANO

Nelle aride terre dell’Arabia centrale ai tempi di Maometto, c’era l’abitudine di contenere il numero delle bocche da sfamare seppellendo vive le neonate. Il Profeta ovviamente si oppose a questa barbara usanza, affermando l’esigenza di confidare nella misericordia divina per trovare il sostentamento per tutti. Era una società tribale, una struttura nella quale prevalgono i legami orizzontali sulle gerarchie e non ci sono che forme limitate di autorità. L’appartenenza al gruppo tribale era ad un tempo una sicurezza ed un impegno. Era un grande disonore per i reprobi esserne esclusi, ma non meno disonorevole abbandonarlo volontariamente. Invece era molto vivo il senso della solidarietà nell’ambito del gruppo.

La Mecca,  luogo di nascita di Maometto, era una città santa, un centro religioso politeista, il cui tempio ospitava, si dice, 360 idoli, circa uno al giorno, dato che ogni tribù aveva il suo. Quando vi confluivano per i loro culti, per rispetto al luogo sacro, pur essendo piuttosto litigiosi, dovevano deporre le armi, e ne approfittavano anche per fare gli affari. Oltre che religioso divenne così anche un fiorente centro commerciale. Parlare di un Dio solo, come faceva Maometto, rischiava di compromettere la fonte di tale prosperità.

Sfortuna. Maometto era nato già orfano del padre. Dopo qualche anno muore anche la madre e viene accudito prima dal nonno e poi dallo zio. Va a servizio presso una signora più anziana di lui che poi diverrà la prima moglie: Khadīja, che lo inizierà ai commerci, costituendo un forte sostegno affettivo e morale, oltre che economico, così come lo zio sarà il suo sostegno politico. Morta Khadīja Maometto sposerà molte donne (nove, anche per scopi politici e la ricerca di un figlio maschio), ma nessuna potrà raggiungere il ruolo rivestito dalla prima. Essere orfano, sposare una donna più anziana e ricca di lui, erano tutti aspetti spregevoli per quei tempi, ancor più il destino di non avere nessun figlio maschio. Eppure questo “parvenu” si dichiara profeta di uno scomodo Dio unico. Non può non tornare alla memoria che anche nella Bibbia spesso Dio si avvale di persone che agli uomini sembrerebbero inadatte: manda il balbuziente Mosè a parlare col Faraone; manda Gesù, figlio di Maria, che a noi sembra un termine dolce, natalizio, ma a quei tempi voleva dire figlio di padre ignoto. E così per molti altri casi: potrebbe rientrare anche il caso di Maometto in questo disegno di Dio che appare contraddittorio a noi uomini.

L’Egira.  Nell’ostilità dei concittadini della Mecca ebbe un piccolo numero di seguaci, in prevalenza parenti o amici, fino a quando, nel 622, dopo la morte dello zio e della moglie, si decise a emigrare a Medina con circa 80 seguaci, in quella che è stata chiamata l’Egira (emigrazione). Là ebbe origine un primo embrione di stato musulmano, destinato a grande sviluppo; da quel momento fu dato inizio anche alla numerazione degli anni del calendario islamico. Ha comportato però il distacco dalla comunità d’origine che aveva un significato molto negativo nell’ambiente tribale.

Un messaggio escatologico è il primo contenuto della predicazione di Maometto, prima ancora di quello monoteistico. Invita infatti alla conversione, perchè è imminente il giorno della resa dei conti. Maometto rimproverava i ricchi mercanti della Mecca perché avidi e disonesti, così come Giovanni Battista o Gesù erano contro i ricchi. Anche questo ci deve far riflettere, perché quando Gesù comincia la sua missione inizia anche lui con un messaggio escatologico, parlando della fine del mondo. C’è anche qui una consonanza profonda tra il messaggio coranico e quello evangelico. Tanto più che Maometto si rivolgeva a una società mercantile, venale e non sempre corretta, che non aveva alcuna prospettiva ultraterrena, del tutto aliena da discorsi di premi o castighi dopo la morte e tanto meno da prospettive come la resurrezione della carne. A chi obietta come sia possibile questa resurrezione, la risposta è: se Dio vi ha creato dal nulla, ancor più facile sarà ricrearvi dalle vostre ceneri. Il Corano afferma che Dio ci ricostruirà fino alla punta delle dita, cioè a quel dettaglio come le impronte digitali che oggi sappiamo essere uniche per ciascun uomo. Analogamente unica è la responsabilità individuale, cosa non facilmente recepibile in una società tribale, che molto si appoggiava sul gruppo e la sua protezione.

Giustizia e monoteismo sono gli altri contenuti principali della predicazione coranica. La giustizia è ancora quella dell’occhio per occhio, dente per dente. È noto che si tratta di un freno agli eccessi vendicativi, che resta tuttavia in un ambito retributivo. In alternativa è prevista anche la ricompensa pecuniaria. Tuttavia viene detto esplicitamente che Dio preferisce il perdono. Infine, una volta ricompensati, il Corano prescrive di usare gentilezza e non mantenere il broncio. Il principale sinonimo di Dio è Misericordioso. Il Corano non dice che l’essenza di Dio è l’amore, ma dice una cosa molto simile. Misericordia in arabo ha infatti una radice che significa utero: Dio ci ama come una madre; si commuovono le sue viscere, sarebbe l’espressione biblica. Una differenza col cristianesimo è che l’amore non è l’essenza di Dio, ma una sua decisione. Una critica islamica al cristianesimo è quella di essere politeisti mascherati: non riescono infatti a comprendere il significato della Trinità. Per loro Dio è uno e unico: uno, non diviso in tre persone; unico, perché non esistono altri dei.

In definitiva frequenti sono nel Corano gli inviti all’umiltà, alla fede, alla generosità, alla correttezza negli affari, alla castità (eccetto che con le proprie mogli e schiave), ecc.: una stretta affinità col cristianesimo, se si pensa alle abitudini del tempo. Non mancano persino le critiche allo stesso Maometto nel Corano. C’è ad es. un rimprovero a lui quando ha trascurato un mendicante cieco per dare la precedenza a un notabile della Mecca: una conferma della sincerità del profeta, che non trascura di riportare neppure ciò che gli fa fare brutta figura. Si può concludere che l’islam va preso sul serio: è una religione a pieno titolo, che merita rispetto ed attenzione, di cui Dio si è servito, forse, per parlare a cuori primitivi che uccidevano le bambine. L’ostilità dei cristiani, pure monoteisti, si può forse spiegare per la vicinanza di contenuto e la contiguità geografica (così come le liti sono più facili tra parenti o vicini). Ma sono assolutamente da superare.

*Dalle lezioni del prof. Paolo Branca alla Scuola di formazione teologica per laici, Zona pastorale di Lecco, 2009-2010.

Per riflettere:

-avvio contradditorio della carriera di Maometto;

-inizia la sua missione con un messaggio escatologico, come Gesù:

-la fine del mondo è vicina;

-nella società tribale indica la responsabilità individuale;

-principale attributo di Dio è la misericordia;

-non è l’essenza di Dio, come per i cristiani, ma una sua decisione;

-con l’Egira dà origine a un primo embrione di stato musulmano;

-affinità col messaggio cristiano;

-sincerità di Maometto;

-l’islam va preso sul serio.


SEMPLICITÀ E UMANITÀ: FORZA DELL’ISLAM*

TRATTI ESSENZIALI DI UNA RELIGIONE IN ESPANSIONE

Parlare di una religione da parte di chi non la professa potrebbe essere scorretto o distorto: meglio parlare con anziché di. Avanziamo egualmente alcune ipotesi nella speranza di sollecitare interlocuzioni competenti. Dopo un inizio faticoso al tempo della predicazione di Maometto alla Mecca, lo sviluppo dell’islam è divenuto sempre più sostenuto, non soltanto grazie alle conquiste militari, ma anche per una sua forza intrinseca, che cercheremo di indagare e comprendere. Nel primo secolo della sua storia, l’islam è arrivato fino all’India, in seguito fino all’estremo oriente, raggiungendo oggi circa 1,5 miliardi di persone. Da una diffusione soltanto in ambiente arabo all’inizio, oggi lo è solo per il 20%, data appunto la grande espansione nei paesi non arabi.

Islam deriva dal verbo sottomettere e musulmano vuol dire colui che si sottomette, ovviamente a Dio. Il Dio che si è rivelato nel corso della storia attraverso una molteplicità di personaggi, tra cui Maometto. A lui è stata data l’ultima e definitiva rivelazione, ma prima di lui c’è Adamo, Noè, Mosè, Gesù, Giovanni Battista e tanti altri dell’antico e del nuovo Testamento. Si tratta di una rivelazione assieme particolare e universale: particolare perché fatta agli arabi, in lingua araba, da un profeta arabo; universale perché è la stessa rivelazione dell’unico Dio, rivolta ad ogni uomo, al di là della particolarità araba.

Centralità del Corano. Quello che per il cristianesimo è Gesù, per l’Islam è il Corano: riveste cioè un ruolo centrale. Non è corretto parlare di maomettani, perché non adorano Maometto, essendo questo soltanto un profeta. Sarebbe meglio parlare di coranisti o coraniani, appunto per la centralità di quel testo. Inizialmente non era uno scritto, ma un annuncio orale operato tramite l’angelo Gabriele a Maometto (che una tradizione vuole analfabeta), lungo i 23 anni della sua missione dal 610 al 632, anno della sua morte. Dopo di lui solo il terzo califfo, successore politico del profeta, si decise a far mettere il testo per iscritto. Anche questa ritardata trascrittura è un ostacolo nel capire il Corano. Come Gesù è il verbo di Dio incarnato, il Corano è il verbo di Dio fatto messaggio o libro: un libro perfetto, senza errori, miracoloso, che trascende le capacità umane. Non mancano ovviamente le dispute teologiche: il Corano essendo parola di Dio condivide con Dio tutti i suoi attributi (eterno, increato, ecc.), oppure è azione di Dio, quindi da Lui creato? È sorprendente il parallelismo con la natura umana o divina di Cristo, di cui discutevano le prime comunità cristiane, ma ancora più evidente è nella fenomenologia di questa trasmissione: Maria vergine riceve dall’angelo Gabriele l’annuncio dell’incarnazione del verbo di Dio; dallo stesso angelo Maometto riceve la parola di Dio fatta messaggio. Forse per questo parallelismo il nome di Maria è l’unico nome femminile che appare nei 6000 versetti del Corano (più di 30 volte).

Umanità. Come si pone rispetto all’umanità questo messaggio? Ha la pretesa di dire all’uomo qualcosa sulla sua stessa natura che l’uomo tende a dimenticare. Alla sura 7 versetto 172 c’è un misterioso racconto dal quale si ricava che se l’uomo non riconosce la sua dipendenza da Dio non è pienamente uomo, tradisce la sua natura e il patto primordiale col creatore. Questo viene ribadito in altre parti del Corano come il v. 56 della sura 51: io non ho creato gli spiriti e gli uomini altro che perché mi adorassero. Ancora la sura 30 v. 30 afferma che la fede è la natura degli uomini, chi non crede in Dio tradisce la propria natura. Il Corano è piuttosto asistematico, cioè non sempre sviluppa organicamente un discorso, ma spesso si limita a dei flash. Al v. 72 della sura 33 si dice che nell’uomo c’è al contempo grandezza e miseria. Quello dell’uomo è un mistero che Dio non ha voluto rivelare neppure agli angeli, tanto meno agli uomini stessi. Tuttavia dell’umanità tutti abbiamo esperienze dirette, mentre è assai più difficile avere esperienza di Dio, che è trascendente. Pertanto il piano dell’umanità può costituire un terreno di incontro tra gli uomini più agevole di quello dell’astratta teologia. E il Corano è ricco di aspetti di grande umanità. Ecco ad es. come indica poeticamente il comportamento da tenere nei confronti dei genitori: inclina davanti a loro mansueto l’ala della sottomissione.

Semplicità:  è un altro punto di forza dell’islam. La salvezza si ottiene seguendo le poche regole di comportamento prescritte (le cinque preghiere giornaliere, quella del venerdì, il ramadan..). Non vi sono complicate elucubrazioni teologiche. Nel Corano non c’è il precetto di amare i nemici – ritenuto troppo lontano dal buon senso – né quello di perdonare 70 volte 7; neppure è consigliato il celibato: non si chiede di diventare più che umani, né come angeli. Dio non si è fatto come noi (perché Gesù per l’Islam non è Dio ma soltanto un profeta) e noi non dobbiamo diventare come Lui. Nell’islam non è teorizzato il monachesimo, anche se qualcuno lo vive. Perché il Corano rifugge dagli eccessi. Come mai fai queste cose che vanno al di là dei limiti della natura umana? Non ti sarai montato la testa? Dio preferisce che si perdoni, dice il Corano. Si riconosce però che c’è una naturale tendenza a volersi vendicare. Può sembrare una contraddizione, ma c’è una saggezza anche in questo riconoscimento, perché chi fa del male, in tal modo, sa che riceverà del male e provocherà nell’altro sentimenti di pari aggressività. Un ultimo aspetto della tolleranza coranica riguarda il pluralismo e può essere colto nella sura 5 v. 48: a ognuno di voi abbiamo assegnato una regola e una via, mentre se Dio avesse voluto, avrebbe fatto di voi una comunità unica. Ma ciò non ha fatto per provarvi in quello che vi ha dato. Gareggiate dunque nelle opere buone.

Sono queste alcune parziali considerazioni per comprendere perché l’islam abbia avuto tanto successo nei primi secoli e ancora oggi ne raccolga nel mondo.

*Dalle lezioni del prof. Paolo Branca alla Scuola di formazione teologica per laici, Zona pastorale di Lecco, 2009-2010.

Per riflettere:

-islam o sottomissione a Dio;

-ultima e definitiva rivelazione a Maometto;

-la centralità del Corano: verbo di Dio fatto messaggio;

-condivide con Dio i suoi attributi, o è da Lui creato?

-parallelismo con la natura di Cristo;

-importanza di Maria;

-senza fede l’uomo tradisce la propria natura;

-il Corano è ricco di umanità e rifugge dagli eccessi;

-non richiede di diventare più che umani;

-l’umanità può costituire un terreno di incontro tra gli uomini;

-umanità e semplicità sono il segreto del successo dell’islam.


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