I piromani La Valle
L’amore che rende tutti amici De Capitani
La concretezza della via verso il sogno Casati
Appoggio a papa Francesco Boff
La parte nascosta di Dio e degli uomini De Capitani
Segni dei tempi o barbarie dei tempi?
Una chiesa ancora costantiniana? Xeres
La parola della croce (Castenetto)
Responsabilità del laicato (Cereti)
A sua immagine e somiglianza (Stefani)
Sul disastro antropologico Meic Sardegna
La laicità dei credenti (Stefani)
Le scissioni della cultura contemporanea (Dotti)
Impresa sociale (Dotti)
Introdurre principi democratici nell’economia e nell’informazione (Piana)
in 20 schede didattico-divulgative,oltre ad una introduttiva-metodologica
0. Introduzione: La verità delle scritture
1. (1,1-13) Un percorso che porta al dialogo
2. (1,14-20) Conversione
3. (1,21-45) Fare, non solo dire
4. (2,1-3,6) La novità dell’evangelo
5. (3,7-35) L’anticristo che c’è in noi
6. (4,1-34) Annunciare in parabole
7. (4,35-5,43) Crescere nella fede
8. (6,1-56) Quale missione?
9. (7,1-37) Rischiare nella fede
10. (8,1-26) Occhi per vedere oltre le apparenze
11. (8,27-9,13) Via della croce e destino di felicità
12. (9,14-50) Fede in Dio e fiducia negli uomini
13. (10,1-52) Autorità ai piccoli
14. (11,1-33) Il culto decaduto
15. (12,1-44) Totalità per il discepolo
16. (13,1-37) Vigilare, cioè impegnarsi nel presente
17. (14,1-21) Fede o disperazione
18. (14,22-31) Eucaristia: la vita come dono
19. (14,32-15,47) “Dio mio, perché mi hai abbandonato?”
20. (16,1-20) Nell’assenza di Dio, la resurrezione
2001
Uomo nuovo che guarda alla terra
2006
Difendere la tradizione dai tradizionalisti (Stefani)
Pace e laicità tra derive clericali e laiciste
2007
Dalla cristianità alla pace per tutti (Stefani)
È più importante la verità o la pace? (Stefani)
Il modello biblico di liberazione e pace (Stefani)
Memoria e profezia per costruire la pace (Stefani)
Bonhoeffer testimone di fede e laicità (De Bernardis)
L’impegno di Bonhoeffer per la pace (De Bernardis)
2008
Ha ancora senso la difesa armata nell’era atomica? (Stefani)
Segni dei tempi o barbarie dei tempi? (Stefani)
Riconciliazione, perdono, verità: guardare avanti (Stefani)
Vocazione universalista del costituzionalismo (Onida)
Sovranità parola da abolire (Onida)
2009
Come se Dio ci fosse o non ci fosse? (Stefani)
Cristianesimo: religione o fede? (Stefani)
Inculturazione critica della fede (Stefani)
Non sempre la storia partorisce la verità (Stefani)
Superare i dualismi del passato (Stefani)
Quali fondamenta per la democrazia? (Totaro)
Contro la crisi della democrazia alzare l’asticella (Totaro)
Verso un nuovo individualismo? (Totaro)
Paura o speranza? (Boccaccini)
Rivalità o collaborazione tra Stato e chiesa? (Boccaccini)
Integrare gli immigrati conviene (Boccaccini)
2010
Parrocchia e vocazione messianica
2011
Storia, Tradizione, prospettiva escatologica Stefani
2012
La coscienza da un concilio all’altro Stefani
Il nostro Dio è il Dio di tutti Stefani
2017 (Torre Pellice)
La parola della croce Stefani
” La violenza è l’ultimo rifugio degli incompetenti” Isaac Asimov
LINKS:
http://www.chiesadituttichiesadeipoveri.it/06aprile2013/assemblea06042013.asp (sull’enciclica Pacem in terris)
http://www.ildialogo.org/LeInC.php?f=12&s=pace
IN QUESTO SITO:
L’uso militare nascosto della tecnologia 5G Dinucci
Fu un sacrificio (caso Moro)
Il pianeta delle armi Caddalanu
L’amore come risposta alla crisi La Valle
La pace che viene dal profondo De Capitani
I piromani La Valle
Verso un mondo meno violento? La Valle
Che cosa è la non violenza cristiana Drago
La nonviolenza messaggio di papa Francesco 1-1-2017
Appoggio al messaggio del papa WaC
Pace come completezza De Capitani
L’egocentrismo è mortale Peyretti
Matite temperate e fucili spezzati
L’intervento militare secondo due cardinali Stefani
Le buone notizie che non piacciono al potere Giorgi
Difendiamo i nostri bambini Giorgi
Breve storia della violenza Giorgi
Con tutti i perseguitati Sequeri
La non esaudita preghiera della pace Stefani
Pace e Resistenza Cadalanu
Democrazia e difesa Peyretti
No F 35 Appello
L’irresistibile attrazione del vecchio La Valle
USA: uno Stato fallito? Galtung
Un Dio punitore? Stefani
Violenza: non avrai altro Dio Mancuso
Violenza: quel giusto equilibrio tra cuore e mente Mancuso
Papa Francesco e la economia politica dell’esclusione Boff
Non esiste violenza naturale nell’uomo Giorgi
Prevenire alla radice Giorgi
Al principio dell’autunno Stefani
Appello di Zanotelli su armi e politica
Appello di Pax Christi per le elezioni
Giornata mondiale della pace De Capitani
Un diritto non è mai un pericolo Saraceno
Pier Cesare Bori Peyretti
Nonviolenza e Teologia della liberazione Drago
Tagli alle spese militari Sciortino
Fermare i preparativi di guerra!
Educare i giovani alla giustizia e alla pace De Capitani
Trinità come modello da perseguire De Capitani
Le tre violazioni americane Cassese
Il mostro di Al Qaeda Spinelli
I funerali di Vittorio Arrigoni
Due disastri provocati dall’uomo Galtung
Libia, galleggia il cavalier Travicello La Valle
Sveglia pacifisti Peyretti
Opposizione integrale alla guerra Movimento nonviolento
Così non si difendono i diritti umani Lotti
Odissea della politica Giudici
No alla guerra: principio non negoziabile Bettazzi
Dalla competizione alla cooperazione (Martirani)
La vendetta afgana La Valle
Guerra in Afghanistan: missione di pace? Nogaro
La pace al centro della teologia di Luigi Sartori
Vent’anni dopo il muro abbattuto di Piero Stefani
È più importante la verità o la pace?
Il modello biblico di liberazione e pace
Ha ancora senso la difesa armata nell’era atomica?
Riconciliazione, perdono, verità: guardare avanti
Memoria e profezia per costruire la pace
Dalla cristianità alla pace per tutti
Pace e laicità tra derive clericali e laiciste
L’impegno di Bonhoeffer per la pace
Bonhoeffer testimone di fede e laicità
Violenza del potere e forza della non violenza
Non è più tempo di delega e dipendenza (samaritana)
Scuola, educazione militare Anfossi
E il fucile entrò a scuolaMerlo
La banalità del male De Capitani
La lezione del virus Giorgi
La scelta La Valle
Ha tanto amato il mondo Casati
Le acque della vita De Capitani
RIFLESSIONI DOPO LA LAUDATO SÌ
1.Crescita immateriale, decrescita materiale
3.Il paradigma di papa Francesco
4.Sobrietà: istruzioni per l’uso
Chi ha paura della Cina Mazzucato
Dieci punti per far girar bene il pianeta Viale
La via crucis del mondo Mancuso
Il tempo della grande trasformazione Boff
Violenza: quel giusto equilibrio tra cuore e mente Mancuso
Capacità di adattamento e di autogestione
Agricoltura biologica contro la fame Holt Gimenez
Salviamoci con il pianeta Terra Zanotelli
Fukushima 11 marzo, punto di svolta? Galtung
Se l’apocalisse nucleare fa paura anche al papa Zizola
Dalla competizione alla cooperazione (Martirani)
Basi teoriche per una rivalutazione della natura? (Mancuso)
Quale percorso evolutivo nella natura? (Teilhard de Chardin)
Salute dell’uomo e salute del pianeta
Violentare o imitare la natura?
Funzione strategica di cibo e foreste
Quando un’ideologia pretende di essere naturale
Il clima nelle mani di apprendisti stregoni
Se il mondo perde il senso del bene comune Rodotà
Referendum: votiamo per salvare Zanotelli
Parrocchia: la parola greca da cui deriva questo termine evoca al contempo presenza del Messia e vivere in esilio o soggiornare da straniero. Dà pertanto un’idea di provvisorietà, di pellegrinare, che si contrappone al risiedere stabile del cittadino nella propria città. In effetti tra i primi cristiani era diffusa la convinzione che fosse vicino il ritorno di Gesù, cioè la sua seconda venuta sulla terra: vivevano un tempo messianico. In seguito, soprattutto dopo Costantino, la comunità cristiana si è stabilizzata e istituzionalizzata, perdendo così l’originaria provvisorietà. Anzi, il rafforzamento delle strutture territoriali della Chiesa, che ha caratterizzato il regime di cristianità, è andato di pari passo con il controllo esercitato su una popolazione ormai totalmente cristiana. In questo modo però ha perso vigore l’originaria vocazione messianica: la Chiesa, anziché soggiornare da straniera in attesa, ha dimorato da cittadina, come tutte le altre istituzioni di questo mondo. Col rischio, comune a ogni istituzione e governo, di crollare.
Come recuperare la vocazione messianica? “«Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!» (2Cor 6,2). Secondo Paolo il tempo del Messia non può essere un tempo futuro, è il tempo dell’adesso. (..) Un già che è anche un non ancora. (..) L’esperienza di questo tempo non è qualcosa che la Chiesa possa scegliere di fare o di non fare. Non vi è Chiesa, se non in questo tempo e per mezzo di questo tempo. (..) Che ne è di questa esperienza del tempo del Messia, nella Chiesa di oggi? Il riferimento alle cose ultime sembra sparito dal discorso della Chiesa. (..) Si tratta della capacità della Chiesa di cogliere ciò che Matteo 16,3 chiama i segni dei tempi. (..) Vivere nel tempo del Messia esige la capacità di leggere i segni della sua presenza nella storia, di riconoscere nel suo corso il sigillo dell’economia della salvezza” (p. 786).
Due polarità, compresenti ma in tensione dialettica tra loro, sono apparse necessarie per la sopravvivenza di ogni comunità umana, agli occhi dei padri e di chi ha riflettuto sulla filosofia della storia: una votata al governo del mondo, l’altra all’economia della salvezza. “Ora, è esattamente questa tensione che oggi è spezzata. A mano a mano che la percezione dell’economia della salvezza nel tempo storico si appanna nella Chiesa, si vede l’economia stendere il proprio dominio cieco e derisorio su tutti gli aspetti della vita sociale. Allo stesso tempo, l’esigenza escatologica che la Chiesa ha trascurato ritorna sotto una forma secolarizzata e parodistica nei saperi profani, che sembrano fare a gara per profetizzare in tutti i campi delle catastrofi irreversibili. Lo stato di crisi e d’emergenza permanente che i governi del mondo proclamano oggi è proprio la parodia secolarizzata del perpetuo aggiornamento del giudizio ultimo nella storia della Chiesa. All’eclissi dell’esperienza messianica del compimento della legge e del tempo corrisponde un’ipertrofia inaudita del diritto, che pretende di legiferare su tutto, ma che tradisce con un eccesso di legalità la perdita di ogni vera legittimità” (ivi). Ecco perché oggi si può ritenere che i potenti del mondo sono tutti rei di illegittimità.
Incomunicabilità e frantumazione. Tornando alla parrocchia è superfluo notare che l’attuale situazione, dopo i processi di secolarizzazione e di globalizzazione, è completamente diversa da quella del regime di cristianità: il pluralismo religioso e culturale è un dato di fatto assolutamente ineccepibile. “Il pluralismo esistente dentro un’istituzione non fondata né sul consenso, né sull’aggregazione (e fermamente decisa a respingere il relativismo valoriale e comportamentale) ha due conseguenze evidenti: l’incomunicabilità e la frantumazione. Oggi appare sempre più evidente che all’interno della Chiesa cattolica esiste, di fatto, un pluralismo assai accentuato; ma altrettanto evidente è l’assenza di comunicazione reciproca tra le varie parti. L’egemonia assunta dai movimenti negli ultimi decenni è esito inevitabile di questa situazione. Là dove vi sono schieramenti, la logica del governo non può che piegarsi allo spirito e alla pratica della «lottizzazione», assegnando a seconda delle circostanze ai vari gruppi la gestione di uno specifico settore ecclesiale. Per questo motivo all’interno della Chiesa cattolica la crisi più accentuata riguarda le strutture territoriali (diocesi, parrocchie). (..) Oggi, quando il pluralismo è tratto caratteristico sia di ogni porzione territoriale, sia della vita intraecclesiale, la parrocchia – vale a dire il territorio in cui ci si trova e non il gruppo a cui si sceglie di aderire – si presenta come un ambito chiamato a esercitare un’accoglienza reciproca sia lungo le piazze e le strade, sia all’interno della chiesa o della canonica. In sintesi, le istituzioni nate per garantire l’omogeneità cristiana di un territorio sono diventate le più esposte nel misurarsi con il pluralismo sociale ed ecclesiale” (pag. 783).
Accoglienza reciproca. “In questa situazione molte sono state le opzioni messe in campo, comprese quelle dell’arroccamento, dell’occupazione della parrocchia da parte di determinati movimenti e del tentativo di ripristinarsi come simbolo di cristianità territoriale che si contrappone agli «altri». Non credo che sia questa la strada da imboccare. La via tutt’altro che teorica – e in moltissimi casi concretamente messa in pratica – su cui camminare è quella dell’accoglienza reciproca. L’unica risposta che tiene in questo contesto è quella della carità, vale a dire dell’amore del prossimo esercitato nei confronti di tutti coloro che si incontrano; e qui decisivo non è sapere se ciò avvenga intra o extra ecclesiam. Tuttavia quando l’amore del prossimo è esercitato all’interno dell’orizzonte ecclesiale, esso esigerebbe non solo l’abbandono di separatismi e lottizzazioni, ma anche la perenne consapevolezza di essere comunque al di sotto di quanto ci è chiesto. Fa parte della fede (assai più che della religione) patire in noi lo scarto tra la nostra capacità di amare e quella davvero conforme alla volontà di Dio manifestatasi nel Figlio suo venuto ad abitare in mezzo a noi” (ivi).
*tratto dallo “studio del mese” de: Il regno – attualità n. 22/2009 contenente due saggi: -Piero Stefani, Cristianesimo come religione: l’autocoscienza dei credenti (pp.777-783) e: -Giorgio Agamben, La vocazione messianica (pp 784-786).
Per riflettere:
-la parrocchia da soggiorno da straniera a strumento di controllo;
-il tempo messianico è adesso;
-cogliere i segni dei tempi, cioè della presenza divina nella storia;
-ogni comunità deve avere due polarità in tensione dialettica: una per il governo, l’altra per la salvezza;
-oggi questa tensione si è spezzata;
-l’economia stende il suo dominio derisorio sulla società;
-eccesso di legalità che tradisce mancanza di legittimità;
-nella Chiesa c’è incomunicabilità e frammentazione;
-vige la pratica della lottizzazione tra i movimenti;
-la parrocchia come luogo dell’accoglienza reciproca.
di LUCIO CARACCIOLO da La Repubblica — 29 luglio 2010 pagine 1 e 12
La guerra in Afghanistan è persa da tempo. Eppure continua. Non perché sia possibile vincerla, ma perché chi l’ha persa non trova il coraggio di ammetterlo. E di assumersene la responsabilità. Sicché sul fronte afgano-pachistano si uccide e si muore come mai in questi nove anni di un conflitto apparentemente interminabile. Ieri è toccato a due nostri soldati, impegnati in una missione che il nostro governo non trova il coraggio di chiamare con il proprio nome: guerra. Peggio, una guerra di cui non sappiamo chiarire l’obiettivo, se non slittando in una retorica che suona ormai peggio che falsa, offensiva per i nostri caduti e per la nostra democrazia. Se vogliamo dare un senso al sacrificio dei nostri militari dobbiamo capire perché oggi stiamo molto peggio che all’inizio di questa campagna. E stabilire come uscire da un meccanismo infernale che non siamo in grado di controllare.
Noi italiani in Afghanistan ci stiamo per l’America. Ma l’America non è più sicura delle ragioni per cui pensava di doverci stare. Se prima potevamo fare l’economia di un nostro punto di vista, oggi non più. I nostri alleati l’hanno capito e stanno definendo una posizione propria, visto che quella americana è piuttosto nebulosa. Lo hanno fatto prima canadesi e olandesi, poi tedeschi e financo inglesi, tutti alla ricerca di una via e di una data di uscita dalla trappola afgana. Quanto a noi, restiamo a rimorchio di un convoglio impazzito, con diversi vagoni già deragliati. Perché la novità degli ultimi mesi è che i militari americani cominciano a non poterne più, a non credere nella propaganda che d’ufficio sono costretti a disseminare. I leader politici lo sanno bene, ma si dividono su come affrontare l’emergenza di un conflitto invincibile. Oltre alla guerra calda, contro gli insorti, è in corso una guerra fredda fra capi militari e politici. Sul terreno questo si traduce nel caos operativo, fatto di ordini e contrordini, di scelte proclamate e subito rivedute, di rivalità personali e di corpo. Prima il caso McChrystal, poi, in stretta sequenza, i 91.731 documenti più o meno segreti trapelati attraverso le larghe maglie dell’intelligence Usa, rivelano la frustrazione di chi sta al fronte senza sentirsi le spalle coperte. Anzi, teme di finire vittima delle faide di Washington. E dunque vorrebbe andarsene al più presto. Questo clima può contribuire a spiegare una tale fuga di notizie riservate: un modo scelto da alcuni militari per alimentare lo scetticismo dell’elettore americano, per sbattere in faccia ai decisori i fatti e non le pietose bugie che amano ripetere, ad esempio riguardo all’”alleato” pachistano.
Difficile bere la favola della talpa ventiduenne incistata in una base a nord di Bagdad, che avrebbe trasmesso quella miniera di informazioni classificate all’attivista australiano Julian Assange, sulfureo capo di WikiLeaks. Le dimissioni dell’ex comandante del fronte afgano scelto da Obama e le rivelazioni del sito pirata sono le punte emerse della furibonda battaglia intestina che sta scuotendo l’intera Amministrazione, nei suoi centri nervosi militari e politici. I rapporti pubblicati da WikiLeaks non cambiano il quadro afgano-pachistano già noto al pubblico più accorto, ne accentuano solo le tinte fosche. Ma hanno un notevole impatto politico-mediatico. Perché illustrando con inediti dettagli il fallimento afgano, demoliscono il teatrino che Obama stava allestendo per fingere di vincere la guerra persa. Il “cambio di strategia” partorito a fine 2009 dopo mesi di scontri fra le diverse branche dell’amministrazione e fra i troppi Napoleoni che si affrontano negli alti comandi delle Forze armate Usa, aveva infatti un solo obiettivo: “oscurare” l’Afghanistan prima dell’inizio della campagna presidenziale del 2012.
Il cuore della famosa controinsurrezione – la bibbia strategica di Petraeus e McChrystal – consiste infatti nell’imporre la propria “narrativa”, ossia la propria propaganda, come vera. Una paradossale controinformazione ufficiale. Obiettivo: trasformare qualche successo tattico in Vittoria, fingere di aver allestito uno Stato non indecente a Kabul, e ritirare il grosso delle truppe prima del voto. Non molto diversamente da quanto Bush aveva immaginato di fare appena presa Bagdad. L’ironia della storia vuole che oggi Bush possa apparire come colui che ha raddrizzato in extremis la disastrosa guerra mesopotamica – la “guerra sbagliata” secondo Obama – mentre l’attuale inquilino della Casa Bianca è additato come responsabile di un disastro maturato sotto il suo predecessore, come martellano le rivelazioni di WikiLeaks. Percezione accentuata dal fatto che Obama ha subito fatto sua la “giusta” guerra afgana, quando già appariva perduta, mentre criticava la campagna irachena, anche quando a Baghdad l’orizzonte pareva schiarirsi (o meglio, la controinformazione ufficiale ne offriva con successo, e con qualche fondamento, una fotografia rassicurante).
Responsabilità della sconfitta. Obama sperava di potersene andare avendo salvato la faccia con qualche successo modesto ma ben rivenduto. Come ad esempio la troppe volte annunciata e poi rinunciata presa di Kandahar, eretta a Berlino talibana. Il guaio è che il trucco non funziona. Il teatrino non è credibile. La ribellione di McChrystal e le rivelazioni affidate a WikiLeaks dimostrano che la posta in gioco non è più la sconfitta o la vittoria, ma la responsabilità della sconfitta. Il cerino è acceso e sta girando di mano in mano, tra Casa Bianca, Pentagono, Dipartimento di Stato e dintorni. Su questo sfondo, suona sempre più patetica la tesi per cui la nostra presenza in Afghanistan serva a impedire che vi si installino i terroristi. Come confermano in abbondanza i documenti dell’intelligence Usa, non solo la campagna ha rafforzato i Taliban, ma ha contribuito a destabilizzare il Pakistan. Più che nelle caverne o nelle gole afgane, è nel vespaio pachistano che bisognerà scavare, se davvero intendiamo limitare il rischio, mai sradicabile, di un nuovo 11 settembre. Rischio aumentato, non diminuito, dalla guerra in corso. Un giorno, temiamo non vicino, ce ne andremo. Non perché avremo compiuto la missione (quale?). Per esaurimento. Con questa inerzia, dall’Afghanistan non ci ritireremo: lo evacueremo.
Mimetismo significa desiderare quello che gli altri desiderano, fare ciò che gli altri fanno. C’è in molti animali, ma nell’uomo, che è anzitutto desiderio, assume un rilievo particolare. Se tutti desiderano la stessa cosa è chiaro che, nel perseguirla, si genera una competizione, un conflitto. Ecco perché è stato indicato, già nelle società arcaiche, come una causa profonda all’origine delle guerre e della violenza.[1] Ma, secondo la stessa logica arcaica, il conflitto si placa riversando la colpa su un unico soggetto, uomo o animale, che assolve la funzione di capro espiatorio: la sua uccisione placa il conflitto e ricompone l’accordo del gruppo. Un’uccisione rituale che rivela una connessione tra il sacro e la violenza. Ancora oggi permane certamente nel nostro subconscio questa logica arcaica di perseguire un capro espiatorio. Ad es. nel paese più “progredito” del mondo, gli USA, quando viene annunciata la esecuzione di un condannato a morte, c’è di solito una piccola folla che festeggia l’evento con canti e danze. Spesso sono condannati degli innocenti, o appartenenti a classi emarginate, negri… Ma ciò non conta: l’opinione pubblica è placata perchè ha ottenuto il capro espiatorio.
Nell’uccisione di Cristo è chiaramente rinvenibile questo schema della violenza rituale e del capro espiatorio: per ragioni essenzialmente mimetiche, lui, innocente, viene preferito a Barabba, che invece innocente non era. La folla lo sceglie perché “lo fanno tutti”, anche se, qualche giorno prima, tutti lo osannavano. Gesù chiede per loro il perdono perché “non sanno quello che fanno”: il mimetismo porta all’irresponsabilità. Cristo smaschera l’ingiustizia di questo schema, innovando radicalmente rispetto alle religioni arcaiche. Anzitutto mostra l’innocenza della vittima; invita quindi a esercitare il senso critico, cercando la colpa non già in un capro espiatorio esterno, ma in sé stessi, nella propria responsabilità. Inoltre rifiuta ogni forma di violenza o di costrizione. Non chiede sacrifici violenti, come gli dei arcaici, offre semmai sé stesso in sacrificio. Quando si adira, ad es. con i mercanti nel tempio, esprime uno sdegno verso un’azione riprovevole che la gente non percepiva come tale: ha un intento educativo e non vuole certo una punizione violenta.
Violenza nel sacro? Quando se ne parla si pensa di solito a ciò che discende dalle certezze della fede e dalla verità assoluta che le religioni pretendono di possedere. Portano spesso a separare nettamente il bene dal male: il bene dalla nostra parte, il male, ovviamente, negli altri. È chiaro che questa concezione fondamentalistica della religione porti facilmente alla guerra e alla violenza. Qui ancora gioca il mimetismo, che spinge la gente a “unirsi contro”: il nemico contro cui lottare è assolutamente necessario per il potere. Se non c’è il nemico, bisogna inventarselo. Questa non è certo la prospettiva evangelica, ispirata invece alla fratellanza e alla laicità. “Gesù rifiuta la distinzione giudaica tra puro e impuro, fra una sfera religiosa, separata, in cui Dio è presente e una sfera ordinaria, quotidiana, in cui Dio è assente. Non ci si purifica dalla vita quotidiana per incontrare Dio altrove: ci si deve purificare dal peccato che portiamo dentro di noi.”[2]
Con l’era costantiniana, il cristianesimo è diventato religione di stato, collegata con il potere e la cultura di un impero violento e guerriero. Potrebbe essere che questa separatezza del sacro rispetto alla vita quotidiana sia stata mantenuta ed accentuata – contraddicendo le indicazioni evangeliche. Il sacro è stato “sequestrato dal potere, separato dalla vita, collocato in spazi, gesti e riti determinati, gestito da persone sacralizzate. (…) Il cristianesimo è diventato il sigillo della sacralità alla violenza della società e alla cultura di guerra”[3]. Da allora questa funzione di sacralizzazione e legittimazione della violenza potrebbe essere rimasta ancora oggi inconscia, strutturale, e non solo tra i credenti, ma per la società nel suo insieme. Potrebbe andare oltre le parole e i documenti; rimanere anche quando a parole viene condannata la guerra. Pertanto “è anche sul profondo che bisogna incessantemente lavorare”[4].
Oggi, nell’era atomica, per la capacità distruttiva di cui l’uomo dispone, non è più possibile integrare la violenza entro i confini della ragione – tanto meno della sacralità. Alcune considerazioni potrebbero avallare la correttezza delle preoccupazioni sulla strutturalità della violenza nella nostra cultura: dopo le guerre di religione di secoli precedenti, la persistenza ancor oggi della pena di morte, anche in paesi che si dichiarano cristiani; soprattutto il largo consenso alla violenza e alla guerra “preventiva”: si ritiene, evidentemente, che il fine (buono) giustifica il mezzo (cattivo, come la violenza). Si pensi poi alla supponenza con cui vengono in genere considerate le testimonianze e l’esperienza dei nonviolenti, i quali, pur essendo pochi, hanno ormai una lunga e consolidata tradizione, che risale a Gandhi, Tolstoi e prima ancora; oppure all’ostracismo verso una maggiore presenza femminile, che potrebbe attenuare la violenza della cultura patriarcale; alla frequenza con cui si benedicono le armi e si esalta la “missione” (di morte) degli eserciti. Si pensi infine alla violenza dell’educazione, quando impone il conformismo acritico su determinati schemi o, ancor più, al conformismo mimetico con cui accettiamo il modello di sviluppo corrente. Il quale crea squilibri e ingiustizie, e potrebbe quindi contenere in sé una violenza strutturale. È indubbio, in ogni caso, che resta molto strada da fare per sostituire a quella corrente una cultura nonviolenta. Bisognerebbe ripartire dai principi evangelici, non scaricare le colpe al di fuori di noi, scovare e bandire rigorosamente ogni forma di violenza dall’ordine civile e anche da quello religioso.
[1] Si segnalano in particolare gli studi di René Girard.
[2] B. Maggioni, Il racconto di Marco, Cittadella ed., Assisi 1985, pag. 106.
[3] E. Mazzi, Ma all’amore non serve la violenza della sacralità, in Il manifesto, 18-3-2003, pag. 11.
[4] ivi
Per riflettere:
-mimetismo: uno degli animal senses che la civiltà ci invita a controllare?
-l’uccisione rituale del capro espiatorio;
-nella morte di Cristo si può rinvenire questo schema rituale arcaico;
-controllare il mimetismo con senso critico e umanità;
-il potere ha bisogno di un nemico;
-ci può essere violenza nell’educazione?