Brianzecum

ottobre 12, 2010

PROFETICI, GIUSTI, NON PROTETTI

Di don Giorgio De Capitani*

Matteo 10,40-42

40 Chi riceve voi, riceve me; e chi riceve me, riceve colui che mi ha mandato. 41 Chi riceve un profeta come profeta, riceverà premio di profeta; e chi riceve un giusto come giusto, riceverà premio di giusto. 42 E chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è un mio discepolo, io vi dico in verità che non perderà affatto il suo premio».

Accogliere la profezia. Le parole di questo brano del Vangelo di Matteo sembrano di facile interpretazione, ma non lo sono. Dobbiamo stare attenti: possono essere lette e commentate o con eccessiva esegesi, facendo perdere l’attualità del messaggio, o in senso moralistico che finisce nel solito buonismo da quattro soldi. Notiamo subito. Gesù dice: “chi accoglie un profeta perché è un profeta avrà la ricompensa del profeta”. Qui anzitutto non si parla di una gerarchia di ruoli, per cui accogliere un profeta equivarrebbe accogliere una persona importante, come a dire: la ricompensa (pur sempre di carattere spirituale) dipende dal grado della persona che si accoglie. Già la parola profeta dovrebbe far riflettere. Il profeta di per sé non è un graduato. Anzi è il contrario. Il profeta non appartiene alla struttura del potere. Ne è fuori. Se fosse dentro, non potrebbe esercitare liberamente il suo ministero profetico. Il profeta non è considerato nella gerarchia, sia civile che religiosa. Certo, Gesù parla di profeta e non di una persona qualunque. Ogni persona va rispettata, accolta, aiutata, ma Gesù sta facendo delle affermazioni importanti, che vanno al di là di un discorso generico sul rispetto degli altri. Accogliere un profeta non solo perché è una persona qualsiasi, ma nella sua missione profetica, costa di più. Vuol dire che accolgo in lui anche la sua profezia. Mi lascio da essa coinvolgere. È brutto sentir dire: ti aiuto perché stai morendo di fame, ma non mi interessa ciò che tu stai facendo per combattere le ingiustizie. Ancor peggio ora che hai preso un pezzo di pane, vattene subito, e non farti più vedere, non voglio essere anch’io coinvolto nella tua lotta.

Un grande dono.  Ora capite l’importanza delle parole di Cristo? Non si tratta solo ad esempio di sfamare qualcuno che ha fame o di fare un’elemosina, ma di farsi coinvolgere da ideali che vanno alla radice dei guai di questo mondo. Accogliere un profeta perché è un profeta va al di là di una questione puramente umanitaria o di solidarietà sociale, ma significa entrare in una sintonia di pensiero, di ideali, di quella Umanità che non è fatta solo di puri sentimenti. Che significa allora ricevere la ricompensa del profeta? Potrebbe sembrare banale, ma il senso è molto semplice: diventare anche noi profeti. Non si tratta dunque di una ricompensa esterna, quasi si trattasse di un premio pinco pallino: già accogliere un profeta nella sua missione profetica è un primo passo per accogliere la stessa profezia, e questo non è un grande dono?

Giusti.  La seconda affermazione di Cristo, che riguarda il giusto, potrebbe sembrare quasi una ripetizione, un voler riconfermare l’affermazione precedente. C’è in realtà qualcosa di più. La parola profeta ci appare privilegiata, da riservare ad una certa categoria rara e strana: quella, appunto, dei profeti. Invece la parola “giusto” ci tocca più da vicino. La profezia, è vero, è di un altro pianeta, ma confrontarci con essa in fondo non ci dà fastidio. La giustizia ci impegna tutti quanti. Ci riguarda da vicino. Non può lasciarci indifferenti. Paradossalmente accogliere un profeta perché è un profeta ci è più facile che accogliere un giusto perché è un giusto. Ed è inutile e ipocrita trovare la solita scappatoia dicendo che la parola “giusto” è da intendere nel senso biblico. Anzi, ci sentiremmo ancor più a disagio se la comprendessimo proprio nel senso biblico. Giusto secondo la Bibbia è colui che lavora per realizzare l’Umanità nella sua pienezza. Già l’ho detto: legalità e giustizia sono due termini che di per sé non vanno sempre d’accordo. Legalità è conformità ad un certo sistema politico o religioso, giustizia va al di là perché al di sopra di un sistema politico o religioso. La giustizia non riguarda un sistema, ma l’Umanità di cui ogni sistema dovrebbe mettersi al servizio. Accogliere, dunque, un giusto perché è giusto diventa un obbligo, diciamo l’ideale di ogni essere umano. Anche qui le parole di Cristo sono davvero forti, provocatorie.

Piccoli. Anche la terza affermazione riguardante i piccoli, andrebbe chiarita. Anzitutto, Gesù fa un esempio pratico di come aiutare i piccoli. Parla di un semplice bicchiere d’acqua fresca. Non vorrei caricare eccessivamente di simbolismo un piccolo gesto concreto. Tuttavia mi ha sempre colpito l’aggettivo “fresca”. Può voler dire “naturale”, di sorgente. Può voler dire “gratuita”, spontanea. Da chiarire è anche il termine “piccolo”. Anzitutto non è da intendere nel senso dell’età. Gesù si riferiva ai suoi discepoli, ai suoi seguaci. Qui più che trovare vari simbolismi, si tratta di capire perché Gesù ha scelto la parola “piccolo” per definire i credenti in lui. Gesù del resto aveva detto un giorno, dopo aver posto un bambino al centro dell’attenzione: “Se non diventerete come i bambini non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli”. In quel momento Gesù pensava alla semplicità d’animo del bambino, ma probabilmente pensava anche al fatto che i bambini allora non avevano diritti, non erano protetti dalla legge, non contavano neppure come persone. Quasi a dire: i miei discepoli non devono cercare alcuna protezione politica, sono umanamente o politicamente fragili, ma hanno dentro di sé la forza degli ideali.

*dall’omelia domenicale dell’11-10-2010


ottobre 11, 2010

GUERRA IN AFGHANISTAN: MISSIONE DI PACE?

RIFLESSIONE E APPELLO DEL VESCOVO NOGARO, ZANOTELLI E ALTRI

4 ottobre 2010 – Festa di s. Francesco D’Assisi

Per aderire all’appello: redazione@ildialogo.org

 

Meccanismo di odio, non pace. Stiamo entrando nel decimo anniversario della guerra contro l’Afghanistan: è un momento importante per porci una serie di domande. In quel lontano e tragico 7 ottobre 2001 il governo USA, appoggiato dalla Coalizione Internazionale contro il terrorismo, ha lanciato un attacco aereo contro l’Afghanistan. Questa guerra continua nel silenzio e nell’indifferenza, nonostante l’infinita processione di poco meno di 2.000 bare dei nostri soldati morti. Che si tratti di guerra è ormai certo, sia perché tutti gli eserciti coinvolti la definiscono tale, sia perché il numero dei soldati che la combattono e le armi micidiali che usano non lasciano spazio agli eufemismi della propaganda italiana che continua a chiamarla “missione di pace”. Si parla di 40.000 morti afgani (militari e civili), e il meccanismo di odio che si è scatenato non ha niente a che vedere con la pace. Come si può chiamare pace e desiderare la pace, se con una mano diciamo di volere offrire aiuti e liberazione e con l’altra impugniamo le armi e uccidiamo?

 

Patriottismo guerrafondaio.  La guerra in Afghanistan ha trovato in Italia in questi quasi 10 anni unanime consenso da parte di tutti i partiti – soprattutto quando erano nella maggioranza – e di tutti i governi. Rileggere le dichiarazioni di voto in occasione dei ricorrenti finanziamenti della “missione” rivela – oltre devastanti luoghi comuni e diffuso retorico patriottismo – un’unanimità che il nostro Parlamento non conosce su nessun argomento e problema. Perché solo la guerra trova la politica italiana tutta d’accordo? Chi ispira questo patriottismo guerrafondaio che rigetta l’articolo 11 della nostra Costituzione?

 

L’elenco degli strumenti di morte utilizzati è tanto lungo quanto quello dei cosiddetti “danni collaterali” cioè 10.000 civili, innocenti ed estranei alla stessa guerriglia, uccisi per errore. Ma la guerra non fa errori, poiché è fatta per uccidere e basta. Noi vogliamo rompere le mistificazioni, le complicità e le false notizie di guerra che condannano i cittadini alla disinformazione, che orientano l’opinione pubblica a giustificare la guerra e a considerare questa guerra in Afghanistan come inevitabile e buona. La guerra in Iraq, i suoi orrori e la sua ufficiale conclusione hanno confermato negli ultimi giorni la totale inutilità di queste ‘missioni di morte’. Le sevizie compiute nel carcere di Abu Ghraib e in quello di Guantanamo, i bombardamenti al fosforo della città di Falluja nella infame operazione Phantom Fury, non hanno costruito certo né pace né democrazia, ma hanno moltiplicato in Iraq il rancore e la vendetta. Altrimenti perché sono ormai centinaia i soldati degli Stati Uniti, del Canada e del Regno Unito che si suicidano, dopo essere tornati dall’Iraq e dall’Afghanistan? Cosa tormenta la coscienza e la memoria di questi veterani? Cosa hanno visto e cosa hanno fatto che non possono più dimenticare?Dall’inizio della guerra in Afghanistan ci sono più morti fra i soldati tornati a casa che tra quelli al fronte: si susseguono i suicidi dei veterani negli USA.

 

Obbligo civile di demistificare. Tutto il XX secolo ha visto la nostra nazione impegnata a combattere guerre micidiali ed inutili nelle quali i cattolici hanno offerto un decisivo sostegno ideologico. Ancora troppo peso grava sulla coscienza dei cattolici italiani per avere esaltato, pregato e partecipato alla I guerra mondiale e tanto più ancora all’omicida guerra coloniale in Abissinia.”Ci presentavano l’Impero come gloria della patria!”- scriveva Don Milani nella celebre lettera ai giudici L’obbedienza non è più una virtù. Avevo 13 anni. Mi pare oggi. Saltavo di gioia per l’Impero. I nostri maestri si erano dimenticati di dirci che gli Etiopici erano migliori di noi. Che andavamo a bruciare le loro capanne con dentro le loro donne e i loro bambini, mentre loro non ci avevano fatto proprio nulla. Quella scuola vile, consciamente o inconsciamente non lo so, preparava gli orrori di tre anni dopo… E dopo essere stato così volgarmente mistificato dai miei maestri… vorreste che non sentissi l’obbligo non solo morale, ma anche civico, di demistificare tutto?”

 

Formare senso critico. Forse conoscere la storia dei tanti eccidi criminali compiuti dai militari, dagli industriali, dai servizi segreti nella nostra storia contemporanea aiuterà i giovani a formarsi una coscienza politica e un senso critico. Tanto da renderli immuni dalla propaganda che vuole soltanto carpire consenso e impegnarli in imprese di morte come la guerra in Afghanistan, nella quale facciamo parte di una coalizione che applica sistematicamente la tortura – come nel carcere di Bagram e nelle prigioni clandestine delle basi Nato – e le esecuzioni sommarie. Chi dunque ha voluto e vuole questa guerra afghana che ci costa quasi 2 milioni di euro al giorno? Chi decide di spendere oltre 600 milioni di euro in un anno per mantenere in Afghanistan 3300 soldati, sostenuti da 750 mezzi terrestri e 30 veicoli? Come facciamo tra poco ad aggiungere al nostro contingente altri 700 militari? Quante scuole e ospedali si potrebbero costruire? Chi sono i fabbricanti italiani di morte e di mutilazioni che vendono le armi per fare questa guerra? Chi sono gli ex generali italiani che sono ai vertici di queste industrie? Che pressioni fanno le industrie militari sul Parlamento per ottenere commesse di armi e di sistemi d’arma? Quanto lucrano su queste guerre la Finmeccanica, l’Iveco-Fiat, la Oto Melara, l’Alenia Aeronautica e le banche che le finanziano? E come fanno tante associazioni cattoliche ad accettare da queste industrie e da queste banche elargizioni e benefici? Può una nazione come l’Italia – che per presunte carenze economiche riduce i posti letto negli ospedali, blocca gli stipendi, tiene i carcerati in condizioni abominevoli e inumane, licenzia gli insegnanti, aumenta gli studenti per classe fino al numero di 35, riduce le ore di scuola, accetta senza scomporsi che una parte sempre più grande di cittadini viva nell’indigenza e nella povertà – impegnare in armamenti e sistemi d’arma decine di miliardi di euro? A cosa serviranno per il nostro benessere e per la pace i cacciabombardieri JSF che ci costano 14 miliardi di euro (quanto ricostruire tutto l’Abruzzo terremotato)? E le navi FREM da 5,7 miliardi di euro? E la portaerei Cavour – costata quasi 1,5 miliardi e per il cui esercizio sprechiamo in media circa 150.000 euro al giorno – come contribuirà a costruire la pace? E come è possibile che il Parlamento abbia stanziato 24 miliardi di euro per la difesa nel bilancio 2010?

 

Le vere ragioni della guerra. Chi sottoscrive questo appello vuole soltanto che in Italia si risponda a queste domande. Rispondano i presidenti del Consiglio di questi ultimi 10 anni, i ministri della difesa e tutti parlamentari che hanno approvato i finanziamenti a questa guerra. Dicano con franchezza che questa guerra si combatte perché l’Afghanistan è un nodo strategico per il controllo delle energie, per il profitto di alcuni gruppi industriali italiani, per una egemonia economica internazionale, per una volontà di potenza che rappresenta un neocolonialismo mascherato da intenti umanitari e democratici, poiché questi non si possono mai affermare con armi e violenza. Facciamo nostre le parole profetiche di una grande donna indiana Arundathi Roy, scritte in quel tragico 7 ottobre 2001: “Il bombardamento dell’Afghanistan non è una vendetta per New York e Washington. E’ l’ennesimo atto di terrorismo contro il popolo del mondo. Ogni persona innocente che viene uccisa deve essere aggiunta, e non sottratta, all’orrendo bilancio di civili morti a New York e Washington. La gente raramente vince le guerre, i governi raramente le perdono. La gente viene uccisa. I governi si trasformano e si ricompongono come teste di idra. Usano la bandiera prima per cellofanare la mente della gente e soffocare il pensiero e poi, come sudario cerimoniale, per avvolgere i cadaveri straziati dei loro morti volenterosi”.

ottobre 7, 2010

PERCHÉ ETICA E RICERCA DEVONO SAPER DIALOGARE

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 7:26 am

di PIERO CODA La Repubblica — 06 ottobre 2010   pagina 51   sezione: CULTURA

La sperimentazione scientifica e l’ingegneria tecnologica non possono esercitarsi in contrasto con il rispetto e la promozione della dignità umana. È questa un’evidenza da tutti condivisa. Ma la contemporanea situazione di pluralismo rende difficile riempire di un contenuto valoriale unanimemente riconosciuto nozioni come quelle di coscienza, dignità umana, vita, ecc. Le nuove frontiere rese fruibili dalla biogenetica, soprattutto, riportano al centro la questione antropologica. La quale, diversamente dal passato, non tende solo a interpretare l’uomo, ma a trasformarlo: e non limitatamente ai rapporti economici e sociali, ma nella sua stessa realtà biologica e psichica. L’interrogativo cruciale diventa allora quello del significato e dell’originalità dell’essere umano nel concerto della realtà, e quello del riferimento plausibile d’ogni sua impresa al rispetto e alla promozione della sua identità.

 

Le difficoltà che gli esperti della materia, ma non solo, affrontano nell’approntare una base epistemologica condivisibile alla bioetica derivano dalla vastità degli ambiti d’indagine e dalle diverse modalità di approccio alla questione di cui essa si occupa: la vita umana in tutti i momenti del suo sviluppo. Di qui l’impegno ineludibile a far interagire con pertinenza l’approccio scientifico e quello umanistico. Già nel saggio Bioethics, bridge to the future, del 1970, l’oncologo Van Resselaer Potter si concentrava su due aspetti: la dimensione bio-ecologica e il problema della distinzione dei saperi, mettendo in luce come gli attuali squilibri e pericoli per l’ecosistema umano e cosmico sarebbero riconducibili alla spaccatura moderna tra il sapere scientifico e quello umanistico.

 

Di fatto, i risultati cui le ricerche scientifiche pervengono, e che le tecnologie rendono operativi e incidenti sulla forma della nostra esistenza, suscitano una serie di problemi che esigono un livello esplicativo ulteriore, all’interno del quale le conquiste acquisite possano trovare intellegibilità e senso, evitando di diventare controproducenti, e cioè in fin dei conti di ritorcersi contro l’uomo. L’apertura a un orizzonte sapienziale diverso, ma non contrastante con quello scientifico, è senza dubbio frutto di un personale atto di libertà e di conoscenza, ma può emergere da una ricerca metodologicamente corretta come possibilità di una dimensione interpretativa che dischiuda prospettive inclusive di comprensione e di senso. D’altra parte, i risultati e le proposte maturate in ambito scientifico non possono non interpellare i credenti a prendere posizione, aprendosi a un dialogo interdisciplinare che, al di là di obsoleti steccati e di sterili separazioni fra conoscenza e coscienza, fede e scienza, dogma e ricerca, permetta uno sguardo sulla realtà nella sua globalità e nei suoi diversi livelli di significato.

 

Non si tratta di sovrapporre una visione metafisica astratta di natura umana all’esperienza umana vissuta e indagata dalla fede e dalla ragione, dalla teologia e dalla scienza, ma piuttosto di cogliere le istanze di senso che si dischiudono in forma positiva da ciascuna di esse, mettendole in dialogo tra loro con reciproco rispetto. Se la scienza è essenziale nel definire quali sono i fondamenti e le condizioni biologiche dell’esistere fisico dell’essere umano, la riflessione filosofica e la teologia sono chiamate a dischiuderne il senso integrale e trascendente, le coordinate del suo ethos e dunque anche i vincoli morali cui debbono rispondere la sperimentazione scientifica e l’ingegneria genetica.

 

Il Concilio Vaticano II afferma che «nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire e la cui voce lo chiama sempre ad amare e a fare il bene e a fuggire il male… obbedire ad essa è la dignità stessa dell’uomo». La coscienza non si trova di fronte a precetti estrinsecamente imposti: ma a un progetto aperto da attuare nella gratuità e nella libertà responsabile. In ascolto della nostra umanità.

 

(L’autore è preside dell’Istituto Universitario Sophia e presidente dell’Associazione Teologica Italiana) –

ottobre 5, 2010

ELENCO COMPLETO DEL MATERIALE DEL SITO

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 2:25 PM

Storia, Tradizione, prospettiva escatologica  Stefani

Spirito, ideologia e laicità  Stefani

Referendum: votiamo per salvare  Zanotelli

Milano tra elezioni e loro mancanza   Stefani

Messaggio finale Kingston

A sua immagine e somiglianza   Stefani

Il moderatismo aggressivo   Stefani

Le tre violazioni americane  Cassese

Il mostro di Al Qaeda   Spinelli

I funerali di Vittorio Arrigoni

La vita è nella morte e la morte è nella vita   De Capitani

Riflessioni sul racconto del cieco nato Casati

L’essenziale è invisibile De Capitani

Noi che abbiamo diritto a fare le guerre La Valle

Le cinque virtù dell’uomo nuovo Brooks

Sul disastro antropologico Meic Sardegna

La verità vi farà liberi! De Capitani

Due disastri provocati dall’uomo Galtung

Libia, galleggia il cavalier Travicello La Valle

Sveglia pacifisti Peyretti

Opposizione integrale alla guerra Movimento nonviolento

Così non si difendono i diritti umani Lotti

Odissea della politica Giudici

I cattolici tedeschi e il biotestamento Prosperi

Deserto, luogo della Parola De Capitani

Bisogno di Vangelo

Il tempo dell’anima Mancuso

Chiesa 2011: una svolta necessaria Memorandum

CEI, troppo tardi Monaco

Autenticità

L’uguaglianza nutre l’anima Kristof

Natale di precarietà De Capitani

Il miele del tempo condiviso Stefani

Tra il Sinai e Sichem Stefani

I santi e i defunti: i giusti non muoiono mai! De Capitani

No alla guerra: principio non negoziabile Bettazzi

Dalla competizione alla cooperazione (Martirani)

Il dono che smentisce il mercato

Profetici, giusti, non protetti De Capitani

Guerra in Afghanistan: missione di pace? Nogaro

Perché etica e ricerca devono saper dialogare Coda

Evangelizzare non significa fare proseliti De Capitani

La banalità del male De Capitani

Addio a Panikkar teologo del dialogo Mancuso

Parrocchia e vocazione messianica

La laicità dei credenti

Non sempre la storia partorisce la verità

Superare i dualismi del passato

Islam: sincerità del Profeta

Semplicità e umanità: forza dell’islam

Inculturazione critica della fede

Cristianesimo: religione o fede?

Come se Dio ci fosse o non ci fosse?

Faticoso percorso verso il dialogo interreligioso

Teologia delle religioni

Fondamentalismo e relativismo: uso distorto della verità
Un Dio che soffre?
Complessità e fondamentalismi
Segni dei tempi o barbarie dei tempi?
È tempo di profezia
Multiculturalità: quali cambiamenti?
Solo un Dio ci salverà?

Sacralità e violenza

Violenza del potere e forza della non violenza

Riconciliazione, perdono, verità: guardare avanti

Memoria e profezia per costruire la pace

Dalla cristianità alla pace per tutti

È più importante la verità o la pace?

Vent’anni dopo il muro abbattuto
Ha ancora senso la difesa armata nell’era atomica?
Bonhoeffer testimone di fede e laicità
L’impegno di Bonhoeffer per la pace
Pace e laicità tra derive clericali e laiciste
Il modello biblico di liberazione e pace
La pace al centro della teologia di Luigi Sartori

Uomo nuovo che guarda alla terra

Perchè lo sviluppo non diventi distruttivo

Economia civile

Cos’è che più ci arricchisce?

Il mercato è chi fa marketing

Le scissioni della cultura contemporanea

Impresa sociale

Introdurre principi democratici nell’economia e nell’informazione

Si può parlare di economia del dono?

E’ l’ora che l’economia non trascuri più l’etica

Rivalità o collaborazione tra stato e chiesa?

Paura o speranza?

Integrare gli immigrati conviene

Verso un nuovo individualismo?
Quali fondamenta per la democrazia?
La “rivoluzione scientifica” di Keynes
Contro la crisi della democrazia alzare l’asticella
Persona e diritti umani
Invecchiamento attivo
Sovranità parola da abolire
Vocazione universalista del costituzionalismo
Due componenti per comprendere la crisi
Servilismo mafioso e cumulo dei poteri
La democrazia non si eredita
Parabola evangelica fuori da ogni logica sindacale
Un mondo per pochi?
Speculazione: un gioco a somma zero?
Riscoprire la centralità del lavoro
L’urbanesimo all’origine delle migrazioni
Alcune radici lontane dell’etica liberista
Lotta all’immigrazione: trionfo della demagogia
Grandi opere? Meglio a dimensione umana
Creazione di valore e idolatria della crescita
Corruzione
Cibo e salute
L’ingiustizia che deriva dallo sviluppo
Difendere la tradizione dai tradizionalisti
La chiesa dell’origine aveva due papi
Primato di servizio: per una chiesa dialogica ed ecumenica
Il percorso ecumenico tra continuità e discontinuità
Ecumenismo: diminuire le chiese, accrescere Cristo
Conversione nei confronti degli ebrei
Dio del potere o Dio del servizio?
Chiese e profezia

Esiste ancora la natura?
Basi teoriche per una rivalutazione della natura?
Quale percorso evolutivo nella natura?
Strategia localista contro la mercificazione della vita
Violentare o imitare la natura?
Colonizzazione del tempo
Colonizzazione della terra
Fine delle ideologie?
Salute dell’uomo e salute del pianeta
Funzione strategica di cibo e foreste
Quando un’ideologia pretende di essere naturale
Il clima nelle mani di apprendisti stregoni

Io sono in mezzo a loro
Non è più tempo di delega e dipendenza (samaritana)
La chiesa non è mercato (fico)
Verità dell’amore incarnato (1 Giov)
Vocazione, non identità (Es 3)
Dubbi, domande, relativismo di Qohelet

VANGELO DI MARCO
Incontro metodologico: La verità delle scritture
1. (1,1-13) Un percorso che porta al dialogo
2. (1,14-20) Conversione
3. (1,21-45) Fare, non solo dire
4. (2,1-3,6) La novità dell’evangelo
5. (3,7-35) L’anticristo che c’è in noi
6. (4,1-34) Annunciare in parabole
7. (4,35-5,43) Crescere nella fede
8. (6,1-56) Quale missione?
9. (7,1-37) Rischiare nella fede
10. (8,1-26) Occhi per vedere oltre le apparenze
11. (8,27-9,13) Via della croce e destino di felicità
12. (9,14-50) Fede in Dio e fiducia negli uomini
13. (10,1-52) Autorità ai piccoli
14. (11,1-33) Il culto decaduto
15. (12,1-44) Totalità per il discepolo
16. (13,1-37) Vigilare, cioè impegnarsi nel presente
17. (14,1-21) Fede o disperazione
18. (14,22-31) Eucaristia: la vita come dono
19. (14,32-15,47) “Dio mio, perché mi hai abbandonato?”
20. (16,1-20) Nell’assenza di Dio, la resurrezione

EPISTOLA AI ROMANI
1. Incontro introduttivo
2. (1,1-17) Paolo, scelto per annunciare il vangelo a tutte le genti
3. (1,18-32) Degrado morale derivante da empietà e idolatria
4. (2,1-3,20) Impegnativo vantaggio dei giudei
5. (3,21-31) La fede che salva
6. (4,1-12) La fede adulta di Abramo
7. (4,13-25) Intelligenza della fede

INDICE DIALOGO INTERRELIGIOSO
INDICE ECUMENISMO
INDICE PACE
INDICE GIUSTIZIA
INDICE SALVAGUARDIA DEL CREATO
INDICE FONDAMENTALISMO E RELATIVISMO
INDICE FEDE E RELIGIONE
INDICE MULTICULTURALISMO E MIGRAZIONI
INDICE LAICITÀ
INDICE PROFEZIA E SEGNI DEI TEMPI
INDICE CRISI ECONOMICA
INDICE ECONOMIA DEL DONO
INDICE LIBERTÀ DI STAMPA
INDICE CORRUZIONE E MAFIE
INDICE FILOSOFIA DELL’ALTERNATIVA
INDICE LETTURA ECUMENICA DELL’EPISTOLA AI ROMANI
INDICE LETTURA ECUMENICA DEL VANGELO DI MARCO
INDICE SCHEDE TRATTE DALLE SETTIMANE DI MOTTA
SCHEDE TRATTE DAL CORSO DI TEOLOGIA PER LAICI
INDICE SCHEDE TRATTE DA INCONTRI MEIC

ELENCO COMPLETO DEL MATERIALE

ottobre 4, 2010

EVANGELIZZARE NON SIGNIFICA FARE PROSELITI

DIO NON APPARTIENE IN MODO ASSOLUTO AD ALCUNA RELIGIONE

di don Giorgio De Capitani*

Cos’è il proselitismo? Era presente, e lo è tuttora, sotto varie forme e differenti priorità presso tutte le religioni. È lo zelo nell’acquistarsi seguaci. Oggi diremmo: è un’opera di conversione, per convincere chi non crede a credere e a far parte della propria religione. Di per sé proselito vuol dire “un nuovo arrivato”, perciò uno straniero, uno che viene da fuori. Il proselitismo consiste dunque nel portare i lontani a far parte della propria religione, la quale si crede depositaria della verità assoluta, e che perciò sente il dovere di comunicarla a tutti, Ma – ecco il punto – con il rischio di esercitare un’azione coercitiva allo scopo di potenziare il proprio potere. Basti pensare a ciò che fecero certi re cattolici (in particolare Carlo Magno) che hanno imposto il battesimo con la spada. O ti battezzi, altrimenti ti uccido. Giustiniano, l’imperatore del diritto, dichiarò illegali i non-battezzati, e dichiarò gli eretici giuridicamente inabili a ricevere una carica. Lo stesso sant’Agostino fu il rappresentante più influente della concezione dello Stato che ha il dovere non solo di difendere la Chiesa, ma anche quello di costringere gli eretici alla verità. Il nostro sant’Ambrogio approvò la distruzione delle sinagoghe, poiché, testuali sue parole “non può esserci alcun luogo, ove Cristo venga negato”.

Violenza psicologica.  Anche senza arrivare a forme violente – comunque, Carlo Magno ha fatto scuola per lungo tempo – si sono usati altri metodi, altrettanto coercitivi, che agivano dal punto di vista psicologico: se non sei battezzato, vai all’inferno! Già il fatto di aver predicato, fino a qualche anno fa, che “extra Ecclesiam nulla salus”, che cosa significava? È vero: se apprendo una verità ho anche il dovere di comunicarla. Pensiamo al campo scientifico. Le scoperte vanno rese pubbliche per il bene dell’umanità. Ma comunicare le verità, nel campo filosofico o teologico, non significa imporle, e si possono imporle creando sette o movimenti religiosi dove, una volta che sei entrato, ti fanno il lavaggio del cervello. La verità di per sé non sopporta pareti chiuse, prigioni, schemi. Sarebbe una verità incatenata!

Stranieri di serie b. C’è una cosa che mi ha colpito leggendo attentamente il primo brano (Is 56,1-7). Gli stranieri che aderivano alla religione ebraica si sentivano di serie b. In fondo, non erano considerati alla stregua degli ebrei. Il profeta, in nome di Dio, li assicura che saranno trattati allo stesso modo, figli e fratelli come gli ebrei. Ma in realtà non era così. Erano giudicati sempre “stranieri”. A loro venivano imposti obblighi, leggi, senza però i benefici o i privilegi degli ebrei. (Bisognerebbe, per essere completi, distinguere tra i “proseliti della porta”, ovvero coloro che accettavano la religione ebraica nella sua spiritualità, ma non nei suoi riti, ad esempio non si facevano circoncidere, e i “proseliti della giustizia”, ovvero coloro che accettavano tutto).

Religione-prigione. Ma a parte questo, mi chiedo che beneficio potevano avere i convertiti se poi cadevano in un altro tipo di prigione, quello della religione. Dovrebbe farci riflettere una delle maledizioni lanciate da Cristo nei riguardi degli scribi e dei farisei: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo proselito e, quando lo è divenuto, lo rendete degno della Geenna due volte più di voi”. E qui pongo una domanda, che può mettere in crisi il nostro modo di vedere la religione. Prima faccio una premessa. La religione è solo un mezzo, una struttura che di per sé non è intoccabile o indispensabile e tanto meno assoluta.

Bestemmia appropriarsi di Dio. Finora ci hanno detto che l’unica vera religione è la nostra. E ci hanno detto una grossa bestemmia. Sì, bestemmia perché Dio non appartiene in modo assoluto ad alcuna religione. Ogni religione dovrebbe aiutare a scoprire Dio che non è una terra di conquista. Altra cosa casomai è il cristianesimo. Altra cosa, perché non è una religione. Si può essere cristiani anche fuori della religione cattolica. Cristiani, ovvero credenti in quell’umanesimo che Cristo è venuto a ricuperare. A me non interessa giudicare le altre religioni, e parlarne male. Il mio scopo invece è giudicare quel cristianesimo che si è fatto prigioniero di una religione che, proprio per questo, sta tradendo il messaggio di Cristo.

Valori umani comuni.  Che io sia cattolico non mi faccio un grosso problema. Problema casomai è il fatto che, essendo cattolico, faccio parte di una Chiesa-struttura che, proprio perché chiusa nel mondo strettamente religioso, tradisce il cristianesimo. Il mio compito di ministro di Cristo e del Vangelo non è quello di battezzare gli infedeli o di convertirli alla religione cattolica (qui dovrei aprire il libro della evangelizzazione dei popoli pagani), ma quello di far riscoprire, in nome del messaggio universale del Vangelo, i valori umani. Se parlo con un musulmano, perché dovrei convincerlo della mia fede cattolica? Discuterò con lui dei problemi comuni che riguardano il mondo. Anzi, se qualcuno mi chiedesse di farsi cattolico, gli creerei tanti dubbi, ostacoli, lo aiuterei a riscoprire i valori della sua fede. Il cristianesimo è una visuale della storia che va al di là di ogni religione. Non è l’unica visuale. Io, ad esempio, stimo molto anche le filosofie orientali, e sono affascinato dai teologi protestanti.

Ecumenismo allora significa fare un’azione in comune sui valori comuni, senza imporre la propria religione. Ciascuno porterà il meglio della propria credenza religiosa, senza imporre ciò che fa parte di una struttura che è tipica di ogni religione. Mi va bene anche una specie di struttura, ma questa non deve mai entrare quando si tratta di salvare il mondo, che è di tutti, credenti e non credenti, cattolici e protestanti, ebrei, islamici ed ebrei, buddisti e induisti.

*dall’omelia domenicale del 2 ott. 2010 (Is 56,1-7; Rom 15,2-7; Lc 6,27-38)   fonte:           http://www.dongiorgio.it/scelta.php?id=1316&nome=omelie

Per riflettere:

-cos’è il proselitismo;

-chi è depositario della verità assoluta?

-dovere di comunicare le verità, non di imporle;

-violenza psicologica;

-sette e lavaggio del cervello;

-gli stranieri sono di serie b;

-la religione che diventa una prigione;

-il cristianesimo non è una religione;

-unirsi sui valori umani comuni.


settembre 27, 2010

LA “BANALITÀ” DEL MALE

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 7:14 PM

SIAMO INGRANAGGI DI UNA MACCHINA CHE NON VOGLIAMO SAPERE DOVE VA

di don Giorgio De Capitani*

Saggezza costruita sull’esperienza. Il libro dei Proverbi è una vasta raccolta di massime, sentenze, insegnamenti, esortazioni che fanno parte della saggezza popolare orientale. Non si tratta dunque di riflessioni di carattere teorico, filosofico o teologico. La saggezza popolare costruisce i suoi proverbi sulla esperienza quotidiana, che è fatta di gioie e di dolori, di inganni e di tranelli, di crisi e di speranze. Cambiano i tempi, cambiano gli usi e i costumi, il modo di vivere, ma la saggezza sta nel cogliere i valori eterni. La sapienza popolare, in altre parole, non invecchia. Ha una sua attualità da rivalutare soprattutto in tempi, come i nostri, in cui si è persa la capacità di concentrazione, di osservazione, di usare quel senso critico che sa distinguere ciò che è bene da ciò che è male. Oggi in genere sappiamo al massimo distinguere ciò che è utile da ciò che non è utile, dal punto di vista efficientistico. Il brano letto (Pr 9,1-6) mette in luce il contrasto tra sapienza e stoltezza. Chi è colui che si comporta da saggio, e colui che si comporta da stolto? La sapienza che riguarda il nostro vivere non è materia di scuola. Ma ci si deve educare a saper vivere scegliendo il giusto o il vero, di caso in caso. Ogni giorno. Nel nostro agire più banale. Di banalità in banalità si arriva alla stoltezza che, proprio perché banale, non ci fa sentire in colpa. Ma c’è anche un‘altra banalità, quella del male che diventa così normale da apparire appunto banale.

Un uomo banale. Scusate se mi soffermerò ora su un libro davvero interessante, anche se non è di facile lettura. Il titolo: “La banalità del male”. Autrice: Hannah Arendt, che ha seguito da giornalista le 120 sedute del processo Eichmann, il famigerato criminale nazista che aveva coordinato l’organizzazione dei trasferimenti degli ebrei verso i vari campi di concentramento e di sterminio. Nel maggio 1960 agenti israeliani lo catturarono in Argentina, dove si era rifugiato, e lo portarono a Gerusalemme per essere processato da un tribunale israeliano. Fu condannato a morte e la sentenza fu eseguita il 31 maggio del 1962. La giornalista, colpita dall’atteggiamento dell’imputato, si pone subito una domanda: ma chi è veramente Eichmann? Uno spietato criminale nazista, oppure un semplice funzionario che obbedendo agli ordini faceva partire in orario i treni per la deportazione degli ebrei? La risposta dell’autrice va oltre Eichmann, che viene assunto come modello per affrontare il problema del male. Dal titolo italiano si evince la sua tesi, ovvero, la natura banale del male. Bisogna fare attenzione, il termine banale potrebbe trarre in inganno. La banalità non è sinonimo di non sussistenza del male, non si sminuisce il male come atto in sé, ma lo si colloca su di un piano diverso, appunto, banale. La Arendt, ogni volta che assisteva alle sedute, provava disagio di fronte a un individuo che appariva del tutto mediocre, perfetto burocrate del male, intrappolato in clichés e in un linguaggio standardizzato che gli impedirono di prendere coscienza dell’atrocità delle proprie azioni.

Etica kantiana. Egli dichiarò di aver praticato, da buon tedesco, i principi dell’etica kantiana; davanti alla corte di Gerusalemme, in una sorta di «macabra commedia», si mise a recitare una definizione stravolta di un imperativo categorico di Kant: «Agisci come se il principio delle tue azioni fosse quello stesso del legislatore o della legge del tuo paese» (quello di Kant era: “Agisci solo secondo la massima per la quale puoi e allo stesso tempo vuoi che questa diventi una legge universale”. Ciò che la Arendt scorgeva in Eichmann non era neppure stupidità, ma qualcosa di completamente negativo, cioè l’incapacità di pensare: prima ancora che poco intelligente, egli non aveva idee originali e non voleva correre il rischio di averne. Entrò nel partito nazista austriaco nel 1932, senza troppa convinzione, seguendo il consiglio di un amico. Quasi senza accorgersene, finì per diventare amministratore della macchina organizzativa: requisiva treni e pianificava gli spostamenti in base alla capacità dei campi di concentramento, organizzava tra i vari campi il trasporto degli ebrei. Egli ammise che, dopo la caduta del regime, si sentì perduto, spaesato poiché non aveva più ordini a cui obbedire e un capo da osannare. Giustificò i suoi crimini contro l’umanità con l'”etica” del senso del dovere e di ordini superiori che sarebbe stato impossibile, nonché “immorale” disattendere. Insomma, il diavolo non è mai come lo si vuol dipingere, non è l’eccezionalità, l’extra-ordinario o il tentatore ammaliante dalle mille lusinghe, ma l’insospettabile omino della porta accanto.

Mostro o uomo qualunque? Eichmann si confessò sempre innocente: “Io non ho mai ucciso né un ebreo né un non ebreo, insomma non ho mai ucciso un essere umano”. Egli si considerava un cittadino ligio alla legge che aveva soltanto eseguito gli ordini. Era solo un burocrate. Su questo punto si apre la riflessione della Arendt: il mostro che tutti si aspettavano di vedere seduto al banco degli imputati, non era altro che un uomo qualunque, ordinario, banale. Né un idealista né un fanatico, semplicemente un ingranaggio di quella enorme e complessa macchina che era allora il regime. Il libro apre qui una profonda riflessione sull’entità del male, riflessione anticipata fin dal titolo dell’opera: il ‘male’ incarnato dal suo protagonista è un male banale, tutt’altro che demoniaco; un male proveniente dal basso, un male forse non del tutto consapevole e quindi anche più pericoloso. Eichmann non era che una pedina di quella scacchiera immensa che costituiva l’apparato nazista entro il quale altri uomini, come lui, lavoravano simultaneamente. La questione della colpa a questo punto diventa complessa.

Eichmann non è allora il Diavolo,  ma il suo umile servitore, il burocrate che non si pone domande ma esegue semplicemente il proprio lavoro, perché così gli è stato ordinato. La Arendt nota come nulla, perfino nell’aspetto dell’imputato, lasci intendere che dietro quell’uomo piccolo e canuto si celino in realtà milioni di altri uomini, deportati ed uccisi nei campi di concentramento. Eichmann, incaricato delle deportazioni, che idealmente muoveva milioni di ebrei verso la morte, era semplicemente uno che cercava di svolgere al meglio il suo lavoro dietro una grigia scrivania, come quello di un qualunque impiegato: Eichmann ci somiglia, questa la terrificante verità che emerge dalle pagine del libro. Il rigoroso ed efficiente apparato nazista ha probabilmente inaugurato ciò che oggi è il principale paradigma di ogni produzione aziendale: la divisione del lavoro che riduce la capacità del singolo di comprendere l’esito finale delle proprie azioni. Per terminare con le parole della Arendt: “il guaio del caso Eichmann era che di uomini come lui ce n’erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali”. Per la filosofa, la banale malvagità di Eichmann, che ne ha fatto uno dei peggiori carnefici della storia, è il frutto semplice e mostruoso della sua “mancanza di immaginazione”.

Empatia.  Una carenza che si traduce anche in assenza di quella dimensione peculiarmente umana, l’empatia, che fa sì che si ci possa immedesimare nell’altro al punto di essere partecipe delle sue emozioni, siano esse di gioia o di dolore. “Non era stupido – sottolinea riferendosi ad Eichmann – era semplicemente senza idee… Quella lontananza dalla realtà e quella mancanza di idee possono essere molto più pericolose di tutti gli istinti malvagi che forse sono innati nell’uomo. Questa fu la lezione di Gerusalemme”. Per la Arendt, è “questo agire in assenza di pensiero il fatto tragico dei nostri tempi”. Dunque, il male non sceglie, si fa scegliere. E si fa scegliere anche da persone “normali”. La banalità del male rilevata in Eichmann è di fatto il terribile riconoscimento della “normalità” del male. Una normalità che fa sì che alcuni atteggiamenti comunemente ripudiati dalla società trovano modo di manifestarsi attraverso il cittadino comune, che non riflette sul contenuto delle norme ma le applica incondizionatamente. È questa la sconvolgente verità: il male è umano anche nelle sue forme più aberranti ed estreme, quelle che ai più sembrano impensabili e quindi inspiegabili. Riconoscere questo in un carnefice significa in ultima analisi riconoscere di avere qualcosa in comune con lui in quanto uomini. E ciò per alcuni è inaccettabile.

Un insegnamento attuale.  Arendt non intendeva assolvere Eichmann. Voleva semplicemente sottolineare il fatto, tremendo, che non bisogna necessariamente essere malvagi per compiere il male. Eichmann, nella sua atroce normalità, costituisce l’espressione più inquietante del nazismo. Egli incarna il tipo sociale più caratteristico del totalitarismo: l’individuo atomizzato della società di massa, incapace di partecipazione civile, che trova la sua nicchia vitale in un’organizzazione che ne annulla il giudizio morale. Allo stesso tempo la Arendt intendeva porre all’attenzione una realtà non meno inquietante, certamente impopolare e scomoda: un’intera società, frutto di una evoluta civiltà, può sottostare ad un totale cambiamento dei riferimenti morali senza che i suoi membri siano in grado di emettere alcun giudizio su quanto sta accadendo.

*Omelia domenicale del 26-9-2010 reperibile in:   http://www.dongiorgio.it/scelta.php?id=1309&nome=omelie

Per riflettere:

-saggezza costruita sull’esperienza;

-senso critico per distinguere ciò che è bene e ciò che è male;

-anche nel nostro agire più banale;

-la banalità non ci fa sentire in colpa;

-il mediocre funzionario che obbedisce agli ordini;

-si appella all’etica kantiana;i

-non stupidità, ma rifiuto di pensare;

-un male tutt’altro che demoniaco;

-forse non del tutto consapevole e quindi più pericoloso;

-incapace di empatia;

-quindi lontano dalla realtà;

-oggi è sempre più difficile comprendere i meccanismi di cui siamo ingranaggi;

-è indispensabile partecipare alla vita civile;

-c’è un piccolo Eichmann in noi?


settembre 3, 2010

INDICE CRISI ECONOMICA

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 2:18 PM

Quell’idea di ordine che ha inquinato la politica europea

Uso improprio del debito pubblico

La mania short-term  Mazzucato

Il capitale improduttivo  Perrotta

Ma esiste il lavoro improduttivo?  Perrotta

Il capitalismo secondo Donald  Mazzucato

Equità, welfare e Keynes  Rampini

Più poveri dei genitori  Rampini

Deflazione   Rampini

Pubblico e privato uniti nella lotta  Mazzucato

Ecco i sette errori del liberismo  Samuelson

Chi ha paura della Cina  Mazzucato

Corrado Gini l’uomo coefficiente  Rampini

Cosa si nasconde dietro quella curva  Odifreddi

Se cresce la diseguaglianza  Urbinati

Il fantasma della deflazione   Bisin

La nuova destra dei camaleonti  Spinelli

Gli anticorpi perduti della società italiana  Sylos Labini

L’euro paga le incertezze della Fed  De Cecco

I custodi della Carta  Settis

Germania e austerità: finita la luna di miele?  Pandolfi

Le ragioni della destra e quelle della sinistra  Lunghini

Alle radici della crisi economica  Carabelli

Austerità sbriciolata  Krugman

Econometica  Sacconi

Giustizia e misericordia  De Capitani

Curare le cause profonde della crisi  Magatti

E’ una crisi della libertà  Magatti

La guerra delle monete scatena l’attacco all’euro  Rampini

L’economia lumaca  Ruffolo e Sylos Labini

Il baratro fiscale dell’agenda Monti  Gallino

La rivincita sul neoliberismo   Rampini

1) Rivoluzioni tecnologiche e onde lunghe  Reati

2) Risvegliare lo spirito imprenditoriale  Reati

3) La politica del cambiamento strutturale  Reati

4) Lavorare meno per lavorare tutti  Reati

5) Le occasioni mancate   Reati

Un nuovo vento unisce l’Europa  Beck

Se la crescita non basta più  Ruffolo Labini

Quando l’imprenditore si sente classe operaia  Diamanti

Cooperazione finanziaria per superare la crisi

Il superuomo-adolescente che piace al potere  Magatti

Stiamo vivendo al di sopra delle nostre possibilità?

Che cosa cambiare per vincere la crisi

Il federalismo che può salvare l’Europa   Appello

L’Europa può salvarsi se si libera dall’euro  Krugman

Il volto della crisi   Galtung

La rivoluzione che viene dagli Usa  Rampini

Chi salverà l’Europa dall’euro?  Terzi

Lo sguardo cieco dell’Europa  Spinelli

Appello di economisti

Come riformare il capitalismo   Ruffolo e Sylos Labini

Speculazione edilizie e finanziarie  La Valle

È possibile il dialogo tra finanza e cristianesimo?

La rabbia degli indignatos   Guetta

Il demone della finanza Giannini

Crisi economica e liberismo

Radici ideologiche della crisi economica

Il futuro del lavoro Ruffolo

Due componenti per comprendere la crisi

Riscoprire la centralità del lavoro

Cos’è che più ci arricchisce?

La “rivoluzione scientifica” di Keynes

Speculazione: un gioco a somma zero?

La terza crisi dell’Europa Touraine

Un ventennio di degrado morale  Ottone

La mutazione del capitalismo  Ruffolo

Lettera degli economisti  giugno 2010

Decadenza   Stefani

agosto 29, 2010

ADDIO A PANIKKAR TEOLOGO DEL DIALOGO

Filed under: 2) dialogo interreligioso — brianzecum @ 8:21 am

Di  VITO MANCUSO la  Repubblica — 28 agosto 2010   pagina 43   sezione: CULTURA

Cosmoteandria. In questa difficile parola è racchiuso il nucleo del pensiero di Raimon Panikkar (morto ieri a 92 anni nella sua casa in Catalogna), uno dei più grandi teologi della nostra epoca, destinato a diventare sempre più una permanente sorgente di luce per tutti i cercatori sinceri della verità. Cosmoteandria è il termine coniato da Panikkar per esprimere la sua intuizione filosofico-teologica fondamentale, cioè che l’Assoluto (teo) è attingibile solo in unione con il mondo (cosmo)e in unione con l’uomo (andria) e, simmetricamente, che l’uomo viene a capo della sua essenza solo in armonia con il mondo naturale e con il divino. Si tratta di una prospettiva che in lui non nacque come un colpo di genio estemporaneo, per quanto parlando di Panikkar è doveroso parlare di “genio” già solo a partire dalla ventina di lingue tra antiche e moderne perfettamente possedute e dagli innumerevoli riconoscimenti internazionali e lauree honoris causa (tra cui quella conferitagli nel 2004 dalla Facoltà di Teologia dell’Università di Tubinga, cioè una sorta di Nobel della ricerca teologica). L’intuizione della cosmoteandria è piuttosto il distillato della sua vita. Nato nel 1918 a Barcellona da madre catalana e da padre indiano (un aristocratico con passaporto britannico), si laureò in chimica, lettere, filosofia e teologia nelle migliori università europee, quasi a scandire con i suoi studi una progressiva ascesa dai fondamenti della materia alle altezze dello spirito. Ordinato sacerdote si dedicò solo per poco alla vita pastorale, mentre prese presto a insegnare e tenere conferenze nelle migliori università di tutti i continenti. Al riguardo ricordo in particolare il ventennio 1966-1987, quando per un semestre viveva in America insegnando a Harvad, in California e a New York, e per un semestre in India studiando e soprattutto vivendo l’induismo e il buddhismo.

Dialogo.  Ed eccoci giunti al punto che più risalta del genio di Panikkar, il dialogo interreligioso, che per lui fu ricerca esistenziale in prima persona. Ne sono una significativa testimonianza queste sue celebri parole: «Sono partito cristiano, mi sono scoperto indù e ritorno buddhista, senza cessare per questo di essere cristiano». Laddove spiriti miopi e insicuri vedono il pericolo dell’eresia e del sincretismo, Panikkar consegna in realtà l’indicazione luminosa verso l’unico sentiero che il nostro mondo globalizzato oggi può percorrere se vuole la pace e l’incontro tra le civiltà, e non il contrario. In questa prospettiva è significativo sapere che Panikkar ha voluto che il dialogo interreligioso da lui praticato per tutta la vita lo accompagnasse fino alla fine: in queste ore il suo corpo verrà cremato e metà delle ceneri saranno depositate nella tomba di famiglia, metà portate sul Gange e adagiate su una foglia secondo antica tradizione indù.

L’Italia ha l’onore di essere il paese nel quale vede la luce in prima mondiale l’opera omnia di Panikkar grazie alla Jaca Book di Milano, al suo presidente Sante Bagnoli e soprattutto alla curatrice Milena Carrara Pavan. Si tratta di dodici volumi, di cui quattro già pubblicati e un quinto che sta per uscire dal titolo Religione e religioni, probabilmente il cuore del pensiero del grande teologo. Così egli stesso presenta i suoi libri: «I miei scritti coprono un lasso di circa settant’anni, in cui mi sono dedicato ad approfondire il senso di una vita umana più giusta e più piena. Non ho vissuto per scrivere, ma ho scritto per vivere in modo più cosciente e aiutare i miei fratelli con pensieri che non sorgono soltanto dalla mia mente, ma scaturiscono da una Fonte superiore che si può chiamare Spirito».E ancora: «Mi sono aperto alla vita che mi sta attorno nella sua concretezza e ho scoperto che non era profana ma sacra». Ed eccoci tornati alla cosmoteandria: è l’apertura alla vita reale e concreta lo spazio per una nuova e più radicale intuizione del sacro. Ma ciò che a me viene in mente ora, a poca distanza dalla sua morte, del Raimon Panikkar che ho conosciuto è soprattutto il sorriso e la passione per il cioccolato. Un sorriso dolcissimo che rivelava gioia di vivere, immancabile senso dell’umorismo, reale attenzione per gli altri, amore tenero e forte per ogni frammento di essere. E la passione per il cioccolato che custodiva in lui fino all’ultimo la semplicità del bambino. –

agosto 25, 2010

INDICE LETTURA ECUMENICA DELL’EPISTOLA AI ROMANI

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 6:54 am

1. Incontro introduttivo
2. (1,1-17) Paolo, scelto per annunciare il vangelo a tutte le genti
3. (1,18-32) Degrado morale derivante da empietà e idolatria
4. (2,1-3,20) Impegnativo vantaggio dei giudei
5. (3,21-31) La fede che salva
6. (4,1-12) La fede adulta di Abramo
7. (4,13-25) Intelligenza della fede

agosto 24, 2010

INDICE FONDAMENTALISMO E RELATIVISMO

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 9:44 PM

La meta è ancora lontana  De Capitani

Fondamentalismo e relativismo: uso distorto della verità  Cozzi

Complessità e fondamentalismi

Semplicità e umanità: forza dell’islam  Branca

Semplificazione del linguaggio, appiattimento del pensiero

Dubbi, domande, relativismo di Qohelet

Vocazione, non identità (Es 3)

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