Brianzecum

febbraio 15, 2011

CEI, TROPPO TARDI

DOPO UN QUARTO DI SECOLO È ORA DI RIVEDERE LA LINEA SCELTA PER L’ITALIA

di Franco Monaco

da: “Europa” del 29 gennaio 2011

I moniti ecclesiastici all’indirizzo del premier hanno suscitato un certo disagio, specie per il clima che li ha circondati a monte e a valle. A monte, un esorbitante carico di attese naturalmente di segno opposto: di speranza ovvero di apprensione per una censura annunciata. A valle: le puntuali, troppo scontate e prevedibili reazioni ad essi; l’ipocrita rimozione da parte dei supporter del premier («erano parole rivolte indistintamente a tutti», si è osservato, mentendo e rasentando il ridicolo); la goffa rincorsa di tutti a strattonare in un senso o nell’altro le parole degli alti prelati.

 

Le parole di riprovazione del cardinal Bagnasco per la condotta e lo stile di vita di Berlusconi sono state oggettivamente e inusitatamente chiare e forti. Inutile girarci intorno o fingere di non avere inteso. Certo, esse sono state accompagnate da un ricercato equilibrismo, riscontrabile in quel riferimento francamente forzoso ed eccentrico al dispiegamento dei mezzi di indagine da parte della magistratura. Un equilibrismo che riflette la propensione a interpretare la sacrosanta alterità/trascendenza della parola della Chiesa rispetto alle parti politiche come ossessione della neutralità o dell’equidistanza. Non sempre e di necessità la virtù sta nel mezzo. La profezia non può essere ostaggio dell’assillo di posizionarsi fuori o a mezza strada tra le parti. Essa mal si concilia con il bilancino e dovrebbe piuttosto conformarsi allo spirito del motto episcopale che si scelse il cardinale Martini: «pro veritate adversa diligere» (in nome della verità non esitare a scegliere e amare le avversità e le opposizioni, che vanno messe nel conto).

 

Disastro antropologico.  Ma, della prolusione di Bagnasco, va apprezzata la sostanza. Leggendola con attenzione per intero e non limitandosi alla pagina saccheggiata dai media si ricava l’impressione che, in essa, centrale è piuttosto l’allarme sul «disastro antropologico». Da tempo, nella riflessione della Cei, si rimarcava la centralità della cosiddetta “questione antropologica”. Ma quella formula abitualmente sottintendeva il riferimento ad altro ordine di problemi. Grosso modo: la concezione della persona, il relativismo etico e, più in concreto, le insidie portate sul piano dell’etica familiare e delle questioni bioetiche da culture e legislazioni di stampo libertario. Nell’intervento in oggetto, invece, il disastro antropologico denunciato ha piuttosto a che fare con l’ethos comune, con costumi e comportamenti, veicolati dalla cultura di massa. Un approccio più concreto e meno ideologico dal quale, a mio avviso, scaturiscono tre quesiti per la Chiesa italiana. Quesiti, diciamolo più esplicitamente, che mettono in discussione la linea seguita dai suoi vertici negli ultimi venticinque anni. Dal convegno ecclesiale di Loreto del 1985.

 

Primo quesito: come si concilia la denuncia del limite allarmante cui si è spinto il degrado etico-antropologico (appunto il «disastro») con la tesi (illusione?) a lungo coltivata che l’Italia rappresenterebbe una positiva eccezione tra i paesi europei e occidentali nella tenuta di un ethos e di buone tradizioni cristiane, specie sul versante dei costumi familiari? L’involgarimento della cultura di massa (attestato da una tv il cui degrado non conosce eguali in nessun altro paese) e la stessa colpevole indulgenza italiana verso i comportamenti degli uomini pubblici, che lascia interdetto il mondo intero, sembrano smentire quell’auto-rassicurante rappresentazione di una positiva “differenza italiana” sulla quale la Cei ha mostrato di fare affidamento in questi anni. E proprio sul piano cruciale del rapporto uomo-donna, dei costumi di vita sessuali e familiari, dei modelli proposti alle giovani generazioni. Si pensi all’idea-forza sottesa al Family day, quella di un popolo impregnato dei valori familiari di matrice cristiana cui si opponeva un legislatore succube di una elitaria ideologia laicista ostile alla famiglia.

 

Secondo interrogativo. È difficile negare che le gerarchie cattoliche italiane, in questo arco temporale, abbiano decisamente accresciuto la loro influenza sulla politica, in concreto su governo, parlamento e legislazione. Un’influenza teorizzata ed esercitata non per mera volontà di potere (sarebbe ingeneroso leggere in questa chiave la linea a torto o a ragione intestata al cardinale Ruini con l’alto avallo di Giovanni Paolo II) ma mossa dal nobile proposito di arginare e, se possibile, invertire il trend della scristianizzazione della mentalità e del costume. Dopo venticinque lunghi anni tuttavia non è fuori luogo, sine ira ac studio, interrogarsi sul bilancio di quella strategia politico-pastorale. Se le severe parole di Bagnasco sul disastro antropologico hanno un senso esse suggeriscono un rendiconto piuttosto critico. È da chiedersi se l’enfasi sulla Chiesa quale forza sociale e sul ruolo pubblico trainante del cattolicesimo in Italia, con il loro corollario di un attivismo delle gerarchie sul fronte politico, abbia pagato sul terreno che più dovrebbe premere alla Chiesa, quello appunto della qualità cristiana di persone e comunità, nonché del tessuto etico della convivenza.

 

Terzo ed ultimo interrogativo. Per esperienza diretta e ravvicinata possiamo asserire (Prodi ne sa qualcosa) che i vertici della Cei a quelli della nostra parte politica non hanno fatto sconti. Se non vogliamo indulgere all’ipocrisia, ci è lecito osservare che, con i nostri avversari, essi sono stati più di manica larga? E che la giusta cura delle gerarchie di marcare la propria distanza da tutte le parti politiche non si è concretata poi in una esatta equidistanza? Si può onestamente sostenere che un tale accreditamento offerto alla destra berlusconiana, così diversa dalle destre liberali europee, abbia dato frutti? I fatti (e le parole di oggi del presidente Cei) sembrerebbero dire di no. La catastrofe morale prima che politica sotto i nostri occhi dovrebbe suggerire una correzione di giudizio e di condotta, riassumibile per titoli:

1) l’Italia è messa peggio di altri, altro che “differenza positiva” di un paese nel quale resisterebbe una solida radice cattolica;

2) non solo la scristianizzazione ma, di più, il degrado morale e civile si sono semmai spinti oltre ogni limite immaginabile;

3) il vettore di tale devastante mutazione antropologica è riconducibile non già alle leggi alle culture e alle forze politiche di stampo laicistico-libertario ma a una pervasiva e corrosiva (in)cultura della mercificazione di persone e cose veicolata dai media e sedimentata negli anni;

4) la politica, per definizione, da sé sola non basta a contrastare tali fenomeni degenerativi, ma certo essa semmai coopera ad acuirne la portata se affidata al dominus di una formidabile macchina del consenso che tanto ha contribuito a quella deriva etico-antropologica, incarnandola, rivendicandola ed esaltandola con i suoi comportamenti;

5) il brusco risveglio, che segue alla lunga parentesi di un’illusione, ci suggerisce una domanda conclusiva: non era forse più saggia e lungimirante la via imboccata dalla Chiesa italiana nel dopo Concilio e messa in mora a metà anni ottanta? Una linea ispirata a due idee-forza:

-quella di una Chiesa che davvero tenga fede al primato dell’evangelizzazione e della formazione cristiana delle coscienze in un paese scristianizzato non meno di altri (visto che la scorciatoie politiche non pagano);

-la scommessa fiduciaria su una politica affidata a laici cattolici “adulti” (sì, proprio loro) pur diversamente dislocati e non a un patto siglato al vertice con uomini e forze compiacenti ma manifestamente agli antipodi di una visione cristiana della vita. Uno scambio che, con il tempo, si è rivelato un pessimo affare.

 

febbraio 1, 2011

AUTENTICITÀ

LA SUA MANCANZA PUÒ AVERE ESITI LETALI

COME INDICA IL MITO DI NARCISO

dal saggio di Vito Mancuso*

Falsità.  Le cose e gli animali non possono mai essere inautentici; solo l’uomo può esserlo. Lo è, in particolare, quando introduce falsità, menzogne, raggiri. L’inautenticità è connessa con la libertà, la quale è specifica dell’uomo. “Laddove comincia la libertà, a livello di vita psichica e soprattutto di vita spirituale, inizia anche la possibilità di essere inautentici. L’autenticità riguarda l’uso della libertà, in primo luogo il controllo della mente e del linguaggio che ne fuoriesce. Proprio a proposito di linguaggio, spesso il grado di falsità è direttamente proporzionale al numero di parole pronunciate (gli imbroglioni parlano sempre tanto, la truffa ha bisogno di chiacchiere)” (p.81). L’autenticità dunque non è sinonimo di spontaneità (almeno per gli adulti) ma piuttosto il frutto di un lavoro sul proprio spirito, una conquista per vincere le falsità che ci minacciano.

 

Il fatto grave è che le menzogne non sono soltanto rivolte verso gli altri, ma anzitutto verso sé stessi. “Il più delle volte si mente per una specie di incontrollato istinto di sopravvivenza, per uscire (almeno con la fantasia) da una situazione in cui ci si sente imprigionati. E la mente mentisce per smentire la realtà. La menzogna diviene così una via d’uscita verso una desiderata liberazione esistenziale, secondo una pericolosa quanto diffusa ingenuità, che non fa altro che aggravare il problema; perché la menzogna incatena ancor di più, come il muoversi convulsamente nelle sabbie mobili fa sprofondare ancor più in fretta. Non è raro che le menzogne siano inconsce, tanto sono radicate nel profondo. Magari abbiamo cominciato a mentire da piccoli per addolcire una realtà che a torto o a ragione ci appariva spiacevole, e ora l’inganno è talmente radicato da sembrare verità. Per questo a volte le menzogne ci escono di bocca senza che le vogliamo dire, vengono così, spontaneamente, perché sono l’espressione autentica del nostro inconscio inautentico” (pp.84-85). In questi casi inautenticità e menzogne si manifestano nella non accettazione di sé, nel voler uscire dal proprio ambiente, nel non riuscire a immedesimarsi nella propria immagine. Assai peggiore è l’esito opposto, in cui la propria immagine viene ossessivamente esaltata.

 

Narcisismo è chiamata quest’altra forma di falsità verso sé stessi. “Il mito racconta che il bellissimo Narciso, dopo aver rifiutato innumerevoli spasimanti, si lasciò morire (annegato) per la tristezza di non poter abbracciare la propria immagine riflessa nelle acque, unica realtà che riusciva ad amare. (..) Il narcisista ossessivo è dominato a livello mentale da una tale forza di gravità che è come se ospitasse dentro di sé un buco nero che risucchia tutto quanto gli passa vicino; oggetti, persone ed esperienze risultano incurvati verso di lui e alla fine annullati. Per questo il destino del narcisista è un’oscura solitudine, perché anche quando è circondato dalla gente, egli in realtà negli altri pensa e vede solo sé stesso; una situazione davvero triste e gelida, al di sotto di un superficiale ottimismo” (p.87). “Il narcisismo può condurre a uno stato persino peggiore del rifiuto di sé, perché nel rifiuto c’è almeno una tensione, seppure solo negativa, verso qualcosa di vero, mentre il narcisista può trasformare in menzogna tutto quello che dice e che fa. È quindi condannato a essere ingiusto persino contro la sua volontà, soprattutto se si tratta di un uomo potente (come spesso diventa un narcisista). Infatti, facendo di sé stesso il centro del sistema, produce negli altri la percezione di non poter esprimere liberamente il proprio punto di vista, ma di essere costretti a modificarlo per compiacerlo. Si crea così un vortice di menzogne, di cui la prima vittima è proprio lui, il narcisista” (p.88).

 

Vittima del proprio narcisismo. Nell’attività lavorativa “si prende coscienza di quanto si è dovuto mentire, adulare, assumere atteggiamenti contrari alle proprie convinzioni. Guardare alla vita passata e riconoscerla come un grande tradimento può essere terribile. Lo si capisce dalle persone che ci circondano, delle quali nessuna è un amico, tutti sono solo clienti, solo relazioni interessate, in perfetta conformità allo stile di vita adottato in funzione della carriera” (pp.90-91). Ma anche nel coniuge o nei figli si possono riscontrare comportamenti sempre più estranei. Così la trappola generatrice della menzogna si richiude sul narcisista che ne diviene la vittima principale.

 

Fedele a sé stesso è il significato letterale della parola autentico, ma “proprio dall’interno dell’uomo procedono le insidie e le trappole dell’inautenticità. Proprio ciò a cui devo essere fedele per essere autentico mi spinge verso il narcisismo all’origine dell’inautenticità. Per essere autentico devo essere fedele a me stesso, ma, allo stesso tempo, devo diffidare di me stesso. Siamo dunque alle prese con una necessaria fedeltà a sé stessi e con un’altrettanto necessaria esigenza di trascendersi. Perché, se è vero che non c’è nulla di più triste di una personalità grigia che quasi rimpiange di esistere, al contempo non c’è nulla di più noioso di chi sa parlare solo di sé in un monotono susseguirsi di io, io, io. Tra questi due estremi vado alla ricerca di un punto di equilibrio e ritengo che esso si trovi cercando sempre e solo la verità, sia dentro che fuori di sé. Anzitutto dentro di sé” (p.110).

 

In definitiva si è visto come l’autenticità riguarda il profondo della psiche umana. In particolare sono stati indicati alcuni aspetti della peggiore deformazione dell’autenticità, il narcisismo. Questo può essere distruttivo fino all’esito letale, come aveva intuito l’antico mito, sia pure dietro la maschera di superficiale ottimismo, arroganza, presunzione. Gli studi psichiatrici dimostrano che non solo il narcisismo è fonte di sofferenza inutile e autoprodotta, ma è anche il cuore di ogni tipo di sofferenza mentale, di cui costituisce il nucleo della distruttività. Può pure diventare una grave patologia sociale, ed è quindi opportuna la massima attenzione ad ogni livello, laddove se ne verifichino i sintomi. Di contro meritano una forte riconsiderazione quegli aspetti che, anche in campo educativo, possano elevare il livello di autenticità delle persone.

 

 

*Vito Mancuso, La vita autentica, Raffaello Cortina editore, Milano 2009.

Per riflettere:

-l’autenticità è legata alla libertà dell’uomo;

-menzogne verso sé stessi;

-spesso a livello inconscio;

-la non accettazione di sé;

-narcisismo: non vedere gli altri ma solo sé stessi;

-situazione triste e gelida, al di sotto di superficiale ottimismo;

-produce anche menzogne in chi gli sta attorno;

-senza amicizie autentiche;

-autenticità vuol dire essere fedeli a sé stessi;

-ma anche diffidare da sé stessi;

-ancorandosi alla verità;

-la distruttività narcisistica può essere letale;

-diventare grave patologia sociale;

-è importante rivalutare l’autenticità, specie in campo educativo.


gennaio 21, 2011

L’UGUAGLIANZA NUTRE L’ANIMA

(more…)

dicembre 26, 2010

NATALE DI PRECARIETÀ

di don Giorgio De Capitani – omelia di Natale 2010

Essenzialità.  Immaginiamo di rileggere mentalmente per qualche istante la pagina evangelica che narra la nascita di Gesù, e di ricostruirne la scena. Qui, nella nostra bella chiesa. Come se ognuno di noi fosse solo. Prima cosa da fare: ridurre il più possibile particolari inutili, ereditati dalla fantasia sempre creativa e sorprendente di una devozione popolare che quasi si diverte, certo anche con un certo buon gusto, ma non sempre, nel rivivere a modo suo i grandi Eventi religiosi. Liberiamoci, dunque, del superfluo, e teniamoci solo l’essenziale, se è possibile quell’essenziale addirittura antecedente allo stesso racconto evangelico, che rivela già una qualche manipolazione, diciamo meglio: qualche tocco fantasioso di troppo, della prima comunità cristiana.

Povertà.  Non sappiamo dove e quando Cristo sarebbe nato. Forse non è importante neppure saperlo. E già il fatto che non lo sappiamo può avere un vantaggio: lasciarci liberi di immaginare. Ma è il messaggio di Gesù che ci è stato tramandato ad aiutarci nel ricostruire la scena in modo del tutto coerente. Se Cristo ha predicato la povertà, come poteva nascere in una casa borghese? Tutto deve quadrare fin dall’inizio. Torniamo al mio invito. La chiesa, questa nostra bella chiesa, diventi per qualche istante un rifugio: ognuno se lo immagini a modo suo, pensando alla più nuda precarietà. Non è una casa. E tanto meno una cattedrale. È solo un luogo di riparo. Dunque, provvisorio. Un luogo forse nemmeno decente, ma efficiente all’emergenza, questo sì. Altrimenti che luogo di riparo sarebbe?

Programmazione. Ci si ripara quando non si ha nulla che all’occorrenza possa difenderci. Noi solitamente programmiamo tutto: mettiamo in conto ogni possibile inconveniente, e di conseguenza i relativi rimedi o precauzioni. Ma non possiamo prevedere ogni cosa. In realtà, tutto è emergenza, anche uscire di casa a fare la spesa, o andare al lavoro, o a scuola. Certo, ci sembra inconcepibile che il Figlio di Dio non abbia programmato almeno il luogo della sua nascita. La storia del censimento non convince molto. Non penso che le altre famiglie siano andate a farsi censire all’avventura, come invece hanno fatto Maria e Giuseppe, e non dimentichiamo che Maria era in stato di gravidanza avanzato.

Senso del limite.  Se riusciste veramente a immaginare questa chiesa come un rifugio, solo come un riparo, dovreste sentire quasi pesare un grande senso di precarietà e potreste quindi avere una qualche idea di che cosa possa significare la nascita di Gesù in quella grotta. Il Figlio di Dio ha provato per prima cosa la precarietà: il senso del limite dell’essere umano. Possiamo allora dire che si è veramente incarnato. Possiamo garantirci la vita, presente e futura, fin che vogliamo, ma tutti quanti siamo in balìa dell’insicurezza. La precarietà – inutile nasconderlo – è lo stato del nostro essere. Siamo per natura dei precari. Non siamo precari per colpa di questo o di quello, non siamo precari solo perché l’economia non funziona: siamo precari perché siamo esseri umani.

Il potere pretende di garantirci il futuro. Già i primi cristiani hanno creduto di risolvere il precariato con la chiamata dei pastori che vanno a portare i doni, e successivamente la devozione popolare facendo arrivare alla grotta qualsiasi categoria sociale, poveri e ricchi, ognuno offrendo qualcosa di suo. Ma Gesù non aveva bisogno di cose. La sua prima lezione è stata proprio questa: far capire chi siamo, il nostro stato perenne di precariato. E il precariato del nostro essere non va confuso con il precariato di una società che fa di tutto per tenerci soggetti ad un potere che pretende di garantirci il nostro futuro. Cristo non è venuto per togliere i nostri limiti, casomai per dare al nostro essere un maggiore respiro di Infinito.

Sete di infinito.  Qui sta la contraddizione dell’essere umano, che è precario e che nello stesso tempo ha sete di Infinito. Come risolvere tale contraddizione? Finché non ci poniamo il problema che qui sta anche la nostra grandezza, saremo sempre chiusi nel circolo vizioso di un precariato che vorrebbe cercare una via d’uscita, ma restando sempre prigioniero di una cosa che rincorre l’altra, quasi a garantirci un futuro che è già precario come desiderio e come sogno. La cosa assurda sta qui: perfino i nostri desideri e i nostri sogni sono già precari. Resistiamo ancora per qualche secondo: non apriamo gli occhi, continuiamo a immaginare, in questa bella chiesa che si è trasformata in un rifugio di assoluta precarietà. Non sentiamo la presenza del Figlio di Dio, che si è incarnato in una grotta, luogo di rifugio, di precariato, proprio per dare al nostro essere quell’apertura al divino che si avvale dei nostri limiti, della nostra solitudine, per metterci in sintonia con l’Infinito?

Solidarietà. Ma non vorrei limitarmi ad un discorso intimistico. È vero: siamo soli, con l’immaginazione. Ma in realtà l’immaginazione ci porta anche fuori di chiesa, come per un incanto. Se il precariato ci fa sentire male come singoli o come famiglia, l’Infinito di cui il nostro essere ha bisogno, in forza anche del suo precariato, ci unisce tutti quanti. Mai come quando entriamo dentro di noi, mai come quando diamo spazio all’Infinito, ci sentiamo anche solidali. Ci sentiamo parte dell’Umanità. Cristo si è incarnato in una grotta, diciamo così, per assumere, proprio qui, nel luogo simbolo del precariato, l’intera Umanità. Ora l’Infinito respira meglio. Non per questo sparirà il precariato del nostro essere. Non per questo l’Umanità sarà libera da ogni schiavitù. Non per questo spariranno le ingiustizie, le guerre, le violenze. La storia, purtroppo, insegna che da quell’inizio di un’altra Storia, da quando Cristo si è incarnato, la sofferenza non è scomparsa dalla faccia della terra. Ma dobbiamo anche chiederci il perché. Siamo qui anche per questo.

Realismo e impegno.  Forse conviene ora aprire gli occhi, guardarci in faccia. Siamo in tanti. Solo una piccolissima cellula dell’Umanità. Ma sappiamo che l’Umanità è in ogni piccola cellula. Siamo precari, ed è per questo che abbiamo bisogno di Infinito. Di un Infinito che si rivela nella parte migliore di questa Umanità. Cristo si è incarnato per ridare all’Umanità il suo volto migliore. Questo è anche il nostro Natale. Un sano realismo di ciò che siamo, fragili e precari, ed un impegno perché la salvezza che risiede nell’Umanità risvegli le sue migliori energie.

Fonte: http://www.dongiorgio.it/scelta.php?id=1400&nome=omelie


dicembre 23, 2010

IL MIELE DEL TEMPO CONDIVISO

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IL TEMPO CI MANGIA, MA LO SI PUÒ ANCHE DONARE

di Piero Stefani*

 

Riflettere sul tempo è, per la mente umana, l’impresa più ardua. Tutti ricordano la frase di Agostino: se non mi chiedi che cos’è il tempo lo so, se me lo chiedi non lo so più. Molti sono i paradossi legati agli infiniti risvolti della dimensione temporale. Tra essi vi è anche questo: il tempo ci mangia, ma lo si può anche donare. Tolstoj nelle Confessioni ricorda una favola orientale. In essa si parla di una persona inseguita da una belva feroce. L’uomo si rifugia in un pozzo senz’acqua in fondo al quale vi è un drago dalle fauci spalancate. Il viandante se esce sarà sbranato, se cade sarà divorato. Egli si aggrappa perciò ai rami di un cespuglio cresciuto sulle pareti. Tuttavia ben presto si accorge che il ramo a cui è appeso è mangiato da due topi, uno bianco e uno nero. La sua fine è dunque segnata. Ciò non toglie che, mentre è in quelle disperate condizioni, veda del miele sulle foglie dell’arbusto e allunghi la lingua per gustarne qualche stilla.

 

Condividere il tempo.  Il trascorrere dei giorni e delle notti (i due topi) ci condurrà inevitabilmente a precipitare nelle fauci del drago – a «cascà nella gola de la morte» come direbbe Gioachino Belli. Tuttavia nel frattempo ci è dato di gustare, precariamente, qualche dolcezza. L’opzione più facile è coniugarla in modo edonistico. È la logica del «carpe diem»: godiamo perché in un imprecisato domani c’è la certezza di cadere nel fondo. Vi è però anche un’altra maniera di leccare il miele. È la scelta etica di condividere il proprio tempo, cioè la propria precarietà, con qualcun altro. In relazione ai rapporti interumani, Angelo Casati ha scritto che se qualcuno «ti prende un po’ di tempo, lascialo come se gli appartenesse, senza che senta l’obbligo di ringraziare; gli appartiene, è cosa sua». Lo è in virtù del comune essere appesi a quel fragile ramo. L’etica non è altro che questo: vivere in conformità alla condizione umana che ci accomuna; mentre il sopruso consiste nel vivere soggettivamente in difformità con quanto oggettivamente ci uguaglia.

 

Pienezza del tempo.  Scrive Paolo ai Galati che quando «venne la pienezza del tempo (to plēroma tou chronou)» Dio inviò il Figlio suo nato da donna (Gal 4,4). Il senso teologico della frase fu sigillato una volta per tutte dal commento propostone da Lutero. Egli disse che non fu la pienezza del tempo a far giungere il Figlio; al contrario, fu l’invio del Figlio a rendere pieno il tempo. Possiamo, tuttavia, tentare di aggiungere qualche altra parola. Paolo qui, per dire «tempo», fa ricorso al termine «chronos», vale a dire usa la parola che si riferisce al tempo misurabile e ripetitivo. A dover essere reso pieno è il nostro tempo, quello scandito dall’incessante rosicchiare del topo bianco e di quello nero. Il Figlio non l’ha mutato: l’ha condiviso come qualcosa di dovuto. Colui che veniva da Dio assunse il tempo dell’uomo. Egli nacque, crebbe, visse, morì. Cambiò tutto, senza modificare nulla. Diede speranza a chi si regge su quel ramo traballante venendo a stare con lui. Ci insegnò che esiste il miele del tempo fraternamente spartito. Così facendo attestò per chi si trova nella fede che, oltre a instabili cespugli, ci sorreggono anche le braccia di Dio, che pur non vediamo. A tutti, credenti e non credenti, Gesù, però, mostra che la sobria, esigente dolcezza del tempo condiviso vale più dell’effimero; essa, infatti, dona pienezza a quanto è, e resta, precario.

*Fonte: http://pierostefani.myblog.it/archive/2010/12/22/320-il-miele-del-tempo-condiviso.html Il pensiero della settimana n. 320

Per riflettere:

-paradossi legati alla dimensione temporale;

-due modi per gustare il dolce;

-pienezza del tempo;

-dolcezza del tempo condiviso.


novembre 20, 2010

TRA IL SINAI E SICHEM

CONTRO LE IDOLATRIE QUOTIDIANE

NON SERVIRSI DI DIO MA SERVIRLO

di  Piero Stefani*

 

Proclama il comandamento:  «Non avrai altri dèi di fronte a me» (Es 20,3). Cosa significa quel «di fronte a me»? Se volessimo compiere un calco letterale (eccessivo) dell’ebraico, si dovrebbe tradurre così: «non saranno a te dèi altri sopra il mio volto». Vale a dire: non bisogna sovrapporre altro al volto del Signore. La formulazione ci aiuta a capire che il comandamento non va inteso né come un imperativo di uscire dall’idolatria, né come un invito a scegliere tra Dio e gli dèi. La constatazione che il Signore, all’inizio del Decalogo, si presenti come colui che ha fatto uscire il suo popolo dall’Egitto comporta che Egli si sia già manifestato. Il precetto quindi non va inteso nel senso che Dio, rivolgendosi al popolo ebraico, gli dica: «adesso non devi più essere idolatra e devi credere al Dio unico». Questa fede c’era già. Per dirla in breve: il comando è rivolto a monoteisti e non già a politeisti o a pagani. L’idolatria di cui parla il Decalogo va compresa, per usare termini contemporanei, come una degenerazione, o, se si vuole, un tradimento della fede.

 

Il «non avere altri dèi di fronte a me», significa non offuscare la fede nel Signore costruendo idoli che lo deturpano. L’idolatria è una tentazione perenne di ogni credente nel Dio vivo e vero. Quali siano gli idoli propri di coloro che accettano il patto, può essere riassunto in una formula: è tutto quanto offusca l’immagine di Dio liberatore che chiama alla libera scelta di accettare la sua regalità (proposta contenuta nel diciannovesimo capitolo dell’Esodo). L’accoglimento della signoria di Dio e il rifiuto degli idoli sono due aspetti complementari: per godere del sole bisogna non stare all’ombra. Tuttavia non è raro che il sole sia bruciante, perciò la costruzione di spazi umbratili è tentazione perenne. Dio è esigente.

 

Non contro il politeismo.  Quanto si è andati fin qui dicendo non va assunto come prospettiva generale. Nella Bibbia non è affatto impossibile trovare un patto che preveda l’esistenza di un’alternativa formulata in questi termini: scegliete tra il Dio vero e gli altri dèi. Esempi ve ne sono; il più celebre tra essi è contenuto nel libro di Giosuè. Tuttavia l’alleanza sinaitica non può essere ricondotta a questo modello. Non è pensabile che il Signore si manifesti dicendo: o con me o con gli altri dèi. La teofania di Jhwh confuta, dall’interno, ogni idolatria. Perciò la scelta tra Dio e gli dèi deve essere prospettata al popolo a opera di un uomo e non da parte del Signore. È quanto avvenne nella «grande assemblea di Sichem» di cui si parla nel libro di Giosuè. Al cospetto di tutto il popolo, il successore di Mosè tiene un discorso che inizia ricordando, nell’ordine, l’antica condizione di idolatra di Terach, padre di Abramo, la discesa in Egitto, la liberazione (ma non il Sinai) e l’ingresso nella terra di Canaan (per intenderci la cosiddetta “Terra promessa”). A questo punto Giosuè propone l’alternativa: «Se sembra male ai vostri occhi servire il Signore, sceglietevi oggi chi servire: se gli dèi che i vostri padri hanno servito oltre il Fiume, oppure gli dèi degli Amorrei, nel cui territorio abitate. Quanto a me e alla mia casa, serviremo il Signore”. Il popolo rispose: “Lontano da noi abbandonare il Signore per servire altri dèi! Poiché è il Signore, nostro Dio, che ha fatto salire noi e i nostri padri dalla terra d’Egitto…”» (Gs 24,14-15).

 

Ma contro i nostri idoli.  In questo brano vi è una scelta proposta da Giosuè e fatta proprio dal popolo; non c’è, perciò, un’offerta di alleanza avanzata dal Signore. È chiaro che nel libro dell’Esodo e in quello di Giosuè ci troviamo di fronte a tradizioni diverse. A conferma di ciò basterebbe il fatto che Giosuè ignora la stessa presenza del Sinai. Quanto conta è tener presente che Giosuè prospetta al popolo la scelta tra il Dio d’Israele e gli idoli proprio perché non si richiama al Sinai. Per converso, dunque, ciò conferma che il comandamento contenuto nel Decalogo di non avere altri dèi di fronte al Signore non va inteso come alternativa tra «fede monoteistica» e «idolatria».

 

Servirsi anziché servire.  In un certo senso si può affermare che la differenza tra Sinai e Sichem sta nel fatto che nel primo caso c’è un patto tra il Signore e il suo popolo, mentre nel secondo è il popolo che, davanti al proprio capo, si impegna a servire il Signore. A Sichem siamo di fronte a un gruppo di persone che sceglie collettivamente di servire una divinità piuttosto che altre. Il primo comandamento, di contro, non va inteso come un invito a scegliere tra il Signore e gli idoli. Vale la pena di ribadirlo; secondo «le Dieci Parole»: l’idolatria costituisce una forma di degenerazione a cui si è esposti una volta che si è già aderito al Signore. Si può proporre una formula molto sintetica ed evocativa: all’interno dell’accoglimento del patto, essere idolatri significa servirsi di Dio in luogo di servirlo. In questa luce va recepita la proibizione di farsi immagini (in realtà dotata di molti altri significati) presente nei versetti immediatamente successivi (Es 20,4-6). Il cuore di ogni idolatria antica o contemporanea, sta nel fabbricare immagini sacre – in senso proprio e soprattutto in senso lato – al fine di servirsene per qualche scopo di parte. In definitiva, il comandamento non dichiara «scegli Dio piuttosto che gli idoli»; il suo imperativo è un altro: «non trasformare Dio in idolo».

*Il pensiero della settimana, n. 315  http://pierostefani.myblog.it/

novembre 1, 2010

I SANTI E I DEFUNTI: I GIUSTI NON MUOIONO MAI!

RICORDARE CHE SI DEVE MORIRE O CHE SI DEVE VIVERE?

di don Giorgio De Capitani  omelia del 1-11-2010

Festività dei santi e commemorazione dei defunti: due ricorrenze unite così strettamente da far pensare che esista in realtà un certo legame tra la santità e la morte. Non dimentichiamo che nei primi tempi del Cristianesimo la Chiesa riconosceva santi solo i martiri. La morte in nome della fede in Cristo era vista come il dono supremo della vita, testimonianza di un amore suggellato con il sangue. Come a dire: più di così non si può. È il massimo! Del resto che senso dare alla morte violenta di Cristo? Perché aveva scelto di morire su una croce? Basterebbe questo a farci capire quale stretto legame ci sia tra la santità e la morte, vista come il dono supremo della vita. E non dimentichiamo le insistenti affermazioni di Cristo sul seme che deve morire se vuole svilupparsi e dare frutti di vita.

Santità.  Parliamo anzitutto dei santi o, meglio, parliamo della santità. Diciamo subito che la santità non sono i santi. I santi, così ci dicono i teologi, sono un riflesso della santità che, nella sua pienezza, è solo prerogativa di Dio. I santi, dunque, ne sono solo un piccolo frammento. Già questo fa capire quanto sia limitativo fare del santo un esempio tipico di santità. Che concetto abbiamo di santità? La Chiesa, quando parla di santità, che cosa intende? Qui si nasconde il grosso equivoco. Se dovessimo partire da Dio, che è la Santità per eccellenza, non dal dio della religione, ma dal Dio assoluto (sciolto da ogni legame con le nostre ideologie o presupposti religiosi), forse non avremmo della santità una visuale così prettamente strutturale. Mi spiego. La santità è stata finora intesa nella Chiesa come l’insieme di quelle virtù che hanno il compito di mantenere un certo ordine, ovvero di garantire l’ortodossia della fede e della morale cattolica, ma in fondo non servono ad altro che a garantire la stessa Chiesa nella sua struttura di potere.

Quando diciamo obbedienza,  non ci siamo mai chiesti qual è l’oggetto a cui dover obbedire? Non è forse il dio della religione, ovvero della Chiesa-struttura? Anche quando diciamo castità, ci siamo chiesti qualche volta se l’idea che la Chiesa ha del corpo sia davvero “positiva”, oppure non sia una visione manichea nel senso peggiore del termine? Dire che la santità consiste nell’osservare certe virtù e, ancor peggio, nell’osservarle in modo eroico – pensate a che punto si è arrivati – ciò comporterebbe ridimensionare per non dire snaturare la santità stessa di Dio. Stabilito questo criterio – un santo è colui che è rimasto fedele alle virtù stabilite dalla Chiesa, osservandole in modo eroico – e constatato che il metodo otteneva gli effetti desiderati sulla garanzia della struttura-religione, non si è voluto nemmeno porsi il problema rimuovendo come peccato ogni dubbio se ciò fosse evangelico, e così si è andati avanti fino ad oggi, alla faccia dei giusti e dei profeti che, più che le virtù canoniche, si preoccupano invece di testimoniare il Vangelo autentico di Cristo.

Quale ideale di santità? Ma c’è un’altra cosa da dire. È una domanda che talora mi faccio. Come si può parlare di santità e proporla anche al laicato popolare, e nello stesso tempo quasi costringere a vivere in una struttura ecclesiale e sociale che è tutt’altro che un contesto tale da invitare alla santità? Questo è il paradosso, il dramma, l’assurdo. Quale deve essere il mio confronto, il mio modello, il mio ideale? La Chiesa come struttura o come religione, oppure il cuore del cristianesimo che consiste nel ridare all’Umanità ogni suo valore? E allora i veri santi sono coloro che servono la religione, oppure coloro che si mettono al servizio dell’Umanità?

Morte, da mordere. Passando all’altra ricorrenza, la commemorazione dei defunti, le riflessioni da teoriche – la filosofia non si stanca di chiedere: che cos’è la morte” e di tentare risposte alla fine interessanti ma poco convincenti – scendono subito sul vivo appena la morte ci tocca da vicino. Non sono riuscito a trovare il senso etimologico o da dove deriva il termine “morte”, a me piace farlo derivare da morso o mordere. Come il veleno inoculato nell’organismo da un serpente. All’improvviso, con un effetto immediato, oppure lasciando che l’effetto della distruzione si prolunghi per anni, talora con un’agonia atroce. Un tempo si parlava forse troppo della morte: si mettevano segni e simboli ovunque, per le strade, in chiesa, nei cimiteri, su cappelle anche in centro paese, o appena fuori. Chi non ricorda uno scheletro con la falce? Con l’intenzione, lodevole, di ricordare che tutti dobbiamo morire, diventavano richiami quasi obbligati. Li vedevi, e riflettevi. Oggi si tende a rimuovere la morte dalla nostra mente: meglio non pensarci.

Bisogna vivere,  si dice. Ed è più che giusto dire che bisogna vivere. Anch’io sulla facciata della cappella dei preti nel nostro cimitero di Monte ho fatto mettere la dicitura: “Vivere memento”, ricòrdati che devi vivere. Un frase che ho copiato da una meridiana, antico orologio solare sotto cui era facile trovare scritte in latino, alcune davvero provocatorie. Quando si va al cimitero, ad esempio, non bisogna limitarci a biascicare, tra un pettegolezzo e l’altro, un Patèr ai nostri defunti. Dovremmo tornare a casa con una grande voglia di vivere. E la voglia di vivere dovrebbe averla soprattutto un ragazzo. Pensare alla morte è pensare alla vita che abbiamo davanti. Morire è anche togliere un po’ di vita alla propria esistenza, ovvero far morire le speranze, spegnere gli ideali, passare il tempo lasciandoci passivamente trascinare dal tempo che passa, farci prendere da quella specie di immobilismo che ci rende apatici, indifferenti a tutto, annoiati, incapaci di reagire di fronte ad una crisi. Talora si ha l’impressione che i cimiteri non siano i cosiddetti camposanti, ma i nostri ambienti, le nostre comunità, il paese intero. Talora si può soffrire la morte anche per colpa di una società che non mette in primo piano il diritto dei suoi cittadini a vivere. Che cosa sono i diritti della persona umana, se non il diritto a vivere da persona? Pensate al problema del lavoro, il vero dramma di oggi. Quante persone distrutte, per non dire famiglie che vivono momenti di morte!

Non solo i momenti estremi.  E noi credenti siamo ancora qui – la Chiesa è ancora qui – a parlare solo della vita nel suo inizio e al suo termine, dimenticando l’arco della propria vita. Il vero dramma di oggi non è l’aborto o l’eutanasia, è invece l’intero arco, breve o lungo che sia, di una esistenza che vive uno stato permanente di aborto o di eutanasia, per colpa di uno Stato e di una Chiesa a cui premono altri interessi. Lo Stato fa della nostra esistenza un continuo martirio, e la Chiesa pensa solo alle anime o alla vita nei suoi due estremi: nascita e morte. E ambedue, Stato e Chiesa, ci lasciano in una lunga agonia di sofferenze e di crisi depressive. È veramente indicibile una situazione sociale che fa danni e danni sulla salute dei cittadini e crea un complesso di precarietà che ci fanno bestemmiare ogni speranza, dicendo: A che serve vivere così? E la Chiesa mi invita a pensare alla morte? Forse non è tanto necessario che la Chiesa ci ricordi che dobbiamo morire: la morte la vediamo in faccia tutti i giorni. Non serve che i mass media del potere imbecille ci facciano divertire o che la Chiesa ci imbottisca di calmanti consolatori. Ogni essere umano ha diritto a vivere, altrimenti Dio perché ci ha fatto nascere? Non è una presa per i fondelli?

fonte: http://www.dongiorgio.it/scelta.php?id=1345

Per riflettere:

-legame tra morte e santità;

-santità, prerogativa del Dio assoluto;

-vero santo è chi si mette al servizio dell’Umanità, non della religione;

-morire è anche togliere ideali e speranze;

-chiesa e stato devono mettere in primo piano il diritto a vivere da persona.


ottobre 28, 2010

NO ALLA GUERRA: PRINCIPIO “NON NEGOZIABILE”

di Mons. Luigi Bettazzi

Ogni volta che un soldato italiano si trova a morire all’estero si alimenta l’interrogativo sulla validità di queste che vengono chiamate “missioni di pace”.L’interrogativo è giustificato dal fatto che queste operazioni tendono sempre più a rivelarsi azioni di guerra, tanto più se – come si sta sollecitando – i nostri aerei, finora destinati a ricognizioni, venissero invece corredati di bombe da sganciare sul territorio occupato dai “nemici”, che si dichiarano invece difensori della loro patria occupata da stranieri o da alleati di stranieri. In realtà questa “missione di pace” è così definita dagli organismi internazionali, anche se venne iniziata come reazione istintiva all’attacco delle Torri gemelle nel 2001.

Quello che emerge, in questo insieme di vicende, è la scarsa reazione del mondo cattolico, così giustamente sensibile per la difesa della vita nascente, osteggiata dall’aborto, e così silenzioso di fronte alla vita adulta minacciata dalla guerra. In passato proclamammo perfino “guerre sante” a difesa delle nostre vite (ovviamente più valide delle vite dei nemici, che pure Gesù ci aveva imposto di amare, quantomeno nel senso di non odiarle), poi avevamo precisato che erano ammissibili le guerre solo se erano “giuste” (e si enumeravano le condizioni che rendevano “giuste” le guerre), riducendole poi alle sole guerre “di difesa”, magari dei nostri interessi, escludendo quindi quelle di occupazione.

È stato papa Giovanni XXIII, nell’enciclica Pacem in Terris, ad affermare che, dati i mezzi di distruzione oggi disponibili e le possibilità di dialogo e di arbitrati, ritenere che la guerra possa realizzare la giustizia e la pace è inammissibile (“alienum a ratione”: assolutamente irragionevole). Dopo due anni la Costituzione conciliare Gaudium et spes, anche se non è giunta a condannare la guerra in sé – per la resistenza dei vescovi americani, allora condizionati dalla guerra in Vietnam –, ha però condannato (ed è stata l’unica condanna del Concilio che papa Giovanni aveva voluto come “Concilio pastorale”) la guerra totale, quella che coinvolge anche le popolazioni civili (allora si indicavano come Abc, atomica-biologica-chimica): “È delitto contro Dio e la stessa umanità e con fermezza e senza esitazione dev’essere condannato” (Gs, 80).

Mi chiedo se questa chiara condanna sia stata accolta nella Chiesa, se la si consideri come “principio non negoziabile”, come la condanna dell’aborto e l’eutanasia. Se noi cristiani – tutti i cristiani – per fedeltà al Vangelo riconoscessimo l’immoralità della guerra, che ci fa scendere sotto il livello degli animali (che non si uccidono fra simili!), dando vigore a tutte le istituzioni internazionali in grado di promuovere validi embarghi finanziari o commerciali, o al massimo di costituire un’efficace “polizia internazionale” (già funzionò nel 1956 contro la minacciata guerra per il Canale di Suez), non solo avremmo finalmente attualizzato il Vangelo, ma avremmo così dato un apporto efficace al cammino della civiltà.

L’attuale vicenda dell’Afghanistan – dove il nostro orgoglio occidentale sta facendo tante vittime tra i civili, mentre lo stesso governo locale, da noi promosso e sostenuto, sta avviando colloqui di pacificazione con quelli che forse considera, se non come partigiani, certo come connazionali comunque da non sterminare – credo che dovrebbe costituire come un sussulto, perché le nostre Chiese, popolo di Dio e pastori, si facciano profeti e pionieri del rifiuto della guerra, di ogni guerra. Altre sono le strade da battere, certo più difficili, ma doverose ed anche – lo stiamo constatando – più sicure e più aperte alla speranza, e quindi umanamente più efficaci.

* Vescovo emerito di Ivrea, già presidente nazionale di Pax Christi


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ottobre 27, 2010

DALLA COMPETIZIONE ALLA COOPERAZIONE*

ANNUNCIARE LA BELLEZZA DELLA VITA

Cooperazione e creatività. Certe attenzioni morbose dell’opinione pubblica per fatti sanguinosi di cronaca nera possono confermare che nella nostra cultura si stanno diffondendo tendenze necrofile. Probabilmente questa è anche la conseguenza di una mentalità dalle radici lontane, che non ha apprezzato, come merita, la bellezza della vita. La modernità ha privilegiato le scienze fisiche – quelle che consentono la manipolazione rapida della realtà – rispetto alle discipline biologiche ed umanistiche – le quali invece richiedono piuttosto l’adeguamento ai ritmi naturali, aprendo alla “saggezza” insita nella natura e nella vita. Così è prevalsa una visione del mondo meccanicistica, piuttosto che vitale, un’idea di natura come ingegnere piuttosto che madre. L’idea ancestrale di natura come madre comporta, a differenza dei modelli meccanici, quell’essenziale auto-creatività, che hanno i semi delle piante, oltre che il mondo animale, fino all’uomo e la donna. Per le coppie, evidentemente, è necessario un comportamento cooperativo, e il frutto creativo è la generazione dei figli. È questa creatività che consente di affermare che, in certo senso, la vita vince la morte, a differenza dei meccanismi. La creatività conseguente al comportamento cooperativo può essere verificata in molti altri campi: lavoro, studio, arte, ricerca…

Terra vivente. Solo da pochi decenni, con l’ipotesi Gaia di Livelock, si è avanzata l’idea che l’uomo non sia un vivente isolato ma parte integrante di un organismo vivente più grande. La natura è stata vista come un ecosistema complesso, e per questo capace anche di autoregolarsi. In effetti la vita sulla terra deriva dal combinarsi di una serie incredibile di circostanze favorevoli. Tra i pianeti vicini, Venere sarebbe troppo calda, Marte troppo freddo. L’atmosfera terrestre è tenuta costantemente con una percentuale di ossigeno prossima al 21%. Un po’ di più e si scatenerebbero incendi in tutto il pianeta, anche nei prati umidi. Un po’ meno e noi, assieme a tutte le creature che respirano, moriremmo; sotto il 15% nulla brucerebbe, non esisterebbe quindi il quarto elemento della tradizione ancestrale: il fuoco. L’ossigeno, come quasi tutti i gas dell’atmosfera è prodotto (nella strabiliante quantità di quattro miliardi di tonnellate l’anno) dagli esseri viventi (vegetali). Analogamente sono viventi gli organismi che trasformano i sali nitrati in azoto e lo pompano nell’aria. E si potrebbero portare molti altri esempi di come la natura vivente mantenga i giusti equilibri chimici e fisici che consentono il miracolo della vita.

Col darwinismo,  alla semplificazione meccanicista si è aggiunta l’idea della competizione naturale che porta alla sopravvivenza del più adatto – e al soccombere dei più deboli. Anche questa idea affascinò le classi emergenti nel nascente capitalismo – che già erano state influenzate dall’homo homini lupus di precedenti pensatori. Si potevano così avallare la sperequazione tra le classi sociali, il colonialismo, l’imperialismo, le guerre… Ma la trasposizione alla società umana dei processi selettivi che avvengono in natura, è del tutto arbitraria. Anche tra gli uomini, come tra gli altri viventi, sono di gran lunga più rilevanti i processi di simbiosi, o di mutua dipendenza cooperativa (capisce meglio questo termine chi ha figli) rispetto a quelli competitivi. Oltre a favorire la creatività, come sopra accennato, migliorano la qualità della vita – legata assai più alle relazioni con gli altri che non alle ricchezze accumulate o al potere conquistato. Anche questo è un insegnamento che dovremmo saper trarre dall’osservazione della natura. L’esaltazione liberista della competizione economica ha certamente un fondamento valido. Ma perché si assiste a una continua concentrazione economica e finanziaria? Non sarà perché è ancor più auspicabile il modello cooperativo?

La bellezza della vita,  in definitiva – con le sue qualità predominanti di simbiosi e cooperazione creativa – se permane nelle espressioni artistiche e letterarie, è stata totalmente cancellata in molte manifestazioni umane di importanza crescente, come l’economia e la tecnica. Forse è questo il motivo principale delle tendenze necrofile sopra notate. Se la vita non attrae, resta solo… la morte. Forse il compito principale dei genitori e degli educatori è quello di saper comunicare i valori che rendono la vita attraente e meritevole di essere vissuta. Dando motivi per desiderare il futuro. Contro i (dis)valori che quotidianamente ci vengono propinati dai media e dai poteri dominanti: arrivismo, competizione, consumismo, apparenza, ansia, fretta… In una parola avere anziché essere.

*da una conferenza di Giuliana Martirani a Erba il 22-10-2010. Bibliografia: Martirani, La danza della pace, dalla competizione alla cooperazione, Paoline, Milano 2004.

per riflettere:

-l’idea ancestrale di natura-madre;

-si erano diffuse visioni meccanicistiche della natura;

-dimenticando l’auto-creatività della vita;

-con l’ipotesi Gaia l’uomo è visto come parte integrante di un organismo vivente più grande;

-la vita sulla terra deriva da una serie incredibile di circostanze favorevoli;

-grazie all’opera di organismi viventi;

-il capitalismo ha esaltato l’idea darwiniana di competizione naturale;

-che porta alla sopravvivenza dei più adatti;

-con estensioni arbitrarie al campo sociale per avallare guerre e colonialismo;

-in natura sono molto più rilevanti i processi di simbiosi rispetto a quelli competitivi;

-economia e tecnica hanno dimenticato la bellezza della vita;

-genitori ed educatori devono comunicarla;

-dando motivi per desiderare il futuro.


ottobre 17, 2010

IL DONO CHE SMENTISCE IL MERCATO*

INSUFFICIENZA DELL’ECONOMIA E PROPOSTE ALTERNATIVE

Sviluppo entropico. Per spiegare ai propri allievi cos’è l’entropia, Einstein portava un sacchetto di biglie, le rovesciava e li invitava a raccoglierle, rimettendole nel sacchetto. Entropia è la differenza tra l’energia necessaria per fare questa raccolta e quella – molto inferiore – di rovesciarle. Nel campo fisico l’entropia può essere espressa anche nell’aumento del disordine, oltre che nella dispersione dell’energia. Aspetti entropici possono essere rilevati anche nel campo economico. E, trattandosi di una scienza umana, estendersi anche al di là del semplice piano fisico. Si può parlare di entropia non soltanto per gli inquinamenti o l’effetto serra, conseguenti alla crescita economica, ma anche per le specie biologiche perdute, gli squilibri sociali che si accentuano o il disagio psicologico di chi resta escluso dal benessere. Di solito questi effetti secondari vengono trascurati o relegati tra i costi sociali e ambientali. Spesso però sono irreversibili, come nel caso della riduzione del patrimonio biologico e dello stesso effetto serra. Viene eliminato così in pochi decenni (tempi storici) l’equilibrio e l’ordine raggiunto dal pianeta in un’evoluzione di milioni di anni (tempi biologici e geologici). Ma forse la massima forma di entropia potrebbe essere connessa con l’aver accumulato, per la prima volta nella storia, armi nucleari in grado di distruggere molte volte ogni forma di vita sul pianeta (compresa ovviamente quella umana).

 

Inadeguatezza della teoria economica. Secondo diversi parametri (energia, popolazione, trasporti, consumi, ricchezze, comunicazioni, conoscenze…) lo sviluppo negli ultimi 2 o 3 secoli ha avuto un’impennata assolutamente inedita nella storia precedente. Molte menti non hanno saputo adeguarsi opportunamente a cambiamenti così rapidi. Tra queste si deve purtroppo annoverare anche il pensiero prevalente in campo economico (si vedano ad es. le schede: La “rivoluzione scientifica” di Keynes e Cos’è che più ci arricchisce?). L’inconveniente è che questi mancati adeguamenti sono sovente pagati da chi è più debole e non ha nessuna colpa (in un solo anno della attuale crisi economica la Fao ha contato nel mondo ben 100 milioni di affamati in più). Il “pensiero unico” oggi prevalente nell’economia globalizzata, è infatti ancora basato sul liberismo teorizzato dagli economisti neoclassici-marginalisti nella seconda metà del ’800 (anche in contrapposizione ideologica alle teorie marxiste). Dalla teoria economica, che parte da ipotesi irreali; alla politica economica, incapace di prevedere e affrontare efficacemente la stessa crisi attuale; alla economia reale, lungi dal gradire interventi limitativi alla “libertà del mercato”, orientata piuttosto a indirizzare (anche politicamente) il mercato stesso, attraverso il controllo dei media; per arrivare infine alla conquista dell’opinione pubblica: questa la progressione storica del liberismo teorizzato quasi due secoli addietro e recepito oggi dal pensiero unico del mondo globalizzato.

 

Ma si tratta di un gigante dai piedi d’argilla.  Infatti le ipotesi su cui erano basate quelle teorie economiche – raffinate e perfezionatissime sul piano teorico e matematico – sono assolutamente lontane dalla realtà. Eccone alcune: ipotesi di staticità, quanto di meno adatto al dinamismo moderno si possa concepire; ipotesi dell’individualismo (del famigerato homo oeconomicus), ma la persona umana non esiste senza rapporti con gli altri; ipotesi dell’egoismo, che per fortuna non rappresenta tutti noi che operiamo nel mercato, almeno come consumatori; contraddice inoltre il crescente fenomeno del volontariato, il quale, secondo certe indagini, risponde a una ricerca di felicità. Le premesse irreali inficiano le conclusioni liberiste delle raffinate analisi neoclassiche. Ma nonostante questi piedi d’argilla il gigante del liberismo continua a imperare. L’unico antidoto contro il potere (di cui parlava Romano Guardini mezzo secolo fa, pensando anche a quello derivante dalla tecnica) sarebbe la crescita umana e culturale, con l’affinamento del senso critico. Ma lo sviluppo capitalistico reale, con la televisione “d’intrattenimento”, la politica-spettacolo, la demagogia, ha saputo magistralmente contenere questa crescita umana, specie nel nostro paese.

 

MAUSS.  Non sono mancate le proposte, specie a livello teorico per superare queste impasses dell’economia. Negli anni ’20 del secolo scorso ebbero un certo successo gli studi di un antropologo francese, Marcel Mauss, svolti presso popolazioni polinesiane e tra i nativi nord americani e condensati in un Saggio sul dono (di cui è uscita nel 2002 una edizione italiana nella Piccola biblioteca Einaudi). Non esiste tra queste popolazioni un homo oeconomicus egoista. Per loro è importante donare, al fine di consolidare la propria identità, sia per instaurare relazioni, sia per acquisire prestigio sociale. La relazione, per loro, prevale sull’individuo. Vengono così rifiutati sia il paradigma utilitaristico, in cui il dono richiede un contro-dono equivalente, sia il paradigma collettivistico, in cui il dono è obbligatorio. Si afferma invece un paradigma “sociale”, in cui il dono richiede un contro-dono non obbligatorio e non necessariamente equivalente, in grado però di creare e riprodurre a catena relazioni sociali. Per gli economisti ciò significherebbe introdurre, accanto al valore di scambio (prezzo) e al valore d’uso (utilità), un terzo valore, di legame, che sarebbe inconcepibile nell’ipotesi individualistica. Gli studi di Mauss hanno sollecitato la nascita, a Parigi nel 1981, di un Movimento Anti Utilitarista nelle Scienze Sociali, che oltralpe ha avuto un certo seguito.

 

In definitiva gli studi di Mauss distruggono, se ce ne fosse bisogno, ogni pretesa di “naturalità” del mercato – così come introdotto ed esaltato dal pensiero economico neoclassico. Partendo da una diversa gerarchia di valori, popoli più vicini alla natura, come quelli da lui studiati, giungono a risultati completamente opposti. L’economia del dono non è che una delle proposte avanzate per correggere uno sviluppo che si sta rivelando sempre più paurosamente entropico. Si è parlato anche di economia della felicità, perché questa è la tendenza reale dell’uomo, essendo l’accumulazione della ricchezza (posta attualmente come fine dell’economia) funzionale alla stessa felicità. Si parla poi di sviluppo umano, contrapposto a quello economico, anche in sede elevata, come l’ONU. Ma siamo ben lungi dall’intaccare quell’economicismo e liberismo che hanno ormai pervaso in profondità le nostre società. In ogni caso si deve rilevare quanto sia necessaria la libertà e il pluralismo nella ricerca, l’esigenza del confronto e il pericolo dell’autoreferenzialità, anche per intere discipline come l’economia.

 

*dall’incontro del 18-9-2010 con i sigg. Brenna, Cesarini, Frey, Miori, Pasinetti, Prestini, Ranci, Rivolta, in casa De Carlini.

Per riflettere:

-perché il nostro sviluppo è entropico;

-tempi storici, biologici, geologici;

-mancati adeguamenti della teoria economica;

-progressione storica dalla teoria, alla politica, all’economia reale, all’opinione pubblica;

-gigante dai piedi di argilla;

-ipotesi di staticità, individualismo, egoismo;

-antidoto contro il potere è la crescita umana e del senso critico;

-ma la realtà è lontana;

-Mauss: il dono nei nativi;

-MAUSS: movimento anti-utilitaristico;

-altre proposte contro lo sviluppo entropico.


 

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