Brianzecum

marzo 24, 2011

DOSSIER GUERRA IN LIBIA

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 8:04 am

UNA SERIE DI PROVOCAZIONI CRESCENTI

Noi che abbiamo diritto a fare le guerre La Valle

Le molte incognite del conflitto libico Attali

Due disastri provocati dall’uomo Galtung

Libia, galleggia il cavalier Travicello La Valle

Sveglia pacifisti Peyretti

Opposizione integrale alla guerra Movimento nonviolento

Così non si difendono i diritti umani Lotti

Odissea della politica Giudici

La crisi libica e il ruolo dell’Italia  Ruffolo

Comunicato contro i bombardamenti in Libia

VEDI ANCHE LINKS:

http://www.peacelink.it/cerca/index.php?q=Libia

http://www.ildialogo.org/ShowIndex.php?sez=noguerra

SVEGLIA PACIFISTI

Filed under: 3) pace — Tag:, — brianzecum @ 7:52 am

È LA POLITICA E NON LA GUERRA AD AIUTARE LA LIBERTÀ

10-03-2011

di Enrico Peyretti

L’appello di Veltroni a manifestare contro le stragi di Gheddafi ha una ragione e un torto. Quando la politica abituale non sa più come limitare una violenza bellica che le sfugge di mano, invoca i pacifisti: «Dove sono i pacifisti?». Come se essi fossero la ruota di scorta di culture e di partiti che pensano, preparano, finanziano e usano la guerra come parte inseparabile dalla politica, e poi, quando il sangue è troppo, danno la colpa non alla propria politica, ma a chi non ha fatto abbastanza per fermarli. Non sarà, magari, che voi non avete ascoltato e capito per tempo?

Chi ha venduto armi in grande abbondanza (tra tanti altri dittatori) a Gheddafi? Solamente il governo del suo compare Berlusconi? Chi, già nel congresso del Pci del 1986, fece orecchio da mercante all’appello di fare della pace, del ripudio delle strutture di guerra, la punta politica di quel partito? Chi, da sinistra, irrise, negli anni ’90, agli obiettori di coscienza alle spese militari, con leali trattenute fiscali pagate care, perché erano solo poche migliaia?

Chi non ebbe occhi per vedere e mente per capire la resistenza nonviolenta guidata da Ibrahim Rugova al dominio serbo e alla riduzione dei diritti della popolazione albanese del Kosovo, e si accorse del problema soltanto quando servì per fare la “guerra umanitaria”, che aumentò le vittime? Fu questa tutta l’intelligenza delle politiche correnti, di destra ma anche di sinistra, nella quale ci fu, in Italia, chi disse che «per dimostrare di saper governare bisogna anche dimostrare di saper fare la guerra».

I movimenti per la pace c’erano, la cultura della nonviolenza attiva e positiva c’era, studiava, educava, pubblicava, parlava, agiva, ma i politici, attaccati al vecchio realismo, la relegavano nei cieli dell’utopia. Anche davanti alle guerre di secessione e di pulizia etnica in Jugoslavia, il cui inizio fu permesso e utilizzato dalle politiche statali europee e persino ben visto dal Vaticano, quando fuoco e sangue furono troppi, si miagolava: «Dove sono i pacifisti?». I pacifisti – per meglio dire, i nonviolenti – c’erano, andarono (più numerosi dei volontari nella guerra di Spagna) a testimoniare e riconciliare, a servire le popolazioni sotto tiro, e diversi di loro ci persero la vita.

La cultura nonviolenta ha elaborato e proposto linee concrete alternative a tutte le nuove guerre, cieco alimento al terrorismo, nel ventennio a cavallo dei due millenni. Ma anche governi e partiti democratici le giustificarono e vi collaborarono, e continuano a sostenere la guerra afghana.

Tuttavia, i metodi nonviolenti di difesa e affermazione dei diritti si sono diffusi negli stessi decenni, e hanno dimostrato di essere più efficaci e meno costosi delle rivoluzioni e resistenze violente. L’esperienza promossa da Gandhi è conosciuta e seguita più oggi che nel Novecento, anche in queste rivoluzioni arabe, molto indicative delle potenzialità pacifiche e democratiche della cultura islamica, sebbene siano vicende ancora aperte. Non lo scontro di civiltà, ma il dialogo tra le culture è fermento di giustizia e libertà.

Il caso libico è particolarmente tragico per la durezza del regime di Gheddafi. Aiutare i rivoltosi con le armi? Dare soccorso umanitario internazionale? Accogliere i profughi? Adire al Tribunale penale internazionale?

Le politiche degli stati, coi tanti mezzi di cui dispongono, sono state prese di sorpresa e rivelano incertezze dovute anche ai precedenti compromessi con le dittature. I movimenti nonviolenti, coi loro pochi mezzi, hanno più chiaro il giudizio ma necessariamente più lenta la mobilitazione. La sollecitazione di Veltroni è giusta in sé, ma non è giusto giudicare inerte quella cultura che da sempre diffonde nei popoli la coscienza dei diritti umani insieme alla scelta della forza nonviolenta per affermarli: l’unità, la resistenza, il coraggio, la disobbedienza all’ingiustizia. È urgente che la cultura della pace nonviolenta prema nella politica interna e internazionale perché la forte solidarietà tra i popoli aiuti ciascuno di questi a liberarsi dall’ingiustizia coi mezzi della giustizia.

Fonte: http://domani.arcoiris.tv/sveglia-pacifisti-e-la-politica-e-non-la-guerra-ad-aiutare-la-liberta/


marzo 23, 2011

OPPOSIZIONE INTEGRALE ALLA GUERRA

“Meglio un anno di negoziati che un giorno di guerra” (Alexander Langer)

 

MOVIMENTO NONVIOLENTO: Sul perché condanniamo l’intervento, non firmiamo appelli, cerchiamo di capire e lavoriamo per fare della Marcia Perugia-Assisi un’occasione di crescita nonviolenta per tutto il movimento pacifista.

 

Difendere le vittime inermi è doveroso. Quando qualcuno interviene per tutelare i diritti umani e salvare una vita, è una buona notizia. Da quando il samaritano ha soccorso il poveretto incappato nei briganti sulla strada di Gerico, è sempre stato così.

Era dovere della comunità internazionale mobilitarsi per impedire che a Bengasi potesse avvenire un massacro (nel 1996 l’Europa si macchiò di “omissione di soccorso” quando non fece nulla per impedire il genocidio a Srebrenica).

L’obiettivo delle due risoluzioni dell’Onu (n. 1970 e 1973) sulla crisi libica è quello di proteggere i civili, gli insediamenti urbani e garantire assistenza umanitaria. L’uso della forza viene invocato per limitare i danni che già sono in corso sul campo, affermando il chiaro rifiuto dell’opzione di occupazione militare straniera, la priorità del cessate il fuoco e della soluzione politica, il rafforzamento dell’embargo militare e commerciale, il riconoscimento del ruolo prioritario della Unione Africana, della Lega Araba, della Conferenza Islamica.

Ci sono però due cattive notizie. La prima è il ritardo spaventoso (e l’ambiguità) con cui si è mossa la diplomazia degli stati, e la seconda è che l’Onu non dispone di una forza di polizia internazionale permanente ma deve affidarsi, di volta in volta, agli eserciti degli stati membri (articoli 43-49 della Carta della Nazioni Unite, in questo caso Francia, Inghilterra, Stati Uniti).

Quando la parola passa dalla diplomazia alle armi, succede che le operazioni militari si trasformano subito in guerra. E’ quello che sta accadendo in Libia. Gli strumenti utilizzati (bombardieri, caccia, tornado, missili, incrociatori, portaerei, sommergibili, ecc.) sono quelli tradizionali della guerra, gli unici disponibili, pronti, efficienti. Come nei Balcani, come in Iraq, come in Afganistan, viene messa in campo solo l’opzione militare, l’unica che è stata adeguatamente preparata e finanziata. Una cosa è certa: non sarà con un’altra guerra che la democrazia potrà affermarsi nel mondo arabo.

 

Appelli che cadono nel vuoto

 

Subito dopo l’annuncio del primo raid aereo, hanno iniziato a circolare in “rete” gli appelli pacifisti. Ci sono quelli “senza se e senza ma” che dicono: “non ci può essere guerra in nome dei diritti umani”; e quelli “realisti” che dicono: “l’uso della forza serve ad impedire ulteriori massacri”.

Noi non firmiamo appelli che non contemplino una precedente opzione per la nonviolenza costruttiva, né convochiamo mobilitazioni che si limitino a proteste e condanne di ciò che è già avvenuto. Non basta mettere a verbale il nostro “no” alla guerra. Certo, meglio che niente, ma bisogna aggiungere una parola in più: quando la guerra inizia nessuno riesce a fermarla; bisogna prevenirla una guerra, affinché non avvenga. Lo si può fare solo non collaborando in nessun modo alla sua preparazione.

Quando la prima bomba è stata sganciata, ormai lo sappiamo bene, a nulla serve dire “basta”, essa cadrà e molte altre ne seguiranno. La guerra, una volta accettata, conduce a tali delitti e tali stragi che è assurdo pensare di farla e contenerla. Come in un terremoto, l’unica possibilità – se non si sono adottate serie misure antisismiche – è il “si salvi chi può”. Poi, i sopravvissuti dovranno pensare alla prevenzione per rendere innocuo il terremoto successivo. Ma troppo spesso capita che, passata la prima paura, se ne dimenticano e anche il prossimo terremoto li coglierà impreparati.

Il limite di molti appelli è quello di rivolgersi ai governi e alle istituzioni per chiedere a loro di fare la pace. C’è un’inscindibile correlazione fra mezzi e fini: come possiamo aspettarci scelte di pace da governi (compreso quello italiano) che mantengono gli eserciti e le loro strutture, che finanziano missioni militari, che aumentano le spese belliche, che accettano il traffico legale e illegale di armi? Chiediamo ai governi di ridurre le spese militari, e regolarmente, finanziaria dopo finanziaria, queste spese aumentano esponenzialmente. Insistere in quest’errore di ingenuità diventa una colpa. La pace non verrà dai governi che utilizzano lo strumento militare, ma potrà venire solo dai popoli che rifiuteranno di collaborare con essi.

E’ a noi stessi, dunque, che dobbiamo rivolgere gli appelli per la pace.

 

Distinguere la violenza dalla forza

 

Per uscire dall’apparente contraddizione fra chi è sempre, e comunque, contro la guerra e chi è favorevole, a volte, ad azioni anche armate, bisogna saper vedere la differenza che c’è tra la violenza e la forza; tra la polizia internazionale e l’esercito. Gli amici della nonviolenza sono sempre stati favorevoli al Diritto e alla Polizia, due istituzioni che servono a garantire i deboli dai soprusi dei violenti. E’ per questo che da anni sono impegnati, a partire dalle iniziative europee di Alexander Langer, per lo studio, la ricerca, la sperimentazione e l’istituzione di Corpi Civili di Pace. Gli amici della nonviolenza chiedono la diminuzione dei bilanci militari e il sostegno finanziario alla creazione di una polizia internazionale, anche armata, che intervenga nei conflitti a tutela della parti lese, per disarmare l’aggressore e ristabilire pace e diritto. Contemporaneamente al sostegno di questi progetti, gli amici della nonviolenza sono contro la preparazione della guerra (qualsiasi guerra: di attacco, di difesa, umanitaria, chirurgica o preventiva), contro il commercio delle armi, contro gli eserciti nazionali, contro i bilanci militari e lo fanno anche con le varie forme di obiezione di coscienza. La proposta politica dei nonviolenti è quella di uno stato che rinunci al proprio esercito nazionale, e si impegni a fornire mezzi, finanziamenti e personale per la polizia internazionale di cui si dovrà dotare l’Onu.

La diplomazia la fanno i governi, ma la nonviolenza la fanno i popoli.

 

Le responsabilità di Gheddafi e dell’Europa

 

Dobbiamo perciò perseguire con sempre maggiore decisione la strada della distanza da qualsiasi regime che violi i diritti umani e democratici, denunciando con forza le responsabilità dei nostri governi e del loro servilismo davanti a un personaggio come Gheddafi (e al suo gas e petrolio) che per oltre 40 anni ha occupato la scena con politiche che hanno sponsorizzato ogni tipo di violazione di qualsivoglia diritto, ha nutrito le guerre e le destabilizzazioni che hanno martoriato un buon numero di paesi africani dal Ciad, al Niger, al Burkina Faso, alle sanguinarie guerre di Liberia, Sierra Leone e del Darfur, finanziando le milizie armate. I mercenari al soldo di Gheddafi sono il frutto delle diaspore di oltre 40 anni di destabilizzazione, sono persone che non hanno nulla da perdere. Lo sbocco per tanti giovani del continente africano, ovvero l’emigrazione, è stata messa dall’Europa sotto la custodia interessata di Gheddafi e della sua polizia che taglieggia, stupra, ricatta, vende e rivende i poveracci che speravano di trovare una via di salvezza al di là del Mediterraneo. Sono migliaia e migliaia i profughi dimenticati del Bangladesh che fuggono dalla Libia verso la Tunisia, nella speranza di un viaggio della disperazione verso casa.

Per questi disperati i governi europei non si sono mossi. Così come è passata del tutto inosservata la feroce repressione da parte delle forze armate saudite del movimento che chiedeva libertà e democrazia nel Bahrain (arcipelago del Golfo persico fra l’Arabia Saudita e il Qatar).

 

Per la pace e la fratellanza fra i popoli

Agitarsi, lamentarsi, angosciarsi, non serve. La prima risposta, immediata, che possiamo dare è quella di offrire soccorso concreto alle vittime, e poi di un rafforzato impegno per sostenere la nonviolenza organizzata. Fra sei mesi si svolgerà la Marcia Perugia-Assisi, nel cinquantesimo anniversario della prima edizione, quella pensata ed organizzata da Aldo Capitini. All’indomani della Marcia del 24 settembre 1961 lo stesso Capitini volle dare vita al “Movimento Nonviolento per la pace”, per avere a disposizione uno strumento utile al proseguimento delle istanze emerse dalla Marcia stessa e al lavoro “per l’esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, al livello locale, nazionale e internazionale”. Al primo punto del programma del Movimento, Capitini indicò “l’opposizione integrale alla guerra”. Dopo cinquant’anni il cammino deve ripassare da lì. Per questo abbiamo assunto l’impegno, come Movimento Nonviolento, di promuovere questa Marcia, che deve essere l’occasione per “mostrare che la nonviolenza è attiva e in avanti, è critica dei mali esistenti, tende a suscitare larghe solidarietà e decise noncollaborazioni, è chiara e razionale nel disegnare le linee di ciò che si deve fare nell’attuale difficile momento”. E poi “pronto, dopo la Marcia, a lavorare ad un Movimento nonviolento per la pace”. Sono parole di Capitini di straordinaria attualità, pronunciate nel 1961 (mentre la guerra infiammava il Vietnam e il Congo), valide per il 2011 (mentre la guerra infiamma l’Afganistan e la Libia).

L’appuntamento è per il prossimo 25 settembre alla Marcia Perugia-Assisi per la pace e la fratellanza fra i popoli. Vogliamo che sia “un’assemblea itinerante”, il momento conclusivo di una discussione/mobilitazione che avviamo da subito. Un passo che ciascuno può fare contro la guerra e per la nonviolenza.

Movimento Nonviolento

Verona, 21 marzo 2011

Fonte: http://nonviolenti.org/cms/index.php?mact=News,cntnt01,detail,0&cntnt01articleid=26&cntnt01origid=15&cntnt01returnid=238

COSÌ NON SI DIFENDONO I DIRITTI UMANI

10 TESI SULL’INTERVENTO MILITARE IN LIBIA

di  Flavio Lotti, Coordinatore nazionale della Tavola della pace

1.      Una cosa è la Risoluzione dell’Onu, un’altra è la sua applicazione. Una cosa è difendere i diritti umani. Un’altra è scatenare una guerra.

 

2.      La Carta dell’Onu autorizza missioni militari (art. 42), non qualsiasi missione militare.

 

3.      L’iniziativa militare contro Gheddafi è stata assunta in fretta da un gruppo di paesi che hanno fatto addirittura a gara per stabilire chi bombardava per primo, che non ha nemmeno una strategia comune, che non ha un chiaro comando unificato ma solo una forma di coordinamento, con una coalizione internazionale che si incrina ai primi colpi e che deve già rispondere alla pesante accusa di essere andata oltre il mandato ricevuto. Si poteva iniziare in modo peggiore?

 

4.      Da tempo si doveva intervenire in difesa dei diritti umani. Lo abbiamo chiesto ripetutamente mentre l’atteggiamento del governo italiano e della comunità internazionale e, diciamolo, di tanta parte dei responsabili della politica oscillava tra l’inerzia e le complicità con Gheddafi.  Se si interveniva prima, non saremmo giunti a questo punto.

 

5.      E ancora oggi, mentre si interviene in Libia non si dice e non si fa nulla per fermare la sanguinosa repressione delle manifestazioni in Baharein, nello Yemen e negli altri paesi del Golfo. L’Italia e l’Europa, prima di ogni altro paese e istituzione, devono mobilitare ogni risorsa disponibile a sostegno di chi si batte per la libertà e la democrazia.

 

6.      Ricordiamo che la risoluzione dell’Onu 1973 indica due obiettivi principali: l’immediato cessate il fuoco e la fine delle violenze contro i civili. Qualunque iniziativa intrapresa in attuazione di questa risoluzione deve essere coerente con questi obiettivi. Ovvero deve spegnere l’incendio e non alimentarlo ulteriormente, deve proteggere i civili e non esporli a una nuova spirale della violenza. Gli stati che si sono assunti la responsabilità di intervenire militarmente non possono permettersi di perseguire obiettivi diversi e devono agire con mezzi e azioni coerenti sotto il “coordinamento politico” dell’Onu previsto dalla Risoluzione 1973.

 

7.      Ad attuare quelle decisioni ci doveva essere un dispositivo politico, diplomatico, civile e militare sotto il completo controllo dell’Onu. Quel dispositivo non esiste perché le grandi potenze hanno sempre impedito all’Onu di attuare quanto previsto dall’art. 43 della sua Carta e di adempiere al suo mandato. La costruzione di un vero e proprio sistema di sicurezza comune globale non è più rinviabile.

 

8.      Non è questione di pacifismo. La storia e il realismo politico ci insegnano che la guerra non è mai stata una soluzione. La guerra non è uno strumento utilizzabile per difendere i diritti umani. La guerra non è in grado di risolvere i problemi ma finisce per moltiplicarli e aggravarli.

 

9.      L’Italia ha un solo grande interesse e una sola grande missione da compiere: fermare l’escalation della violenza, togliere rapidamente la parola alle armi e ridare la parola alla politica, promuovere il negoziato politico a tutti i livelli per trovare una soluzione pacifica e sostenibile. L’Italia deve diventare il crocevia dell’impegno europeo e internazionale per la pace e la sicurezza umana nel Mediterraneo. Per questo l’Italia non doveva e non deve bombardare. Per questo deve cambiare strada. Subito.

 

10.  Ricordiamo nuovamente quello che sta scritto nella Costituzione italiana. Art. 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.”

 

Perugia, 21 marzo 2011

 

Fonte: http://www.unimondo.org/Notizie/Tavola-della-pace-Libia-cosi-non-si-difendono-i-diritti-umani!

(bomba all’uranio impoverito)

ODISSEA DALLA POLITICA

Comunicato stampa del presidente di Pax Christi Italia Mons. Giovanni Giudici

Il regime di Gheddafi ha sempre mostrato il suo volto tirannico. Pax Christi, con altri, ha denunciando le connivenze di chi, Italia in testa, gli forniva una quantità enormi di armi senza dire nulla, anche dopo la sua visita in Italia “sui diritti umani violati in Libia, sulla tragica sorte delle vittime dei respingimenti, su chi muore nel deserto o nelle prigioni libiche. Il dio interesse è un dio assoluto, totalitario, a cui tutto va immolato. Anche a costo di imprigionare innocenti, torturarli, privarli di ogni diritto, purché accada lontano da qui. In Libia.” (Pax Christi 2 settembre 2010). Il Colonnello era già in guerra con la sua gente anche quando era nostro alleato e amico! Non possiamo tacere la triste verità di un’operazione militare che, per quanto legittimata dal voto di una incerta e divisa comunità internazionale, porterà ulteriore dolore in un’area così delicata ed esplosiva, piena di incognite ma anche di speranze. Le operazioni militari contro la Libia non ci avvicinano all’alba, come si dice, ma costituiscono un’uscita dalla razionalità, un’“odissea” perchè viaggio dalla meta incerta e dalle tappe contraddittorie a causa di una debolezza della politica. Di fronte a questi fatti, vogliamo proporre cinque passi di speranza e uno sguardo di fede.

1) Constatiamo l’assenza della politica e la fretta della guerra. E’ evidente a tutti che non si sono messe in opera tutte le misure diplomatiche, non sono state chiamate in azione tutte le possibili forze di interposizione. L’opinione pubblica deve esserne consapevole e deve chiedere un cambiamento della gestione della politica internazionale.

2) Si avverte la mancanza di una polizia internazionale che garantisca il Diritto dei popoli alla autodeterminazione.

3) Non vogliamo arrenderci alla logica delle armi. Non possiamo accettare che i conflitti diventino guerre. Teniamo desto il dibattito a proposito delle azioni militari, chiediamo che esse siano il più possibile limitate e siano accompagnate da seri impegni di mediazione. Perchè si sceglie sempre e solo la strada della guerra? Ce lo hanno chiesto più volte in questi anni i tanti amici che abbiamo in Bosnia, in Serbia, in Kosovo, in Iraq.

4) Operiamo in ogni ambito possibile di confronto e di dialogo perché si faccia ogni sforzo così che l’attuale attacco armato non diventi anche una guerra di religione. In particolare vogliamo rivolgerci al mondo musulmano e insieme, a partire dall’Italia, invocare il Dio della Pace e dell’Amore, non dell’odio e della guerra. Ce lo insegnano tanti testimoni che vivono in molte zone di guerra.

5) Come Pax Christi continuiamo con rinnovata consapevolezza la campagna per il disarmo contro la produzione costosissima di cacciabombardieri F-35. Inoltre invitiamo tutti a mobilitarsi per la difesa della attuale legge sul commercio delle armi, ricordiamo anche le parole accorate di d. Tonino Bello: “dovremmo protenderci nel Mediterraneo non come “arco di guerra” ma come “arca di pace”.

Giovanni Paolo II per molti anni ha parlato dei fenomeni bellici contemporanei come “avventura senza ritorno”, “ spirale di lutto e di violenza”, “abisso del male”, “suicidio dell’umanità”, “crimine”, “tragedia umana e catastrofe religiosa”. Per lui “le esigenze dell’umanità ci chiedono di andare risolutamente verso l’assoluta proscrizione della guerra e di coltivare la pace come bene supremo, al quale tutti i programmi e tutte le strategie devono essere subordinati” (12 gennaio 1991).

In questa prospettiva Pax Cristi ricorda ai suoi aderenti che il credente riconosce nei mali collettivi, o strutture di peccato, quel mistero dell’iniquità che sfugge all’atto dell’intelligenza e tuttavia è osservabile nei suoi effetti storici. Nella fede comprendiamo che di questi mali sono complici anche l’acquiescenza dei buoni, la pigrizia di massa, il rifiuto di pensare. Chi è discepolo del Vangelo non smette mai di cercare di comprendere quali sono state le complicità, le omissioni, le colpe. E allo stesso tempo con ogni mezzo dell’azione culturale tende a mettere a fuoco la verità su Dio e sull’uomo.

Pavia, 21 marzo 2011

Per contatti segreteriavescovo@diocesi.pavia.it

Fonte: http://www.mosaicodipace.it/

marzo 16, 2011

I CATTOLICI TEDESCHI E IL BIOTESTAMENTO

INCOMPRENSIBILI DIFFERENZE RISPETTO AGLI ITALIANI

di ADRIANO PROSPERI  La Repubblica 15 marzo 2011 —   pagina 51   sezione: COMMENTI

 

Uso strumentale del fine vita. È così difficile ragionare sulle cose italiane. E, più che difficile, sembra quasi un lusso parlare della diatriba sulla legge del «fine vita» sullo sfondo di una cronaca del mondo dove la violenza della natura e quella degli uomini falciano vite senza regola e senza leggi. Eppure bisogna tentare di farlo, almeno per reagire all’uso strumentale di questo progetto di legge e al clima che si è voluto creare intorno ad esso. Si va rapidamente all’approvazione di norme sul testamento biologico in un clima di crociata che il governo attuale ha fortemente voluto e sul quale conta per far passare inosservate le prove processuali che attendono il premier. In questo clima la stampa cattolica ha messo la sordina a qualunque critica e si è schierata dietro la bandiera della «indisponibilità della vita». Monsignor Luigi Negri vescovo di San Marino ha chiamato a raccolta per la difesa di «principi non negoziabili». E questa sembra la parola d’ordine più diffusa, anche se un altro vescovo, Luigi Bettazzi, ha ricordato al confratello che il dovere di tutelare la vita si esprime soprattutto con l’aiuto a tutte le vite minacciate: da quelle degli immigrati in fuga dalla miseria insopportabile e dalla persecuzione politica (il lettore pensa a Gheddafi e al supporto italiano al suo regime) a quelle dei bambini che non nascono perché non ci sono da noi leggi come quelle della «laica» Francia che incoraggiano il matrimonio e la procreazione; e fino a quelle dei giovani senza lavoro condannati alla disperazione.

 

E che dire di quella idolatria del danaro e del successo che porta le famiglie a incoraggiare le ragazze di casa a vendersi ad alto prezzo? Ma sullo sfondo di questi garbati dissensi resta l’ombra di un pericolo contro il quale il fronte cattolico appare compatto: l’eutanasia. Ora, poiché per i malati terminali non ci sarà la possibilità di quel turismo sanitario praticato da chi ha voluto avere figli sfuggendo alle forche della legge 40 sulla fecondazione assistita, sarebbe bene confrontare il caso italiano con quello della Germania. Come ha raccontato Marlis Ingemney in un articolo molto preciso e informato uscito su Micromega on-line, qui le Chiese cristiane tutte, inclusa quella cattolica, hanno dedicato assidue riflessioni alla questione. Nel 1975 avevano pubblicato un opuscolo per i fedeli molto preciso e dettagliato. Lo hanno ripreso e rielaborato con un lavoro durato diciannove mesi dopo che il Bundestag ha approvato nel giugno 2009 la legge sulle «disposizioni del paziente».

 

Dignità. La legge tedesca parla di «diritto alla vita» e non della vita come dovere, come obbligo; e impone il rispetto delle disposizioni date dai singoli nel quadro della intangibile dignità dell’uomo come individuo, affidando al potere statale solo l’obbligo di difendere la vita individuale se minacciata dall’intervento di terzi. Di questa legge le Chiese nel loro documento hanno criticato lo squilibrio tra il rispetto dell’autodeterminazione e la mancanza di una concreta presa in carico del paziente, chiedendo una assistenza alle persone capace di perfezionare e rendere effettiva quella autonomia dei singoli. Ma intanto già nel documento del 1975 il Consiglio permanente delle Chiese aveva riconosciuto il diritto di ognuno a una morte dignitosa e da qui aveva dedotto che fosse «eticamente ammissibile» rinunciare a interventi e trattamenti sanitari straordinari per prolungare artificialmente una vita senza speranza.

 

«La morale non richiede terapie a ogni costo»: questa frase introdotta nel testo tedesco del 1992 del Catechismo post-conciliare cattolico segnò già allora la via che si voleva battere. Oggi che la nuova normativa riconosce il diritto individuale a rifiutare anche i trattamenti medici salvavita, le Chiese non contestano quel diritto, anzi lo riconoscono ammettendo esplicitamente la possibilità di una «eutanasia passiva» o «indiretta». Si limitano a chiedere ai fedeli di avvalersene solo quando ci si trovi nello stadio terminale di una malattia incurabile. In un modulo allegato al testo il lettore può barrare precise caselle per richiedere per esempio che solo col consenso del paziente o dei suoi fiduciari si possa procedere alla nutrizione e idratazione artificiale o alla somministrazione di farmaci che possano alleviare i dolori anche se c’è il rischio di abbreviare così la vita del moribondo.

 

Stato vegetativo. Ma il punto più interessante per i lettori italiani ossessionati dal battage indegno di nuovo orchestrato intorno al caso Englaro è quello che riguarda non la persona di cui sia imminente o prevedibile la morte, ma la persona che versa in stato vegetativo persistente. Chi vorrà dare indicazioni per l’ipotesi di trovarsi un giorno nella condizione angosciosa di tale stato, potrà farlo anche secondo i vescovi tedeschi, che hanno finito con l’accordarsi sostanzialmente con gli evangelici su questo delicatissimo punto. Nel modulo allegato al testo si può barrare una casella che chiede la cessazione di tutti i trattamenti salvavita inclusa la nutrizione artificiale per chi, caduto nello stato vegetativo, vi permanesse per un lungo periodo (per esempio un anno)o fosse minacciato da una malattia intercorrente acuta.

 

Perché queste differenze tra Chiesa cattolica tedesca e Chiesa cattolica italiana? Perché ciò che è tranquillamente ammesso in un paese è severamente vietato nell’altro? Bene, il caso non è nuovo. Già secoli fa, ai tedeschi rimasti cattolici la Chiesa di Roma riserbò su molte questioni un trattamento diverso rispetto a quelli italiani: se ne potrebbe dare un lungo elenco. Ma a questa differenza che ebbe le sue evidenti ragioni tattiche nella necessità di fronteggiare la sfida della Riforma protestante si sono aggiunti nel corso dei secoli motivi legati al regime di dialogo tra confessioni e fedi diverse. La libertà di coscienza ha dato vita a un confronto che ha coinvolto i rapporti tra Chiese e stato, tra l’ordinamento laico e l’esperienza di lunga durata dell’ordinamento ecclesiastico. Da qui la serietà di una riflessione attenta e partecipe sugli imprevisti che possono minacciare la dignità della vita individuale e la volontà di dimostrare coi fatti la capacità del corpo ecclesiastico di contribuire concretamente alla tutela della dignità dell’essere umano. Visto dall’Italia vaticana, questo paesaggio sembra molto lontano. E forse alla fine quell’Inferno che un papa tedesco ha cominciato a mettere in discussione finirà col restare aperto solo per gli italiani. –

 

 

marzo 13, 2011

IL DESERTO, OVVERO IL LUOGO DELLA PAROLA

PERCORSO EDUCATIVO CONTRO L’IDOLATRIA

di Don Giorgio De Capitani  dall’omelia del 13-3-2011, prima domenica di quaresima

Cristo è stato tentato, ovvero messo alla prova (questo è il senso originale della parola “tentazione”), prima di iniziare il suo ministero pubblico. Sembra quasi di poter leggere nel pensiero del Padre: Figlio, fammi capire senza equivoci qual è la tua scelta! Patti chiari, subito! Una pagina dunque, quella delle tentazioni, che viene come messa in scena, rappresentata visivamente, per farci cogliere, al di là delle sensazioni, il vero messaggio che è tutto lì, in quella triplice secca risposta che Cristo ha dato al Maligno, diciamo meglio: diavolo. La parola diavolo significa colui che divide. Da qui: calunniatore. Sarebbe già interessante soffermarsi sulla finalità di fondo di ogni azione diabolica: appunto quella di contrapporre la verità alla menzogna.

Tentazioni per crescere. Vorrei soffermarmi invece sulla parola “deserto”. Fin da bambini, se a colpirci era soprattutto quel brutto o talora simpatico diavolaccio che si divertiva a far volare Gesù, anche la parola “deserto” ci affascinava parecchio, a mano a mano crescevamo nell’età. Il deserto: chi tra noi ragazzi l’aveva visto per potersene fare una certa idea? Eppure il deserto tornava spesso nei racconti biblici di avvenimenti che avevano segnato momenti particolari della storia del popolo eletto: uno su tutti, il periodo durato quarant’anni trascorso proprio nel deserto prima dell’ingresso nella Terra promessa. Non ho citato a caso questo esempio: quel periodo di lotte e di prove è stato uno dei motivi per cui Gesù è stato spinto dallo Spirito nel deserto. Non ho sbagliato parola: è stato proprio lo Spirito del bene a condurre Gesù nel deserto per essere poi tentato dallo Spirito del male. È Dio a tentarci più che il diavolo. La nostra vita è tutta una prova, una tentazione. La tentazione purifica le nostre scelte, ci fa crescere, maturare. La parte del demonio sta nell’approfittare della tentazione o della prova per farci cadere nelle trappole, magari semplicemente nel farci fare scelte minime. Solitamente si parte dal giocare al ribasso, per poi scendere al di sotto del livello del minimo, e si cade nel male. C’è ancora gente che si confessa di avere delle tentazioni come se le tentazioni in sé fossero mancanze o peccati. Casomai, è il contrario: è quando non si hanno più tentazioni che bisognerebbe preoccuparsi.

Anche i dubbi sono tentazioni o prove che hanno un loro vantaggio: farci riflettere, porci domande, cercare risposte. Uno che non dubita mai non è neppure un essere umano. Ciò che fa grande un uomo è il dubbio. Le certezze assolute hanno sempre portato alla dittatura, e i dittatori sono coloro che non si mettono mai in dubbio, e sono i più pericolosi.  Torniamo al deserto. Il deserto ha tuttora un certo fascino. Almeno su di me. Mi fa pensare a tante cose. Edmond Jabès, poeta, figlio di ebrei italiani, nato e cresciuto in Egitto, ma con educazione francese, ha scritto: “L’esperienza del deserto è stata per me dominante. Tra cielo e sabbia, fra il Tutto e il Nulla, la domanda diventa bruciante. Come il roveto ardente, essa brucia e non si consuma. Brucia per se stessa, nel vuoto. L’esperienza del deserto è anche l’ascolto, l’estremo ascolto”. Diciamo subito che il deserto è anzitutto un luogo. Scrive Enzo Bianchi, della Comunità di Bose. «Il deserto biblico non è quasi mai il deserto di sabbia, ma è frutto dell’erosione del vento, dell’azione dell’acqua dovuta alle piogge rare ma violente, ed è caratterizzato da brusche escursioni termiche fra il giorno e la notte (cf. Salmo 121,6).

Pedagogia.  Refrattario alla presenza umana e ostile alla vita (Numeri 20,5), il deserto, questo luogo di morte, diviene nella Bibbia la necessaria pedagogia del credente, l’iniziazione attraverso cui la massa di schiavi usciti dall’Egitto diviene il popolo di Dio, diviene in sostanza luogo di rinascita. La nascita del mondo come cosmo ordinato non avviene forse a partire dal caos informe del deserto degli inizi? La terra segnata da mancanza e negatività (“Quando il Signore Dio fece la terra e il cielo, nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata, perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra”: Genesi 2,4b-5) diviene il giardino apprestato per l’uomo nell’opera creazionale (Genesi 2,8-15). E la nuova creazione, l’era messianica, non sarà forse un far fiorire il deserto? “Si rallegreranno il deserto e la terra arida, esulterà e fiorirà la steppa, fiorirà come fiore di narciso” (Isaia 35,1-2). Ma tra prima creazione e nuova creazione si stende l’opera di creatio continua, l’intervento salvifico di Dio nella storia.

Rivelazioni. Ed è in quella storia che il deserto appare come luogo delle grandi rivelazioni di Dio: nel midbar (deserto), dice il Talmud, Dio si fa sentire come medabber (colui che parla) (in ebraico dabar indica la parola, midbar tradotto in “deserto” significa di per sé il “posto della parola”). È nel deserto che Mosè vede il roveto ardente e riceve la rivelazione del Nome (Esodo 3,1-14); è nel deserto che Dio dona la Legge al suo popolo, lo incontra e si lega a lui in alleanza (Esodo 19-24); è nel deserto che colma di doni il suo popolo (la manna, le quaglie, l’acqua dalla roccia); è nel deserto che si fa presente a Elia nella “voce di un silenzio sottile” (1 Libro dei Re 19,12); è nel deserto che attirerà nuovamente a sé la sua sposa-Israele dopo il tradimento di quest’ultima (Osea 2,16) per rinnovare l’alleanza nuziale… ».

Simboli. Tenendo presenti questi due aspetti, negativi e positivi – l’uno non può fare a meno dell’altro – il deserto, continua Enzo Bianchi, rimanda a tre grandi ambiti simbolici: lo spazio, il tempo, il cammino. «Spazio ostile da attraversare per giungere alla terra promessa; tempo lungo ma a termine, con una fine, tempo intermedio di un’attesa, di una speranza; cammino faticoso, duro, tra un’uscita da un grembo di schiavitù e l’ingresso in una terra accogliente, “che stilla latte e miele”: ecco il deserto dell’esodo! La spazialità arida, monotona, fatta silenzio, del deserto si riverbera nel paesaggio interiore del credente come prova, come tentazione. Valeva la pena l’esodo? Non era meglio rimanere in Egitto? Che salvezza è mai quella in cui si patiscono la fame e la sete, in cui ogni giorno porta in dote agli umani la visione del medesimo orizzonte? Non è facile accettare che il deserto è parte integrante della salvezza! Nel deserto allora Israele tenta Dio, e il luogo desertico si mostra essere un terribile vaglio, un rivelatore di ciò che abita il cuore umano. “Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore” (Deuteronomio 8,2).

Educazione e ribellioni. Il deserto è un’educazione alla conoscenza di sé, e forse il viaggio intrapreso dal padre dei credenti, Abramo, a risposta dell’invito di Dio “Va’ verso te stesso!” (Genesi 12,1), coglie il senso spirituale del viaggio nel deserto. Il deserto è il luogo delle ribellioni a Dio, delle mormorazioni, delle contestazioni (Esodo 14,11-12; 15,24; 16,2-3.20.27; 17,2-3.7; Numeri 12,1-2; 14,2-4; 16,3-4; 20,2-5; 21,4-5)». Tutto ciò fa capire il perché anche Gesù è stato spinto dallo Spirito nel deserto. Qui, nel deserto, darà il via al suo ministero, tentato in pochi giorni – il numero quaranta richiama i quarant’anni dell’esodo – con un faccia a faccia con il potere dell’illusione satanica e qui nel deserto sarà costretto a scegliere: tra lo spettacolare e l’essenziale di una Parola che non soffre vestiti, formalità, compromessi.

Avventura della libertà. Continua Enzo Bianchi: «Il deserto appare anche come tempo intermedio: non ci si installa nel deserto, ma si traversa il deserto! Quaranta anni, quaranta giorni: è il tempo del deserto per tutto Israele, ma anche per Mosè, per Elia, per Gesù. Tempo che può essere vissuto solo imparando la pazienza, l’attesa, la perseveranza, accettando il caro prezzo della speranza. E forse, l’immensità del tempo del deserto è già esperienza e pregustazione di eternità! Ma il deserto è anche cammino: nel deserto occorre avanzare, non è consentito “disertare”, ma la tentazione è la regressione, la paura che spinge a tornare indietro, a preferire la sicurezza della schiavitù egiziana al rischio dell’avventura della libertà. Una libertà che non è situata al termine del cammino, ma che si vive nel cammino. Ma per compiere questo cammino occorre essere leggeri, con pochi bagagli: il deserto insegna l’essenzialità, è apprendistato di sottrazione e di spogliazione».

Essenzialità!  Mio Dio, sta qui il segreto di ogni felicità. Nell’aldilà il godimento dell’essere sarà il suo stesso essere nella sua nudità, come essere. In questa vita, l’essenzialità è il segreto del nostro star bene, del nostro star meglio. Essenzialità! Se capissimo il valore della essenzialità, troveremmo la soluzione ad ogni problema, anche nel campo socio-politico ed economico. E questo è il nostro messaggio da credenti. Sta qui, nella essenzialità di una Parola che è la nuda verità, il nostro impegno di cristiani. L’essenzialità porta alla povertà di beni, all’uso moderato di essi, ad evitare i compromessi col potere per sostenere opere che non parlano il linguaggio della essenzialità e della povertà. Interessante quando Enzo Bianchi parla di “apprendistato di sottrazione e di spogliazione”. La parola “sottrazione”, più che la parola “spogliazione”, ci fa riflettere in questo tempo in cui tutti promettono aggiunte, un di più, l’eccedente, anche se poi, in pratica, fanno di tutto per lasciarci in mutande. “Sottrazione”: sottrarre ciò che impedisce il cammino in libertà. Non sono più concepibili sacrifici che sacrificano il nostro essere e neppure i valori del corpo. Nulla si deve sottrarre di ciò che è umano. Da sottrarre è ciò che è accessorio, illusorio, quel di più che appesantisce il nostro essere.

Idolatria. Scrive ancora Enzo Bianchi: «Il deserto è magistero di fede: esso aguzza lo sguardo interiore e fa dell’uomo un vigilante, un uomo dall’occhio penetrante. L’uomo del deserto può così riconoscere la presenza di Dio e denunciare l’idolatria». Qui il discorso si farebbe lungo. Dio e idolatria non stanno insieme. Bisognerebbe riflettere di più su Dio e sul mondo idolatrico che solitamente – parlo di noi credenti – accompagna il nostro credo. Parliamo di Dio e adoriamo un mondo di cose e di beni che sostituiscono Dio. O meglio, noi credenti non facciamo altro che parlare di Dio come se fosse il vero Dio, in realtà il Dio in cui crediamo e, ancor peggio, il Dio che imponiamo agli altri è un idolo, l’immagine di una religione che deturpa nel modo più osceno il volto del Dio di Gesù Cristo.

Mammona. Non giochiamo sulle parole: ancora oggi – lo è sempre stato – il vero idolo è il denaro. Dio è il denaro. Ancora oggi la religione è denaro. Ancora oggi il dio della religione è mammona. Satana qui rivela tutta la sua scaltrezza: non contrappone Dio al denaro, sminuendo l’importanza di Dio e ingigantendo quella del denaro. No! Con una capacità di convinzione, veramente diabolica, fa credere che Dio stesso è il denaro, e che il denaro è Dio. I peggiori materialisti sono i mistici o quelli che appaiono tali: qui la conversione è quasi impossibile, qui il deserto diventa solo sogno di cose che mancano. Questo è il vero peccato di blasfemia: quando il misticismo sposa il materialismo. Il vero pericolo non è l’ateo materialista ma il credente materialista.

febbraio 24, 2011

BISOGNO DI VANGELO

Filed under: 4) giustizia — brianzecum @ 7:35 am

ABBIAMO BISOGNO DI SENTIRE L’ECO DELLE PAROLE DI GESÙ NELLE PAROLE DEI VESCOVI !

Lettera aperta della comunità cristiana di base del Villaggio Artigiano di Modena

Caro vescovo Antonio, siamo un gruppo di cristiani della Chiesa di Modena e ci rivolgiamo a lei perché è il nostro pastore. Sappiamo che il suo ruolo e il suo ministero è proprio quello di ascoltare, confortare, tenere unito il gregge, cioè guidare il popolo cristiano e aiutarlo a vivere nella fede, nella speranza e nella carità. Vogliamo quindi esprimerle alcune nostre gravi preoccupazioni, con semplicità ma anche con tutta franchezza.

·         Siamo preoccupati perché vediamo il nostro Paese scivolare sempre più in una crisi generale, vissuta da molti con disperazione e senza vie d’uscita, crisi che rischia di compromettere l’unità stessa della Nazione, nei suoi aspetti istituzionali, politici e sociali. E la disperazione non è una virtù cristiana.

·         Siamo sconvolti perché vediamo la classe politica che governa questo paese sprofondare sempre più nel degrado morale, nell’arroganza dell’impunità, nella ricerca del tornaconto personale e dei propri amici, nel saccheggio della cosa pubblica e nella distruzione sistematica delle basi stesse del vivere civile e democratico.

·         Siamo indignati perché questa stessa classe politica al governo ha ingannato e continua a ingannare i poveri con false promesse, con un uso spregiudicato e perverso dei mezzi di comunicazione, con l’esibizione ostentata di modelli di comportamento radicalmente contrari al comune sentimento morale della nostra gente. Pian piano sono riusciti a corrompere il cuore e le menti dei più semplici. Guai a chi scandalizzerà questi piccoli…!

Ma la preoccupazione maggiore, in quanto credenti, riguarda la nostra Chiesa e in particolare i nostri Vescovi. Ecco i pensieri che ci fanno star male e che manifestiamo a cuore aperto.

·         Sappiamo che i vertici della CEI e gli ambienti della curia vaticana hanno deciso già da tempo di appoggiare la maggioranza di destra ancora oggi al governo. È opinione sempre più diffusa, anche tra i cattolici credenti e praticanti, che questa alleanza sia frutto di accordi di potere, volti a ottenere privilegi per la Chiesa e legittimazione per il governo. Vale la pena di compromettere la credibilità dell’annuncio del Vangelo e l’immagine della Chiesa per un piatto di lenticchie?

·         In nome di questo sostanziale accordo si sono di fatto avallate politiche, alcune di stampo prettamente xenofobo, del tutto contrarie non solo al Vangelo ma anche alla dottrina sociale della Chiesa. Per denunciare questa deriva molte voci si sono alzate nel mondo cattolico, sempre ignorate o censurate o minimizzate. Non appartengono forse anche questi ai cosiddetti “principi non negoziabili”?

·         Neppure adesso, quando l’abisso morale e lo stile di vita inqualificabile dello stesso presidente del consiglio sono sotto gli occhi di tutto il mondo, neppure adesso i vertici della CEI trovano la forza e la dignità di pronunciare parole chiare, di uscire dalle deplorazioni generiche che riguardano tutti e quindi nessuno, di usare finalmente il linguaggio evangelico del sì sì, no no.

·         In ben altro modo fu trattato l’ultimo governo Prodi, debole ma onesto e capace, di ben più alto profilo morale, che non solo non fu sostenuto ma venne addirittura osteggiato, forse proprio perché più libero, sicuramente più laico e quindi meno disponibile ad accordi sotto banco. Vogliamo rivendicare con forza questo fatto: molti di noi, cattolici credenti e praticanti, hanno sostenuto quell’esperienza politica, condividendone fatiche e speranze e anche delusioni. Di certo ci ha molto ferito l’ostracismo di allora come ci ferisce la complicità di adesso.

Occorre che ci si renda conto davvero che alla base della Chiesa sta aumentando il disagio, il dissenso, la sofferenza, il lento e silenzioso abbandono. L’amara sensazione di molti, giusta o sbagliata, è che i pastori hanno tradito il loro gregge, hanno preferito i morbidi palazzi di Erode alla grotta di Betlemme, hanno colpevolmente rinunciato alla profezia. E questo non fidarsi di Dio, tecnicamente, è un comportamento ateo.

Avanziamo una piccola proposta, che può sembrare provocatoria, della quale lei stesso potrebbe farsi portavoce: la CEI e il Vaticano dichiarino pubblicamente di rinunciare all’esenzione del pagamento dell’ICI sulle proprietà della Chiesa che siano fonti di reddito; che abbiano il coraggio di dire di no a questa proposta scellerata. Acquisterebbero un po’ di stima e credibilità, perché questo, fra i tanti, è uno scandalo che grida vendetta.

Caro vescovo Antonio, preghiamo insieme perché lo Spirito ci aiuti tutti a una vera conversione, a un saper ritornare sui nostri passi, a riscoprire la dimensione di un servizio povero e disinteressato, a seminare gioia e bellezza e speranza, nella libertà e nella verità.

La comunità cristiana di base del Villaggio Artigiano

Modena, febbraio 2011

PS Questa lettera è una lettera aperta e sta già circolando nella nostra città tra cattolici e tra persone che comunque hanno a cuore queste questioni. Non abbiamo alcuna intenzione di raccogliere firme, tuttavia sappiamo che nei suoi contenuti essenziali essa è largamente condivisa da tantissimi.

Domenica 20 Febbraio 2011

febbraio 18, 2011

IL TEMPO DELL’ANIMA


IL BESTSELLER DI FOX TEOLOGO ERETICO

di  VITO MANCUSO La Repubblica  17 febbraio 2011 pag. 58   sezione: CULTURA

Ci sono libri che mettono paura a chi detiene il potere. Forse anche così si spiega il paradosso di un bestseller pubblicato in America nel 1983, tradotto nelle principali lingue del mondo e che arriva in Italia solo ora col titolo In principio era la gioia. L’autore, Matthew Fox, prima della pubblicazione era un padre domenicano, ma dopo venne espulso dal suo ordine dietro iniziativa dell’allora cardinal Ratzinger in qualità di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Così Fox commenta l’accaduto: «Dalla reazione esagerata di Ratzinger al messaggio di speranza, creatività e responsabilità di questo libro, ho imparato che la fazione patriarcale del Cristianesimo è legata a filo doppio con il peccato originale (…). Ha definito questo libro “pericoloso e fuorviante” e mi ha fatto espellere dall’ordine domenicano (…). Io sono convinto che a essere pericolosa e fuorviante sia la crescita del controllo patriarcale, del pessimismo, dell’antropocentrismo e dell’ideologia del peccato originale». Fox intende restaurare il più autentico cristianesimo in fedeltà all’ideale originario del fondatore, l’ebreo Gesù di Nazareth, per una spiritualità non-dualistica, amica di Dio e amica del mondo, fedele al mondo e proprio per questo fedele a Dio, la spiritualità della gioia quieta e della perfetta letizia vissuta da Ildegarda di Bingen, Francesco d’Assisi, Meister Eckhart, Giuliana di Norwich, Matilde di Magdeburgo, Teilhard de Chardin, Thomas Merton e molti altri grandi spirituali.

 

Spiritualità cosmocentrica. Nonostante i suoi libri siano tradotti in 42 lingue, Matthew Fox è sconosciuto in Italia. Eppure il nostro paese avrebbe un motivo in più per interessarsi di lui, vale a dire il fatto di essere la patria di un altro ex frate domenicano che pure faceva paura al potere ecclesiastico e che per questo venne bruciato vivo il 17 febbraio 1600 a Roma in Campo de’Fiori, Giordano Bruno. Pur nel rispetto delle proporzioni e senza voler fare in alcun modo di Fox un Bruno redivivo, vi sono tuttavia alcune concrete analogie: l’appartenenza all’ordine domenicano, l’ostilità della Chiesa gerarchica, l’importanza della scienza per la loro spiritualità, l’interesse per le altre religioni, e infine il nucleo stesso della proposta spirituale che per entrambi si caratterizza come religiosità cosmocentrica basata su tre punti fondamentali: 1) immanenza di Dio nella natura e conseguente abbattimento del dualismo Dio-Mondo; 2) spiritualità come riconoscenza verso la vita; 3) lotta contro la cupa ideologia del peccato originale.

 

Libera ricerca spirituale. Con il libro di Matthew Fox si apre la collana fondata e diretta da Elido Fazi e me con il nome “Campo dei Fiori”. I motivi che ci hanno spinto a questa iniziativa risiedono nella qualità spirituale del nostro tempo, un’epoca senza più una religione condivisa ma con una grande domanda di spiritualità. È precisamente questa domanda che la nostra collana intende laicamente interpretare. Al di là di chi vive la spiritualità come disciplinata obbedienza a un’istituzione e di chi, sul fronte opposto, nega la dimensione universalmente umana della ricerca spirituale, con questa collana intendiamo promuovere una spiritualità come fiducia nella vita, libertà critica, amore per la bellezza, comunione con la natura e con gli esseri umani. Abbiamo chiamato la collana “Campo dei Fiori” in omaggio alla libera ricerca spirituale che condusse Giordano Bruno sul rogo dell’Inquisizione cattolica nella quasi omonima piazza di Roma. Prima e dopo di lui altri uomini e altre donne subirono la medesima sorte. Vennero uccisi solo perché avevano idee religiose diverse rispetto a quelle del potere ecclesiastico costituito. Uccisi in modo da procurare loro le sofferenze più atroci. Uccisi in modo che del loro corpo non rimanesse più nulla, le ceneri disperse nel Tevere o in Arno o nel Po, o semplicemente ammonticchiate con le verdure marcite e lo sterco degli asini e dei cavalli in un angolo della piazza dell’esecuzione, dove di solito si aveva un gran accorrere di popolo, e quindi di animali. Bruciandoli, si volevano impedire due cose: che sulla loro tomba si originasse un culto e che i loro corpi si ricomponessero nel giorno dell’ultimo giudizio al momento della “risurrezione della carne”.

 

Sacralità della vita. Sarebbe bello, oltre che giusto, che queste vittime del fanatismo venissero ricordate anche da coloro che oggi difendono la sacralità della vita, come monito esemplare per comprendere che non esiste modalità migliore di rispettare la sacralità della vita umana che non sia quello di rispettare la sacralità della vita umana libera, nella sua singolare autodeterminazione, e che quando non si è disposti a rispettare la libertà degli altri non è difficile che si giunga a non rispettarne neppure la vita fisica. Io sono convinto che senza il sacrificio di questi liberi cercatori della verità, noi non saremmo arrivati a godere della libertà intellettuale che oggi, tutti, cattolici e non cattolici, qui in occidente possiamo esercitare. Nella storia nessuno regala nulla, e se il potere della Chiesa cattolica (e di altre chiese in altre nazioni) è giunto a cedere il controllo sul pensiero esercitato per secoli con sistematico assolutismo, è stato principalmente a causa della forza di questo sangue innocente che, come quello di Abele il giusto, si è levato per secoli e si leva ancora oggi in grido verso Dio. Pensando a esso, si diviene consapevoli della forza dello spirito umano, che sceglie di morire tra i più atroci tormenti piuttosto che rinnegare la propria fede e i propri ideali. Esattamente come nel caso dei martiri cristiani dei primi secoli, del ‘900 e dei nostri giorni. In forza di questo sangue versato la popolazione d’Europa è giunta a realizzare a livello politico quello che, paradossalmente, la teologia a livello teorico ha sempre saputo, cioè il primato insindacabile della coscienza, il luogo dove abita lo spirito di Dio. Anche per questo ancora oggi, anzi forse soprattutto oggi, voci come quella di Matthew Fox sono tanto preziose.

febbraio 16, 2011

CHIESA 2011: UNA SVOLTA NECESSARIA

MEMORANDUM DI TEOLOGI TEDESCHI, SVIZZERI, AUSTRIACI

in “www. sueddeutsche.de” del 3 febbraio 2011 (traduzione: http://www.finesettimana.org)

Crisi senza eguali. È passato più di un anno da quando sono stati resi pubblici casi di abusi sessuali su bambini e adolescenti da parte di preti e religiosi nel collegio Canisius di Berlino. Ne è seguito un anno che ha gettato la Chiesa cattolica in Germania in una crisi senza eguali. L’immagine che oggi appare è ambivalente: molto si è cominciato a fare per rendere giustizia alle vittime, affrontare l’ingiustizia e scoprire le cause degli abusi, la dissimulazione e la doppia morale nelle proprie fila. In molti cristiani e cristiane responsabili, con o senza incarichi, dopo l’iniziale sgomento è cresciuta la consapevolezza che sono necessarie profonde riforme. L’appello ad un dialogo aperto sulle strutture di potere e di comunicazione, sulla forma del ministero ecclesiale e sulla partecipazione responsabile dei credenti, sulla morale e sulla sessualità, ha risvegliato attese, ma anche timori: si butta via un’opportunità, forse l’ultima, di superamento della paralisi e della rassegnazione evitando di affrontare i problemi o sottovalutando la crisi?

 

Nuovo inizio.  La preoccupazione di un dialogo aperto, senza tabù, non è a tutti sospetto, in particolare non lo è se è imminente una visita del papa. Ma l’alternativa sarebbe un silenzio di tomba, perché le ultime speranze sono state distrutte, e semplicemente non può essere così. La crisi profonda della nostra Chiesa esige di discutere anche di quei problemi che a prima vista non hanno direttamente a che fare con lo scandalo degli abusi e con la sua pluriennale copertura. In quanto professoresse e professori di teologia non possiamo più tacere. Sentiamo la responsabilità di contribuire ad un autentico nuovo inizio: il 2011 deve diventare un anno di svolta per la Chiesa. Nell’anno trascorso tanti cristiani come mai prima d’ora hanno lasciato la Chiesa cattolica; hanno presentato all’autorità della Chiesa la disdetta della loro appartenenza o hanno privatizzato la loro vita di fede, per difenderla dall’istituzione. La Chiesa deve capire questi segnali per uscire essa stessa da strutture fossilizzate, per riconquistare nuova forza vitale e credibilità.

Autocritica e credibilità. Non si riuscirà ad attuare il rinnovamento delle strutture ecclesiali in un angosciato isolamento dalla società, ma solo con il coraggio dell’autocritica e con l’accoglienza di impulsi critici – anche dall’esterno. Questo fa parte delle lezioni dell’ultimo anno: la crisi degli abusi non sarebbe stata rielaborata in modo così deciso senza l’accompagnamento critico svolto dall’opinione pubblica. Solo attraverso una comunicazione aperta la Chiesa può riconquistare fiducia. Solo se l’immagine di Chiesa che essa ha di sé e l’immagine di Chiesa che gli altri hanno di lei non divergono, essa sarà credibile. Ci rivolgiamo a tutti coloro che non hanno ancora rinunciato a sperare in un nuovo inizio nella Chiesa e si impegnano in questo senso. Facciamo nostri anche i segnali di svolta e di dialogo, che alcuni vescovi hanno posto in questi ultimi mesi in discorsi, prediche e interviste.

 

Libertà. La Chiesa non è fine a se stessa. Essa ha la missione di annunciare a tutti gli uomini il Dio di Gesù Cristo che libera e che ama. Lo può fare solo se essa stessa è un luogo ed una testimone credibile dell’annuncio di libertà del Vangelo. Il suo parlare e il suo agire, le sue regole e le sue strutture – tutto il suo rapporto con gli uomini all’interno e all’esterno della Chiesa – derivano dall’esigenza di riconoscere e favorire la libertà degli uomini in quanto creature di Dio. Assoluto rispetto di ogni persona umana, attenzione alla libertà di coscienza, impegno per il diritto e la giustizia, solidarietà con i poveri e gli oppressi: questi sono i parametri teologici fondamentali, che derivano dall’impegno della Chiesa verso il Vangelo. In questo modo si rende concreto l’amore a Dio e al prossimo. L’orientamento verso il biblico annuncio di libertà implica un rapporto differenziato nei confronti della società moderna: da un certo punto di vista, essa è più avanti rispetto alla Chiesa, quando si tratta di riconoscimento di libertà, di maturità e di responsabilità; in questo la Chiesa può imparare, come ha già sottolineato il Concilio Vaticano II. Da un altro punto di vista, è ineludibile la critica che deriva dallo spirito evangelico nei confronti di questa società, ad esempio quando le persone vengono giudicate solo a seconda delle loro prestazioni, quando la solidarietà reciproca viene calpestata o quando la dignità degli esseri umani non viene riconosciuta.

Riforme. In ogni caso però vale quanto segue: l’annuncio di libertà del Vangelo costituisce il parametro per una Chiesa credibile, per il suo agire e la sua immagine sociale. Le sfide concrete con cui la Chiesa deve confrontarsi non sono affatto nuove. E tuttavia non si riescono a vedere delle riforme che guardino al futuro. Occorre portare avanti un dialogo aperto su questo nei seguenti ambiti di problematicità.

1. Strutture di partecipazione: in tutti i campi della vita ecclesiale la partecipazione dei credenti è la pietra di paragone per la credibilità dell’annuncio di libertà del Vangelo. Conformemente all’antico principio giuridico “Ciò che riguarda tutti, deve essere deciso da tutti” occorrono più strutture sinodali a tutti i livelli della Chiesa. I credenti devono essere resi partecipi alla scelta di importanti “rappresentanti ufficiali” (vescovo, parroco). Quello che può essere deciso sul posto, lì deve essere deciso. Le decisioni devono essere trasparenti.

2. Comunità: le comunità cristiane devono essere luoghi nei quali le persone condividono beni spirituali e materiali. Ma attualmente la vita comunitaria è in declino. Sotto la pressione della mancanza di preti vengono costruite delle unità amministrative sempre più grandi – “parrocchie extralarge” – nelle quali non possono quasi più essere vissute vicinanza e appartenenza. Si pone fine a identità storiche e a reti sociali particolarmente significative. I preti vengono “bruciati” [dall’eccesso di compiti] e finiscono per esaurirsi. I credenti restano lontani, se non viene data loro la fiducia di assumersi una corresponsabilità e di sentirsi partecipi in strutture democratiche alla direzione delle loro comunità. Il ministero ecclesiale deve servire alla vita delle comunità – non il contrario. La Chiesa ha bisogno anche di preti sposati e di donne in servizio ecclesiale.

3. Cultura del diritto: il riconoscimento di dignità e libertà di ogni essere umano si mostra appunto quando i conflitti vengono affrontati in modo equo e con rispetto reciproco. Il diritto ecclesiale merita questo nome solo se i credenti possono effettivamente far valere i loro diritti. Difesa del diritto e cultura del diritto nella Chiesa devono essere urgentemente migliorati; un primo passo in questa direzione è la creazione di una giurisdizione amministrativa ecclesiale.

4. Libertà di coscienza: Rispetto per la coscienza individuale significa porre fiducia nella capacità di decisione e di responsabilità degli uomini. Favorire e sviluppare questa capacità è anche compito della Chiesa; non deve però trasformarsi in paternalismo. Riconoscere seriamente libertà di coscienza è qualcosa che ha a che fare con l’ambito delle decisioni personali sulla vita e delle forme di vita individuale. L’alta considerazione della Chiesa per il matrimonio e per la forma di vita senza matrimonio è fuori discussione. Ma essa non impone di escludere le persone che vivono responsabilmente l’amore, la fedeltà e la cura reciproca in una unione omosessuale o come divorziati risposati.

5. Riconciliazione: la solidarietà con i peccatori presuppone di prendere sul serio il peccato al proprio interno. Un pretenzioso rigorismo morale non si confà alla Chiesa. La Chiesa non può predicare riconciliazione con Dio, senza procurare essa stessa nel suo agire i presupposti per la riconciliazione con coloro verso i quali è diventata colpevole: per violenza, per violazione del diritto, per il rovesciamento del biblico annuncio di libertà in una morale rigorosa priva di misericordia.

6. Celebrazione: la liturgia vive della partecipazione attiva di tutti i credenti. In essa devono trovare spazio le esperienze e le forme di espressione attuali. La celebrazione non deve irrigidirsi in tradizionalismo. La molteplicità culturale arricchisce la vita liturgica e non può conciliarsi con le tendenze verso una unificazione centralistica. Solo quando la celebrazione della fede accoglie concrete situazioni di vita l’annuncio della Chiesa raggiungerà le persone.

 

Il processo di dialogo ecclesiale iniziato può condurre alla liberazione e al cambiamento se tutte le parti coinvolte sono pronte ad affrontare i problemi impellenti. Si tratta di cercare in un libero ed equo scambio di argomentazioni le soluzioni che portino la Chiesa fuori dalla sua paralizzante autoreferenzialità. Alla tempesta dello scorso anno non può seguire alcuna pace! Nella situazione attuale questa potrebbe essere solo una pace tombale. La paura non è mai stata una buona consigliera in tempi di crisi. Cristiane e cristiani sono esortati dal Vangelo a guardare con coraggio al futuro e – sulla parola di Gesù – a camminare come Pietro sulle acque: “Perché avete così paura? È così piccola la vostra fede?”

Seguono 143 firme raccolte fino al 3 febbraio

fonte: http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/Stampa201102/110206teologitedeschi.pdf


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