Brianzecum

aprile 11, 2011

LA VITA È NELLA MORTE, E LA MORTE È NELLA VITA

LA FRETTA OCCIDENTALE E LA SAGGEZZA DELL’ORIENTE

di don Giorgio De Capitani, dall’omelia del 10-4-2011 su Lazzaro risuscitato(Gv 11,1-53).

Luce e vita. Giovanni si dilunga sui dialoghi più che sui particolari dei miracoli narrati: dialogo con la samaritana, con gli scribi e i farisei, con il cieco nato, con gli apostoli e le sorelle di Lazzaro. È nei dialoghi che possiamo scoprire il messaggio. Anche i fatti possono parlare da soli, possono già contenere dei simboli, ma la Parola può meglio aiutarci quando si eleva al di sopra delle circostanze o del momento. La comunità di Giovanni aveva sviluppato due temi, che troviamo anticipati nel famoso Inno introduttivo al Vangelo. Qui si parla di luce e si parla di vita. Sono i due temi conduttori di tutto il quarto Vangelo: il miracolo del cieco nato riguarda il tema della luce, il miracolo della risurrezione di Lazzaro riguarda il tema della vita. Parlare della luce potrebbe anche risultare facile, e potremmo trovarci tutti d’accordo (casomai la gara consisterebbe nel saper meglio dell’altro ricavare immagini suggestive), ma non mi è facile trattare il tema della vita o, meglio, il rapporto vita-morte, morte-vita. Già dire opposti mette sul chi va là. La parola poi morte rievoca qualcosa di pauroso. Solo i mistici o i santoni vorrebbero affrontarla come l’ultima sfida. Loro la vita l’hanno vinta in un certo senso, prendendola nel suo aspetto migliore, gustandola nel suo essere, dopo una scelta non certo popolare. Una serie di scelte sempre più radicali. Senz’altro inusuali. Provocatorie. Quasi eroiche. Vorrei distinguere, a proposito di vita-morte, due visuali completamente diverse: quella orientale e quella occidentale.

Colonialismo occidentale. Apro una parentesi. Purtroppo, noi occidentali non riusciamo ancora a capire che il nostro mondo – e per mondo intendo ogni ambito, quello politico, culturale, sociale e religioso – non è l’unico, e neppure il migliore. Sembra quasi che, quando noi occidentali parliamo, non facciamo altro che elogiare la nostra civiltà come la migliore, o magari disprezzarla, senza neppure renderci conto che anzitutto ogni civiltà da sempre è stata vista e vissuta come relativa al momento storico e allo spazio fisico, e che certi errori non sarebbero stati commessi se avessimo aperto gli orizzonti di casa, e guardato fuori dalla finestra, oltre l’occidente, oltre “là dove tramonta il sole o il giorno muore” (così dice etimologicamente la parola). Abbiamo preso il resto del mondo come terra di conquista coloniale, o di avventura o di proselitismo, sempre con l’idea fissa, direi perversa, di portarvi la “nostra” civiltà, il “nostro” credo religioso, un alibi talora per sfruttare le potenzialità di un mondo ritenuto selvaggio e incolto, ma potenzialmente ricco di risorse naturali. Succede sempre così: quando si è sfruttato ciò che si ha, si va a prendere dagli altri che per varie ragioni posseggono cose preziose a loro insaputa, e che noi sottraiamo loro, come spregevoli predatori. Ma la cosa paradossale è questa: fino a quando noi occidentali siamo andati a conquistare gli altri, a colonizzarli (ovvero sfruttarne i loro beni naturali), nulla di strano, tutto lecito, ora però che siamo noi una terra di conquista, diciamo di sogno pur apparente perché illusorio, se non altro distruttivo dell’essere, ecco che facciamo di tutto per tener lontano coloro che, giustamente, vengono qui da noi per riprenderci ciò che noi abbiamo rubato a loro. Chiusa parentesi.

Saggezza orientale. Il vero problema è un altro: l’occidente ha sfruttato l’oriente nella sua parte meno valida senza capire la sua vera ricchezza – la saggezza orientale – e l’oriente ora si viene a riprendere il peggio dell’occidente, tradendo ciò che di meglio è riuscito finora a conservare: il loro essere. L’oriente, venendo in occidente, si predispone al suicidio. L’occidente guarda ancora l’oriente ma con l’occhio sempre occidentale, ovvero con l’occhio che si sta spegnendo, sulla via della morte. Tranne rari casi – non vorrei considerare la moda deleteria di fare di tutto un gusto esotico – noi occidentali non ci siamo ancora accorti della saggezza orientale, vera saggezza di vita. Una saggezza che risale a tempi antichissimi. Del resto il popolo ebraico ne aveva subìto una sana contaminazione, e i libri sacri si sono ben guardati dal ripudiare questo mondo di saggezza. La Palestina era un mondo medio-orientale. Ma perché non spingersi oltre, verso l’oriente più lontano, ovvero là dove iniziano le prime luci del giorno?

Visione orientale della morte.  Noi sappiamo che la concezione occidentale della vita è diversa dalla concezione orientale: completamente diversa. Mentre la concezione occidentale vede la vita e la morte come due realtà contrapposte, quasi ad escludersi, gli orientali hanno una visuale completa diciamo complementare, meglio: c’è un rapporto stretto tra la vita e la morte, l’una richiede l’altra, la vita è morte, e la morte è vita, c’è uno stretto rapporto dialettico, per cui non c’è vita senza la morte, e non c’è morte senza la vita. Vorrei leggervi alcune riflessioni di un filosofo, mistico e maestro spirituale (guru) indiano, morto nel 1990: conosciuto come Osho, nome d’arte, da molti considerato come uno degli uomini che hanno “fatto” il ventesimo secolo. Nei suoi discorsi, che sono stati raccolti in 600 libri, insiste sulla importanza della meditazione. Ascoltiamolo.

La vita non è corta né unica. «La seconda cosa che devi ricordare è che la vita non è corta. La vita è eterna, quindi non c’è bisogno di avere alcuna fretta. Con la fretta puoi solo perdere delle cose. Hai mai visto fretta nell’esistenza? Le stagioni giungono quando è il loro tempo, i fiori sbocciano quando è il loro tempo, gli alberi non si affrettano a crescere velocemente perché la vita è corta! Sembra che l’intera esistenza sia consapevole dell’eternità della vita. Siamo sempre stati qui e saremo sempre qui – naturalmente non con le stesse forme e negli stessi corpi. La vita continua a evolversi, raggiungendo stadi più elevati. Ma non c’è nessuna fine in nessun luogo e non c’è stato nemmeno nessun inizio in nessun luogo. Tu esisti tra una vita senza inizio e una vita senza fine. Sei sempre in mezzo a due eternità, da una parte e dall’altra. Ti hanno condizionato con l’idea di un’unica vita. L’idea cristiana, l’idea ebraica, l’idea musulmana – che hanno tutte radici nella concezione ebraica di un’unica vita – hanno dato all’Occidente una folle passione per la velocità. Ogni cosa dev’essere fatta con una tale fretta che non puoi provare piacere nel farla, e non puoi portarla a termine in modo perfetto. Ti arrangi a concluderla in qualche modo, e passi di corsa a un’altra.

Sentirsi a proprio agio. L’uomo occidentale ha una concezione della vita molto sbagliata: una concezione che ha creato tali tensioni nelle menti delle persone che esse non riescono a sentirsi a proprio agio in nessun posto, sono sempre in movimento, e sempre preoccupate di non sapere quando arriverà la fine. Vogliono fare tutto prima della fine. Ma il risultato è esattamente l’opposto: non riescono a fare nemmeno poche cose che abbiano grazia e bellezza, che siano perfette. La loro vita è talmente offuscata dalla morte che non sono in grado di vivere con gioia. Qualunque cosa porti gioia sembra essere uno spreco di tempo. Non riescono a stare semplicemente seduti, in silenzio, per un’ora, poiché la loro mente dice: “Perché stai sprecando un’ora? Avresti potuto fare questo, o quest’altro”.

Meditazione.  È a causa di questa concezione di un’unica vita che l’idea della meditazione non è mai nata in Occidente. La meditazione ha bisogno di una mente molto rilassata, senza fretta, senza preoccupazioni, senza alcun luogo dove andare… una mente che gioisca di ogni attimo, semplicemente, qualunque cosa accada. Era destino che la meditazione fosse scoperta in Oriente, a causa dell’idea di vita eterna – dell’idea che puoi rilassarti. Puoi rilassarti senza alcuna paura, puoi gioire e suonare il tuo flauto, puoi danzare e cantare la tua canzone, puoi goderti l’alba e il tramonto. Puoi gioire per tutta la vita. Non solo, puoi gioire persino morendo, perché anche la morte è una grande esperienza, forse la più grande esperienza della vita. È un crescendo. Nella concezione occidentale la morte è la fine della vita. Nella concezione orientale la morte è solo un evento bellissimo nel lungo processo della vita; ci saranno tante e tante morti. Ogni morte è il culmine della tua vita, prima che un’altra vita cominci – un’altra forma, un altro corpo, un’altra consapevolezza. Non sei giunto alla fine, stai solo cambiando casa.

Fonte: http://www.dongiorgio.it/scelta.php?id=1507&nome=omelie


RIFLESSIONE SUL RACCONTO DEL CIECO NATO

Filed under: 6) lettura ecumenica di testi biblici — brianzecum @ 9:24 PM

DALLA RELIGIONE CHE BENDA GLI OCCHI, ALLA FEDE CHE LI APRE

di don Angelo Casati, omelia del 3-4-2011 su Gv 9,1-38b

Sono tante le emozioni, che mi rimangono in cuore, al termine di questo racconto del vangelo di Giovanni. Alcune dilatate dal pensiero dei vostri occhi. Anche i vostri, come quelli del cieco, in sete di luce. E alla fine consegnati alla luce. I vostri occhi.

Sfioro il racconto. Che cosa precede il racconto? C’è un legame con ciò che precede? Non sappiamo se c’è una cucitura. Forse sì o forse no dal punto di vista cronologico; ma forse sì dal punto di vista dei simboli, dei significati. Da dove veniva Gesù? Gesù era salito a Gerusalemme alla festa delle Capanne, festa delle tende, festa di sukkot. Festa dell’acqua e festa della luce.

Nel secondo giorno della festa si celebrava il rito della “gioia del pozzo”, con danze e canti. Gesù attese l’ultimo giorno, il più solenne della festa, per levarsi in piedi ed esclamare, a gran voce: “Se qualcuno ha sete venga a me, e beva chi crede in me” (Gv 7,37). Sempre nell’occasione della festa la spianata del tempio, anche a notte fonda era illuminata a giorno, da torce e bracieri: fu in questa occasione che Gesù, forse fissando i grandi fuochi accesi, proclamò: “Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12).

Nel vangelo di Giovanni accade spesso che Gesù prima faccia una affermazione e poi quasi la traduca in un gesto. Ha detto: “Sono io l’acqua”, ha detto “Sono io la luce”. Ora lo attende il gesto. Nel racconto troviamo gesti che dicono chi è l’acqua e chi è la luce. Questo racconto nell’antichità era stato scelto per il percorso dei catecumeni in vista del battesimo nella notte di Pasqua, e dunque veniva letto per aprire gli occhi dei catecumeni, come quelli del cieco. Aprirli a intuire chi fosse Gesù. Chi è Gesù lo scopri nel racconto.

Era uscito dal tempio, vangelo della scorsa domenica. Veniva da un durissimo scontro. Veniva dalle pietre, avevano tentato di toglierlo di mezzo. Che cosa potesse avere in cuore Gesù, lo possiamo immaginare: veniva dalle pietre.

E “mentre passava” è scritto “vide…”. Mi colpisce il verbo: lui vede. Nel senso che si immedesima. A differenza dei discepoli, loro discutono. Per grazia, diciamocelo, agli inizi ci sono gli occhi di Gesù. Per grazia lui non è cieco: “Passando vide”. Anche se il cieco è ai margini, ignorato, anche se al cieco non gli esce più neppure un grido dalla gola, neppure una preghiera, anche se a noi, pensate, non uscisse più neppure una preghiera… lui vede, lui si accorge.  A gridare per Gesù sono gli occhi, caverna del non vedere, del cieco. Ti vede nel senso che ha un cuore Dio. Non è uno che passa dall’altra parte. Anche se gli altri tirano dritto e non si fermano, lui no, lui si ferma.

Vede, potremmo forse dire, perché ha occhi di compassione. Guardate che se non ci sono fremiti di compassione, il nostro non è un vedere. Dovremmo tenerlo presente, rispetto alle situazioni a volte drammatiche del nostro tempo. Si discute, non ci si lascia prendere il cuore. Per i discepoli – e sì che di strada ne avevano fatta con lui – quel cieco non era una persona, era un caso teologico.

Loro passano e discutono, discutono di peccati: “chi ha peccato, lui o i suoi genitori perché sia nato cieco?”. Discutono di peccato i discepoli. E discutono di peccato quei farisei, che fanno un processo da vera inquisizione: e, per loro, ha peccato Gesù, che gli ha aperto gli occhi in giorno di sabato e in peccato è il cieco che, poveraccio, osa dare credibilità a quel rabbi che ha violato la legge: “sei nato tutto nei peccati” gli dicono. Sono gli uomini della religione, gli uomini che difendono la purezza della pratica religiosa. Ma è una religione che ha al centro il peccato, un gran discutere di peccato. Mentre il rabbi di Nazaret ha un’altra religione, sovversiva per loro, lui mette al centro l’uomo. A lui interessa l’uomo. Quelli mettono al centro le loro tradizioni. Può succedere anche oggi. Chi mettiamo al centro? Pensate che cosa può aver provato quel cieco mentre li sentiva parlare! Non dovevano essere felici che lui finalmente vedesse? Era una vita che non vedeva! E non potrebbe essere proprio questa la ferita in tante persone del nostro tempo, qualora si sentissero oggetto di giudizi senza cuore, proprio da parte di coloro che mai si sono degnati di fermarsi al loro dramma, di sedersi una buona volta accanto a loro, di capire che cosa passa nella loro carne e nel loro cuore?

Ebbene quel giorno il cieco passò da una religione che ti chiude gli occhi a una fede che te li apre. E tutto cominciò da quando avvertì che lui, Gesù si era fermato, l’aveva visto.

Poi sui suoi occhi sentì all’opera Dio, il Dio che all’inizio disse “Sia la luce”, il Dio che plasmò l’uomo dal fango della terra. Quel cieco sui suoi occhi – non le vedeva – sentì passare le mani di Dio: Dio era all’opera, all’opera la compassione. Sentì le mani di Gesù, le sentì passare sugli occhi, dita e fango insieme, mescola sacra.

Sentì poi le parole che lo mandavano alla piscina. Diede fiducia alla parola. A quella parola che ancora non faceva miracoli, neppure glieli prometteva, chiedeva di andare, senza vedere –“beati” aveva detto un giorno “i non vedenti”– chiedeva di andare senza vedere. Come a noi.

E lui si mette in cammino, ancora una volta affidato al suo bastone, ma questa volta affidato anche alla Parola. Alla piscina a lavarsi gli occhi dal fango. Ed ecco, a occhi aperti vide, era la prima volta, il colore dell’acqua, lui che per tutta la vita l’aveva solo accarezzata. Vide il colore dell’acqua. Scoprì che l’acqua era l’Altro, Che non aveva mai visto, che aveva conosciuto solo dalla sua voce, dalle sue dita, dalla compassione: in quell’acqua era passata la forza di un altro.

Lo riconobbe quando, cacciato dalla sinagoga, lui gli venne incontro e gli chiese se credeva nel Figlio dell’uomo: ora lo vedeva. Si chinò. Di lui parlavano i suoi occhi aperti. Era passato dalla religione che ti benda gli occhi alla fede che te li apre.

Per la riflessione:

Dove hai incontrato la religione che ti benda gli occhi?

Dove hai incontrato la fede che ti apre gli occhi?

Fonte: http://www.sullasoglia.it/omelie/ambrosiano/4quarA-amb-11.htm


LETTURA ECUMENICA DI ALTRI PASSI BIBLICI

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 8:55 PM

Il sovrano spirituale che porta la giustizia  De Capitani

La verità del vangelo (Gal 2,1-14) Stefani

La parola della croce (1 Cor 1,17-2,5)  Stefani

Unità nella diversità  De Capitani

Abele e Caino  De Capitani

Chiesa: su pietra monolitica o 12 colonne?  De Capitani

Non siamo padroni ma solo amministratori  De Capitani

Gesù e il tempio  De Capitani

Vedere faccia a faccia  De Capitani

Fede e regole sociali  Stefani

Diventare custodi  Casati

Chi pensa alle generazioni future?  De Capitani

Chiamati a preparare la strada  De Capitani

Servi inutili (Lc 17,7-10)  De Capitani

La porta stretta  Casati

Vocazione per tutti: a diventare più umani De Capitani

Con tutto il cuore  Stefani

Come opera lo Spirito Santo  De Capitani

La donna nella Chiesa (Marta e Maria)  Stefani

L’episodio dell’adultera  De Capitani

Bellezza e gratuità  De Capitani

Canto della vigna  De Capitani

Non ingannare i giovani  De Capitani

Un’immagine distorta della Vergine  De Capitani

Un Dio nomade?  De Capitani

Date a Cesare… De Capitani

Guardiani per vocazione  De Capitani

Pentecoste, festa del pluralismo  De Capitani

Ninive interprete della Parola  Stefani

I veri nemici sono in casa  De Capitani

L’episodio sconvolgente della samaritana  De Capitani

Parabola dell’ultima ora  De Capitani

Parabola evangelica fuori da ogni logica sindacale  De Capitani

Gesù e la resurrezione di Lazzaro  De Capitani

La vita è nella morte e la morte è nella vita De Capitani

La chiesa non è mercato (fico)

Vocazione, non identità (Es 3)

La verità vi farà liberi! De Capitani

Deserto, luogo della Parola De Capitani

Tra il Sinai e Sichem Stefani

L’essenziale è invisibile De Capitani

Riflessioni sul racconto del cieco nato Casati

…Io sono in mezzo a loro

Non è più tempo di delega e dipendenza (samaritana)

Verità dell’amore incarnato (1 Giov)

Dubbi, domande, relativismo di Qohelet

L’ESSENZIALE È INVISIBILE

NON FERMARSI ALLE APPARENZE

MODI DIVERSI DI GUARDARE E VEDERE

di Don Giorgio De Capitani, dall’omelia del 3-4-2011 sulla guarigione del cieco nato (Gv 9,1-38b)

Usare la mente.  Quello che noi percepiamo non è la realtà vera e propria, come è in se stessa, ma solo il suo riflesso nel nostro sistema di conoscenza. Se noi conosciamo gli oggetti secondo i modi della nostra conoscenza, questo significa che, in senso proprio, noi non conosciamo gli oggetti come essi sono in realtà, ma come ci appaiono, come essi risultano dall’incontro con le nostre strutture conoscitive. La realtà in sé rimane consegnata all’inconoscibilità. Tale realtà in sé è definita da Kant noumeno (“pensabile”, dal verbo greco “noéo”, pensare): essa è ciò che in senso proprio non si può conoscere ma che tuttavia è necessario pensare come concetto limite del nostro conoscere. Tutto questo fa capire quanto sia almeno importante usare la mente, ovvero l’intelligenza, per avvicinarci il più possibile alla realtà. Altrimenti ci abitueremo a vedere solo le apparenze, vivere di apparenze, giudicare in base alle apparenze.

Apparenze per tutti. In altre parole, non ci accorgiamo di vivere in un mondo di falsità e di falsificazioni, il che significa che c’è gente di potere (anche di tipo economico e direi anche di tipo religioso) che, sapendo che il mondo reale ci è quasi impossibile, fa di tutto per farci credere che il mondo vero è quello apparente, anche perché è più comodo, immediato, alla portata di mano. A me sembra che il miracolo del cieco abbia anche questo senso: aiutare ad avvicinarci il più possibile alla realtà, a coglierne qualche sprazzo, a non farci illudere dalle apparenze. E il mondo delle apparenze riguarda ogni categoria di persone: il popolo comune e l’élite che si crede privilegiata, il mondo analfabeta e il mondo colto.

Guardare attorno. Un‘altra riflessione riguarda il verbo vedere o guardare. Nei Vangeli quando si parla di Gesù che “guarda”, troviamo tre significative varianti. Anche qui bisogna capire il contesto e bisogna tradurre bene il verbo greco. Anzitutto, c’è un “guardare attorno” nel senso di “fulminare con gli occhi”. C’è un passo nel Vangelo secondo Marco molto significativo. Merita una particolare attenzione. Gesù entra nella sinagoga. È presente un uomo che ha una mano paralizzata. Gli scribi e i farisei stanno a “vedere” se Gesù lo guarisce per poi accusarlo. È giorno di sabato, dunque di assoluto riposo: proibito anche compiere qualcosa per soccorrere un malato. Ma lo sguardo di Gesù è su quell’uomo che sembra supplicarlo. Inoltre Gesù, scrive Marco, “guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori”, dice a quell’uomo: “Tendi la mano!”, e lo guarisce. Qualcuno ha definito questo episodio come la storia di sguardi che si incrociano, nella durezza o nell’amore.

Sguardi di compassione e sguardi spietati. «L’uomo della mano secca si trova fra due sguardi diversi: sotto lo sguardo di Gesù, pieno di compassione che vuole dargli la vita, rinvigorire quella mano secca e impotente; e lo sguardo degli uomini religiosi che vedono la sua mano secca come un problema dell’uomo, perché le loro mani, credono, non sono secche, si considerano giusti e credono di essere in regola con i comandamenti della legge di Dio. Due sguardi molto diversi, non vi sfugga questo conflitto di sguardi che potrebbe ricordarci alcuna immagine potente del cinema muto dove tutto era spesso affidato all’intensità dello sguardo degli attori. Uno sguardo di compassione e uno sguardo spietato, lo sguardo della misericordia divina che ha pietà della nostra condizione, lo sguardo dell’uomo religioso spietato che si considera a posto e giudica tutti gli altri dalla superiorità pretesa della sua giustizia, che è in realtà ipocrisia. Lottano gli sguardi, sono in conflitto. Gesù guarda l’uomo della mano secca e sente una compassione senza limiti, un amore profondo. I farisei guardano l’uomo con indifferenza, ma guardano Gesù con attenzione per coglierlo in un fallo e accusarlo e condannarlo per toglierlo di mezzo. E Gesù guarda lo sguardo duro di quegli uomini e sente una tristezza profonda, un dolore intenso. Perché quello che si è seccato dentro quegli uomini religiosi è il cuore. Forse riescono a compiere ogni comandamento con una precisione da macchine collaudate, da meccanismi religiosi senza macchia. Ma i loro cuori sono vuoti, sono un deserto dentro, sono un lago di ghiaccio incapaci di sentire compassione, tenerezza, di commuoversi, di sentire pietà».

Guardare dentro. C’è un altro sguardo, ed è quello che tocca la parte interiore della persona che si guarda. Nei Vangeli troviamo anche quest’altra variante espressiva: “guardare dentro”. Gesù sapeva guardare dentro il cuore umano. E lo faceva con quella sua particolare, direi unica, capacità di arrivare a scuotere i veri sentimenti umani. Penso che gli apostoli ne sapessero qualcosa nel loro primo incontro con il Maestro, e soprattutto Pietro quando incrociò lo sguardo di Gesù dopo il tradimento.

Guardare in alto. Non solo “guardare attorno”, non solo “guardare dentro”, ma anche “guardare in alto”. Diversi i momenti narrati dagli evangelisti in cui Gesù elevava lo sguardo al cielo, per pregare il Padre. Chi non ricorda la preghiera di Gesù prima di compiere la moltiplicazione dei pani? «Prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo…» (Mc 6,41). Se ora consideriamo il cieco dopo la sua guarigione, possiamo dire che anche nei suoi riguardi possiamo trovare questa triplice variante del verbo “guardare”. Anche lui si guarda attorno: e che cosa vede? Solitudine, emarginazione, indifferenza, e anche cattiveria nei suoi riguardi. Proprio perché vede la realtà, si sente solo. Fosse rimasto cieco, un po’ di compassione l’avrebbe sempre avuta. Ora che “vede la realtà”, tutti lo rifiutano. Diventa scomodo. E si guarda anche dentro di sé: capisce che ha bisogno di Qualcuno di importante, di una Novità che appaghi la sua solitudine.

Infine guarda in alto, e scopre l’Essenziale.  Ecco il punto. E dove scopre l’Essenziale? Fuori della religione ufficiale. Dopo che è stato cacciato fuori, scrive Giovanni, incontra di nuovo Gesù, ma sotto un’altra luce. Forse non è tanto il luogo – fuori di una struttura – che conta per incontrare l’Essenziale. Tornano le parole dello scrittore Miller: «La nostra meta non è mai un luogo ma un nuovo modo di vedere le cose». Si può, si deve rimanere nella Chiesa anche struttura. Così rispondo a quanti mi chiedono il motivo per cui ci rimango. Il problema è lì: nel saper trovare “un nuovo modo di vedere le cose”. Diventano sempre attuali le parole della volpe al Piccolo Principe: “L’essenziale è invisibile agli occhi”.

Fonte:  http://www.dongiorgio.it/scelta.php?id=1500&nome=omelie


aprile 5, 2011

NOI CHE ABBIAMO DIRITTO A FARE LE GUERRE

IDOLATRIA DELLA GUERRA CHE CI NASCONDE LE ALTERNATIVE

04-04-2011

di Raniero La Valle

I monarchiani erano quegli eretici dell’antichità cristiana che per affermare l’assoluta unicità di Dio si opponevano alla nascente elaborazione teologica trinitaria; contro i diversi modi di intendere la distinzione tra il Padre e il Figlio incarnato, proclamavano: “monarchiam tenemus”, donde il nome di monarchiani. Da lì derivarono tutte le eresie monistiche: monofisismo, monotelismo, monoenergismo (una sola natura in Cristo, una sola volontà, una sola energia); vedendo una sola cosa quegli eretici non riuscivano a vederne e a concepirne altre, cioè non riuscivano a vedere il cristianesimo; erano maniaci di una sola cosa, non teisti, ma idolatri.

Anche gli statisti moderni sono monarchiani, conoscono una sola cosa, sanno fare una sola cosa, sono maniaci di una sola cosa: la guerra. Ci vuole il petrolio, bisogna allargare i mercati, c’è un dittatore, i diritti umani sono violati, un Paese è invaso, gli insorti sono repressi? Subito è pronta la risposta, quella “fretta della guerra” che è stata denunciata all’inizio dell’intervento contro la Libia dal vescovo Giudici presidente di Pax Christi (Odissea della politica); la monocultura della guerra non sa produrre altra idea che questa. Così avvenne con l’Iraq, così con la Iugoslavia, così con l’Afghanistan, così con la Georgia, per non parlare dei mille conflitti dimenticati che fanno della guerra un “continuum” nel succedersi delle stagioni. È vero che la sovranità moderna nasce con questo segno di identificazione: sovrano è chi ha il diritto di guerra, gli Stati sovrani sono quelli che fanno la guerra; però non è questa la sola e unica cosa che potrebbero fare, potrebbero inventare e fare dell’altro, soprattutto da quando la guerra è stata messa al bando dal diritto internazionale, e la Carta dell’ONU ha prescritto tutte le cose che si dovrebbero fare invece della guerra per mantenere la sicurezza e per costruire un ordine di giustizia e di pace tra le nazioni, come dice anche la Costituzione italiana.

Pentirsi verso la Libia. Anche questa volta, insorto il problema con la Libia, la coalizione dei volenterosi non ha saputo fare altro che la guerra; e siccome questa volta non c’era l’America, la confusione, l’improvvisazione e il caos sono stati ancora maggiori. Anche l’Italia è corsa alle armi; il 36° stormo, di stanza a Trapani Birgi, ha potuto finalmente dare sfogo all’odio contro Gheddafi al quale era stato addestrato, come potemmo vedere con la Commissione Difesa della Camera in occasione di una visita che molti anni or sono facemmo a quella base. Eppure se c’era un Paese al mondo che non avrebbe dovuto fare guerra alla Libia, nemmeno la guerra più sacrosanta, se pur ve ne fosse una, questo Paese era l’Italia, per la vergogna e il pentimento di ciò che essa in passato aveva fatto alla Libia, assoggettandosela e violentandola come colonia; e tanto meno avrebbe dovuto farla Berlusconi, che a Gheddafi aveva giurato amicizia eterna, e con la Libia aveva stipulato un patto con cui aveva promesso pace, non aggressione, non ingerenza, rapporti di uguaglianza sovrana, rispetto del suo diritto ad avere il proprio sistema politico, sociale, economico e culturale, e aveva assicurato che non avrebbe permesso l’uso delle basi italiane contro di lei; promesse in cui ne andava dell’onore del Paese e del futuro del Mediterraneo, non come le promesse di fare un campo da golf e un casinò a Lampedusa, o di ridipingere le facciate delle case.

Moltiplicare le guerre? Però, si obietta, c’era la questione degli insorti, la minaccia del dittatore libico di sterminarli, l’esigenza di un intervento umanitario. Anche il centrosinistra si è pronunciato perciò a favore dell’azione militare, e perfino Ingrao, che pure è noto come pacifista. Ma se l’unica risposta è la guerra, che fare quando altri popoli insorgeranno, quando altri Stati vorranno reprimere ribellioni e secessioni, quando altri patrioti e resistenti rischieranno di soccombere? E perché non scendere in guerra per andare a liberare i territori palestinesi occupati, cosa per cui pur si potrebbe fare appello a centinaia di risoluzioni delle Nazioni Unite?

Con l’idolatria della guerra,  nascostamente penetrata anche nella cultura democratica, e con il giustificazionismo umanitario che ha sopito le reazioni, altre volte veementi contro la guerra, anche di uomini di Chiesa, il futuro si presenta assai tormentato. Gli assetti del mondo stanno infatti cambiando, nuove potenze emergono, altre declinano, popoli nuovi si affacciano sulla scena, perfino le coordinate geopolitiche di Oriente e Occidente, Nord e Sud del mondo, stanno sfumando in nuove combinazioni e contrapposizioni. Ci vorranno molte decisioni nuove, molte risposte inedite a problemi mai finora conosciuti. Guai se continuerà a dominare la monocultura della guerra, guai se le risposte non verranno trovate nella politica, nel diritto, in un nuovo costituzionalismo internazionale. E bisognerà cominciare col dare attuazione, nelle parti ancora inadempiute, al cap. VII della Carta dell’ONU, per garantire che eventuali interventi armati condotti in suo nome non siano fatti per interessi di parte e non giungano mai alla distruttività della guerra; e, dopo l’esperienza del Giappone, bisognerà che la stessa comunità internazionale sia fatta responsabile dei beni comuni e degli interessi generali della intera famiglia umana.

Fonte: http://domani.arcoiris.tv/noi-che-abbiamo-diritto-a-fare-le-guerre/#more-11683


aprile 3, 2011

LE CINQUE VIRTÙ DELL’UOMO NUOVO

DALLA SINTONIA AL DESIDERIO DI INFINITO

CI SALVERANNO LE QUALITÀ EMOTIVE

di DAVID BROOKS, la Repubblica, 2 aprile 2011 R2   pagg. 37-39

 

Errori politici. Sono stato testimone di un buon numero di errori politici. Dopo il crollo dell’Unione sovietica, gli Stati Uniti inviarono sul posto un gruppo di economisti, senza mettere in conto il basso livello di “fiducia sociale” di quel mondo. Al momento dell’invasione dell’Iraq, i vertici americani si trovarono impreparati di fronte alla complessità culturale di quel Paese e ai traumi psicologici di assestamento dopo il regime di terrore di Saddam. Avevamo un sistema finanziario basato sull’idea che i dirigenti delle banche fossero esseri razionali, non soggetti ad abbandonarsi in massa ad azioni insensate. In questi ultimi trent’anni abbiamo tentato in vari modi di riformare il nostro sistema scolastico, sperimentando di tutto, dai mega-istituti alle mini-scuole, dai charter ai voucher. Ma per troppo tempo abbiamo eluso la questione centrale: quella del rapporto tra docenti e allievi.

 

Distorsione della cultura. Sono arrivato a credere che questi errori nascano tutti da un unico equivoco, dovuto a una concezione semplicistica della natura umana. La nostra società – e non mi riferisco solo al mondo politico, ma a numerose altre sfere – vede l’essere umano come una creatura divisa in due parti distinte: da un lato la ragione, di cui è giusto fidarsi; dall’altro le emozioni, che sono invece sospette. Si tende a credere che il progresso sociale sia portato avanti dalla sola ragione, nella misura in cui riesce a reprimere le passioni. Questa concezione conduce a una distorsione della nostra cultura, che esalta il razionale e il cosciente, ma resta nel vago sui processi in atto negli strati più profondi. Siamo bravissimi a parlare di cose materiali, ma quando si tratta di emozioni la nostra abilità viene meno.

 

Concezione amputata della natura umana.  Cresciamo i nostri figli focalizzando tutta l’attenzione sugli aspetti misurabili attraverso i voti o i test attitudinali; ma spesso non abbiamo nulla da dire sugli aspetti più importanti, come il carattere o il modo di gestire i rapporti. Nella vita pubblica, le proposte politiche provengono spesso da esperti perfettamente a loro agio in correlazione con quanto può essere misurato, quantificato o aggiudicato, ma che ignorano tutto il resto. Eppure, mentre siamo tuttora invischiati in questa concezione amputata della natura umana, vediamo emergere una visione nuova, più ricca e profonda, grazie all’opera di un gran numero di ricercatori delle più diverse discipline, dalla neuroscienza alla psicologia, dalla sociologia all’economia comportamentale e via dicendo.

 

Inconscio ed emozioni da educare. Questo corpus di ricerche, disperso ma sempre crescente, ci richiama alla mente una serie di concetti chiave. Ricordiamo innanzitutto che la parte più importante della mente è quella inconscia, sede dei più straordinari prodigi del pensiero. In secondo luogo, l’emozione non è contrapposta alla ragione; sono anzi le nostre emozioni ad attribuire valore alle cose, e a costituire la base della ragione. Infine, noi non siamo individui che costruiscono relazioni reciproche, bensì animali sociali profondamente interpenetrati gli uni con gli altri, “emersi” proprio grazie alle nostre relazioni. Alla luce di questo, la visione illuminista francese della natura umana, che pone in primo piano l’individualismo e la ragione, appare fuorviante, mentre sembra più vicina al vero quella dell’illuminismo britannico, che privilegia il senso sociale e non ci descrive come creature divise. Il nostro progresso non avviene solo grazie alla ragione e al suo dominio sulle passioni. Evolviamo anche educando le nostre emozioni.

 

Capitale umano.  Una sintesi di queste ricerche apre nuove prospettive in tutti i campi, dal mondo economico alla politica, passando per la famiglia. E porta a non privilegiare più lo sguardo analitico sul mondo, ma piuttosto il modo in cui le persone lo percepiscono per organizzarlo nella loro mente. Si guarda un po’ meno ai tratti individuali, e si presta maggiore attenzione alla qualità dei rapporti tra gli esseri umani. Cambia anche il modo di vedere quello che chiamiamo «capitale umano». Nel corso degli ultimi decenni si è affermata la tendenza a definirlo nel senso più restrittivo del termine, ponendo l’accento sul quoziente di intelligenza e sulle competenze professionali – che certo sono importanti. Ma le nuove ricerche pongono in luce tutta una serie di talenti più profondi, che abbracciano sia l’aspetto razionale che quello emotivo, fondendo insieme queste due categorie:

 

1) Sintonia: la capacità di immedesimarsi nella mente altrui, prendendo conoscenza di ciò che ha da offrire.
2) Ponderatezza: la capacità di osservare serenamente i moti della propria mente e di correggerne gli errori e i pregiudizi.
3) Metis (da Metide, dea greca della saggezza, ndt): la capacità di individuare gli schemi e i modelli di sistemi aggregati (pattern) comprendendo l’essenza delle situazioni complesse.
4) Simpatia: la capacità di inserirsi nell’ambiente umano che ci circonda e di evolvere all’interno dei movimenti di un gruppo.
5) Limerence (termine coniato dalla psicologa Dorothy Tennov per descrivere lo stadio finale, quasi ossessivo dell’amore romantico, una sorta di ultra attaccamento, ndt): più che un talento, è una motivazione. Se la mente cosciente è avida di denaro e di successo, quella inconscia ha sete dei momenti di trascendenza in cui, mettendo a tacere la skull line – la «linea del cranio» – ci abbandoniamo perdutamente all’amore per l’altro, all’esaltazione per una missione da svolgere, all’amore di Dio. Un richiamo che sembra manifestarsi in alcuni con potenza molto maggiore rispetto ad altri.

Le tesi elaborate sul subconscio da Sigmund Freud hanno avuto effetti di vasta portata sulla società, oltre che sulla letteratura. Oggi, centinaia di migliaia di ricercatori stanno facendo emergere una visione sempre più accurata dell’essere umano. E pur essendo di natura scientifica, il loro lavoro orienta la nostra attenzione verso un nuovo umanesimo, poiché sta incominciando a porre in luce la compenetrazione tra emotività e razionalità. Mi sembra di intuire che questo lavoro di ricerca avrà effetti di vasta portata sulla nostra cultura, cambiando il nostro modo di vedere noi stessi. E chissà che magari un giorno non riesca persino a trasformare la visione del mondo dei nostri politici.

(L’autore è un editorialista del New York Times, il suo ultimo libro, che ha ispirato questo articolo, si intitola “The Social Animal”) (Traduzione di Elisabetta Horvat)


aprile 2, 2011

SUL DISASTRO ANTROPOLOGICO

DICHIARAZIONE DEL MEIC  –  SARDEGNA

Oristano 29 gennaio 2011.

 

Inverecondo spettacolo. I Presidenti diocesani del Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale, riuniti ad Oristano in preparazione del loro convegno nazionale, hanno fra l’altro preso in considerazione le ultime vicende concernenti il Presidente del Consiglio dei Ministri. Avuto riguardo all’inverecondo spettacolo che, attraverso i mezzi di comunicazione, sta emergendo intorno agli squallidi “festini di Arcore” e dintorni, alla degradata rappresentazione della vita civile e politica che viene offerta ai cittadini e soprattutto ai giovani, all’indecorosa immagine che dell’Italia viene data al mondo, non possono esimersi dall’esprimere forte e netta la loro indignazione e dal dichiarare insopportabile siffatta situazione sul piano della valutazione etica e culturale.

 

ll silenzio equivale a connivenza. Sono riconoscenti al giornale cattolico “L’Avvenire” e soprattutto al settimanale “Famiglia Cristiana”, che da tempo denunciano questa grave deriva morale e sono grati ai rappresentanti della Chiesa Italiana che, anteponendo la profezia alla diplomazia, hanno finalmente rotto un dolente silenzio per esprimere tutto lo sconcerto, il turbamento, lo sdegno del mondo delle parrocchie e delle associazioni cattoliche ed un severo richiamo alla moralità, alla legalità ed alla sobrietà di chi ha responsabilità pubbliche. Memori dell’esigente monito di Qohelet che c’è un tempo per tacere ed un tempo per parlare, consapevoli che oggi il silenzio equivale a connivenza, nella loro qualità di laici cristiani, esponenti di un movimento ecclesiale che ha assunto l’impegno culturale come missione e diaconia, sentono bruciante il dovere di prendere posizione accanto a coloro che hanno elevato nitida la loro voce critica su questi fatti disdicevoli.

 

Popolo spaccato. Ritengono che, dopo aver constatato questo “disastro antropologico”, per usare un’eloquente espressione del Presidente della CEI, non sia più percorribile per i cattolici una certa corsia preferenziale sul piano politico e per le alte gerarchie istituzionali uno scambio non sempre limpido di indulgenze con esibite concessioni di benefici. Emerge difatti, con evidenza solare, che quella che appariva come una ragionevole motivazione della benevolenza gerarchica verso il Capo del Governo, e cioè la disponibilità a politiche attive sui valori della famiglia, della bioetica e dell’educazione, risulta ormai inesorabilmente fiducia mal riposta. Infatti egli ha spaccato il popolo italiano e lo stesso mondo cattolico in due contrapposte fazioni avvitando il paese in un conflitto senza soluzione, ha mosso veementi attacchi di delegittimazione contro i giudici e altri organi costituzionali dello Stato, ha introdotto nella pratica della comunicazione uno sperimentato sistema per trasformare in verità, grazie all’ossessiva ripetizione, anche le panzane più grossolane.

 

Modello sciagurato di vita. Ne’ può sottacersi il ruolo diseducativo svolto dalle sue televisioni in questi ultimi trent’anni, soprattutto nei confronti dei ragazzi. Moderne ed insidiose sirene, esse hanno fatto impallidire quanto ad efficacia persuasiva quelle omeriche, non solo plasmando il gusto politico di molti italiani a vantaggio del nuovo “uomo della Provvidenza”, ma (quel che è peggio) inoculando nelle giovani menti, attraverso programmi come Colpo grosso- Drive-in, Grande Fratello, Colorado Caffè, Uomini e donne etc., una visione della vita fondata sulla mera immagine, il successo, il denaro facile, la volgarità, la bellezza artificiale, il salutismo, le barzellette, il disprezzo per ogni valore tradizionale. Una vita in cui la povertà è una colpa, la sofferenza crea indifferenza, la diversità è esclusa, la legalità è derisa, l’edonismo è una virtù: insomma, un modello di vita assolutamente anticristiano. Ed allora, perchè meravigliarsi se ancora oggi quel modello sciagurato di vita è praticato dal suo inventore ed emulato da quella porzione malata di società plasmata dalle sue televisioni? Lo spaccato più penoso di questo fenomeno è la scena dei padri e delle madri che incitano le figlie, già “immolate al drago”, ad essere ancora più spregiudicate, pur di racimolare più danari e nuovi favori.

 

Quale degradazione della famiglia,  quale depravazione dei costumi è equiparabile a questa? Come è possibile, dunque, che personaggi sedicenti cattolici, ma che appaiono essere più “atei devoti” che cristiani, non vedano l’enormità della vergogna e si associno ai cortigiani del Premier nella difesa ridicola e goffa di comportamenti oggettivamente indifendibili, facendo appelli al mondo cattolico attonito e profondamente turbato, cercando di ridurre le esplicite riprovazioni dei massimi rappresentanti della Chiesa ad una generica predica domenicale erga omnes e confondendo col moralismo la valenza etica della vita civile e politica? E’ opportuno ricordare dal Vangelo di Luca uno dei discorsi di Gesù ai discepoli durante l’ultima cena pasquale: “Coloro che hanno il potere sulle Nazioni spadroneggiano e si fanno chiamare benefattori. Per voi non sia mai così!”.

 

Sansone e i filistei. Anche il Primo Ministro Italiano si proclama benefattore delle ragazze che animavano le notti di Arcore. E’ tempo di voltare drasticamente pagina. Sale dalla società più sana e consapevole una domanda di esemplarità positiva e di rigenerazione morale, un disperato bisogno di buon governo e dignità istituzionale che non possono rimanere inascoltati. Il destino degli italiani non può rimanere appeso alle vicende degenerative di un uomo che sembra ormai smarrito nella sindrome di Sansone e dei Filistei. Occorre uno scatto etico, culturale e politico di tutti gli uomini liberi e forti, occorrono nuove e trasparenti elezioni democratiche, occorre che si faccia avanti quella nuova generazione di cattolici impegnati in politica alla quale più volte il Papa e i vescovi hanno fatto appello.

marzo 27, 2011

LA VERITÀ VI FARÀ LIBERI!

COME LEGGERE OGGI L’IMPORTANTE AFFERMAZIONE DI GESÙ

di Don Giorgio De Capitani dall’omelia del 27-3-2011

Scontro senza dialogo. Il brano del Vangelo di Giovanni 8,31-59 è uno tra i più drammatici riportati dai quattro Vangeli. Per dramma intendo un confronto durissimo. Qui salta tutto: non c’è spiraglio di dialogo. Più che confronto, è solo scontro, sia nelle parole che nei fatti. Poteva concludersi con una lapidazione, se Gesù non si fosse miracolosamente dileguato. Ci si accusa a vicenda usando anche l’arma dell’offesa, se per offesa s’intende il ricorso reciproco a termini che oggi suonerebbero come diffamazione soggetta a querela. Leggiamo parole come: prostituzione, indemoniato, samaritano, omicida, menzognero… Se tu oggi dovessi dare della puttana ad una giornalista che riporta fatti stravolgendoli per far piacere al padrone di casa, saresti querelato. Tra Gesù e i suoi avversari sono volati termini peggiori. Gesù sarà poi querelato, messo sotto processo, e condannato alla morte di croce.

Pregiudizi religiosi. Diciamo subito che lo scontro non è tra Gesù e i suoi ben noti avversari, scribi e farisei. Stavolta a contestarlo sono proprio quei giudei che avevano creduto in lui. Questo fa già capire tante cose. Forse sta qui tutta la rabbia di Cristo: nel constatare come, dietro a un’apparente adesione di fede, i pregiudizi religiosi rimangano intatti, e che di tempo ce ne voglia prima di aderire alla Novità. Diciamo meglio: prima che di tempo, parlerei di apertura mentale. Se non ci si apre subito alla Novità, il tempo da solo non potrà compiere il miracolo.

Lo scontro non riguardava questioni secondarie della religione. Era capitato che si arrivasse a litigare con gli scribi e i farisei su alcune formalità. Ora in questione sono valori quali la libertà e la verità. Ecco perché Gesù non poteva più sopportare interpretazioni distorte, manipolazioni, strumentalizzazioni, tanto più che di mezzo c’era la religione. Sì, la religione che, di per sé, si sente in obbligo di puntare il suo sguardo su Dio e da lì poi volgerlo sul mondo. Qualcuno ha accusato Gesù di aver detto poco sulla società come tale, nei suoi aspetti socio-politici, e di aver pensato solo a combattere la religione. Non ci si rende ancora conto del potere che ha la religione di schiavizzare le coscienze, di imprigionare lo stesso essere umano, di asservire l’Universo ai suoi fini. Gesù doveva anzitutto liberare la dignità del nostro essere figli di Dio dalle mura di una prigione che, in nome di Dio, toglieva spazi di libertà e luci di verità.

Monarchia e obbedienza. Ed è qui il mio discorso che vorrei ora fare sulla libertà e sulla verità. Cercherò di essere chiaro. In gioco ci sono valori che costituiscono il futuro dell’Umanità. Sto male, quando sento presentare la Chiesa o il Vaticano come un apparato statale: non avete mai sentito parlare del Segretario di Stato del Vaticano? Segretario di Stato! Pensate! Come si può immaginare una Chiesa come se fosse uno Stato con un suo governo, una sua gerarchia di poteri, con dei dicasteri, uffici vari, strutture, organismi? Mi sono chiesto: in fondo, perché la Chiesa è diventata una tale struttura da competere, nel potere e nel possesso, con gli Stati peggiori? E, per di più, la storia della monarchia – il Papa è un vero monarca assoluto – ha contribuito a dare alla Chiesa una più ferrea compattezza, tanto più che la virtù principale predicata e imposta – usando la tattica del volere di Dio, e del suo servo fedele Gesù Cristo – era l’obbedienza. Una obbedienza ottenuta usando in particolar modo il sacramento della confessione. In breve: io Chiesa creo i peccati (che aumentano in rapporto alle leggi che stabilisco), di conseguenza creo un disagio interiore, e ti costringo poi a confessare le tue colpe per liberarti dai tuoi disagi di coscienza, seguendo alcune vie privilegiate, una di questa è il confessionale.

Ordine e paura. Cosa c’entra tutto questo? C’entra, eccome, per potenziare il dovere dell’obbedienza. Con il peccato, il disagio e la confessione la Chiesa ha mantenuto, per secoli, l’ordine della struttura. Un regime politico si appoggia sulla obbedienza dei suoi cittadini, e per farli obbedire il mezzo più efficace è la paura di incorrere in qualche punizione. La Chiesa usa il timore della dannazione dell’anima, un tempo parlava d’inferno. Voi chiamate tutto questo libertà? Ed ecco la domanda: c’è una ragione che possa giustificare la buona fede di quella parte della Chiesa che è convinta di agire per il bene delle anime? Una ragione c’è, ed è qui che entra in gioco l’altra parola: verità.

Dogmatizzazione. Sì, è proprio per aver interpretato male la verità che la Chiesa ha tolto anche la libertà. Proprio per proteggere la verità, ma nel modo sbagliato. L’ha protetta per paura che la verità fosse soggetta alla ricerca, e per fare questo ha fatto sì che, ad ogni polemica, seguisse subito una dogmatizzazione della verità: ingabbiarla, renderla intoccabile, dicendo che non era più soggetta a discussioni. Ogni dogma chiudeva ogni possibilità di ulteriore ricerca. Ogni dogma metteva un marchio sulla verità, un sigillo, il copyright. Proprietà privata! Anche la struttura, anche il potere, anche gli organismi vari erano tutti in funzione di una verità dogmatica, per proteggerla, ma da che cosa? Ecco il punto. A che serve proteggere la verità, quando la verità, stretta in un dogmatismo chiuso ad ogni Novità, diventa inutile, sterile?

Appropriazione.  Sta qui un grosso equivoco. Il più grande equivoco della religione. Fare cioè della verità un privilegio, una sua proprietà. Anche l’errore della Chiesa sta qui: nel non capire che la verità è fuori di ogni schema, di ogni struttura, di ogni religione: la verità, se possiamo trovarle una casa, abita nell’Universo, è disseminata nell’Universo. La religione casomai dovrebbe aiutarci a scoprirla nell’Umanità e nell’essere umano in quanto essere umano. Così la Chiesa che non deve perciò ritenersi l’unica casa dove abita la verità.

Verità che salva. Proprio in nome della verità che si è fatta dogma da proteggere tra quattro mura, nelle sue formulazioni più restrittive, in una rigidità di vocabolario al limite del fondamentalismo più bieco, la Chiesa è dovuta ricorrere ad ogni mezzo per garantire la verità, la “sua” verità, bruciando libri ritenuti pericolosi, mandando al rogo gli eretici o ritenuti tali, sospettando di tutto e di tutti, chiedendo vergognosi giuramenti prima di assumere certe cariche ecclesiastiche, minacciando scomuniche. La verità-dogma ha giustificato porcherie, torture, emarginazioni. E poi ha avuto, e tuttora ce l’ha, la spudoratezza di parlare di una verità che salva! Sì, in realtà sta proprio qui il valore della verità rivelata: verità che salva. E come si può parlare di verità salvifica quando non si è fatto altro che voler a tutti i costi salvare la verità da ogni tentativo di ricerca? E la ricerca della verità non consiste forse nel dare alla verità più possibilità di salvezza?

Verità da ricercare. Il peccato più grosso della Chiesa è stato quello di boicottare ogni ricerca della verità, e perciò di togliere all’Umanità di camminare nella storia della salvezza. E per salvezza intendo libertà, democrazia, progresso, sviluppo, umanesimo. La verità è nell’Universo in ogni sua particella, in ogni suo respiro. Il vero credente è colui che guarda il mondo intero, e allarga le sue possibilità di vivere in libertà. Il vero credente è colui che dubita di ogni dogma come ostacolo alla ricerca. La verità è ricerca. Il vero credente è colui che teme le strutture troppo rigide. Casomai le prende per sviluppare con più forza la sua ricerca di una verità che è infinita, e se è infinita non può essere chiusa tra quattro mura, o in un dogma. La Chiesa non deve temere le ricerche nel campo scientifico o filosofico, e non deve allearsi con le teorie che fanno comodo alle sue dottrine. E tanto meno la Chiesa deve mettere sotto sigillo la teologia che, come dice la parola, è lo studio sulle verità che riguardano Dio. Studiare non è solo imparare a memoria formule già precostituire, ma approfondire ovvero ricercare la verità divina. Non si chiede alla Chiesa il permesso di cercare, ma il diritto di cercare, perché la verità è ricerca. Ma la Chiesa stessa ha il dovere di mettersi in ricerca, di uscire da se stessa come struttura, perché la Verità non è la Chiesa.

Farsi guidare dalla profezia. Allora – se sono stato chiaro – il vero peccato della Chiesa è di fondo, strutturale: in due mila anni non ha fatto altro che ridurre le verità in formule, in dogmi, e ha condizionato tutto in funzione di una dottrina asettica, priva di salvezza e non si è accontentata di ingabbiare le verità religiose, ma la verità in sé, mortificando la ricerca nel campo scientifico e filosofico. Qui potrei parlare di un crimine di cui oggi paghiamo le conseguenze. Ha ucciso l’umanesimo, il rinascimento, l’illuminismo, la civiltà. Qualcuno obietterà: la Chiesa nei momenti bui della storia è stata come un faro, ha lasciato orme di santità, è stata talora l’unica testimonianza di quella carità sociale che ha dato speranza ai più deboli. Tutto vero! Non vedo tuttavia un rapporto vitale tra la dottrina e la carità, c’è sempre stato un grande divario tra la profezia e una dottrina tanto rigida quanto disumana. Il bene sociale è stato lasciato nelle mani di un volontariato coraggioso e talora eroico, mentre la dottrina ha tenuto la Chiesa ingessata, a freno, sempre in ritardo sul progresso umano. Se la carità illuminava il cammino, il dogma spegneva il giorno. Ma la carità senza la profezia è puro pragmatismo del momento. Se si vuole incidere sul progresso dell’Umanità, occorre farsi guidare dalla Profezia, ma la Profezia ha sempre trovato ostacoli nella Chiesa, la quale invece dava credito alla dottrina, chiusa all’Umanità. La Profezia cammina, la dottrina è immobile. La profezia è vita, la dottrina è morta.

Basta il volontariato? Vorrei concludere con una domanda molto attuale: di tutta la secolare dottrina-dogma della Chiesa che cosa oggi è rimasto? Sì, la carità continua la sua strada, per fortuna, anche se il volontariato ha perso parecchio della profezia di un tempo, profezia legata anche alla gratuità del gesto, ma basta il volontariato per dare più futuro a questa società che sembra in balìa della demenza più atroce e della follia più cieca? Un volontariato cristiano, tra l’altro, che è una contraddizione: cerca di sanare o di alleviare le ferite di una politica economica che la Chiesa stessa sostiene! E la Chiesa insiste nelle sue battaglie per proteggere principi assurdi che non stanno né in cielo né in terra, nel campo soprattutto della morale e della bioetica, e difende una politica che ogni giorno si diverte a strozzare la libertà del nostro essere umano. La verità vi farà liberi! Mio Dio, ma quale verità? Se in realtà non ci sentiamo oggi per nulla liberi, quale verità abbiamo finora predicato? E perché ci ostiniamo a predicare una verità che non libera affatto?

Fonte: http://www.dongiorgio.it/scelta.php?id=1493&nome=omelie


marzo 26, 2011

DUE DISASTRI PROVOCATI DALL’UOMO: GIAPPONE E LIBIA

SEMBRA ASSURDO, MA ENTRAMBI RICHIEDEVANO PREVENZIONE

di Johan Galtung

Madre Terra, arrabbiata o no, ha mostrato la sua forza. Le placche tettoniche del Pacifico si muovono sotto quella del Giappone e gli urti hanno provocato il più grave terremoto della recente storia giapponese, di magnitudine 9.0. Non inatteso, ma senza essere ancora capaci di prevedere esattamente quando e dove. Sembrano saperlo gli animali, ma con un breve margine d’avviso. Sono stati costruiti, mediante tonnellate e tonnellate di acciaio e cemento, edifici di grande altezza e 55 impianti elettronucleari di basso profilo, capaci di piegarsi come i rami del ciliegio che fanno scivolare via la neve fradicia. Flessibili e robusti. Ovunque edifici che possono oscillare a bassa ampiezza e bassa frequenza, ma alla fine ritti e illesi come prima, eccetto che per le cose cadute da armadi, scaffali e simili. Edifici che oscillano su terreno oscillante per non esserne spazzati via. Un bel lavoro, fino a un certo punto. Ma gli ammonimenti di coloro che soffrirono il genocidio nucleare in due città, Hiroshima-Nagasaki, caddero nel vuoto.

Costruirono quelle centrali per lo più lungo le spiagge per un facile accesso all’acqua del mare per il raffreddamento, ora più che mai necessaria. Questo nel paese che ha dato il nome alla super-onda del mare, tsunami. Ground Zero – una parola che come il terremoto oscura i maremoti – era a 130 Km dalla costa. Lo tsunami – alto fino a 7 metri e alla velocità di 700 Km/h – ha colpito 650 Km di litorale. Avanzando lentamente, distruggendo tutto sul percorso, uccidendo, demolendo nell’entroterra la città di Sendai da un milione d’abitanti, rifluendo piano, trascinando con sé case, auto, camion, bus, aerei, fabbriche, cadaveri, esseri viventi allo stremo, spezzando ponti e strade e depositando il tutto donde veniva. Torna la calma nel Pacifico, fino alla prossima volta. Con i reattori di Fukushima, 1, 2 ecc., distrutti più dal maremoto che dal sisma e il Giappone in ansia per una possibile fusione del nocciolo. Eppure gli scienziati che conoscevano gli tsunami non urlarono, gridando NON FATELO!! agli entusiasti del nucleare, commettendo un’omissione criminale.

Interessi in gioco. Da ex-studente di chimica e fisica conosco la loro grande abilità nello svelare i misteri della natura, e la loro incredibile ristrettezza mentale e arroganza. Questi atti clamorosi di omissione sono un grido che sale sino al cielo. Eppure mi aspetto che essi riflettano altrettanto poco quanto i vari capi di stato ed ”esperti di sicurezza” che hanno orchestrato il ritornello “nessuno avrebbe potuto prevedere qualcosa del genere” quando si verificò l’improvviso innalzamento del prezzo del petrolio nel 1973, quando terminò la guerra fredda nel 1989, o quando ci furono gli attentati a New York-Washington l’11 settembre 2001. Tutti altamente prevedibili. Gli allarmi non furono ascoltati a causa degli enormi interessi in gioco, del denaro che si voleva risparmiare e di quello che si desiderava guadagnare. Le centrali nucleari possono nascondere piani per la costruzione di armi nucleari. I falchi giapponesi, smaniosi di usare questo sotterfugio per normalizzare il Giappone, mantennero vivo il conflitto con la Corea del Nord. Capital, Westinghouse, General Electric, furono colpiti dal disastro di Three Mile Island nel 1979 – forse che il governo giapponese le invitò a ridurre il surplus commerciale? Comunque, gli scienziati hanno prestigio e potere. Vergogna per il loro silenzio. Sanno fare di meglio gli animali, che scappano con breve preavviso.

Piangiamo dentro di noi per le vittime e ci uniamo a coloro che sono stati privati di tutto. Conosciamo la resilienza giapponese. Spunterà il ciliegio, ci sarà un sakura (ciliegio, ndt). Inizierà una ricostruzione utile all’economia purché le iene della finanza speculativa vengano tenute alla larga da una borsa valori giapponese artificialmente aperta alla “globalizzazione”. Preghiamo, speriamo: nessuna Chernobyl 1986. Fermatevi! Basta così. Ne sappiamo abbastanza per chiudere tutti gli impianti nucleari. Ci sono alternative.

* * * * * * *

Brutale dittatura. Lontano dalla costa giapponese c’è una costa libica dove si mette nuovamente in scena la guerra israelo-anglo-francese all’Egitto del 1956, senza l’attore chiave Israele, ma con l’attore principale USA, oltre ai sette membri del Consiglio di Sicurezza ONU. E gli USA che ripropongono nuovamente nel testo della risoluzione il Clausewitz di con ogni mezzo necessario. Meno cinque membri del Consiglio di Sicurezza che si sono astenuti: Brasile, Russia, India, Cina (BRIC) e Germania; i futuri vincitori? Le potenze chiave occidentali hanno sbavato tutte per dare addosso a Gheddafi già da quando depose il re Idris nel settembre 1969, e notiamo che la sua vecchia bandiera – con il tricolore francese – è adesso a Benghazi. Vedremo presto chi sono coloro che sostengono le forze anti-Gheddafi. Hanno delle buone ragioni, ma chi vede in Libia solo una sollevazione contro una brutale dittatura è come quelli che pensano ai terremoti senza gli tsunami. L’utilizzo dell’ONU per la politica anglo-franco-americana, con o senza pretesti umanitari, non passerà certo alla storia. Sarebbe stato invece un evento storico l’istituzione di una zona di non-volo sul Bahrain, o ancor più su Gaza due anni fa. Ma l’ONU non fu fatta per quello; e oggi meno che mai.

Gli atti di omissione dell’Unione Africana e della Lega Araba sono grida che si levano al cielo. La Libia è un paese membro importante di entrambe. Avrebbero potuto offrire mediazione fin dall’inizio. Se respinta, avrebbero potuto autorizzare l’entrata – via terra, mare o cielo – di forze di interposizione (peacekeeping), non di truppe “per imporre la pace” (peace-enforcing). Invece hanno lasciato la partita a paesi sospetti ben collaudati e decadenti. Vergogna su di loro. Facciano meglio la prossima volta. Di occasioni ce ne saranno molte. È stato respinto un cessate-il-fuoco (vogliono Gheddafi, non sua figlia, come nel 1986?) in un paese in subbuglio per le contraddizioni e un mondo arabo (salvo qualche elite) che si contorce di rabbia per un’ulteriore intervento occidentale, con la partecipazione del barboncino Norvegia – ora alla sua terza guerra contro un paese musulmano. “Missione compiuta” sarà una formula elusiva, come in Iraq e Afghanistan. Dieci anni di guerra in Libia, con innumerevoli uccisi? Temiamo di sì. Speriamo di no. Ci si appella adesso ai BRIC + la Germania. Non basta l’astensione. Ponetevi sul versante della storia, che vuol dire: essere a fianco della liberazione araba dal dominio dell’Europa Occidentale, degli USA e di Israele, e da un’economia che causa sempre più ineguaglianza-miseria, e dall’autocrazia. I Cinque Astenuti hanno esperienza nel combattere tali patologie.

Fonte: http://serenoregis.org/2011/03/due-disastri-provocati-dalluomo-giappone-e-libia-johan-galtung/


marzo 24, 2011

LIBIA, GALLEGGIA IL CAVALIER TRAVICELLO

INSANA POLITICA DI BERLUSCONI. LA PAROLA “UMANITARIA” NON SI PUÒ ACCOMPAGNARE ALLA PAROLA “GUERRA”. ABBIAMO ROVESCIATO LO STATUTO DELL’ONU: IMPEDISCE DI BOMBARDARE POPOLAZIONI E GOVERNI PER EVITARE MASSACRI CON ALTRI MASSACRI. ALL’INTERNO DELLA CHIESA LA VOCE DI UN SOLO VESCOVO

24-03-2011

di Raniero La Valle

Umanitaria? La prima cosa da dire è che il termine “umanitario” applicato a una politica, è fuorviante, se non addirittura espressione di un’ideologia perversa. Esso suppone infatti che la qualità umanitaria rappresenti una eccezione o una sospensione o una particolarità della politica, che di per sé avrebbe tutt’altre finalità. Nella nostra concezione, al contrario, la politica deve sempre essere umanitaria, cioè ordinata al bene degli uomini e delle donne in quanto cittadini, non importa se del proprio o degli altri Stati; e basta leggere l’art. 3 della nostra Costituzione, allargato poi nell’articolo 11, per vedere come a questo punto dell’incivilimento umano la politica non può che essere pensata come rivolta alla piena realizzazione delle persone umane e a un ordine di giustizia e di pace tra le nazioni.Se ciò vale per la politica, tanto più vale per la guerra, che non può essere umanitaria nemmeno come eccezione. E infatti, a questo stadio della civiltà, essa è bandita, oggetto di ripudio all’interno e bollata come flagello sul piano internazionale.

Impedire nefandezze.  Altra è la questione dell’uso della forza per impedire genocidi e altre nefandezze o minacce alla pace, previsto dal capitolo VII della Carta dell’ONU. Esso è legittimo non per il semplice fatto che l’ONU lo decida e lo affidi all’esecuzione di questa o quella potenza, ma per il fatto che non abbia altre finalità che quelle ammesse dalla Carta (e non ad esempio rovesciamento di regimi o assassinio dei loro capi) e che in nessun modo sia assimilabile alla guerra. A tal fine esso non può aver luogo se prima non siano stati compiuti, anche dallo stesso Consiglio di Sicurezza, tutti i tentativi per una composizione pacifica, e non solo non deve tendere all’annientamento del nemico, come è proprio della guerra, ma non deve essere espressione della sovranità degli Stati – a cui il diritto di guerra è storicamente avvinghiato – né essere sospettabile di essere funzionale ai loro interessi, petroliferi, territoriali o economici che siano.

Vecchie sovranità. Per questa ragione secondo la Carta dell’ONU le operazioni devono avvenire sotto la responsabilità non di uno Stato, per quanto grande e potente, e tanto meno della NATO, che imputandosi una guerra esercita una sovranità che non ha, ma del Consiglio di Sicurezza e sotto la direzione strategica del Comitato dei capi di Stato Maggiore dei cinque membri permanenti; e devono essere compiute da forze armate tratte dagli eserciti nazionali ma messe a disposizione del Consiglio di Sicurezza in base ad accordi permanenti tra questo e gli Stati. Questa parte dello Statuto dell’ONU purtroppo non è stata mai attuata, perché le vecchie sovranità e il patriottismo militare che vuole che ognuno combatta sotto le proprie bandiere sono duri a morire.

Scelte sbagliate. Il caos, l’illegittimità e l’insania politica dell’attuale intervento in Libia sono la conseguenza di questo inadempimento. L’unica cosa giusta è il punto di partenza, ossia la decisione della comunità internazionale di impedire gli eccidi in Libia, come avrebbe dovuto fare, e non fece, per porre termine al genocidio in Cambogia (e ci dovette pensare il Vietnam). Ma tutto il resto è sbagliato, a cominciare da quella “fretta della guerra” che è stata denunciata – unica voce coraggiosa e illuminante levatasi dall’interno della Chiesa – dal vescovo Giovanni Giudici presidente di Pax Christi. E sbagliatissime e addirittura letali (per noi) sono le scelte fatte dal governo italiano. Se pur sono scelte! Repentine e contraddittorie, annunciate e smentite, fedeli e infedeli ai patti sottoscritti, tali da fare ancora una volta dell’Italia un Paese non affidabile, ondivago, esposto agli ultimi venti, come il re travicello che, come dice la poesia di Giusti, “là là per la reggia dal vento portato, tentenna, galleggia, e mai dello Stato non pesca nel fondo: che scienza di mondo! che Re di cervello è un Re Travicello!”.

Non ingerenza. Non c’era alcun bisogno di fare i primi della classe “offrendo” la disponibilità delle basi italiane, peraltro da tempo appaltate ad americani e alleati, e operative senza che nessuno ce ne chieda il permesso (i trattati sono segreti); non c’era bisogno di mettere subito in pista i Tornado, quando eravamo (e ancora siamo) vincolati al trattato berlusconiano con Gheddafi, che garantisce “il rispetto dell’uguaglianza sovrana degli Stati; l’impegno a non ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica della controparte o a qualunque altra forma incompatibile con la Carta delle Nazioni Unite; l’impegno alla non ingerenza negli affari interni e, nel rispetto dei princìpi della legalità internazionale, a non usare né concedere l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile nei confronti della controparte; l’impegno alla soluzione pacifica delle controversie”.

Corruzione della politica. Pudore avrebbe voluto che venendo la squilla alla guerra, l’Italia piuttosto che correre al fronte, avesse tentato qualche mediazione visibile; e soprattutto che avesse dichiarato che non solo a causa del trattato di amicizia, e nemmeno dei baci di Berlusconi a Gheddafi, ma a causa delle atroci responsabilità del colonialismo italiano nei riguardi della Libia, mai più armi e militari italiani avrebbero potuto rivolgersi contro il dirimpettaio africano. Questo tutti avrebbero potuto capirlo, e non ci sarebbe stato bisogno di ricorrere al gioco delle tre carte degli aerei che sorvolano ma non sparano, o del dirsi disponibili a una guerra comandata dalla NATO ma non dalla Francia, o del “vorrei ma non posso”, se no arrivano migliaia di profughi e di terroristi a Lampedusa. Questa è la corruzione della politica che, già operante nella politica interna, si è ora pienamente manifestata nella politica estera. Ed è ancora più grave dei vecchi giri di valzer

Fonte: http://domani.arcoiris.tv/tentenna-galleggia-che-cavalier-di-cervello-il-cavalier-travicello/#more-11594


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