Brianzecum

giugno 11, 2011

SE L’APOCALISSE NUCLEARE FA PAURA ANCHE AL PAPA

MOBILITAZIONE DEL MONDO CATTOLICO CONTRO IL NUCLEARE E PER LA RISCOPERTA DELLA NATURA

di  GIANCARLO ZIZOLA   La Repubblica, 10 giugno 2011, pagg. 1 e 35

Spiritualismo conservatore.  È revisionista sulla tecnologia prometeica della modernità, vorrebbe modi di vita e visioni politiche ancorate al primato dello spirito, per liberarci dalla dittatura tecnologica e guidare i popoli “verso l’armonia umana e la saggezza”. Ma è proprio dal cuore del suo spiritualismo conservatore che Papa Ratzinger recupera le risorse critiche per reclamare dalla politica più rispetto per il “patrimonio della creazione” e raccomandare che “si sostenga la ricerca e lo sfruttamento di energie pulite che sono senza pericolo per l’uomo”. Sono state le catastrofi, tra cui quella di Fukushima, a indurre il Papa a questo appello. “Esse ci interrogano” ha detto. E propone: “Si verifica la necessità di rivedere totalmente il nostro approccio alla natura”. Doveva essere un’udienza di routine per le credenziali di alcuni nuovi ambasciatori. Inaspettatamente è divenuta l’occasione per una riflessione del Papa sulle catastrofi che nell’ultimo semestre hanno segnato “la natura, la tecnica e i popoli”.

Sono i temi  che incrociano da anni le ansietà intellettuali di questo pontefice. E il linguaggio diplomatico del testo filtrato in segreteria di stato è cambiato. La gravitazione teologica porterebbe normalmente la parola del Papa a volare alto, come quando ha parlato con gli astronauti in diretta cosmica. Ma ci sono occasioni in cui anch’egli si ricorda che la preghiera deve tenere i piedi per terra. Una terra in pericolo. È interessante notare che il monito di Ratzinger evita gli approcci apocalittici di una certa cultura di destra che spiegava lo tsunami in Giappone come “un castigo di Dio”. Il Papa preferisce chiamare la comunità internazionale alla corresponsabilità nella “governance” del pianeta. Senza entrare nei risvolti tecnici, egli incoraggia l’esigenza planetaria di proteggere l’ambiente dall’inquinamento, dal declino della biodiversità e dagli effetti climatici legati all’effetto serra.

Soprattutto emerge la sua opzione per le energie pulite,  alle quali riconosce la prerogativa di non mettere in pericolo l’integrità della natura e la sopravvivenza dell’uomo sul pianeta. Le catastrofi, secondo Benedetto XVI, devono diventare strumenti di discernimento e di nuova progettualità politica, di una revisione radicale del modello di sviluppo e di nuovi stili di vita. Già nel messaggio per la Giornata della Pace del 2010 dedicato alle questioni critiche ambientali, Ratzinger aveva individuato il nodo delle risorse energetiche e auspicato un accordo internazionale su “strategie condivise e sostenibili per soddisfare i bisogni di energia della presente generazione e di quelle future”. In questa prospettiva il messaggio aveva fatto appello alle società sviluppate per “favorire comportamenti improntati alla sobrietà, diminuendo il proprio fabbisogno di energia e migliorando le condizioni del suo utilizzo”. Ma insieme aveva incoraggiato la ricerca e la applicazione di energie di minore impatto ambientale e la redistribuzione planetaria delle risorse energetiche “in modo che anche i Paesi che ne sono privi possano accedervi”, E’ anche notevole che la sua lettura dei “segni dei tempi” di questo semestre non si sia fatta condizionare, nella sua urgenza universale, dalla vigilia referendaria in Italia.

Del resto, il mondo cattolico  italiano ha moltiplicato le preoccupazioni ecologiche papali in una galassia di segnali popolari concordi, come raramente si era verificato, – dalla Cei ai settimanali diocesani, dall’Azione Cattolica a Pax Christi, dai gesuiti ai comboniani, sull’adesione ai “sì” dei referendum di domenica. A mettere severamente in discussione la questione delle opzioni nucleari è stata “Etudes”, la rivista dei gesuiti francesi. In un editoriale la rivista rovescia gli stereotipi sulla sicurezza delle centrali nucleari e critica il piano governativo francese del 1974, varato “senza alcuna discussione preliminare, in una atmosfera di segreto senza che nemmeno i parlamentari abbiano potuto votare il progetto”. Con Fukushima ancora una volta, in 25 anni, l’evento dato per “altamente improbabile” è successo, così che la probabilità di una volta su un milione “ha degli effetti assolutamente catastrofici”. “Bisogna misurare gli effetti di ciò che è altamente improbabile, dice Etudes. La nostra umanità può prendere dei rischi simili? A quali condizioni?”.

Anche per Benedetto XVI  è su una scelta politica che planano i dubbi apocalittici che Fukushima ha fatto riemergere. L’opzione nucleare non ha carattere inevitabile, e tocca alla politica farla uscire dall’ineluttabile, se vuol essere al servizio del bene comune. Vi è un ritorno ai valori della Terra che può procurarle la salvezza, pensa il Papa. Vi è una paura altruistica, che si basa sulla questione posta da Hans Jonas: cosa capiterà all’umanità futura se non ci prendiamo cura di lei? E’ chiaro che la critica di Ratzinger all’eccesso tecnologico scommette sulla conversione moderna a una tecnologia buona, equamente condivisa, anche perché un ritorno indietro a una arcadia idilliaca ove vivere in armonia con la natura, in totale rottura con la tecnica moderna, non sarebbe verosimile. E persino il bunker antiatomico scavato nella roccia sotto l’oasi dei giardini vaticani sarebbe superfluo.

La partita è politica,  e in politica si gioca anche il rapporto con la Creazione. Per questo la svolta ecologica nella Chiesa non è solo teologica, reclama scelte e culture politiche di cambiamento. In effetti è il ceto politico degli Stati l’interlocutore dell’intervento del Papa. “Una riflessione seria – dice Ratzinger – deve essere condotta e delle soluzioni precise e fattibili vanno proposte. L’insieme dei governanti deve impegnarsi a proteggere la natura e aiutarla ad assolvere al suo ruolo essenziale per la sopravvivenza dell’umanità”. Il quadro istituzionale pertinente per lo sviluppo di queste proposte è indicato dal Papa nelle Nazioni Unite, anche per ovviare al rischio che tale riflessione venga “oscurata – ha detto – da interessi politici ed economici ciecamente partigiani, al fine di privilegiare la solidarietà sull’interesse particolare”.

giugno 4, 2011

REFERENDUM: VOTIAMO PER SALVARE LA NOSTRA SANTA ACQUA

VIGILARE SU QUESTO BENE COMUNE CHE SARÀ SEMPRE PIÙ IMPORTANTE

di ALEX ZANOTELLI

02-06-2011

“Pesa più un litro di acqua che un litro di petrolio”: così recita una strana pubblicità sulla stampa italiana. Una strana pubblicità che dimostra come le banche abbiano ben capito che l’acqua rappresenta il futuro. Oggi l’acqua è il cuore di tutto. Dell’economia come della politica. Per questo motivo cittadine e cittadini devono vigilare attentamente su questo bene comune. È il mio appello a votare il referendum per rimuovere la legge del governo e promuovere una legge di iniziativa popolare dal titolo: “Principi per la tutela, il governo, la gestione pubblica delle acque e disposizione della ripubblicizzazione del servizio idrico”, legge fondamentale che costringerà il Parlamento a dichiarare l’acqua bene pubblico.

Perché proprio in questo momento la lotta per l’acqua? Perché senza acqua non si può vivere, senza petrolio sì: l’essere umano è vissuto per quarantamila anni senza petrolio e tra trenta-quarant’anni forse ne potrà fare a meno. Solo il 3% di tutta l’acqua del mondo è potabile. Di questa percentuale, il 2% dell’acqua è racchiusa nei ghiacciai, quindi in serio pericolo di fronte al surriscaldamento della terra. Di questo stesso 3%, il 2,70% è usato per l’agricoltura industriale governata dai ricchi del mondo mentre 1 miliardo e 400 milioni di persone non hanno accesso all’acqua. Secondo l’ONU diverranno 3 miliardi in trent’anni.

Per accaparrarsi la percentuale residua corrono le multinazionali consapevoli che l’effetto serra sarà devastante. Le prime 8 multinazionali sono europee e stanno premendo sul Parlamento Europeo, sulla Commissione Europea perché l’acqua diventi merce. Faranno la stessa cosa nei confronti del WTO perché venga inclusa nella lista dei servizi.

L’acqua appartiene a tutti e  a nessuno può essere concesso di appropriarsene per farne illecito profitto. Pertanto si chiede che rimanga gestita esclusivamente dai Comuni, che hanno da sempre il dovere di garantire la distribuzione per tutti al costo più basso possibile”: così affermava in una bella lettera il vescovo di Messina, che univa la propria voce a quella di monsignor Nogaro, vescovo di Caserta e a tante cittadine e cittadini ora in movimento per difendere la nostra Santa Acqua.

Una lotta importante e necessaria che prosegua il percorso di democrazia dal basso, lotta che ha condotto il popolo della pace a vittorie e, talvolta, a sconfitte. Anche laddove governa il centrosinistra non è affatto scontato far passare l’idea e le scelte conseguenti dell’acqua come bene comune: la Regione Toscana ha venduto la propria acqua all’azienda municipalizzata di Roma; in Emilia Romagna il 49% dell’acqua è stato ceduto a multinazionali e gestito dai privati. Dopo una lunga lotta, a Napoli invece siamo riusciti a far ritirare la delibera di 136 Comuni limitrofi nei quali ora l’acqua è pubblica; a Ragusa, gli studenti hanno fatto sì che il Presidente della provincia sospendesse la gara d’appalto. Sono vittorie piccole, ma significative. Quella dell’acqua, pertanto, è una questione cruciale che riguarda tutti.

Di qui la proposta a tutte le associazioni, alle reti della cooperazione internazionale, ai sindacati, alle organizzazioni di base, alle chiese: pur conservando ciascuno la propria agenda ricca di impegni e di obiettivi preziosi, scelgano tutte il tema del referendum sull’acqua come momento comune di mobilitazione. Concentriamo le nostre forze su un obiettivo, concreto, vitale, e politicamente perseguibile. D’altra parte per l’acqua si fanno le guerre (e sempre di più sarà così anche in futuro); sull’acqua si specula con ingiustizie macroscopiche; sempre più la preservazione dell’acqua diventa l’unità di misura della civiltà dei popoli. Che la società civile – una volta tanto unita – possa chiedere e ottenere che sia preservata e garantita la vita nostra e delle generazioni future.

Fonte: http://domani.arcoiris.tv/referendum-alex-zanotelli-votiamo-per-salvare-la-nostra-santa-acqua/

MILANO TRA ELEZIONI E LORO MANCANZA

L’ELEZIONE DI AMBROGIO A FUROR DI POPOLO E L’ATTUALE ATTESA DELLA NOMINA DEL NUOVO VESCOVO. L’EQUIVOCO DELLE RIFORME IRREFORMABILI

 

di  PIERO STEFANI

Nel 2011 Milano assisterà al rinnovo di due cariche. Una è già avvenuta con l’elezione di Giuliano Pisapia a sindaco della città: un fatto dalla valenza politica rilevante che, con ogni probabilità, sarà assunto nei libri di storia come svolta irreversibile nel declino politico dell’attuale presidente del consiglio. A seguito di questo esito elettorale si stanno infatti mettendo in moto dinamiche che diffondono, a vasto raggio, la convinzione secondo la quale Berlusconi ha imboccato, senza chance di recupero, il viale del tramonto. Pure se, ipoteticamente, non fosse così, l’esistenza di questa vasta percezione contribuisce in modo significativo a far sì che sia effettivamente così. Tutt’altro il discorso su quanto avverrà dopo: qui l’incertezza regna sovrana. L’altra carica da rinnovare è quella di arcivescovo. Nel 2009, il card. Tettamanzi ha dato le dimissioni per raggiunti limiti di età. Come è ormai prassi, l’incarico gli è stato rinnovato per due anni. Anche questi ultimi sono ormai scaduti. Da mesi fioccano le previsioni sul successore.

Influssi politici.  Se la nomina, non l’ingresso, fosse avvenuta prima delle elezioni amministrative, difficilmente qualcuno avrebbe ipotizzato una volontà da parte della Chiesa cattolica di influire sul risultato elettorale. È meno vero il contrario. Specie se la scelta, come molti prevedono, cadrà infine sul card. Scola, sarà arduo scacciare il sospetto secondo cui una delle variabili che ha fatto propendere la bilancia dalla parte dell’attuale patriarca di Venezia sia stata la presenza di Pisapia a palazzo Marino. Si tratterebbe di un sospetto tutt’altro che infondato, diretto a screditare ulteriormente l’immagine che la Chiesa cattolica offre di se stessa. Ancora una volta si è sbagliata, quanto meno, la tempistica. Anche se fatta con debito anticipo, una nomina come quella di Scola sarebbe stata inevitabilmente letta come una vittoria di CL, ma lo stile sarebbe stato meno compromesso. Se poi, ora, prevalesse un altro candidato, anche in questo caso sarebbe, ugualmente, dietro l’angolo il sospetto che la sua nomina sia stata influenzata da una variabile politica.

Verticismo monarchico.  Legato al confronto tra l’elezione del sindaco di Milano e la nomina del futuro arcivescovo vi è, comunque, un aspetto più profondo di quello connesso alla cronaca politica. Dopo molti anni la sinistra riprenderà a governare Milano in virtù di un consenso che le viene dalla maggior parte dei cittadini. Con tutti i suoi limiti, il ricorso alle urne evidenzia, in modo efficace, le scelte della cittadinanza. Nulla di equivalente in seno alla diocesi ambrosiana. Qui si è in attesa di una nomina che viene dall’alto senza che sia possibile influenzarla in alcun modo. Quando cambia un vescovo, i fedeli devono solo aspettare la decisione di Roma. Il nunzio indaga, consulta, propone terne (ma non sempre, per Milano non è stata fatta), infine consegna il plico al papa. Poi tutto procedere nelle stanze vaticane, finché giunge l’annuncio, secondo tempi e modi lasciati alla discrezione del pontefice. Il sistema di nomina dall’alto può avere esiti anche molto positivi. In base a esso, negli ultimi giorni del 1979, Carlo Maria Martini fu nominato, a sorpresa, vescovo di Milano. D’altra parte se, in quell’occasione, si fosse dato libero corso alle dinamiche interne alla diocesi ambrosiana, nessuno si sarebbe stupito se CL fosse riuscita a far vincere un suo candidato. Eppure il verticismo monarchico in base al quale si attende un pastore senza consultare le sue future pecore, continua a essere espressione di una Chiesa retta dall’equivoco di spacciare per tradizione irreformabile l’arroccamento attorno ad alcune specifiche fasi della propria storia.

La via delle riforme.  Il fatto che, fino all’epoca medievale, il vescovo fosse eletto da clero e popolo, lungi dall’evitare abusi, spesso li favorì. Inserita in un sistema feudale, questa prassi garantì il predominio di alcune grandi famiglie. Per mutare clima si imboccò la via delle riforme. Nel caso della nomina del vescovo di Roma, dal 1059 essa è, per esempio, affidata ai cardinali. I nostri tempi sono lontanissimi dal Medioevo. Ogni riforma va a sua volta riformata. Avviare processi grazie ai quali i fedeli di una diocesi abbiano parte attiva nella scelta del loro pastore è opzione che solo una forma miope di gestione del potere si rifiuta di prendere in considerazione. Nel 374 Ambrogio, governatore della provincia romana dell’Emilia-Liguria con sede a Milano, fu eletto, contro il suo parere, vescovo della città a furor di popolo. Ciò avvenne quando Ambrogio non era ancora battezzato (pur essendo già cristiano). Sulla scorta di questo precedente, qualche autore surrealista potrebbe scrivere una piéce teatrale al termine della quale Giuliano Pisapia siede a capo della diocesi ambrosiana. Non auspichiamo tanto. Ci basterebbe che si traessero le debite conseguenze dal fatto che la struttura monarchica e lo spirito feudale, lungi dal far parte dell’intima natura della Chiesa, ne rappresentano solo una fase storica avviata, da gran tempo, sul viale del tramonto. Tuttavia proprio la prolungata dilazione del crepuscolo, fa sì che essa sia ancora in grado di gettare lunghe ombre sul suolo ecclesiale.

 
fonte: Il pensiero della settimana, n. 343;   http://pierostefani.myblog.it/archive/2011/06/03/343-milano-tra-elezioni-e-loro-mancanza.html
 

Maggio 26, 2011

MESSAGGIO FINALE KINGSTON

GLORIA A DIO E PACE SULLA TERRA

MESSAGGIO FINALE DELLA CONVOCAZIONE ECUMENICA INTERNAZIONALE PER LA PACE

“A Dio chiedo di usare verso di voi la sua gloriosa e immensa potenza, e di farvi diventare spiritualmente forti con la forza del suo Spirito; di far abitare Cristo nei vostri cuori, per mezzo della fede. A Dio chiedo che siate radicati e stabilmente fondati nell’amore” (Efes. 3, 16-17).

Comprendiamo che la pace e la costruzione della pace sono parte indispensabile della nostra fede comune. La pace è indissolubilmente legata all’amore, alla giustizia e alla libertà che Dio ha accordato a tutti gli esseri umani attraverso Cristo e l’opera dello Spirito Santo come dono e vocazione. Essa costituisce un modello di vita che riflette la partecipazione umana all’amore di Dio per il mondo. La natura dinamica della pace come dono e vocazione non nega l’esistenza delle tensioni che sono un elemento intrinseco delle relazioni umane, ma può attenuarne la forza distruttiva apportandovi giustizia e riconciliazione.

Dio benedice i/le costruttori di pace. Le Chiese membro del Consiglio Ecumenico delle Chiese (WCC) e altri cristiani sono uniti, come mai prima, nella ricerca dei mezzi con cui affrontare la violenza e rifiutare la guerra a favore della “Pace Giusta” – ossia dell’instaurazione della pace con giustizia attraverso una risposta comune alla chiamata di Dio. La Pace Giusta ci invita a unirci in un cammino comune e ad impegnarci a costruire una cultura di pace.

Noi, circa mille partecipanti da più di cento nazioni, convocati dal WCC, abbiamo condiviso l’esperienza della Convocazione Ecumenica Internazionale per la Pace (IEPC), incontro di chiese cristiane e di credenti di altre religioni impegnati a costruire Pace nella comunità, Pace con la Terra, Pace nel mercato e Pace tra i popoli. Ci siamo riuniti nel campus dell’University of the West Indies a Kingston, Giamaica, dal 17 al 25 maggio 2011. Siamo profondamente grati a chi ci ha ospitato in Giamaica e nell’intera regione caraibica offrendoci generosamente una ricca ed ampia opportunità per fare comunità tra noi e la crescita nella grazia di Dio. Per il fatto stesso che ci siamo riuniti nel luogo di un’antica piantagione di canna da zucchero, si è imposto il ricordo dell’ingiustizia e della violenza della schiavitù, del colonialismo e di altre forme di schiavitù che ancora oggi affliggono il mondo. Sapevamo bene delle sfide dure della violenza in questo contesto ma pure del coraggioso impegno delle chiese nell’affrontare tali sfide.

Abbiamo portato in Giamaica le preoccupazioni delle nostre chiese e delle nostre aree geografiche. Qui abbiamo parlato l’un/a l’altro/a. Ora abbiamo una parola da condividere con le chiese e con il mondo.

Ci siamo incontrati attraverso lo studio biblico, l’arricchimento spirituale della preghiera comune, la creatività artistica, le visite a realtà di chiese locali e di servizio sociale, assemblee plenarie, seminari, workshop, eventi culturali, relazioni, decisioni impegnative, conversazioni profondamente commoventi con persone che hanno fatto esperienza di violenza, ingiustizia e di guerra. Abbiamo celebrato la conclusione del Decennio ecumenico per il superamento della violenza (2001-2010). Il nostro impegno ci spinge a dire che superare la violenza è possibile. Il Decennio per il superamento della violenza ha dato vita a numerosi esempi di cristiani che hanno fatto la differenza.

Mentre eravamo riuniti in Giamaica eravamo appassionatamente consapevoli degli eventi del mondo attorno a noi. I racconti dalle nostre chiese ci hanno ricordato le responsabilità locali, pastorali e sociali verso le persone che devono quotidianamente affrontare i temi che abbiamo discusso. Le conseguenze del terremoto e dello tsunami in Giappone hanno suscitato urgenti interrogativi sull’energia nucleare e le minacce che incombono sulla natura e sull’umanità. Le istituzioni governative e finanziarie sono confrontate alla necessità di prendere la propria responsabilità per il fallimento delle loro politiche e per il conseguente devastante impatto sulle persone vulnerabili.

Noi osserviamo con inquietudine e compassione la lotta dei popoli per la libertà, la giustizia e i diritti umani in molti paesi arabi e in altri contesti nei quali persone coraggiose lottano, senza che nel mondo si dia loro sufficiente attenzione. Il nostro amore per i popoli di Israele e Palestina ci convince che il prolungarsi dell’occupazione li danneggia entrambi. Rinnoviamo la nostra solidarietà con i popoli di paesi divisi come la penisola coreana e Cipro, e con i popoli che aspirano alla pace e alla fine della sofferenza in nazioni come la Colombia, l’Iraq, l’Afganistan e la regione dei Grandi Laghi in Africa.

Siamo consapevoli che i cristiani sono stati spesso complici di sistemi di violenza, ingiustizia, militarismo, razzismo, separazioni di casta, intolleranza e discriminazione. Chiediamo a Dio di perdonare i nostri peccati e di trasformarci in agenti di giustizia e promotori di Pace Giusta. Chiediamo ai governi e ad altre entità di smettere di usare la religione come pretesto per giustificare la violenza.

Con partner di altre fedi abbiamo riconosciuto che la pace è un valore fondamentale in tutte le religioni, e che la promessa della pace si estende a tutti e tutte senza distinzione di tradizione e di appartenenze. Intensificando il dialogo interreligioso cerchiamo una base comune con tutte le religioni del mondo.

Ci unisce un desiderio comune: che la guerra diventi illegale. Lottando per la pace sulla Terra ci confrontiamo con i nostri contesti e storie diversi. Constatiamo che differenti chiese e religioni portano differenti prospettive sul cammino che conduce verso la pace. Tra noi alcuni prendono come punto di partenza la conversione e l’etica personale, l’accoglienza della pace di Dio nel proprio cuore come fondamento per costruire pace nella famiglia, nella comunità, nell’economia, come pure su tutta la Terra e nel mondo delle nazioni. Alcuni sottolineano la necessità di concentrarsi prima di tutto sul mutuo sostegno e sulla correzione reciproca nel corpo di Cristo se si vuole che la pace sia realizzata. Altri incoraggiano le chiese ad impegnarsi nei vasti movimenti sociali e nella testimonianza pubblica. Ogni approccio ha il suo valore: non si escludono l’uno con l’altro. Di fatto si collegano inseparabilmente l’uno all’altro. Anche nelle nostre diversità possiamo parlare con una sola voce.

Pace nella comunità

 Le chiese apprendono tutta la complessità della Pace Giusta nella misura in cui noi veniamo a conoscere l’interrelazione che esiste tra le molteplici ingiustizie e oppressioni che sono simultaneamente all’opera nella vita di molti/e. Membri di una famiglia o comunità possono essere oppressi e allo stesso tempo oppressori di altri/e. Le chiese devono aiutare a individuare le scelte quotidiane che possono porre fine agli abusi e promuovere i diritti umani, la giustizia di genere, la giustizia climatica, la giustizia economica, l’unità e la pace. Le chiese devono continuare a combattere razzismo e separazioni di casta come realtà disumanizzanti nel mondo odierno. Allo stesso modo, bisogna chiaramente chiamare peccato la violenza contro le donne e i bambini e le bambine. Sforzi coscienti sono richiesti per la piena integrazione delle persone diversamente abili. I temi della sessualità dividono le chiese, e per questo chiediamo al WCC di creare spazi accoglienti nei quali affrontare i temi controversi della sessualità umana. Le chiese giocano un ruolo a vari livelli nel promuovere e difendere il diritto all’obiezione di coscienza, nel garantire asilo a coloro che si oppongono e resistono al militarismo e ai conflitti armati. Le chiese devono alzare la loro voce comune per proteggere dall’intolleranza religiosa le nostre sorelle e fratelli cristiani e tutti/e coloro che sono vittime di discriminazione e di persecuzione per motivi di intolleranza religiosa. L’educazione alla pace deve essere posta al centro di ogni curriculum nelle scuole, nei seminari e nelle università. Noi riconosciamo la capacità dei/delle giovani nel costruire la pace e ci rivolgiamo alle chiese perché sviluppino e rafforzino reti di “ministri” di Pace Giusta. La chiesa è chiamata ad alzare in pubblico la sua voce riguardo a questi problemi, dicendo la verità al di fuori delle mura dei propri santuari.

Pace con la Terra

 

La crisi ambientale nel profondo è una crisi etica e spirituale dell’umanità. Ben consapevoli del danno che l’attività umana ha fatto alla Terra, riaffermiamo il nostro impegno per la salvaguardia del creato e per uno stile di vita quotidiana conseguente. La nostra preoccupazione per la Terra e quella per l’umanità vanno insieme inseparabilmente. Le risorse naturali e i beni comuni, come l’acqua, devono essere condivisi in modo giusto e sostenibile. Ci uniamo alla società civile di tutto il mondo per far pressione sui governi affinché diano basi radicalmente diverse a tutte le attività economiche per raggiungere l’obiettivo di un’economia ecologicamente sostenibile. Bisogna ridurre urgentemente l’uso estensivo dei combustibili fossili e le emissioni di CO2 ad un livello che mantenga limitato il cambiamento climatico. Quando si negoziano le quote di emissione di CO2 e i costi di adeguamento bisogna considerare il debito ecologico dei paesi industrializzati responsabili del cambiamento climatico. La catastrofe nucleare di Fukushima ha dimostrato ancora una volta che non bisogna più fare affidamento sul nucleare come fonte di energia. Noi rifiutiamo strategie quali un aumento della produzione dei biocarburanti che colpiscono i poveri creando concorrenza alla produzione alimentare.

Pace nel mercato

 

L’economia globale offre spesso esempi di violenza strutturale che fa vittime non tanto attraverso l’uso diretto delle armi o della violenza fisica quanto attraverso l’accettazione passiva di una diffusa povertà, di disparità contrattuali e di disuguaglianze tra le classi e le nazioni. In contrasto con la sregolata crescita economica che il sistema neoliberale promuove, la Bibbia indica la visione di una vita in abbondanza per tutti e tutte. Le chiese devono imparare ad appoggiare in modo più efficace la piena realizzazione dei diritti economici, sociali e culturali come fondamento per “economie di vita”.

È uno scandalo che si spendano enormi somme di denaro per i bilanci militari e per il sostegno militare degli alleati e nel commercio delle armi mentre c’è urgente bisogno di questo denaro per sradicare la povertà nel mondo e mettere a disposizione i fondi per un ri-orientamento ecologicamente e socialmente responsabile dell’economia mondiale. Sollecitiamo tutti i governi ad agire immediatamente per re-indirizzare le risorse finanziarie in programmi che sviluppino la vita piuttosto che la morte. Incoraggiamo le chiese affinché adottino strategie comuni in favore di trasformazioni economiche. Le chiese devono affrontare più concretamente le concentrazioni irresponsabili di potere e di ricchezza così come la piaga della corruzione. Passi verso economie giuste e sostenibili includono regole più efficaci per i mercati finanziari, l’introduzione di tasse per le transazioni finanziarie e giusti rapporti commerciali.

Pace fra i popoli

 

La storia, specialmente attraverso la testimonianza delle chiese storicamente pacifiste, ci ricorda che la violenza è contraria al volere di Dio e non può mai risolvere i conflitti. E’ per questa ragione che superiamo la dottrina della guerra giusta andando verso un impegno per la Pace Giusta. E ciò comporta abbandonare i concetti esclusivisti della sicurezza nazionale e passare a una sicurezza per tutti e tutte. E ciò comprende una responsabilità quotidiana per prevenire e quindi evitare la violenza alla sua radice. Molti aspetti pratici del concetto di Pace Giusta richiedono discussione, discernimento ed elaborazione. Continuiamo a dibattere su come le persone innocenti possano essere protette dall’ingiustizia, dalla guerra e dalla violenza; sul concetto della “responsabilità di proteggere “ e sul suo possibile abuso. Richiediamo con urgenza che il WCC e gli organismi collegati chiarifichino ulteriormente le loro posizioni riguardo a questa politica.

Noi sosteniamo il totale disarmo nucleare. Sosteniamo anche il controllo della proliferazione delle armi leggere.

Se solo osassimo, come chiese siamo nella posizione di indicare la nonviolenza ai potenti. Infatti siamo seguaci di uno che è venuto come un bambino indifeso, è morto sulla croce, ci ha detto di deporre le nostre spade, ci ha insegnato ad amare i nostri nemici ed è risuscitato dalla morte.

Nel nostro cammino verso la Pace Giusta c’è urgente bisogno di una nuova agenda internazionale poiché siamo di fronte all’immensità dei pericoli che ci circondano.

Chiediamo all’intero movimento ecumenico e in particolare a coloro che stanno preparando l’Assemblea del WCC del 2013 a Busan, in Corea, sul tema “Dio della Vita, guidaci alla Giustizia e alla Pace”, di fare della Pace Giusta in tutte le sue dimensioni la priorità chiave. Risorse come “An Ecumenical Call to Just Peace” e il “Just Peace Companion” possono sostenere il cammino verso Busan.

Siano rese grazie e lodi a te, Divina Trinità.

Gloria a te e pace al tuo popolo sulla Terra.

Dio della vita, guidaci alla giustizia e alla pace. Amen.

[Trad. it. a cura delle/dei partecipanti italiane/i, che ringraziamo]

Maggio 24, 2011

A SUA IMMAGINE E SOMIGLIANZA

ORIGINE E VICENDE DELLA DIGNITÀ UMANA

di Piero Stefani*

Collegata al dramma degli immigrati  si può scorgere una violazione della dignità umana. L’atteggiamento dell’opinione pubblica nei confronti di questa violazione è paragonabile a quello assunto, a suo tempo, di fronte alle violenze sugli ebrei: si preferisce non vedere. Siamo tutti concordi a deprecare i lager, condannando anche l’indifferenza di allora. Sugli immigrati attuali siamo invece pronti a trovarne la responsabilità nelle dittature nordafricane, nel sottosviluppo, ecc., ma non nella nostra indifferenza. È chiaro che valutare il passato è molto più facile che valutare il presente. Cerchiamo allora di approfondire il significato della dignità umana, le sue origini – che potrebbero risalire alla cultura biblica – nonché le sue conseguenze sul piano civile, che si sono materializzate nel riconoscimento universale dei diritti umani.

Libertà di pensiero.  Quando si parlò di dignità e diritti umani (enunciati inizialmente dalla rivoluzione francese), l’atteggiamento della chiesa cattolica fu freddo, se non ostile. Ciò che destava maggiori problemi era il riconoscimento della libertà di pensiero, perché questa poteva essere intesa come legittimazione dell’errore. Era più facile parlare di diritti di giustizia (come farà più tardi la Rerum novarum) che riconoscere la libertà di coscienza come parte integrante della dignità umana. Piuttosto che di libertà di pensiero o di coscienza si preferiva parlare di retta coscienza, la quale veniva intesa come, in qualche modo, guidata. I manuali di teologia preconciliari non erano interessati specificamente all’uomo. Lo concepivano come oscillante tra due polarità: natura e sovra-natura (grazia). Davano dell’uomo una visione piuttosto statica, che ritenevano ascrivibile alla Rivelazione. Dove sta l’immagine di Dio in questo uomo? In ciò che lo distingue dagli altri esseri viventi: l’intelligenza e, soprattutto, l’anima, intesa quest’ultima come un’entità creata direttamente da Dio per ciascun uomo. Tema ribadito in particolare quando si è trattato di opporsi al clima materialista ed evoluzionista tra ‘800 e inizio ‘900.

Svolta antropologica.  Il Concilio vaticano II ha cambiato diverse cose, consentendo di collocare la centralità umana su uno sfondo biblico più dinamico, in quanto è subentrato il riconoscimento della libertà. La Gaudium et spes al n. 12 afferma: “La Bibbia, infatti, insegna che l’uomo è stato creato «ad immagine di Dio» capace di conoscere e di amare il suo Creatore, e che fu costituito da lui sopra tutte le creature terrene quale signore di esse, per governarle e servirsene a gloria di Dio”. È ovvio che non può esservi signoria senza una qualche forma di libertà. Infatti più oltre, al n. 17, vi è un’importante affermazione: “l’uomo può volgersi al bene soltanto nella libertà”. Continua poi: “I nostri contemporanei stimano grandemente e perseguono con ardore tale libertà, e a ragione. Spesso però la coltivano in modo sbagliato quasi sia lecito tutto quel che piace, compreso il male. La vera libertà, invece, è nell’uomo un segno privilegiato dell’immagine divina. Dio volle, infatti, lasciare l’uomo «in mano al suo consiglio» che cerchi spontaneamente il suo Creatore”.

Incontro di culture.  Ecco dunque che il Concilio ha ripreso temi biblici sia con un’ermeneutica aggiornata, sia con la fiducia, propria di quei tempi (anni ’60), che la storia realizzasse di per sé certi valori anticipati dalla bibbia. Per dirla in modo sintetico: non c’è solo la natura, c’è anche la storia. C’era una fiducia nello sviluppo, che oggi è stata molto ridimensionata e che potrebbe essere sostituita dall’incontro delle culture. Inoltre mancava l’idea, oggi invalsa, che l’uomo non può fare a meno degli altri viventi, essendo parte dello stesso ecosistema. La biblica sovranità dell’uomo sugli altri viventi non potrebbe sussistere se questi mancassero. Un ultimo aspetto può essere sintetizzato nel fatto che, anche sul tema della dignità umana, non contano solo le cose, ma pure il modo di porsi di fronte alle cose: le culture sono il terreno proprio del modo di vedere le cose. Qui si innesta il tema dei diritti umani e del loro fondamento. Su quali basi o linguaggio li fondiamo? Trattandosi di temi che spesso ci precedono, possiamo parlare di incontro di linguaggi e di culture. È su questo piano che dobbiamo concentrare gli sforzi, con buona pace di chi teorizza lo scontro di civiltà.

La dignità precede la libertà.  La connotazione dell’uomo come immagine di Dio figura, in diversi punti e contesti, nei primi 11 capitoli del Genesi (il primo libro della bibbia). In particolare nei capitoli 1 (creazione), 5 (discendenza di Adamo) e 9 (nuovo ordine dopo Noè). Sono tutti riferiti ad un periodo precedente la storia di Israele, cioè prima della chiamata di Abramo; danno quindi indicazioni valide per tutta l’umanità. Dal contesto complessivo si può ricavare che la dignità dell’uomo viene prima della sua libertà. L’uomo, secondo la rilettura della creazione proposta mezzo millennio fa da Pico della Mirandola, ha la libertà di innalzarsi come un angelo o di abbassarsi come un bruto: la sua dignità permane anche in questa secondo caso. Non si è di fronte a un “bruto”, ma a un Uomo che si è fatto “bruto”. Anche nei casi estremi, non va dimenticato che seppure in un vicolo cieco si può sempre uscire: basta tornare indietro.

Fragilità e responsabilità.  “Chi sparge il sangue dell’uomo, dall’uomo il suo sangue sarà sparso, perché Dio ha fatto l’uomo a sua immagine” (Gn 9,6). L’accostamento tra violenza e immagine di Dio non è casuale. Significa il riconoscimento che la violenza è insita nell’uomo e gli ricorda la sua fragilità. Ma questa fragilità diventa l’occasione per evidenziare la responsabilità dell’uomo. L’immagine di Dio è insita sia nella fragilità dell’uomo che nella sua responsabilità verso il creato e gli altri uomini, in particolare nel contenimento della violenza tra gli uomini.

La bellezza del creato.  Merita un ulteriore cenno quanto, sempre riflettendo sul testo del Genesi, è stato intuito sulla dignità umana da Pico della Mirandola. Dio ha creato l’uomo perché voleva che ci fosse qualcuno con cui condividere il godimento della bellezza del creato. Oltre all’idea di uomo co-creatore, rilanciata dal Concilio, quel pensatore rinascimentale aveva introdotto l’idea di co-contemplatore del creato. La fondamentale positività del creato, nonostante le cadute dell’uomo, è del resto il messaggio di fondo ricavabile dal testo del Genesi e dal suo contesto. Le benedizioni di Dio e dei patriarchi ne sono il sigillo. L’indicazione di essere fecondi e moltiplicarsi non ha un significato demografico, ma va vista in quest’ottica di positività della vita. La vita è frutto di una benedizione e quindi val la pena di vivere. Possiamo dire sinteticamente: cos’è la dignità dell’uomo? È che la vita merita di essere vissuta.

*dalla relazione tenuta il 17-5-2011 al Meic di Lecco sul tema: L’uomo a immagine di Dio, fondamento della dignità umana?

 

Per riflettere:

-si preferisce non vedere le violazioni della dignità umana;

-c’è responsabilità nella nostra indifferenza;

-perché la chiesa era contraria alla libertà di pensiero;

-significato di retta coscienza e vera libertà;

-la svolta antropologica del Concilio;

-incontro di culture e di linguaggi;

-l’uomo non può fare a meno degli altri viventi;

-la dignità dell’uomo permane anche quando abusa della libertà;

-bellezza del creato e responsabilità umana.




Maggio 14, 2011

IL MODERATISMO AGGRESSIVO

DALL’IPOCRITA MITEZZA DOROTEA ALL’AGGRESSIVITÀ PERBENISTICA

di  Piero Stefani*

Dorotei.  Poco più di cinquant’anni fa, presso le suore di Santa Dorotea a Roma, si riunì un gruppo di alti esponenti democristiani. Nacque così il centro del centro, con tutte le caratteristiche di moderatismo che quella collocazione comportava. A partire dalla loro data di nascita nel 1959, i dorotei non espressero solo la corrente maggioritaria della DC ma incarnarono anche uno stile di far politica consono a un sistema rigidamente legato al rifiuto della logica dell’alternanza e del conflitto. In loro vi era la quintessenza di quanto, all’epoca della Rivoluzione francese, fu denominata la palude, termine coniato in relazione alle, allora neonate, qualificazioni di destra e sinistra.

Essere nella palude  non significa evitare i litigi. Sotto la superficie stagnante le lotte erano feroci, lo specchio d’acqua doveva però dare l’impressione di calma. Ciò comportava uno stile di comunicazione moderato, lontano dalla retorica populista. Esso ben si adattava a essere braccio politico delle componenti egemoni nella società. Chiesa e industriali di allora si ritrovavano ben rappresentati da quell’area che faceva (specie quando si trattava di andare alle urne) dell’anticomunismo la sua etichetta politica più evidente. Del resto, a quel tempo il sistema dei due blocchi funzionava a pieno ritmo: un anno dopo la nascita dei dorotei fu eretto il muro di Berlino.

Aggressività retorica.  Sfasciatasi la DC in virtù di Tangentopoli, da più di venticinque anni la retorica moderata e anticomunista è stata ereditata dal gruppo che ruota attorno all’attuale presidente del consiglio. Vale a dire, essa è stata fatta propria da chi, nel comportamento, rappresenta la perfetta antitesi del modello doroteo. Il moderatismo ora ha il volto dell’aggressività e del populismo. L’anacronistico anticomunismo va tenuto in piedi non perché sia reale, ma proprio per continuare la finzione di essere legittimi eredi di una palude che si è rivelata, per decenni, un costante bacino di voti. Grazie a quel paravento, un linguaggio aggressivo riesce a spacciarsi per moderato: così può pescare sui due versanti. Di fronte a queste esternazioni, la Lega è inquieta perché rischia di essere scavalcata nell’aggressività retorica proprio da chi si autoaccredita di essere moderato. Per rispondere a questa situazione propone l’inedito di ricorrere, a propria volta, a un discorso moderato.

Disastro comunicativo.  Per reggere al gioco bisogna essere dotati di genio comunicativo. In proposito una componente indispensabile è avere una faccia di bronzo. Quando il suggerimento viene da fuori e non è metabolizzato nelle proprie fibre, la caduta di efficacia è garantita. Per averne conferma è sufficiente rivolgersi alla sig.ra Moratti che si autoproclama erede, per appartenenza familiare, all’ala moderata e con voce soave pronuncia, sul suono del gong, un’accusa gravissima e infondata nei confronti del suo avversario, candidato, al pari di lei, alla carica di sindaco di Milano. Il disastro comunicativo ha richiesto l’intervento in prima persona del signore di Arcore, l’unico che riesce a rendere retoricamente credibile l’unione tra l’insulto, la calunnia e il moderatismo. Solo lui è in grado di praticare con successo (almeno finora) il paradosso secondo il quale una caratteristica peculiare dei moderati sta nel tirar fuori unghie feline. Il moderatismo, da versione ipocrita di una mitezza, si è trasformato in un’altrettanto ipocrita, ma contrapposta, aggressività perbenistica.

Allenamento.  Alle spalle di tutto ciò, c’è stata una lunga preparazione. Come dimenticare in proposito il calcio? Gli spalti degli stadi sono il luogo in cui gli alti borghesi, senza giacca e cravatta, possono assumere gli stili e l’eloquio popolari pur sedendo in tribuna d’onore e non partecipando a coreografie di massa. Non stupisce, quindi, constatare che il Milan, al pari della TV, sia stato un terreno di allenamento per elaborare uno stile comunicativo che ha il suo tallone d’Achille, peraltro ancora molto difficile da colpire, nel fatto di essere rappresentato, al massimo grado, solo da una persona che, almeno in ciò, non potrà avere eredi.

Lo stile doroteo  diretto è ormai privo di pregnanza. Per rendersene conto basta vedere l’insignificanza comunicativa dell’attuale presidente della CEI, card. Bagnasco. Smussare gli spigoli sotto un linguaggio levigato e sedicente equilibrato è puro anacronismo comunicativo. In effetti, la nostalgia per il centro e il sogno di Casini neodoroteo sembrano essere le uniche, irrealistiche prospettive politiche che si possono trarre dai discorsi curiali. Chi frequenta per ragioni politiche i vescovi italiani non di rado porta dentro di sé, più o meno inconsapevolmente, l’inefficace retaggio di questa nostalgia dorotea. L’attuale sindaco di Ferrara, Tiziano Tagliani, è un esponente del PD. Veniva dalle fila del Partito popolare. Per tradizione politica interna non ha nulla a che fare con i dorotei (anche per ragioni anagrafiche). A partire dal dopoguerra, è comunque il primo cattolico praticante a rivestire la carica di sindaco della città estense. Deve perciò mantenere, per definizione, buoni rapporti con il cattolicesimo ufficiale. La frequentazione della curia ha lasciato le sue tracce nello stile di comunicazione: quando si tratta di avere a che fare con coloro che egli ritiene “potenti”, il suo discorso non è mai incisivo, pretende invece di essere moderato e ragionevole senza essere aggressivo. Diverso il tono quando, invece, si sente attaccato.

Riconoscere i conflitti.  Domenica scorsa si è inaugurata a Ferrara la mostra dei progetti architettonici legati al concorso per il futuro museo dell’ebraismo italiano e della Shoah. Salone d’onore del palazzo dei Diamanti gremito. Gli oratori parlano sotto un affresco di Benvenuto Tisi da Garofano violentemente antigiudaico: ai piedi della croce si consuma un vero e proprio assassinio della sinagoga a favore di una trionfante chiesa. Gli oratori lo ignorano, non si sa se per finta o per beata ignoranza. Da ultimo interviene il sindaco. Esordisce dicendo che la collocazione di quell’affresco non è imputabile al comune (classica escusatio non petita) e che esso rappresenta l’Antico e il Nuovo Testamento, sinagoga e chiesa entrambe, comunque, sotto lo sguardo del Padreterno (in alto sopra lo croce è, in effetti, rappresentato Dio Padre). Privatamente gli si fa notare che il senso dell’affresco è tutt’altro. Lui dice che lo sapeva benissimo: proprio per questo ha adottato quella linea di condotta. L’episodio è piccolo, ma eloquente. Si poteva ignorare, si poteva, e sarebbe stata la scelta migliore, affrontare di petto il problema (non era neppure difficile: un tempo era così, ma ora…); si è deciso di optare per un goffo tentativo di mascheramento. Si è così rivelato uno stile, qui, in sostanza, quasi indolore, ma in altre circostanze preoccupante. Per pacificare i conflitti bisogna riconoscerli, non inventarli («comunisti») o negarli.

 

*Fonte: http://pierostefani.myblog.it/archive/2011/05/14/340-il-moderatismo-aggressivo.html


Maggio 10, 2011

LE TRE VIOLAZIONI AMERICANE

IL BLITZ CONTRO BIN LADEN SOLLEVA GRAVI PROBLEMI MORALI E GIURIDICI

di ANTONIO CASSESE  La Repubblica  06 maggio 2011 —   pagina 35   sezione: COMMENTI

Mi duole dirlo perché, come molti lettori di Repubblica, ritengo che gli Stati Uniti siano una grande democrazia dotata di alcune ottime istituzioni e che molti politici e intellettuali statunitensi abbiano tanto da insegnarci,a noi europei. Mi duole dirlo, ma l’uccisione di Bin Laden ha costituito una seria violazione di almeno due di tre principi etico-giuridici fondamentali.

Tortura.  Anzitutto, informazioni iniziali intorno a un suo “corriere” sono state acquisite attraverso la tortura, autorizzata ufficialmente e mai condannata, neanche ai più alti vertici degli Usa. La norma che vieta la tortura e non la giustifica mai, dico mai, è diventata un “principio costituzionale” della comunità internazionale, e a nessuno dovrebbe essere consentito di infrangerla senza essere debitamente processato e punito. Stranamente Panetta, l’attuale capo della Cia e prossimo Segretario alla Difesa, nel 2008 condannò la tortura osservando che non può essere giustificata da ragioni di sicurezza nazionale. Poi nel febbraio 2009, davanti al Senato, affermò che l’annegamento simulato (waterboarding) era sì illegale ma, se egli fosse stato nominato capo della Cia, non avrebbe punito coloro che lo avessero commesso. Stupefacente! La tortura rimane illegittima anche nei casi in cui essa consente di ottenere utili informazioni. Chi ha torturato va punito anche in questi casi, per riaffermare il valore supremo di quel divieto.

Sovranità.  La seconda violazione è consistita nel compiere una operazione militare in territorio pakistano senza il consenso di quello Stato. In una parola, è stata violata la sovranità del Pakistan. Ma qui Obama può invocare importanti esimenti. Islamabad aveva l’obbligo nei confronti di tutta la comunità internazionale di reprimere il terrorismo e non lo ha fatto. Questo obbligo era rafforzato da quello assunto bilateralmente nei confronti degli Usa di ricercare e arrestare Bin Laden, obbligo che aveva come “corrispettivo” la consegna statunitense al Pakistan di un miliardo di dollari l’anno. Nell’omettere platealmente e per molti anni di adempiere quell’obbligo il Pakistan ha in un certo senso legittimato una “azione sostitutiva”. Il raid statunitense può essere equiparato, per certi aspetti, a quelle operazioni di salvataggio dei propri cittadini, tipo Congo (intervento dei belgi nel 1960) o Entebbe (intervento israeliano nel 1976), che sono state ritenute legittime in passato.

Assassinio.  La terza violazione è quella di un principio fondamentale di civiltà giuridica. Uno Stato democratico non può trasformarsi in assassino, tranne che in due casi. Anzitutto nell’ipotesi di violenza bellica in atto. Ma tra gli Usa e Al Qaeda non c’è guerra, né internazionale né civile; l’azione statunitense contro le reti terroristiche di Al Qaeda è solo azione di polizia che, se intende dispiegarsi a livello internazionale, ha bisogno della cooperazione delle forze dell’ordine degli altri Stati, gli Usa non essendo un gendarme planetario. Del resto, anche in una guerra internazionale il nemico può essere ucciso solo in campo di battaglia, non a casa sua, tranne che si difenda con le armi, sparando e uccidendo; se sorpreso inerme nella sua dimora, va catturato e, se autore di crimini di guerra, processato. L’altro caso in cui lo Stato può uccidere legalmente è quando deve far eseguire con la forza ordini legittimi contro persone che deliberatamente si sottraggono all’arresto (ad esempio, si può uccidere un rapinatore che tenta di scappare sparando contro i poliziotti che cercano di catturarlo). Se uno Stato accusa uno straniero di crimini gravissimi, lo arresta (o la fa arrestare all’estero dalle autorità del luogo) e lo processa. Nel caso di Bin Laden tutto lascia pensare che l’ordine fosse di ucciderlo: era disarmato; ha opposto qualche resistenza facilmente superabile da uomini armati fino ai denti. Qui i principi etico-giuridici sono chiari. Averli trasgrediti è grave.

Opportunità politica.  Mettetevi però nei panni di Obama: egli sapeva che un processo, davanti a un tribunale statunitense o internazionale, sarebbe durato per lo meno due anni (fra istruttoria, dibattimento e sentenza), con Bin Laden detenuto. Obama deve aver pensato agli innumerevoli atti terroristici che Al Qaeda avrebbe scatenato nel mondo, durante il processo. E poi: dove detenere Bin Laden, a Guantánamo, che si cerca di chiudere al più presto possibile, o in un carcere in territorio statunitense, dove nessuna delle autorità statali lo prenderebbe, per ragioni di ordine pubblico? E come evitare che Bin Laden trasformasse l’aula giudiziaria in una tribuna politica, come hanno fatto Milosevic e Karadzic all’Aja? Un processo avrebbe anche portato alla luce le collusioni della Cia con Bin Laden ai tempi dell’invasione russa dell’Afghanistan, nonché gli ambigui rapporti della Cia con l’ex capo dei servizi segreti sudanesi, Sala Gosh, per un tempo protettore di Bin Laden in Sudan. Si sarebbe trattato inoltre di un processo nel quale la presunzione di innocenza di cui avrebbe dovuto godere l’accusato sarebbe stata minima e lo sbocco finale scontato. Obama ha così optato per l’opportunità politica contro valori morali e giuridici. Il che non giustifica affatto la sua decisione, ma permette di comprenderne le motivazioni. Resta il fatto che ancora una volta la Realpolitik ha battuto l’etica ed il diritto.

Diritto e giustizia.  Il blitz ad Abbottabad solleva un problema più generale. Negli Usa, le autorità di polizia non procederebbero mai alla tortura, perché è vietata, e inoltre ogni prova ottenuta con quei metodi non avrebbe alcun valore in un processo. Inoltre l’uso di armi letali da parte delle forze dell’ordine è strettamente regolato, e lo “stato di diritto” esige che non si possano commettere “esecuzioni extragiudiziali”. Tutte queste protezioni valgono per cittadini statunitensi o per gli stranieri che abbiano commesso un reato contro un cittadino Usa. Ma dal 2011 gli Usa hanno creato un limbo sia giuridico sia territoriale (Guantánamo) per presunti terroristi stranieri, tra l’altro ammettendo la tortura. Ed ora di fatto ammettono anche le “esecuzioni extragiudiziali” con blitz all’estero. Bisogna dunque chiedersi se gli Usa ritengano che la “supremazia del diritto” valga solo al loro interno, mentre perde ogni valore nel campo delle relazioni internazionali. Se così fosse, dovremmo seriamente preoccuparci per le prossime mosse della Superpotenza planetaria, oggi ancora guidata da un uomo che, almeno a parole, dice di credere nel diritto e nella giustizia. –

Maggio 6, 2011

IL MOSTRO DI AL QAEDA

SUPERATO DAL RIPUDIO DELLA VIOLENZA E DALLE RECENTI LOTTE ARABE GIOVANILI

di  BARBARA SPINELLI   La Repubblica, 04 maggio 2011 — pagg. 1 e 33

Festeggiata  con grida di trionfo negli Stati Uniti, l’uccisione di Bin Laden crea nelle menti più sconcerto che chiarezza, più vertigine che sollievo. La storia che mette in scena somiglia ben poco a quel che effettivamente sta accadendo nel mondo: è parte di una guerra contro il terrore che gli occidentali non stanno vincendo in Afghanistan, e da cui vorrebbero uscire senza aver riparato nulla. È un’operazione che rivela la natura torbida, mortifera, dell’alleanza tra Usa e Pakistan: una potenza, quest’ultima, che usa il terrorismo contro Afghanistan e India, e che per anni (cinque, secondo Salman Rushdie) ha protetto Bin Laden. Che lo avrebbe custodito fino a permettergli di costruirsi, a Abbottabad, una casa-santuario a 800 metri dal primo centro d’addestramento militare pakistano.

Ma l’operazione nasconde due verità  ancora più profonde, legate l’una all’altra. La prima verità è evidente: Bin Laden era già morto politicamente, vanificato dai diversi tumulti arabi, e la cruenza della sua esecuzione ritrae un Medio Oriente e un Islam artificiosi, datati, che ancora ruotano attorno a Washington. Il terrorismo potrebbe aumentare, anche se l’America, che ha visto migliaia di connazionali morire nelle Torri Gemelle, gioisce comprensibilmente per la giustizia-vendetta. Come in M-Il mostro di Düsseldorf l’assassino è stato punito, ma l’ultima scena manca: quella in cui una mano potente agguanta il colpevole, lo sottrae alla giustizia sommaria, lo porta in tribunale. La parola che sigilla il film di Fritz Lang è: «In nome della legge». È la formula performativa che non s’è sentita, a Abbottabad. Con i nostri tripudi avremo forse contribuito alla trasfigurazione di M-il mostro di Al Qaeda.

Superato.  Oltre che morto politicamente Bin Laden era divenuto irrilevante, prima di essere ucciso. Le sue cellule gli sopravvivono, non avendo in realtà bisogno d’un capo per agire. Ma il suo desiderio di forgiare l’Islam mondiale era già condannato. Il mondo arabo e musulmano sembra aver imboccato una via, dal dicembre 2010, che rompe radicalmente con la visione che egli aveva dell’Islam, dell’indipendenza e dignità araba, della democrazia occidentale. La rivoluzione araba è cominciata con un evento, in Tunisia, che lui avrebbe ripudiato: la decisione di un giovane arabo di protestare contro il regime uccidendo se stesso, non seminando morte come un kamikaze, immaginando l’inferno fuori di sé.

Il terrorismo come metodo emancipatore non ha più spazio  nelle cronache odierne, perché il suo obiettivo strategico è percepito da milioni di arabi come la radice stessa del male: come atto che espropria di potere il cittadino ordinario, che lo trasforma in uomo nudo, infantilizzato, mosso da paura. Seminando panico, l’atto terrorista congela l’emancipazione dal basso, proprio perché agisce in nome del popolo, non con il popolo. Gran parte dell’Islam non seguì questa via, dopo l’11 settembre, e meno che mai condivise il sogno di un califfato teocratico mondiale, che Bin Laden coltivava. Le sommosse arabe lo hanno ucciso prima degli americani, con le proprie forze e i propri martiri: in Tunisia, Egitto, Yemen, Siria, Marocco, Libia. Le piazze non si sono risvegliate grazie a lui, per il semplice motivo che Bin Laden non aveva scommesso sul loro risveglio ma sul loro sonno, e il più delle volte sulla loro morte (Al Qaeda ha ucciso più musulmani che non musulmani, secondo uno studio pubblicato nel dicembre 2009 dal Combating Terrorism Center di West Point).

La seconda verità  è strettamente connessa alla prima, e concerne le guerre americane ed europee posteriori all’11 settembre. Terrorismo e guerre imperiali al terrore sono stati in tutti questi anni fratelli gemelli, e insieme barcollano. Si sono nutriti a vicenda, fino ad assomigliarsi. La guerra al terrore che oggi vince una delle sue battaglie è la stessa che ha prodotto Guantanamo e Abu Ghraib: le prigioni senza processi, la tortura banalizzata. Una volta abbattute le frontiere del possibile, scrive Clausewitz,è difficilissimo rialzarle: e infatti Obama non ha avuto la forza di chiudere Guantanamo. Forse non ha neppure rinunciato alla tortura, come ha lasciato intendere il portavoce del dipartimento di Stato Philip Crowley prima di dimettersi, il 13 marzo scorso. Lunedì, alla Bbc, Crowley non ha escluso che sia stata usata la tortura, per estrarre dai detenuti di Guantanamo informazioni sul rifugio di Bin Laden. Alla vigilia delle dimissioni aveva parlato di torture e maltrattamenti del soldato Manning (colpevole d’aver fornito documenti a WikiLeaks) inflitte nella prigione di Quantico in Virginia. Senza attendere il processo Obama ha detto, il 21 aprile: «Manning ha infranto la legge».

Arroganza centrale.  Fred Halliday, il compianto studioso del Medio Oriente, ha scritto nel 2004 che la nostra modernità ha al suo centro questa complicità fra terrorismo e esportazione della democrazia dall’esterno: «Ambedue hanno imposto con la forza le proprie politiche e le proprie visioni a popoli ritenuti incapaci di proteggere se stessi, proclamando le proprie virtù storiche mondiali, richiamandosi a progetti politici che solo loro hanno definito». Halliday concludeva: «Il terrorismo può essere sconfitto solo se quest’arroganza centrale (evidente nel colonialismo di ieri come nel terrorismo di oggi, ndr) viene superata» (Opendemocracy, 22-4-04). Ambedue le violenze sui popoli (terrorismo e guerra al terrorismo) sono figlie di ideologie apocalittiche che della realtà non si curano. I popoli che dovevano esser «salvati» hanno dimostrato di voler vigilare su se stessi senza voce del Padrone. Anch’essi sono pronti a morire, ma senza glorificare la morte come i kamikaze. Senza quello che Unamuno chiamò, durante la guerra civile spagnola, il «grido necrofilo» di chi sceglieva come motto «Viva la muerte!». L’uccisione di Bin Laden è un’ennesima salvezza venuta da fuori, che chiude gli occhi.

Eppure è venuto il momento di aprire gli occhi,  anche per gli europei che usano seguire l’America senza discutere. Di capire come mai la potenza Usa ha attratto su di sé tanto odio. Quel che è perverso nell’odio, infatti, è che esso nasconde sempre una dipendenza, una segreta ammirazione, un bisogno dell’altro, idolo o Satana. La guerra al terrorismo non comincia l‘11 settembre 2011, così come la prima guerra mondiale non comincia con lo sparo a Sarajevo. Comincia nella guerra fredda, quando Washington decide di combattere l’espansione sovietica con ogni mezzo: aiutando regimi autoritari, e anche finanziando e aizzando il radicalismo islamico in Afghanistan.

Aiuto ai terroristi.  Non dimentichiamolo, mentre ascoltiamo Obama che annuncia di aver voluto «consegnare Bin Laden alla giustizia» (bring to justice) nel preciso momento in cui invece lo faceva giustiziare. Durante la guerra sovietica in Afghanistan, Reagan chiamava i mujaheddin non jihadisti ma freedom fighters, combattenti per la libertà. Eppure si sapeva che erano terroristi e basta. In un’intervista al Nouvel Observateur, il 15-1-98, il consigliere per la sicurezza di Carter, Brzezinski, racconta come Washington aiutò i jihadisti contro il governo prosovietico di Kabul, nel luglio ‘79, sei mesi prima che l’Urss intervenisse. L’intervento del Cremlino fu scientemente forzato «per infliggergli un Vietnam» politico-militare. Brzezinski non rimpiange l’aiuto ai futuri terroristi, e al giornalista esterrefatto replica: «Cos’ha più peso nella storia del mondo? I Taliban o il collasso dell’impero sovietico? Qualche esagitato musulmano o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della guerra fredda?».

Veleno per le democrazie.  Sono dichiarazioni simili a creare sconcerto, vertigine. Tanti morti – a New York, Madrid, Londra, e in Tanzania, Kenya, Indonesia, India, Pakistan – quanto pesano, nei Grandi Disegni delle potenze? Valgono l’esecuzione d’un sol uomo? Sono solo qualcosa di politicamente utile? Parole come quelle di Brzezinski erano ricorrenti nel comunismo: nelle democrazie sono veleno. E se così stanno le cose, perché ci hanno detto che la guerra contro qualche esagitato terrorista musulmano era la cruciale, l’infinita, la madre di tutte le guerre? Bin Laden era il mostro di Frankenstein che ci siamo fabbricati con le nostre mani: negli anni ‘70-’80 pedina di vasti giochi euro-russi, nel XXI secolo nemico esistenziale. I giovani protagonisti delle sommosse arabe chiedono ben altro: non un nemico esistenziale (lo hanno avuto per decenni: erano l’America e Israele), ma costituzioni pluraliste, leggi uguali per tutti, separazione dei poteri. Non è detto che riescano: il dispotismo li minaccia, cominciando da quello integralista. Ma per difenderci dal demone di Frankenstein non possiamo sperare che in loro. –

aprile 27, 2011

COMUNICATO CONTRO I BOMBARDAMENTI IN LIBIA

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 9:11 PM

COORDINAMENTO 2 APRILE

Le persone, le organizzazioni e le associazioni che in questo periodo hanno sentito la necessità,

attraverso appelli, prese di posizioni e promozione di iniziative, di levare la propria voce

  • CONTRO LA GUERRA E LA CULTURA DELLA GUERRA

 

  • PER FERMARE I MASSACRI, I BOMBARDAMENTI E PER IL CESSATE IL FUOCO IN LIBIA

 

  • PER SOSTENERE LE RIVOLUZIONI E LE LOTTE PER LA LIBERTÀ E LA DEMOCRAZIA

DEI POPOLI MEDITERRANEI E DEI PAESI ARABI

 

  • PER L’ACCOGLIENZA E LA PROTEZIONE DEI PROFUGHI E DEI MIGRANTI

 

  • CONTRO LE DITTATURE, I REGIMI, LE OCCUPAZIONI MILITARI,

LE REPRESSIONI IN CORSO

 

  • PER IL DISARMO, UN’ECONOMIA ED UNA SOCIETÀ GIUSTA E SOSTENIBILE

ESPRIMONO

LA LORO NETTA OPPOSIZIONE AL COINVOLGIMENTO DELL’ITALIA

NEI BOMBARDAMENTI IN LIBIA

alla luce

  • dell’articolo 11 della nostra Costituzione

  • del passato coloniale del nostro paese e delle stragi ad esso collegate
  • del sostegno e delle armi dati al regime di Gheddafi fino all’ultimo momento

  • del non impegno per il cessate il fuoco e l’apertura di corridoi umanitari per i profughi
  • della ripresa dei respingimenti dei migranti
  • della mancanza di una dignitosa politica di accoglienza
  • del silenzio colpevole e gravissimo contro la strage di oppositori disarmati in Siria

  • del disimpegno totale sulla transizione democratica in Tunisia e in Egitto
  • della complicità con la occupazione militare in Palestina e con l’assedio a Gaza

NON C’E’ NIENTE DI UMANITARIO NELLE BOMBE ITALIANE IN LIBIA

C’E’ SOLO LA DIFESA DI INTERESSI ECONOMICI, ENERGETICI, STRATEGICI

La popolazione libica schiacciata dalla guerra e dalla dittatura e i popoli di tutto il mondo arabo

hanno bisogno di un’altra politica italiana ed europea

METTIAMO IN CAMPO TUTTE LE INIZIATIVE POSSIBILI DI DENUNCIA E SOLIDARIETA’

PER IL CESSATE IL FUOCO

PER DIFENDERE E AFFERMARE DAVVERO

LA DEMOCRAZIA, LA PACE E LA GIUSTIZIA, TUTTI I I DIRITTI UMANI, SOCIALI E CIVILI

 

 

http://coordinamento2aprile.blogspot.com/

aprile 25, 2011

I FUNERALI DI VITTORIO ARRIGONI (VIK)

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 4:55 PM

IL 24 APRILE, GIORNO DI PASQUA, A BULCIAGO

“Restiamo umani”

Ieri ho parlato con la mamma di Vittorio. Le ho consegnato la lettera di PeaceLink e le ho portato i saluti di tutti.

25 aprile 2011 – Laura Tussi

 Un’immagine di Vittorio Arrigoni, molto amato dai pacifisti per la sua attività nell’International Solidarity Moviment e le cronache da Gaza

 

 “Io non credo nei confini, nelle barriere, nelle bandiere, credo che apparteniamo tutti, indipendentemente dalle latitudini, dalle longitudini ad una stessa famiglia che è la famiglia umana”

Vittorio Arrigoni

I funerali di Vittorio Arrigoni, attivista pacifista, militante acceso, schierato a favore del popolo palestinese, si sono svolti alla presenza di migliaia di persone, numerose autorità e movimenti attivi per la Pace, per la Resistenza Nonviolenta, nell’impegno antifascista contro tutti i poteri e contro le conseguenti ingiustizie sociali che ledono i diritti umani imprescindibili e universali.

L’uccisione di Vittorio Arrigoni a Gaza segue l’assassinio del pacifista pro palestinese Juliano Mer Khamis in Cisgiordania. Tutto il mondo ha condannato l’uccisione di entrambi. Tutti siamo toccati dal dolore della perdita di Vittorio, nel ricordo della sua voce profonda e piena di sorriso e di umorismo. Un uomo dedito alla Resistenza Nonviolenta, per rivendicare il diritto alla vita dei più deboli, assassinato in maniera disumana e brutale. Juliano e Vittorio erano rispettati ed apprezzati entrambi per il loro impegno militante e creativo. Juliano per ispirare una nuova generazione di attori e scrittori a Jenin e per la sua filmografia sulla vita sotto l’occupazione. Vittorio per i suoi apprezzati scritti e per le trasmissioni sulle sofferenze dei palestinesi a Gaza e impegnato nella ricostruzione del clima di resistenza Nonviolenta, denominato ISM, International Solidarity Movement, contro l’embargo, per portare solidarietà, giustizia, pace e libertà ad un popolo oppresso, attraverso la semplice parola e la testimonianza.

Due vite dedite ai più deboli, agli ultimi, agli emarginati, gli oppressi. Due esistenze che portano un esempio, un credo profondo nel significato ultimo, sovversivo ed eversivo della creatività rivoluzionaria, dell’umorismo dissacrante, del cambiamento costruttivo anche nelle situazioni più atroci, dove il lume della ragione, dell’ingegno, dell’estro creativo, dell’impegno militante si oppongono alla barbarie distruttrice, all’annientamento umano, al baratro dell’oppressione, all’oscurantismo nazionalista che ottenebra la spinta vitale di persone come Vittorio e Juliano sempre in prima linea sul fronte dell’aiuto solidale, del dibattito leale nel denunciare la verità e la realtà più atroce, nel sostegno degli altri e attivi nell’impegno morale e solerte per la costruzione di una umanità di pace.

Vittorio, amico, attivista della solidarietà è stato ucciso, dedicando la sua esistenza all’Umanità.

È certo difficile non avvertire qualcosa di minuziosamente atroce, di perversamente studiato e abissalmente malvagio nell’omicidio di questo giovane attivista. Tutti ci chiediamo chi sia stato il carnefice.

“Restiamo umani” non deve scadere nella retorica vacua e ripetitiva dello slogan. È il motto di un impegno a riconoscere e soccorrere gli ultimi da tutti i mali e tutte le ingiustizie sociali.

Vittorio è protagonista di un concreto, collettivo, universale attivismo,un ideale per la pace che riscatterà l’umanità intera, nel rivendicare vita, dignità e diritti, nel significato ultimo del comandamento biblico “tu non uccidere”, perché solo la Nonviolenza può salvare il mondo.

Fonte: http://www.peacelink.it/pace/a/33874.html

LE ULTIME DUE CORRISPONDENZE DA GAZA DI VIK

4 palestinesi morti nei tunnel della sopravvivenza di Gaza.
13/04/2011
4 lavoratori sono morti ieri notte per via del crollo di uno dei tunnel scavati dai palestinesi sotto il confine di Rafah. Tramite i tunnel passano tutti i beni necessari che hanno permesso la sopravvivenza della popolazione di Gaza strangolata da 4 anni dal criminale assedio israeliano. Dai tunnel riescono a entrare nella Striscia beni principali quali alimenti, cemento, bestiame (vedi foto).Anche gli ospedali della Striscia si approvvigionano dal mercato nero dei tunnel.Dall’inizio dell’assedio a oggi più di 300 palestinesi sono morti al lavoro sotto terra per permettere ad una popolazione di quasi 2 milioni di persone di sfamarsi.E’ una guerra invisibile per la sopravvivenza.I nomi degli ultimi martiri sono: Abdel Halim e suo fratello Samir Abd al-Rahman Alhqra, 22 anni e 38 anni, Haitham Mostafa Mansour, 20 anni, e Abdel-Rahman Muhaisin 28 anni.Restiamo UmaniVik da Gaza city 

guerrilla radio dixit – permalink
48 commentiTrackBack (0)


Silvio Berlusconi: “fermeremo la Freedom Flotilla”.
13/04/2011
 Silvio Berlusconi oggi: “faremo in modo di impedire la partenza della Freedom Flotillaper Gaza.”Secondo quanto riferisce la radio israeliana secondo Berlusconi la missione della Flotilla non lavorerebbe in supporto alla pace nella regione.Proponendo dei negoziati da tenersi in Sicilia (nelle tenute di Vittorio Mangano?), il premier “bunga bunga” ha ricordato per l’ennesima volta che Israele è l’unico paese mediorientale amico dell’Occidente, e che dovrebbe entrare a far parte dell’Unione Europea.Berlusconi spinge per l’adesione d’Israele alla Comunità Europea, e contemporaneamente farà cacciare l’Italia al più presto.Vi prego, ditemi che è la solita barzelletta…Stay HumanVik da Gaza city

 fonte: http://guerrillaradio.iobloggo.com/

Lettera alla famiglia

Ricordando Vittorio

15 aprile 2011 – Lorenzo Galbiati (Associazione PeaceLink)

Cari genitori di Vittorio,

vi scrivo a nome dell’associazione Peacelink, per esprimervi il nostro cordoglio per la morte di Vittorio, un ragazzo che ha segnato la storia dell’attivismo pacifista in Medio Oriente degli ultimi anni.

Abbiamo spesso segnalato i suoi articoli sulla nostra pagina Facebook, e alcuni li abbiamo ospitati sul nostro sito.

Siamo attivamente impegnati, ora, a ricordare la sua opera con la nostra associazione, in particolare a custodirne e diffonderne il patrimonio su internet.

Permettetemi di aggiungere che, a livello personale, ho incontrato Vittorio poche settimane prima della sua ultima partenza per Gaza, a Milano; eravamo in corrispondenza via blog da un anno, e poi siamo rimasti corrispondenti su facebook.

Sono contento di averlo abbracciato quando mi disse che voleva tornare a Gaza.

E questo abbraccio, da parte di tutta l’associazione, è arrivato questa notte a Vittorio, e vogliate ora riceverlo voi.

Con grande affetto,

Lorenzo

Fonte: http://www.peacelink.it/editoriale/a/33838.html


NON TACEREMO!   NON È PIÙ POSSIBILE TACERE!

 Dall’omelia della domenica delle Palme 2011

di Paolo Farinella, prete – Pacco del mercoledì, 20 aprile

Genova 17 aprile 2011. – L’omelia non è una pia riflessione edulcorata ed astratta sulla Parola di Dio, ma lo sforzo di incarnare la stessa Parola, oggi la Passione di Cristo, nella storia dei nostri giorni: o la Parola di Dio è Parola «incarnata» o è oppio che addormenta e distrae. Per questo, di fronte agli eventi di questi giorni, ho deciso di cambiare il commento che avevo preparato, cercando di leggere i fatti alla luce della Parola. Nessuno può dire o può accusare che questo è un discorso politico, perché affermo che lo è dalla prima all’ultima parola. Ogni volta che proclamiamo la Parola di Dio o celebriamo l’Eucaristica, noi compiamo l’atto più politico della nostra vita di credenti perché immergiamo nella storia i criteri di valutazione della fede e imponiamo a questa di camminare con gli occhi aperti attenti alle conseguenze delle nostre scelte e parole. Ne va di mezzo la nostra credibilità che compromette anche la credibilità di Dio che cammina e si manifesta attraverso la nostra vita, i nostri gesti, le nostre parole, le nostre scelte. Se noi siamo credibili, anche Dio lo è. Se non lo siamo, Dio resta Crocifisso sulla croce dell’insipienza inadeguata di chi dice di credere, mentre gioca solo con la religione di mercato.

Una dedica

Dedico questa eucaristia a VITTORIO ARRIGONI che poneva se stesso in mezzo tra Israeliani e Palestinesi per permettere a questi ultimi di coltivare gli orti e ai primi impediva con la sua sola presenza di sparare sui Palestinesi che coltivavano gli orti. Non c’è amore più grande di questo. Se oggi è domenica di passione, quest’anno assume il volto di Vittorio Arrigoni, giovane generoso che aveva scelto come «patria» della sua umanità un lembo di terra di cui nessuno al mondo s’interessa perché senza valore economico: la Striscia di Gaza. Scelse di vivere tra i Palestinesi per essere uno di loro. Sua mamma ha detto di essere orgogliosa di suo figlio. Quando una  madre è orgogliosa della morte di un figlio, è segno che un Paese può ancora risorgere, nonostante l’ignominia in cui è caduto per abdicazione etica.

Dice la madre di Vittorio: «Dopo l’Estonia, nel 2002, giunse in Palestina per la prima volta: “Rimase folgorato, letteralmente, sulla via di Damasco. Gli scrissi, allora: “Vittorio, stai camminando sulle strade di Gesù”. Conservo ancora la sua profetica risposta: “Mamma, Gesù non cammina più sulle strade di Gerusalemme”. Per lui è diventata quella l’unica causa: viveva da palestinese più degli stessi palestinesi».

Se Rachele piange i suoi figli sulla via dell’Egitto, Egidia Beretta, madre di Vittorio, profeta e martire, ringrazia Dio perché il figlio ha dato la vita per i Palestinesi di cui era diventato uno di loro e più di loro. E’ lui un esempio da additare al Paese di cui ha espresso l’anima profonda. Quanta differenza tra mamma Egidia e le mamme delle prostitute di Berlusconi che offrono le figlie sull’altare del drago perché le concupisca pur di vederle nude e con le tette al vento in tv e ricavandone soldi e benefici di ogni genere. Queste sono matrone che prostituiscono le loro figlie ad un debosciato senza etica e senza dignità, orripilante e flaccido; quella è una matriarca che è sicura che il seme del figlio vivrà in migliaia e migliaia di altri giovani che ne seguiranno l’esempio.

IL SATYAGRAHA DI VITTORIO ARRIGONI –

 di Nanni Salio

Non ho conosciuto direttamente Vittorio, anche se ho letto alcuni dei suoi messaggi da Gaza, e in particolare la raccolta curata dal Manifesto che porta il titolo di uno dei suoi slogan ricorrenti “Restiamo umani”.

Nelle molte riflessioni e commenti che sono stati scritti su di lui, manca una puntualizzazione più precisa. Vittorio non era un “pacifista” e in questo ha ragione il commento, per altri aspetti ingeneroso, di Pierluigi Battista (Corriere della Sera 16 aprile 2011) là dove afferma: “Arrigoni non era un pacifista”. Ma quello che segue a questo commento è profondamente sbagliato, quando si sostiene che Vittorio “era il combattente di una guerra sbagliata”.

Vittorio non era un “pacifista” e non combatteva affatto una “guerra”, ma cercava di essere un satyagrahi, nella migliore tradizione gandhiana: disposto a morire ma non a uccidere. Cercatore di una verità che sfugge sempre completamente a tutti noi, ma alla quale possiamo faticosamente avvicinarci. Non combatteva una guerra, ma lottava cercando di usare al meglio i mezzi della lotta nonviolenta, come stanno facendo in molti in Palestina.

È questo ciò che tanti, anche tra coloro che lo hanno ammirato, non sono riusciti a capire pienamente. Chiedeva di “restare umani”, ma in realtà voleva dire superare l’attuale condizione di noi umani che, a differenza degli animali nostri fratelli maggiori (che ci hanno preceduto nel processo evolutivo), ci uccidiamo sistematicamente su larga scala nel “culto della guerra”.

Vittorio ha cercato di tradurre concretamente in pratica, con l’ International Solidarity Movement (ISM), ciò che andiamo da tempo proponendo: la costituzione di Corpi Civili di Pace. E molti degli attivisti e delle attiviste dell’ISM hanno anch’essi seguito la strada dei satyagrahi. Basti ricordare, fra tutte, Rachel Corrie.

Altre e altri in Palestina hanno fatto la stessa scelta, quella che Gandhi chiamava la nonviolenza del forte, del coraggioso, di chi ha sconfitto la paura, anche quella di morire. Juliano Mer-Khamis, anch’egli assassinato quindici giorni prima di Vittorio, è un altro esempio significativo.

La strada del satyagraha è quella seguita sino all’estremo da Gandhi come da Martin Luther King, entrambi assassinati. Insieme a Nelson Mandela essi hanno aggiunto alle tecniche dell’azione nonviolenta pragmatica un obiettivo più impegnativo: amare il proprio nemico (si veda il bel libro di John Carlin, Ama il tuo nemico, Sperling & Kupfer, Milano 2009). Un aspetto che è stato riscoperto anche da Uri Avnery in “La saggezza di Gandhi” (un articolo del settembre 2010 che ripubblichiamo adesso http://serenoregis.org/2011/04/la-saggezza-di-gandhi-uri-avnery/), dove Uri ci invita a compiere questo passo ulteriore per rendere più incisiva ed efficace l’azione nonviolenta.

Ci rattrista che proprio nella cultura dei “giusti” non trovino accoglienza questi nuovi “giusti”, questi bodhisattva, questi satyagrahi, che prendono su di sé il dolore e le ingiustizie del mondo. Eppure un giorno troveranno anch’essi posto nel “giardino dei giusti” a Gerusalemme. Quello sarà sicuramente un gran giorno, nel segno della avvenuta riconciliazione e Gerusalemme tornerà a essere autentica città della pace.

Fonte: http://serenoregis.org/2011/04/il-satyagraha-di-vittorio-arrigoni-nanni-salio/

« Newer PostsOlder Posts »

Blog su WordPress.com.