Brianzecum

novembre 3, 2011

FORZE ARMATE: NON C’È NULLA DA FESTEGGIARE!

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Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace

Perugia, 3 novembre 2011

Domani è la Festa delle Forze Armate, ma coi tempi che corrono, non c’è proprio nulla da festeggiare. Anzi, è arrivato il tempo di ripensare un’istituzione pubblica che ci costa ventisette miliardi di euro all’anno, che spende male e spreca moltissimo. Domandiamoci: A che ci serve mantenere 178.600 militari in servizio quando ne impieghiamo al massimo trentamila? Perché accettiamo che nel frattempo la polizia continui ad essere gravemente sotto organico? A che ci serve avere un generale ogni 356 soldati e un maresciallo ogni tre militari in servizio (in tutto 500 generali e 57.000 marescialli)? A cosa ci servono due portaerei, 131 cacciabombardieri, 400 carri armati e centinaia di altre armi che non potranno e dovranno essere mai utilizzate? Perché vogliamo costringere i giovani a pagare il conto delle armi che stiamo ancora costruendo? Perché continuiamo a mantenere quattromila soldati in Afghanistan quando tutti sanno che dieci anni di guerra non hanno risolto alcun problema? E ancora (sono le domande puntuali del Generale Fabio Mini): Perché illudiamo i giovani sulle prospettive d’impiego e buttiamo i soldi facendoli giocare alla guerra? Perché arruoliamo volontari per un anno quando abbiamo sempre detto che non basta per addestrare, non basta per mandarli all’estero e uno di loro costa complessivamente come uno in servizio permanente? Perché continuiamo a reclutare ufficiali e sottufficiali e li promuoviamo come se in futuro dovessimo avere dieci corpi d’armata? Perché diciamo di avere un esubero di marescialli che comunque sono già addestrati e una vita operativa futura di pochi anni e li vogliamo rimpiazzare con un ugual numero di sergenti da formare, addestrare e tenere in esubero per i prossimi 40 anni? Perché avevamo uno “scandalo” di comandi centrali e periferici ridondanti e oggi li abbiamo moltiplicati senza migliorarne l’efficienza? Perché dobbiamo lasciare alla speculazione e all’abusivismo gli immobili militari dai quali sappiamo di non ricavare nulla di significativo? Perché facciamo gravare gli oneri della crisi sul personale e non tocchiamo i contratti esterni, gli appalti, le forniture e gli sprechi?

La risposta a tutte queste (e a molte altre) domande è un atto dovuto a tutti i giovani che non riescono a trovare un lavoro, a chi lo sta perdendo, a chi pur lavorando tantissimo non riesce a vivere dignitosamente, a tutti quelli a cui i tagli del governo stanno rendendo la vita impossibile.

In poche parole: Non possiamo tollerare uno spreco così enorme, non ce lo possiamo più permettere. Dobbiamo programmare un taglio radicale delle spese. Dobbiamo ripensare in che modo e con quali strumenti vogliamo garantire la sicurezza del nostro paese e dell’Europa. E’ un dovere improrogabile!

PS. Domani, 4 novembre, ricordiamo le vittime innocenti di tutte le guerre e di tutte le nazionalità, dai seicentocinquantamila italiani che sono stati ammazzati “nell’inutile strage” della Prima Guerra Mondiale ai quarantacinque militari italiani che hanno perso la vita in Afghanistan, i feriti, i mutilati, gli invalidi e tutti i loro familiari. Con questo spirito oggi rinnoviamo il triplice appello di Assisi: Mai più guerra! Mai più terrorismo. Mai più violenza!


fonte: http://www.perlapace.it/index.php?id_article=7434&PHPSESSID=a103a4f5bfcd92a152b0b5aa5507c79f

novembre 2, 2011

È POSSIBILE IL DIALOGO TRA FINANZA E CRISTIANESIMO?

APPROFONDIRE LA CONOSCENZA RECIPROCA, CON L’OCCHIO RIVOLTO A CHI C’È IN FONDO ALLA CATENA DI SFRUTTAMENTO

 

Paternoster Square, la piazza che separa la cattedrale di St. Paul dalla borsa londinese e dai grattacieli delle grandi banche, è stata occupata dagli indignati, così come Zuccotti Park, nel cuore di Wall Street a New York. Si tratta spesso di giovani (ma non solo) che hanno perso il lavoro e magari anche la casa in seguito alla crisi economica e che, non avendo più nulla da perdere, sono disposti ad affrontare persino i rigori dell’inverno incombente per protestare in quelli che sono simboli del potere finanziario: la City di Londra e Wall Street, appunto. Si cercherà in questa sede di capire quali siano le loro ragioni quando vedono nel potere finanziario globalizzato la causa principale della crisi; nonché quali possibilità esistano di conciliare finanza e cristianesimo. Lo spunto è fornito da un colloquio su questi temi col canonico anglicano Giles Fraser, responsabile delle iniziative pastorali nella cattedrale di St. Paul, che si è in seguito dimesso per evitare che “episodi violenti possano essere commessi in nome della chiesa”*.

È nostro interesse fare donazioni?  Questa la domanda di un banchiere, riferita dal canonico. Un semplice interrogativo che spiega quanto distante sia il mondo della finanza dal cristianesimo e dal suo nucleo centrale, l’amore altruistico. In effetti sono due mondi che vivono separati, con scarsi interessi uno verso l’altro: nessuno dei due ha mai compreso a fondo l’altro. Anche per la chiesa anglicana, nella predicazione l’economia non viene quasi mai trattata, si parla piuttosto di sesso o di altri aspetti della morale individuale. Ma nella bibbia l’economia, il rapporto con le cose e col denaro, ha molto più rilievo del sesso. Ancora oggi uno dei compiti principali sarebbe quello di spiegare alle chiese come relazionarsi con questo nostro mondo attuale – così marcato dall’economia – e diventare meno analfabete dal punto di vista economico.

Alla base dell’economia – intesa sia come teoria, sia come prassi capitalistica – vi è la concezione, avanzata verso la fine del settecento dai primi economisti anglosassoni, in particolare da Adam Smith, secondo cui si opera razionalmente perseguendo il proprio interesse egoistico: si produce per gli altri ma solo se c’è un interesse proprio. L’altruismo indicato dal cristianesimo è completamente al di fuori di questa logica economica. Questo è uno dei motivi per cui è difficile che un operatore della City comprenda quello che viene predicato nella cattedrale. L’arcivescovo di Canterbury, Williams (il “papa” dell’anglicanesimo, che però svolge una funzione di “primus inter pares” con un primato di onore, non anche gerarchico) dice che i soldi sono il sacramento della serietà. Solo per la pulizia della cattedrale sono stati spesi di recente 42 milioni di sterline (circa 50 milioni di euro): del denaro non se ne può fare a meno. Ma per chi il denaro potrebbe essere anche una buona novella? Importanti a questo proposito sono le indicazioni della dottrina sociale della chiesa cattolica, che ha sostenuto la liceità del giusto profitto.

Dal giusto profitto al massimo profitto.  La prassi e persino la teoria economica prevalente (quella neoclassica-marginalista) si sono fondate sulla convinzione che il perseguimento del massimo profitto – col minimo di vincoli etici, politici, giuridici, o meglio ancora senza – garantisca la migliore efficienza per l’economia, realizzi l’ottimalità economica, a vantaggio di tutti. La crisi che è scoppiata nel 2007, proprio nel campo finanziario, sembra la più efficace smentita di questa idea, tuttora dominante. La globalizzazione dell’economia e delle informazioni ha reso possibile mettere in atto strumenti e strutture secondo catene sempre più lunghe e complesse (si pensi alle delocalizzazioni o, sul piano finanziario, ai derivati e alle cartolarizzazioni). Queste catene spesso diventano incomprensibili non solo per la gente comune, ma persino per gli addetti ai lavori. Con la scusa di frazionare i rischi al fine di ridurli, ad es., si sono operate vere e proprie truffe, quanto meno occultando i rischi impliciti nei diversi strumenti finanziari, rendendo pressoché impossibile individuare errori e responsabilità. Un altro elemento è una specie di big bang nel campo finanziario: prima le banche prestavano denaro; oggi vendono i propri crediti, per così dire, riciclandoli, e spostando il rischio sulle spalle di terzi investitori, spesso ignari. Così non devono molto preoccuparsi delle garanzie che il debitore fornisce sulla restituzione. Ci sono diversi trucchi, in definitiva, per cui chi mette in atto le azioni rischiose non è colui che dovrà pagarne il conto. Tutto per raggiungere il massimo profitto, nel più breve tempo possibile: attraverso provvigioni, plusvalenze, ecc. piuttosto che ricavi da interessi sui prestiti, che sono comunque indispensabili per lo svolgimento di ogni attività finanziaria.

Il caso americano  è, a questo proposito, esemplare. Molti cittadini con limitate disponibilità finanziarie sono stati indotti dalle banche a contrarre mutui per acquistare la casa (che costituisce la garanzia reale per le banche stesse). Oltre che andare al di sopra delle possibilità economiche di chi contrae il mutuo, si è superata pure la normale prudenza da parte delle banche nel concedere prestiti, in relazione alle disponibilità finanziarie. Quando diversi acquirenti di case hanno cominciato a non essere più in grado di pagare il mutuo, molte case sono state messe in vendita e il loro prezzo è crollato. Così anche le banche sono arrivate sull’orlo del fallimento, non riuscendo più a ricuperare i prestiti, vendendo le case ormai svalutate. È scoppiata la “bolla speculativa”: ci si è resi conto che sia le persone, sia le banche vivevano sui debiti, al di sopra delle loro possibilità. Il loro benessere fittizio era pagato da altri. La vicenda americana è finita poi come è ben noto: massiccio intervento statale (con soldi pubblici) per salvare le banche, ma non certo per attutire le difficoltà di chi è restato senza casa, certamente meno colpevole delle banche stesse.

Le bolle speculative  sembrano in definitiva la metafora per indicare la realtà della City e, in generale del nostro benessere occidentale, spesso eccessivo. Anche la grande crisi del secolo precedente è iniziata nel 1929 quando è scoppiata la bolla borsistica: aveva fatto credere a molti che si potesse guadagnare indefinitamente senza lavorare, ma giocando (o speculando) nel mercato finanziario. Oggi la finanziarizzazione dell’economia promette cose analoghe, togliendo masse di capitali agli investimenti produttivi (ecco il motivo principale della disoccupazione dilagante). Non si dice mai che la speculazione è un gioco a somma zero: quello che guadagna lo speculatore lo perde qualcun’altro. E su chi sia questo altro, in fondo alla catena di sfruttamento, ci sono pochi dubbi. Gli organismi internazionali hanno calcolato sull’ordine di 100 milioni all’anno il numero di nuovi affamati provocati nel mondo dalla crisi in atto. Ecco lo spazio per l’etica delle religioni, ma anche per l’etica laica. Indicare profeticamente il madornale sfruttamento che si nasconde sotto la finanza “moderna e avanzata”. Se non ci pensano le chiese, ci penseranno gli indignati.

novembre 1, 2011

SANTO È COLUI CHE SERVE L’UMANITÀ, NON LA RELIGIONE

L’AUTO-REFERENZIALITÀ DELLA CHIESA NASCONDE VALORI UMANI AUTENTICI

Omelia di don Giorgio De Capitani per la Festa di tutti i santi 2011: http://www.dongiorgio.it/scelta.php?id=1717&nome=omelie

Regole di canonizzazione.  Me la caverei facilmente e senza troppo spremermi le meningi se dovessi, nella ricorrenza della festività di tutti i santi, elogiare la santità in genere, ma già onorare un santo proclamato tale ufficialmente dalla Chiesa pone il problema del criterio usato per riconoscere in quella determinata persona le virtù necessarie perché venga presa come modello di vita. Ecco cosa significa “canonizzazione”. La parola “canonizzazione” deriva da canone, che significa regola. Ed ecco la prima domanda: quali sono le regole o i criteri seguiti dalla Chiesa per proclamare ufficialmente la santità di una persona? E di conseguenza: quali sono le regole che quella persona ha seguito per condurre la propria vita in modo tale da essere poi ritenuta degna di essere canonizzata?

Santità popolare.  Anzitutto diciamo che esiste una santità popolare che sfugge a qualsiasi canone, o regola o norma della Chiesa: proprio perché popolare, la santità non dà nell’occhio, non fa cose eccezionali. La Chiesa canonizza invece, normalmente, chi ha fatto qualcosa di straordinario, chi ha compiuto azioni vistose, pretendendo anche qualche miracolo, durante la vita terrena o dopo la morte. La santità popolare è come l’humus (da qui la parola umiltà), il terreno fertile dove può attecchire e svilupparsi il seme evangelico. È vero che la Chiesa riconosce anche la santità popolare, ne parla, invita tutti ad essere santi anche nel quotidiano, ma sa pure che la santità popolare non propone modelli forti, virtù testimoniate eroicamente. La Chiesa chiede visibilità, più visibilità possibile.

Obbedienza.  La Chiesa ha bisogno di essere obbedita nella sua dottrina e nella sua morale, dunque le virtù da privilegiare sono l’ortodossia e l’osservanza dei comandamenti. Perciò, quando canonizza qualcuno, tiene conto anzitutto dell’obbedienza, dell’ortodossia e della rettitudine morale. Ortodossia, ovvero, come dice la parola, dottrina retta, retta naturalmente secondo la Teologia della Chiesa strettamente dogmatica. La Chiesa discute anche sulle verità di fede, ma ci sono punti indiscutibili, e sono proprio questi che bloccano la ricerca della verità, che è, per essenza, infinita. Se è infinita, come puoi mettere dei paletti, chiuderla come in una prigione? Il dogma che cos’è? Inoltre: rettitudine morale, ovvero quel comportamento pratico che segue la morale sostenuta dalla Chiesa canonica. Se uno usa il preservativo è già tagliato fuori dalla possibilità di essere riconosciuto santo! Già qui potete immaginare l’idea che la Chiesa ufficiale si fa della santità di una persona, e vi fa capire quali sono i modelli che la Chiesa vorrebbe imporci.

Circolo vizioso.  Sembra che la Chiesa si auto-celebri, santificando i suoi “migliori” testimoni: in quanto struttura, in quanto religione. Comportandosi così, non fa altro che ingrossare se stessa come struttura, tradendo la sua missione, che è esattamente il contrario: la Chiesa è al servizio non di se stessa, ma dell’Umanità. Ma come potrà uscire da questo circolo vizioso, quello di auto-alimentarsi, se rimarrà chiusa tra le quattro mura della sua struttura-potere? Può anche avere un senso la canonizzazione, ovvero il riconoscimento ufficiale della santità di una persona, purché si tenga conto che il punto di riferimento dei “santi” proclamati tali non è la Chiesa in sé, nei suoi dogmi e nella sua morale, ma l’Umanità. So che dire Umanità è come dire qualcosa di troppo vago: bella parola, su cui potrebbero andare tutti d’accordo, ma basterebbe citare qualche valore che appartiene all’Umanità che subito ci si scontra, e ci si divide.

Valore umano  è la pace, e la Chiesa fino a poco tempo fa ha sostenuto la liceità della guerra difensiva, e tuttora parla di missioni di pace in Afghanistan o in Libia. Valore umano è la vita, e la Chiesa sembra più preoccupata dell’inizio e della fine dell’esistenza umana, e anche qui, all’inizio e alla fine, sostiene posizioni talora assurde: pensate al testamento biologico che la Chiesa rifiuta, perché sente odore di eutanasia. Valori umani sono i diritti universali, e la Chiesa nega i diritti alle coppie di fatto ed emargina gli omosessuali (pensate al problema dei preti gay). Valore umano è la giustizia, e la Chiesa si allea con i poteri più corrotti, proprio per sostenere i valori cosiddetti “cattolici”, ovvero quei valori che fanno parte della struttura religiosa della Chiesa. Ecco la blasfemia della Chiesa: vende la giustizia per avere qualcosa in contraccambio, e, assurdo degli assurdi, questo qualcosa fa parte della stessa struttura di potere della Chiesa.

La canonizzazione  di un santo tiene conto di questi criteri. Il santo per essere canonizzato non può sgarrare, uscire da questi canoni. Ma può anche succedere che qualcuno sia uscito da questi schemi, ma poi ci pensa la Chiesa, quando lo canonizza, a mettergli come si dice il cappello sopra, presentarlo ufficialmente nel modo dovuto, in linea con la struttura-religione. Sì, ci sono anche santi-profeti, ma alla Profezia è stata tolta la sua parte migliore. Ecco perché si augura che la Chiesa non tocchi i Profeti neppure da morti. E succede, dopo qualche anno, quando la Profezia si è un po’ offuscata, che la Chiesa li rimetta in riga. È più facile dire che un santo, come fa la Chiesa, debba avere alcune qualità, che sono le virtù canoniche, ed è più facile anche contestare tutto questo criterio usato dalla Chiesa per canonizzare i santi. Ma è più difficile dire che cosa allora s’intenda per santità. Ma dire santità mette un po’ paura. Diciamo meglio: come vivere in pienezza la propria fede, e dunque qual è la nostra testimonianza in questo mondo?

Umiltà.  Vorrei tornare alla parola umiltà. Dicevo che deriva dal latino “humus”, che significa terra. Da qui anche la parola “umano”. La superbia (da super-bios, crescere sopra) porta a pensare ad un atteggiamento di colui che trascura, rompe il legame con la terra da cui deriva. L’umile, dunque, è colui che si sente autenticamente legato alla propria natura. Il santo, allora, non è colui che disprezza la terra, disprezza l’umano, disprezza questa vita terrena. Sarebbe dis-umano. Il santo è colui che vive il proprio legame con la terra in modo profondo, così profondo da sentirsi veramente sulla strada della piena realizzazione di se stesso. Pensate alle conseguenze di questa affermazione. Pensate al criterio talora usato dalla Chiesa per canonizzare i santi: il disprezzo delle cose terrene! il disprezzo della vita! le mortificazioni corporali! l’assenteismo dalla vita politica! il tenersi lontano dalle problematiche sociali! evadere dalle preoccupazioni di questo mondo!

Pienezza dell’Umanità.  Allora capite quando insisto, fino ad annoiarvi, che la santità è la pienezza dell’Umanità! La santità valica i limiti della religione: l’Umanità comprende ogni razza, ogni fede religiosa, ogni cultura. L’unico criterio della Chiesa di Cristo in quanto Cristianesimo per riconoscere la santità è l’Umanesimo integrale. Il vero santo non è colui che ha servito la Chiesa-religione-struttura, ma è colui che ha servito l’Umanità. E allora, di conseguenza, sarebbe inopportuno, per me deviante, per non dire pericoloso, insiste sulla canonizzazione dei santi usando criteri quali: obbedienza, ortodossia e morale cattolica.

Basta canonizzazioni,  casomai proporre modelli Umani, al di là di ogni religione, al di là di ogni razza, al di là di ogni cultura. La canonizzazione corre il rischio di appropriarsi dei cosiddetti santi, come se ogni religione avesse i suoi santi: guai a chi li tocca! La santità da proporre è quella che sa trovare la verità in ogni cosa, anche nell’eresia, anche nell’ateismo. La santità, se è Umanità riuscita, non ha regole: non è canonica. L’unica regola è realizzare l’Umanità migliore. Finora ho parlato di canonizzazione nella Chiesa. Ma non dimentichiamo che anche la società ha i suoi criteri per canonizzare i suoi modelli. Se la Chiesa non è ancora uscita dalla prigione della religione per aprirsi sull’Umanità, che dire di una società in balìa di un consumismo tale da non capire più ciò che è umano e ciò che è dis-umano? Anche la società vuole i suoi eroi, vuole i suoi idoli, vuole i suoi santi.

Vorrei concludere con un esempio:  lo so che sarò come al solito frainteso. Recentemente è morto in un incidente durante una corsa il pilota Marco Simoncelli. Nulla da dire sulla persona. Dico solo che è diventato un idolo: in realtà che cosa faceva? Correva in moto! Che ideali aveva: vincere! Addirittura i funerali sono stati trasmessi in tv. Recentemente è morto anche Padre Fausto Tentorio, non per un incidente stradale, ma è stato ucciso dai poteri forti perché egli difendeva i più deboli. Padre Fausto aveva un ideale nobile, e per raggiungerlo ha rischiato non per vincere in una gara motociclistica, ma per far vincere l’Umanità. Due morti diverse, completamente diverse, ma anche le reazioni della società sono state diverse. In Italia la notizia dell’uccisione di Padre Fausto è passata subito in sordina. Non interessava. D’altronde che cosa oggi può interessare agli italiani? Lottano magari, come in questi ultimi tempi di forte crisi economica, scendono in piazza quasi solo per cose. Parlare di Umanità è il lusso dei buontemponi, di qualche utopista. Prima ho parlato di Padre Fausto, un missionario. Ma Vittorio Arrigoni non era un prete. Anche lui ucciso per una nobile causa umana. Ignorato, per non dire maltrattato, offeso, calunniato dai mass media italiani, a iniziare da quelli del Porco Padrone: tutti i ragazzini e ragazzine sanno chi è Marco Simoncelli, ma ben pochi sanno chi è Vittorio Arrigoni. Marco, un eroe di cartapesta, Vittorio un testimone dell’Umanità.

ottobre 22, 2011

SOLO LA PACE È GIUSTA!

Filed under: 1) ecumenismo, 3) pace — brianzecum @ 8:01 PM

Comunicato Stampa

LABORATORIO ECUMENICO SULLE SFIDE DELLA CONVOCAZIONE ECUMENICA INTERNAZIONALE PER LA PACE DI KINGSTON

La violenza può essere sconfitta? E’ davvero possibile una prassi nonviolenta per risolvere i conflitti? Quali gli strumenti di cui dotarsi?

Si tratta di interrogativi che non possono non provocarci, in particolare in questo tempo in cui la crisi economica e sociale globale mostra con chiarezza come tanti piani della nostra vita quotidiana siano profondamente attraversati dalla violenza: la finanza e l’economia, le sfide poste dalle migrazioni, il rapporto con la natura, le relazioni tra stati … fino ad arrivare alla corsa agli armamenti e alle nuove guerre.

A Maggio di quest’anno (2011), circa 1000 delegati – espressioni delle Chiese riunite nel Consiglio Ecumenico delle Chiese (CEC-WCC) e membri di numerose associazioni della società civile internazionale – si sono riuniti a Kingston-Jamaica nella “Convocazione Ecumenica Internazionale sulla Pace” per rispondere a quegli interrogativi, cercando di trovare risposte nel cuore dell’annuncio evangelico: la pace è possibile, la riconciliazione è possibile, il perdono è possibile, la nonviolenza è possibile! Dall’Italia hanno partecipato 5 delegati e 2 giornalisti.

Da Kingston è stato dunque lanciato un appello a tutti i cristiani e a tutte le Chiese del mondo perché assumano finalmente la radicalità della chiamata ad essere costruttori pace e di giustizia, cioè di ‘PACE GIUSTA’!

Come raccogliere questo appello?

A livello internazionale, il CEC-WCC ha stabilito che la prossima Assemblea Mondiale (Busan, Corea del Sud – 2013) sarà centrata ancora sui temi della pace. E in Italia? Negli ultimi anni si sono organizzate reti ecumeniche giovanili dal basso e momenti di riflessione che hanno cercato di rilanciare l’impegno delle Chiese su giustizia-pace-salvaguardia del creato e il percorso di Kingston. Quello che sarebbe  auspicabile per il futuro è un percorso continuo e coordinato, sia locale che nazionale, intorno alle sfide della pace, capace di promuovere una comune ricerca biblica-teologica-ecclesiologica, una spiritualità della nonviolenza e una prassi ecumenica che proponga scelte, campagne di opinione, percorsi educativi, azioni concrete: un’agenda ecumenica della pace in sintesi!

L’iniziativa proposta oggi vuole essere una prima occasione di incontro rivolta a rappresentanti di Associazioni e Chiese e a singoli cristiani per immaginare insieme, alla luce delle sfide di Kingston, quelli che potrebbero essere gli orizzonti, il significato e le priorità di un percorso ecumenico di questo tipo.

Saremo capaci di “osare la pace per fede”?

Per info:

 www.fcei.it

www.chiese-e-pace.it

settembre 26, 2011

STORIA, TRADIZIONE, PROSPETTIVA ESCATOLOGICA

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 2:02 PM

COME CONCILIARE UNICITÀ DI DIO E PLURALISMO DELLE RELIGIONI. PLURALISMO FRUTTO DELLA STORIA MA DESTINATO A SUPERARLA

di Piero Stefani*

La Chiesa cattolica  nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni [non cristiane, ndr]. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini.” (Nostra aetate, n. 2). Questa affermazione conciliare ha apportato una notevole modifica rispetto all’atteggiamento precedente, che sostanzialmente negava validità e verità alle altre religioni e, ancor più, al pensiero non religioso. Siamo di fronte a un semplice “aggiornamento” o a una rottura con la “Tradizione” della chiesa cattolica? Questo interrogativo impone anzitutto di chiarire i termini, a cominciare da quello di tradizione, cui la chiesa stessa attribuisce un’importanza simile a quella delle Scritture (maggiore importanza a queste ultime è invece data dal mondo protestante).

Tradizione.  Con questo termine si intende qualcosa che abbiamo ricevuto, una realtà che ci precede, a cui attribuiamo un significato per il nostro essere e credere, ma di cui non siamo autori. Ci precede ma anche ci segue: dobbiamo trasmetterla a chi verrà, quindi riguarda anche il futuro. Mentre la storia è per definizione un’indagine sul passato, la tradizione è strutturalmente aperta anche al futuro. A questo punto non è certo indifferente la domanda se si trasmette solo quello che abbiamo ricevuto o anche qualcos’altro. La risposta è che ci può essere anche qualcos’altro, purché si resti entro certi parametri, in contiguità con l’esistente. Qui le parole potrebbero essere il già ricordato aggiornamento, ma anche rinnovamento o riforma. Per non uscire dalla tradizione si deve restare entro quello che possiamo chiamare un paradigma: se se ne esce si fonda qualcos’altro, non è più il patrimonio che abbiamo ricevuto. Ci possono essere discontinuità nella tradizione, ma non assolute. È ovvio che su questa valutazione si possono dividere mentalità orientate più verso la conservazione o verso il cambiamento.

Interpretazione e commento.  Un brano biblico può essere letto come semplice documento storico, un racconto di fatti, che possono anche non essere accaduti nel modo in cui sono narrati, mentre sicuramente storici sono i documenti stessi. La tradizione non lo legge così: lo interpreta, lo commenta e lo consegna a chi seguirà. La consapevolezza storica è molto importante per non prendere il relativo come un falso assoluto; le tracce stesse della rivelazione hanno fatto i conti con la parzialità della storia. Tale consapevolezza è una componente essenziale della fede adulta. Una corretta collocazione storica può incidere nell’interpretazione di un documento. In ogni caso la tradizione può dirci molto di più della semplice lettura storica. È quindi giusto dare alla Tradizione (che merita quindi la T maiuscola) un doveroso rilievo: fatto che non si oppone al severo giudizio di Gesù sulle tradizioni (plurale) derivanti da spinte identitarie e conservatrici (Mt 15,1-20; Mc 7,1-13).

Pluralismo.  Si parla di pluralismo quando, di fronte a una pluralità o molteplicità fattuale, non si esclude il riferimento a un polo di unità. Il pluralismo è qualcosa di diverso dal constatare l’esistenza di una pluralità. Nel caso delle religioni è giusto parlare di pluralismo – e non di semplice pluralità – là dove ci si può appellare all’unicità di Dio. Allora sorge una domanda perché un Dio solo e tante religioni? “La molteplicità delle religioni si presenta come un mistero per il cristiano che cerca di decifrare il disegno salvifico di Dio. L’incontro di Assisi ci spinge a passare da una riflessione sulla salvezza a una riflessione sul significato della diversità delle religioni.” (card. Etchegaray, Il Regno – attualità 10/2011, pag. 347). L’interrogazione sul perché ci sono tante religioni e un Dio solo non è un problema storico ma teologico. Si possono dare due ambiti alternativi di risposta. Un primo, che può essere esemplificato dal detto del filosofo pagano Simmaco (contemporaneo di S. Ambrogio), afferma che proprio perché la realtà divina è abissale, misteriosa, inafferrabile, non si può avere una sola via per giungervi: questa via sarebbe palese, manifesta, quindi non compatibile col mistero divino. Il fatto che esistano molteplici vie è garanzia dell’esistenza di un Dio trascendente e abissale.

La rivelazione cristiana.  L’altra risposta può arrivare quando ci sia un Dio rivelato, che si è manifestato nella storia, dentro la parzialità che la caratterizza. Può rivelarsi attraverso la voce (es: ascolta, Israele), o più pienamente come Logos che si è fatto carne nella storia, oltre che come sapienza originaria. Il rapporto tra queste due forme del Logos si riflette in maniera diretta sul modo con cui l’evangelo si raffronta con le culture del mondo: è il problema dell’inculturazione e della evangelizzazione. Nell’attuale pontificato si nota un grande sforzo per coniugare insieme i due discorsi puntando soprattutto sulla razionalità del Logos, ma ciò depotenzia la centralità attribuita all’annuncio evangelico (o per usare un linguaggio più teologico al kerygma). Un modo fondamentale per affermare la storicità e parzialità dell’ambiente in cui è sorta la fede in Gesù Cristo è il tema del Regno (dei cieli o di Dio). Si tratta di un tema che viene posto nelle scritture come germe, in attesa di un compimento che non è ancora giunto alla sua pienezza escatologica. Pertanto è da ritenersi che il pluralismo delle religioni, pensato e vissuto all’interno della tradizione cristiana, vada posto in questa prospettiva escatologica.

…alla fine Dio sarà tutto in tutti.  (1 Cor 15,28). Questa affermazione paolina non implica un ritorno all’origine. Ogni uomo è caratterizzato da parzialità, e la parte contiene paradossalmente quanto infinitamente la trascende: Dio sarà tutto in tutti, un plurale che comprende ciascuno dei salvati. Se Paolo avesse voluto indicare il ritorno all’origine, avrebbe indicato: tutti saranno nel tutto. La frase paolina comporta invece che la storia non è un passaggio indifferente: la molteplicità che ha prodotto non verrà annullata. C’è un avvenire nel quale il pluralismo viene salvato. Sono considerazioni ovviamente di grande importanza, che ci spingono a impegnarci nella storia per il miglioramento dell’umanità (pace, giustizia, salvaguardia del creato) e nel dialogo interreligioso, evitando forme di proselitismo ormai superate. L’apertura conciliare alle altre religioni, ricordata all’inizio, è da considerare pienamente in linea con la Tradizione cattolica: è semmai una correzione di orientamenti non più consoni alla realtà odierna.

*tratto dalla relazione dal titolo: L’attesa del regno nell’oggi del pluralismo religioso, alla settimana estiva di Motta 2011.

Per riflettere:

-ruolo della tradizione;

-riguarda anche il futuro;

-si può modificare ma entro il paradigma;

-il commento fa parte della tradizione;

-consapevolezza storica fa parte di una fede adulta;

-pluralismo differisce da pluralità;

-significato della diversità delle religioni;

-la risposta di Simmaco e quella cristiana;

-puntando sulla razionalità del Logos si depotenzia il kerygma;

-inculturazione ed evangelizzazione;

-tema del Regno, posto come germe in attesa di compimento;

-nella prospettiva escatologica è salvato il pluralismo;

-le aperture conciliari alle altre religioni sono in linea con la Tradizione.

 

 

luglio 29, 2011

Brianze ecumeniche

schede didattico-divulgative di impronta pluralista e critica, ad uso di educatori e operatori,  su temi riguardanti ecumenismo, dialogo interreligioso, pace, giustizia, ambiente

luglio 11, 2011

SPIRITO, IDEOLOGIA E LAICITÀ

CONFRONTO TRA DUE MODI DIVERSI DI INTENDERE LA LAICITÀ

di PIERO STEFANI*

Due personalità.  Nel 2011, in modi e forme diverse, è cresciuta l’attenzione riservata a due personalità le quali, pur assai differenti tra loro, sono accomunate dalla volontà di affrontare problemi in larga misura uguali, a cui, peraltro, danno risposte radicalmente diverse. Si tratta della filosofa Roberta De Monticelli e del card. Angelo Scola. La prima è autrice di un libro, La questione morale (Raffaello Cortina, Milano 2010) che continua a suscitare vasto interesse; il secondo è stato nominato in questi giorni arcivescovo di Milano (cfr. pensiero n. 343). Le circostanze invitano a riandare indietro di qualche anno e a confrontare tra loro due testi, rispettivamente di De Monticelli (Sullo spirito e l’ideologia. Lettera ai cristiani, Baldini e Castoldi, Milano 2007) e di Scola (Una nuova laicità, Marsilio, Venezia 2007; si veda anche il precedente confronto in Il Regno-Attualità 16,2007, p. 554), attestanti una polarità che, al di là delle due trattazioni specifiche, caratterizzeranno la vita della futura diocesi milanese (e non solo). I due libri sono molti diversi per intenti, stili e orientamenti. Se li si accosta è soprattutto per il fatto che entrambi – pur nella varietà degli argomenti trattati – si confrontano, in buona sostanza, con un nucleo centrale riassumibile con queste parole: «il mix religione e politica sarà il tema dei prossimi cinquant’anni» (M. Burleigh) (cit. in Una nuova laicità, p. 10). Infatti sia l’ormai ex Patriarca di Venezia sia la filosofa dell’Università S. Raffaele si misurano, da prospettive divergenti, con il problema del confronto religione – laicità così come si prospetta all’interno di società plurali. Scola lo fa raccogliendo, su invito dell’editore, una serie di suoi interventi pubblici che trattano di laicità, bioetica, scuola, beni culturali, ambiente ecc. Dal canto suo De Monticelli ha scelto di dare al proprio scritto (mosso, in gran parte, dalle vicende legate al caso Welby) la forma di lettera scritta a imprecisati amici cristiani. Si potrebbe sostenere che in un caso abbiamo un vescovo che vuole offrire alla civitas le proprie argomentate considerazioni, mentre, nell’altro, ci si trova davanti a una pensatrice che si rivolge ai credenti per ragionare con loro della fede e delle conseguenze che da essa derivano – o al contrario non dovrebbero derivare – rispetto alla convivenza comune.

 

In De Monticelli  ‘spirito’ e ‘ideologia’ si presentano come dimensioni drasticamente alternative. Per lei valutare la propensione tipica di un certo cattolicesimo contemporaneo di presentarsi come garante collettivo dei valori pubblici, equivale a domandarsi quali fattori abbiano trasformato lo ‘spirito’ in ‘ideologia’. La risposta è netta: è la scelta di nominare falsamente (più che invano) il nome di Dio, vale a dire l’opzione volta a renderlo un idolo. Detto in altri termini, è la volontà di applicare alla fede in Dio il detto di Tucidide secondo cui: «Degli dei crediamo, e degli uomini sappiamo, che dominano ovunque possono» (Sullo spirito…, p. 144). Per comprendere meglio questa posizione occorre tener conto della genealogia che si trova alle spalle di questo processo di ideologizzazione della fede. Per ricorrere a una terminologia non esplicitamente impiegata dal testo, l’analisi potrebbe essere riassunta lungo questa pista: il processo che ha aperto le porte a una versione ideologica della fede consiste, da un lato, nell’aver ricondotto tutto al piano dell’ethos e, dall’altro, nell’aver reso questa scelta un modo per abitare nel mondo esercitando la pretesa di ammaestrarlo.

 

L’ideologia  comporta la decisione di parlare un linguaggio mondano in nome della fede, perciò essa ha la necessità sia di “entificare” il riferimento a Dio («Che Dio sia un ente, lo credono soltanto i peccatori» Eckhart, cit in Ib., p. 50) sia di appellarsi in maniera determinante all’autorità anche quando ci si muove all’interno di un supposto linguaggio comune. Questo caso risulta palese nel riferimento alla legge naturale la quale dovrebbe, per definizione, essere di tutti e che invece viene prospettata tale solo in quanto garantita dal magistero. Una parte dell’attività di quest’ultimo consiste, perciò, nella volontà di definire, in proprio, la ragione. Appunto su questo terreno sorge però una dicotomia tra quanto si denuncia e quel che si afferma: «Vorrei solo fare una domanda: se la ragione non illuminata dalla fede è così malridotta, così strumentale, tecnica, storicista, scientista e nichilista, come farà a vederli questi “principi antropologici ed etici”?» (Ib., p. 38). Per replicare all’ideologia occorre, quindi, contrastare la pretesa che la fede abiti il mondo nella sua qualità di collante sociale: «il Cristianesimo non è una religio, un legame, ma il suo contrario: è la vita dello spirito, ove, soltanto, è libertà» (M. Vannini, cit. in Ib., 137).

Anche Scola  vuole rispondere al prospettato e inquietante mix tra religione e politica (e aggiungiamo ethos); lo fa però per una via molto diversa dalla precedente. Alla base delle linee da lui prospettate ci sono alcuni convincimenti di fondo. A volte essi emergono palesemente alla superficie, altre volte operano dall’interno e si rifrangano sulle argomentazioni senza essere apertamente enunciati. I principali tra essi sono: il fatto che la caratteristica saliente della verità cristiana è di essere legata alla persona di Gesù, il che implica che i credenti imbocchino la via della testimonianza; la storia come realtà guidata da Dio verso un fine salvifico; l’inaccettabilità e l’anacronismo della contrapposizione (di ascendenza barthiana) tra religione e fede e quindi l’integrale recupero sia del nesso fede-cultura, sia della valenza positiva del naturale anelito umano aperto verso Dio senza pregiudicare con ciò l’integrale libertà umana. Accanto a questi grandi temi teologici, Scola esprime la propria convinzione secondo cui «lo Stato, modernamente inteso, è chiamato a essere una funzione della società civile, a sua volta formata da persone che vivono rapporti vicendevoli nei cosiddetti corpi intermedi, il primo dei quali è la famiglia» (Una nuova laicità, p. 28). Dall’intreccio di questi fattori nasce la possibilità di dar corso a una «sana laicità» (Ib., p. 16) la quale deve «consentire a me credente di operare nella convinzione che Dio regge ultimamente la storia, con decisive implicazioni sul vivere civile, e deve riconoscere pari diritti e doveri a chi nega questa ipotesi con tutte le fibre del suo essere» (Ib., 21). Una delle più qualificanti ricadute per il credente di questa impostazione sta nel fatto che, in virtù del quadro prima descritto, la testimonianza possa estrinsecarsi, oltre che nella dimensione alta del martirio (cfr, Ib., pp. 62-64; 161), anche in quella più orizzontale della proposta (cfr. Ib. p. 22), ambito, quest’ultimo, certo rispettoso della libertà altrui, ma anche indirizzato a esprimere convincimenti volti a incidere in modo diretto sulla società civile.

 

Integrismo.  L’espressione più riassuntiva del pensiero espresso dal card. Scola pare riassumibile sotto l’etichetta di «sana laicità» (più che «nuova»); frase in cui l’aggettivo prevale sul sostantivo in quanto la funzione di “ufficiale medico” è appannaggio di chi è in grado di testimoniare Cristo e, con ciò stesso, di additare agli altri la sola via in grado di raggiungere la pienezza dell’umano. Per esprimerci in termini forti, la «sana laicità» garantisce uguaglianza formale e rispetto tra tutti i membri della società, ma nega, in senso qualitativo, la pari dignità umana a chi vive secondo un’etica priva di Cristo. Questa visione antropologica – in definitiva integrista – ha come sua inevitabile ricaduta il convincimento stando al quale, per itinerari simmetrici, sia la fede sia la morale restano spaesate se non sono ricondotte nell’alveo della religione. Ha scritto di recente Angelo Scola: «Senza nulla perdere del suo valore universale, anzi confermandolo, la moralità acquista nel cristianesimo la consapevolezza che il senso del bene antropologico e morale ha nella relazione il luogo privilegiato della sua genesi. La centralità del rapporto con la persona umano-divina di Gesù mostra così in modo unico ed esemplare l’universalità personalista ovvero il personalismo universalista dell’esperienza morale» (A. Cavarero, A. Scola, Non uccidere, il Mulino, Bologna 2011, p.28).

*Il pensiero della settimana n. 347  http://pierostefani.myblog.it/archive/2011/07/01/347-spirito-ideologia-e-laicita.html

 

 

 

giugno 30, 2011

ROCCIA O FARFALLA?

STRUTTURE FONDAMENTALI DELLA MORALE

Dall’incontro del 9-6-2011 col prof. don Cataldo Zuccaro al Meic di Lecco sul tema: “La coscienza morale: occasione e responsabilita”.

 

La relazione introduttiva è stata articolata su questi punti:

1) un cenno schematico al contesto culturale contemporaneo;

2) cos’è, come funziona la coscienza morale, quali sono le principali attenzioni etiche;

3) pericoli e importanza della coscienza oggi;

4) coscienza cristiana come mediazione all’interno della complessità della storia (non è mai bianco o nero, ma sempre con sfumature intermedie).

1) L’ATTUALE CONTESTO dalla cultura post moderna è caratterizzato dalla polverizzazione dell’orizzonte metafisico (valeva fino a Kant). Oggi prevale l’individualismo e c’è il pericolo della assolutizzazione dei punti di vista parziali. È facile sentire frasi come: davanti alla mia coscienza non ho nulla da rimproverarmi; non devo fare i conti con nessuno; la mia libertà finisce dove comincia la tua. Si capisce come la coscienza morale non sia più spazio di ricerca della verità, ma l’affermazione di una libertà individuale, senza relazione con l’altro. Diventa difficile la comunicazione. La tolleranza può diventare un equivoco: in realtà è spesso indifferenza all’altro. C’è una crisi evidente nella ricerca della verità, sostituita invece dalla ricerca del consenso. Una branca delle neuroscienze, di stampo riduzionista, afferma che tutto va ridotto alla biologia; l’uomo non è altro che la risultante di cellule e neuroni, e parlare di coscienza è soltanto un inganno.

2) PER DEFINIRE COS’È LA COSCIENZA si può ricordare i cani pastori abruzzesi (bianchi col pelo lungo): stanno accovacciati e sembra che dormano. Ma se intravedono qualcuno che possa costituire un pericolo per il gregge, aggrediscono e sono disposti a tutto. La coscienza è come il pastore abruzzese, interviene quando c’è qualcosa che ci tocca nel profondo. Non è mai esercizio al tavolino, ma sempre risposta a una istanza esterna. Basterebbe questa osservazione per andare oltre al concetto individualista di persona che prevale oggi. Un secondo aspetto della coscienza può ancora essere indicato con un’immagine rurale: la vigna che “piange” quando è potata. Ogni decisione di coscienza è sempre un taglio. Decidere è anche recidere, e comporta spesso un sacrificio che può forgiare la nostra identità, così come la forma contorta di certe viti potate per anni. Una terza caratteristica è che ogni decisione di coscienza riguarda un valore e coinvolge la persona che decide. Decidere è decidersi: come costruire la propria identità morale, buona o cattiva.

Gli altri.  A un’ultima caratteristica di solito si pensa poco: il decidere è sempre anche decidere per gli altri. Se ogni decisione mi cambia, cambia anche gli altri. Basta ricordare l’episodio biblico di Bersabea per capire quante persone ha coinvolto la decisione del re Davide, moralmente riprovevole, di conquistarla sbarazzandosi del marito. Il filosofo Maurice Blondel diceva che è una strana illusione pensare che si possa farsi del male senza farne a nessun altro. Se si opera male si nuoce agli altri, mentre, viceversa, facendo bene le cose si compie un servizio pubblico. Infine, in ciò che facciamo c’è sempre ciò che facciamo fare. Per inciso, tutto ciò è significativo contro la pretesa di poter distinguere vita pubblica e vita privata.

3) PERICOLI DELLA DECISIONE DI COSCIENZA. Un primo pericolo può essere chiamato quello della coscienza vuota, nel senso che il giudizio relativo alla decisione da prendere, non proviene dallo sforzo di conoscere e discernere la verità della situazione che si deve giudicare: la persona non si informa, ma rimane prigioniera del pregiudizio soggettivo di non aver bisogno di niente o di nessuno per poter determinare il giudizio. È il caso, assai frequente, del relativismo etico. Ancor più preoccupante, specie nella chiesa, è la coscienza delegante: che si affida cioè acriticamente a decisioni esterne. Alla radice c’è la domanda medievale di Occam: dobbiamo fare il bene perché lo dice Dio o Dio dice di fare certe cose perché sono buone? La prima risposta è un esempio di coscienza delegante, anche se si tratta di Dio; tanto peggio se si trattasse di delegare a uomini. All’origine della delega c’è l’ansia della sicurezza: affidandosi ad altri si ritiene più facile non sbagliare che non mettendosi alla ricerca della verità. In realtà esiste una solitudine fondamentale della coscienza, secondo la quale, dopo che la persona si è informata, la decisione deve essere presa in solitudine dalla propria coscienza: una decisione insostituibile, come l’amore o la morte.

Mediazione della coscienza.  Tra le decisioni di coscienza c’è la fede: non può essere delegata né imposta, ma deve essere presa nell’assoluta libertà di coscienza. Altrimenti si rischia il fondamentalismo, quando la fede è accolta senza la mediazione della coscienza: qualcosa di inumano. Si avrebbe una fede “gnostica”, che non dà spazio alla razionalità: anche la verità di Dio deve essere sempre mediata dalla ragione per essere umana. Dopo l’adesione della coscienza alla fede c’è il discepolato: si impara gradualmente mettendosi alla scuola del maestro (Gesù per i cristiani). Ma tra i discepoli di Gesù ci sono state enormi differenze, più di quante ce ne fossero rispetto ai pagani. Il discepolato quindi non è semplice imitazione del maestro, ma l’apprendimento di principi e metodi, mediati dalla ragione e dalla propria coscienza. Anche nelle arti lo spirito del maestro non viene tradito dai discepoli ma interpretato.

4) L’ULTIMO PUNTO è più complesso: l’agire morale è sempre sporco. Non nel senso di peccaminoso, ma nel senso che la coscienza umana è condizionata dai tanti fattori della storia. Non è semplice come l’istinto animale o immediato come l’applicazione di un software. Tutto ciò è aggravato anche dal fatto che nel mondo esiste il peccato, il quale si manifesta attraverso strutture storiche obiettivamente peccaminose: una certa impostazione dell’economia che costringe all’egoismo, ad es. Si tratta quindi di tendere non al bene ideale, massimo, ma al bene migliore possibile in una determinata situazione, in alternativa al nulla. Questo viene chiamato compromesso etico, anche se il primo termine suona male alle nostre orecchie. Si possono portare due esempi presi da immagini montane: quando si sale nella neve chi fa più fatica è chi sta davanti; quando un tronco è troppo grosso viene spaccato in due gradualmente con i cunei di ferro. Un compromesso etico non è il compromesso con la propria coscienza: questo è il peccato. Etico invece è il compromesso che risponde in coscienza alla ricerca del maggior bene concretamente possibile oggi. Intanto comincio a camminare, perché chi viene dietro di me trovi la strada meno faticosa; intanto pianto il cuneo per alleggerire il peso. Questo agire del compromesso etico a lungo andare renderà superfluo l’altro compromesso. Sono i germi di bene che avremo seminato, di cui parla la Gaudium et spes.

Bibliografia: Cataldo Zuccaro, Roccia o farfalla? La coscienza morale cristiana, ed. AVE, Roma 2008.

Dello stesso Autore articoli sul n.6 2010 e n.2-3 2011 della rivista Coscienza

In montagna

di Mario Rosin s.j.

Su una roccia di montagna

s’è posata leggermente

come piuma una farfalla.

Tremano

ad ogni alito di vento

le sue ali

dai colori iridescenti.

“Resta qui con me

-le mormora la roccia-

Staremo bene insieme:

con me forte ed eterna

diventerai e tu vita

e bellezza mi donerai”.

“Non posso

-sussulta la farfalla-

troppo poche

sono le mie ore di vita

per restare.

Sono nata per volare.

Troppo fragile

è la mia bellezza

per durare.

Sono nata per passare…”.

E con un nuovo tremito di

ali si distacca

volteggia sulla roccia

accarezzandola

con la sua ombra

che danza nel sole.

Poi vola via.

E la roccia rimane

più sola, più spoglia

più triste:

monumento perenne di un bel

sogno svanito.

giugno 25, 2011

L’OLIVA E LE CILIEGE

Filed under: 4) giustizia — brianzecum @ 6:58 am

di  PIERO STEFANI*

Margherita amava la sua terra, ma sapeva bene che la Sicilia era stata benedetta più da Dio (o dagli dèi) che dagli uomini. Per capirlo basta avere occhi e guardarsi un po’ in giro. In ogni angolo si vede qualche opera pubblica lasciata a mezzo e consegnata al degrado. Le speculazioni edilizie private erano invece state portate a compimento. Lo comprova la cementificazione di coste e crinali. La sensazione si rafforza se si hanno orecchi. Da un lato con essi si percepisce la risacca del mare e lo stormire delle fronde; dall’altro, si colgono le mute grida del sangue versato e il sussurro maligno racchiuso dietro le persiane.

Anche se la Sicilia è identificata, sia nella realtà sia nell’immaginario, più con gli agrumi che con gli ulivi, questi ultimi non mancano. Nell’isola esistono da sempre, pure se, a differenza dei carrubi o dei fichi d’India, non hanno ancora trovato un loro Guttuso. Ce ne sono di antichi. L’animo di Margherita la portava più volte a mettere in conto i lati oscuri di quanto la vita può riservare, forse per questo era attratta da quelle piante, simboli ben riconoscibili di una contorta, sofferente vecchiaia. Di persona lei era lungi dall’essere arrivata a quella età; la vedeva comunque ben presente attorno a sé. Era ancora una ragazza malinconica quando, in un suo quaderno, aveva scritto una specie di poesia dedicata agli ulivi. Il testo era perduto da gran tempo e, come succede di norma, Margherita, crescendo, aveva considerato ingenui quei versi. Ricordava solo gli ultimi due: «ora comprendo perché alla loro ombra / per noi sudasti sangue». A quel tempo la figura di Gesù albergava nel suo cuore.

Un giorno di autunno si trovò a camminare in mezzo agli ulivi. Lei, in genere riflessiva, fu preda di un piccolo, irrefrenabile impulso che la spinse a cogliere e mettere in bocca un’oliva acerba. Fu invasa dall’amarezza. Bisogna pensare non all’amaro del caffè, ma a una forza attorcigliante che invade tutto, inizia dal palato ma poi è come se penetrasse in ogni fibra del corpo. Basta mettere in bocca una piccola oliva acerba per avere una sensazione globale e traumatica. È un amaro che amareggia e perdura. Solo allora, mentre cercava affannosamente un po’ d’acqua per sciacquarsi la bocca, capì. Era emerso un pensiero latente. Da un libro di un autore a lei molto caro aveva appreso una leggenda rabbinica. Il racconto forniva una specie di mappa degli abitanti dei sette cieli. I beati erano disposti in ordine gerarchico. Margherita era rimasta impressionata dal fatto che, al di sopra dello stesso messia, si trovassero coloro che avevano avuto la vita amara come un’oliva acerba. Il pensiero che la sventura fosse in se stessa agli occhi di Dio un motivo sufficiente per essere salvi la commosse.

Da allora, negli strati profondi della sua psiche, quel passo aveva continuato a operare, fino a indurla ad allungare la mano e aprire la bocca. Il ricordo non fu tale da trasformare l’amarezza in dolcezza; fu però in grado di farla riandare al verso di un salmo. Lo conosceva nella sua bella formulazione latina: «in pace amaritudo mea amarissima». Quelle parole le sembrarono la cifra dell’unica forma di pace che può toccare in sorte ai pensosi. Non si proiettò verso una supposta compensazione celeste; si lasciò piuttosto invadere da una sensazione di pace che nulla aveva da spartire con l’esuberanza. Quel momento, contraddistinto dall’ormai precoce allungarsi delle ombre della sera, le parve capace di svelarle un senso irrinunciabile del vivere.

Passarono vari anni. Anche la stagione era diversa. Si era sulla soglia dell’estate, il tempo in cui le fioriture della primavera si ritirano davanti al gagliardo avanzare dell’incipiente arsura. Stava sulla terrazza e di fronte a sé si estendeva un mare blu cobalto, lievemente increspato dal vento e sottoposto alle robuste carezze del sole. Sulla tavola campeggiava, trionfante, un piatto di ciliegie mature. Plinio il vecchio parlò del gelso come di pianta sapientissima, in quanto è l’ultima a far spuntare le infiorescenze e la prima a far maturare le sue more. In tal modo, essa si pone al riparo tanto dagli improvvisi ritorni del freddo quanto dall’irrompere dell’arsura o da repentine grandinate estive. Margherita, come molte persone colte della sua terra, amava i classici; conosceva, perciò, quella valutazione che, per suo conto, estendeva alle ciliegie. Anche in questo caso l’albero non è tra i primi a fiorire, mentre i suoi frutti maturano in anticipo rispetto alle albicocche, alle pesche, alle susine, per non parlare delle mele e delle pere. Già nelle settimane di passaggio tra la primavera e l’estate, le ciliegie anticipano dolcezze che altri frutti raggiungeranno solo dopo essere stati esposti a lungo al dardeggiare del sole. A Margherita era possibile avere un rapporto speciale con quei piccoli frutti rosso scuro, perché dietro casa si ergeva un ciliegio forte e rigoglioso. Per lei quei frutti non erano quelli insapori e costosi acquistati in negozio; al contrario essi erano ancora dotati di un gusto tale da confermare il vecchio proverbio stando al quale una ciliegia tira l’altra.

Margherita respirò l’aria salsa, sentì la risacca, guardò lontano verso il blu scintillante del mare e cominciò a essere pervasa dalla dolcezza suscitata in lei dai piccoli globi rossi. I noccioli sul tavolo formavano ormai un piccola corona e le sue dita tendevano ad assumere qualche sfumatura violacea. Le venne in mente un altro detto rabbinico: nel tempo avvenire a ogni uomo sarà chiesto conto dei piaceri leciti che si è rifiutato di godere nella vita. Non si trattava soltanto della gola. Tutti i sensi erano chiamati a raccolta: la vista, l’udito, l’odorato, il gusto; il solo tatto aveva poca voce in capitolo. Margherita vedeva, udiva, annusava e gustava una pace serena.

Nell’Apocalisse si parla di un libro ingoiato dal veggente, dolce come miele alla bocca, ma poi tale da riempire di amarezza le viscere. Avvenne così anche per le ciliegie. La dolcezza si trasformò in inquietudine amara. Perché avvenisse il mutamento, bastò un solo pensiero. Guardò la divina, indifferente bellezza di quel mare e l’immaginazione le fece vedere la superficie dal di sotto. Le migliaia di annegati racchiusi in quella tomba acquatica riebbero gli occhi, ma per loro tutto era buio e salso. Sono bimbi, donne e uomini che non avranno mai più in sorte di gustare una ciliegia. Nella vita di chi pensa il dolce si muta spesso in amaro. Avvenne anche quel giorno.

La Sicilia oggi – disse tra sé – è anche meta non raggiunta per chi è sprofondato nelle acque, luogo di umiliazione per molti di coloro che vi giungono e terra illuminata dai barlumi di umanità espressi da chi si rifiuta, tuttora, di tirar giù la saracinesca posta davanti alla porta dell’accoglienza.

*fonte:  Il pensiero della settimana, n.356   http://pierostefani.myblog.it/archive/2011/06/25/346-l-oliva-e-le-ciliegie.html

giugno 17, 2011

FUKUSHIMA 11 MARZO – PUNTO DI SVOLTA?

Filed under: 5) salvaguardia del creato — brianzecum @ 9:10 PM

ORIGINE E VICENDE DEL NUCLEARE GIAPPONESE

di JOHAN GALTUNG

Abbiamo avuto l’11 settembre; adesso abbiamo anche l’11 marzo, 2011 (ora giapponese 14.46), il disastro triplo maremoto-tsunami-radiazioni.  Ground zero era un oceano zero, e il paese che ha dato al mondo la parola “tsunami” fu colpito da uno alto fino a 41 metri. E c’è stata Fukushima Dai-ichi, una delle 54 centrali elettronucleari del Giappone, con le sue sei unità; sulla spiaggia, a offrirsi alla furia primordiale dello tsunami. Un terribile disastro di proporzioni storiche che faceva appello alla solidarietà locale, nazionale e globale, giunta copiosa da ovunque, dal mondo al suo meglio. Perfino 260 carcerati di una prigione giapponese raccolsero 3 milioni di yen per aiutare le vittime; un caso fra milioni.

La gestione del disastro  è in corso e lo rimarrà per mesi, anni a venire, in Giappone, ma in modo frammentato, per parti selezionate della crisi. Il danno da radiazioni è e sarà sottovalutato per i lavoratori – di ceto molto basso, in quell’area depressa – colpiti, morenti, morti – ma ne sentiremo parlare poco, e mancheranno pure le compensazioni. Magari riferiranno del livello di radiazioni esterno, della pelle, ma non quello fisico interno, relativo ai danni da ingestione. Le élite dello Stato-Capitale-Intelligentsia che identificano quasi il mantra “sicuro-pulito-economico” con il “nucleare” difficilmente cambieranno il proprio discorso. Evidentemente né sicuro né pulito; e in quanto all’economico?

Vediamo un po’ in dettaglio.  Shukan Kinyobi, (La Settimana al Venerdì) – non un cocco dell’élite di Stato-Capitale-Intelligentsia – riferisce che l’energia nucleare aggiunge un 28-29% superfluo all’offerta energetica potenziale data l’effettiva richiesta del Giappone. Che può essere soddisfatta dalle centrali a carbone-petrolio e idroelettriche, senza contare le fonti rinnovabili (moltissime case utilizzano l’energia solare); la curva della domanda – addirittura in appiattimento negli ultimi anni – sta ben dentro tale tipo d’offerta. Eppure le hanno costruite, a partire dal 1964, e molte sulla spiaggia. Stupidi? No, peggio: probabilmente per un’analisi razionale costi-benefici e la relativa accettazione di alti rischi a bassa probabilità, contro grossi benefici ad alta probabilità.

Quali erano questi benefici  in un paese noto per l’ “allergia nucleare” dopo Hiroshima-Nagasaki, e ora preda di una Fukushima anche peggiore di Hiroshima?  Hiroshima faceva parte di uno scenario di guerra – superfluo data la capitolazione de facto del Giappone – dove si può incolpare l’altro versante e il Giappone diventa vittima, sviando l’attenzione ogni 6 agosto dal Giappone carnefice, particolarmente in Corea-Cina. Ma Fukushima con le sue conseguenze è per lo più opera dei giapponesi. Cominciò con il discorso di Eisenhower del 1953 sugli Atomi per la Pace, e il massiccio programma omonimo varato nel 1955. La “conversione” del Giappone al nuclearismo nel 1964 creò una valanga di critiche, alcune delle quali molto ben informate, che mettevano in guardia sui rischi. Allora, quali furono i benefici, per il Giappone, e/o per gli USA?

Un beneficio è sociale: a causa della segretezza che circonda il nuclearismo e il pericolo che possa cadere nelle mani sbagliate, non solo esso si basa su una stretta cooperazione di Stato-Capitale-Intelligentsia, ma innalza tale triangolo ferreo a trinità analoga a Corona-Signori-Clero innanzi ai cittadini, legittimando la loro esenzione dal controllo democratico in quanto latori del potere ultimo.  Il che è particolarmente adatto alle élite giapponesi data la loro storia recente.

Un beneficio è la “cooperazione economica USA-Giappone – virgolettata perché i vantaggi non sono equivalenti ai rischi – con General Electric-Westinghouse tra i principali costruttori dei reattori (come per quattro dei sei alla Fukushima Dai-ichi). Dopo il disastro di Three Mile Island nel 1979 tali aziende persero il mercato USA, ma Fukushima fu costruita nel periodo 1974-78. General Electric si offre di ricostruire Fukushima.

Un beneficio può essere la “cooperazione militare”: l’eventuale “Programma di armi segrete nell’ambito della centrale di Fukushima?” secondo Yoichi Shimatsu di New America Media (http://tinyurl.com/3c9tw7z).  L’unità # 3 funzionava a base di plutonio, “il materiale per le testate nucleari più piccole e più facili da mandare a destinazione”, e l’unità # 4 era forse usata per arricchire l’uranio. “Nel 2009, l’International Atomic Energy Agency (IAEA) emise un timido ammonimento sulla spinta accentuata del Giappone a una bomba nucleare – e prontamente non ne fece nulla”. Al vice-ministro per gli affari esteri del ministero dell’Economia, del Commercio e dell’Industria (METI), professor Hideichi Okada, è stato chiesto al convegno di St. Gallen il 13 maggio u.s. se avrebbe preso in considerazione di invitare la IAEA per un’ispezione al sito al fine di sgombrare il Giappone da ogni sospetto del genere, ma non c’è stata risposta.

E un beneficio è certamente la “cooperazione politica”. L’Asahi Shimbun riferiva il 21.04.11 che dopo l’11 marzo il governo USA ha richiesto lo stazionamento di un loro funzionario nell’ufficio del primo ministro, che alla fine ha accettato. Questo ovviamente per la gestione della crisi, e più specificamente per la gestione della comunicazione, dati tutti i temi critici di cui sopra. Il che sa di occupazione de facto del Giappone. Una fonte superflua d’energia fatta passare mediante i “Sussidi in Giappone per zittire i nemici nucleari” – Int’l Herald Tribune 31.05.11, “Lo stato atomico”, Der Spiegel #21/2011 – sotto nubi di radioattività e di densi sospetti serve come campanello d’allarme a quello del riscaldamento globale.  Dalla Germania viene non solo un NO all’energia nucleare, da terminare nel 2022 – con un ripensamento della Cina, probabilmente anche del n° 1 USA, il n° 2 Francia e il n° 3 Giappone negli impianti nucleari – ma un SI’ all’Energia Verde, con la Cina come n° 1, la Germania n° 2 e gli USA n° 3 nei relativi investimenti, ma il Giappone solo all’11° posto.

Ma un più profondo campanello d’allarme  si sentirà sempre più nella vibrante società civile giapponese, che gradualmente comporterà un mutamento nelle relazioni USA-Giappone. La penetrazione economico-militare-politica, e l’umiliazione non passeranno inosservate. Il corpo politico giapponese potrà anche essere lento a percepire le forze autonome oltre il controllo di Tokyo – del primo ministro, del METI e della TEPCO, l’azienda energetica. Ma ci arriverà; quando qualcuno supererà la polarizzazione guidando il Giappone sia verso una comunità est-asiatica, sia mantenendo buone relazioni con gli USA mentre il Sistema di Sicurezza USA-Giappone sta gradualmente diventando marginale.

06.06.11 – TRANSCEND Media Service

Titolo originale: Fukushima 3/11 – A Turning Point?http://www.transcend.org/tms/2011/06/fukushima-311-a-turning-point/   (Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis)

Fonte: http://serenoregis.org/2011/06/fukushima-11-marzo-%E2%80%93-punto-di-svolta-johan-galtung/

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