Brianzecum

febbraio 11, 2012

SALVIAMOCI CON IL PIANETA TERRA

VERSO RIO + 20       APPELLO DI ALEX ZANOTELLI

E’ incredibile notare quanto in questo paese, si parli di banche, borsa, finanza e quanto poco di ambiente. Il governo Monti è tutto proteso sulla crescita dimenticando che il Pianeta Terra non ci sopporta più. E’ inconcepibile il silenzio che ha circondato la Conferenza sull’Ambiente di Durban (Sudafrica) tenutasi lo scorso dicembre. Silenzio prima, durante e dopo quell’importante vertice. “Gli abitanti di questo Pianeta – ha detto giustamente a Durban il noto politologo Noam Chomsky – sono affetti da un qualche tipo di follia letale.”

Sembra quasi che il problema del surriscaldamento che è stato al centro delle trattative a Durban, non lo si vuole affrontare in pubblico dibattito. E’ un tabù! Eppure è il problema più grave che ci attanaglia tutti: il Pianeta Terra non ce la fa più con Homo sapiens. Giustamente il teologo australiano Paul Collins ha scritto nel suo recente libro Judgment Day: “Ritengo che la generazione che va dalla Seconda Guerra Mondiale ad oggi sarà tra le generazioni più maledetta della storia umana: mai prima di oggi esseri umani hanno talmente degradato e danneggiato il Pianeta Terra.”

Eppure questa gravissima crisi ecologica sembra quasi che non ci tocchi, non ci interroghi, non ci preoccupi. Dopo la Conferenza dell’Onu di Rio del 1992 (il Vertice della Terra) che aveva suscitato così tante speranze, l’umanità non ha fatto altro che ignorare o sottovalutare il dramma ecologico. Abbiamo perfino lasciato decadere, quest’anno, il Trattato di Kyoto. La comunità scientifica mondiale, che si esprime tramite l’IPCC, ha continuato ad ammonire tutti che la situazione va peggiorando. Tutti i tentativi fatti per arrivare ad un accordo sia a Copenhagen (2009), come a Cancun (2010) e a Durban (2011) sono falliti. “Questa conferenza di Durban – ha scritto Giuseppe De Marzo, presente al vertice – finisce senza accordi vincolanti e una volta scaduto Kyoto niente potrà sostituirlo, stando così le cose. Dovremo aspettare il 2015 o addirittura il 2020.”

Ma non abbiamo dieci anni a disposizione per salvarci! La comunità scientifica ritiene che la temperatura potrebbe salire di 3-4°C entro la fine del secolo. Per evitare tale disastro dobbiamo tagliare l’80% delle emissioni di gas serra entro il 2050. Purtroppo i governi sono oggi prigionieri dei potentati economico-finanziari, come dei potentati agro-industriali che traggono enormi profitti da questo sistema. La finanza poi, che è il vero governo mondiale, vuole guadagnare anche sulla crisi ecologica con la cosiddetta green economy, l’economia verde. E’ la finanziarizzazione anche della crisi ecologica.

“Che dobbiamo fare?” è la domanda che ci viene spesso rivolta.

Dobbiamo prima di tutto rimettere in discussione il nostro modello di sviluppo e il nostro stile di vita che costituiscono la causa fondamentale del disastro ecologico. Secondo, dobbiamo informare più che possiamo utilizzando tutti i mezzi perché la gente prenda coscienza della gravità della crisi ecologica. Mi appello anche ai sacerdoti perché nelle chiese parlino di tutto questo: è un problema etico morale e teologico. Terzo, dobbiamo impegnarci a tutti i livelli: a livello personale e familiare con uno stile di vita più sobrio, riducendo la dipendenza dal petrolio e potenziando il solare, e a livello locale (Comuni) con il reciclaggio totale dei rifiuti opponendoci all’inceneritore. A livello nazionale con un bilancio energetico (mai fatto in Italia!) che riduca del 30% le emissioni di gas serra entro il 2020. E a livello mondiale con la costituzione di un Fondo per aiutare i paesi impoveriti a far fronte ai cambiamenti climatici (sarà l’Africa a pagarne di più le conseguenze!). Questo lo potremo ottenere tassando le transazioni finanziarie dello 0,05% (la cosiddetta Tobin tax). Sempre a livello planetario con il riconoscimento non solo dei diritti dell’uomo ma anche dei diritti della Madre Terra come ha fatto l’Ecuador.

E’ questa la maniera migliore per prepararci alla grande conferenza che l’Onu ha indetto a Rio de Janeiro dal 18 al 23 giugno prossimo.

Con RIGAS (Rete Italiana per la Giustizia Ambientale e Sociale) chiediamo ai rappresentanti di tutte le associazioni, comitati, reti, comunità cristiane che operano in difesa dell’ambiente di ritrovarsi a Roma il 17 febbraio alle ore 15 al Teatro Valle.

Uniamoci per assicurare che Rio + 20 diventi una grande mobilitazione popolare in grado di fronteggiare la grave crisi ecologica. La speranza viene dal basso, dalla cittadinanza attiva. Come ce l’abbiamo fatta per l’acqua, dobbiamo farcela per salvare il Pianeta.

Diamoci da fare perché vinca la vita di tutti gli esseri umani insieme con il Pianeta Terra. E’ un unico impegno: salvare la Vita!

Alex Zanotelli                                                                                                                                                Napoli, 9/2/2012

febbraio 6, 2012

GIORNATA PER LA VITA

RIFLETTERE SU VALORI E SIGNIFICATI DELLA VITA OGGI

Di Don Giorgio De Capitani*

Una giornata  istituita dalla Chiesa italiana nel 1979, con un intento almeno inizialmente ben preciso: quello di combattere l’aborto, e successivamente l’eutanasia. In altre parole, la giornata è sempre stata caratterizzata da una visuale molto ristretta della vita, nel suo nascere e nel suo morire. Penso che ci sia ben altro: se la vita è come un arco, va oltre i due punti su cui l’arco si appoggia: da dove esso parte e dove si conclude. Un arco che, corto o grande che sia, comprende in poche parole tutta l’esistenza umana che, se è vero che ha un inizio e una fine, è ancor più vero che tra l’inizio e la fine c’è tutto il nostro vivere. Come dunque si può dimenticare che la nostra esistenza sta tra la nascita e la morte? Perché preoccuparci allora solo della nascita e della morte? Certo, qualcuno mi dirà: se non nasco, come potrò parlare di una mia esistenza? Vero! Ma non basta farmi nascere a tutti i costi, se poi nessuno si preoccuperà della mia realtà esistenziale.

Sulla morte,  non vorrei annoiarvi ripetendo le mie idee: già il vivere talora è una morte, se poi lo vogliamo prolungare oltre i limiti della natura, questo io chiamerei pazzia, per non dire crimine. Al di fuori del Figlio di Dio, nessuno viene in questo mondo liberamente. Se ci sono, qualcuno senza di me l’ha voluto. Già questo basterebbe per farci riflettere su tante cose. I genitori che non si preoccupano dei figli o li abbandonano al loro destino sono doppiamente colpevoli: sia in quanto genitori-educatori, sia in quanto genitori-genitori. Mi avete dato voi questa esistenza, e poi mi abbandonate? Che genitori siete? Già qui si porrebbe il problema della procreazione, che non è fine a se stessa come dice ancora oggi la Chiesa. Che significa procreare con amore? Se vuoi solo fare sesso, fallo in modo tale da evitare figli! I mezzi ci sono, no? Non osservare ciò che dice la Chiesa sul preservativo! Usalo!

Educare.  Non vorrei cadere anch’io nel rischio di vedere la Giornata per la vita limitatamente al suo inizio e alla sua fine. Il Papa ha scelto un tema che richiama il messaggio del primo dell’anno: “Giovani aperti alla vita”. È vero che di nuovo il Papa cade nel solito difetto di richiamare la gravità dell’aborto e dell’eutanasia, ma, nel messaggio, possiamo anche trovare qualche spunto interessante. Scrive ad esempio: «Educare i giovani a cercare la vera giovinezza, a compierne i desideri, i sogni, le esigenze in modo profondo, è una sfida oggi centrale. Se non si educano i giovani al senso e dunque al rispetto e alla valorizzazione della vita, si finisce per impoverire l’esistenza di tutti, si espone alla deriva la convivenza sociale e si facilita l’emarginazione di chi fa più fatica… Sono molte le situazioni e i problemi sociali a causa dei quali questo dono [della vita] è vilipeso, avvilito, caricato di fardelli spesso duri da sopportare. Educare i giovani alla vita significa offrire esempi, testimonianze e cultura che diano sostegno al desiderio di impegno che in tanti di loro si accende appena trovano adulti disposti a condividerlo. Per educare i giovani alla vita occorrono adulti contenti del dono dell’esistenza, nei quali non prevalga il cinismo, il calcolo o la ricerca del potere, della carriera o del divertimento fine a se stesso…

Senso della vita.  Molti giovani, in ogni genere di situazione umana e sociale, non aspettano altro che un adulto carico di simpatia per la vita che proponga loro senza facili moralismi e senza ipocrisie una strada per sperimentare l’affascinante avventura della vita… Gli anni recenti, segnati dalla crisi economica, hanno evidenziato come sia illusoria e fragile l’idea di un progresso illimitato e a basso costo, specialmente nei campi in cui entra più in gioco il valore della persona. Ci sono curve della storia che incutono in tutti, ma soprattutto nei più giovani, un senso di inquietudine e di smarrimento. Chi ama la vita non nega le difficoltà: si impegna, piuttosto, a educare i giovani a scoprire che cosa rende più aperti al manifestarsi del suo senso, a quella trascendenza a cui tutti anelano, magari a tentoni. Nasce così un atteggiamento di servizio e di dedizione alla vita degli altri che non può non commuovere e stimolare anche gli adulti».

Senso del dovere.  Mentre trascrivevo queste parole del Papa era da poco successo il fattaccio della nave Costa Concordia. Pensavo al comportamento vile del comandante e dei suoi ufficiali, a quanti avevano responsabilità (ad esempio alcune animatrici dei bambini) che, di fronte al pericolo, avevano tradito la loro missione. Ecco: che esempio hanno dato ai nostri giovani? Una volta i gesti eroici servivano ad entusiasmare noi ragazzi. Ora i giovani vivono in una società che ha perso ogni senso del dovere. Sì, ho detto “dovere”. Il dovere purtroppo è stato nel passato così enfatizzato da essere come investito di un alone di eroicità, ma era sbagliato. Dovere è dovere. Un comandante non può abbandonare la nave finché ci sono passeggeri. Se ci rimane, non è un eroe: fa il proprio dovere. Chi l’abbandona, non rinuncia tanto ad essere un eroe, ma tradisce la propria missione.

Ideali.  Sì, oggi si è perso il senso del proprio dovere, e ciò lo vediamo nelle emergenze, quando si tratta di scegliere tra la propria vita e quella degli altri. Sì, ci sono ancora casi eccezionali che, appunto, perché eccezionali vengono presi per atti eroici (come il gesto del batterista che ha ceduto il posto sulla scialuppa ad un bambino), ma ciò che vorrei dire è che l’egoismo, favorito anche da ideologie malsane, ha intaccato anche i nostri ragazzi. Dite quello che volete: il berlusconismo ha tolto il senso del dovere dal cuore della gente e ha inquinato i nostri ragazzi. Ce ne vorrà di tempo prima di parlare di vita in senso pieno. La vita si è svuotata lasciando il posto a pseudo-valori che hanno tolto quegli ideali che danno ali alla vita.

*dalla omelia del 4-2-2012: http://www.dongiorgio.it/scelta.php?id=1815&nome=prima

gennaio 16, 2012

FERMARE I PREPARATIVI DI GUERRA!

Filed under: 3) pace — brianzecum @ 8:45 am

METTERE FINE ALL’EMBARGO! SOLIDARIETÀ CON IL POPOLO IRANIANO E SIRIANO! APPELLO DI INTELLETTUALI

Decine di migliaia di morti, una popolazione traumatizzata, un’infrastruttura largamente distrutta e uno Stato disintegrato: questo il risultato della guerra condotta dagli Usa e dalla Nato per poter saccheggiare la ricchezza della Libia e ricolonizzare questo paese. Ora preparano apertamente la guerra contro l’Iran e la Siria, due paesi strategicamente importanti e ricchi di materie prime che perseguono una politica indipendente, senza sottomettersi al loro diktat. Un attacco della Nato contro la Siria o l’Iran potrebbe provocare un diretto confronto con la Russia e la Cina , con conseguenze inimmaginabili. Con continue minacce di guerra, con lo schieramento di forze militari ai confini dell’Iran e della Siria, nonché con azioni terroristiche e di sabotaggio da parte di ‘unità speciali’ infiltrate, gli Usa e altri Stati della Nato impongono uno stato d’eccezione ai due paesi al fine di fiaccarli. Gli USA e l’UE cercano in modo cinico e disumano di paralizzare puntualmente con l’embargo il commercio estero e le transazioni finanziarie di questi paesi. In modo deliberato vogliono precipitare l’economia dell’Iran e della Siria in una grave crisi, aumentare il numero dei disoccupati e peggiorare drasticamente la situazione degli approvvigionamenti della loro popolazione. Al fine di procurarsi un pretesto per l’intervento militare da tempo pianificato cercano di acutizzare i conflitti etnici e sociali interni e di provocare una guerra civile. A questa politica dell’embargo e delle minacce di guerra contro l’Iran e la Siria collaborano in misura notevole l’Unione europea e il governo italiano.

Facciamo appello a tutti i cittadini, alle chiese, ai partiti, ai sindacati, al movimento pacifista perché si oppongano energicamente a questa politica di guerra.

Chiediamo al governo italiano:

– di revocare senza condizioni e immediatamente le misure di embargo contro l’Iran e la Siria
– di chiarire che non parteciperà in nessun modo a una guerra contro questi Stati e che non consentirà l’uso di siti italiani per un’aggressione da parte degli Usa e della Nato
– di impegnarsi a livello internazionale per porre fine alla politica dei ricatti e delle minacce di guerra contro l’Iran e la Siria.

Il popolo iraniano e siriano hanno il diritto a decidere da soli e in modo sovrano l’organizzazione del loro ordinamento politico e sociale. Il mantenimento della pace richiede che venga rispettato rigorosamente il principio della non-ingerenza negli affari interni di altri Stati.

Domenico Losurdo, Gianni Vattimo, Manlio Dinucci, Vladimiro Giacché, Federico Martino

Venerdì 13 Gennaio,2012 Ore: 18:04

Fonte: http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/noguerra/Appelli_1326474307.htm

gennaio 1, 2012

EDUCARE I GIOVANI ALLA GIUSTIZIA E ALLA PACE

Omelia di don Giorgio De Capitani per capodanno 2012*

Giornata dedicata alla pace.  1 gennaio 1968: Papa Montini, Paolo VI, dedicava per la prima volta al tema della pace l’inizio di un nuovo anno. Iniziava così tutta quella serie di messaggi che impegneranno anche i successori fino ad oggi. Ogni anno un tema diverso. All’inizio del 2012, 45^ Giornata mondiale della Pace, Benedetto XVI ci invita a pensare ai giovani, sul tema: “Educare i giovani alla giustizia e alla pace”. Il messaggio non può essere che stimolante. Il Papa inizia la sua lettera con una domanda: «Con quale atteggiamento guardare al nuovo anno? Nel Salmo 130 troviamo una bellissima immagine. Il Salmista dice che l’uomo di fede attende il Signore “più che le sentinelle l’aurora” (v. 6), lo attende con ferma speranza, perché sa che porterà luce, misericordia, salvezza. Tale attesa nasce dall’esperienza del popolo eletto, il quale riconosce di essere educato da Dio a guardare il mondo nella sua verità e a non lasciarsi abbattere dalle tribolazioni. Vi invito a guardare il 2012 con questo atteggiamento fiducioso. È vero che nell’anno che termina è cresciuto il senso di frustrazione per la crisi che sta assillando la società, il mondo del lavoro e l’economia; una crisi le cui radici sono anzitutto culturali e antropologiche. Sembra quasi che una coltre di oscurità sia scesa sul nostro tempo e non permetta di vedere con chiarezza la luce del giorno. In questa oscurità il cuore dell’uomo non cessa tuttavia di attendere l’aurora di cui parla il Salmista. Tale attesa è particolarmente viva e visibile nei giovani, ed è per questo che il mio pensiero si rivolge a loro considerando il contributo che possono e debbono offrire alla società”.

Verità.  Mi ha colpito quest’ultima osservazione: solitamente noi diciamo che sono gli adulti a preparare un futuro diverso ai giovani, e poi succede che siamo noi adulti a preparare ai giovani il futuro, perciò imponendo loro un avvenire che è ancora “nostro”. Invece il papa invita i giovani a dare il loro contributo, proprio perché il futuro è loro. Casomai a noi adulti spetta il compito di far piazza pulita del marcio per permettere ai giovani di ricostruire, senza dover lavorare in un sistema che brucia già sul nascere ogni bocciòlo. È chiaro che non bisogna lasciarli soli, ma il nostro compito educativo sta nel far capire ai giovani i Valori, senza imporre il nostro punto di vista. Qui sta la nostra difficoltà di adulti. Che cosa significa educare in concreto i giovani alla verità e alla libertà? È un punto chiave del messaggio del Papa. Benedetto XVI risponde: «Sant’Agostino si domandava: “Quid enim fortius desiderat anima quam veritatem? – Che cosa desidera l’uomo più fortemente della verità?”. Il volto umano di una società dipende molto dal contributo dell’educazione a mantenere viva tale insopprimibile domanda. L’educazione, infatti, riguarda la formazione integrale della persona, inclusa la dimensione morale e spirituale dell’essere, in vista del suo fine ultimo e del bene della società di cui è membro. Perciò, per educare alla verità occorre innanzitutto sapere chi è la persona umana, conoscerne la natura. Contemplando la realtà che lo circonda, il Salmista riflette: “Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato, che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi?” (Sal 8,4-5). È questa la domanda fondamentale da porsi: chi è l’uomo? L’uomo è un essere che porta nel cuore una sete di infinito, una sete di verità – non parziale, ma capace di spiegare il senso della vita – perché è stato creato a immagine e somiglianza di Dio. Riconoscere allora con gratitudine la vita come dono inestimabile, conduce a scoprire la propria dignità profonda e l’inviolabilità di ogni persona».

Giustizia.  Il Papa passa poi al tema del messaggio: educare i giovani alla giustizia e alla pace. Anzitutto, educarli alla giustizia. Scrive Benedetto XVI: «Nel nostro mondo, in cui il valore della persona, della sua dignità e dei suoi diritti, al di là delle proclamazioni di intenti, è seriamente minacciato dalla diffusa tendenza a ricorrere esclusivamente ai criteri dell’utilità, del profitto e dell’avere, è importante non separare il concetto di giustizia dalle sue radici trascendenti. La giustizia, infatti, non è una semplice convenzione umana, poiché ciò che è giusto non è originariamente determinato dalla legge positiva, ma dall’identità profonda dell’essere umano. È la visione integrale dell’uomo che permette di non cadere in una concezione contrattualistica della giustizia e di aprire anche per essa l’orizzonte della solidarietà e dell’amore».

Pace.  Ed ecco l’altro tema: educare i giovani alla pace. Citando il Catechismo della Chiesa cattolica, Benedetto XVI scrive: «”La pace non è la semplice assenza di guerra e non può ridursi ad assicurare l’equilibrio delle forze contrastanti. La pace non si può ottenere sulla terra senza la tutela dei beni delle persone, la libera comunicazione tra gli esseri umani, il rispetto della dignità delle persone e dei popoli, l’assidua pratica della fratellanza”». Il Papa commenta: «La pace è frutto della giustizia ed effetto della carità. La pace per tutti nasce dalla giustizia di ciascuno e nessuno può eludere questo impegno essenziale di promuovere la giustizia, secondo le proprie competenze e responsabilità. Invito in particolare i giovani, che hanno sempre viva la tensione verso gli ideali, ad avere la pazienza e la tenacia di ricercare la giustizia e la pace, di coltivare il gusto per ciò che è giusto e vero, anche quando ciò può comportare sacrificio e andare controcorrente». Il Papa continua: «Di fronte alla difficile sfida di percorrere le vie della giustizia e della pace possiamo essere tentati di chiederci, come il Salmista: “Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto?” (Sal 121,1). A tutti, in particolare ai giovani, voglio dire con forza (qui il Papa cita le sue stesse parole durante la veglia ai giovani a Colonia il 20 agosto del 2005): “Non sono le ideologie che salvano il mondo, ma soltanto il volgersi al Dio vivente, che è il nostro creatore, il garante della nostra libertà, il garante di ciò che è veramente buono e vero… il volgersi senza riserve a Dio che è la misura di ciò che è giusto e allo stesso tempo è l’amore eterno. E che cosa mai potrebbe salvarci se non l’amore?”.

L’amore  si compiace della verità, è la forza che rende capaci di impegnarsi per la verità, per la giustizia, per la pace, perché tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta (cfr 1 Cor 13,1-13). Cari giovani, voi siete un dono prezioso per la società. Non lasciatevi prendere dallo scoraggiamento di fronte alle difficoltà e non abbandonatevi a false soluzioni, che spesso si presentano come la via più facile per superare i problemi. Non abbiate paura di impegnarvi, di affrontare la fatica e il sacrificio, di scegliere le vie che richiedono fedeltà e costanza, umiltà e dedizione. Vivete con fiducia la vostra giovinezza e quei profondi desideri che provate di felicità, di verità, di bellezza e di amore vero! Vivete intensamente questa stagione della vita così ricca e piena di entusiasmo. Siate coscienti di essere voi stessi di esempio e di stimolo per gli adulti, e lo sarete quanto più vi sforzate di superare le ingiustizie e la corruzione, quanto più desiderate un futuro migliore e vi impegnate a costruirlo. Siate consapevoli delle vostre potenzialità e non chiudetevi mai in voi stessi, ma sappiate lavorare per un futuro più luminoso per tutti. Non siete mai soli. La Chiesa ha fiducia in voi, vi segue, vi incoraggia e desidera offrirvi quanto ha di più prezioso: la possibilità di alzare gli occhi a Dio, di incontrare Gesù Cristo, Colui che è la giustizia e la pace».

Conclusione.  Un bel messaggio, certamente, ma che bisognerebbe diffondere, tradurlo nel concreto della vita quotidiana: da parte di noi educatori, e da parte soprattutto dei giovani che devono sentirsi protagonisti della rinascita di un mondo nuovo.

*Fonte: http://www.dongiorgio.it/scelta.php?id=1780&nome=omelie

dicembre 7, 2011

VALDESI, LA PROFEZIA DELLA LIBERTÀ*

DALLA SOFFERTA ADESIONE ALLA RIFORMA ALLE TRAVAGLIATE VICENDE DELLE GUERRE DI RELIGIONE. UNA STORIA NON SCRITTA DAI VINCITORI

Dialogo difficile.  Fin dall’origine era balenata nella mente di Valdo e dei suoi seguaci l’idea che la vera successione apostolica non fosse da cercare sul piano giuridico, ma su quello etico. La successione giuridica passa da Pietro e gli apostoli, via via fino alle gerarchie di quel tempo, gravemente compromesse col potere politico e pertanto palesemente corrotte. Quella etica va cercata invece, secondo i principi evangelici, in “chi fa la volontà del Padre”, comportandosi in accordo col vangelo. Se le strutture ecclesiastiche si sono allontanate dal vangelo, i veri successori degli apostoli saranno coloro che si sforzano di applicare integralmente le indicazioni di perfezione contenute nel vangelo, come i valdesi. Da qui si scivola abbastanza rapidamente ad affermare che il papato è ciò che più si oppone al cristianesimo: è l’anticristo. Queste posizioni riemergono qualche secolo dopo, nel ‘500, quando si aprirà in Europa l’età della riforma. Sul versante opposto, quello cattolico, la risposta non era quella tollerante che potrebbe esserci oggi. Essendo la fede alla base della società, anche civile, non si accettava alcun dissenso. Si pensava a qualcosa di simile alle mele marce o, meglio, alla cancrena: qualcosa di molto pericoloso che doveva essere estirpato totalmente al più presto, per evitare che il contagio infettasse l’intero organismo. Per questo era stata istituita l’inquisizione, con i suoi esiti spesso fatali, sul rogo: per indicare platealmente l’esigenza di far scomparire ogni traccia di ciò che potrebbe ulteriormente infettare.

Cuius regio, eius et religio.  Un altro principio che oggi appare incredibile è che ogni monarca poteva imporre la propria religione a tutti i suoi sudditi: chi non abbracciava quella fede doveva andarsene. Quando le confessioni religiose, con la riforma protestante, cominciarono a moltiplicarsi, questo principio divenne fonte di frequenti migrazioni. L’alternativa, seguita spesso anche dai valdesi, era il “nicodemismo”: seguivano esteriormente le pratiche religiose dei cattolici ma senza convinzione, coltivando di nascosto la propria fede valdese. Ciò avveniva grazie all’opera dei “barba”. Nel linguaggio dialettale questo termine indica spesso lo zio non sposato: una figura familiare, non autoritaria e lontana, come sovente appariva quella di un ecclesiastico. I “barba” venivano quasi sempre dalla vita rurale ed erano pertanto privi di istruzione; imparavano a memoria passi evangelici, specie durante l’inverno, per poi, nella stagione buona, recarsi presso contadini e alpigiani a portare la buona novella. Andavano, evangelicamente, a due a due: il più anziano svelava all’altro i segreti del “mestiere”. Venivano mantenuti dalla stessa popolazione rurale, perché poveri. Oltre ad essere poveri non si sposavano ed erano anche sottomessi ai loro capi: in sostanza, se non formalmente, facevano qualcosa di simile ai classici voti monastici di povertà, castità ed obbedienza.

Dispersione e identità.  Rispetto ai primi valdesi del tardo 1100, quelli dei secoli successivi, costretti a nascondere la propria fede e a disperdersi in tutta Europa, compresa l’Italia, mantennero gli elementi originari di predicazione e povertà, ma solo per i barba, i quali peraltro predicavano di nascosto nelle case, non più in pubblico. Inoltre all’originaria uguaglianza si erano sovrapposte forme di gerarchia tra i barba, come appena visto. Le decisioni principali tuttavia venivano prese in assemblee generali dette sinodi, riuniti almeno una volta all’anno. Tutto ciò, unito alle persecuzioni ripetutamente subite, aveva rafforzato il senso di identità valdese e la convinzione di appartenere a un’entità religiosa propria, originale, diversa sia dalla chiesa romana che dagli altri movimenti di dissenso. Il senso identitario si è potuto particolarmente sviluppare per coloro che sono confluiti in luoghi relativamente chiusi come alcune valli tra la Francia e l’attuale Piemonte. Tuttavia non si consideravano ancora una vera e propria chiesa alternativa a quella romana.

Sofferta adesione alla riforma.  Quando nell’Europa centrale si diffuse la riforma di Lutero, Calvino e altri, i valdesi intuirono che era forse la volta buona per rinnovare la chiesa, aderendo alla Riforma. Non mancavano però le remore, legate ad es. alla propria identità e tradizione, che risaliva al periodo medievale, o alla loro vocazione minoritaria, che non aveva riscontro nelle nuove chiese riformate. Sul piano teologico poi molti riformatori – spesso ex chierici cattolici – tendevano a sottovalutare le opere, che invece caratterizzavano la vita di sacrificio di molti barba. In ogni caso le remore vennero superate, i valdesi divennero una confessione riformata, si costruirono i primi templi e i barba si chiamarono pastori, come per gli altri riformati.

Le valli valdesi.  Specialmente dopo il ‘500 molti valdesi si rifugiarono in tre valli al confine tra Italia e Francia: Pellice, Germanasca e Chisone (alle spalle di Pinerolo). Al fattore religioso si aggiunse quello geografico, trattandosi di valli strette e di non facile accesso, con scarse risorse, specie per l’inverno. Tuttavia il ricordo della “terra promessa” agli ebrei veniva spesso evocato: le tre valli (oggi dette valdesi) venivano intese come la terra promessa da Dio al popolo di Valdo – sempre minoritario, se non marginale. In realtà l’aspra conformazione di quelle valli permise ai valdesi di resistere agli attacchi ripetuti di eserciti mandati per sloggiare un territorio dichiarato cattolico dal sovrano di turno. I valdesi erano sostenuti da altre immagini bibliche, come quella del piccolo Davide che, con l’aiuto di Dio, vince sul gigante Golia. Per difendersi abbandonarono talvolta anche la tradizionale non-violenza del loro movimento. La situazione divenne drammatica anche dopo le guerre di religione che sconvolsero l’Europa soprattutto da metà ‘500 a metà ‘600: guerre sanguinosa fra cristiani di diverse correnti! Tra i momenti più tragici si può ricordare il 1686, quando l’armata francese e del ducato di Savoia vinsero la resistenza valdese facendo oltre 2000 morti, 8000 prigionieri, nonché la fuga in pieno inverno attraverso le montagne (per evitare gli eserciti nei fondovalle) fino a Ginevra di altre 2500 persone. Tre anni dopo si ebbe il rientro (poi chiamato il glorioso rimpatrio), altrettanto travagliato, reso possibile dalle mutate situazioni politiche e dagli aiuti di altri paesi riformati. Alla fine si comprese che non era possibile estirpare i valdesi dalle loro valli, vi furono lasciati ma col divieto di uscirne: una specie di ghetto. Un ghetto che non cesserà se non dopo il 1848, con la promulgazione dello Statuto albertino. Con questo veniva finalmente introdotto il principio liberale che la religione è una scelta personale, libera, non un’imposizione del sovrano. Così anche i valdesi italiani poterono gradualmente scendere dalle valli e mischiarsi agli altri, pur restando fedeli alla loro vocazione libertaria di minoranza non legata al potere.

La libertà religiosa,  da loro vigorosamente sostenuta, sarà pienamente recepita dalla chiesa cattolica soltanto col Concilio vaticano II. Con la dichiarazione Dignitatis humanae è stato riconosciuto non solo il principio di tolleranza religiosa (si tollera un male), ma quello di libertà religiosa: il riconoscimento cioè che è da considerarsi un bene che ciascuno possa liberamente effettuare la propria scelta religiosa, eventualmente anche una scelta atea, perché quella è l’esito della sua ricerca di Dio. È una triste constatazione che il principio di libertà, che risale alla originaria novità portata da Cristo, sia stato dimenticato dalla chiesa romana per lunghi secoli e se lo sia ritrovato al di fuori di sé stessa, portato magari da spiriti liberali e anticlericali. I valdesi hanno avuto il merito di custodire questo valore originariamente cristiano, solo di recente riscoperto dalla chiesa romana, grazie all’apertura ecumenica. Sta qui il grande valore profetico del movimento valdese, reso ancor più prezioso dalle loro sofferenze, per ogni chiesa che voglia dirsi ed essere cristiana.

*tratto dalle lezioni del prof. mons. Saverio Xeres al corso di teologia per laici di Lecco 2011-2012

VALDO, UN PROFETA CONTRO L’ERESIA*

CONVERTITO, ABBRACCIÒ UN CRISTIANESIMO RADICALE, SEGUENDO ALLA LETTERA LE INDICAZIONI EVANGELICHE

 

Commistione dei poteri.  Quello valdese è l’unico movimento “ereticale” del medio evo sopravvissuto fino ai nostri giorni. Non era nato con l’intenzione di fondare una nuova chiesa, ma come desiderio di rinnovare il cristianesimo. Si opponeva in particolare alla corruzione dilagante nelle gerarchie ecclesiastiche, conseguente anzitutto alla commistione tra potere religioso e potere civile. Questa commistione, basata sulla convinzione che anche la società civile, come quella religiosa, deve fondarsi sulla fede, era ormai invalsa ovunque, dopo lunghi secoli di cristianità. Superata la svolta del secondo millennio, stava anche affermandosi una nuova classe di borghesi, in prevalenza mercanti e banchieri, da cui risultava la possibilità di fondare la ricchezza non soltanto sul lavoro umano, ma anche grazie all’accumulazione del capitale: un primo embrione dell’attuale capitalismo. Accanto a corruzione e ricchezza della chiesa crescevano ovunque movimenti di contestazione, fondati in prevalenza su principi pauperistici: Valdo in Francia e Francesco in Italia sono i due casi più noti, ma non certo i soli e non soltanto in queste due aree geografiche.

Le informazioni  relative alla conversione e ai primi tempi del movimento di Valdo possono essere ricavate da un numero relativamente alto di fonti storiche. Spesso però si tratta di documenti ecclesiastici scritti a scopo inquisitorio, la cui obiettività lascia a desiderare, utili però per incroci e confronti. Contrariamente a quanto a lungo ripetuto, si può mostrare come, più che a un eretico, siamo di fronte a un profeta, alla ricerca di una vita di santità – ciò che può spiegare la validità e la permanenza del messaggio, nonostante la posizione minoritaria e spesso anche marginale del movimento. Valdo era stato un abile operatore economico, aveva accumulato una consistente ricchezza ed era diventato un “cittadino” eminente di Lione. Nel 1173 ebbe la conversione (indotta, sembra, dal pensiero della morte). Abbracciò un cristianesimo radicale, che considerava come ordini anche i consigli evangelici (povertà, castità…); lasciò alla moglie il patrimonio immobiliare che aveva accumulato, costituì una dote per garantire alle due figlie adolescenti una educazione qualificata e distribuì tutte le restanti ricchezze ai poveri, oltre a coloro che aveva danneggiato con attività usurarie. Così restò completamente povero fino al punto di dover a sua volta mendicare, sotto gli occhi inorriditi dei suoi concittadini. Sia Valdo che la moglie avevano confidenza con l’arcivescovo di Lione, Guichard, un sant’uomo legato all’ambiente riformatore cistercense (che voleva riportare la povertà negli ambienti monastici): così la moglie, che evidentemente gli voleva ancora bene, ottenne che l’arcivescovo impegnasse Valdo a chiedere soltanto a lei questa elemosina ogni volta che si trovasse a Lione.

Sete della Parola.  Non essendo ancora stata inventata la stampa, le Scritture erano allora soltanto in latino, custodite dal clero e praticamente negate alla gente comune. Tra le prime iniziative di Valdo c’è stato l’affidamento a due chierici dietro compenso della traduzione in lingua corrente (provenzale) di molti passi evangelici, biblici e anche patristici (la Tradizione della chiesa). Trascritte in un libro intitolato Sentenze, furono poi lette e rilette da Valdo, fino a impararle a memoria. Attorno a lui cominciarono a raccogliersi i seguaci, disposti, come lui, a condurre una vita di povertà e castità, anche con una predicazione, non tanto dottrinale, quanto prevalentemente di testimonianza: fate come noi. Probabilmente questa testimonianza fu anche utilizzata dai primi valdesi, in accordo con l’arcivescovo, per arginare l’eresia che più preoccupava in quei tempi la chiesa: quella dei catari. Anche questi erano partiti dall’esigenza di povertà nella chiesa, ma giungevano ad eccessi opposti: rifiutando tutto ciò che è materiale o carnale (compresa economia, matrimonio, ecc.): una esaltazione dello spirito e un disprezzo della materia, che allontana dalla realtà umana, come risulta anche dalle stesse Scritture.

L’amicizia con l’arcivescovo Guichard  può anche spiegare la visita di Valdo e dei suoi seguaci al papa Alessandro III nel 1179: la visita si concluse positivamente, col riconoscimento ufficiale del nuovo movimento in ambito cattolico e con un abbraccio che benediva la loro coraggiosa scelta di vita. Guichard infatti era amico del papa e la visita a Roma probabilmente era stata da lui consigliata. Il papa, valente giurista, non poteva però confermare l’autorizzazione alla predicazione, facoltà riservata dalle norme canoniche ai soli chierici. In ogni caso rinviò ogni decisione in proposito al loro arcivescovo, cioè Guichard. Due anni dopo però morirono sia il papa che l’arcivescovo. Il nuovo arcivescovo di Lione, Giovanni Bellemani, annullò subito i decreti riformatori del suo predecessore. Nel 1183 convocò i Valdesi, notificando loro il divieto alla predicazione. Appellandosi alle parole di Gesù: “predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15) e di Pietro: “piuttosto che agli uomini, bisogna obbedire a Dio” (At 5,29), Valdo e i suoi si rifiutarono e vennero espulsi da Lione. Infine l’anno successivo il nuovo papa Lucio III inserì i valdesi nell’elenco dei movimenti da perseguire da parte dell’inquisizione ecclesiastica, elenco nel quale figuravano anche i catari – proprio quelli che i valdesi avevano contribuito ad arginare assieme alla chiesa di Roma!

Funzione profetica.  Ci si può domandare cosa ha spinto il nuovo papa Lucio III ad un provvedimento così radicale e indiscriminato contro i valdesi. Dopotutto il loro desiderio di predicare non era una richiesta peccaminosa né scandalosa. Inoltre vi erano fior di pareri autorevoli a favore della predicazione laicale. Potrebbe essere stata la paura di fronte a un così ampio dissenso, oppure lo spirito bellico: in guerra non si sta a guardare se l’avversario è buono o cattivo, si spara e basta. Sta di fatto che dopo appena un decennio dall’autentica e radicale conversione, Valdo e i suoi furono espulsi dalla chiesa, anche per una serie di circostanze fortuite, legate alle persone incontrate. Ma in questo si può anche ravvisare un disegno provvidenziale, che assegna a questa sparuta minoranza una funzione profetica: quella di richiamare alla fedeltà al vangelo una chiesa che troppo spesso se ne allontana.

*tratto dalle lezioni del prof. mons. Saverio Xeres al corso di teologia per laici di Lecco 2011-2012

novembre 13, 2011

IL VENIR MENO DI UNA “CATTIVA FIDUCIA”

RICOSTRUIRE LA FIDUCIA È ANCOR PIÙ IMPORTANTE DELL’ORDINE NEI CONTI PUBBLICI

di PIERO STEFANI*

Fiducia è una parola varia e radicale. Varia perché si colloca in più contesti. Essa svolge un ruolo decisivo in relazione tanto a se stessi quanto sul piano interpersonale, politico, economico-finanziario e religioso. Radicale perché le spetta, quasi sempre, l’ultima parola, specie sul fronte negativo. Quando scompare la fiducia tutto viene meno. Allora non si possono trovare né palliativi, né sostituti.

Paura.  Talvolta in certi contesti politici ha dominato la repressione, atto in cui la paura – se non il terrore – prende il posto della fiducia. Eppure, per quanto questa fase possa durare a lungo e produrre enormi cumuli di sofferenza, essa non è permanente. La violenza esercitata dal tiranno non equivale a quella di un terremoto. Perché si compia, essa deve passare attraverso persone che, per interesse o convinzioni perverse, mettono in pratica ordini iniqui. Anche queste situazioni però mutano; allora, negli esecutori, scompare la fiducia nei capi. Ciò ha luogo quando si scopre di essere stati ingannati. La disillusione può essere di alto profilo allorché si aprono gli occhi sull’inattendibilità degli ideali per i quali si è combattuto, o può collocarsi a livello inferiore se ci si rende semplicemente conto che non si è più nelle condizioni di trarre i vantaggi sperati. Quando subentra questa fase il sistema crolla. Secondo un detto antico, anche una banda di briganti si dissolve non appena dilaga la sfiducia reciproca.

Inganno.  Al pari della paura, anche l’inganno è in grado di prendere, per un certo tempo, il posto della fiducia. In fin dei conti, esso non è che una fiducia in maschera: funziona solo nella misura in cui è celato. Una volta scoperto, si dissolve come bruma al sole. Quando lascia vedere quel che sta dietro è finita. La foschia diventa però nebbia nel caso in cui l’inganno sia reciproco. Fin che dura questa situazione domina il tornaconto che l’uno lucra alle spalle dell’altro; tuttavia, anche se più lentamente, pure in questi casi, prima o poi, una delle due parti scopre che l’inganno altrui non è più funzionale al proprio vantaggio. Il gioco allora si arresta. Il mercato è, da sempre, uno degli ambiti in cui l’onestà può essere parzialmente supplita da una disonestà reciproca. Tuttavia anche lì, alla fine, qualcuno dirà, con fondamento, che l’ honesty è la miglior politica. Il che, detto per altro verso, significa che le bugie hanno le gambe corte a motivo del fatto che il loro necessario infittirsi (assai più di quanto avvenga per le ciliegie, una bugia tira l’altra) mina, dall’interno, lo scopo originario per cui esse erano state messe in campo. Quando si è sul mercato e si perde fiducia che gli inganni dell’altro possano essere funzionali ai propri vantaggi, il crollo del primo ingannatore diventa certo. La speculazione è, appunto, un terreno retto da questo meccanismo che condivide con il mitico Crono l’abitudine di mangiare i propri figli.

Cattiva fiducia.  Sfiduciato e commissariato, il nostro paese attraversa, sul piano sia internazionale sia interno, una crisi di fiducia senza precedenti. Si trova in queste condizioni perché a lungo ha vissuto in base a una “cattiva fiducia” fondata sulla comune accettazione di un reciproco inganno. Questa situazione spiega perché esista una dilagante sfiducia nelle istituzioni e nella classe politica (che forse non ha ancora del tutto intaccato l’iceberg del Quirinale) da parte di un’opinione pubblica che, in larga misura, condivide lo stile di vita dei suoi governanti. Sì è replicato all’ultimo, tentato inganno dei «ristoranti pieni» affermando che sono tali anche le mense della Caritas. Il che è vero; tuttavia nella situazione attuale, questa constatazione è meno pregnante del fatto che sono proprio i frequentatori dei ristoranti a essersi trasformati nei più sensibili “ripetitori” di una sfiducia che trova la sua origine in potenti “emittenti” internazionali. Stando alle statistiche l’Italia è una terra di famiglie ricche e di Stato indebitato fino al collo. La “cattiva fiducia” legata a questo inganno ha retto per decenni; ora, però, è giunto il tempo in cui ci si è accorti che il benessere privato di molti (che pur non si lasciano turbare dalla povertà altrui) non può restare indifferente rispetto al dissesto della finanza pubblica.

Sussulto etico. Alle spalle della svolta attuale non c’è stato nessun autentico, diffuso e irreversibile sussulto etico del nostro paese. Ecco perché la parte dell’opinione pubblica sana, vissuta per lunghi anni nell’umiliazione, ora non può esultare. Proprio il suo senso critico la persuade che la necessità di ricostruire una “fiducia buona” è, in Italia, un compito ancor più arduo di quello, quasi disperato, di mettere ordine nei conti pubblici. Nei rapporti interpersonali ci è dato ancora di sperimentare che non vi è nulla di più risanante di una relazione in cui si riceve e si dona fiducia. A volte si tratta di esperienze tanto profonde da toccare il nocciolo stesso del vivere. Alla vita pubblica non è richiesto di raggiungere simili intensità; le spetta, però, di essere consapevole dei disastri prodotti da una gestione del potere ingannevole, dissennata e pervicacemente incapace di arrendersi al fatto che la “buona fiducia” costituisce un ingrediente indispensabile per ogni autentico risanamento della vita collettiva.

* Il pensiero della settimana n. 360  http://pierostefani.myblog.it/

novembre 9, 2011

CRITERI E MODELLI DI ADULTITÀ

“USCIRE DI CASA” ASSUMENDOSI RESPONSABILITÀ

Diverse discipline. La biologia considera adulto l’individuo arrivato alla maturità sessuale e riproduttiva. In medicina solitamente si fa collocare la fase adulta con l’arresto della crescita, che può porsi, secondo attendibili ricerche, nella femmina intorno ai 22-24 anni, nel maschio intorno ai 26-28. L’accrescimento, infatti, prosegue dopo la maturazione sessuale e coinvolge soprattutto la struttura ossea. Con la fine del processo di accrescimento inizia la fase di degradazione cellulare, detta di invecchiamento. Il diritto semplifica radicalmente, considerando adulto chi ha raggiunto la maggiore età. Infine la psicologia richiede che sia raggiunto il completo sviluppo non solo sessuale o fisico, ma anche psichico, su cui si tornerà poco oltre.

Dilatazione dell’adolescenza.  L’età adulta si colloca successivamente all’adolescenza. Oggi si parla di una vera e propria dilatazione dell’adolescenza, in entrambe le direzioni: mentre tradizionalmente essa veniva ricompresa nella fascia tra i 13 e i 19 anni, oggi si ritiene cominci addirittura prima della pubertà a causa degli stimoli determinati dai processi di mediazione simbolica – quelli indotti dai mass media – e che duri per molto più tempo rispetto al passato. La causa va ricercata sia in fattori sociali (difficoltà di rendersi indipendenti economicamente al fine di affrancarsi dalla famiglia d’origine, fuoriuscita dalla famiglia d’origine senza creare parallelamente un nuovo nucleo familiare) sia in problematiche soggettive diffuse e almeno in parte determinate dai fattori sociali stessi (mancanza del senso di responsabilità, difficoltà all’autorealizzazione, incertezza verso il futuro, proroga degli stili di vita e dei comportamenti di consumo acquisiti durante la fascia tradizionalmente considerata adolescenziale). È ovvio che questa dilatazione dell’adolescenza comporti ulteriori fattori di difficoltà nella definizione di adultità.

Il termine adultità  è stato coniato di recente, in questo contesto sociale. Indica ovviamente condizioni e qualità che caratterizzano l’adulto. In un certo senso invita a parlare di questa età di cui, al contrario, pochissimo è stato detto, tanto da poter far pensare a una sorta di vera e propria rimozione. Parlare dell’età adulta significa anzitutto problematizzare l’idea tradizionale di adulto, inteso come individuo la cui crescita è già compiuta, che ha raggiunto la piena maturità psicosomatica, il culmine delle capacità di rendimento e di attitudine. Si verifica invece che questa pure è un’età in evoluzione e cambiamento. Parlare di adultità vuol dire cercare in cosa consista la maturità. Può sostanzialmente discutere sui modelli da perseguire o sugli obiettivi da raggiungere. Si arriva quindi ad aspetti filosofici e teologici.

L’uomo diventato adulto  è colui che si serve della propria ragione senza la guida di un altro”: così Kant nel ‘700 ha definito l’adulto. Dando peraltro occasione alla predicazione cattolica della Restaurazione di bollare questa proclamata autonomia dell’uomo adulto come ribellione contro Dio. In quei tempi si parlava di obbedienza della fede, fondandola sul nesso di dipendenza della creatura dal Creatore. Si arrivava alla netta distinzione tra chiesa docente e chiesa discente, tra pastori e pecore, esaltando per queste ultime, il “sacrificio dell’intelletto”. Il grande teologo protestante Bonhoeffer – impiccato nel 1945 per essersi impegnato nella vita politica cospirando contro Hitler – ha mostrato come non debba mai essere richiesta all’uomo la rinuncia a usare l’intelletto. Ha pure avanzato un criterio per definire l’adultità in campo teologico. Il cristiano adulto è tale non certo se ha risposte pronte in campo scientifico, etico o metafisico, ma se si carica della miseria umana, partecipando alle sofferenze del mondo. Il martirio di Bonhoeffer, consumato nell’incomprensione della sua chiesa, ci mostra, più di ogni discorso, come questo criterio consista nell’amare gli altri, se necessario fino alla morte.

Modello cristiano di adultità.  Una metafora tratta dalla vita di Gesù, può ulteriormente illustrare questa idea teologica di adultità. Quando, diventato adulto, esce di casa, Gesù dà inizio a una nuova fase della propria vita: dalla fase formativa, trascorsa in famiglia, taglia con quest’ultima il “cordone ombelicale” e assume le proprie responsabilità nella vita, comprese quelle nei confronti dei familiari. Senza rinnegare nulla di quanto ricevuto, passa alla fase adulta, tagliando ogni forma di dipendenza, anche psicologica, dalla famiglia d’origine. Gli screzi narrati nel vangelo, dovuti all’incomprensione dei familiari stessi, testimoniano di questo taglio definitivo del cordone ombelicale, pur nell’immutato affetto, fedele e riconoscente. Analogo dovrebbe essere il comportamento dei cristiani “adulti” nei confronti delle loro Chiese o Movimenti che li hanno “svezzati” alla vita di fede.

Per riflettere:

-criteri di adultità in diverse discipline;

-dilatazione dell’adolescenza;

-definizione di Kant di uomo adulto;

-obbedienza della fede e sacrificio dell’intelletto;

-definizione di Bonhoeffer di cristiano adulto;

-significato del suo martirio;

-modello cristiano di adultità;

-metafora dell’uscita di casa di Gesù;

-dalla fase formativa alla fase adulta;

-taglio del cordone ombelicale:

-alla sequela non di un Gesù bambino;

-ma di un rabbi itinerante perché uscito di casa;

 

novembre 7, 2011

SCHEDE DAL SITO: WWW.DONGIORGIO.IT

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 9:37 am

Scoprire il divino in noi  De Capitani

Fuori gli idoli dal nostro essere De Capitani

Esclusione e inclusione De Capitani

Libertà utopica fuori dall’interiorità De Capitani

Perseguire la libertà interiore De Capitani

In cammino verso la luce  De Capitani

La pace che viene dal profondo  De Capitani

Il sovrano spirituale che porta la giustizia  De Capitani

Quella giustizia che dà origine ad amore libertà verità libertà  De Capitani

Trasfigurazione del Signore  De Capitani

Spirito santo vero maestro  De Capitani

Tre elementi dell’Essere umano De Capitani

Verità come movimento di rivelazione dell’Essere  De Capitani

Le acque della vita  De Capitani

Unità nella diversità  De Capitani

Verso l’unificazione totale  De Capitani

Accogliere gli stranieri  De Capitani

Abele e Caino  De Capitani

Trinità un mistero che ci arricchisce  De Capitani

Significato di cieli aperti  De Capitani

Semplicità ed essenzialità  De Capitani

La verità è un cammino  De Capitani

Il prossimo non ha etichette  De Capitani

L’amore che rende tutti amici  De Capitani

La nostra ideologia ipocrita  De Capitani

Pace come completezza  De Capitani

Cristiani gente dell’inizio  De Capitani

Chiesa: su pietra monolitica o 12 colonne?  De Capitani

Non siamo padroni ma solo amministratori  De Capitani

Gesù e il tempio  De Capitani

Debole e nascosto il preferito  De Capitani

Lasciarsi affascinare dal Mistero  De Capitani

La Resurrezione come nuova nascita  De Capitani

La sottile ironia di Dio  De Capitani

Vedere faccia a faccia  De Capitani

La menzogna del credente  De Capitani

Chi pensa alle generazioni future?  De Capitani

Chiamati a preparare la strada  De Capitani

Cos’è la giustizia  De Capitani

Giustizia e misericordia  De Capitani

Santità popolare  De Capitani

Stesso Dio per tutti  De Capitani

Servi inutili (Lc 17,7-10)  De Capitani

Vocazione per tutti: a diventare più umani De Capitani

La meta è ancora lontana  De Capitani

Trinità: un’idea di Dio che modifica quella di uomo  De Capitani

Pentecoste, discesa dello Spirito  De Capitani

La libertà di coscienza è il vero progresso  De Capitani

Protagonismo dello Spirito santo  De Capitani

Come opera lo Spirito Santo  De Capitani

Battesimo nello Spirito santo  De Capitani

Il Cristo storico e quello della fede   De Capitani

L’episodio dell’adultera  De Capitani

Obbedire a Dio e alla propria coscienza  De Capitani

Un Dio sempre nuovo  De Capitani

Bellezza e gratuità  De Capitani

Canto della vigna  De Capitani

Non ingannare i giovani  De Capitani

Il dono sublime della creatività  De Capitani

Un’immagine distorta della Vergine  De Capitani

Un Dio nomade?  De Capitani

Ricchi e poveri secondo sant’Ambrogio  De Capitani

Date a Cesare… De Capitani

Quale professione di fede  De Capitani

Guardiani per vocazione  De Capitani

Pentecoste, festa del pluralismo  De Capitani

Giornata mondiale della pace  De Capitani

Il progresso della storia  De Capitani

Parabola dell’ultima ora  De Capitani

Trinità come modello da perseguire  De Capitani

Accelerare l’era dello Spirito  De Capitani

Educare i giovani alla giustizia e alla pace  De Capitani

Gesù e la resurrezione di Lazzaro  De Capitani

Giornata della vita De Capitani

Potere, autorità, verità e giustizia   De Capitani

Santo è colui che serve l’umanità  De Capitani

Santi o profeti?  De Capitani

La vita è nella morte e la morte è nella vita De Capitani

La verità vi farà liberi! De Capitani

Deserto, luogo della Parola De Capitani

Evangelizzare non significa fare proseliti De Capitani

L’essenziale è invisibile De Capitani

Natale di precarietà De Capitani

I santi e i defunti: i giusti non muoiono mai! De Capitani

Profetici, giusti, non protetti De Capitani

Parabola evangelica fuori da ogni logica sindacale De Capitani

La banalità del male De Capitani

POTERE, AUTORITÀ, VERITÀ E GIUSTIZIA

GESÙ. MODELLO DELL’ANTI-POTERE, HA TRASFORMATO L’AUTORITÀ IN SERVIZIO D’AMORE

Dall’omelia di don Giorgio De Capitani per la Festa di Cristo Re 2011

Terminologie del passato.  La Festa di Cristo Re è stata introdotta da Pio XI (papa Achille Ratti nativo di Desio), con l’enciclica “Quas primas” dell’11 dicembre 1925. L’introduzione di tale festività è stata dettata anche da un motivo storico: “nell’età del totalitarismo – siamo nel 1925 – affermare la regalità di Cristo doveva rendere relative le suggestioni dei regimi, che pretendevano dai popoli un’adesione personale assoluta”. Ciononostante risulta un po’ ostico accettare oggi queste terminologie: re, regno, che sono ormai sepolte nel passato. In realtà, sepolte del tutto no, visto che ancora oggi si parla di re e di regine. D’altronde, si dice che la Chiesa è monarchica. Che significa monarchia? Io vorrei trovare un’altra ragione che ha una sua logica, nella visuale evangelica. Il Vangelo va preso nella sua radicalità, il che significa che Cristo è venuto per dare un nuovo senso alla storia. La vera Storia non è fatta dai potenti della terra, ma dagli umili: dagli abitanti della terra. La parola umiltà, lo ripeto, deriva da humus, terra.

Essenza della Verità.  Cristo poteva benissimo inventare una nuova terminologia, ed è quella che ogni leader di nuovi movimenti solitamente s’inventa, anche per dare più unicità al movimento stesso che perciò si identifica anche mediante parole appropriate. C’è chi per identificarsi ricorre ad un segno esteriore di un certo colore, ad un cravatta o a un fazzoletto nel taschino (di colore verde per la Lega), e c’è chi usa determinate parole studiate ad hoc (vedi Cl). Cristo non sembra aver scelto questa strada diciamo esteriore, ma ha puntato tutto sull’essenza della Verità proposta, sul cuore del Messaggio, la cui Novità dunque va al di là di segni o di riti o di parole. Anzi, Cristo ha voluto mantenere immagini attinte dal Vecchio Testamento. Lui si auto-presenta come il Buon Pastore: altra immagine che oggi risulterebbe un po’ dura da digerire. Il pastore richiama il gregge, le pecore. La poesia può anche attutire la durezza della realtà, ma definirci oggi un gregge non piace a nessuno. Cristo ha parlato di un regno che è venuto a restaurare. Ed ecco la domanda: perché ha ripreso queste immagini?

Essenza del potere.  Ha usato la stessa terminologia, ma ha cambiato il senso, il contenuto: qui sta la sua vera provocazione. Quando pensi a un re, pensi al potere che si circonda di fasto, di sudditi, che pensa di avere in mano le sorti di un paese, di una nazione, dell’intera umanità. Il potere come tale dà ordini, si fa obbedire. Cristo, assumendo la stessa terminologia, ha voluto in tal modo cambiare l’essenza stessa del potere. A Ponzio Pilato, rappresentante del potere politico romano, che gli chiede: «Dunque, tu sei re?», Gesù risponde: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Qui sta la differenza tra il regno umano e il regno di Cristo: è la verità che li distingue. Pilato conclude scetticamente: «Che cos’è la verità?», quasi a riconoscere l’impotenza del potere politico a comprendere la vera essenza della verità. Certo, il potere ha una sua visuale della verità: non dirà mai che vive di menzogna. Per lui la bugia fa parte della sua logica, secondo la quale tutto deve essere al servizio del potere stesso. Questa è la verità del potere umano!

Bugie e confusione per dominare.  Ogni evento viene interpretato secondo questa logica. E per fare questo ricorre ad ogni strategia: dire, disdire, creare dubbi, falsificare la storia, e ci riesce perché la gente stessa, disorientata al massimo, non sa più che cos’è la verità. Ecco lo stato di confusione di cui si approfitta il potere per dominare imponendo le sue menzogne. Il potere è menzogna. Il potere è falsificazione della realtà. Il potere stravolge ogni cosa pur di ottenere il massimo di potere. C’è una pagina, una tra le più drammatiche del vangelo di Giovanni, quando tra Gesù e alcuni ebrei – pensate: erano suoi simpatizzanti! – ci si scambia ogni offesa, volano parole grosse. Quei giudei accusano Gesù di essere un indemoniato. E Gesù di rimando: «Voi avete per padre il diavolo… egli era omicida fin da principio e non stava saldo nella verità, perché in lui non c’è verità. Quando dice il falso, dice ciò che è suo, perché è menzognero e padre della menzogna».

Stravolto il concetto di autorità.  Comprendo che nell’antichità i sovrani giustificavano il fatto di “stare sopra” il loro popolo (questo è il senso della parola “sovrano”) facendo credere di essere autorizzati dalla divinità stessa, addirittura imponendo di essere venerati come se fossero una divinità (pensate agli imperatori romani), ma non accetto assolutamente, come cristiano, di ritenere l’autorità discendere da Dio stesso. Certo, non lo si dice in questo modo, ma si parla di volere di Dio. E che cos’è il volere di Dio? Il volere di Dio non dovrebbe essere un modo per imporre il proprio potere, dimenticando Cristo che, è vero, ha parlato di un regno, si è definito re, ma ha stravolto il concetto di autorità: l’ha trasformata in servizio d’amore. Quando l’autorità si fa potere, è blasfemo pensare al volere di Dio o nascondervisi dietro: ancora oggi Cristo ripeterebbe ai suoi credenti l’accusa: “Voi avete per padre il demonio!” Forse è utopia togliere dal potere ogni forma demoniaca, ma la Chiesa in quanto tale, Chiesa di Cristo, non dovrebbe imitare il suo Fondatore?

Non dominare ma promuovere.  Pierpaolo Loi, in un suo commento alla festa della regalità di Cristo, tra l’altro dice: «Gesù si pone come modello dell’anti-potere: non vuole dominare le altre persone, quanto piuttosto promuovere, chiamare, suscitare la forza che ogni essere umano ha in sé, in modo che ognuna e ognuno di noi si assuma responsabilmente il peso e la gioia della libertà. Chi non ricorda quella pagina misteriosa e appassionante del Grande Inquisitore  (Dostoevskij, I fratelli Karamazov) che condanna nuovamente Gesù e gli rimprovera di aver voluto rendere libere le persone, rendendole, così, infelici?». Vorrei ricordare che il Grande Inquisitore era un vecchio novantenne ed era il capo dell’Inquisizione spagnola. Sa che Cristo è apparso a Siviglia e lo sta cercando. Infine crede d’averlo trovato in un giovane povero con occhi che incantano e uno strano alone di luce sul volto. Il dialogo che si svolge tra loro è terribile. In realtà è un monologo dell’Inquisitore. Cristo non parla, ascolta. L’Inquisitore rimprovera Cristo per aver dato agli uomini il libero arbitrio ed avergli promesso in dono il pane celeste. Ma gli uomini volevano invece il pane della terra e non sapevano che farsene del libero arbitrio.

Nulla più intollerabile della libertà.  Ecco ciò che il Grande Inquisitore dice a Gesù: “Tu vuoi andare nel mondo e ci vai a mani vuote, con la promessa di una libertà che gli uomini, nella loro semplicità e nel loro disordine innato, non possono neppure concepire, della quale hanno paura e terrore, perché nulla è mai stato più intollerabile della libertà per l’uomo e per la società umana!”. “Io ti dico che non c’è per l’uomo preoccupazione più tormentosa di quella di trovare qualcuno al quale restituire, al più presto possibile, quel dono della libertà che il disgraziato ha avuto al momento di nascere”. “Tu hai scelto tutto quello che c’è di più insolito, di più problematico, hai scelto tutto quello che era superiore alla sorte degli uomini, e perciò hai agito come se tu non li amassi affatto. E chi è che ha agito così? Colui che era venuto a dare per loro la sua vita! Invece di impadronirti della libertà umana, l’hai moltiplicata, e hai oppresso per sempre col peso dei suoi tormenti il regno spirituale dell’uomo. (…) Se tu lo avessi stimato meno, gli avresti anche chiesto di meno, e questa sarebbe stata una cosa più vicina all’amore…”.

Croce, patibolo per gli schiavi ribelli.  A quel punto l’Inquisitore dice a Cristo che la Chiesa si è messa d’accordo con il diavolo, ha dato agli uomini il pane della terra purché essi rinunciassero al libero arbitrio. Questo è avvenuto e gli uomini sono felici. L’Inquisitore conclude dicendo a Cristo che lo farà bruciare quel giorno stesso. Cristo come risponde? Lo guarda con sguardo soave, gli si avvicina, lo bacia e scompare. (Continua il commento di Pierpaolo Loi): «Il trono di Gesù è la croce, cioè il patibolo per gli schiavi ribelli, alla quale è stato appeso dal potere religioso e politico: quel potere oppressivo dal quale aveva cercato di liberare le persone, in special modo i più deboli, i più poveri, gli emarginati per motivi sociali o religiosi. Per aver accettato di donare la sua vita per amore, Dio ha riconosciuto che in lui la sua “immagine” – che aveva impressa sul primo uomo (maschio e femmina) – si è resa visibile definitivamente. Da questa regalità della “debolezza” crocifissa nasce la possibilità di relazioni nuove tra le persone e con l’universo intero, relazioni non basate sul binomio dominio/sottomissione, ma sul mutuo rispetto, l’armonia, e la forza della verità (la nonviolenza attiva) che ci rende responsabili della nostra libertà….

Fede cioè impegno per la giustizia.  Disgraziatamente, nella vita ecclesiale vengono riprodotti modelli di “regno” mondano e non cristiano! Quante volte si stabiliscono rapporti autoritari piuttosto che di fraternità! Quante volte si va a braccetto con i potenti e si è conniventi con le “strutture sociali di peccato” generate dal potere economico-politico di questo mondo, sia in modo attivo che per omissione! Termino con le parole, sempre attuali, di p. Ernesto Balducci: “Non abbiamo da costruire spazi sacri in cui rifugiarci; non abbiamo terra santa in cui andare; non abbiamo casa di Dio in cui nasconderci. La casa di Dio è la casa degli uomini; la santità di Dio ha il suo tempio nell’uomo vivente. E ogni dualismo che tende a separare la casa di Dio e la casa dell’uomo, la santità di Dio e la fragilità dell’uomo, porta in sé una frode. Noi costruiamo il Regno faticando con gli altri, senza che la fede sia motivo di disaffezione dall’impegno nella vita quotidiana e nei progetti sociali ispirati a giustizia”.

Fonte: http://www.dongiorgio.it/scelta.php?id=1723&nome=omelie

« Newer PostsOlder Posts »

Blog su WordPress.com.