Brianzecum

giugno 3, 2012

TRINITÀ COME MODELLO DA PERSEGUIRE

FONDAMENTALE UGUAGLIANZA DELLE PERSONE E CONVIVIALITÀ  DELLE DIFFERENZE

di don Giorgio De Capitani*

Far rivivere gli eventi.  Non so che senso possa avere celebrare una festa in onore della Santissima Trinità. Le altre festività – Natale, Pasqua e Pentecoste – riguardano di per sé un evento: la nascita di Cristo, la sua passione, morte e risurrezione, la discesa dello Spirito santo. Già gli ebrei celebravano gli eventi: pensiamo all’uscita dall’Egitto, alla promulgazione della legge sul monte Sinai. Gli eventi fanno parte della storia di ogni popolo, di ogni religione. Ancora oggi celebriamo degli eventi. Anzi, ogni giorno c’è qualcosa da ricordare. Forse si sta esagerando: ciò ha prodotto da una parte un rigetto e dall’altra un menefreghismo. Abbiamo celebrato l’anno scorso il 150° anniversario della nascita dell’Italia (1861-2011) ma quanti tra gli italiani se ne sono ricordati? Tuttavia c’è un senso nel commemorare un evento, se non altro per tenere ancora vivo un avvenimento che ha lasciato un certo solco nella storia. Certo, tutto dipende dal come si vivono poi queste celebrazioni. Anche qui si cade nel rischio di programmare una miriade di iniziative che finiscono poi per far perdere il senso dell’evento da commemorare. Le celebrazioni servono nella misura in cui ci fanno rivivere l’evento che si vuole ricordare. Questo dovrebbe essere l’intento di ogni celebrazione civile e religiosa. Torniamo alla festività liturgica di oggi. Celebrare il mistero trinitario in sé che senso teologico può avere? Non c’è il rischio di ridurre il più grande Mistero ad una celebrazione che finisce al termine del giorno? Una prova di tutto questo è la poca o nulla consapevolezza da parte del popolo cristiano che non sa neppure che oggi è la festa della Santissima Trinità. Ma immaginate il mio disagio nel tentare di dirvi qualcosa sul mistero trinitario! Anche qui, cerchiamo di riflettere: un tempo i cristiani erano come immersi in un contesto vitale di fede per cui le festività entravano quasi naturalmente nella sequenza liturgica. Oggi, che fatica anche solo recuperare il senso cristiano di certe festività: pensate al Natale consumistico! Ad ogni modo, ogni occasione – anche la festa di oggi – è buona per stimolare ad una maggiore presa di coscienza. Guai se dovessimo arrenderci, e dire: a che serve? Sarebbe la fine. Ma attenti: evitiamo di dire le solite cose. Un tentativo di approfondimento non è mai azzardato, anche se la mia impressione è che partire da zero in fatto di fede non è affatto facile per nessuno. Tenterò di dirvi qualcosa di nuovo. Magari con mille interrogativi. D’altronde se la Trinità è uno dei più grandi Misteri, chi può avere delle certezze?

Dogma universale.  Diciamo subito una cosa. Che il mistero trinitario sia una verità rivelata, rivelata da Gesù stesso, ciò non significa che sia una prerogativa del cristianesimo, e tanto meno che sia un dogma esclusivo della Chiesa cattolica. Rivelazione non significa di per sé che quella verità prima di essere rivelata era del tutto sconosciuta. Dio, quando ha dato l’input iniziale per dare origine al mondo, ci ha messo del suo, ovvero ha lasciato la sua impronta. La Bibbia lo dice chiaramente quando parla della creazione dell’essere umano: “lo ha fatto a sua immagine e somiglianza”. In altre parole, Dio ha creato l’universo già come immagine del suo essere trinitario. Pur senza saperlo, tutto ciò che esiste ha in sé nel suo dna il mistero trinitario.

Siamo tutti trinitari.  Certamente, con Gesù Cristo la realtà diventerà più chiara: ora sappiamo che Dio è trinitario: Dio è Padre. Dio è Figlio, Dio è Spirito santo. Ma ciò non significa che il Mistero trinitario non fosse già presente nell’Universo, e non fosse già presente, benché confusamente, in tutte le religioni. Col senno di poi o, meglio, con la rivelazione di Cristo, ciò sarà più evidente, ma Cristo non ha fatto che togliere dei veli sul profondo segreto divino e anche sull’Umanità intera che, indipendentemente dal fattore religioso, porta in sé impressa l’immagine del Dio trinitario. Ho detto “indipendentemente dal fattore religioso”: sì, perché, che sia credente o no, che me ne renda conto oppure no, sono trinitario. Qualcuno ha detto che, volere o no, siamo tutti “cristiani”, possiamo anche dire che, volere o no, siamo tutti trinitari: siamo a immagine e somiglianza del Dio Trinitario.  Si è anche arrivati a dire che il numero tre è quasi la caratteristica costituiva dell’universo. In ogni cosa si può notare la presenza di una triplice realtà. Certo, si è anche esagerati nel voler a tutti i costi vedere nella realtà il numero tre. Comunque, non possiamo negare che ci sia qualcosa di suggestivo, diciamo anche di vero. In ogni caso, la presenza trinitaria è innegabile se non altro come modello a cui ispirarsi. Vedete: la cosa notevole di una certa ricerca teologica di oggi è l’aver abbandonato il cosiddetto dogmatismo un po’ fine a se stesso, diciamo meglio: quel dogmatismo che, pur creando discussioni a non finire tanto da far nascere diverse scuole teologiche, talora più formali che sostanziali (si litigava sui termini da usare!), era però lontano dalla vita reale del popolo di Dio, il quale, lasciando nelle loro beghe i teologi del tempo, si rifugiava nelle devozioni per trovare qualche appagamento interiore.

Convivialità delle differenze.  In breve, oggi si guarda al mistero trinitario con un altro occhio: l’occhio ad esempio della mistica, oppure con l’occhio più pastorale che è anche quello più realistico. Ad esempio, è noto come don Tonino Bello abbia preso la Trinità come un ideale a cui ispirarsi per il fatto stesso che Dio è uno e trino, ovvero che in Dio convivono nello stesso tempo unità e molteplicità, ma nell’armonia più perfetta. Don Tonino Bello parlava di “convivialità delle differenze”, proprio pensando al Mistero trinitario. Come possono coesistere tre persone senza perciò dividersi e separarsi? Scrive don Tonino Bello: «Una delle cose più belle e più pratiche messe in luce dalla teologia in questi ultimi anni è che la SS. Trinità non è solo il mistero principale della nostra fede, ma è anche il principio architettonico supremo della nostra morale. Quella trinitaria, cioè, non è solo una dottrina da contemplare, ma un’etica da vivere… Gesù, pertanto, ci ha rivelato questo segreto di casa sua non certo per accontentare le nostre curiosità intellettuali, quanto per coinvolgerci nella stessa logica di comunione che lega le tre persone divine.

Fondamentale uguaglianza. Nel cielo tre persone uguali e distinte vivono così profondamente la comunione, che formano un solo Dio. Sulla terra più persone, uguali per dignità e distinte per estrazione, sono chiamate a vivere così intensamente la solidarietà, da formare un solo uomo, l’uomo nuovo: Cristo Gesù. Sicché l’essenza della nostra vita etica consiste nel tradurre con gesti feriali la contemplazione festiva del mistero trinitario, scoprendo in tutti gli esseri umani la dignità della persona, riconoscendo la loro fondamentale uguaglianza, rispettando i tratti caratteristici della loro distinzione… L’imperativo etico che ne deriva per coloro che vivono sulla terra è che se tengono sotto sequestro le proprie risorse spirituali o materiali senza metterle a disposizione degli altri, non possono esimersi dall’accusa di appropriazione indebita».

Pace come convivialità.  Continua don Tonino Bello: «… il genere umano è chiamato a vivere sulla terra ciò che le tre persone divine vivono nel cielo: la convivialità delle differenze. Che significa? Nel cielo, più persone mettono così tutto in comunione sul tavolo della stessa divinità, che a loro rimane intrasferibile solo l’identikit personale di ciascuna, che è rispettivamente l’essere Padre, l’essere Figlio, l’essere Spirito Santo. Sulla terra, gli uomini sono chiamati a vivere secondo questo archetipo trinitario: a mettere, cioè, tutto in comunione sul tavolo della stessa umanità, trattenendo per sé solo ciò che fa parte del proprio identikit personale. Questa, in ultima analisi, è la pace: la convivialità delle differenze. Definizione più bella non possiamo dare. Perché siamo andati a cercarla proprio nel cuore della SS. Trinità. Le stesse parole che servono a definire il mistero principale della nostra fede, ci servono a definire l’anelito supremo del nostro impegno umano. Pace non è la semplice distruzione delle armi. Ma non è neppure l’equa distribuzione dei pani a tutti i commensali della terra. Pace è mangiare il proprio pane a tavola insieme con i fratelli. Convivialità delle differenze, appunto… Come è dato vedere, il Signore Gesù se ci ha rivelato questo mistero, non l’ha fatto certo per complicarci le idee. Ma l’ha fatto per offrirci un principio permanente di critica cui sottoporre tutta la nostra vita nelle sue espressioni personali e comunitarie, e per indicarci, nel contempo, il porto al quale attraccheremo finalmente la nostra barca. Sicché la Trinità non è una specie di teorema celeste buono per le esercitazioni accademiche dei teologi. Ma è la sorgente da cui devono scaturire l’etica del contadino e il codice deontologico del medico, i doveri dei singoli e gli obblighi delle istituzioni, le leggi del mercato e le linee ispiratrici dell’economia, le ragioni che fondano l’impegno per la pace e gli orientamenti di fondo del diritto internazionale. La Trinità, dunque, è una storia che ci riguarda. Ed è a partire da essa che va pensata tutta l’esistenza cristiana. Ernst Bloch (scrittore e filosofo tedesco marxista, nonché teologo dell’ateismo) diceva che Dio è un padrone collocato così in alto che l’uomo, il servo, di fronte a lui rimane a bocca asciutta. Nulla di più falso, almeno per il nostro Signore, il quale, se si è rivelato uno e trino, è perché vuol far sedere il servo alla tavola delle sue ricchezze».

*omelia del 3 giugno 2012: Festa della SS. Trinità  (Es 33,18-23; 34,5-7a; Rm 8,1-9b; Gv 15,24-27) Fonte: http://www.dongiorgio.it/02/06/2012/omelia-di-don-giorgio-festa-della-ss-trinita-2012/

Maggio 16, 2012

LA RIVOLUZIONE COPERNICANA DELLE RELIGIONI

UNA NUOVA NASCITA PER LA SPIRITUALITÀ UMANA?*

 

Due fenomeni contrapposti  attraversano il mondo religioso: il ritorno a forme del passato e un’evoluzione verso una laicizzazione di dimensioni inedite. Aspetti del ritorno al passato possono essere colti nel diffondersi delle diverse forme di fondamentalismo e forse anche in certi fenomeni di fervore ed entusiasmo, come la prodigiosa crescita del movimento pentecostale carismatico, più diffuso in America Latina e altri paesi del terzo mondo. La laicizzazione è invece tipica dei paesi ricchi; ma spesso i due fenomeni si accavallano e sono difficilmente separabili. Per dipanare questa matassa e individuare le vie per uscirne, è stata condotta una approfondita analisi da parte di teologi e teologhe di tutto il mondo, aperti anche alla teologia della liberazione. L’impostazione di questa analisi sembra molto orientata da un paradigma evolutivo di tipo positivistico; ulteriore fattore di difficoltà e incertezza sta nel tempo cui riferire l’analisi – più o meno lungo. Tuttavia lo studio ha il grande merito di cogliere aspetti che molti si ostinano a non voler vedere. L’ipotesi interessante è quella di essere alla fine della configurazione socio-religiosa propria dell’era neolitico-agraria, con la conseguente necessità di apprestare un nuovo paradigma nella teologia (il paradigma è il modello di riferimento, la matrice condivisa di una disciplina; il cambio di paradigma connota le “rivoluzioni scientifiche” secondo la teorizzazione di Kuhn). Ne potrebbe derivare un rinnovamento della fede, con maggiore responsabilizzazione e consapevolezza.

Dal paleolitico al neolitico.  Questo passaggio, con la sostituzione di agricoltura e allevamento alla precedente economia di raccolta e caccia, è stata, secondo gli antropologi, la situazione più difficile che abbia sperimentato la nostra specie. Passando dalle tribù nomadi di cacciatori e raccoglitori alla vita sedentaria in società urbane legate alla coltivazione della terra, l’umanità ha dovuto reinventare se stessa, creando dei codici che le permettessero di vivere in quella che è diventata società, non solo banda o altro gruppo; quindi con un diritto, una morale, una coesione sociale, un senso di appartenenza, per poter sopravvivere come specie. In questo contesto, l’uomo ha fatto ricorso alla sua forza specifica dalla apparizione come specie emergente: la capacità simbolica e religiosa, la sua necessità di senso e di esperienza di trascendenza. Così, in epoca neolitica, si sono formate le religioni, giunte fino ai nostri giorni sostanzialmente immutate. In precedenza, nel paleolitico, le religioni non c’erano, pur non mancando certo la spiritualità, come confermato da numerosi reperti. E l’era paleolitica era stata assai più lunga dell’era neolitica.

Le religioni si sono arrogate il monopolio della spiritualità.  Nessuno avrebbe potuto essere spirituale se non mediante le religioni. Si consideravano la fonte stessa della spiritualità, la connessione diretta con il Mistero. Religioni e spiritualità erano la stessa cosa. Con un ulteriore passaggio, le religioni hanno assolutizzato se stesse, attribuendo la propria origine a Dio. È stato un meccanismo che è servito per fissare e dare consistenza inamovibile a quelle costruzioni umane che esse erano, nella necessità di assicurare le formule sociali di convivenza di cui l’umanità si era dotata. Oggi stiamo perdendo l’ingenuità di fronte a questo carattere assoluto delle religioni, che per millenni ha rappresentato una componente essenziale delle società, rendendo più facile e più passiva la vita degli esseri umani; l’assolutezza si rivela come significativa illusione, assunta in precedenza per via di fede, ma oggi non più necessaria, né desiderabile, né sopportabile.

Pertanto non siamo sottomessi  alle religioni, non siamo condannati a marciare nella storia sul cammino compiutamente tracciato da esse, come fosse un disegno divino che segnasse previamente – da sempre, e da fuori – il nostro destino, obbligandoci ad adottare le soluzioni con cui i nostri antenati hanno risolto i loro problemi e interpretato la loro realtà. Se le religioni sono una nostra costruzione, non ci tolgono il diritto (né l’obbligo) di pronunciarci di fronte alla storia, offrendo la nostra risposta ai problemi dell’esistenza ed esprimendo la nostra interpretazione della realtà, aiutati dalle nuove scoperte scientifiche. Non siamo obbligati ad assumere come verità le interpretazioni e le soluzioni di generazioni precedenti come rivelazione venuta da fuori: oggi questo appare alienante. Del resto, il messaggio di Gesù non rappresenta precisamente il superamento delle religioni?

Era della conoscenza  Oggi gli esperti sostengono che l’era neolitica-agricola sta finendo, sostituita dall’era della conoscenza. Il passaggio sarà altrettanto faticoso del precedente cambio di paradigma dal nomadismo alla stanzialità. Che sarà delle religioni – generate e protagoniste dell’era neolitica? Sembra plausibile l’ipotesi che esse possano scomparire, specie le religioni più legate a quel paradigma, come quelle di estrazione giudeo-cristiano-islamico. Non sembra un fatto impossibile in sé, né vi sono motivi perché appaia un disastro storico: abbiamo vissuto senza religioni il lungo periodo paleolitico, ed è dimostrato che ciò non ha impedito la nostra qualità umana profonda, la nostra spiritualità. Le religioni sono forme storiche, contingenti e mutevoli, mentre la spiritualità è una dimensione costitutiva umana, permanente, anteriore a quelle forme, ed essenziale all’essere umano. La spiritualità può essere vissuta nelle religioni o fuori di esse. Potremmo prescindere dalle religioni, ma non dalla dimensione di trascendenza dell’essere umano.

La crisi attuale  non si deve principalmente a processi di secolarizzazione o a perdita di valori, oppure alla diffusione del materialismo e dell’edonismo (interpretazioni colpevolizzanti normalmente offerte dalle religioni ufficiali), neppure alla mancanza di testimonianza o agli scandali morali delle religioni, ma all’esplosione di una nuova situazione culturale, in cui culmina la trasformazione radicale delle strutture conoscitive neolitiche. Trasformazione che ha preso avvio con la rivoluzione scientifica del XVI secolo, l’Illuminismo del XVIII e le varie ondate di industrializzazione. Sintomi sociali di tale trasformazione possono essere colti in fatti come: un certo agnosticismo diffuso, la perdita dell’ingenuità epistemologica, un senso critico più accentuato, una concettualizzazione più utilitarista delle religioni che devono essere al servizio dell’essere umano invece che esigere una lealtà totale da parte dei loro adepti, la scomparsa dell’idea dell’unica religione vera e la sparizione della plausibilità di una morale rivelata eteronoma. Ma il calo delle religioni potrebbe essere compensato da un rifiorire di spiritualità. Quel fervore macroscopico del movimento pentecostale, ricordato all’inizio, non potrebbe esserne un sintomo, se pure distorto?

* sintesi del documento di fonte Adista riportato in: http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/crisichiese/Analisi_1335274702.htm

Maggio 5, 2012

IL CORPO E L’IMMAGINE

POTERE, DENARO, APPARENZE: NON INTERESSA LA RELAZIONE

di Piero Stefani*

 

L’immagine è legata al potere. Gesù compì gesti. Risanò toccando corpi malati, rovesciò banchi dei cambiavalute, mangiò assieme ai peccatori, lavò i piedi ai propri discepoli, gettò sguardi carichi di affetto, abbracciò bambini; si lasciò toccare i vestiti, lavare i piedi con le lacrime, baciare, profumare il capo; subì la violenza delle percosse e dei chiodi. Come per tutti anche per Gesù il corpo è il luogo per eccellenza della comunicazione e della relazione. Nei vangeli la corporeità è posta in grande evidenza. Gesù è un uomo che, oltre a parlare alle folle, incontra persone. Perciò la parola, il mezzo fondamentale per comunicare l’evangelo, non gli basta. In Gesù nessun ruolo è affidato all’immagine. Non ci sono suoi ritratti. Fin dall’antichità l’immagine è legata al potere. Sulla moneta del tributo vi è il ritratto di Cesare. L’immagine è l’espediente per rendere presente chi in effetti non è lì. Statue e insegne avevano questo scopo. Ciò vale anche per l’ostensione del potente davanti alle folle. Anche Gesù vi fu sottoposto nell’«ecce homo»; ma ciò avvenne in maniera paradossale. Egli è soggetto ai riti del potere come colui che li subisce, non come chi li sfrutta.

 

Il corpo è il luogo della relazione diretta. Di contro un esteso potere si afferma, di solito, attraverso rapporti indiretti. Chi lo esercita deve essere presente al di là dei confini legati alle relazioni interpersonali. Per questo i capi delle nazioni debbono mostrarsi e dove non arriva la loro immagine immediata si ricorre a dei sostituti. Si può ipotizzare che proprio la disgiunzione tra presenza e immagine costituisca una delle ragioni per cui i vangeli, che pur tanto parlano della corporeità di Gesù, non riportano alcuna sua descrizione fisica. Nulla sappiamo della sua statura, dei suoi occhi, dei suoi capelli, del suo incedere; vale a dire dei tratti caratterizzanti le biografie classiche. I vangeli raccontano solo fatti e trasmettono detti. I riferimenti al corpo sono in funzione di queste situazioni. Non ci sono ritratti; forse ci sono immagini, ma solo in situazioni «altre». Le apparizioni del Risorto, che tanto peso hanno avuto nell’elaborazione della fede primitiva, rasentano infatti la sfera dell’immagine. Forse per questo sono state considerate come una forma solo temporanea di una presenza che poi va testimoniata attraverso la parola.

 

Presenza priva di immagini.  Qui si apre il problema immenso di sapere perché, a partire da questa descrizione solo funzionale di gesti, sia sorto un patrimonio iconografico senza uguali. Ovunque ci imbattiamo in ritratti di Gesù. Di contro nei vangeli la sua è una presenza priva di immagini. È così perché si descrive una relazione corporea diretta; è così perché c’è la promessa di un «esserci» non visibile: «dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20). Lo stesso vale per il pane e per il vino. Sono forme di presenza invisibili, silenti e spoglie di potere. Di contro il potere legittimo (gli altri non a caso si chiamano occulti) è di solito connesso a una presenza manifesta e indiretta, fatta di «segni» e «insegne».

 

Denaro immagine del potere.  Gesù, quando fu interpellato se fosse lecito o meno pagare il tributo a Cesare, si fece dare la moneta (lui in proprio ne era sprovvisto) e si fece dire di chi era l’immagine impressa su di essa. Anche quando non raffigurano imperatori, i soldi sono sempre immagini del potere (non limitato a quello di acquisto). Sono portavalori universali perché astratti e convenzionali. In se stessi non hanno alcun valore d’uso perché tutto in essi si risolve nel valore di scambio. Per questo il denaro può essere a sua volta sostituito da forme ancora più virtuali di rappresentazione, senza che ciò ne muti l’efficacia. Specie nel XIX secolo, quando l’elettronica era lungi dal venire, si è riflettuto a lungo su ciò: sono pensieri divenuti desueti. Eppure l’affinità profonda tra civiltà (o barbarie) dell’immagine e quella del denaro si conferma ogni giorno di più. Come tutti sanno, oggi anche il corpo viene subordinato sempre più all’immagine. La sua peculiarità più diffusa sta ormai nell’apparire. Ciò è molto affine all’universale prevalere del «denaro» sulle «cose» proprio dei nostri tempi. Si parla ormai solo di conti, bilanci, deficit, debiti, tasse e di vite schiacciate o auto-estinte a causa dell’eccedenza del mondo dell’immagine costituito dal denaro rispetto a quello del corpo e della relazione. Tutto appare subordinato al denaro e quando esso o i suoi sostituti mancano è come se tutto venisse meno.

* Il pensiero della settimana, n. 385

aprile 15, 2012

ACCELERARE L’ERA DELLO SPIRITO

LA FEDE OGGI DEVE ESSERE PROFETICA

 

di don Giorgio DE CAPITANI*

Conoscenza diretta.  Secondo Gioacchino da Fiore, monaco, teologo e scrittore vissuto nel XII° secolo, tenuto un po’ a distanza dalla Chiesa ufficiale per certe sue affermazioni ritenute eretiche (comunque, non mi meraviglierei se un domani la Chiesa lo facesse santo), la storia si potrebbe dividere in 3 tappe: quella del Padre, quella del Figlio e quella dello Spirito santo. L’Era del Padre è caratterizzata dal dominio della Legge e della paura di Dio (Antico Testamento). L’Era del Figlio è iniziata con Gesù ed è caratterizzata da un tempo di fede e di devozione filiale al Vangelo e alla Chiesa (Nuovo Testamento). L’Era dello Spirito Santo apre la strada ad una libera esplosione d’amore, di gioia e di saggezza che durerebbe fino al Giudizio Finale. Secondo Gioacchino l’era dello Spirito vedrebbe una conoscenza spirituale direttamente manifestata nel cuore di tutti gli uomini, una sorta di carismatica gnosi universalmente distribuita che realizzerà il lamento di Mosè in Numeri, versetto 11,29: “fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo spirito“.

Evoluzioni.  L’intuizione di Gioacchino da Fiore è innegabilmente suggestiva, e in parte veritiera. Tuttavia ogni divisione e suddivisione della storia sacra in periodi cronologici ben distinti non mi convincono, anche se possiamo parlare di diverse fasi che io chiamerei evoluzioni della Parola di Dio: prima ha parlato Dio Padre (nell’Antico Testamento per mezzo dei profeti), poi ha parlato il Figlio, la Parola di Dio che si è incarnata, infine lo Spirito santo ora traduce la Parola in Profezia. In realtà il mondo vive senza accorgersi del trapasso di queste ere. In ogni momento, anche nell’era attuale, è come se vivessimo ancora nell’Antico Testamento con tutte le sue leggi assurde e le concezioni di un dio più padrone che padre, più vendicatore che misericordioso. Sì, parliamo anche di Cristo, ma in modo del tutto vago. Oppure per noi il Cristo è solo un alibi per imporre il nostro modo di vedere il mondo. In fondo Cristo ci piace nella sua umanità, ma il problema è che noi dell’Umanità abbiamo una visuale molto riduttiva, più terrena che spirituale.

È lo Spirito che oggi ci manca.  Anche qui ne abbiamo fatto magari un distintivo: ci sono Movimenti che si appellano allo Spirito, ma senza capirne la potenzialità che è anzitutto Libertà di pensiero, Libertà di azione, ovvero è Profezia. Lo Spirito non si manifesta con segni esterni particolari. Lo Spirito vuole fede, solo fede. È nel nostro modo di vedere il mondo che lo Spirito si manifesta. I segni esteriori, che sono la caratteristica di certi Movimenti ecclesiali, screditano la Libertà dello Spirito santo. L’episodio di Tommaso che vorrebbe dei segni per credere nel Risorto è la prova che la fede è tutt’altro. Cristo lo rimprovera. E notate: Cristo rimprovera Tommaso non tanto per i suoi dubbi, quanto invece per la sua pretesa di volere dei segni tangibili per credere. “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”. Come possiamo dire di essere nell’era dello Spirito santo, se la nostra fede è ancora attaccata a dei segni esteriori, vive di tangibilità: voglio toccare per credere, voglio mettere il mio dito nel segno dei chiodi, mettere la mia mano nel fianco… Che fede è mai questa? La fede è tale che, se anche non avessi prove che Dio esiste, crederei lo stesso. Ecco perché l’ateo che ricerca Dio crede più di chi pensa di credere in Dio, ma su continue prove tangibili della sua esistenza. Noi credenti non facciamo altro che tentare Dio, pretendendo da lui segni, ma nonostante questo siamo sempre tanto avidi di un dio taumaturgo che non basta un solo miracolo, ne vogliamo altri: siamo drogati di miracolismo.

Lo Spirito Santo è allergico ai miracoli: non agisce facendosi accompagnare da segni particolari. Lui agisce nell’interiore, perché la Libertà è interiorità. Il campo d’azione dello Spirito è il cuore o la mente dell’essere umano. È chiaro che poi il mio agire sarà diverso, completamente diverso dall’agire di chi pretende che lo Spirito santo distribuisca miracoli a tutto spiano. Vogliamo o no capire che con i miracoli o con i segni esteriori il mondo non cambia? Non c’è peggior egoista di chi vive di miracoli. Il segno che lo Spirito agisce è quella libertà di pensiero che apre sull’Umanità e sull’Universo. La religione è l’era dell’Antico Testamento. Con Cristo c’è stata la rottura. Ma in realtà non è così. Oggi c’è un ritorno alla religione dell’Antico Testamento. Eppure già i profeti veterotestamentari parlavano di Spirito. È affascinante e sempre provocatoria la pagina di Ezechiele (capitolo 37) che ha una visione: vede una pianura piena di ossa aride. Dio impone al profeta: “Profetizza su queste ossa aride e annuncia loro: Ossa inaridite, udite la parola del Signore. Così dice il Signore Dio a queste ossa: Ecco, io faccio entrare in voi lo spirito e rivivrete!”. Questa è la Profezia divina! Far rivivere questo mondo che è come un insieme di ossa inaridite! Una suggestiva immagine, ma quanto è reale!

Fede e Profezia sono la stessa cosa,  per me. Ambedue hanno in comune lo Spirito santo. E lo Spirito santo punta sull’essere, che è la parte più vitale di ogni realtà esistenziale. Il vero cristianesimo rifugge da ogni sensazionalismo, da ogni spettacolarità, da ogni strutturalismo. Il mondo d‘oggi ha bisogno di fede purissima, di Profezia che è Libertà di pensiero e di azione nello Spirito santo. I dubbi ci saranno sempre, ma serviranno a tenerci in guardia: essere profeti, e lo dobbiamo essere tutti, non significa essere dei privilegiati, perfetti, già arrivati. Il dubbio fa crescere: siamo dei viandanti.

aprile 4, 2012

LA PAROLA DELLA CROCE

SPUNTI DALLA MEDITAZIONE PASQUALE DI DORA CASTENETTO

(docente alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale) al Meic di Lecco il 24 marzo 2012 sul versetto 1,18 della Prima lettera ai Corinzi: «Poiché la predicazione della croce è pazzia per quelli che periscono, ma per noi, che veniamo salvati, è la potenza di Dio»

Il mistero della croce  è centrale nella fede cristiana, ma si può correre il rischio di ridurlo a puro simbolo culturale. È necessario prescindere da certe discussioni improprie, come quelle avvenute sull’esposizione del crocefisso nei luoghi pubblici. La croce parla, è un messaggio vivo. È l’icona del modo con cui Dio si dona all’uomo. Ci dice che Gesù è il Salvatore, figlio di Dio. La crocefissione – pena infamante per chi veniva ritenuto maledetto da Dio – è una morte scelta da Gesù, non subita: in questa morte Dio rivela sé stesso. Sembra paradossale, ma il mistero della croce – pur restando un mistero – rivela chi è Dio per noi, come intende farci essere davanti a lui e con lui, pertanto rivela chi siamo noi. Vediamo in concreto come avvenne la morte di Cristo. Dei due delinquenti vicino a lui è bastato che uno dicesse: ricordati di me e la risposta fu l’immediata accoglienza, non una promessa di perdono futuro o condizionato. Dio ama gli uomini incondizionatamente, basta un cenno di adesione: entra non appena lo si lascia entrare.

Meraviglia e incredulità  sono atteggiamenti che possiamo provare: meraviglia per tanta misericordia, incredulità, di contro, per chiedersi se non ci sia una forma diversa dalla croce per esprimere l’amore di Dio per l’uomo. Joseph Ratzinger disse che la croce si presenta “come espressione di quel folle amore di Dio, che si abbandona ad ogni umiliazione pur di redimere l’uomo”. Il tema è sempre quello dell’uomo salvato e di un Dio salvatore. Una certa idea di un dio giustiziere – invalsa in tempi passati – è totalmente sbagliata: il Dio vero è quello che perdona, che salva: è più grande della nostra meschinità. S. Ambrogio ha affermato che se si perdona si ha ragione di credere di essere perdonati; se non si perdona, come osare rivolgersi a lui? Non si può capire la sua misericordia trascendente.

Dio è misericordia.  Questo atteggiamento divino contrapposto a quello umano può essere visto già nel primo testamento, ad es. in passi come il seguente: Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. Non darò sfogo all’ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Efraim, perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te e non verrò nella mia ira (Osea 11,8-9). Anche Caino viene protetto da Dio, contrariamente a quanto avrebbe fatto la giustizia umana. La potenza di Dio si manifesta, dunque, non come potere o arbitrio, ma come misericordia e perdono: e questo lo dice il crocefisso. È stata anche un’intuizione di s. Teresa del Bambin Gesù. Entrata nell’ordine delle carmelitane – che allora (fine ‘800) aveva lo scopo di offrirsi vittime alla giustizia di Dio – intuì che Dio è giusto in quanto misericordioso: significa che Dio realizza la sua identità (quindi è giusto con sé stesso) nella misericordia. Pertanto Dio non mostra la sua distanza da noi: piuttosto siamo noi che attribuiamo a Dio una distanza e una giustizia umana. Ma è ideologico partire da noi e attribuire a Dio il punto di vista umano.

La croce è principio di comunione.  Sulla croce è stipulata pienamente l’alleanza tra Dio e l’uomo. Ne consegue che da li nasce ogni possibilità di comunione tra gli uomini. Perché sulla croce Gesù sconfessa l’odio, sconfessa ogni aggressione, sconfessa ogni oppressione. Sconfessa pure la nostra autosufficienza, la pretesa di essere in grado di salvarci grazie ai nostri meriti. Sulla croce Gesù muore per tutti gli uomini: la croce distrugge ogni muro divisorio che vogliamo erigere con chi ha una fede diversa o non ha fede. Ci possiamo chiedere se è possibile condividere la croce. O, prima ancora, se la croce è una proposta credibile. L’uomo è fatto per la felicità, non per la croce. Condividere la croce può sembrare una proposta sconcertante, ma non si è discepoli se non condividendo la croce. Le parole di Gesù in proposito sono inequivocabili: Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua (Mt 16,24). Bisogna avere il coraggio di condividere le scelte fondamentali della fede; o, in altre parole, bisogna decidere di essere cristiani. Portare la croce vuol dire assumere lo stile di Gesù.

Rinunciare a sé stessi  cosa vuol dire? Non certo rinnegare il corpo né, tanto meno, la propria personalità. Vuol dire rinnegare l’indocile (rispetto alla legge della carità), l’incredulo che è dentro di noi, per ricondurre tutto in noi alla fede, allo stile di Gesù. Qui si aprono problemi molto profondi: si può chiamare croce il dolore dell’uomo? Perché il dolore innocente? Perché proprio a me? Probabilmente non si trova una risposta se si resta sul piano puramente razionale. Dolore e male appaiono come ostacoli, si cerca di nasconderli, ma sempre riemergono. Il dolore è un enigma per tutti, credenti e non credenti. Possiamo ricordare, ad es., Edith Stein, che disse alla sorella: andiamo a morire per il nostro popolo. Il card. Martini, dopo una visita ad Auschwitz, non fu in grado di fare la solita meditazione dinanzi all’assurdo di quel mistero d’iniquità: non ci sono parole. Ma, aggiunse, guai a chi abbassa la guardia.

Il dolore prende senso dall’amore.  Il libro di Giobbe descrive un atteggiamento forte rispetto al dolore: quello che gli fa dire: Dio ha dato, Dio ha tolto. Ma non sempre l’uomo è così forte, come insegna la stessa morte di Gesù. La quale è una morte per la vita, per la salvezza dell’umanità. Una morte totalmente umana perché l’umano di Gesù è totalmente umano. Solo la fede dà un senso al dolore. Senza titanismi, fatalismi o, peggio, disperazioni. Bonhoeffer ha parlato di resistenza e resa: resa non al dolore ma al mistero di Dio. Questa resa ci dà una resistenza reale che genera speranza e pazienza. La lezione del Crocefisso non ci dà una teoria del dolore, né afferma che il dolore è un valore. Insegna piuttosto che è sbagliato respingere la fede per il dolore. Il dolore, il venerdi santo, prelude alla resurrezione. La Pasqua è questa certezza.

Bibliografia: G. Moioli, La parola della croce, Glossa, Milano 1994

marzo 25, 2012

GESÙ E LA RESURREZIONE DI LAZZARO

L’ATTESA DEL MIRACOLO È SPESSO LA SCUSA PER NON OPERARE CONTRO I GRANDI MALI DEL NOSTRO TEMPO: DISORDINE NEL SESSO, DANARO, POTERE

omelia di don Giorgio De Capitani del 25 marzo 2012

Quattro resurrezioni.  A parte la risurrezione di Cristo, nei Vangeli canonici troviamo tre casi di resurrezioni. Due sono narrati da Matteo, Marco e Luca: Gesù restituisce la vita alla figlia di Giàiro, capo di una sinagoga locale; e ridona la vita al figlio di una vedova di Nain. Il terzo miracolo riguarda la risurrezione di Lazzaro, che è presente solo nel quarto Vangelo. Ed è il brano di oggi. Prima di passare a fare qualche riflessione, vorrei dire una cosa, anche se potrà suscitare qualche perplessità. Non si dà nulla per scontato quando si tratta di studiare, commentare e riflettere sui Vangeli. Anche l’omelia domenicale non dovrebbe limitarsi a qualche riflessione moralistica. Certo, non è una conferenza, ma non penso che sia fuori luogo cercare di dire sempre qualcosa di nuovo nei limiti del tempo a disposizione. Non per mettere le mani in avanti, ma per amore della verità, premetto subito che ciò che dirò non sono mie congetture o le congetture di qualche eccentrico. Ci sono studiosi degni di considerazione che sentono l’esigenza di tornare il più possibile alla fonte delle narrazioni evangeliche, onde riscoprire il Cristo autentico, quello genuino, quello radicale ovvero delle origini, prima che i Vangeli venissero interpretati o addirittura manipolati dalle primitive comunità cristiane.

I miracoli non ci fanno maturare nella fede.  Anche da parte mia non sopporto per niente l’idea di un Cristo santone, di un Cristo guaritore, di un Cristo esorcista, di un Cristo carismatico. Non è questo il Cristo che mi piace, anche perché non vi trovo quella Novità che mi aspetterei invece dal Figlio di Dio che si è fatto Uomo. Per cui insistere troppo su questi aspetti non potrà dare maggiore credibilità al Cristianesimo. Solitamente diciamo: i miracoli sono la prova che Gesù è il Figlio di Dio. Ma chi ha detto che per provare che Gesù è il Figlio di Dio occorrono i miracoli? Anche i santoni fanno cose straordinarie. Ho un concetto diverso di Cristo, diciamo di Dio. Cristo non è venuto sulla terra per compiere miracoli dimostrando così che egli era il Figlio di Dio. Se così fosse, perché allora gli ebrei del suo tempo, a iniziare dai capi e dai teologi di allora non gli hanno creduto? Anzi, secondo i Vangeli, più Gesù compiva i miracoli, più i suoi nemici diventavano ciechi, lo volevano addirittura uccidere. Se Dio oggi compisse numerosi miracoli straordinari, la gente aumenterebbe la propria fede? Non credo proprio. Le cose eccezionali non servono a farci maturare nella fede. I miracoli, poi, secondo la mia opinione personale, non rientrano in quella paternità universale di Dio che tanto predichiamo: Dio o compie i miracoli per tutti, o non li fa per nessuno.

Quale morte.  Detto questo, è vero che nei Vangeli troviamo racconti di miracoli, di cui alcuni anche spettacolari. Ma perché ad esempio il miracolo della risurrezione di Lazzaro è narrato solo da Giovanni? Gli altri tre evangelisti se ne sono dimenticati? Ma come potevano di fronte ad un miracolo simile? Non ritengo opportuno, per diverse ragioni – questa è un’omelia, non una conferenza – dilungarmi sui miracoli in genere di Gesù e nemmeno sui racconti riguardanti la risurrezione dei morti. Dico solo: bisognerebbe anzitutto capire bene che cosa, ai tempi di Gesù, s’intendeva per morte. Se avete fatto caso, Gesù parla di sonno. “Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato, ma io vado a svegliarlo”. Anche nel caso della figlia di Giàiro Gesù dice: ”La bambina non è morta, ma dorme”. Dunque, secondo alcuni studiosi, sempre più accreditati, non si tratterebbe di risurrezioni e nemmeno di rianimazioni di un cadavere, ma di una specie di catalessi, o di sonno momentaneo o, secondo altri, di uno stato comatoso che precedeva immediatamente la morte. Scusate la terminologia non strettamente medica. Non entro nel merito, tuttavia penso che sia doveroso tener conto delle teorie sulla pre-morte ai tempi di Cristo. In ogni caso, qualcuno ha fatto osservare: se è vero che la morte introduce ad uno stato di beatitudine, che senso avrebbe farci rientrare ancora in un precedente stato esistenziale di sofferenza? Comunque, la risurrezione di Cristo è un’altra cosa. Cristo, dopo la morte, non è ritornato su questa terra. Qui ci sarebbe da discutere a lungo sul Cristo risorto. Secondo me, dal dopo morte non si ritorna più indietro. Tutto sta allora nel capire che cosa s’intende per morte. E qui le parole di Cristo sono di grande aiuto: “la bambina non è morta, ma dorme” e Cristo la risveglia, così come ha fatto con Lazzaro.

Nostra responsabilità di fare miracoli. Certamente, tutto il racconto del miracolo porterebbe a pensare il contrario, ovvero che si è trattato di una vera morte. Ma non dimentichiamo, e qui ci aiutano ancora gli esegeti, che il racconto rivela una grande discontinuità di narrazione, contiene elementi che non si amalgamano bene tra di loro, è come un collage di più redazioni. È difficile da parte degli stessi esegeti ridurre il racconto al testo originario. A noi importa però cogliere il messaggio essenziale. Anche questo racconto si presta a simbologie utili per una riflessione inerente alla nostra fede. Padre Aldo Bergamaschi, alla fine del suo commento al brano di Giovanni, così invita a riflettere. «… Molti cristiani sono “miracolisti”, cioè continuano a pensare la storia dopo Cristo, coma prima di Lui. Prima di Lui la storia era concepita così: Dio, un essere onnipotente che ronza attorno alla storia e fa quello che vuole; può dare una scoppola a uno, una carezza a un altro e così di seguito. Questo, il cristiano se lo deve dimenticare, ormai la concezione di Dio per noi è quella di “Dio con noi”: Gesù è entrato nelle nervature della storia e i miracoli li dobbiamo fare noi! Avete capito? I miracolisti credono tanto nei miracoli perché si vogliono togliere di dosso la responsabilità, come cristiani, di doverli fare loro! L’abilitazione che Gesù ci ha dato, cioè la sua vera novità, è la cosiddetta “metànoia” (conversione nel profondo) in cui divento una nuova creatura e operatore di “miracoli”.

Sesso, danaro, potere.  Guardo con estrema pietà i “movimenti spirituali” – e prego per loro – i quali, accentuano questo aspetto miracolistico del cristianesimo; fanno riunioni che durano ore, dove si canta, si balla, si battono le mani, ci si getta per terra e così via; e dopo? Finito tutto, credono di avere capito il movimento dello spirito ecc. Poi quando tornano a casa, il mondo resta come prima, a parte tutti i travagli che ognuno di loro ha all’interno della coscienza. Ora, se noi siamo abilitati a fare i miracoli, vi dico i punti che ci devono responsabilizzare e che finalmente faranno vedere la novità cristiana nel mondo. I peccati su cui poggia la società – basta aprire la televisione e lo vedete – sono: sesso in disordine, danaro in disordine, e potere in disordine. Le tragedie delle famiglie, si ripetono in piccolo; quando c’è una famiglia che va a picco, andate a vedere: sesso, danaro, potere, non si scappa. Questo è il punto che Gesù è venuto a sanare, questo è il miracolo che nessun fondatore di religioni ha mai detto; “Amatevi come io ho amato voi”: senza profitto in quei tre settori. Sogno una comunità cristiana, non riunita qui con mille persone a gracidare e così via, ma in una fattoria, dove si è messo in ordine il lavoro, vale a dire l’origine del capitale. Il danaro, o viene dal lavoro o diversamente è una divinità che ci inganna tutti quanti, e così nel sesso, così nel potere.

Miracolo del granellino.  Mettere in ordine questi tre punti, che sono poi il cuore del messaggio di Gesù: sono il miracolo che il mondo attende e che i cristiani devono fare. Il miracolo che abilita il cristiano a introdurre la novità nel mondo è paragonabile a quella del granellino di frumento, il quale deve rinunciare ad essere granellino per diventare farina; la farina a sua volta deve lasciarsi fecondare dall’acqua e dal lievito; per diventare pane deve lasciarsi andare dentro al forno, solo allora da quel granellino avremo il pane profumato. Il miracolo è dovuto alle rinunce del piccolo seme di grano. Non dobbiamo celebrare un Gesù che fa dei miracoli per metterlo di fronte a quelli che non credono, dobbiamo celebrare quella conversione che Gesù è venuto a operare in quelli che credono in Lui. Soltanto così, rinnoveremo noi stessi e il mondo».

Fonte: http://www.dongiorgio.it/scelta.php?id=1866&nome=prima

marzo 23, 2012

TAGLI ALLE SPESE MILITARI, È SOLO FUMO NEGLI OCCHI

CONTRO 180 MILIONI PER CIASCUN F35, SOLO 68 STANZIATI PER IL SERVIZIO CIVILE.

 

di don Antonio Sciortino  Famiglia Cristiana – 22 marzo 2012

Forza della ragione.  Forse è il momento di rispolverare l’articolo 11 della nostra Costituzione. E ripartire da lì. «L’Italia», si legge, «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Dopo gli orrori del secondo conflitto mondiale, l’Italia faceva a sé stessa una promessa: «Valga solo la forza della ragione. Si smetta con le ragioni della forza, sostenute con le armi». In questi ultimi anni, però, per aggirare il dettato costituzionale, si è fatto uso di ogni contorsione verbale. E si è ignorato il Magistero dei Papi che contro il ricorso alla guerra come strumento per risolvere i contrasti tra le nazioni hanno scritto pagine esemplari. Dalla Pacem in terris di Giovanni XXIII alla Populorum progressio di Paolo VI, fino al monito di Giovanni Paolo II: «Mai più la guerra!».

Costo astronomico dei cacciabombardieri.  Oggi, l’Italia ha una grande opportunità: discutere in Parlamento sul modello di Difesa. E su un poderoso taglio alle spese militari. A maggior ragione, in tempi di grave crisi economica. Il ministro della Difesa, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, ha annunciato riduzioni del personale e la rinuncia ad alcuni cacciabombardieri F35. Non ne compreremo più centotrentuno, ma soltanto novanta. «Rischia di essere solo fumo negli occhi», denuncia la società civile. Dalle Acli alla Tavola della pace, alla Rete disarmo, alla Focsiv. I tagli alle spese militari, in realtà, sarebbero solo “artifici contabili”. Una partita di giro, per acquistare nuovi sistemi d’arma. Dal bilancio della Difesa, in realtà, si sottrarrebbero solo pochi euro. Altro che recuperare ingenti risorse per scuole, ospedali e posti di lavoro per i giovani! E poi, nelle stesse ore in cui il ministro Di Paola rendeva nota la riduzione degli F35, la Lockheed Martin che li costruisce s’affrettava a precisare che il costo astronomico di 180 milioni di dollari per ogni cacciabombardiere era destinato a impennarsi ulteriormente.

Affossato il servizio civile.  Nel 2012 le spese militari ammontano, complessivamente, a 23 miliardi di euro. Si fa fatica a intaccare questa montagna di soldi. Ai cittadini e alle famiglie, invece, si chiedono ulteriori sacrifici e tagli sui loro miseri bilanci. Forse, perché non hanno “santi in paradiso” o “stellette” sulle divise. Un dato colpisce, tra i tanti, oltre al massacro del Terzo settore e al seppellimento del principio di sussidiarietà: mentre si riempiono gli arsenali, si affossa l’esperienza del servizio civile. Per l’anno in corso, sono stati stanziati appena 68 milioni. Per il prossimo si vedrà! In Parlamento, i pochi che lavorano per coniugare “buona politica” e “buoni princìpi” (tra questi Savino Pezzotta, Gian Piero Scanu e Andrea Sarubbi) agiscono in un assordante silenzio. Sono giorni decisivi per decidere di tagliare drasticamente le spese militari e rivedere il nostro modello di difesa. Speriamo che Pasqua, ormai prossima, sia all’insegna della pace. E che, ancora una volta, non la spuntino i “trucchi” del Palazzo.

Fonte: http://www.peacelink.it/disarmo/a/35943.html

marzo 21, 2012

RESPONSABILITÀ DEL LAICATO*

Filed under: 1) ecumenismo — brianzecum @ 8:51 PM

INNOVAZIONI CONCILIARI E SFORZI CLERICALI DI NORMALIZZAZIONE

Popolo di Dio.  Prima il papa, poi i vescovi, il clero, i religiosi e infine i laici: questa la proposta di trattazione che i padri conciliari trovarono predisposta dai teologi vaticani per una costituzione dogmatica sulla chiesa (che poi sarà la Lumen gentium). I padri conciliari invertirono questo schema, impostato su tradizionali criteri gerarchici: così, dopo un capitolo introduttivo sul mistero della Trinità e della chiesa, cominciarono col tema innovativo del popolo di Dio. Tutti infatti appartengono al popolo di Dio, papa e vescovi compresi, ovviamente. Il termine è molto frequente nella bibbia ebraica e si riferisce appunto al popolo eletto, gli ebrei. Nel nuovo testamento è meno citato (solo nel vangelo di Luca, atti, lettere paoline e 1 Pietro) ma ha cambiato radicalmente di significato: non è più solo il popolo ebraico, ma è esteso a tutti gli uomini e tutte le religioni, purchè sinceri e non idolatri. Queste alcune qualità che la Lumen gentium riconosce al popolo di Dio: sacerdotale, in quanto partecipe, assieme ai sacerdoti ordinati, all’unico sacerdozio di Cristo (n.10); profetica, perché partecipe del servizio profetico dello stesso Messia (n.12); universale: “Tutti gli uomini sono quindi chiamati a questa cattolica unità del popolo di Dio, che prefigura e promuove la pace universale” (n.13).

Unità e pluralismo.  Ed ecco il fondamento teologico dell’unità: “Cosìla Chiesa universale si presenta come un popolo che deriva la sua unità dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (n.4). Un’unità in certo senso “plurale”. In effetti c’è nel cattolicesimo una tendenza originaria al pluralismo: grandi differenze già tra le prime chiese; non un solo vangelo ma 4 vangeli, non privi di differenze tra loro; non “sola fede” o “sole opere”, ma l’una e le altre; non solo scrittura o solo tradizione, ma entrambe… L’altra faccia del pluralismo è la tolleranza. La motivazione tradizionale contro le eresie era che l’errore non deve godere di diritti e visibilità. Si giustificava così il comportamento cattolico che nei paesi a maggioranza protestante chiedeva la libertà religiosa, mentre in quelli cattolici la osteggiava pesantemente. Il problema è stato superato dal concilio con la separazione tra l’errore e la persona che lo compie: questa va rispettata in quanto persona, indipendentemente dalle opinioni che professa.

Visione evolutiva.  Un altro apporto fondamentale del Concilio vaticano II è stata l’apertura ad una visione evolutiva della realtà, rispetto a quella precedente, che contemplava invece una realtà ecclesiale e umana prevalentemente statica, immutabile (come quella spesso attribuita alla visione islamica). Qui grande influenza ha avuto il pensiero del filosofo-scienziato Teilard de Chardin – tra i massimi pensatori dell’umanità. Egli si è sforzato di applicare nel campo umanistico-filosofico-religioso le teorie evoluzioniste, ormai verificate nel campo biologico: Dio ci sta davanti e ci chiama ad una crescita continua. L’adultità dovrebbe diventare un tema dominante anche nella predicazione (cfr. Criteri e modelli di adultità). Nessuno dopo il Concilio può opporsi alla crescita umana di donne, schiavi, indigeni e ogni altro gruppo sociale – che invece in precedenza veniva legittimamente discriminato. L’appello alla tradizione, spesso invocato (“si è sempre fatto così”) è stato chiaramente condannato da Gesù (ad es. in Mc 7) quando la tradizione si oppone all’uomo e alla sua crescita (ulteriori approfondimenti in TRADIZIONE ED EVOLUZIONE). La visione evolutiva può essere facilmente riscontrata nella Gaudium et spes e negli altri documenti conciliari.

La normalizzazione clericale,  di fronte a innovazioni di questo spessore, non è tardata. Un esempio può essere quello dell’ecumenismo, uno dei campi di riflessione più fecondi del concilio (detto appunto ecumenico). In campo cattolico vigeva da sempre l’idea unionista, secondo la quale la chiesa cattolica è una società perfetta, che non richiede modifiche o aggiornamenti. Le altre chiese cristiane saranno gradite e abbracciate se si convertono e tornano all’ovile, sotto l’autorità papale. La chiesa cattolica invece non ha bisogno di convertirsi, appunto perché perfetta. Il percorso ecumenico, evidentemente, è lungi da queste posizioni: comporta un camminare insieme, aiutandosi a crescere e a perfezionarsi alla luce del vangelo, che nessuna chiesa – realtà umana – riesce ad incarnare perfettamente. Così il cammino ecumenico si è fatto sempre più pesante, certe riunificazioni che sembravano ormai prossime (come quella con gli anglicani) sono svanite e ciascuna chiesa prosegue da sola in attesa di tempi migliori. Un altro esempio può essere quello di un problema che attraversa ormai tutte le chiese: l’ordinazione femminile. Non ci sono ostacoli di ordine teologico – salvo quello che Gesù era maschio: ma si rischierebbe l’eresia di affermare che, essendo maschio è venuto a salvare i soli maschi. Di fatto avviene, specie in Germania e altri paesi multireligiosi, che numerose donne cattoliche che si sentono vocate al sacerdozio, riescono a realizzare il loro sogno nelle confessioni protestanti, abbandonando il cattolicesimo. Analogo discorso vale per i preti sposati: non vi sono remore di ordine teologico, ma solo derivanti dalla tradizione, quella condannata da Gesù perché contraria alla crescita umana.

Chiesa come comunione:  è un concetto emerso dopo il concilio, che consente di delineare una proposta conclusiva. È nato proprio grazie alla collaborazione con la chiesa anglicana, la quale, nelle sue estensioni negli altri paesi del mondo (in particolare nel Commonwealth britannico) ha preferito chiamarsi appunto Comunione anglicana. È un tema stupendo perché unifica per la prima volta le 4 note della chiesa come confessata nel credo: una, santa, cattolica e apostolica. Una, perché unita in Dio. Santa, perché popolo sacerdotale che prega Dio a nome di tutta l’umanità. Cattolica, perché in unione con ogni persona del mondo e con tutto ciò che vi è di bene; questo carattere comporta anche un aspetto di regalità, in quanto a capo del regno (non di questo mondo) vi è Cristo, “maestro, re e sacerdote di tutti” (Lumen gentium n.13). Apostolica, infine, è la stessa precedente universalità, ma nel tempo, che unifica la chiesa del passato, presente e futuro; comprende anche un aspetto profetico, un compito di testimonianza alla verità, che viene sempre più conosciuta sotto l’azione dello Spirito Santo. L’idea di comunione ci consente di superare tante divisioni, perché tutto il popolo di Dio partecipa di questa vita di comunione. Tutti pertanto siamo responsabili di alimentarla, superando gli ostacoli clericali che troppo spesso vengono frapposti. Sarebbe urgente ad es. che i laici potessero avere almeno un luogo istituzionale per far sentire la propria voce in ambito ecclesiale.

*spunti dall’incontro con Giovanni Cereti al Meic di Lecco il 2 marzo 2012. Testo non rivisto dal relatore.

marzo 18, 2012

GIRARDI E L’ETÀ DEL DIALOGO

DALLE APERTURE CONCILIARI ALLA RICERCA DELLA VERITÀ DI UN TESTIMONE DEI NOSTRI GIORNI

di RANIERO LA VALLE*

Dal dialogo verso la comunione.  Con la morte di Giulio Girardi, teologo dell’inclusione e filosofo della liberazione, si può considerare simbolicamente conclusa l’età del dialogo. Essa ha attraversato una larga parte del Novecento e ha interessato politiche, ideologie e religioni; si può dire che quanto più erano visibili i patimenti e le minacce arrecate dalle contrapposizioni in atto (c’era violenza per i popoli e al mondo era annunciata la morte nucleare), tanto più si cercavano punti d’intesa, si lavorava al negoziato, si cercavano terreni di comune umanità. A partire dal Concilio questo dialogo ha avuto il suo centro e il suo motore nella Chiesa cattolica. Papa Giovanni ne aveva provato l’efficacia arginando la crisi di Cuba, e nella “Pacem in terris” l’aveva fondato sulla fiducia, prendendo in parola gli Stati che dicevano di non voler usare le armi per distruggersi; egli sostenne che gli uomini potessero incontrarsi tra loro nonostante e attraverso i loro errori, e di un dialogo fatto per amore. Offrì una struggente icona ricevendo la figlia e il genero di Krusciov. Al Concilio arrivarono i testimoni delle altre Chiese cristiane, non più considerate come sette di eretici e scismatici; Paolo VI nella sua prima enciclica fece del dialogo la missione stessa della Chiesa, la sua “parola”: dialogo con gli altri cristiani, dialogo con le religioni non cristiane, dialogo con i non credenti, dialogo col mondo. Dossetti osservò che a questo livello di estensione e di profondità, per la Chiesa più che di dialogo, si dovesse parlare di comunione. E al di là delle sedi istituzionali ci fu tutto un fervore di ricerche, di incontri, di prove di lavoro comune, culturale e politico, pur in mezzo a feroci polemiche degli zelanti. In ogni caso c’era vita, perché si comunicava nelle idee, non nel denaro.

Col marxismo.  Un capitolo importante di questo dialogo fu quello tra cristianesimo e marxismo. Erano due antropologie che si mettevano a confronto, l’una fondata sulla fede, l’altra sulla dialettica e sull’utopia. E si sfidavano, ciascuna nel proprio campo costretta a interrogarsi su “quale marxismo”, su “quale cristianesimo”. E c’erano ricerche su nuovi marxismi e su un “nuovo” cristianesimo. Innamorata e curiosa del mondo appena scoperto, la Chiesa addirittura istituì un Segretariato per i non credenti, e mandava i suo cardinali a discutere con gli “atei” negli incontri internazionali di dialogo, mentre sul versante laico facevano notizia, e cultura, i convegni della tedesca Paulusgesellshaft. Di questo dialogo Giulio Girardi fu un pioniere; ne pose le basi filosofiche, teologiche e spirituali; il primo libro “Marxismo e cristianesimo”, poi sempre ristampato, fu pubblicato dalla Cittadella di Assisi nel 1965 con una prefazione del cardinale Koenig, e molti altri la Cittadella ne pubblicò sullo stesso tema fino al 1975. Poi ci furono altri libri, altri Editori, Giulio Girardi si coinvolse nella teologia della liberazione, nelle lotte e nelle speranze dell’America Latina, il Nicaragua, Cuba, la dignità degli indios, dei “vinti”.

Ci fu una parabola,  perché all’inizio Girardi partì nell’ufficialità, quando tutta la Chiesa era partecipe di quella straordinaria apertura. Poi le università cattoliche, i salesiani, i vescovi non furono più d’accordo. Cominciarono le rimozioni, le esclusioni, dall’insegnamento, dai salesiani, dagli ordini sacri (ed è stato bello che il Rettore dell’Ateneo salesiano sia venuto ai suoi funerali). Ma non è per il dialogo che Girardi ha pagato questo prezzo. A lui interessava la verità, nel cristianesimo, nel marxismo, nella storia; era la verità che lo metteva in relazione, in dialogo con gli altri. Ma può la verità meritare che si paghi per essa un prezzo così alto, di sofferenze morali e fisiche? No, se la verità è l’oggetto inerte di una speculazione intellettuale. Ma se la verità è la vita, se è cercata per amore del mondo e del prossimo, se è uno dei fondamenti della pace, se è coetanea della libertà, se consiste nel proclamare la dignità e l’eguaglianza per natura degli uomini e dei popoli, come è scritto nel magistero del Concilio e dei Papi conciliari, allora vale la pena che per essa si perda la vita.

Questo del resto è il divino nell’uomo. Ci si può chiedere allora che senso abbia che Girardi sia stato sospeso “a divinis”. Nel gergo canonico vuol dire essere staccati dalle cose sacre, che secondo l’ideologia veterotestamentaria sono le cose separate dagli uomini, messe da parte per Dio e maneggiate in modo esclusivo dagli appartenenti alla tribù dei leviti. Ma nel lessico cristiano la sospensione a divinis è la sottrazione all’uomo della sua vera umanità, l’estrapolazione di Dio fuori delle cose a tutti comuni, la sospensione dell’incarnazione per la quale, come dice il Concilio, “il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo”. No, nessuno può essere sospeso dal divino.

(6 marzo 2012)

*Fonte: http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/03/06/raniero-la-valle-girardi-e-l%E2%80%99eta-del-dialogo/

marzo 12, 2012

TRADIZIONE ED EVOLUZIONE

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 9:02 am

L’amore come risposta alla crisi  La Valle

La verità del vangelo Stefani

Unità nella diversità  De Capitani

Che cosa è la non violenza cristiana  Drago

Le acque della vita  De Capitani

La nonviolenza messaggio di papa Francesco 1-1-2017

Appoggio al messaggio del papa  WaC

Nostalgia e speranza  Stefani

La meta è ancora lontana  De Capitani

La memoria non è la storia  Stefani

Un Dio sempre nuovo  De Capitani

Rischiare nella fede

Difendere la tradizione dai tradizionalisti

Storia, Tradizione, prospettiva escatologica  Stefani

La novità dell’evangelo

Fondamentalismo e relativismo: uso distorto della verità

Esiste ancora la natura?

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