Brianzecum

settembre 17, 2012

AFFOLLATA ASSEMBLEA

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AFFOLLATA ASSEMBLEA DI GRUPPI ECCLESIALI, RIVISTE, ASSOCIAZIONI A 50 ANNI DALL’INIZIO DEL CONCILIO*

di Roberto Monteforte,  “l’Unità” del 16 settembre 2012

 

Far vivere il Concilio Vaticano II. Dargli applicazione e con gioia, guardando con speranza al futuro. Perché la sua piena ricezione è ancora lontana. Di questo si è discusso ieri a Roma nell’affollatissima assemblea tenutasi al teatro dell’Istituto Massimo di Roma. «Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri» è il titolo dell’appuntamento autoconvocato e autofinanziato a 50 anni dall’inizio del Concilio cui hanno aderito oltre 104 sigle di associazioni, gruppi ecclesiali, movimenti, riviste e organizzazioni tutte attente all’esigenza che non si disperda o si depotenzi l’insegnamento del Concilio Vaticano II. Sono stati oltre settecento i partecipanti giunti da tutta Italia. Segno di quanto forte ed estesa sia la domanda per una Chiesa che sappia dialogare con fiducia e speranza con il mondo contemporaneo avendo il coraggio di cambiare se stessa.

L’incontro si è aperto con un ricordo del cardinale Carlo Maria Martini e al suo coraggio profetico. Teologi, storici, studiosi e uomini di Chiesa hanno approfondito i nodi posti dal Concilio alla Chiesa a partire dalla sua ermeneutica. Alla polemica su rottura o continuità con la tradizione della Chiesa. «È una disputa da abbandonare perché non coglie il nodo rappresentato dal Concilio. Perché il cambiamento era già in corso nella Chiesa. Perché la dottrina cambia sempre e cambiamo i significati. Perché se la Chiesa è sempre la stessa, la Tradizione vivente è in continua evoluzione per rendere “presente” e continuamente aggiornato nella nuova condizione storica ciò che è stato tramandato» lo afferma il teologo padre Carlo Molari. «La pluralità delle dottrine presenti nella Chiesa ed anche le rotture sono importanti per il suo sviluppo». C’è ancora bisogno che la Chiesa sappia «raccordarsi con la modernità». Lo storico Giovanni Turbanti ha inquadrato il contesto storico, sociale, politico ed economico che ha portato alla sua convocazione.

La biblista Rosanna Virgili sottolinea la «festosità liberatoria dell’annuncio cristiano e l’apporto fondamentale dato dalle donne. «Dio parla alle donne – afferma – che sono depositarie di una fede che non esclude. Perché non ci sono più lontani quando si può comunicare e si è abbattuta l’inimicizia fatta di leggi che distinguevano e discriminavano creando inimicizia». Mentre Cettina Militello ha affrontato il nodo «delle prospettive future nella speranza di un vero aggiornamento». «Bisogna passare dall’ermeneutica conciliare all’attuazione del Concilio. All’attuazione di quanto faticosamente elaborato dai padri conciliari» ha affermato. Sottolinea l’importanza dell’«aggiornamento» della Chiesa. Invita a riflettere sulla speranza di un «vero rinnovamento» della Chiesa, di una sua autentica profezia rispetto alla mutazione culturale in atto. Ne indica gli ambiti: «il piano della Liturgia, dell’autocoscienza di chiesa, dell’acquisizione sempre maggiore della parola di Dio, del dialogo Chiesa con il mondo». Va pure perseguita l’istanza ecumenica, e interreligiosa, l’istanza «dialogica». Sottolinea i limiti della partecipazione attiva, della sinodalità, dell’ ascolto e del dialogo, necessari per attuare quella trasformazione strutturale della Chiesa voluta dai padri conciliari, per il suo ritorno a uno stile evangelico di compartecipazione e effettiva comunione.

Interviene da «testimone» l’allora giovanissimo abate benedettino della Basilica di San Paolo, Giovanni Battista Franzoni. Parla della scelta per i «poveri» e del coraggio di Paolo VI. Porta la sua testimonianza il teologo valdese Paolo Ricca. Soprattutto recuperando appieno il ruolo del «Popolo di Dio», dei laici nella Chiesa, successori dei «discepoli».

Lo sottolinea Raniero La Valle che conclude i lavori. «Perché – fa notare – non c’è solo la successione apostolica da Pietro sino ai nostri vescovi e al Papa. C’è anche una successione laicale, non meno importante dell’altra che è giunta sino a noi». Senza questa «non vi sarebbe il Popolo di Dio e neanche la Chiesa degli apostoli». Sottolinea come la forza del Concilio Vaticano II sia stata il fare l’ermeneutica di tutti i concili precedenti. Per questo «non lo si può accantonare ». Sta anche in questo la ragione e la forza dell’assemblea convocata ieri. La Valle annuncia l’impegno a raccogliere quella domanda che interpella ancora. Chiede una nuova politica, una nuova giustizia, una nuova economia. Che chiede una Chiesa dei poveri e con i poveri. Richiama i compiti nuovi che il Concilio affida e riconosce ai laici. «Sulla riforma della chiesa e delle sue strutture il Concilio è rimasto ai nastri partenza. La Chiesa anticonciliare ha bloccato la collegialità e ha rafforzato i vincoli di dipendenza gerarchica» ma una Chiesa nuova è possibile. Vi è una storia da trasmettere. Un impegno che, assicura La Valle, non si fermerà con questa assemblea. Vi sarà un sito per mettere in rete riflessioni e iniziative e per partecipare alle iniziative delle singole Chiese e a quelle internazionali che culmineranno nel 2015 all’anniversario delle conclusioni del Concilio. Vi sarà un «coordinamento leggero» per far incontrare sforzi diversi e rendere possibile quel «Il Concilio è nelle vostre mani» soprattutto le mani dei poveri invocato dallo stesso Raniero La Valle.

Fonte: http://www.noisiamochiesa.org/?p=2279

CHIESA DI TUTTI, CHIESA DEI POVERI

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Assemblea a Roma, 15 settembre 2012

INTERVENTO CONCLUSIVO DI RANIERO LA VALLE

Assemblea convocata da 104 gruppi ecclesiali, associazioni, riviste, a 50 anni dall’inizio del Concilio Vaticano II, tenutasi il 15 settembre 2012, nell’anniversario del radiomessaggio di Giovanni XXIII dell’11 settembre 1962, nell’Auditorium dell’Istituto Massimo a Roma, capiente di 800 posti, con quasi 1000 partecipanti provenienti da Siracusa, Palermo, Messina, Bari, Napoli, Avellino, Roma, Sulmona, Pratovecchio, Perugia, Firenze, Pistoia, Bologna, Reggio Emilia, Modena, Parma, Udine, Verona, Trento, Brescia, Milano, Voghera, Torino, Cuneo, Cagliari e da molti altri luoghi, presieduta da Rosa Siciliano, introdotta da Rosanna Virgili, con relazioni di Giovanni Turbanti, Carlo Molari, Cettina Militello e conclusioni di Raniero La Valle, con interventi di p. Felice Scalia, s. J., padre Marco Malagola, a nome di mons. Loris Capovilla, Paolo Ricca, Giovanni Franzoni, Alex Zanotelli, Luigi Sandri, Adriana Valerio, Gianni Geraci, il presidente nazionale della FUCI e molti altri

IL CONCILIO NELLE VOSTRE MANI

di  Raniero La Valle

Cari Amici,

Giunti alla fine, dobbiamo cercare il segreto di questo Convegno. Perché un segreto c’è stato. Non alludo al segreto del suo successo, che più che un successo è stato un miracolo. Alludo al fatto che durante i nostri lavori c’è stato uno sconosciuto che sedeva nell’ultima fila; spesso era una sconosciuta. Voi forse non li avete visti, ma io, dovendo trarre le conclusioni di questa assemblea, ci ho fatto caso. Mi sono chiesto chi potevano essere questo sconosciuto, e questa sconosciuta, che erano là, e che ora, quasi a volerci precedere ai treni, se ne sono andati. E mi sono ricordato che alla fine del vangelo di Giovanni si parla di uno sconosciuto, di cui non si dice mai il nome, ma che è identificato come il discepolo che Gesù amava; e Gesù disse di lui che sarebbe rimasto, fino al suo ritorno. Gli apostoli non capirono, e pensarono che quel discepolo non sarebbe morto, ma Gesù non aveva detto che non sarebbe morto, aveva detto di volere che rimanesse fino a che egli non fosse venuto.

Allora io ho pensato che quel discepolo di Gesù che è rimasto, quel discepolo che è senza nome, quasi a poter avere ogni nome, fosse proprio quello sconosciuto o quella sconosciuta che erano seduti in fondo alla sala. E ho pensato che quello sconosciuto poteva essere ciascuno di noi, anzi che potesse essere questa assemblea stessa, perché noi siamo i discepoli che sono rimasti. Noi non siamo gli apostoli, non siamo gli evangelisti, non siamo i dottori, non siamo dei reduci, noi siamo i discepoli.

La successione dei discepoli.   Ma come discepoli, anche noi siamo dentro una successione; non c’è solo la successione apostolica, che da Pietro e dagli altri apostoli arriva fino ai nostri vescovi e al papa: c’è anche una successione laicale, che dai discepoli anonimi che Gesù amava, dal discepolo che è rimasto, è giunta fino a noi; e questa successione discepolare non è meno importante dell’altra, perché anch’essa fa parte della Tradizione che viene da Gesù e che insieme alla Scrittura porta con sé la divina rivelazione e rende attuale per ogni generazione la parola di Dio.

Nella storia cristiana si è a lungo dimenticato come nella tradizione viva della Chiesa ci fosse anche la tradizione trasmessa dai discepoli. Anzi si è dimenticato che senza i discepoli non ci sarebbe alcuna tradizione, non ci sarebbe un popolo di Dio, e non ci sarebbe nemmeno la Chiesa degli apostoli. Senza le discepole venute alla tomba vuota, gli apostoli non avrebbero avuto l’annunzio della resurrezione, perché la spiegazione di quella tomba vuota l’angelo la diede alle donne dicendo: non è qui, è risorto; perciò furono le discepole, Maria di Magdala, Giovanna (di cui nessuno mai si ricorda), l’altra Maria, le prime a fare l’esegesi, e un’esegesi ispirata, quasi “dettata dallo Spirito Santo”[1] per usare una formula del Tridentino, della pietra rotolata dal sepolcro. E fu il discepolo che Gesù amava quello che riconobbe il Signore risorto sulla riva del lago: ed è sulla parola di quel discepolo che Pietro si gettò nelle acque per raggiungere il Maestro (Giov. 21, 7). Senza il discepolo, Pietro non si butta. E anche ora, se noi non diciamo a Pietro: “Ma è il Concilio!”, lui non lo riconosce, e non si getta in mare. Forse è proprio questo che dovremo fare quest’anno. Ben  sapeva tutto ciò Gregorio Magno che dei fedeli che lo ascoltavano e che lui invitava a interloquire nelle sue omelie, diceva che erano “organi della verità”, “organa veritatis”.

Però nella lunga discussione sulle cosiddette due fonti della Rivelazione, Scrittura e Tradizione, nessuno si era più ricordato di mettere nella Tradizione la parte che vi hanno i discepoli: non il decreto “Sacrosancta” del Concilio di Trento, che parla delle tradizioni apostoliche, scritte e orali, conservate nella Chiesa fino a noi, non la Costituzione “Dei Filius” del Vaticano I, che ne riprende la dottrina, e nemmeno lo schema sulle due fonti della Rivelazione preparato per il Vaticano II (ma non accolto dai Padri) che pur moltiplicando le fonti della Rivelazione non faceva alcun cenno al ruolo dei fedeli. Se ne è ricordato invece il Concilio Vaticano II, che nella “Dei Verbum” al n. 7 accanto agli apostoli che sono il primo anello della Tradizione introduce “gli uomini della cerchia degli apostoli”, cioè gli altri discepoli, e che al n. 8, già qui citato da don Molari, afferma come la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, cresce nella Chiesa con la contemplazione e lo studio dei credenti che le meditano in cuor loro (cfr. Lc 2,19 e 51), con la intelligenza data da una intima  esperienza delle cose spirituali, nonché (ma dunque non solamente) per la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un sicuro carisma di verità.

Il Concilio fatto per i discepoli.  Dunque c’è un ruolo dei discepoli nella formazione e nell’incremento della tradizione apostolica. E siccome il Vaticano II è stato un momento privilegiato nella storia di questa Tradizione ecclesiale, la domanda è quale parte noi discepoli abbiamo avuto nel Concilio e quale ruolo abbiamo adesso nella sua ricezione e trasmissione. Il nostro Convegno nasce da qui. Ora, la prima cosa da dire è che il Concilio è stato fatto per noi. Questo significa la decisione di papa Giovanni di farne un Concilio pastorale, cioè tale per cui i discepoli e tutti gli altri potessero capire e crescere nella fede. Se si fosse trattato di riprendere le dispute e ripetere le dottrine espresse dai precedenti Concili, non ci sarebbe stato bisogno di un nuovo Concilio, disse Giovanni XXIII nel suo discorso inaugurale, “Gaudet Mater Ecclesia”. Occorreva invece che i contenuti della fede venissero esplorati ed espressi nelle forme e secondo la cultura degli uomini del nostro tempo, “nel modo che i nostri tempi richiedono”[2], come dice il testo pronunciato dal papa in latino. La Chiesa doveva farsi raggiungere, come se venisse fatto oggi, dall’invito di Gesù ad ammaestrare e trarre discepoli da tutte le genti, e farlo in modo per loro comprensibile e amico. Cioè si doveva tornare a raccontare la fede che era stata narrata nei secoli, e che si era andata formando di Concilio in Concilio, da Nicea al Vaticano I; non a caso Giovanni XXIII all’inizio del suo discorso richiamava i venti Concili celebrati “in Oriente e in Occidente, dal quarto secolo al Medioevo, e di là all’epoca moderna”. Quella tradizione conciliare, che si era interrotta con la brusca chiusura del Vaticano I provocata dai bersaglieri entrati a Porta Pia, si trattava ora di riprendere, per ripresentare ai discepoli e a tutti gli uomini la fede della Chiesa accumulatasi nel tempo, la fede di tutti i Concili. Dunque un Concilio che fosse, ai fini pastorali, l’ermeneutica di tutti i Concili.

Il Vaticano Secondo come nuova ermeneutica della fede e dei precedenti Concili.  Perciò bisogna stare attenti ora a non sfidare il Vaticano II, perché contrastare il Vaticano II vuol dire mettersi contro tutta la Tradizione.   È molto significativo che alla vigilia dell’apertura dei lavori, fosse portata a termine dalla cosiddetta “officina bolognese” di Giuseppe Alberigo e Giuseppe Dossetti e presentata a Giovanni XXIII la raccolta di tutti i decreti conciliari, i “Conciliorum ecumenicorum decreta”, simbolo del fatto che non si trattava di aggiornare un catechismo, ma di rimettere in luce e decodificare per l’uomo di oggi l’intero patrimonio di fede elaborato e tramandato dai Concili, in unità col magistero romano. Questo intendeva Giovanni XXIII nel suo discorso dell’11 ottobre quando esplicitamente faceva riferimento a Trento e al Vaticano I, non perché il nuovo Concilio ne ripetesse i precetti, ma perché ne facesse l’esegesi, e insieme facesse l’esegesi dell’intero annuncio cristiano, come Gesù aveva fatto l’”esegesi” del Padre. Io capisco la delicata osservazione fatta da Cecilia Militello a proposito delle ermeneutiche del Vaticano II, splendidamente chiarite qui da Carlo Molari; ma quello che conta è l’ermeneutica della fede che nel nuovo contesto storico, innovando, il Vaticano II ha fatto per noi, e che a nostra volta noi dobbiamo trasmettere ai discepoli di domani.

Letti così i più alti documenti del Concilio svelano insospettate ricchezze. La “Dei Verbum” sulla divina rivelazione ad esempio può essere letta come interpretazione autentica di Trento, volta a superare la controversia fuorviante sulla “sola Scriptura”, e a restituire la Bibbia alla Chiesa mettendo la Parola di Dio nelle mani di tutti i fedeli, come parola viva, non più chiusa nella morsa della sola alternativa tra senso letterale e senso allegorico; vi sono altri sensi della Scrittura, noti al Concilio, con cui essa può essere letta e assunta nella vita cristiana..

La “Lumen Gentium” può essere intesa anche come rilettura e integrazione del Vaticano I, quando restituisce il Papa alla Chiesa nella collegialità di pastori e fedeli, sciogliendo l’equivoco della formula oracolare di un pontefice sovrano che parla da sé, e non per il consenso della Chiesa[3]; ancora, essa può essere letta come inveramento pacificante del Tridentino quando considera sempre dovuta la riforma, e non la controriforma della Chiesa.

La riforma liturgica può essere vista come un rinnovato discernimento della preghiera e del culto, nella centralità dell’eucarestia, per sgravare Dio del “carico di errate preghiere”, come cantava padre Turoldo, e perché la messa non fosse più lo spettacolo di “cento muti e un pazzo”, come si diceva in Sicilia, cioè lo spettacolo di un prete che sussurrava preghiere voltando le spalle ai muti, “chiamati a vivere la loro fede con un puro salto nell’assurdo”, come ricorda Giuseppe Ruggieri nel suo preziosissimo libro appena uscito, “Ritornare al Concilio”[4], già evocato da Molari..

La “Gaudium et Spes”, poi, può essere compresa come la purificazione della memoria del Concilio di Nicea, fuori da ogni tutela e comando imperiale (come fu il caso di quel primo Concilio convocato da Costantino), in una Chiesa quindi non più costantiniana; la “Gaudium et Spes” è in effetti la Costituzione pastorale di una Chiesa che intrattiene in tutt’altro modo il rapporto col mondo del suo tempo, e che perciò può giungere a riconciliarsi con le libertà, lo Stato e la scienza moderni che la Chiesa tridentina e il magistero romano dell’800, come ci ha spiegato Giovanni Turbanti nella sua bellissima relazione storica, avevano rifiutato per una loro supposta contraddizione col Vangelo. Si può anche dire che la Gaudium et Spes sviluppi Calcedonia, nel suo esito antropologico, quando dice che “con l’Incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo” (G. S. n. 22), sigillo, questo, di una radicale unità umana.

L’unità umana! Qui sta l’attualità del Concilio. L’unità umana è infatti l’unica prospettiva possibile per la soluzione della crisi presente. Non diversamente da cinquant’anni fa, la crisi ci interpella oggi in modo pressante. C’è troppo scialo di morte, come diceva padre Turoldo; ma c’è anche troppo scialo di poveri. I poveri crescono in tutto il mondo, perché il sistema non li prevede; se ci sono, esso li lascia cadere; i poveri non sono nei numeri delle agenzie di rating né tra i marchi esibiti dai mercati e, come dice l’Apocalisse, senza il marchio della bestia e il numero del suo nome i poveri non possono né comprare né vendere, cioè non possono vivere. Ai mercati essi non interessano. I mercati non capiscono nemmeno che quanto più si è poveri, tanto meno si comprano le sue merci. Intanto immense ricchezze si formano, e si abbattono come tsunami su popoli interi, la finanza domina, l’economia languisce, i Parlamenti sono sviliti, la politica è attaccata e umiliata, perché è l’ultima diga al dominio universale del denaro.  Proprio il Concilio invece ci ha detto che la politica è necessaria; noi oggi ancora non sappiamo come ridarle in mano il governo dei popoli, e per questo siamo in crisi; come discepoli sappiamo però che non c’è soluzione se non acquisendo in prospettiva storica e non solo escatologica l’unità dell’intera famiglia umana; la nuova frontiera è quella di un costituzionalismo universale e di una democrazia mondiale dei popoli; e sappiamo anche che questo non è un problema tecnico né un problema di cattolici o non cattolici, ma è un problema sommamente politico ed è responsabilità di tutti nella varietà delle dottrine, dei progetti e degli strumenti di lotta. Ora, se la tesi che qui avanziamo del Vaticano II come ermeneutica della fede e ricapitolazione dei precedenti Concili è fondata, non mi sembra che sarebbe da augurarsi a breve termine un altro Concilio, che potrebbe essere pensato come correzione di questo e bloccherebbe il processo, forse lungo, della sua ricezione nella Chiesa.

 

 L’ispirazione dei discepoli.  Abbiamo detto ciò che il Concilio ha fatto per noi. Ma i discepoli non sono stati solo i destinatari del Concilio. Ne sono stati anche ispiratori. Certamente i vescovi e il Papa sono stati gli autori e la fonte di autorità delle pronunzie conciliari, ma non si sono vergognati di fare appello al senso dei fedeli, di prenderli sul serio come adulti nella fede. E lo hanno fatto non per seguire le mode, ma perché, come hanno scritto nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa, “il popolo santo di Dio partecipa dell’ufficio profetico di Cristo”, perché la totalità dei fedeli, grazie allo Spirito, “non può sbagliarsi nel credere” quando “dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici mostra l’universale suo consenso in cose di fede e di morale”, e infine perché il popolo di Dio nell’aderire “alla fede trasmessa ai santi una volta per tutte, con retto giudizio penetra in essa più a fondo e più pienamente l’applica nella vita” (L.G. n. 12). Così dei fedeli dice il Concilio. Ed è proprio per riconoscere questo ruolo, vorrei dire questo protagonismo dell’universalità dei credenti, che tra le varie immagini della Chiesa ricordate dalla stessa “Lumen Gentium”, quella che il Concilio privilegia e mette alla base di tutto è l’immagine della Chiesa come popolo di Dio. Non altrettanto serviva a raffigurare la Chiesa l’immagine dell’ovile e del gregge, perché le pecore sono gregarie, non quella della Chiesa come podere o campo di Dio, perché nel campo le radici sono nascoste e il podere produce ma non parla, non l’immagine della casa, perché la casa ospita ma non discerne, non quella del tempio, perché nei santuari di pietra Dio può essere chiuso come in una prigione. Molto più corrisponde all’immaginario dei discepoli di oggi la nozione della Chiesa come popolo di Dio, perché ormai possiamo pensare al popolo come sovrano e non più come suddito, perché il popolo ha radici nel profondo, ma lo si vede, si sa dove sta, il popolo parla, discerne, ascolta, partecipa, è fatto di donne e di uomini, si fa rappresentare e si fa presente esso stesso, il popolo vive in pubblico e ha una sua coscienza segreta. Il popolo di Dio non può essere da meno di ogni altro popolo.

In che cosa dunque i discepoli possono essere considerati ispiratori del Concilio?  Quali ne sono i segni, le prove, i sintomi? La prima cosa che viene in mente è quella della lingua. A meno di non voler sacralizzare il latino, o il greco antico, o l’aramaico, non c’è nessun dogma in gioco nella questione della lingua. Ed era un’evidente istanza dei discepoli che ognuno potesse pregare e credere, che ognuno potesse parlare e fare silenzio nella lingua della madre. La prima rivoluzione del Concilio è stata questa; oggi sembra ovvia, ma le conseguenze, come ha intravisto Karl Rahner, sono incalcolabili, anche riguardo al pluralismo ecclesiale.

La seconda cosa che viene in mente è che nella sua narrazione della fede il Concilio non ha riproposto la dottrina punitiva del peccato originale, nella forma depositata nei catechismi. C’era questa dottrina  nello schema preparatorio della Commissione dottrinale, ma il Concilio l’ha lasciata cadere. Non è una dimenticanza, è un’ermeneutica.

In altri modi il Concilio spiega l’universalità e le conseguenze del peccato, mentre afferma con chiarezza che dopo la caduta Dio non abbandonò gli uomini[5], ma sempre li sostenne con il suo amore e i mezzi di salvezza, in vista di Cristo che era già all’opera prima di Adamo (L.G. n. 2). Per i discepoli di oggi c’era una contraddizione insanabile tra l’essere chiamati da Dio e l’essere stati cacciati lontano da lui; c’era una contraddizione tra il prezioso e ormai anche raro dono del lavoro e la sua irrogazione da parte di Dio come pena, c’era una contraddizione tra la gioia degli amori e dei parti e la loro ricaduta nella maledizione e nel dolore prodotti dal peccato, c’era una contraddizione tra l’accettazione cristiana di sorella morte e la sua esecrazione come pena capitale inflitta da Dio a creature innocenti in ragione dei padri. E’ evidente qui come il Concilio nel tacere sul mito del giardino si sia messo all’ascolto del sensus fidei del popolo di Dio, ciò che non doveva fare invece il successivo catechismo della Chiesa cattolica del 1992 che riesuma quella dottrina, segno di una gerarchia resistente al Vaticano II.

Un’altra prova del ruolo avuto dai fedeli si trae da un documento del 2007 della Commissione Teologica Internazionale, approvato dal Papa Benedetto XVI. Racconta il documento che era stato chiesto da molti che il Concilio sanzionasse come dottrina di fede il principio sostenuto da secoli secondo il quale i bambini morti senza battesimo non vanno in paradiso, non sono ammessi all’incontro con Dio. Dietro quest’idea c’era un postulato importantissimo della teologia preconciliare, quello secondo cui fuori della Chiesa visibile non c’è salvezza, e che però solo col battesimo nella Chiesa si può entrare. Per questo Pio XII aveva detto alle ostetriche che dovevano affrettarsi a battezzare i bambini di cui non erano madri, se c’era pericolo di vita e quindi il pericolo oggettivo che quei bambini non fossero salvati. La cosa era tanto più importante perché riguardava non solo i bambini cristiani, ma anche tutti gli adulti non cristiani, tutti i non battezzati. Senza battesimo, niente futuro. Dice ora il documento della Commissione Teologica che “la Commissione Centrale Preparatoria si oppose a tale richiesta, consapevole della necessità di proporre una soluzione che meglio si accordasse con lo sviluppo del sensus fidelium”, e rivela – cito –  che “uno dei motivi per cui il Concilio Vaticano II non ha voluto insegnare che i bambini non battezzati sono definitivamente privati della visione di Dio è stato che i vescovi hanno testimoniato che non era questa la fede del loro popolo; non corrispondeva al sensus fidelium”, insomma che le loro Chiese non la pensavano così. Perciò per impulso dei fedeli quella dottrina veniva a cadere, e dalla Commissione teologica internazionale, cinquant’anni dopo, essa veniva declassata a semplice benché autorevole opinione teologica presente nella Chiesa, messa in crisi però e resa obsoleta dalla rinnovata speranza nell’amore universale di Dio per tutti gli esseri umani. Tutti, non molti. Se non ci fosse stata questa speranza il Concilio non avrebbe potuto fare il suo discorso sulle religioni non cristiane e sulla vocazione alla salvezza di tutti gli uomini di buona volontà.

Un’altra traccia dell’influsso che il vissuto dei discepoli ha avuto sul magistero dei Padri, sta senza dubbio nella rivalutazione conciliare dell’amore umano nel matrimonio. È stato straordinario per noi discepoli vedere una Chiesa celibataria accorgersi finalmente della trascendenza dei nostri amori terreni su ogni ragione strumentale, fosse pure quella eccelsa della procreazione, ammettere che la procreazione non è l’unico fine del matrimonio, riconoscere il valore dell’intima unione e della mutua donazione tra due persone, affermare la dignità e la nobiltà dei sentimenti e gesti di tenerezza che pervadono la vita dei coniugi e integrano un dono che “diventa più perfetto e cresce proprio mediante il generoso suo esercizio”, come dice la Gaudium et Spes (G.S., 48-50).

Ed è proprio il discorso della Chiesa che in tal modo si è mostrato generoso, e non solo verso l’amore umano ancora diffamato negli schemi preparatori, ma verso ogni espressione umana della vita della donna e dell’uomo, nel quadro di un’antropologia positiva che è la vera novità del Concilio. In ciò si può dire che il Concilio è stato teatro di una vera e propria eterogenesi dei fini. Partito per provvedere alla Chiesa e alla sua riforma, è approdato all’antropologia. Dallo strumento di salvezza, agli uomini salvi. L’uomo non è un nulla, non è il giocattolo rotto di Dio, ma ne è la mai revocata immagine.

In realtà sulla riforma della Chiesa e delle sue strutture il Concilio è rimasto ai nastri di partenza e fino ad oggi non sembra andato a buon fine; la Chiesa anticonciliare ha bloccato la collegialità e ha rafforzato i vincoli di dipendenza gerarchica; tuttavia, proprio per aver messo i discepoli nel suo cuore, nella sua ispirazione e nei suoi fini, il Concilio ha trovato la sua strada per disegnare una Chiesa nuova, quale ci ha fatto intravedere Cettina Militello con la sua sensibilità di teologa, ha aperto un grande discorso sull’uomo, ha reso fruibile la fede. Ma se quella, come diceva papa Giovanni e sempre ripete mons. Capovilla, era solo l’aurora, tocca ai discepoli di oggi, tocca a quanti possano trasmettere il messaggio ai discepoli di domani, attraversare il giorno.

Ciascuno con i suoi carismi.  Questo dunque ci sembra essere stato il senso di questa nostra assemblea, la sua legittimità, la sua libertà. L’assemblea di una Chiesa non frustrata, ma gioiosa, di quella gioia biblica di cui ci ha parlato all’inizio Rosanna Virgili. I molti contributi di gruppi e comunità che sono stati portati all’assemblea, pur quando criticano, sono dentro questa gioia, dentro questa ricchezza di Chiesa, e perciò la Chiesa stessa non può non gioirne.

È stata la nostra un’assemblea di discepoli che si inserisce nel flusso di quella tradizione della Chiesa, che passa da un Concilio all’altro, da un Papa all’altro, da un vescovo all’altro. Ed è in forza dell’impatto che questa Chiesa dei discepoli ha avuto nella Chiesa del Vaticano II, che noi pensiamo che questo ruolo dei discepoli debba continuare; pensiamo che esso debba essere presente e vivo nella ricezione del Concilio e nella sua trasmissione alle giovani generazioni, alle persone nate dopo il 1965, che non videro il Concilio, a quelle nate dopo il 1981, che secondo le statistiche in gran parte hanno perduto la fede; insomma, come ha auspicato anche mons. Bettazzi, un ruolo dei discepoli di oggi  verso la Chiesa e l’umanità di domani.

In questo quadro si pongono le iniziative che prenderemo, insieme o autonomamente, anche per dare continuità e sviluppo al nostro discorso, sia nel quadro di una comunicazione ad ampio raggio come potrebbe essere ad esempio un giornale elettronico o un sito, che qui ci impegniamo a promuovere, sia nel quadro di comunicazioni più ristrette a partire dalle singole Chiese, sia partecipando, come ognuno vorrà e potrà, all’itinerario internazionale che culminerà nel 2015. Ma intanto si avvicina la data in cui avremo da ricordare i cinquant’anni dall’enciclica Pacem int terris, che appartiene anch’essa all’ispirazione e all’anima del Concilio, e ne è un privilegiato strumento interpretativo. Altre iniziative potranno essere intraprese, tra quelle che oggi sono state suggerite; a tale scopo potrebbe essere anche costituito un coordinamento leggero, per far incontrare sforzi diversi.

I lumi ed il Lume.  Cinquant’anni sono solo le prime ore del giorno. Forse siamo arrivati solo al mattutino. Per giungere all’ora sesta, quando finalmente in un’unica luce risplenderanno i lumi accesi dagli uomini nei secoli dei lumi, e il Lumen Gentium, il lume di ogni tempo proclamato dalla Chiesa del Concilio, occorre il concorso di tutti, discepoli, dottori, pastori e maestri. Ciascuno secondo i suoi carismi e per la sua parte. Perciò noi più anziani diciamo a voi, Chiesa più giovane, ciascuno per quanto gli compete, “il Concilio è nelle vostre mani”. Ed è  soprattutto nelle mani dei poveri. Come ci ha scritto il più anziano tra noi, Arturo Paoli, a proposito di quel contadino senza terra che dopo aver partecipato a una lunga marcia in Argentina per rivendicare il diritto alle terre incolte, alzò il libro dove aveva letto il vangelo del giorno e disse a gran voce: “Questo libro vuole che noi ci sentiamo capaci di realizzare la giustizia in suo nome, stando uniti e lavorando la terra”. Allo stesso modo Giovanni XXIII aveva scritto nel “Giornale dell’anima”: “Al di sopra di tutte le opinioni e i partiti, che agitano e travagliano la società e l’umanità intera, è il Vangelo che si leva. Il papa lo legge e coi vescovi lo commenta”[6].

Questo, come abbiamo detto oggi, è stato appunto il Concilio: papa e vescovi hanno riletto il Vangelo e l’hanno commentato per noi, in modo che anche in questa età esso potesse giungere a noi. E questa è per noi la Chiesa del Concilio: una Chiesa che alza il Vangelo e dice in suo nome che si devono realizzare la giustizia, la pace, e la salvezza della terra. E questo è ciò che noi dobbiamo intraprendere insieme a tutti i poveri del mondo, facendo nostra la parola di Dio comunicata ad Ezechiele: “L’ho detto e lo farò”. Diremo e faremo.

                                                                                          Raniero La Valle


[1] “Spiritu Sancto dictante”.

[2] “Ea ratione quam tempora postulant nostra”.

[3] “Ex sese et non ex consensu Ecclesiae”.

[4] Einaudi, 2012.

[5] “Non dereliquit eos”.

[6] Giovanni XXIII, Il giornale dell’anima, Edizioni di Storia e Letteratura, 1964, pag. 313.

IL CORAGGIO DELLA PAROLA

di Tonio Dell’Olio – 17 settembre 2012

Dite la vostra. Non aspettate mai che altri parlino in nome vostro o per dire quello che voi avevate pensato o avreste voluto dire. Dite la vostra. Pensateci prima, riflettete, ma dite la vostra. Con coraggio e senza il calcolo della convenienza. Senza la bilancia falsata del compromesso e mai per compiacere il capo, il leader, il potente. Dite la vostra. Con la libertà che la vita stessa ha posto nella vostra coscienza e con la fierezza di chi sa di sbagliare. Con l’umiltà di chi sa di non avere sempre ragione, ma con la consapevolezza di chi non vorrà trovarsi domani a rimpiangere d’aver taciuto. Dite la vostra. Senza spararla grossa, ma senza indugiare sulle finali. Per difendere un sopruso, per non tirarsi indietro per un’ingiustizia che, non voi, ma altri hanno subito. Per fare chiarezza senza la presunzione di possedere la verità, ma solo per spostare un po’ più avanti il carro pesante che la trasporta. Dite la vostra. Perché a nessuno sia concesso di calpestare la dignità di un altro e per farvi voce di chi non può parlare o non può più parlare. E senza attendere di ascoltare il fragore degli applausi. Mai solo per essere riconosciuti o gratificati. Anche se disturba il manovratore. Dite la vostra. Se non la dite resterà un posto vuoto che altri potrebbero riempire con qualcosa che è peggio del vuoto e si chiama ipocrisia, conformismo, omologazione, menzogna, disonestà.

Fonte: http://www.peacelink.it/mosaico/a/36909.html

settembre 10, 2012

L’OPERAZIONE-ANESTESIA SUL CARDINAL MARTINI

SI CERCA DI SVIGORIRE LE SUE ANALISI, CHE SONO IN LINEA COL CONCILIO E IL VANGELO, MA DESTABILIZZANTI PER IL POTERE ECCLESIASTICO

 

di Vito Mancuso (la Repubblica, 9 settembre 2012)

Con uno zelo  tanto impareggiabile quanto prevedibile è cominciata nella Chiesa l’operazione anestesia verso il cardinal Carlo Maria Martini, lo stesso trattamento ricevuto da credenti scomodi come Mazzolari, Milani, Balducci, Turoldo, depotenziati della loro carica profetica e presentati oggi quasi come innocui chierichetti. A partire dall’omelia di Scola per il funerale, sulla stampa cattolica ufficiale si sono susseguiti una serie di interventi la cui unica finalità è stata svigorire il contenuto destabilizzante delle analisi martiniane per il sistema di potere della Chiesa attuale. Si badi bene: non per la Chiesa (che anzi nella sua essenza evangelica ne avrebbe solo da guadagnare), ma per il suo sistema di potere e la conseguente mentalità cortigiana.

Carriera contro verità.  Mi riferisco alla situazione descritta così dallo stesso Martini durante un corso di esercizi spirituali nella casa dei gesuiti di Galloro nel 2008: “Certe cose non si dicono perché si sa che bloccano la carriera. Questo è un male gravissimo della Chiesa, soprattutto in quella ordinata secondo gerarchie, perché ci impedisce di dire la verità. Si cerca di dire ciò che piace ai superiori, si cerca di agire secondo quello che si immagina sia il loro desiderio, facendo così un grande disservizio al papa stesso”. E ancora: “Purtroppo ci sono preti che si propongono di diventare vescovi e ci riescono. Ci sono vescovi che non parlano perché sanno che non saranno promossi a sede maggiore. Alcuni che non parlano per non bloccare la propria candidatura al cardinalato. Dobbiamo chiedere a Dio il dono della libertà. Siamo richiamati a essere trasparenti, a dire la verità. Ci vuole grande grazia. Ma chi ne esce è libero”.

Cristiani adulti.  Quello che è rilevante in queste parole non è tanto la denuncia del carrierismo, compiuta spesso anche da Ratzinger sia da cardinale che da Papa, quanto piuttosto la terapia proposta, cioè la libertà di parola, l’essere trasparenti, il dire la verità, l’esercizio della coscienza personale, il pensare e l’agire come “cristiani adulti” (per riprendere la nota espressione di Romano Prodi alla vigilia del referendum sui temi bioetici del 2005 costatagli il favore dell’episcopato e pesanti conseguenze per il suo governo). È precisamente questo invito alla libertà della mente ad aver fatto di Martini una voce fuori dal coro nell’ordinato gregge dell’episcopato italiano e a inquietare ancora oggi il potere ecclesiastico.

Libertà prima della fede.  Diceva nelle Conversazioni notturne a Gerusalemme: “Mi angustiano le persone che non pensano, che sono in balìa degli eventi. Vorrei individui pensanti. Questo è l’importante. Soltanto allora si porrà la questione se siano credenti o non credenti”. Ecco il metodo-Martini: la libertà di pensiero, ancora prima dell’adesione alla fede. Certo, si tratta di una libertà mai fine a se stessa e sempre tesa all’onesta ricerca del bene e della giustizia (perché, continuava Martini, “la giustizia è l’attributo fondamentale di Dio”), ma a questa adesione al bene e alla giustizia si giunge solo mediante il faticoso esercizio della libertà personale. È questo il metodo che ha affascinato la coscienza laica di ogni essere pensante (credente o non credente che sia) e che invece ha inquietato e inquieta il potere, in particolare un potere come quello ecclesiastico basato nei secoli sull’obbedienza acritica al principio di autorità. Ed è proprio per questo che gli intellettuali a esso organici stanno tentando di annacquare il metodo-Martini.

Bioetica fredda.  Per rendersene conto basta leggere le argomentazioni del direttore di Civiltà Cattolica secondo cui “chiudere Martini nella categoria liberale significa uccidere la portata del suo messaggio”, e ancor più l’articolo su Avvenire di Francesco D’Agostino che presenta una pericolosa distinzione tra la bioetica di Martini definita “pastorale” (in quanto tiene conto delle situazioni concrete delle persone) e la bioetica ufficiale della Chiesa definita teorico-dottrinale e quindi a suo avviso per forza “fredda, dura, severa, tagliente” (volendo addolcire la pillola, l’autore aggiunge in parentesi “fortunatamente non sempre”, ma non si rende conto che peggiora le cose perché l’equivalente di “non sempre” è “il più delle volte”).

Centralità della coscienza. Ora se c’è una cosa per la quale Gesù pagò con la vita è proprio l’aver lottato contro una legge “fredda, dura, severa, tagliente” in favore di un orizzonte di incondizionata accoglienza per ogni essere umano nella concreta situazione in cui si trova. Martini ha praticato e insegnato lo stesso, cercando di essere sempre fedele alla novità evangelica, per esempio quando nel gennaio 2006 a ridosso del caso Welby (al quale un mese prima erano stati negati i funerali religiosi in nome di una legge “fredda, dura, severa, tagliente”) scrisse che “non può essere trascurata la volontà del malato, in quanto a lui compete – anche dal punto di vista giuridico, salvo eccezioni ben definite – di valutare se le cure che gli vengono proposte sono effettivamente proporzionate”. Questa centralità della coscienza personale è il principio cardine dell’unica bioetica coerente con la novità evangelica, mai “fredda, dura, severa, tagliente”, ma sempre scrupolosamente attenta al bene concreto delle persone concrete.

Metodo Martini, cioè Vaticano II, cioè Vangelo.  Martini lo ribadisce anche nell’ultima intervista, ovviamente sminuita da Andrea Tornielli sulla Stampa in quanto “concessa da un uomo stanco, affaticato e alla fine dei suoi giorni”, ma in realtà decisiva per l’importanza dell’interlocutore, il gesuita austriaco Georg Sporschill, il coautore di Conversazioni notturne a Gerusalemme. Ecco le parole di Martini: “Né il clero né il Diritto ecclesiale possono sostituirsi all’interiorità dell’uomo. Tutte le regole esterne, le leggi, i dogmi ci sono dati per chiarire la voce interna e per il discernimento degli spiriti”. È questo il metodo-Martini, è questo l’insegnamento del Vaticano II (vedi Gaudium et spes 16-17), è questo il nucleo del Vangelo cristiano, ed è paradossale pensare a quante critiche Martini abbia dovuto sostenere nella Chiesa di oggi per affermarlo e a come in essa si lavori sistematicamente per offuscarlo.

Fonte: http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/Ratzinger/Interventi_1346937536.htm

agosto 26, 2012

PRIMA LA VITA O LA COSCIENZA?

TRA RELATIVISMO, ASSOLUTISMI E IDOLATRIE RISCOPRIRE LA COSCIENZA

di don Giorgio De Capitani*

Radicalità.  I brani della Messa sono un po’ lunghi e la lettura ha richiesto più tempo del solito: cerco perciò di sintetizzare le mie riflessioni. Una parola accomuna i tre brani, ed è radicalità. Di fronte alla Parola di Dio non ci devono essere mezze misure. Non si tratta della fedeltà del servo che deve obbedire senza discutere al proprio padrone. La radicalità non sta nella scelta tra Dio e la nostra libertà, ma tra la nostra libertà e la schiavitù di un potere che fa di tutto per rubarci la nostra dignità umana. La parola di Dio è la migliore garanzia della nostra libertà. In questa prospettiva vanno letti i tre brani. Il primo presenta il martirio dei sette fratelli e della loro madre che rifiutano di mangiare cibo proibito dalla legge ebraica. Più che una questione di cibo, in ballo c’era la stessa religione ebraica che il re pagano, Antioco IV Epifane, voleva a tutti i costi distruggere, usando ogni mezzo, anche imponendo di mangiare cibi proibiti dalla legge. In questo senso l’episodio acquista un valore fortemente educativo. Certo che la vita è superiore a un pezzetto di carne, ma in quel pezzetto di carne proibito dalla legge gli ebrei vedevano un valore spirituale da salvare. Oggi, dicendo che tutto è relativo, che non vale la pena di sacrificarci per qualcosa di materiale, abbiamo perso anche ciò che la legge può rappresentare. Da una parte si è arrivati al punto di assolutizzare certe norme religiose, anche a costo di sacrificare la vita stessa che è il bene di per sé prioritario, e dall’altra ci si è svincolati dal peso di certe leggi tradizionali, cadendo magari in altre schiavitù ben peggiori.

La coscienza come valore umano.  Pensate ai giovani, e dire giovani non è un caso, dal momento che il primo brano parla di uno dei fratelli, il più giovane, su cui il re voleva far presa per convincerlo a disobbedire. Ma il ragazzo non cede, sorretto in questo da una madre coraggiosa. Quante madri moderne avrebbero il coraggio di dire ai propri figli, a iniziare dai più giovani, di essere fedeli alla propria coscienza? Sì, perché in fondo di questo si tratta: di essere fedeli alla propria coscienza. Parola grossa! Quanti parlano oggi di Coscienza? Un tempo si insisteva nel dire: Fate i bravi! Mi raccomando! E nello stesso tempo si educavano i figli a dei valori, anche con una coerente testimonianza di vita. I ragazzi crescevano in un contesto educativo che li proteggeva dai pericoli. Oggi forse si dice ancora ai figli: Fate i bravi, ma quali valori si insegnano loro? Con quale testimonianza di vita? Un tempo si proponevano, in casa e nella catechesi, modelli di santi fortemente educativi, oggi i modelli sono completamente diversi: idoli di cartapesta del mondo del sport o delle veline. Parlare oggi di Coscienza non solo è difficile, ma neppure si tenta di farlo. Si ha quasi vergogna, come se la Coscienza fosse qualcosa di bigotto. Un motivo c’è: abbiamo legato la Coscienza ad una questione religiosa, come se la Coscienza fosse una prerogativa dei credenti. Venendo meno la religione, ci si sente quasi liberi anche dalla Coscienza, vista come un legame. Oggi si pensa di essere liberi, svincolandoci dalla stessa Coscienza. Forse passerà ancora molto tempo prima di recuperare il senso della Coscienza come valore umano, insito cioè in noi come esseri umani.

Le norme non devono mortificare la coscienza.  È chiaro che per noi credenti la Coscienza ha un valore sacro, dal momento che è la stessa voce di Dio. Ma purtroppo la religione ha preteso di interpretare la voce divina in noi emanando leggi, norme, disposizioni che non hanno fatto altro che spegnere la stessa voce della Coscienza. Questo, purtroppo, è il rischio di ogni religione, ma è anche il rischio di ogni struttura civile: lo Stato interpreta a modo suo la Democrazia, la Libertà, la Giustizia. E così, nella religione e nelle istituzioni civili, la Coscienza viene coperta dalle norme, quasi per paura che il credente e il cittadino, appellandosi alla Coscienza, disobbediscano al potere religioso e civile. Leggendo il primo brano, il martirio dei sette fratelli e della loro madre, dobbiamo stare attenti: nelle leggi della religione ebraica, quella di non mangiare carne proibita, dobbiamo cogliere il senso dell’Alleanza di Dio con il popolo eletto. Il re pagano sapeva che, colpendo gli ebrei nelle loro tradizioni, colpiva la stessa religione ebraica. E gli ebrei sapevano che, disobbedendo ai precetti dei loro padri, mettevano a rischio la stessa Alleanza con Dio. È chiaro che la fede in Dio non si riduce nell’obbedire materialmente a delle norme. Anche noi cristiani siamo caduti in questo errore. Cristo stesso ci aveva avvertito, e aveva avvertito anzitutto i capi ebrei del suo tempo: il sabato è per l’uomo, e non l’uomo per il sabato. Si era arrivati al punto tale di ipocrisia – ecco la parola giusta usata da Gesù – da coprire il vero volto di Dio. Ogni legge religiosa deve esprimere il volere di Dio. Come ogni legge civile deve esprimere il senso dello Stato, che consiste nella democrazia. Tuttavia le norme ci vogliono: siamo esseri umani, in anima e corpo. Ma le leggi, per esprimere la nostra dignità umana, non devono mortificare la Coscienza, che è l’anima del singolo e dell’universo. Quando siamo costretti a scegliere tra una norma e la Coscienza, allora possiamo vivere un dramma, come i martiri che hanno dato la vita per essere coerenti con la propria Coscienza.

Ma la vita non vale più di una norma?  La vita non vale più della stessa Coscienza? Non è facile rispondere. Lo stesso Galileo ha abiurato per salvare la propria vita. Ha fatto bene o ha fatto male? È giusto che un giovane scienziato che ha un promettente futuro davanti, o un medico che potrebbe continuare a fare un mucchio di bene a questa società, rischi la propria vita esponendosi eccessivamente, anche nella migliore intenzione di portare avanti principi di giustizia o di fratellanza? Quante volte mi sono chiesto se Maria Goretti, la ragazzina che per non sottoporsi alle voglie del suo violentatore è stata barbaramente uccisa, ha fatto bene o male a comportarsi in quel modo. La vita non vale più di un pezzetto di carne? Comunque, una cosa mi pare importante dire: non è una contraddizione star qui a discutere sulla opportunità o meno di una scelta radicale di quei martiri che si sono sacrificati per essere fedeli ai valori e alle virtù della loro religione, quando oggi migliaia e milioni, di giovani soprattutto, sacrificano la vita in nome di un consumismo idiota, senza senso, privo di valori umani? La religione ha cambiato volto, ha cambiato Dio: oggi ci si rovina sacrificandosi a idoli materiali. E non c’è verso di farli ragionare. Se c’è stato un momento in cui la Chiesa ha proposto in modo eccessivo la testimonianza di santi quali modelli di virtù eroiche, oggi forse sentiamo il bisogno di nuovi modelli di virtù umane, voci di quella Coscienza universale, che accomuna fedi religiose e fedi politiche.

*omelia del 26 agosto 2012: Domenica che precede il Martirio di S. Giovanni; letture: Maccabei 7,1-2.20-41; 2Corinzi 4,7-14; Matteo 10,28-42.

 

agosto 2, 2012

IL NOSTRO DIO È IL DIO DI TUTTI

INCONTRARE DIO GRAZIE E NONOSTANTE LE APPARTENENZE RELIGIOSE

di Piero Stefani*

Una guida feconda,  per la grande apertura introdotta mezzo secolo fa (sia pur bisognosa di essere a propria volta approfondita) possono essere i documenti conciliari, in particolare la dichiarazione sui rapporti con le religioni non cristiane, la Nostra aetate, e la costituzione Lumen gentium (in calce il n.16). Ricordiamo che le dichiarazioni sono i documenti che il Concilio ecumenico vaticano II ha pubblicato con riferimento all’esterno della chiesa, mentre quelli riguardanti l’interno sono i decreti; le costituzioni poi sono i documenti fondamentali, talvolta con caratteri dogmatici. Successivamente sono stati erogati altri documenti sul dialogo con l’esterno della chiesa, i più consistenti dei quali sono: Dialogo e missione del 1984 e Dialogo e annuncio del 1991. Dialogo e missione indicava 4 modalità di dialogo: 1) il dialogo delle opere (ad es. lavorare a favore di una causa comune); 2) il dialogo dell’esperienza religiosa; 3) il dialogo degli scambi teologici, a livello di esperti; ed infine 4) il dialogo della vita.

Dialogo della vita e dell’esperienza religiosa  meritano un cenno in questa sede. Dialogo della vita può essere, ad es. il caso dei matrimoni interreligiosi, dato che il matrimonio configura uno scambio tra i più profondi rispetto ad ogni altra comunità interumana, un dialogo radicale. Comporta pertanto la relativizzazione dell’appartenenza religiosa, ciò che potrebbe condensarsi nella formula: il mio Dio è anche il tuo. Ci si può chiedere se è la vita che definisce l’appartenenza o se viceversa è più determinante l’appartenenza: si può rispondere che entrambe influiscono, in un processo dialettico. Dialogo della esperienza religiosa potrebbe raggiungere profondità abissali nelle esperienze mistiche, ma più semplicemente possiamo esemplificarlo nella preghiera comune (come nel modello Assisi). Si deve notare che le esperienze religiose non si possono gerarchizzare, dicendo ad es. la mia è più intensa della tua: si può solo dire che sono esperienze diverse. La Nostra aetate, dopo aver ricordato che la Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo nelle altre religioni, dopo aver loro espresso sincero rispetto, afferma: “Tuttavia essa (la Chiesa) annuncia, ed è tenuta ad annunciare, il Cristo che è «via, verità e vita» (Gv 14,6), in cui gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa…”. Quest’ultimo aggettivo, religiosa, dovrebbe essere superfluo, se è vero quanto appena indicato sulla non gerarchizzabilità delle esperienze religiose.

Buccia e polpa.  Ogni appartenenza religiosa si rivolge a un Dio che può avere caratteristiche e contenuti diversi. Il Dio della tradizione biblica, ad es. non coincide con quello dei filosofi. Le definizioni di Dio sono sempre insufficienti perché se Dio coincidesse con la sua definizione non sarebbe Dio. Un detto della tradizione mistica islamica afferma che fare esperienza di Dio è come cogliere la polpa di un frutto, oltre la buccia che la contiene (cioè la religione). Per inciso si può notare che nessuna polpa potrebbe esistere di per sé, senza la buccia. Se dunque è Dio il centro delle esperienze religiose, non dovremmo pensare alle altre comunità religiose se non in relazione a Dio. La Lumen gentium al n.16 (sotto riportato) afferma che quanti non hanno ancora ricevuto il vangelo sono ordinati al popolo di Dio, cioè alla chiesa, non a Dio. In modo coerente trae la conclusione che la chiesa mette ogni cura nell’incoraggiare e sostenere le missioni. Dovremmo dunque guardare con occhio più aperto alle altre esperienze religiose.

Rami di un solo tronco.  Una poesia del grande mistico e martire musulmano al-Hallaj narra che, dopo aver riflettuto sulle diverse religioni cercando di comprenderle, si può trovare che sono tutti rami di un solo tronco. La conseguenza pratica è quella di non dover chiedere a nessuno di abbracciare una diversa religione perché lo si allontanerebbe dal proprio principio. Si deve ritenere che è Dio in cerca dell’uomo e che il pluralismo religioso non è altro che la manifestazione di questa ricerca: un pluralismo teocentrico. Si tratta di capire come le bucce determinano l’esperienza della polpa, come relativizzare l’esperienza che nasce dalle diverse appartenenze, nonché ribadire l’equivalenza della propria rispetto alle altre. Incontrare Dio grazie e nonostante le appartenenze religiose.

*dalla relazione tenuta a Motta il 21 luglio 2012 sul tema: Dove abita Dio? Fede e appartenenze religiose

Dalla Costituzione conciliare Lumen gentium

n. 16: I non cristiani e la Chiesa

16. Infine, quanto a quelli che non hanno ancora ricevuto il Vangelo, anch’essi in vari modi sono ordinati al popolo di Dio [32]. In primo luogo quel popolo al quale furono dati i testamenti e le promesse e dal quale Cristo è nato secondo la carne (cfr. Rm 9,4-5), popolo molto amato in ragione della elezione, a causa dei padri, perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili (cfr. Rm 11,28-29). Ma il disegno di salvezza abbraccia anche coloro che riconoscono il Creatore, e tra questi in particolare i musulmani, i quali, professando di avere la fede di Abramo, adorano con noi un Dio unico, misericordioso che giudicherà gli uomini nel giorno finale. Dio non è neppure lontano dagli altri che cercano il Dio ignoto nelle ombre e sotto le immagini, poiché egli dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa (cfr At 17,25-26), e come Salvatore vuole che tutti gli uomini si salvino (cfr. 1 Tm 2,4). Infatti, quelli che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa ma che tuttavia cercano sinceramente Dio e coll’aiuto della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di lui, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna [33]. Né la divina Provvidenza nega gli aiuti necessari alla salvezza a coloro che non sono ancora arrivati alla chiara cognizione e riconoscimento di Dio, ma si sforzano, non senza la grazia divina, di condurre una vita retta. Poiché tutto ciò che di buono e di vero si trova in loro è ritenuto dalla Chiesa come una preparazione ad accogliere il Vangelo [34] e come dato da colui che illumina ogni uomo, affinché abbia finalmente la vita. Ma molto spesso gli uomini, ingannati dal maligno, hanno errato nei loro ragionamenti e hanno scambiato la verità divina con la menzogna, servendo la creatura piuttosto che il Creatore (cfr. Rm 1,21 e 25), oppure, vivendo e morendo senza Dio in questo mondo, sono esposti alla disperazione finale. Perciò la Chiesa per promuovere la gloria di Dio e la salute di tutti costoro, memore del comando del Signore che dice: «Predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15), mette ogni cura nell’incoraggiare e sostenere le missioni.

luglio 30, 2012

CONVOCAZIONE ASSEMBLEA

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 7:11 am

IL 15 SETTEMBRE A ROMA SI INCONTRANO I CATTOLICI CHE CREDONO NELLO SPIRITO DEL CONCILIO PER RIFORMARE LA CHIESA

 CHIESA DI TUTTI, CHIESA DEI POVERI

CONVOCAZIONE DI UN’ASSEMBLEA NAZIONALE  A ROMA A CINQUANT’ANNI DALL’INIZIO DEL CONCILIO

La Chiesa cattolica celebrerà nel prossimo ottobre i cinquant’anni dall’inizio del Concilio e ha indetto, a partire da questa ricorrenza, un anno della fede. Viene così stabilito un nesso molto stretto tra il ricordo del Vaticano II e la fede trasmessa dal Vangelo e annunziata dal Concilio. A ciò sono interessati non solo i fedeli cattolici, ma anche gli uomini e le donne di buona volontà associati, come dice il Concilio, “nel modo che Dio conosce” al mistero pasquale, che intendono, nel nostro Paese come in tante parti del mondo, ricordare e interrogare quell’evento e quell’annuncio. Per questa ragione i gruppi ecclesiali, le riviste, le associazioni e le singole persone appartenenti al “popolo di Dio”, firmatari di questo appello, convocano una

assemblea nazionale per sabato 15 settembre 2012 (10-18)            a Roma (EUR)         nell’Auditorium dell’Istituto “Massimo”

 

Nella consapevolezza dei promotori è ben presente il fatto che ricordare gli eventi non consiste nel portare indietro gli orologi, ma nel rielaborarne la memoria per capirne più a fondo il significato e farne scaturire eredità nuove ed antiche e impegni per il futuro. Ciò è particolarmente vero per quanto riguarda gli eventi di salvezza (come certamente il Concilio è stato) molti dei quali non furono capiti dagli uomini della vecchia legge e dagli stessi discepoli di Gesù, se non più tardi, quando alla luce di nuovi eventi la memoria trasformatrice ne permise una nuova comprensione. Fu così ad esempio che, dopo la lavanda dei piedi, Gesù disse a Pietro: “quello che io faccio ora non lo capisci, lo capirai dopo”, e fu da questa nuova comprensione che scaturì il primato della carità nella vita della Chiesa.   Così noi pensiamo che in questo modo, non meramente celebrativo, debba essere fatta memoria del Concilio nell’anno cinquantesimo dal suo inizio, e che al di là delle diverse ermeneutiche che si sono confrontate nella lettura di quell’evento, quella oggi più ricca di verità e di frutti sia un’ermeneutica della memoria rigeneratrice. Essa è  volta a cogliere l’”aggiornamento” che il Concilio ha portato ed ancora oggi porta nella Chiesa, in maggiore o minore corrispondenza con il progetto per il quale era stato convocato.

L’assemblea di settembre vorrebbe essere una tappa di questa ricerca. Se si terrà a settembre, invece che in ottobre, è perché intende rievocare, sia come inizio che come principio ispiratore del Vaticano II, anche il messaggio radiofonico di Giovanni XXIII dell’11 settembre 1962 che conteneva quella folgorante evocazione della Chiesa come “la Chiesa di tutti e particolarmente la Chiesa dei poveri”. Da questo deriva infatti il tema del convegno.

            Dopo un pensiero sulla “Mater Ecclesia” che gioì in quel giorno inaugurale dell’11 ottobre 1962 (intervento di Rosanna Virgili) l’incontro si articolerà in tre momenti:

–          il primo dedicato a ricordare ciò che erano la Chiesa e il mondo fino al Concilio (intervento di Giovanni Turbanti),

–          il secondo per discernere tra le diverse ermeneutiche del Vaticano II (intervento di Carlo Molari),

      –    il terzo sulle prospettive future, nella previsione e nella speranza di un “aggiornamento” che continui, sia nelle forme dell’annuncio, sia nelle forme della preghiera, sia nella riforma delle strutture ecclesiali (intervento di Cettina Militello), con parole conclusive di Raniero La Valle (“Il Concilio nelle vostre mani”).

Sono previsti diversi interventi e contributi di testimoni del Concilio così come di comunità, di  gruppi e di persone presenti al convegno, che potranno testimoniare la loro volontà di essere protagonisti della vita della Chiesa.

            L’ipotesi è che mentre lo Spirito “spinge la Chiesa ad aprire vie nuove per arrivare al mondo” (Presbyterorum Ordinis n. 22), l’eredità del Concilio, nella continuità della Chiesa e nell’unità di pastori e fedeli,  ancora susciti ricchezze che è troppo presto per chiudere nelle forme di nuove “leggi fondamentali” (come fu  tentato a suo tempo) o di nuovi catechismi,  che  non godono degli stessi carismi dei testi conciliari; mentre restano aperti gli orizzonti dell’ecumenismo e del dialogo con le altre religioni e tutte le culture per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato.

            In questo spirito i promotori invitano alla preparazione e alla celebrazione del convegno romano di settembre, che parteciperà in tal modo a un programma di iniziative analoghe che si stanno già realizzando, in diverse forme, in Europa e nel mondo e che si concluderanno nel dicembre 2015 con un’assemblea mondiale a Roma a cinquant’anni dalla conclusione del Concilio.

Vittorio Bellavite, Emma Cavallaro, Giovanni Cereti, Franco Ferrari, Raniero La Valle, Alessandro Maggi, Enrico Peyretti, Fabrizio Truini.  Segue adesione di 59 associazioni e 25 riviste.

luglio 23, 2012

LA COSCIENZA DA UN CONCILIO ALL’ALTRO

LA COSCIENZA NON È SOLTANTO UN SACRARIO

di Piero Stefani*

Mai contro coscienza.  Il Concilio Lateranense IV (1215) non gode, a ragione, di grande popolarità. Esso denunciò come eretiche alcune frasi di un libello attribuito a Gioacchino da Fiore (personaggio di cui era in corso il processo di beatificazione); condannò Catari e Valdesi; fece sì che la repressione dell’eresia, affidata ai vescovi e ai tribunali dell’inquisizione da loro dipendenti, venisse elevata a legge generale della Chiesa; impose agli ebrei un segno di riconoscimento. Insomma fu un concilio dominato da uno spirito di autorità propenso ad esaltare il ruolo di papa Innocenzo III. Eppure, sepolta nelle viscere dei suoi decreti, si trova un’affermazione sorprendente: «Quindquid fit contra conscientiam aedificat ad gehennam». La sentenza colpì Pietro Scoppola (è riportata nel suo scritto postumo, Un cattolico a modo suo, Morcelliana, Brescia 2008) quando la vide citata in una conferenza di Gallarati Scotti del 1907 tenuta alla Lega democratica di Romolo Murri. Una vicenda che si sarebbe conclusa, di lì a poco, in modo traumatico a causa della repressione pontificia. Agire contro coscienza significa costruire per la geenna. Ma come conciliare questa santa affermazione con la condanna riservata agli eretici? Allora non ci si limitava agli errori, si colpivano le persone. Una ipotesi per giustificare l’apparente paradosso è che tutti i presunti eretici agissero in male fede, andando contro la voce della coscienza. Non si tratta di un’opzione plausibile. Anche nel Medioevo si era consapevoli che, soggettivamente, vi erano eretici in buona fede. Il problema perciò si sposta al sapere che cosa si intende per coscienza. È una questione tutt’altro che risolta.

Ascolto.  Il testo capitale per un cattolicesimo che ha recepito in qualche misura istanze espresse dalla cultura moderna lo si ritrova in un lungo paragrafo, il 16, della Gaudium et spes (riportato in calce). Nella prima parte esso afferma che la coscienza è una voce interiore che si attiene alla legge morale scritta da Dio nei cuori. La dignità umana sta nel prestar obbedienza ad essa. Poi si aggiunge: «La coscienza è il nucleo più profondo e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la sua voce risuona nel suo intimo». La nota rimanda a un radiomessaggio di Pio XII (1952) dedicato alla retta formazione della coscienza cristiana nei giovani. L’agire secondo coscienza dipende, dunque, dall’ascolto attento di una voce sempre omogenea a se stessa perché conforme all’immutabile legge di Dio. Il paragrafo prosegue affermando: «Tramite la coscienza si fa conoscere in modo mirabile quella legge che trova il suo compimento nell’amore di Dio e del prossimo. Nella fedeltà alla coscienza, i cristiani si uniscono agli altri uomini per cercare la verità e per risolvere secondo verità tanti problemi morali che sorgono tanto nella vita dei singoli quanto in quella sociale». Il passaggio è di capitale importanza nel momento in cui indica uno stile di comportamento posto all’insegna della collaborazione. L’insistenza sull’intimità della coscienza si regge sull’ascolto.

Sapere con l’altro.  Qui si apre la questione dell’etimo della parola «coscienza». Esso vale solo nella direzione della profondità interiore o si rivolge, in senso orizzontale, anche verso il dialogo interumano. Tommaso d’Aquino osservava che coscientia vuol dire «cum alio scire», «sapere con altro». Chi è questo altro? È la voce di una legge immutabile scritta nei cuori o è il confronto con l’altro essere umano? Recita la Dichiarazione universale dei diritti umani (1948): «Tutti gli uomini nascono liberi e eguali in dignità e diritti. Sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fraternità». Alle spalle di questa formulazione vi è una storia. Nelle discussioni preparatorie, il cinese P. Chang tentò di far entrare accanto all’idea di razionalità anche quella di «sentimento che esistono gli altri uomini», ciò venne tradotto in «sono dotati per natura di ragione e coscienza» (formulazione che non piacque a Chang). In altre parole, la legge dell’amore del prossimo o la «regola d’oro» di non fare agli altri quello che non vorresti che altri facessero a te, la si trova nell’intimo della coscienza in cui risuona la voce della legge di Dio o la si coglie solo in una relazione effettiva con gli altri esseri umani? Gli stili di comportamento mutano radicalmente se si opta per l’una o per l’altra di queste alternative.

La parabola del «buon Samaritano»  prende le mosse dal dover spiegare, in relazione al comandamento (Lv 19,18), chi sia il nostro prossimo e si conclude dicendo non solo che bisogna «farsi prossimo», ma anche indicando che il samaritano fu mosso ad agire dal sussulto di pietà delle proprie viscere sorto di fronte alla sventura altrui. Qui non si parla più dall’applicazione di un precetto scritto nel Libro e/o nel cuore (Lc 10,29-37). Le viscere sono un’interiorità estroversa. Il paragrafo della Gaudium et spes si chiude su un registro oggettivistico: «Quanto più, dunque, prevale la coscienza retta, tanto più le persone e i gruppi sociali si allontanano dal cieco arbitrio e si sforzano di conformarsi alle norme oggettive della moralità. Tuttavia succede non di rado che la coscienza sia erronea per ignoranza invincibile, senza per questo che essa perda la sua dignità. Ma ciò non si può dire quando l’uomo poco si cura di cercare la verità e il bene e quando la coscienza diventa quasi cieca in seguito all’abitudine del peccato».

La concessione all’oggettivismo  (gli storici del Vaticano II parlerebbero di cedimento all’ala conservatrice) tira con sé conseguenze molto rilevanti. La pesante espressione di «ignoranza invincibile» sarebbe parzialmente tollerabile fino a quando non compromette la dignità della persona, ma le ultime righe del paragrafo sembrano andare ancora oltre e consegnare la persona umana alla possibilità di una totale cecità. È qui riscritta in termini morali la categoria biblica dell’«empio»? D’altro canto il tema di un possibile abbrutimento della persona umana non è una finzione. Ma chi può arrogarsi il diritto di affermare che non c’è più nulla da fare? Inoltrandosi sul fronte oggettivistico si rischia di compromettere in modo serio la distinzione tra «errore» ed «errante» e di far rientrare, sia pure in modo meno brutalmente repressivo, echi di antichi concili che affermavano l’obbligatorietà di conformarsi alla coscienza mentre, nel contempo, consegnavano all’inquisizione coloro che loro stessi classificavano come eretici.

* Il pensiero della settimana n. 390. La coscienza da un concilio all’altro

18-7-2012  Piero Stefani al bivacco Cecchini val Loga-Spluga (m. 2750). Sullo sfondo il pizzo Tambò.

luglio 8, 2012

LA PARTE NASCOSTA DI DIO E DEGLI UOMINI

RIVELAZIONE PROGRESSIVA DELL’IDENTITÀ, MA SOLO PER CHI HA L’UMILTÀ DEI PICCOLI

di don Giorgio De Capitani*

Avvicinarsi al mistero.  I tre brani della Messa sembrerebbero a prima vista scollegati tra loro. In realtà c’è un legame: è la rivelazione che Dio fa di se stesso, attraverso Mosè (primo brano), attraverso l’apostolo Paolo (secondo brano) e attraverso il Figlio Gesù (terzo brano). Nel primo brano, tolto dal libro dell’Esodo, Dio si rivela a Mosè come il Santo per eccellenza (“Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali, perché il luogo sul quale stai è suolo santo), si rivela come il Liberatore (“Sono sceso per liberare il mio popolo dal potere dell’Egitto”) e infine rivela la propria identità: “Io sono colui che sono”, poi più semplicemente “Io-sono”. Nel secondo brano, San Paolo, scrivendo la prima lettera ai cristiani di Corinto, afferma che il mistero di Dio si è rivelato in Gesù Cristo, ma non tanto in Gesù maestro o taumaturgo, ma in Gesù Crocifisso. Ecco dove sta la sapienza di Dio, “che è rimasta nascosta”. Nel terzo brano Matteo riporta le parole di Gesù sul rapporto stretto tra lui come Figlio e il Padre celeste, e sulla possibilità di avvicinarsi al mistero di Dio ma ad una condizione: occorre avere l’umiltà di cuore che è la caratteristica dei piccoli, dei semplici, dei miti.

Sapienza e stoltezza.  A questo punto una domanda s’impone: chi è veramente Dio? Nell’Antico Testamento egli si è rivelato come il Signore creatore e onnipotente, come il Dio dell’Alleanza unico e geloso, un Dio battagliero, giudice e talora vendicativo. Anche con il volto di Padre che perdona, ma l’idea che ci siamo fatti attraverso i numerosi episodi anche di violenza non è certo quella di un Padre universale: anche i Profeti puntavano a rivelare la santità di Dio, che imponeva un certo distacco, un certo sacro timore. Nel Nuovo Testamento tutto cambia: Dio è anzitutto Padre, Dio perdona, Dio accoglie, Dio ama. Ma non basta: Gesù, morendo su una croce, sembra nello stesso tempo confonderci le idee. Come il Padre ha potuto accettare la morte così tragica di suo Figlio? Qui entra in scena la teologia di san Paolo sulla sapienza di Dio, nettamente in contrasto con la sapienza umana. Sia per gli ebrei che per i pagani era inaccettabile che un Dio potesse arrivare a tal punto: morire su una croce in modo tanto ignominioso. Ecco perché San Paolo, sempre nella sua prima lettera ai Corinti, scrive: “Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani”. In poche parole: ciò che è sapiente per il Signore è stoltezza per gli uomini. Siamo su due piani completamente opposti. Ecco perché il mondo, come direbbe san Giovanni, non comprende chi è Dio, e non comprende la radicalità del Vangelo di Cristo. Sono due modi completamente differenti di intendere la sapienza. Dio ragiona in un modo, e l’uomo ragiona in un altro modo. Sulla parola amore, tutti possiamo essere d’accordo, ma in realtà Dio ama in un modo che a noi sembra assurdo.

Dio vicino a noi.  Prima di continuare, vorrei spiegare, benché brevemente, la definizione che Dio ha dato di se stesso a Mosè: “Io sono colui che sono”. L’evangelista Giovanni riprenderà spesse volte questa definizione di Dio, applicandola a Gesù Cristo. Ricordiamo lo scontro con quei giudei che avevano creduto in lui (Giovanni, capitolo 8), quando Gesù alla fine del dibattito afferma in modo solenne: “Prima che Abramo fosse, Io Sono”. Gli ebrei avevano capito benissimo che Gesù si era identificato con Dio stesso, tanto è vero che presero le pietre per lapidarlo, come bestemmiatore. C’è un altro episodio molto chiaro, quando, nell’Orto degli Ulivi, alla ciurma che era venuta ad arrestarlo, Gesù si presenta dicendo: “Sono io!”, richiamando il Nome stesso di Dio. Tutti indietreggiano e cadono per terra. “Io Sono colui che sono”: parole che hanno messo in crisi tutti gli studiosi per capire che senso dare. Senz’altro non vanno intese in senso filosofico. Dio non è tanto “Colui che ha l’essere per essenza”, ma come un “essere per”: Dio è colui che si rende “presente”, che è “in favore di”. Dio non il Dio dei filosofi, ma il Dio che è vicino a noi.

L’uomo inedito.  Tuttavia, attorno a Dio rimane un alone di mistero. Non può essere diversamente. È Dio, e basta. Si è parlato spesso di Dio come di un “Deus absconditus”, nascosto. Un mistero sempre da scoprire. Tenterò ora di spiegare in che senso intendere questo aspetto di Dio: “absconditus”, nascosto. E, di conseguenza, essendo noi fatti “a immagine e somiglianza di Dio”, cercherò di spiegare in che senso intendere l’aspetto di “absconditus” presente in ciascun essere umano, e non solo. Mi rifaccio ad un articolo che Padre Ernesto Balducci ha scritto e pubblicato nel 1993, dal titolo già significativo: “L’homo editus e l’homo absconditus”. Cercherò di sintetizzare il suo pensiero. Per spiegare il termine “editus”, partirei dal secondo che sembrerebbe a prima vista più chiaro: “absconditus”. Chi è l’homo absconditus? Scrive P. Balducci: «C’è in ciascuno di noi anche un homo absconditus, un’umanità nascosta, costituita… da quelle possibilità umane che non hanno trovato traduzione nella cultura in cui ci si è plasmati e modellati”. Allora l’homo editus è quella parte di noi che già si è plasmata e modellata “all’interno della cultura in cui è avvenuto il suo sviluppo formativo». Già la parola editus, in italiano stampato, pubblicato, ne dà l’idea. Noi solitamente vediamo lo sviluppo storico, culturale, formativo dell’essere umano, e siamo tentati di fermarci a questo aspetto, magari contestandolo, in vista di un suo miglioramento, dimenticando però o trascurando quelle energie nascoste che sono dentro di noi, sono dentro l’umanità intera. Quando parliamo di cultura intendiamo questo: il mondo come si è sviluppato lungo i secoli secondo parametri prestabiliti che sembrano ripetitivi e intoccabili. Certo, parliamo di sviluppo, ma tale sviluppo non tiene conto dell’altra parte che è dentro di noi, che rimane nascosta.

È la parte migliore.  Scrive ancora P. Balducci: «La nostra formazione avviene sempre attraverso un soffocamento, una rimozione di possibilità che non hanno un corrispettivo di traduzione storica. C’è, quindi, in noi un patrimonio di possibilità nascoste, che non è l’inconscio junghiano, costituito dalle rimozioni che via via compiamo nella nostra crescita, ma piuttosto un nucleo di possibilità (…) che non appartengono al passato, come l’inconscio, ma al nostro futuro: sono le possibilità di realizzazione umana per quali non si è data ancora la concreta condizione di attuazione». Ecco perché talora si usa la parola “ineditus”, cioè questa parte che abbiamo dentro di noi, che è la parte magari migliore, non è ancora stata pubblicata, stampata, resa visibile. È nascosta, tenuta nascosta o di proposito dimenticata. P. Balducci per dare una maggiore idea della differenza tra la parte edita e la parte inedita o nascosta, ricorre all’immagine del vecchio (senex) e del bambino (puer). «Quella del senex è l’aridità, l’astrazione, la passione per il calcolo, la riduzione della qualità a quantità; è la ripugnanza per la novità, per l’estro creativo; è l’esigenza dell’identità, dell’A=A; è il rifiuto del diverso, di quanto per qualsiasi motivo non rientri nella geometria dell’ordine. (…) Quella del puer: l’entusiasmo per l’inizio, il gusto per il diverso, l’amore per la contraddizione, la divina follia che non sta negli argini prestabiliti».

Profezia.  In base a questa distinzione tra l’homo editus e l’homo absconditus, P. Balducci passa poi ad analizzare la religione e il concetto che abbiamo di Dio. Il nostro mondo e noi che ci siamo dentro ci siamo costruiti non solo un progresso fondato sulla cultura prestabilita, che non tiene conto delle energie migliori che abbiamo dentro, ma anche il nostro rapporto con Dio. Ed è qui che, riprendendo le parole di San Paolo sulla sapienza umana e sulla sapienza divina, possiamo parlare di un mondo religioso chiuso al domani migliore e di un mondo profetico. «Il Vangelo, scrive P. Balducci, non si rivolge all’homo editus, ma all’homo absconditus nella pienezza delle possibilità che egli conserva in sé, a un uomo attento alla profezia”. Scrive ancora: “L’homo editus, cioè l’uomo integrato nella cultura, ride di fronte alle profezie, come rideva Machiavelli, homo editus più che altri mai, quando ascoltava il Savonarola che parlava in Santa Maria del Fiore».

«Francesco d’Assisi,  ad esempio, scrive ancora P. Balducci, è l’espressione che si è realizzata attraverso il rigetto delle forme più sacre dell’homo editus, a cominciare dall’essere dipendente da un padre, dall’avere un luogo di identità nella città, dal tener lontano gli esclusi, i lebbrosi. Francesco ha rigettato la guerra, la spada. Egli si è immerso nelle profondità dell’homo absconditus e ha affrontato la società, la cultura dominante con i segni, i gesti pacifici dell’uomo nascosto. Ha ritrovato la fraternità creaturale e ha respinto la cultura. Mi sembrava uno scandalo, quando ero un fedele alunno della cultura edita, che Francesco dissuadesse i frati dallo studiare. Niente libri. Ora invece sono commosso da questo, perché Francesco capiva come sarebbe andata a finire la sua famiglia francescana, se avesse battuto le vie che portavano a Parigi, all’università».

Di Dio possiamo dire la stessa cosa che dell’uomo: c’è il Dio edito e c’è il Dio nascosto. Scrive P. Balducci: “Se noi leggiamo la Bibbia, vediamo che c’è un modo di parlare di Dio del tutto omogeneo all’homo editus, alla cultura, quindi un Dio guerrafondaio, sterminatore, e poi c’è il Dio inedito, nascosto, che è il Dio dei profeti e che troverà la sua manifestazione in Gesù Cristo». Commentando un passo della Prima Lettera di Giovanni, P. Balducci afferma: «Nessun nome è più funesto di quello di Dio quando diventa un dio edito, il dio del gruppo, della città, emblema e garanzia di ogni potere. L’uomo inedito lo sa e non ama nominarlo. Il vero Dio è un Deus absconditus, l’estremo corrispettivo dell’homo absconditus. La preghiera è, nella sua intima essenza, una silenziosa corrispondenza tra l’uomo sconosciuto e il Dio sconosciuto (…)». La distinzione tra fede e religione, cara a Balducci, è tesa alla salvaguardia delle possibilità vitali dell’uomo inedito. Il messaggio evangelico non coincide con la morale cattolica ufficiale, con le posizioni della chiesa, il suo dottrinarismo e le sue leggi. La fede non è “religiosità superstiziosa” o “meschina proiezione dei nostri bisogni”, “non è una cognizione in più nei confronti degli altri”, non va vissuta alla maniera consolatoria e compensativa, ma è “principio critico” anche della religione, scelta libera e “dialogo con un Tu che ci parla attraverso gli eventi stessi”, nella direzione dell’ulteriorità di senso, dell’inesauribilità della verità, di “Qualcuno che è oltre”.

 

*omelia del 8 luglio 2012: Sesta dopo Pentecoste (Es 3,1-15; 1Cor 2,1-7; Mt 11,27-30)  fonte: http://www.dongiorgio.it/07/07/2012/omelia-di-don-giorgio-sesta-domenica-dopo-pentecoste-2012/

luglio 1, 2012

RISCOPRIRE LA FEDE E LA COSCIENZA

LE RELIGIONI FINISCONO PER PREFERIRE LA LEGGE ALLA DIGNITÀ DELLE PERSONE

di don Giorgio De Capitani*

La fede  è un tema che accomuna i tre brani della Messa di oggi. Parlare di fede non è facile per nessuno, nemmeno per i teologi che, quando ne parlano, difficilmente sono comprensibili. È come se parlassero tra loro. Ma la fede riguarda tutti, dotti e non dotti. E Cristo la esigeva, prima di compiere quasiasi miracolo. E la trovava tra le persone più semplici, tanto semplici da strappargli meraviglia, mentre, di fronte ai dotti o teologi del suo tempo, scribi e farisei, notava con amarezza solo cecità, chiusura, mancanza di fede. E spesso additava la fede dei pagani come esempio per gli stessi ebrei, così ligi alla Legge. Anche per noi preti c’è il rischio di dire sulla fede tante belle cose, e di dire in realtà nulla che possa coinvolgere la vita reale della nostra gente. Quello che è peggio è che non ci accorgiamo di favorire una apparenza di fede, che è solo devozionismo che non punta al cuore della fede evangelica. Eppure la parola fede qualifica coloro che credono in Dio o in Gesù Cristo: i cristiani sono anche chiamati “fedeli”. Quante volte si parla di assemblea dei fedeli! Vorrei soffermarmi, con un po’ di timore di non essere chiaro, sul secondo brano della Messa, tolto dalla lettera che san Paolo ha rivolto ai cristiani di Roma. San Paolo, l’ho già detto altre volte, è tanto affascinante come personaggio storico quanto difficile e talora incomprensibile come teologo. Gli stessi esegeti ancora oggi tentano di darci qualche delucidazione, di aiutarci a comprendere il pensiero autentico dell’apostolo, ma non sempre ci riescono. Dunque, le lettere di san Paolo sono da capire, e prima di pretendere che la gente le comprenda occorre che noi preti le spieghiamo, magari perdendo un po’ di tempo e rischiando qualche malumore tra gli ascoltatori assidui delle Messe festive, i quali, abituati alla praticità, preferiscono non fare troppi sforzi mentali.

Giustificare.  Ci sono termini nelle lettere di San Paolo che sono un po’ la chiave del suo pensiero teologico. Parole che fanno parte anche del linguaggio giuridico. Ad esempio, che cosa significa “giustificazione”? Il verbo latino “justificare” significa “rendere giusto”. In che senso? Per rispondere, non mi limito a considerare solo il brano di oggi che si trova nella lettera ai cristiani di Roma, ma allargherei il discorso considerando soprattutto la lettera che san Paolo ha scritto ai cristiani della Galazia. Subito una cosa: San Paolo, in questa lettera, non parla mai di salvezza, che era l’annuncio centrale della catechesi primitiva, ma parla appunto di “giustificazione”. L’apostolo, tuttavia, non ha inteso dare ai Galati una lezione di tipo intellettualistico. Egli parte da un rimprovero concreto: i cristiani di quella comunità avevano in parte tradito il Vangelo di Cristo per un altro vangelo: un vangelo che ignorava la giustificazione per mezzo della fede e proponeva invece la giustificazione per mezzo dell’osservanza della Legge di Mosè. Torniamo alla domanda: in che senso intendere la “giustificazione” secondo san Paolo? È qui che vorrei essere chiaro. Rendere giusto, secondo san Paolo, è donare la giustizia di Dio, da intendere come santità o grazia. Dunque si tratta di un dono divino. Ed è sul dono o sulla gratuità divina che san Paolo polemizza con quanti volevano ridurre la giustizia o santificazione ad una questione di opere buone da compiere da parte dei cristiani.

Prescrizioni della legge.  Ecco un passo della lettera ai Galati dove l’apostolo per non meno di tre volte respinge in una stessa frase le pretese della Legge e afferma il valore della fede. Scrive: «Sapendo che l’uomo non è giustificato per le opere della Legge, ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo, abbiamo creduto anche noi in Cristo Gesù per essere giustificati per la fede di Cristo e non per le opere della Legge, poiché per le opere della Legge non verrà mai giustificato nessuno» (Gal 2,16). Perché san Paolo non pone solo una questione diciamo teorica, ma pone un problema concreto che riguardava in particolare i cristiani della Galazia? Il problema riguardava soprattutto quei cristiani che provenivano dal mondo pagano: costoro dovevano o non dovevano sottomettersi alle prescrizioni della legge, a cominciare dalla circoncisione, per continuare poi con le osservanze alimentari e l’astensione da ogni lavoro nei giorni di sabato? C’erano cristiani, che provenivano dal mondo ebraico, che predicavano che tutte queste prescrizioni valessero per tutti i cristiani, anche per quelli provenienti dal mondo pagano. Costoro si appellavano ad un obbligo risalente ai tempi di Abramo quando Dio impose la circoncisione come segno dell’alleanza.

La fede precede la legge.  Una risposta chiara la troviamo anche nel brano di oggi. Il ragionamento di san Paolo sembra molto semplice: “la fede fu accreditata ad Abramo come giustizia” prima o dopo la circoncisione impostagli da Dio? “Egli ricevette il segno della circoncisione come sigillo della giustizia, derivante dalla fede, già ottenuta quando non era ancora circonciso”. Più chiaro di così! E san Paolo aggiunge: “In tal modo egli (Abramo) divenne padre di tutti i non circoncisi che credono, cosicché anche a loro venisse accreditata la giustizia, ed egli fosse padre anche dei circoncisi, di quelli che non solo provengono dalla circoncisione ma camminano anche sulle orme della fede del nostro padre Abramo prima della sua circoncisione”. In parole più semplici: la fede di Abramo precede ciò che diventerà successivamente la religione ebraica. Abramo, prima di essere chiamato da Dio alla missione di diventare il capostipite del popolo eletto, era un pagano. E da pagano credette nel vero Dio. Dunque, la religione ebraica è fondata sulla fede di un pagano. Successivamente Dio imporrà la circoncisione come segno fisico della Alleanza. Ma successe, come in tutte le religioni, che il popolo ebraico, tramite i suoi capi, man mano darà più importanza ai segni o ai riti che non alla fede. San Paolo sembra preoccupato nel far sì che il cristianesimo non cada nello stesso pericolo. Il cristianesimo è fondato sulla fede nel Cristo risorto, e non accetta nessun condizionamento dal ritualismo o dalle leggi di una religione, quella ebraica, che Cristo del resto aveva condannato proprio per aver tradito la sua fede nel vero Dio, tanto da preferire la legge alla dignità dell’essere umano. La Legge! Ecco, qui entra in scena un altro aspetto della predicazione di san Paolo. È la legge vista nelle sue opere che l’apostolo contesta: certo la legge può aiutarci ad essere buoni, ad essere migliori, ma può anche diventare un fine, come il sabato ebraico che era diventato più sacro dell’uomo stesso.

La legge è solo un mezzo,  una legge senza la fede è morta, anzi pericolosa. La legge per san Paolo è stata sostituita dalla grazia di Dio, ovvero dallo Spirito santo, che è la nuova legge del credente. In altre parole, torna in scena ciò che noi chiamiamo la Coscienza. Cristo non ha introdotto la Grazia o la Coscienza con il Cristianesimo. Lo Spirito santo c’è da sempre. Da sempre l’uomo ha una coscienza che è la voce dello Spirito interiore. So che mi ripeto: la legge che diventa un fine, la legge che mortifica la Coscienza è sempre stato, e lo è tuttora, il rischio di ogni religione. Per questo Cristo si è ben guardato dall’inventare una nuova religione. Ma purtroppo il cristianesimo è caduto subito in una specie di religione, fino ad assumere lungo i secoli tutte quelle forme devianti che Cristo aveva condannato nella religione ebraica. Quando leggo le parole così chiare di san Paolo sulla fede e sulle opere della legge, veramente rimango allibito al pensiero di ciò che la Chiesa è arrivata a imporre attraverso norme e divieti talora così assurdi che, al confronto, le prescrizioni ebraiche erano più accettabili e comprensibili. Cristo aveva ridotto i 613 precetti, negativi e positivi, della religione ebraica ad un solo comandamento: Ama Dio e di conseguenza il prossimo tuo come te stesso. La Chiesa ha costruito un castello di leggi che comprende ben oltre i 613 precetti. Ancora oggi ne siamo sommersi. E a scapito di che cosa? Della fede genuina in Dio. A scapito dell’amore per il prossimo. A scapito della propria coscienza. La fede precede la religione. La fede è il cuore del cristianesimo. Fede in Dio e nell’Umanità. Fede è amore, e l’amore non ha remore in quanto amore. L’amore non può essere mortificato da nessuna istituzione né civile né religiosa. La fede in Dio va al di là di ogni confine, di ogni razza, di ogni religione. Credo in un Dio che è padre di tutti, che non ama fare preferenze. Già il cardinal Martini diceva:

Dio non è cattolico”.  O, meglio, è cattolico nel senso del termine “cattolico”, che significa universale. Ma per noi la Chiesa cattolica non è altro che una grande e grossa istituzione, in cui Dio sta stretto. Liberiamoci di tutte quelle forme religiose che ancora oggi, purtroppo, costituiscono una certa fede popolare che odora di superstizione. Basta con certi culti per santi idolatrati. Basta con le Madonne che piangono o parlano su commissione. Basta con le leggi morali di una Chiesa che ama farsi sadica per incatenare meglio le anime a sé. Ridiamo spazio allo Spirito santo, che è la voce della nostra Coscienza. Dio ci chiede fede pura. Anche le opere ci vogliono, ma queste devono esprimere la nostra fede, e non soffocarla. La Chiesa deve essere una Casa dove si possa respirare aria pura, e non una struttura asfissiante. La Chiesa non è un fine, è solo un mezzo. Dio è padre anche dei non circoncisi, anche dei non battezzati, anche degli atei. Sogno un papa che sia meno religioso, meno ecclesiale, meno curiale: più umano, più aperto all’ascolto delle voci dell’Umanità intera. A eleggerlo dovranno essere le voci della Coscienza universale.

*omelia del 1 luglio 2012, quinta domenica dopo Pentecoste: Gen 17,1b-16; Rm 4,3-12; Gv 12,35-50. Fonte: http://www.dongiorgio.it/30/06/2012/omelia-di-don-giorgio-quinta-domenica-dopo-pentecoste-2012/

giugno 17, 2012

IL POTERE DEI MEDIA

LA STRATEGIA D’IMBONIMENTO E CONFORMISMO IN UN BRANO DI NOAM CHOMSKY

Semplificare, distrarre, illudere.  Prima parlavo dello scopo dei media e delle élite opportunamente indottrinate. Ma che dire della maggioranza ignorante e intrigante? Essa deve in qualche modo essere distratta. Le si possono propinare semplificazioni e illusioni emotivamente potenti, cosicché sia capace di scimmiottare la linea di partito. La linea principale è comunque quella di tenerla fuori. Le si lasci fare cose prive di importanza, la si lasci urlare per una squadra di calcio o divertirsi con una soap opera. Ciò che si deve fare è creare un sistema adatto nel quale ciascun individuo rimanga incollato al tubo catodico. E’ un noto principio delle culture totalitarie quello di voler isolare gli individui: se ne discute dal secolo XVIII. Per la cultura totalitaria è estremamente importante separare tra loro le persone. Quando la maggioranza ‘ignorante e deficiente’ sta insieme può capitare che si faccia venire strane idee. Se invece si tengono gli individui isolati, non è interessante se pensano e quello che pensano. Dunque bisogna tenere la gente isolata, e nella nostra società ciò significa incollarla alla televisione. Una strategia perfetta. Sei completamente passivo e presti attenzione a cose completamente insignificanti, che non hanno alcuna incidenza. Sei obbediente. Sei un consumatore. Compri spazzatura della quale non hai alcun bisogno. Compri un paio di scarpe da tennis da 200 dollari, perché le usa Magic Johnson. E non rompi le scatole a nessuno. Se vuoi uccidere quel bambino che sta vicino a casa tua, fallo pure, questo non ci preoccupa. Ma non cercare di depredare i ricchi. Uccidetevi fra voi, nel vostro ghetto.

Isolare e saturare.  Questo è il trucco. Questo è ciò che i media hanno il compito di fare. Se si esaminano i programmi trasmessi dalla televisione si vedrà che non ha molto senso interrogarsi sulla loro veridicità. E infatti nessuno si interroga su questo. L’industria delle pubbliche relazioni non spende miliardi di dollari all’anno per gioco. L’industria delle pubbliche relazioni è un’invenzione americana che è stata creata all’inizio del ‘900 con lo scopo, dicono gli esperti, ‘di controllare la mente della gente, che altrimenti rappresenterebbe il pericolo più forte nel quale potrebbero incorrere le grandi multinazionali‘. Questi sono i metodi per attuare questo genere di controllo. I ‘metodi scientifici di gestione‘ furono messi a punto – sempre in quegli anni (1930) – anche per interrompere gli scioperi. Si comprese che i media dovevano essere saturati con una serie di convinzioni appropriate: questo sistema fu applicato a Johnstown, in Pennsylvania, durante lo sciopero dei metalmeccanici del 1936-37. L’operazione riuscì. Da allora questo metodo prese il nome di ‘formula di Mohawk Valley’ (dove si trovava Johnstown). L’idea fu quella di inserirsi nei gruppi di scioperanti, di saturarli di propaganda attraverso i media – e le chiese – in modo tale che alla fine ognuno di loro avesse chiara in mente l’esistenza di due gruppi contrapposti: noi e loro. ‘Noi’ erano i lavoratori che continuavano a lavorare e le loro mogli che si curavano della casa. Le schiave che per venti ore al giorno aiutavano i lavoratori. Gli ‘altri’ erano i cani sciolti, i diversi, gli anarchici, gli elementi di disturbo, i leader sindacali, coloro cioè che cercavano di rompere l’armonia e la pace della comunità. Dobbiamo proteggerci, dicevano i ‘Noi’, dobbiamo proteggerci dagli estremisti che cercano di disturbare la nostra armonia. Questa strategia ebbe grande successo. E questa è l’immagine dello sciopero che ancora viene propagandata e che la maggioranza condivide: rottura dell’armonia. Si guardino le immagini che delle lotte dei lavoratori danno i media, le soap opera, i film.

Fonte: http://www.dongiorgio.it/04/06/2012/il-potere-dei-media/  Barbara x by dongiorgio, 4 giugno 2012

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