Brianzecum

febbraio 24, 2013

L’EPISODIO SCONVOLGENTE DELLA SAMARITANA

IL CRESCENDO DELLA RIVELAZIONE DI GESÙ: IL CULTO DI DIO VA OLTRE IL TEMPIO, LE RAZZE, LA RELIGIONE

di don Giorgio De Capitani*

 

Sconvolgente.  Anche il brano evangelico di questa domenica, che narra l’incontro di Gesù con una donna samaritana, va letto cogliendovi il senso allegorico. Anche gli antichi, vedi sant’Agostino, dicevano che gli episodi narrati dagli evangelisti contengono un senso profondo che va oltre la stessa narrazione. Ci sono dei fatti e ci sono delle parole: le parole spiegano i fatti, quindi attenzione alle parole che nei vangeli non sono mai banali. Il brano di oggi è un capolavoro di simbologie da cogliere in profondità. Simbologie che riguardano la realtà stessa di Dio e il nostro rapporto con lui. I fatti sono già sconvolgenti, le parole poi li rendono ancor più sconvolgenti. Sconvolgente il fatto che Gesù da solo parli con una donna, per di più sola, per di più samaritana, per di più malfamata. Sconvolgente l’ora dell’incontro: verso mezzogiorno, quando tutti sono a casa, e nessuno solitamente andava a prendere l’acqua. Sconvolgente il luogo: un pozzo. Il pozzo, nella Bibbia, era il luogo del corteggiamento. Sconvolgente il susseguirsi degli atteggiamenti: Gesù prima chiede l’acqua, poi lui stesso la offre. Sconvolgente il crescendo delle rivelazioni di Gesù: l’acqua simbolo della grazia, il culto di Dio che va oltre il tempio in muratura, e va oltre la religione e le razze.

Alcune parole.  Non posso ora nemmeno accennare a tutti gli spunti di riflessione che potremmo fare analizzando accuratamente il brano. Sarebbe impossibile in pochi minuti. Vorrei tentare di riflettere su alcune parole. Sono: Sicar, pozzo, acqua, grazia, tempio, culto. Gesù giunge a Sicar. Ecco la prima parola. Sicar secondo alcuni vorrebbe dire “qualcosa è intasato”. Faccio mie queste riflessioni: «Non è vero che proprio noi, a volte, siamo Sicar, cioè intasati? Abbiamo di tutto, ma siamo tormentati; ci sentiamo pieni, goffi, addormentati; non riusciamo a raggiungerci, ad andare dentro di noi; non riusciamo ad attingere a ciò che c’è dentro; mangiamo per riempirci e anche quando non lavoriamo dobbiamo fare qualcosa per non stare con noi; pensiamo sempre per non sentire cosa abbiamo dentro: siamo intasati, ostruiti, pieni. Abbiamo bisogno di riempirci per evitarci la verità, per non andare nel fondo, nel profondo di noi». È proprio vero: quante cose inutili, quante preoccupazioni stressanti fuori posto!

La seconda parola è pozzo.  Nella Bibbia il pozzo è fonte d’acqua per la vita dell’uomo, ma è anche simbolo della vita interiore. Secondo i rabbini del tempo di Gesù il pozzo con la sua acqua profonda rappresentava la Parola di Dio, la Torah, la Legge. La radice ebraica della parola “pozzo” è la stessa del termine “conoscenza”. Dicono che tanto più il pozzo è profondo, tanto più l’acqua è buona. Più si scava nella verità, più le nostre conoscenze aprono orizzonti nuovi. La conoscenza è come un pozzo profondo. Anche qui, quanta superficialità! Confondiamo la cultura con l’intelligenza. Eppure la parola cultura deriva da coltivare. Ma non possiamo pretendere di seminare in superficie. Oggi la scuola è diventata nozionismo: si va a imparare qualche nozione, un po’ di sapere distribuito nei vari campi, dalla matematica alla filosofia, dall’arte alla storia. Non si impara a vivere, l’arte del vivere, la filosofia della vita. E poi che cosa pretendiamo? Che questi nostri ragazzi crescano imparando a vivere? Nel brano di oggi il pozzo si pone in contrapposizione alla fonte: il pozzo è sinonimo di legge, l’acqua del pozzo però è ferma, bisogna raggiungerla con i secchi, l’acqua viva della fonte invece sgorga fresca, va incontro a chi si avvicina. Gesù dice alla samaritana: “L’acqua che io… darò diventerà… una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna”. Dal pozzo l’acqua non zampilla, l’acqua rimane ferma nel pozzo, siamo noi a doverla attingere con un secchio. Ma una sorgente non resta immobile: l’acqua esce.

Ed ecco la terza parola: acqua. Da Wikipedia: «L’acqua in natura è tra i principali costituenti degli ecosistemi ed è alla base di tutte le forme di vita conosciute, uomo compreso; ad essa è dovuta anche la stessa origine della vita sul nostro pianeta ed è inoltre indispensabile anche nell’uso civile, agricolo e industriale; l’uomo ne ha inoltre riconosciuto sin da tempi antichissimi la sua importanza, identificandola come uno dei principali elementi costitutivi dell’universo, attribuendole un profondo valore simbolico, riscontrabile nelle principali religioni. Sulla Terra l’acqua copre il 70,8% della superficie del pianeta e più o meno con la stessa percentuale è il maggior costituente del corpo umano». E noi oggi stiamo mettendo sul mercato questo dono preziosissimo, indispensabile per vivere. Tutti riconoscono che la prossima guerra non sarà per il petrolio, ma per l’acquisto dell’acqua. Naturalmente le guerre si fanno per impossessarsi dei beni vitali, o ritenuti tali per l’umanità. Sempre da Wikipedia: «Nella maggior parte delle religioni, l’acqua è diventata un simbolo di rinnovamento e perciò di benedizione di Dio. Essa compare nei riti di “purificazione” e di rinascita di molti culti, ad esempio nei riti di immersione del battesimo cristiano e nelle abluzioni dell’ebraismo e dell’islam. La tradizione sapienziale mistica ebraica della Qabbalah individua nell’acqua il simbolo della Sefirah Chessed indicante la qualità divina della Misericordia, della gentilezza e della grandezza; molti i riferimenti della Torah all’acqua, anche suo simbolo. Secondo l’esegesi ebraica lo stesso termine Ebreo significa colui che viene da oltre il fiume ed è presente nella Bibbia ebraica usato per la prima volta riguardo ad Avraham. Il termine ebraico che traduce la parola acqua, Maim, se associato al termine Esh, fuoco, forma la parola Shamaim che significa Cielo: si ritiene infatti che i Cieli presentino l’unione di acqua e fuoco». Non dimentichiamo che la Bibbia inizia così: «In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque». Gesù, parlando di acqua che zampilla per la vita eterna, che cosa intendeva dire? Intendeva la grazia, ovvero la stessa vita divina.

L’acqua è grazia,  ovvero un dono. È vero che la parola grazia deriva da grato, gradito, piacevole ad altri, e quindi avvenente, anche caritatevole. Tutte qualità che possono riassumersi in una parola: bellezza che è gratuità. La grazia che è la bellezza stessa di Dio non possiamo metterla sul mercato, anche se, lungo la storia della Chiesa, anche la grazia divina ha sempre avuto un costo, anche di carattere economico. Pensate ai sacramenti. Pensate alla Messa. Pensate a tutto ciò che ruota attorno ad una religione che parla di un Dio d’amore, e poi l’amore di Dio, che è grazia, ovvero dono, viene mercificato. Noi cristiani parliamo tanto di grazia, e poi quanto siamo venali! Nel miracolo di Cana Gesù aveva trasformato l’acqua in vino. Più esattamente aveva trasformato in vino nuovo l’acqua lustrale, quella che serviva per i riti di purificazione, a indicare che il culto va rinnovato.

Tempio e culto.  Ed è proprio qui che Gesù, dopo aver parlato di acqua e di grazia, esce con una delle più straordinarie affermazioni: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte (Garizim) né a Gerusalemme adorerete il Padre… Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità». Faccio mie queste riflessioni: «Dov’è Dio? Dov’è che lo troviamo? In chiesa, in una liturgia, in chi si sacrifica, quando uno prega? Forse sì, forse no. Dio non è in un posto. Dio si rende visibile dove c’è spirito e verità, qualunque posto sia, qualunque uomo sia, qualunque zona della terra sia. Per noi è più facile e più gratificante cercare Dio fuori di noi: su di un trono, circondato da poteri magici, nelle grandi liturgie oppure trovarlo nei dogmi o nelle chiese. Perché così ci risparmia lo sforzo di decifrare e di pervenire alla verità e allo spirito che ci abita. Ma Dio non è qui o lì. Dio è dove c’è spirito e verità. Questo è il criterio. Allora: non è più importante chi sei, cosa puoi esibire (“Io sono questo; io ho questo incarico; io ho fatto questa scuola religiosa, ecc.”), ma se nel tuo parlare, nel tuo agire, nel tuo amare, traspare spirito e verità. Se traspare, lì Dio c’è. S. Agostino diceva che se entrava in una casa e vedeva che un uomo e una donna si amavano veramente, non aveva bisogno di chieder loro se erano sposati perché il sacramento stesso dell’amore (Dio) li univa (capisco che la frase è pericolosa ma colgo il senso profondo dell’affermazione). Quando un uomo vive fedele alla sua coscienza e aderente al suo spirito, lì Dio c’è. Non importa più se è cristiano, musulmano, buddista o se si proclama ateo: in ogni caso lì Dio c’è. Quando un uomo fa verità di sé e porta la luce nel suo profondo, lì Dio c’è. Quando un uomo ama, rispetta e onora tutti gli esseri che vivono, lì Dio c’è. Quando due persone si amano passionalmente nella libertà di ciascuno, lì Dio c’è. Quando una persona lotta per la verità intorno a sé e per l’accettazione della diversità, lì Dio c’è. Un giorno durante una conferenza una persona chiese, forse provocatoriamente, a Davide Maria Turoldo: “Ma nelle nostre chiese c’è Dio?”. E lui rispose: “Se c’è spirito e verità, allora Dio c’è”. C’è Dio qui stamattina fra di noi? Non lo so, non spetta a me dirlo. So che se c’è “spirito e verità” allora Lui c’è. Non chiederti più dov’è Dio; chiediti invece dove c’è spirito e verità: lì c’è anche Lui».

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febbraio 17, 2013

BENEDETTO XVI “DICHIARO DI RINUNCIARE”

EPILOGO DI UN PERCORSO STORICO DI MODERNIZZAZIONE E DESACRALIZZAZIONE

di PIERO STEFANI*

Sorpresa.  Subito dopo l’elezione al soglio pontificio di Joseph Ratzinger, nell’aprile del 2005, il card. Martini rilasciò un’intervista in cui affermava testualmente: «Sono certo che Benedetto XVI ci riserverà delle sorprese». Così è avvenuto, probabilmente ben al di là di quanto immaginato dall’autore stesso della frase. In realtà, più che un plurale sarebbe stato conveniente usare un singolare; nei suoi otto anni di pontificato la sorpresa vera è stata una sola: la decisione che ha messo bruscamente fine al suo pontificato. Lo stupore più grande nasce dal fatto che chi si è presentato e ha agito per il recupero di una tradizione giudicata esposta a una molteplicità di minacce abbia dato il contributo maggiore, tra quelli finora elaborati, alla modernizzazione della figura del papa. La divaricazione delle due linee di tendenza ora enunciate spinge potentemente a evocare l’eterogenesi dei fini. Siamo di fronte a una decisione epocale, ma anche a un atto conclusivo di un pontificato che, da un lato, ha posto di nuovo la Chiesa, con le sue scarse virtù e i suoi molti mali, al centro dell’attenzione e, dall’altro, ha ridimensionato fortemente la capacità del cattolicesimo ufficiale di comunicare con il mondo. La morte e i funerali di Giovanni Paolo II furono un evento globale; la rinuncia di Benedetto è uno spartiacque all’interno del cattolicesimo.

Innovazione.  Che la rinunzia da parte di un papa sia prevista dall’attuale diritto canonico è fuori discussione. Tuttavia è altrettanto certo che quello di Benedetto XVI è stato un gesto compiuto per la prima volta nella storia. Richiamare Celestino V o le dimissioni plurime avvenute per porre fine allo Scisma di Occidente è un puro non-senso storico. Nulla oggi è paragonabile a quei contesti. La scelta di Ratzinger non muta il senso di quei papati; cambia invece definitivamente l’immagine del papa costituitasi nel XIX e nel XX secolo quando, per reagire all’assedio del mondo moderno, un sommo pontefice, ormai politicamente debole, fu soggetto a una forma di verticistica esaltazione spirituale. Non a caso il 1870 vide sia la proclamazione del dogma dell’infallibilità papale a opera del Vaticano I sia la breccia di Porta Pia compiuta dai bersaglieri. Con la rinunzia di Benedetto XVI alla sacralità della persona del papa subentra una declinazione funzionale del suo ufficio che va retto solo fino a quando si hanno le forze per farlo.

 Percorso desacralizzante.  Alle spalle della decisione di Benedetto XVI c’è un percorso storico che risale in prima istanza alla decisione di Paolo VI di mettere in pensione i vescovi al raggiungimento del 75 anno di età (salvo brevi proroghe) e di vietare ai cardinali ultraottantenni di entrare in conclave. Entrambe le decisioni sono desacralizzanti. Nel caso dei vescovi si tratta di efficienza: per svolgere la funzione di pastore il saper agire sembra prevalere sui valori più legati alla pura spiritualità. Una forte componente di laicizzazione si ha anche nello sbarramento anagrafico posto ai partecipanti al conclave, scelta oggettivamente in tensione con l’assistenza dello Spirito Santo sempre evocata nel caso dell’elezione al soglio di Pietro. Quelle decisioni hanno messo in moto un processo. Non per nulla sia Paolo VI sia Giovanni Paolo II si sono posti il problema della rinuncia. Che entrambi abbiano respinto l’ipotesi non significa che non siano stati costretti a pensarci. Il gioco era aperto da una quarantina d’anni; Joseph Ratzinger ha ritenuto che fosse giunto il momento di portarlo alla conclusione. Si è quindi creato un precedente che farà sì che tutti i successori, oltre a essere obbligati a valutare la possibilità di rinuncia, si troveranno sempre più in difficoltà a trovare motivi per restare vita natural durante sul soglio di Pietro.

Efficienza.  Fino a che valgono queste regole, nessun papa sarà obbligato canonicamente a ritirarsi dietro le quinte. In effetti si tratta di un atto unilaterale. Il papa rinuncia, non rassegna le dimissioni in mano a nessuno (mentre i vescovi lo fanno nelle mani del pontefice). Il precedente peserà, comunque, come un macigno e renderà sempre meno accettabile per la comunità ecclesiale accogliere di essere guidata da una persona inefficiente. Questo fatto si appella di nuovo ai valori, tipicamente moderni, dell’efficienza; mentre accantona quelli paradossali ben espressi del detto paolino che si è forti proprio quando si è deboli (2 Cor 12,9). Rimane da capire quali fattori abbiano spinto Benedetto XVI a prendere proprio ora questa grave decisione. Di esplicito abbiamo solo le sue parole latine. Esse ammettono – e il pensiero va sicuramente al suo predecessore – che il pontificato è un compito spirituale che può essere svolto non solo agendo e parlando ma anche pregando e patendo. La spiritualità di Ratzinger non è estranea a questi due ultimi termini; essi vengono però declinati solo sul versante personale. Il pregare e forse anche il patire per il bene della Chiesa saranno le due linee guida che contraddistingueranno il suo post-pontificato. Con ciò Ratzinger sembra quasi voler dire che la theologia crucis ha senso nella dimensione individuale, ma non ha ragion d’essere in quella istituzionale. In tempi di veloci mutamenti e in un’epoca di grandi perturbamenti per la fede, la barca di San Pietro deve, infatti, essere guidata da chi è vigoroso nel corpo e nell’anima («Attamen in mundo nostri temporis rapidis mutationibus subiecto et quaestionibus magni ponderis pro vita fidei perturbato ad navem Sancti Petri gubernandam et ad annuntiandum Evangelium etiam vigor quidam corporis et animae necessarius est»).

Terapia d’urto.  Il testo non specifica quali siano i grandi turbamenti che caratterizzano la fede (a tal proposito molti, probabilmente non a torto, hanno evocato anche gli scontri e gli scandali interni ai vertici stessi della gerarchia). La diagnosi resta nel generico, anche se si lascia capire che bisogna comunque ricorrere a una terapia d’urto; quest’ultima sarà accompagnata da lontano da Ratzinger con la preghiera. Non dunque pregare e patire, ma pregare in proprio perché altri agiscano. Il momento in cui è stata assunta la decisione evidenzia un pontificato interrotto. Per rendersene conto basta dire che la rinuncia avviene quando è stato svolto circa un terzo dell’anno della fede fortemente voluto da Benedetto XVI. Inoltre il ritiro impedirà l’uscita della enciclica dedicata alla fede. C’è la carità (Deus caritas est, 2005); c’è la speranza (In spe salvi, 2007), mancherà proprio la fede, l’argomento a cui Ratzinger ha dedicato la riflessione di tutta la vita. L’interruzione non è stata messa a tema. A essere messa in campo come giustificazione è solo una debolezza soggettiva.

La componente personale  ha quindi un ruolo preminente nella rinuncia di Benedetto XVI. La maggiore novità di un pontificato conchiusosi in modo tanto repentino trova riscontro nella constatazione secondo la quale Ratzinger anche in altre circostanze ha lasciato una riconoscibile impronta soggettiva nella tradizione ecclesiale. In precedenza essa era legata soprattutto alla sua personale visione teologica, ora essa interagisce ancor più fortemente con la sua persona. Nelle prime righe dell’atto di rinuncia, Benedetto dice di aver più volte consultato la sua coscienza davanti a Dio, ma non fa alcun cenno di aver dato luogo a qualche forma di consultazione della comunità ecclesiale. Anche se non fosse relativista, il predominio della soggettività presente nella scelta di Ratzinger è comunque un valore moderno che si è assiso sul soglio di Pietro paradossalmente attraverso una rinuncia.

*Il pensiero della settimana, n. 420;  fonte: http://pierostefani.myblog.it/archive/2013/02/15/420-benedetto-xvi-dichiaro-di-rinunciare-17-02-2013.html

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febbraio 11, 2013

L’UNITÀ DEL GENERE UMANO

RAGGIUNGIBILE ATTRAVERSO QUATTRO VIE, DOVREBBE COSTITUIRE OGGETTO DI RIFLESSIONE COSTANTE E CORALE

di PIERO STEFANI*

 

Quattro vie. L’unità del genere umano è un punto di riferimento cruciale dell’insegnamento cattolico. Su quali basi si regge quest’affermazione? Una delle espressioni più chiare di tale convincimento la si trova all’inizio della dichiarazione conciliare Nostra aetate. Essa suona in questi termini: «Infatti tutti i popoli costituiscono una sola comunità: hanno una sola origine, poiché Dio ha fatto abitare l’intero genere umano su tutta la faccia della terra (cf. At 17,26); essi hanno anche un fine ultimo, Dio, la cui provvidenza, testimonianza di bontà e disegno di salvezza si estendono a tutti (cf. Sap 8,1; At 14,17; Rm 2,6s; 1Tm 2,4)». Quest’affermazione riassuntiva è stata sviluppata nell’insegnamento e nella prassi cattolici lungo quattro assi principali che sono capisaldi irrinunciabili; tuttavia la loro interpretazione dipende, in una certa misura, dai tempi e dalle circostanze storiche in cui queste convinzioni sono state formulate. L’unità del genere umano si realizza come tale:

a)     nell’origine adamitica dell’essere umano creato a immagine e somiglianza di Dio (Gen 1,26);

b)    nell’unità nella colpa che tutti accomuna (dottrina del peccato originale);

c)     nella necessità della redenzione e nel suo compimento avvenuto grazie all’universale opera salvifica attuatasi in Gesù Cristo;

d)    nella Chiesa cattolica presentata come strumento universale di salvezza.

Si tratta di visioni teologiche che raggiungono il loro senso pieno solo nell’ambito della fede. Tuttavia esse dichiarano di riguardare non solo la vita dei credenti ma quella di ogni essere umano vissuto, vivente o che vivrà sulla terra. A questo punto sorge perciò il problema di una loro eventuale trascrizione in termini comuni e generali.

Coscienza e legge naturale.  La questione non si presenta, come è ovvio, in modo omogeneo rispetto a tutti i quatto punti. L’unità adamitica è stata più volte interpretata anche alla luce della legge naturale. Vale a dire l’immagine e somiglianza di Dio lascia traccia di sé anche nella ragione e nella coscienza di ogni persona, qualunque sia la sua provenienza e la sua appartenenza. Il peccato originale è stato, a volte, comprovato attraverso il ricorso a un’antropologia pessimistica volta ad additare l’insanabile miseria umana. È chiaro, però, che tra queste due prime convinzioni insorge una dialettica di difficile composizione: l’essere umano può fare il bene seguendo la voce della propria coscienza e della legge naturale o ha bisogno di una coercizione esterna che lo costringa a proseguire su una via da cui è tentato sempre di fuoriuscire? Il compimento dell’opera di salvezza in Gesù Cristo è una convinzione di fede non trascrivibile in termini né di coscienza, né di legge naturale. Tuttavia si sbaglierebbe a ritenere che essa non abbia inciso sulla civitas; infatti non di rado si è creduto che la redenzione abbia una portata tanto sul mondo interiore quanto su quello esteriore. Occorre quindi operare per una trasformazione cristiana della società; l’impegno storico dei credenti per il bene dell’uomo è, dunque, visto come una conseguenza diretta della loro fede (si tratta peraltro di un convincimento che ha dato luogo a interventi storici di segno diametralmente opposto).

Riflessione costante e corale.  La convinzione che la mediazione della Chiesa cattolica sia necessaria perché l’azione di salvezza ultraterrena compiutasi in Gesù Cristo sia efficace (sacramenti, retta fede e buon comportamento) influisce potentemente sulla richiesta di liberà di azione compiuta dalla Chiesa nei confronti degli stati. Si tratta di un tema di lungo periodo. In epoca più recente si è affiancato ad esso anche il complesso quanto imprescindibile problema del rapporto della Chiesa cattolica con le altre Chiese o comunità ecclesiali cristiane (ecumenismo) o con le altre religioni (dialogo interreligioso). Come valutarle in relazione al piano salvezza universale di Dio? In breve, tutti questi convincimenti teologici di fondo hanno inciso e incidono sulla storia; anche se, per converso, è ugualmente vero che il modo di interpretarli dipende, a propria volta, dai contesti storici in cui la Chiesa opera (per avanzare l’esempio più scontato, l’atteggiamento nei confronti della altre religioni ha subito, nel corso del tempo, modifiche radicali difficilmente riconducibili a una linea di continuità). In ogni caso i quattro temi qui esposti costituiscono ambiti decisivi a cui dovrebbe essere dedicata una riflessione costante e corale all’interno delle comunità dei credenti. Se ciò avvenisse, si lascerebbe cadere, una buona volta, nell’insignificanza quanto attualmente riempie l’orizzonte; pensiamo, per esempio, alle prese di posizione e ai tatticismi della CEI relativi allo stato del paese. Evento che – a causa della pesante eredità lasciataci dal card. Ruini – continua a occupare spazio nei mass media come se si trattasse di un fronte di qualche peso in relazione alla fede cattolica.

*Il pensiero della settimana n. 419; fonte:

http://pierostefani.myblog.it/archive/2013/02/09/419-l-unita-del-genere-umano-10-02-20131.html

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gennaio 15, 2013

APPELLO DI PAX CHRISTI PER LE ELEZIONI

Filed under: 3) pace — brianzecum @ 9:20 PM

SVUOTARE GLI ARSENALI E VOTARE PER LA PACE

Convinti che la pace è un bene primario e supremo da invocare e per cui adoperarsi instancabilmente (Beati gli operatori di pace);

Ricordando i 50 anni dell’Enciclica Pacem in terris, che definisce la guerra ‘alienum est a ratione’ (cioè una follia);

In prossimità della scadenza elettorale, Pax Christi Italia, chiede a tutti gli elettori che si apprestano a dare il loro voto per il rinnovo del Parlamento, di includere tra le priorità su cui effettueranno la loro scelta:

Un chiaro impegno per la pace, la nonviolenza e il ‘ripudio della guerra’, come dichiara l’art. 11 della nostra Costituzione.

La riduzione delle spese militari a partire dalla sospensione del progetto dei caccia F35, strumenti di morte che sottraggono ingenti risorse (quasi 15 miliardi di euro) ad altri bisogni vitali della gente. Le armi uccidono anche se non vengono usate!

La cancellazione della “riforma dello strumento militare italiano” approvata lo scorso mese di dicembre.

Uno stop alla corsa al riarmo, in forte aumento nell’Unione Europea, e un ‘no’ alla vendita di armi, aumentata del 18% nel 2012, e indirizzata specialmente a Paesi in guerra come quelli del Medio Oriente, nonostante la legge 185/90.

“Di fronte alle crescenti differenze tra pochi, sempre più ricchi, e molti irrimediabilmente più poveri” (Benedetto XVI al Corpo diplomatico, 7 gennaio 2013), di fronte alle numerose guerre che seminano ancora oggi distruzione e morte in tante parti del mondo, riteniamo importante ribadire “un SI alla vita, e un NO alla guerra… sconfitta dell’umanità” (Giovanni Paolo II al Corpo diplomatico, 13 gennaio 2003).

Come cittadini e come credenti, chiediamo ai candidati un esplicito impegno anche su queste scelte che sentiamo qualificanti per un programma che abbia davvero a cuore il bene comune, cioè la vita di tutti e di ciascuno.

Firenze, 13 gennaio 2013

                                              Il Presidente Nazionale di Pax Christi

                                               Mons. Giovanni Giudici, vescovo di Pavia,

                                                con il Consiglio Nazionale

per contatti: info@paxchristi.it  3473176588

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gennaio 1, 2013

GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

ACCOMUNA CREDENTI E NON CREDENTI, MERITA CONCENTRAZIONE E INSISTENZA SU CIÒ CHE È ESSENZIALE E NON SU QUANTO DIVIDE

 

Omelia di don Giorgio De Capitani del 1 gennaio 2013*

 

Universalità.  La prima giornata mondiale della pace risale al 1968, indetta da Paolo VI. Dunque sono passati 45 anni. Mi sembra interessante, forse anche doveroso, risalire a quel primo messaggio di Paolo VI dove troviamo le indicazioni per le successive giornate della pace. Papa Montini dice esplicitamente che tale giornata non deve essere rivolta esclusivamente ai credenti, ma a “tutti gli uomini di buona volontà”. La pace, in altre parole, accomuna le aspirazioni di tutti i popoli, di qualsiasi fede politica e religiosa. Dice testualmente Paolo VI: «La proposta di dedicare alla Pace il primo giorno dell’anno nuovo non intende perciò qualificarsi come esclusivamente nostra, religiosa cioè cattolica; essa vorrebbe incontrare l’adesione di tutti i veri amici della pace, come fosse iniziativa loro propria, ed esprimersi in libere forme, congeniali all’indole particolare di quanti avvertono quanto bella e quanto importante sia la consonanza d’ogni voce nel mondo per l’esaltazione di questo bene primario, che è la pace, nel vario concerto della moderna umanità. La Chiesa cattolica, con intenzione di servizio e di esempio, vuole semplicemente “lanciare l’idea”, nella speranza ch’essa raccolga non solo il più largo consenso del mondo civile, ma che tale idea trovi dappertutto promotori molteplici, abili e validi a imprimere nella “Giornata della Pace”, da celebrarsi alle calende d’ogni anno nuovo, quel sincero e forte carattere d’umanità cosciente e redenta dai suoi tristi e fatali conflitti bellici, che sappia dare alla storia del mondo un più felice svolgimento ordinato e civile».

Bene comune.  In questi 45 anni, i messaggi del Papa sono stati tra loro differenti, con temi inerenti anche alla reale situazione storica (in 45 anni quanti mutamenti nel campo socio-politico e anche in quello religioso!), ma talora si è verificato il rischio di deviare dalle intenzioni originarie di Paolo VI, che ha esplicitamente voluto che questa giornata mantenesse sempre un carattere universalistico, evitando di sfruttare l’occasione per lanciare messaggi strettamente religiosi. La pace è un bene comune. Lo dice anche il messaggio di Benedetto XVI per l’inizio di questo nuovo anno. È un bene cioè che riguarda l’essere umano in quanto tale indipendentemente dalla razza o dalla religione. Un bene che deve coinvolgere l’attenzione e gli impegni di tutti. È chiaro che ognuno attinge alle sue migliori risorse intellettuali e spirituali per far sì che questo bene comune prevalga sugli interessi o sugli egoismi di parte.

Evitare ciò che divide.  Sinceramente però avrei preferito che il Papa, nel suo recente messaggio, non avesse toccato argomenti scottanti che hanno subito scatenato forti reazioni. Sia ben chiaro: nessuno contesta il fatto che la Chiesa possa dire la sua anche nel campo bioetico. Ma non tutti sono d’accordo sulle motivazioni per cui la Chiesa condanna ad esempio il matrimonio degli omosessuali. Ora dire che è la stessa natura umana, e non tanto la rivelazione di fede, a stabilire il fondamento della famiglia significa chiudere ogni discussione, creando un muro con quel mondo che, in buona fede, in buona volontà, la pensa diversamente. Nei giorni scorsi, dopo le polemiche apparse sui giornali che, come al solito, hanno evidenziato solo una frase di un lungo discorso, e cioè che, in sintesi, l’aborto, l’eutanasia e il matrimonio tra gay sono “una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace”, mi sono chiesto se le parole del Papa non potevano essere indirizzate ad altri argomenti, su cui raccogliere il consenso di tutti gli “uomini e donne di buona volontà”, ma su cui purtroppo esiste una grande confusione e talora una grande indifferenza.

 

Insistere su giustizia e pace.  Inoltre, a parte le affermazioni che hanno suscitato una forte ribellione tra i cosiddetti “laicisti” e non solo, anche negli stessi ambienti cattolici più aperti, man mano leggevo il Messaggio notavo poca omogeneità, con continui passaggi da un tema all’altro: temi interessanti quali il lavoro, il mercato, la persona. Avrei preferito che quest’anno il Papa si soffermasse sulla grave crisi, non solo di tipo economico, che sta attraversando l’intera umanità, magari suggerendo qualche alternativa, ad esempio la via della decrescita felice, puntando quindi alla essenzialità, alla qualità, all’essere, al contesto ambientale da rivalutare e da privilegiare sul profitto di un mercato folle che ha contaminato anche la massa dei cittadini. Perché parlare in questo Messaggio ancora di aborto, di eutanasia, di matrimonio tra gay, quando invece ciò che sta attanagliando l’Umanità è la violenza sulla Coscienza universale, quando la Politica è strapazzata da partiti corrotti con visuali meschine di Società, quando tutto è visto e imposto come se fosse una questione puramente economica? I veri crimini contro l’Umanità sono le ingiustizie sociali, la distribuzione squilibrata dei beni, sono lo sfruttamento delle terre dei poveri a vantaggio di una tecnologia disumana, sono le guerre d’interessi nazionali, sono le ferite inferte al creato, sono i veleni prodotti da fabbriche di morte. Non bastano degli accenni. Occorre una insistenza quasi ossessiva, tanto da scuotere le coscienze dei violenti e le coscienze addormentate. Vorrei concludere, citando un testo di don Tonino Bello che sulla pace ha scritto e ha predicato con calore e con insistenza.

La pace come cammino

A dire il vero non siamo molto abituati a legare il termine PACE a concetti dinamici.

Raramente sentiamo dire:

“Quell’uomo si affatica in pace”,

“lotta in pace”,

“strappa la vita coi denti in pace”…

Più consuete, nel nostro linguaggio, sono invece le espressioni:

“Sta seduto in pace”,

“sta leggendo in pace”,

“medita in pace” e,

ovviamente, “riposa in pace”.

La pace, insomma, ci richiama più la vestaglia da camera che lo zaino del viandante.

Più il comfort del salotto che i pericoli della strada.

Più il caminetto che l’officina brulicante di problemi.

Più il silenzio del deserto che il traffico della metropoli.

Più la penombra raccolta di una chiesa che una riunione di sindacato.

Più il mistero della notte che i rumori del meriggio.

Occorre forse una rivoluzione di mentalità per capire che la pace non è un dato, ma una conquista.

Non un bene di consumo, ma il prodotto di un impegno.

Non un nastro di partenza, ma uno striscione di arrivo.

La pace richiede lotta, sofferenza, tenacia.

Esige alti costi di incomprensione e di sacrificio.

Rifiuta la tentazione del godimento.

Non tollera atteggiamenti sedentari.

Non annulla la conflittualità.

Non ha molto da spartire con la banale “vita pacifica”.

Sì, la pace prima che traguardo, è cammino.

E, per giunta, cammino in salita.

Vuol dire allora che ha le sue tabelle di marcia e i suoi ritmi, i suoi percorsi preferenziali ed i suoi tempi tecnici, i suoi rallentamenti e le sue accelerazioni.

Forse anche le sue soste.

Se è così, occorrono attese pazienti.

E sarà beato, perché operatore di pace,

non chi pretende di trovarsi all’arrivo senza essere mai partito, ma chi parte.

Col miraggio di una sosta sempre gioiosamente intravista, anche se mai – su questa terra s’intende – pienamente raggiunta.

*Fonte: http://www.dongiorgio.it/31/12/2012/omelie-2013-di-don-giorgio-giornata-mondiale-della-pace/

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dicembre 22, 2012

UN DIRITTO NON È MAI UN PERICOLO

Filed under: 3) pace — Tag:, , — brianzecum @ 10:06 PM

AFFERMARE CHE IL MATRIMONIO OMOSESSUALE SIA UN ATTENTATO ALLA PACE SIGNIFICA DISTRARRE L’ATTENZIONE DAL CARATTERE VIOLENTO E ARBITRARIO DELLE GUERRE

di CHIARA SARACENO  La repubblica    21 dicembre 2012  pag. 41, sez. Commenti

È per lo meno singolare  che tra gli attentati alla pace, alla giustizia e alla dignità umana il Papa abbia messo ai primi posti l’estensione alle persone omosessuali del diritto a sposarsi. Era già una forzatura, cui per altro Giovanni Paolo II ci aveva abituato: equiparare il diritto all’aborto e a chiedere di essere aiutati a morire, alle uccisioni che si effettuano in guerra e ai genocidi che spesso accompagnano le guerre civili. Perché si confondono feti con esseri umani già compiuti, vittime con carnefici, la libertà di disporre di sé con la violenza su altri. Anche chi non approva l’aborto e l’eutanasia dovrebbe preoccuparsi di questa operazione in cui tutto viene mescolato senza distinzione, con il rischio non già che si salvi qualche feto perché diventi un bambino non voluto, o che qualche malato terminale venga tenuto in vita ad oltranza, ma che guerre e genocidi perdano il loro carattere di violenza arbitraria e cieca, ove le vittime sono pure casualità, specie se appartengono ai gruppi più deboli.

Assuefazione ottusa alla guerra.  Sta già succedendo, in quest’epoca in cui le guerre – dichiarate o meno – sono dappertutto e ciascun belligerante vede, nel migliore dei casi, solo i propri morti, mentre quelli altrui sono tutti solo “nemici” – dai lattanti in su. Non c’è proprio bisogno che ci si metta anche il Papa, con tutte le migliori intenzioni, a dare manforte a questo clima di assuefazione ottusa. Se poi si aggiunge alla lista degli attentati alla pace e alla vita e dignità umana la questione dei matrimoni omosessuali davvero la confusione, l’incapacità, o il non desiderio, di operare distinzioni risultano in una denuncia generica e inefficace del problema che a parole si dice di voler affrontare. È difficile anche a chi è contrario ai matrimoni tra omosessuali cogliere un qualche nesso tra una legge che li consenta e l’operare per la pace. A meno che il pontefice non voglia suggerire che l’approvazione di una legge simile produrrebbe guerra civile, ciò che è smentito da quanto (non) è avvenuto nei Paesi che hanno una legge del genere. Mentre, viceversa, molti Paesi che vietano l’aborto (e anche la contraccezione), puniscono le donne che vi ricorrono e mettono al bando gli omosessuali sono governati da dittature violente e talvolta anche guerrafondaie. A differenza del pontefice, non intendo postulare che esista un nesso tra riconoscimento del diritto ad abortire, ad usare la contraccezione, a sposarsi tra omosessuali e il mantenimento della pace. I rapporti causa ed effetto sono molto più complessi di queste rozze semplificazioni.

Laicità dello Stato.  Continuare a evocare i temi dell’aborto, dell’eutanasia, della omosessualità come temi validi per la denuncia di qualsiasi cosa vada male nel mondo rischia di marginalizzare proprio l’attenzione per ciò che va male, in questo caso per un mondo attraversato da guerre ricorrenti e continue, abitato da signori della guerra che non riposano mai. Certo, dà l’impressione che al pontefice e alla gerarchia cattolica interessi di più porre il proprio veto sulle legislazioni degli Stati democratici, in tema di diritti di libertà nell’ambito della sessualità e della riproduzione, che non condannare le guerre (o le incursioni) preventive e le violenze sulle popolazioni inermi. Più che un monito contro i signori della guerra, sembra un monito contro la laicità dello Stato, del tutto in consonanza con quello lanciato dal cardinale Scola alcuni giorni fa.

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dicembre 13, 2012

PIER CESARE BORI

LA NONVIOLENZA E L’UNIVERSALISMO SPIRITUALE

di Enrico Peyretti*

Pier Cesare Bori  (nato a Casale Monferrato nel 1937 e scomparso a Bologna nel 2012 per un mesotelioma pleurico da amianto respirato in gioventù), docente di filosofia morale, studioso della nonviolenza, ha ricercato e praticato – con la presenza assidua di insegnamento e di rapporto umano, sia nell’Università sia nel carcere di Bologna, specialmente con i detenuti immigrati – un intenso lavoro di individuazione degli elementi comuni alle diverse vie spirituali (culture, religioni, etiche) dell’umanità. Ha percorso la storia morale dell’umanità, con ampia informazione e riflessione sulle espressioni più varie delle sapienze umane. In un suo libro del 2004, Universalismo come pluralità delle vie, ed. Marietti, raccogliendo tredici suoi saggi, Bori ricapitolava il percorso, fino a quel momento, della sua ricerca. Nel libro autobiografico postumo (CV, curriculum vitae, Ed Il Mulino 2012), egli dice che il libro sull’Universalismo, con alcuni altri successivi, è «espressione di una fiducia ritrovata, che mi spinge a intuire, o almeno a suggerire strade nuove». Nel secondo saggio, che dà il titolo al libro, l’Autore propone un modello interculturale, già abbozzato altrove, che trae dalla Bhagavadgîtâ, il libro chiave dell’induismo, amato da Gandhi, che ne faceva il proprio vangelo.

Questa tradizione  distingue, nella vita spirituale: contemplazione, azione, devozione. La devozione – culto personale o fede in un Dio, insomma una rappresentazione religiosa di ciò che “sta per” la divinità «intesa come potenza distinta essenzialmente dal mondo, ma non separata da questo quanto a realtà ultima» – è un possibile, non necessario complemento di azione e contemplazione. Bori ne trae uno schema quadripartito (p. 38 e ss.):

 1 con rappresentazioni     religiose  2 senza rappresentazioni  religiose
A contemplazione              A1                A2
B azione              B1                B2

1 = religione, che comporta trasformazione etica di sé e del mondo
2 = ricerca intellettuale, non religione, ma produttrice di impegno pratico

Ogni cammino spirituale  umano sembra poter essere ricompreso in questo paradigma. Qui “spirituale” è più ampio di “religioso” e include anche «quegli orientamenti etici e contemplativi che non implicano una fede in una divinità personale» (p. 39). Sulla scorta di Albert Schweitzer, Bori individua la contemplazione come «atteggiamento “monistico”, volto a contemplare – teologicamente o filosoficamente – la realtà come necessaria, senza divaricazione tra essere e dover essere»; e individua l’azione come «l’atteggiamento “dualistico” di chi, assumendo la divaricazione tra essere e dover essere – il male! – si assume anche il compito di superarla nella prassi, sia essa motivata religiosamente, sia essa un’etica laica» (p. 40-41).

Le diverse vie  spirituali e religiose dell’umanità si differenzierebbero per l’accentuazione dell’uno o dell’altro aspetto – contemplazione e azione – non per la presenza o assenza dell’uno o dell’altro. Così, induismo e buddhismo (questo con origine in A2: contemplazione non religiosa) coprirebbero attualmente le quattro possibilità. Confucianesimo e taoismo si collocherebbero rispettivamente in B2 e A2 (azione e contemplazione non religiose). I monoteismi biblico e coranico nascerebbero in B1 (azione religiosa), ma, p. es. il sufismo spazierebbe tra A1 e A2 (contemplazione religiosa e non religiosa), e la sapienza biblica (aspetto diverso da quello profetico) spazierebbe tra B1 e B2 (azione religiosa e non religiosa). Nella Bibbia e nel Corano, Bori distingue un aspetto profetico da un aspetto sapienziale: l’appello profetico autoritario (pro-fezia significa parlare “al posto di altri”, e questo ethos profetico sarebbe il carattere originario dei monoteismi) contiene nel suo centro stesso «una sostanza di razionalità etica», cioè di sapienza, in quanto «esige una corrispondenza necessaria tra il culto di Dio e la giustizia verso gli uomini» (p. 53). Si può leggere Isaia 1,11-17; Giovanni 4,23 e ss.; Corano 98,4 e ss.; 2,172.

Questi impegni etici  sono richiesti anche dalla sapienza egizia, dalla razionalità etica ellenistica, dalla cultura religiosa del Medio Oriente cristiano e persiano. C’è una sapienza etica prima e dopo le rivelazioni profetiche. La novità degli appelli profetici è che la divinità stessa si impegna a fare ciò che esige dagli uomini. Ciò non impedisce, ma semmai richiede che la parola profetica sia elaborata nel suo contenuto razionale immanente. Questo processo comincia nella Bibbia stessa e continua nella teologia, nella filosofia religiosa, nella stessa mistica. Max Weber parla del «grandioso razionalismo etico che scaturisce da ogni profezia religiosa» (p. 55).

Il modello monoteistico  comporta un duplice dinamismo: quello che spinge verso la traduzione della profezia in sapienza etica; quello delle potenzialità ulteriori dell’ispirazione profetica che ritorna e si rinnova nel tempo. La versione sapienziale etica della profezia tende all’universalismo interculturale, mondano, secolare, della regola etica enunciata in un determinato contesto profetico religioso. Anche Pico della Mirandola, acutamente studiato da Bori (Pluralità delle vie. Alle origini del Discorso sulla dignità umana di Pico della Mirandola, Feltrinelli, Milano, 2000), rintraccia un paradigma universale, reperibile in ogni tradizione a lui nota, che costruisce la “dignità dell’uomo”: trasformazione etica (azione); ricerca intellettuale (contemplazione); identificazione con la Realtà ultima (religione). I percorsi umani avrebbero dunque un parallelismo non contenutistico ma strutturale, che permetterebbe una convergenza finale e, intanto, un sostanziale consenso etico (pp. 43-44).

Nonviolenza via di liberazione.  Ora, riferendo alla ricerca della nonviolenza queste riflessioni, a me pare che la nonviolenza sia sicuramente un atteggiamento e un orientamento che coinvolge progressivamente la persona in profondità. Infatti, non basta, nell’esperienza, un atteggiamento strettamente pragmatico, proprio perché la nonviolenza è confrontarsi col male, nulla di meno; anzi, essa nasce proprio dal confronto col male-violenza (cfr Jean-Marie Muller, Aldo Capitini; vedi gli “esperimenti con la verità” di Gandhi e di ogni grande lottatore nonviolento). La nonviolenza è dunque una via spirituale; è anche contemplazione (riflessione, ricerca, individuazione del “bene” umano); è azione (riforma di sé, riforma di strutture e culture); non è necessariamente religione in quanto esplicita “rappresentazione” religiosa, ma l’esperienza religiosa, sollecitata dalla nonviolenza a purificarsi da scorie di cultura violenta, contribuisce ad ispirare ricerca e azione, nei termini sapienziali razionali, sul terreno comune di ogni autentico cammino di liberazione.

*Fonte: http://serenoregis.org/2012/12/12/pier-cesare-bori-la-nonviolenza-e-luniversalismo-spirituale-enrico-peyretti/

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dicembre 8, 2012

SCOLA, LO STATO LAICO E LA LIBERTÀ RELIGIOSA

SCARSA ATTENZIONE ALLA LAICITÀ E ALLA LIBERTÀ PER TUTTI. NOSTALGIA PER LE POSIZIONI PRE CONCILIARI

di Vito Mancuso, la Repubblica, 7/12/2012, pagg. 1 e 40 

Laicità dello Stato.  È tradizione che i discorsi tenuti il giorno di Sant’Ambrogio dagli arcivescovi di Milano siano caratterizzati da una profonda attenzione all’attualità sociale e politica. È il caso anche del discorso tenuto ieri a Milano da Angelo Scola, nel quale il cardinale è giunto a pronunciare parole molto pesanti. Parole a mio avviso poco fondate, su un tema di straordinaria delicatezza quale quello della laicità e della aconfessionalità dello Stato. Scola è partito da molto lontano, dall’anno 313, visto che l’anno prossimo saranno 1700 anni da quell’Editto di Milano con cui Costantino e Licinio posero fine alle persecuzioni contro i cristiani. Scola non esita a celebrare tale editto come “l’atto di nascita della libertà religiosa”. È doveroso chiedersi per chi tale libertà nacque, e la risposta corretta è per i cristiani, i quali, da perseguitati sotto alcuni imperatori romani (in particolare Decio, Valeriano e Diocleziano) iniziarono a godere libertà di culto e poterono professare pubblicamente la loro religione. Ma alla loro libertà non seguì la libertà di altri.

Libertà per chi?  Io penso quindi che non sia corretto da parte di Scola elogiare così tanto l’Editto di Milano senza neppure ricordare l’Editto di Tessalonica dell’imperatore Teodosio del 380 con cui si toglieva la libertà di religione ai pagani, cui seguirono tra il 391 e il 392 i Decreti teodosiani che mettevano al bando ogni forma di sacrificio pagano, anche in forma privata, compresi i culti dei lari e dei penati che da secoli gli abitanti della penisola italica praticavano nelle loro case. È vero che Scola scrive che l’Editto di Milano fu un “inizio mancato”, ma non si può sorvolare in questo modo così leggero su secoli e secoli di sanguinosa intolleranza cattolica, generata da tale editto e dal matrimonio con il potere imperiale che esso comportava. La cosa era del tutto chiara già a Dante Alighieri: “Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, non la tua conversion, ma quella dote che da te prese il primo ricco patre!” (Inferno XIX, 115-117), laddove tra i mali procurati dall’alleanza con il potere politico oltre alla corruzione della Chiesa vi sono le sanguinose persecuzioni contro ogni forma diversa di religione, in particolare contro i catari, i valdesi, gli ebrei.

La storia insegna  che si dà libertà religiosa solo nella misura in cui lo Stato non si lega a nessuna religione particolare, solo se si pone di fronte ai suoi cittadini con l’intenzione di rispettare tutti, minoranze comprese, solo se pratica quella forma di neutralità così esplicitamente criticata dal cardinal Scola nel suo discorso di ieri. Per Scola infatti occorre “ripensare il tema della aconfessionalità dello Stato”, facendo in modo che lo Stato passi da una visione pluralista a una visione culturalmente in grado di sostenere le “dimensioni costitutive dell’esperienza religiosa: la nascita, il matrimonio, la generazione, l’educazione, la morte”: insomma i cosiddetti valori non negoziabili tanto cari a Benedetto XVI, cioè vita, scuola, famiglia, da intendersi alla maniera del Magistero cattolico attuale (che non è detto coincida con il vero senso del cristianesimo).

Diritti umani.  Prova ne sia proprio il tema della libertà religiosa, la quale, se è giunta a essere un patrimonio della dottrina sociale della Chiesa, è solo grazie alla lotta in favore dei diritti umani da parte della laicità illuminista. La libertà religiosa è stato il dono della laicità al cristianesimo. Senza lo Stato laico, senza la sua volontà di rispettare le minoranze come quelle dei valdesi e degli ebrei dando loro gli stessi diritti della maggioranza cattolica, la Chiesa non sarebbe mai giunta al documento Dignitatis humanae del Vaticano II che apre finalmente la gerarchia cattolica alla libertà religiosa, dopo ben 1573 anni (distanza temporale tra la Dignitatis humanae del 1965 e l’ultimo decreto di Teodosio del 392)! Per rendersene conto è sufficiente leggere i documenti pontifici che durante la modernità condannavano aspramente la lotta dei laici e di alcuni teologi a favore della libertà religiosa, come per esempio le parole di Gregorio XVI che nel 1832 bollava la libertà religiosa come deliramentum o le parole di Pio IX nel 1870 o quelle di Leone XIII nel 1888. Scola ha ragione nel dire che “il nostro è un tempo che domanda una nuova, larga cultura del sociale e del politico”. Ma questa larghezza della mente e dell’anima dovrebbe riguardare davvero tutti, anche la Chiesa cattolica, la quale non può limitarsi a rimpiangere Costantino e Teodosio e magari a cercare candidati politici che ne ricalchino le orme.

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dicembre 3, 2012

IL PROGRESSO DELLA STORIA

DIO LO ATTUA LAICAMENTE, ANCHE CONTRO LE NOSTRE INTENZIONI

 

di don Giorgio De Capitani*

 

La legge della storia.  Partiamo dal primo brano, tolto dal libro di Isaia, precisamente del secondo Isaia. Siamo al capitolo 45, primi otto versetti. Il profeta anonimo, vissuto un paio di secoli dopo l’Isaia classico, rivolge il suo messaggio agli ebrei esuli in Babilonia invitandoli a prendere coraggio e a rientrare nella terra dei padri per ricostruire la nazione, in seguito all’editto di Ciro il Grande (538 a.C.), il nuovo dominatore persiano, che aveva sconfitto i babilonesi, gli artefici della distruzione di Gerusalemme. Già sul termine “ricostruzione” vorrei fare una prima riflessione, che ritengo di estrema importanza. A parte la nazione ebraica che ha subìto, nella sua millenaria storia, dal capostipite Abramo fino ai nostri giorni, una lunga serie di disfacimenti e di ricostruzioni, possiamo dire che ogni popolo, chi più chi meno, è soggetto alla legge della storia che, per la sua stessa natura, ovvero per la sua innata evoluzione, mette a dura prova, costringendo ogni nazione a confrontarsi con la coscienza universale. La storia tuttavia alterna fasi di progresso a fasi di decadenza.

Corsi e ricorsi.  GiamBattista Vico, filosofo, storico e giurista italiano, vissuto tra il 17° e il 18° secolo, parla di “corsi e ricorsi storici”. Ciò non significa, come comunemente si interpreta, che la storia si ripeta. Significa, piuttosto, che l’uomo in sé, nella sua dignità, come essere, è sempre uguale a se stesso, pur nel cambiamento delle situazioni e dei comportamenti storici. Ciò che si presenta di nuovo nella storia è solo paragonabile per analogia a ciò che si è già manifestato. Così, ad esempio, ad epoche di civiltà possono seguire epoche di “ritornata barbarie”; ad epoche nelle quali più forte è il senso di una determinata categoria, seguono altre nelle quali si sviluppa maggiormente un altro aspetto della vita. La storia, dunque, è sempre uguale e sempre nuova. In tal modo è possibile comprendere il passato, che altrimenti ci rimarrebbe oscuro, perché: “Historia se repetit”. In altre parole potremmo dire che l’essere umano è una potenzialità quasi illimitata, che subisce però degli arresti, o addirittura dei ritorni nel passato, ma che è sempre pronto a rifarsi, a riprendersi, a continuare nel suo percorso verso la realizzazione almeno di qualcuna delle sue quasi infinite potenzialità.

Eterogenesi dei fini.  Quando si parla di GiamBattista Vico si ricorda l’espressione “eterogenesi dei fini”, espressione che in realtà è stata coniata da un filosofo e psicologo tedesco, ma di cui Vico ha avuto il merito di teorizzare la concezione. “Eterogenesi dei fini” significa: mi propongo un fine o uno scopo, ma in realtà ne raggiungo un altro. La storia, secondo Vico, raggiunge, tappa dopo tappa, un qualche fine, per la sua stessa natura, proprio perché la storia umana contiene in sé potenzialmente la realizzazione di certe finalità che vanno al di là delle intenzioni degli esseri umani. Tale percorso però non è lineare. Può accadere che, mentre ci si propone di raggiungere alti e nobili obiettivi, la storia arrivi a conclusioni opposte. Ma il ricorso storico è solo temporaneo. Mentre l’umanità si dirige al perseguimento di intenti utilitaristici e individuali, succede che si realizzino invece obiettivi di progresso e di giustizia secondo il principio della eterogenesi dei fini. Con forza, coraggio, fatica e sofferenza ogni volta l’umanità ha saputo e saprà sempre riprendere il suo cammino progressivo. Forse l’immagine più esplicativa per capire il pensiero di Vico è quella della spirale: pensate anche ai tornanti quando si scala una montagna.

Progresso inarrestabile.  Gli uomini saranno anche dotti, ma solitamente hanno poca intelligenza, nel senso più etimologico del termine “intelligenza” (da intus+legere, leggere dentro, in profondità). Anche gli storici più seri tendono a cascare nel tranello di dare tutta la colpa del male a personaggi loschi o di dare un grande merito del bene ai santi o ai giusti, dimenticando che, al di là di tutto questo alternarsi di bene e di male, la Storia umana prosegue nel suo cammino di raggiungere finalità diverse da quelle perseguite dagli uomini. La Storia tende alla piena realizzazione dell’Umanità. In forza di questo principio, evitiamo di essere i soliti catastrofisti. È vero che ci stiamo scavando la fossa con le nostre stesse mani, è vero che ogni ricorso storico crea dei guai all’Umanità, è vero che il mondo sta soffrendo i dolori di un parto che sembra quasi infinito, è vero che l’eterogenesi dei fini la prendiamo nel suo verso negativo: il progresso dell’Umanità è messo continuamente sotto minaccia dagli sporchi giochi dei potenti di questo mondo, è purtroppo vero tutto questo, tuttavia i nostri sforzi per un mondo migliore non saranno inutili se crediamo che Dio sa ricavare dal male anche il bene, se crediamo che nessuno potrà mai fermare la Storia che cammina in un progresso inarrestabile. Va avanti realizzando i suoi fini positivi, che sorprenderanno ogni tentativo di contrapporre ad essi altri fini del tutto negativi.

Dio si serve di un pagano.  Se è vero che, come ho detto poco fa, la Storia non è fatta solo da personaggi loschi e nemmeno dai santi, però la Storia si serve di alcuni di loro per i cosiddetti corsi e ricorsi storici. La Bibbia parla di castighi o di punizioni di Dio, ma parla anche di purificazioni e di pentimenti, sempre chiamando in causa personaggi storici o politici. Un caso è quello di Ciro il Grande. Il primo brano di oggi è esplicito in questo senso. Ciro viene chiamato addirittura “unto”, cioè consacrato dal Signore, e insediato sul trono (“preso per la destra”) alla maniera degli stessi re di Giuda. Come costoro erano scelti dal Signore per essere strumenti di giustizia e di pace per il popolo, così ora è Ciro ad essere lo strumento per la salvezza e la liberazione che Dio vuole offrire a Israele esule a Babilonia. Con la differenza che, mentre non tutti i re d’Israele sono stati all’altezza della loro missione, il pagano Ciro si sente investito di una missione che, pur non conoscendo il mandante misterioso, eseguirà con fedeltà i suoi voleri. Già qui vediamo la concezione profetica della storia biblica, secondo la quale è Jahwe, il Signore universale, che esercita la sua signoria sul mondo e sulla storia.

Provvidenza senza paraocchi.  Non so se interpreto bene la Bibbia. A me sembra che anche noi moderni dovremmo imparare tante cose. Dio si serve di tutti, anche al di fuori della nostra religione, per farci ravvedere e riportarci sulla strada della giustizia evangelica. Anche noi credenti siamo soliti dire: non è uno dei nostri, non possiamo fidarci di lui! Che cosa di buono possiamo aspettarci da un ateo o da un anticlericale o da uno che non appartiene alla nostra religione? A dividere Martin Luther King, Gandhi, Madre Teresa di Calcutta, san Francesco d’Assisi, Bonhoeffer è stata la religione, non la loro fede nell’Umanità. Quando, come facciamo ancora oggi, giudichiamo come bravi i politici dalla loro fede cattolica o dal loro impegno in difesa dei valori cosiddetti cattolici, non penso che siamo in linea con il progetto misterioso di Dio, la cui Provvidenza non ha per fortuna i nostri occhi o paraocchi.

Cogliere il senso pieno di una profezia.  Ma il primo brano è ancora più interessante verso la fine. “Stillate, cieli, dall’alto e le nubi facciano piovere la giustizia! Si apra (si squarci) la terra e produca la salvezza e germogli insieme la giustizia! Io, il Signore, ho creato tutto questo”. Gli studiosi dicono che si tratta di un breve inno, molto simile al Salmo 85,9-13. Attraverso l’immagine della fecondità assicurata dall’acqua, che scende dal cielo e fuoriesce dalla terra, che produce fiori e frutti (senz’acqua non c’è vita, abbiamo avuto una prova durante la siccità dell’estate scorsa), si rappresenta un mondo trasformato e trasfigurato nella giustizia e nella pace. Soprattutto nella tradizione cristiana questo mini-inno è divenuto un testo messianico che celebra l’incarnazione di Cristo disceso dal cielo ed entrato nella terra degli uomini. La liturgia ha preso questo inno e l’ha fatto un canto caratteristico del tempo d’Avvento. Non ha forzato l’interpretazione originaria che naturalmente riguardava più da vicino l’attesa di un liberatore, stavolta nei panni di Ciro il Grande, ma ha colto il cosiddetto “senso pieno” di una profezia che va ben oltre il momento storico. Neppure i profeti del tempo riuscivano a comprendere in pieno ciò che dicevano o scrivevano. Quante volte gli evangelisti riportano la frase: In tal modo si sono realizzate le profezie degli antichi! Le profezie si colgono dopo la loro realizzazione. O meglio, col tempo la profezia si avvera, e man mano se ne capisce tutta la sua portata, il suo valore, appunto il senso pieno.

Vorrei essere anatema.  Infine, solo una brevissima riflessione sul secondo brano della Messa. Sulla figura di Giovanni il Precursore mi soffermerò nell’omelia della quinta domenica di Avvento, il prossimo 16 dicembre. In poche parole, nella sua lettera ai cristiani di Roma, l’ebreo Paolo mostra con un grido accorato tutto l’amore per il suo popolo: “Ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua”. E arriva a dire: “Vorrei essere io stesso anatema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne”. Parole forti che ancora oggi potrebbero sembrare quasi una sfida allo stesso Dio. Che importa di me, della mia salvezza? Dio mi condanni pure ma salvi il mio popolo! Ecco in sintesi le parole di Paolo. Oggi potremmo dire: Che Dio mi mandi all’inferno, ma salvi la Chiesa! Per il bene dell’umanità sarei pronto a qualsiasi cosa, anche alla mia condanna! Se una cosa la devo dire, la dico anche se dovessi andare all’inferno! Chi oggi direbbe queste cose? Chi sarebbe pronto a farsi crocifiggere nella più totale umiliazione per salvare questa società? Tutti pronti a parole, a suon di promesse elettorali, tutti pronti a parlare di bene comune, di bene del paese, di bene della propria religione, e poi? Ognuno pensa a salvarsi l’anima propria, e possibilmente anche il proprio corpo. Diciamo: i propri interessi, la carriera, un bel conticino in banca!

*Omelia del 2 dicembre 2012, Terza domenica di Avvento; letture: Is 45, 1-8; Rm 9,1-5; Lc 7,18-28

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novembre 17, 2012

MINIMA SPIRITUALIA

IL SIGNIFICATO PROFONDO DEL DOLORE E DELLA PRECARIETÀ.

IL TRIONFALISMO È ANTI CRISTIANO

 

di  Piero Stefani*

Aprirsi al dolore del mondo.  Vi è un detto rabbinico di solito interpretato opportunamente in chiave politica (quasi fosse un anticipo di Hobbes): «Prega per la salute del regno [da intendersi qui come Impero romano] perché se non fosse per il timore che incute, ci si ingoierebbe vivi l’un l’altro» (Pirqè Avot 3,2). Tuttavia un commentatore medievale – Rabbi Jonà – offre al riguardo un’interpretazione sorprendente: «Ciò significa che un uomo deve pregare per tutto il mondo, e prendere su di sé le sofferenze degli altri». In termini laici, consoni alla vita quotidiana di ciascuno di noi, si potrebbe affermare che quando si è immersi nei litigi legati al proprio «particolare» – fatto che avviene con inopinata frequenza – la medicina più nobile sarebbe quella di allargare lo sguardo al dolore del mondo. Allora l’oggetto del contenzioso ne risulterebbe a tal punto ridimensionato da far coprire di rossore i nostri volti. In termini spirituali il discorso prende un’altra piega: occorre trasformare in preghiera e offerta a Dio il senso profondo dell’umana miseria.

Preghiera ebraica.  Una celebre frase di Tertulliano definisce il Padre nostro «breviarium totius evangelii». Rispetto a quella preghiera Gesù però non ha alcun altro ruolo se non quello di insegnarci a pregare. Non è una preghiera che avviene per Cristo, con Cristo e in Cristo. Sono parole che esprimono la fede di Gesù non quella in Gesù. La preghiera per eccellenza del cristiano non è «cristiana», è ebraica.

Precarietà.  Gira e rigira si torna sempre lì. Di fronte all’infinita debolezza e fragilità della condizione umana, davanti all’impotenza dell’estrema vecchiaia o alla condizione di paralisi psichica e fisica che attanaglia anche giovani vite, solo un Dio che ha assunto fino alla fine nel suo Figlio la precarietà appare salvifico e amabile (le due qualità sono inscindibili). La verità dell’evangelo permane nel mondo, in fin dei conti, solo per questo. Tuttavia è proprio ciò a rendere il trionfalismo cristiano – qualunque maschera indossi – la forma più compiuta di anticristicità. La negazione piena dell’evangelo può essere attuata solo in nome di Gesù Cristo.

La sfida della fede  non sta tanto nell’avere grandi speranze, quanto nel convivere con le grandi delusioni figlie di quelle speranze: con-vivere e non già sopravvivervi. Anzi, il passaggio è ancor più esigente; quelle delusioni vanno infatti rese momenti qualificanti della fede. Fu così anche per Gesù Cristo che iniziò la sua vita pubblica annunciando la prossimità del regno e finì morto in croce; tuttavia proprio quella morte è divenuta fondamento imprescindibile della nostra fede.

 

  • Il pensiero della settimana  n.407   pierostefani.myblog.it

 

Da giovedì 22 novembre un nuovo libro di Piero Stefani in libreria

PIERO STEFANI
GESÙ

il Mulino, Bologna 2012, collana Farsi un’idea, pp. 137, € 9,80

 

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