Brianzecum

giugno 15, 2013

È UNA CRISI DELLA LIBERTÀ

ALLA RADICE DELLA ATTUALE CRISI C’È UN’IDEA DI ESPANSIONE SENZA LIMITI, INDIVIDUALISTICA E DISTRUTTIVA

da una lezione del prof. Mauro Magatti*

Espansione. Anche se il nostro paese vi ha partecipato in misura marginale, gli ultimi due decenni sono stati caratterizzati da un straordinaria espansione economica planetaria. Il crollo del muro di Berlino del 1989 ne ha create le premesse, così come la globalizzazione dei mercati, il progresso tecnico, specie nel campo informatico, la finanziarizzazione ed altro ancora. Si è avuta la novità storica di un sistema organizzato e univoco, che ha esteso un elevato livello di tecnologia pressoché in tutti i paesi. Parallelamente a quella economica, c’è stata una forte espansione della soggettività e della libertà individuale; questa è stata intesa prevalentemente nella direzione di esplorare il mondo, collezionare esperienze, cogliere opportunità.

Consumo. Tutto ciò si esprime anzitutto nel campo del consumo. Non si tratta di banale consumismo, che appartiene ad una fase storica precedente; si tratta di avere una disposizione aperta a cogliere ogni occasione in un mondo percepito in espansione da tutti i punti di vista. Il termine consumo va qui inteso in un suo significato originario e profondo, derivante dal latino cum summa che evoca l’esperienza sessuale dell’orgasmo. Nel senso che col consumo cerchiamo di toccare qualcosa della realtà che ci sfugge: non è una banalità, ma un atto di profonda ricerca, se pure spesso illusoria.

Risvolto tragico. A questo modo di concepire la libertà nell’espansione non è mancato un risvolto tragico: ha slegato i rapporti sociali, a partire dai rapporti affettivi. Perché se l’espansione consiste nell’aumento delle opportunità e bisogna soggettivamente disporsi a coglierne il più possibile, ogni vincolo – familiare, sociale, amicale – può limitare. La relazione è stata concepita come una riduzione della libertà! Per questo i ragazzi oggi non si sposano più, perché se la cultura dentro cui vivono impone di cogliere tutte le opportunità, non possono impegnarsi per sempre: non solo non si possono fidare dell’altro, ma neppure di sè stessi. Non possiamo impegnarci in qualcosa che riduce le possibilità future.

Due motori. A livello politico possiamo distinguere due motori, attivi soprattutto negli ultimi vent’anni: il motore della destra, che fa coincidere la libertà con la scelta di mercato; e il motore della sinistra, secondo cui ciascuno è legislatore di se stesso: decide il bene e il male per conto proprio. Due motori che hanno fatto finta di combattersi, il primo spingendo sul lato dell’economia, il secondo sul lato dei diritti soggettivi. In realtà vanno tutti dalla stessa parte – quella del capitalismo tecno-nichilista – proprio perché non mettono in discussione l’idea di libertà assoluta che entrambi abbracciano – oltre ovviamente ad altre componenti.

La libertà assoluta, cioè sciolta da tutto, va incontro all’esperienza della perdizione, come dice la sapienza biblica. È come essere abbandonati nel deserto o in mezzo al mare: si è liberi di andare dove si vuole, ma in realtà non si va da nessuna parte. Il problema della libertà, che è una gran bella cosa, ha in se il drammatico problema della perdizione, o per dirla con un’altra categoria, dell’auto-annichilimento. Se si è sempre liberi di disfare tutto quello che si è fatto il giorno prima, alla fine non resta più nulla. L’altro fondamentale aspetto è che non siamo individui isolati: non siamo proprio nel deserto. L’immagine che dovremmo piuttosto utilizzare è che noi siamo dentro un mercato arabo, o una festa patronale, con un flusso di gente che ti chiama, ti spinge, ti condiziona. Francamente, la nostra libertà è lungi dall’essere nel senso che ognuno può fare quel che vuole. Naturalmente siamo ben orgogliosi di essere dentro una storia di libertà, della modernità e della cristianità medioevale (che è la genitrice della modernità). Ma non possiamo trascurare i condizionamenti e il nichilismo che questa libertà ha in sé.

Crisi spirituale. Da ultimo non possiamo non fare un cenno alla questione del senso, del significato. Il processo di espansione lascia un vuoto nella vita personale e collettiva. Siamo sempre più pressati da un sistema tecnico che ci chiede tanto, facciamo un’ampia collezione di esperienze, ma alla fine ci sfugge il perché. Così la depressione è diventata la malattia sociale di questi ultimi vent’anni. E se ne può anche capire il motivo: perché è forte l’energia richiesta, ma non se ne comprende la motivazione. Va bene il godimento del consumo, però non è che sempre si stia proprio così bene; spesso la vita è diversa da quello che si immagina. Allora la crisi è una crisi economica, certo, è una crisi sociale, certo, ma è anche una crisi spirituale, come dicono i pontefici: una crisi spirituale della libertà di massa. Se non partiamo da qui, anche le vicende più spicciole sono completamente sganciate dalla realtà.

Generatività. In sintesi il problema è: passare da una libertà dissipativa, consumativa, a una libertà generativa. In una società come la nostra in cui si fanno meno figli e pertanto il ciclo della generatività biologica si riduce, si pone il problema di altre forme di generatività: cioè di qualcosa di impegnativo, che ha a che fare col mettere al mondo. Proprio perché il consumo tocca corde profonde, come si è detto, non possiamo non mettere in campo qualcosa di veramente profondo per superarlo. Non si tratta di opporsi al consumo, si tratta di capire che la nostra libertà non si può ridurre a quell’atto e che in quanto liberi noi possiamo fare tutto quello che vogliamo, ma alla fine la nostra libertà è chiamata a giocarsi per qualche valore che si mette al mondo. Che si tratti di un’impresa per un artigiano, facendo le cose in una certa maniera, che sia un’associazione di volontariato o un circolo culturale, che siano i tuoi allievi da far crescere se sei un insegnante, o tirar su i figli se sei un genitore, la generatività vuol dire che abbiamo bisogno di mettere al mondo valori. Dato che il nostro essere cittadini non riguarda solo il momento del voto, abbiamo il diritto e il dovere di partecipare alla produzione del bene comune, ciascuno per un suo frammento.

Anche le democrazie sono in crisi: attraverseranno decenni di sventura se noi cittadini non ci assumiamo più pienamente questa responsabilità dell’essere generatori di valori, offrendoci, in certo senso, alla comunità per realizzare una parte di noi stessi. In definitiva la generatività, che ha a che fare con l’esperienza antropologica fondamentale del mettere al mondo, può riguardare diverse cose. Alcune cose meritano la nostra vita, perché hanno valore e questo è anche il vero antidoto al nichilismo. Perché il nichilismo non si batte con le prediche, ma solo testimoniando che nella vita c’è qualcosa che vale e che noi contribuiamo a incarnare.

*dal titolo: La grande contrazione. I fallimenti della libertà e le vie del suo riscatto; 9 febbraio 2013, corso di formazione alla politica dei Circoli Dossetti (testo non rivisto dal Relatore). Fonte: http://www.dossetti.com/corso/corso%202013/201304magatti.html

Engadina

Engadina

Maggio 30, 2013

TANGENTI SULLA VENDITA D’ARMI

QUANTO VA AI PARTITI?

Appello di Alex Zanotelli

 L’inchiesta giudiziaria della Procura di Napoli su Finmeccanica, il colosso italiano che ingloba una ventina di aziende specializzate nella costruzione di armi pesanti, mi costringe a porre al nuovo governo Letta e al neo-eletto Parlamento alcune domande scottanti su armi e politica. Questa inchiesta, condotta dai pm V. Piscitelli e H. John Woodcock della Procura di Napoli (ora anche da altre Procure), ci obbliga a riaprire un tema che nessuno vuole affrontare: che connessione c’è tra la produzione e vendita d’armi e la politica italiana? E’ questo uno dei capitoli più oscuri della nostra storia repubblicana.

 Le indagini della Procura di Napoli hanno già portato alle dimissioni nel 2011 del presidente e dell’amministratore delegato di Finmeccanica, Pier Francesco Guarguaglini, nonché di sua moglie, Marina Grossi, amministratrice delegata di Selex Sistemi Integrati, una controllata di Finmeccanica. Anche il nuovo presidente di Finmeccanica, G.Orsi, è stato arrestato il 12 febbraio su ordine della Procura di Busto Arsizio e verrà processato il 19 giugno, per la fornitura di 12 elicotteri di Agusta Westland al governo dell’India, del valore di 566 milioni di euro, su cui spunta una tangente di 51 milioni di euro. Sale così di un gradino l’inchiesta giudiziaria per corruzione internazionale e riciclaggio che ipotizza tangenti milionarie ad esponenti politici di vari partiti.

 Nell’altra indagine della Procura di Napoli spunta una presunta maxitangente di quasi 550 milioni di euro (concordata, ma mai intascata) su una fornitura di navi fregate Fremm al Brasile, del valore di 5 miliardi di euro. Per questa indagine sono indagati l’ex-ministro degli Interni, Claudio Scajola e il deputato PDL M. Nicolucci. Un’altra ‘commessa’ sotto inchiesta da parte della Procura di Napoli riguarda l’accordo di 180 milioni di euro con il governo di Panama per 6 elicotteri e altri materiali su cui spunta una tangente di 18 milioni di euro. Per questo, il 23 ottobre il direttore commerciale di Finmeccanica, Paolo Pozzessere è finito in carcere. La Procura sta indagando anche su una vendita di elicotteri all’Indonesia su cui spunta un ‘ritorno’ tra il 5 e il10%. E’ importante sottolineare che il 30% delle azioni di Finmeccanica sono dello Stato Italiano.

 Dobbiamo sostenere le Procure di Napoli, di Busto Arsizio e di Roma perché possano continuare la loro indagine per permetterci di capire gli intrecci tra il commercio delle armi e la politica. Noi cittadini abbiamo il diritto di sapere la verità su questo misterioso intreccio. E’ in gioco la nostra stessa democrazia. Soprattutto ora che l’Italia sta investendo somme astronomiche in armi. Secondo il SIPRI di Stoccolma, l’Italia, nel 2012, ha speso 26 miliardi in Difesa a cui bisogna aggiungere 15 miliardi di euro stanziati per i cacciabombardieri F-35.

Ecco perché diventa sempre più fondamentale capire la connessione fra armi e politica. E’ stata questa la domanda che avevo posto al popolo italiano come direttore della rivista Nigrizia negli anni ‘85-’87, pagandone poi le conseguenze. All’epoca avevo saputo che alla politica andava dal 10 al 15 per cento, a seconda di come tirava il mercato. Tutti i partiti avevano negato questo.

 Noi cittadini italiani abbiamo il diritto di sapere se quella pratica è continuata in questi ultimi 20 anni. In questi anni l’industria bellica italiana è cresciuta enormemente. Abbiamo venduto armi, violando tutte le leggi, a paesi in guerra come Iraq e Iran e a feroci dittature da Mobutu a Gheddafi, che hanno usato le nostre armi per reprimere la loro gente. Noi chiediamo al governo Letta e ai neo-eletti deputati e senatori di sapere la verità sulle relazioni tra armi e politica.

 Per questo chiediamo che venga costituita una commissione incaricata di investigare la connessione tra vendita d’armi e politica. Non possiamo più accettare che il Segreto di Stato copra tali intrecci! Ci appelliamo a voi, neodeputati e neosenatori, perché abbiate il coraggio di prendere decisioni forti, rifiutandovi di continuare sulla via della morte (le armi uccidono!) e così trovare i soldi necessari per dare vita a tanti in mezzo a noi che soffrono.

 E’ immorale:

  • spendere 26 miliardi di euro in Difesa come abbiamo fatto lo scorso anno, mentre non troviamo soldi per la sanità e la scuola in questa Italia.
  • spendere 15 miliardi di euro per i cacciabombardieri F-35 che potranno portare anche bombe atomiche, mentre abbiamo 1 miliardo di affamati nel mondo.
  • il colossale piano dell’Esercito Italiano di ‘digitalizzare’ e mettere in rete tutto l’apparato militare italiano, un progetto che ci costerà 22 miliardi di euro, mentre abbiamo 8 milioni di italiani che vivono in povertà relativa e 3 milioni in povertà assoluta.
  • permettere sul suolo italiano che Sigonella diventi entro il 2015 la capitale dei droni e Niscemi diventi il centro mondiale di comunicazioni militari, mentre la nostra Costituzione ‘ripudia’ la guerra come strumento per risolvere le contese internazionali.

 Mi appello a tutti i gruppi, associazioni, reti, impegnati per la pace, a mettersi insieme, a creare un Forum nazionale come abbiamo fatto per l’acqua. Cosa impedisce al movimento della pace, così ricco, ma anche così frastagliato, di mettersi insieme, di premere unitariamente sul governo e sul Parlamento?

E’ perché siamo così divisi che otteniamo così poco. Dobbiamo unire le forze che operano per la pace, partendo dalla Lombardia e dal Piemonte come stanno tentando di fare con il convegno a Venegono Superiore (Varese), fino alla Sicilia dove è così attivo il movimento pacifista contro il MUOS a Niscemi. Solo se saremo capaci di metterci insieme, di fare rete, credenti e non, ma con i principi della nonviolenza attiva, riusciremo ad ottenere quello che chiediamo.

Alex Zanotelli

Napoli, 28 maggio 2013

per sottoscrivere l’appello: http://www.ildialogo.org/appelli/MaleOscuro_1369771177.htm

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Maggio 28, 2013

UNA CHIESA ANCORA COSTANTINIANA?

LO SFORZO DI ATTRIBUIRE A COSTANTINO MERITI STORICAMENTE INSOSTENIBILI

da un incontro col prof. Saverio Xeres*

Sacralità pagana.  L’interrogativo del titolo è rivolto al presente, specificamente al 17° centenario dell’Editto di Milano (313 d.C.) che viene celebrato spesso con toni apologetici, come instaurazione della libertà religiosa nell’impero romano. Per comprenderlo bene è necessario risalire al periodo dell’imperatore Costantino per osservare la realtà dei fatti storici e il loro contesto. Per prima cosa bisogna ricordare che in quei tempi non c’era l’ateismo che c’è oggi, né era presente quella separazione tra il potere politico e quello religioso che abbiamo raggiunto nei nostri tempi: ogni potere aveva un’origine sacrale anche in ambito pagano, così che quando si fondava una città o veniva intrapresa un’opera nuova non mancava mai l’invocazione alla protezione divina. Lo stesso Costantino si considerava capo della chiesa, tanto che fu lui a convocare il primo concilio ecumenico, quello di Nicea, qualche anno dopo (325). Era però anzitutto un politico, un uomo di potere, che tendeva a strumentalizzare le religioni – pagane o cristiane indifferentemente. Quanto al suo cristianesimo poi, non era neppure battezzato, altrimenti avrebbe dovuto sottomettersi ai vescovi! (fu battezzato soltanto alla fine della sua vita da un vescovo ariano).

Motivazioni politiche  possono essere trovate in tutte le sue azioni. Insistette ad es. sull’unità dei cristiani, scagliandosi contro ogni eresia o divergenza di opinione, ma in modo funzionale, perché così poteva meglio utilizzare il supporto politico dei cristiani. Esortava ad es. a non dividersi su questioni “di lieve entità”, come la Trinità. Analogamente ebbe un atteggiamento favorevole agli ariani, che tendevano a vedere in Dio Padre una superiorità rispetto al Figlio e allo Spirito santo, convalidando così l’ideologia imperiale: un solo Dio, che vuole un solo imperatore, cioè il monismo imperiale. Non è vero che Costantino dette la libertà religiosa ai cristiani: c’era già mezzo secolo prima. Piuttosto dette ai cristiani posizioni di privilegio: contributi finanziari, costruzione di chiese, esenzione dei chierici dai pubblici uffici, riconoscimento ai tribunali ecclesiastici della possibilità di sostituirsi a quelli civili…

Trono e altare.  Sostanzialmente Costantino realizza una unione stretta tra chiesa e impero, dove però è l’imperatore che governa, mentre la chiesa diventa funzionale all’impero, assumendo forme pagane. In base a ciò, ad es. l’imperatore si dichiara persino vicario di Dio. Si ha cioè una sorta di cristianizzazione del paganesimo o di paganizzazione del cristianesimo. Lungi dal riconoscere la libertà di culto, Costantino avvia un progetto che si compirà con Teodosio: tutti i popoli sottoposti all’impero devono essere cristiani e riconoscere il dogma della Trinità, altrimenti saranno colpiti dall’ira divina e anche dalla forza imperiale. Il legame tra trono e altare permane anche nei secoli successivi e dopo il 12° secolo i papi si chiameranno vicario di Cristo in terra. Nei primi secoli la chiesa non era così fortemente strutturata, quando però si collega col potere imperiale deve accentuare forme di centralismo e gerarchismo.

La prospettiva escatologica  è un’altra grossa perdita che consegue all’abbraccio tra trono e altare: sostanzialmente passa l’idea che il regno di Dio è già raggiunto qui in terra, così manca la critica profetica che spinge al continuo miglioramento. Inoltre si perde il senso della laicità nei comportamenti civili e il ruolo dei laici viene sottovalutato. Non ha alcun senso il dialogo con le altre religioni e l’ecumenismo si riduce ad un appello al ritorno nella “casa del padre”: tutte prospettive che la grande svolta del concilio Vaticano II ha riaperto. Con esso la chiesa si pone invece in una posizione marginale, si dichiara serva anziché signora del mondo.

La libertà di coscienza  è una delle più alte riscoperte attribuibile al Concilio. È alla vigilia del concilio che Chenu ha parlato per primo di fine dell’epoca costantiniana, cioè della stretta connessione tra trono e altare. Un secolo fa, nel 1913, ci fu per la prima volta la commemorazione del 16° centenario dell’Editto di Costantino, rafforzato persino da un giubileo universale. Ancora si parlava della “feconda connessione” col potere politico. Ad es. la Civiltà Cattolica affermava che “per opera di Costantino la chiesa, emancipata e libera, potè svolgere il suo organismo gerarchico e dilatare in tutto il mondo le sue conquiste. Abbracciando con uno sguardo il suo percorso, vedremo all’inizio torreggiare Costantino come il padre e il patriarca laico della civiltà cristiana”. La libertà di coscienza è stata sempre condannata dai papi come obbrobriosa, per essere poi riconosciuta soltanto dal Vaticano II. La mostra istituita a Milano per ricordare il 17° centenario afferma che Costantino, oltre alla libertà di culto, ha portato avanti anche un atteggiamento dello spirito, cioè il rispetto per la libertà della coscienza, la tolleranza verso gli altri e verso i diversi, che oggi è così attuale… Sappiamo da dove deriva questa tesi: era sostenuta dalla autorevole docente Marta Sordi e presentata in una mostra nel 2005 al meeting CL di Rimini, ma storicamente è insostenibile. Se nell’Editto di Milano viene ripetuta la parola libertas, l’idea piena di libertà individuale, basata sulla coscienza, è stata riscoperta solo nella modernità dagli illuministi e poi dal Concilio. Come sostenere che Costantino, con i limiti sopra abbozzati, fosse stato così profetico da anticipare di 17 secoli la recente riscoperta conciliare?

*presso il Meic di Lecco, il 23-5-2013

DSC01098curiose formazioni granitiche nell’isola indonesiana di Belitung

Maggio 19, 2013

PENTECOSTE, FESTA DEL PLURALISMO

LA MOLTEPLICITÀ DELLE LINGUE È UNA BENEDIZIONE; È PUNITO IL LINGUAGGIO UNICO DEL POTERE

di don Giorgio De Capitani*

Simboli. Nel giorno della Pentecoste la liturgia ci invita a pensare a quella prima Pentecoste che ha dato l’avvio ufficiale alla Chiesa. Come leggere e interpretare il brano degli Atti degli apostoli, in cui Luca descrive il grande Evento della discesa dello Spirito santo? Prenderlo alla lettera, come se effettivamente un fragore di vento avesse riempito la casa, come se effettivamente lingue di fuoco si fossero posate sulla testa di ognuno degli apostoli, così come si vede nelle raffigurazioni dei pittori? Mi faccio aiutare dalle parole di Padre Ermes Ronchi. «Cinquanta giorni dopo Pasqua, c’è la discesa dello Spirito santo, raccontata dagli Atti degli Apostoli con la mediazione dei simboli. La casa, prima di tutto. Un gruppo di uomini e donne nella stanza al piano superiore (Atti 1,13), dentro una casa, simbolo di interiorità e di accoglienza; nella stanza al piano alto, da dove lo sguardo può spaziare più lontano e più in alto; in una casa qualunque, affermazione della libertà dello Spirito, che non ha luoghi autorizzati o riservati, e ogni casa è suo tempio.

Il vento,  poi: all’improvviso un vento impetuoso riempì tutta la casa (Atti 2,2), che conduce pollini di primavera e disperde la polvere, che porta fecondità e smuove  le cose immobili. Che non sai da dove viene e dove va, folate di dinamismo e di futuro. “Lo Spirito è il vento che fa nascere i cercatori d’oro” (Vannucci), che apre respiri e orizzonti e ti fa pensare in grande. Mentre tu sei impegnato a tracciare i confini di casa tua, lui spalanca finestre, dilata lo sguardo. Ti fa comprendere che dove tu finisci inizia il mondo, che la fine dell’isola corrisponde all’inizio dell’oceano, che dove questa tua vita termina comincia la vita infinita. Tu confini con Dio.

Poi, il simbolo del fuoco.  Lo Spirito tiene acceso qualcosa in noi anche nei giorni spenti, accende fiammelle d’amore, sorrisi, capacità di perdonare; e la cosa più semplice: la voglia di amare la vita, la voglia di vivere. Noi nasciamo accesi, i bambini sono accesi, poi i colpi duri della vita possono spegnerci. Ma noi possiamo attingere ad un fuoco che non viene mai meno, allo Spirito, accensione del cuore lungo la strada e sua giovinezza».

Punizione o benedizione?  Vorrei dire qualcosa sul dono delle lingue, di cui anche l’apostolo Paolo parla nella sua prima lettera ai Corinti. Non possiamo non richiamare l’episodio della Torre di Babele, il tentativo dell’uomo di sfidare Dio. Un racconto da non prendere alla lettera, ma come mito, del resto presente presso tutte le religioni. Da sempre l’uomo ha voluto lanciare una sfida a Dio. Basterebbe già pensare ai nostri progenitori. Ciò che vorrei ora chiarire è come Dio ha reagito nel caso della Torre di Babele. Ci hanno sempre detto che Dio ha disperso quegli uomini introducendo lingue diverse. Il racconto (capitolo 11 della Genesi) inizia così: «Tutta la terra aveva un’unica lingua e uniche parole». Sembrerebbe che prima della sfida a Dio con la Torre di Babele esistesse un unico linguaggio. Ma non è così. Basterebbe leggere i capitoli precedenti. E allora come interpretare la punizione divina? La divisione o la pluralità delle lingue non va vista come una punizione, ma al contrario come una benedizione di Dio. Secondo la Bibbia, la varietà dei popoli è nel segno della benedizione di Dio. La molteplicità è una molteplicità benedetta. Dunque, la dispersione dei popoli che si stanziano sulla terra non è qualcosa di negativo, ma opera della benedizione di Dio.

Unità come dominio.  E arriviamo al capitolo 11, con il racconto della Torre di Babele. Non è la dispersione dei popoli, ciascuno con la sua lingua, che va giudicata negativamente, ma giudicato negativamente da Dio è piuttosto il tentativo opposto, quello di imporre un’unità, come dominio. Allora la frase: «Tutta la terra aveva un’unica lingua e uniche parole» rivela la condizione di una umanità degenerata. “In realtà – osserva Enzo Bianchi – se c’è una parola unica, questa è la parola del più forte, del più potente, di colui che detiene il potere”. Capite allora dove sta la forza del potere che vuole dominare tutto! Sta nel suo disegno che vuole essere unico, nella lingua che vuole essere unica. Oggi parliamo di un disegno unico, di un pensiero unico che si vorrebbe imporre a tutti. Quel tentativo degli antichi di sfidare Dio con il linguaggio unico, imponendo un unico disegno sul mondo, è sempre attuale. Il problema, dunque, non è quello di capirci perché parliamo lingue diverse, il problema è quando parliamo lo stesso linguaggio, secondo un unico disegno, che è quello di un potere che vuole dominare il mondo.

La torre del controllo.  Commenta don Angelo Casati: «Voler essere grandi, farsi un nome, svuotare il cielo, è l’anima del progetto. La logica che soggiace è la logica dell’onnipotenza, è la pretesa dell’immortalità. La logica non è “custodire il giardino”, il giardino dell’umanità, ma farsi un nome, avere successo, dominare sugli altri. La torre del controllo: tutto sotto controllo! Sembra di leggere qui l’origine di ogni razzismo, di ogni totalitarismo, di ogni soffocamento della diversità… Il Signore disse: “Ecco, essi sono un unico popolo e hanno tutti un’unica lingua; questo è l’inizio della loro opera, e quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”. È come se Dio smascherasse la parola “unità”.

Non esperanto, ma comprensione delle lingue.  Un solo popolo, una sola lingua, un’unità che soffoca le diversità, un’unità che uccide l’immaginazione – il modello è unico, va globalizzato! – un’unità che è la propria lingua imposta a tutti: la lingua della propria religione, della propria cultura, della propria razza, le settanta lingue della genealogia impoverite in un’unica lingua. E si dice: abbiamo fatto l’unità. Come quando in una casa parla uno solo. Dio smaschera questa unità, l’unità dell’unica lingua. Nella Bibbia, nel Secondo Testamento, c’è un episodio che tutti gli esegeti mettono a confronto con quello della Torre di Babele, l’episodio della Pentecoste. Lo Spirito scende sotto lingue di fuoco e nasce la comprensione delle lingue. La confusione delle lingue a Babele, la comprensione delle lingue a Pentecoste. Che non è – come a volte si cerca di farlo passare – l’accadere di una lingua sola, una sorta di esperanto, che ci faccia intendere gli uni gli altri. La gente era stupita non perché ci fosse una lingua sola, ma perché udivano gli apostoli parlare ciascuno nella propria lingua nativa. “E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa?”.

Non imprigionare Dio.  L’ideale non è dunque un unico centro di potere religioso, politico, sociale, culturale, ma stare dentro la lingua mobile degli altri. La dispersione! Dio non vuole essere rinchiuso in una sola lingua, potremmo dire anche in una religione, se una religione tende a imprigionare Dio. Si può celebrare la Pentecoste e ritornare purtroppo al progetto dell’unica lingua… Quando un uomo, una donna, un popolo diventa benedizione? Quando costruisce la torre, o quando discende? Al mito della scalata del cielo la Bibbia risponde con un Dio che scende e cammina: “sono stato con te dovunque sei andato” (2 Sam. 7,9). Risponde con la storia di Gesù, il Figlio di Dio, sceso nella carne dell’uomo. Davvero una benedizione».

*Fonte: http://www.dongiorgio.it/19/05/2013/omelie-2013-di-don-giorgio-festivita-di-pentecoste-2/

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Maggio 11, 2013

NINIVE INTERPRETE DELLA PAROLA

RUOLO CENTRALE DELLE PERIFERIE DEL MONDO

di Piero Stefani*

Vocazione.  Il breve libro di Giona si apre con una chiamata rivolta al profeta ad alzarsi per andare a predicare contro Ninive, la grande, corrotta città posta a Oriente. Giona fugge dall’altra parte, verso Tarsis, nell’estremo Occidente. Il testo commenta tutto ciò dicendo che il proposito del profeta era di andare lontano «dal volto del Signore» (Gn 1,2.10). Ma è forse possibile, per un libro “universalistico” in cui si afferma che vi è un solo Dio per tutti, sottrarsi allo sguardo di Dio? Forse che Dio abita un’unica terra ed è assente nelle periferie del mondo? Eppure Giona non sbaglia. In effetti ci si sottrae sempre dalla presenza del Signore quando si rifiuta il compito a cui si è stati chiamati. Non è questione di latitudine o di longitudine; si tratta di non assunzione della vocazione che ci è stata rivolta. Quando si dice «no» a quel che Dio ci chiede si stende un velo sul volto di chi ci interpella.

Conversione vero scopo.  Per quale ragione il profeta si allontana da quanto gli è richiesto? Per rispondere alla domanda dobbiamo ripercorrere la vicenda del nostro profeta. Giona è chiamato a proclamare prossima una severa punizione riservata a una grande città. Egli si sottrae al compito forse perché teme di formulare minacce o, al contrario, perché paventa che esse non vengano attuate? L’autentico profeta annuncia la sventura nella speranza che essa non giunga. Egli non ha paura di essere apparentemente smentito. Quando la conversione e il mutamento di vita scongiurano la catastrofe, la parola profetica consegue il suo vero scopo. Forse anche per questo Giona è una figura simbolica e non già un profeta in carne e ossa.

I lontani diventano protagonisti.  Il profeta, una volta ricondotto dalla sua iniziale fuga a predicare a Ninive, diede corso a una predicazione tutta posta all’insegna di un «fato enunciativo». Egli non dice: «se non vi convertite perirete tutti allo stesso modo» (cfr. Lc 13,1-5); al contrario, afferma seccamente: «ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta» (Gn 3,3). La sua è una pura previsione che se fosse smentita lo consegnerebbe, secondo la sua opinione, al ruolo di falso profeta. La grande intuizione dei niniviti consistette nel non lasciarsi sgomentare dall’annuncio infausto. Ad esso si rispose con penitenza e digiuni. Il pentimento degli abitanti di Ninive trova corrispondenza in una misericordia divina che sembra falsificare quanto, in apparenza, predetto dal profeta. L’annuncio rivolto alle periferie del mondo non comporta solo che la parola del nostro Dio giunga anche a esse; significa di più, vale a dire che i «lontani» divengono in proprio protagonisti. Sono i niniviti a diventare soggetti attivi in grado, contro la lettera della parola, di convertire Dio stesso  facendo sì che si penta del male minacciato (Gn 3,10). Il più grande messaggio del libro di Giona sta forse proprio in ciò: gli «altri» sono divenuti soggetti attivi. In virtù dell’annuncio, i niniviti sono andati oltre l’annuncio.

Leggere a fondo il cuore di Dio.  Si tratta di una parabola in grado di indicare, forse più di ogni altra, la logica dell’«evangelizzazione nuova» (come vuole Giovanni Ferretti,[1] è preferibile far seguire l’aggettivo al sostantivo). Il messaggio è offerto, ma la sua interpretazione non va rigidamente prefissata. «Altri» possano ricavarne significati più veri. Fino a poche settimane fa, nella Chiesa cattolica, questa stagione sembrava consegnata ormai solo alla storia (si pensi alla vicenda della «lettura popolare» della Bibbia in America Latina). Da un paio di mesi si intravede qualche spiraglio che a essa possa dischiudersi anche un futuro; a patto, però, che i Giona di ieri e di oggi accettino di essere confutati da chi legge diversamente e più a fondo il cuore di Dio. Ciò esige un impegno a essere scrutatori liberi e attenti della parola e questo si presenterebbe, forse, anche come una risposta coerente al protagonismo carismatico.

Modo nuovo di intendere Dio.  Visto dalla parte di Dio, quanto avvenuto a Ninive è riassunto da un lapidario detto di Tommaso d’Aquino: «Egli muta decisione, ma non muta consiglio» (Sum Theol. q. 171, a. 6, 2um). La «dialettica della misericordia» esige appunto questa asimmetria in cui la lettera della profezia deve essere falsificata affinché se ne realizzi il senso più profondo. Giona cercò di sottrarsi alla chiamata proprio perché sapeva tutto ciò. Egli non voleva che gli «altri» diventassero protagonisti in grado di annullare la lettera della sua parola profetica. Sapeva che Dio l’avrebbe condotto a vedere capovolte le certezze a cui era attaccato. Giona è chiamato a predicare il giudizio e sa che nel Signore prevale la misericordia. Il profeta non sopporta questa contraddizione, a dirlo è lui stesso: «Signore non era questo quello che ti dicevo quando ero nella mia terra? Per questo motivo mi affrettai a fuggire a Tarsis; perché so che tu sei un Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore e che si pente del male» (Gn 4,1-2). Specialmente nel nostro tempo, non si tratta, però, solo di riconoscere il prevalere della divina misericordia; occorre anche prendere atto che questo mutamento – ma il libro biblico non esita a parlare, anche per Dio, di conversione (Gn 3,10) – è dovuto alle opere di penitenza compiute dai niniviti e che ciò li rende protagonisti di un nuovo modo di intendere Dio: le periferie diventano interpreti «autorizzati» della parola.

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*Il pensiero della settimana, n. 432: http://pierostefani.myblog.it/archive/2013/05/10/432-ninive-interprete-della-parola-12-05-2013.html

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Maggio 1, 2013

PENTECOSTE

FESTA CHE ESALTA L’AMORE DEI CREDENTI E LA GIOIA CHE NE DERIVA

Profezie, visioni, sogni.  “Negli ultimi tempi, dice il Signore, io effonderò il mio Spirito sopra ogni persona; i vostri figli e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno dei sogni” (At 2,17). Il commento del card. Martini a questa citazione del profeta Gioele, ripresa da Pietro nella sua predica di Pentecoste, è il seguente: “Che i figli e figlie saranno profeti significa che essi devono essere critici. La generazione più giovane verrebbe meno al suo dovere se con la sua spigliatezza e con il suo idealismo indomito non sfidasse e criticasse i governanti, i responsabili e gli insegnanti. In tal modo fa progredire noi e soprattutto la Chiesa. Il profeta dice poi che la generazione di mezzo, vale a dire coloro che sono responsabili, avrà delle visioni. Un vescovo, un parroco, una madre, un imprenditore: essi dovrebbero avere degli obiettivi, per una comunità, una famiglia, un’azienda (…). Il profeta rammenta agli anziani che devono trasmettere i sogni e non le delusioni della loro vita” (C.M. Martini, G. Sporschill, Conversazioni notturne a Gerusalemme, Mondadori, 2008, pp. 60-61). Ogni generazione quindi, ha un compito da svolgere: questo è un fattore di gioia, perché nessuno deve sentirsi inutile.

Le differenze  che caratterizzano le diverse età della vita tendono anch’esse ad accentuarsi oggi, con l’allungamento della vita media, ostacolando il dialogo tra generazioni, fino talvolta all’incomprensione. Ma non sono certo le uniche: differenze di lingua, di razza, di religione, di sesso, di sensibilità, di cultura diventano sempre più evidenti nella moderna società pluralista, richiedendo aperture ed atteggiamenti nuovi in tutti noi, persino una nuova antropologia. Le differenze possono essere un ostacolo, una fonte di confusione e di incomprensione, ma anche un potente fattore di arricchimento personale e sociale. Nell’educazione, nella ricerca, nelle innovazioni, nel progresso tutti sanno quanto possono influire diverse sensibilità e opinioni. Il vero problema è quello di riuscire a valorizzare le differenze.

Unità d’amore.  La Pentecoste è presentata nella Bibbia come la promessa di ricostituzione della unità d’amore del genere umano voluta da Dio. Dopo la costruzione della torre di Babele, come sfida a Dio, fu generata l’incomprensione della lingua altrui e la conseguente dispersione degli uomini nel territorio. Nella Pentecoste tutti capiscono le altre lingue come la propria, grazie alla discesa dello Spirito santo. Il superamento della differenza linguistica è la premessa per un ritorno all’originaria unità d’amore. Qualcosa di simile a quest’ultima fu gustata dalla primitiva comunità cristiana di Gerusalemme, come indicato dagli Atti degli Apostoli: avevano “un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune” (4,32), praticando fraternità e solidarietà (2,45). In breve lo Spirito santo consente di contenere il negativo (conflittualità, contese, odi, rancori…), esaltando il positivo (amore, pace, condivisione…).

Questo dà gioia.  Nell’inferno della prigione nazista Bonhoeffer riusciva a trovare gioia leggendo parole del poeta Gerhardt sulla Pentecoste: «Tu sei uno spirito di gioia…» e «dà gioia e forza» o versetti biblici: «non è forte colui che non è saldo nella sventura».(Pr 24,10) o «Dio non ci ha dato uno spirito di timore ma di forza, di amore e di saggezza» (2Tm 1,7). Conclude Bonhoeffer: “questo mi dà gioia” (Resistenza e resa, ed. S.Paolo 1996, pag.114). Ecco dunque il profondo significato della Pentecoste: lo sforzo di ritrovare il positivo che ci unisce; a perseguire profezie, visioni, sogni che danno un senso alla vita; ci fa comprendere e valorizzare le differenze in un mondo sempre più complesso e variegato; al contempo ci spinge a riconoscere ed evitare ciò che davvero è negativo e ci divide dagli altri.

(contributo dell’Équipe ecumenismo e dialogo della Zona pastorale di Lecco)

DSC01067Curiose formazioni granitiche nell’isola indonesiana di Belitung

aprile 22, 2013

PROFEZIA CORAGGIO INTELLIGENZA*

TRE QUALITÀ INDISPENSABILI, SIA IN AMBITO ECCLESIALE CHE POLITICO

Finalità e coraggio.  Dove c’è una pluralità di persone, una comunità, sempre ci sono difficoltà. Così anche per i primi cristiani. C’erano contrasti perfino tra gli stessi apostoli: litigavano, si dividevano, ognuno andava per la sua strada. Discutevano anche animatamente, non tanto per questioni personali o per gelosie, quanto invece per diversità di vedute. Paolo era un tipo duro, molto deciso, determinato, anche autoritario. Non era facile collaborare con lui. E soprattutto era infaticabile e coraggioso: metteva in difficoltà qualsiasi collaboratore che fosse timido, pauroso, non abituato alla fatica. Non si lasciava condizionare: se si prefiggeva uno scopo in cui ravvisava la volontà di Dio, lo raggiungeva a tutti i costi, mettendo a rischio anche la propria vita. Così ad es. aveva intrapreso il lungo e pericoloso viaggio verso Gerusalemme, senza lasciarsi dissuadere dal sentimento dei suoi, che non lo volevano perdere. Spesso è proprio quando ci viene tolta una persona che ci accorgiamo del suo valore. Ed è proprio il martirio a risvegliare la coscienza degli indifferenti. Chi rischia la vita merita sempre la nostra ammirazione.

Profezia. Ogni tanto nella Bibbia si trovano persone dotate del carisma della profezia. In realtà non dimentichiamo che lo Spirito santo, il giorno della Pentecoste, aveva fatto alla Chiesa il dono della profezia, che perciò è di tutti, dovrebbe essere di tutti i credenti. Ancora oggi fatichiamo a distinguere la profezia come dono dello Spirito santo dalla profezia come predizione di qualcosa che riguarda il futuro. Di per sé profezia non è predizione del futuro. Anzi, la profezia, dono dello Spirito santo, riguarda il presente, un presente che è già futuro. Noi solitamente diciamo: quel tale sa prevedere il futuro nel senso che quel fatto poi capiterà. La profezia anticipa in un certo senso il futuro. La profezia fa sì che non si perda troppo tempo posticipando ciò che oggi potremmo già fare. Noi, purtroppo, arriviamo sempre tardi: ciò succede un po’ in tutti i campi, da quello socio-politico a quello ecclesiastico. Il profeta è colui che cammina col passo di Dio, il quale sempre anticipa i tempi che, per vari motivi, ritardano in confronto all’orologio di Dio; e ciò può succedere per vari motivi: per pigrizia, per poca saggezza, per poca oculatezza, per poco discernimento delle varie situazioni. Senza offesa, purtroppo, anche noi cristiani, siamo dei ritardati: arriviamo sempre in ritardo sulla tabella di marcia di Dio.

L’intelligenza del Maligno.  Ora, non si può non fare un richiamo alla attuale situazione politica italiana. Perché ci sia una buona politica occorrono almeno tre cose: l’amore spassionato (e profetico) per il bene comune, l’intelligenza di saperlo individuare, distinguendolo dai beni particolari, e il coraggio di perseguirlo senza farsi condizionare da sentimenti, pregiudizi o ideologie obsolete. In particolare va ricordato che per intelligenza (che deriva dal latino intus+legere) è da intendere la capacità di saper leggere in profondità soprattutto il presente, ovvero il momento storico in cui viviamo, nelle sue varie sfaccettature ed evenienze. Noi credenti sappiamo che, dopo Dio, l’essere più intelligente è proprio il Principe del male. Perciò stiamo attenti: l’intelligenza non è prerogativa assoluta del bene. Il Maligno sa leggere realisticamente il presente, e che cosa fa? Inocula al momento opportuno ogni sorta di male. E, per fare questo, usa tutti i mezzi a sua disposizione: la calunnia, la menzogna, la corruzione. La cosa peggiore, dunque, è quando l’intelligenza fa corpo unico con la volontà di fare del male. Questa è la cattiva politica.

La buona politica,  invece, si ha quando l’intelligenza si unisce all’amore spassionato per il bene comune. Non bastano, dunque, le migliori intenzioni, la buona volontà, e neppure la rettitudine morale. Non può mancare assolutamente l’intelligenza, ovvero quel saper leggere il momento presente per poter poi trovare le soluzioni migliori. Quando si tratta di fare scelte importanti per il bene comune, occorre anzitutto l’intelligenza di saper cogliere la realtà. È ciò che è mancato alla politica della sinistra italiana che doveva proporre come presidente della repubblica l’uomo o la donna migliore, in vista del bene comune del paese, senza fare i soliti giochi o giochetti politici in vista di chissà quali alleanze. In Italia, purtroppo, l’intelligenza è di casa nel campo politico più corrotto, mentre sembra mancare tra le persone più oneste. Oggi la sinistra italiana difetta di “intelligenza”, ovvero di capacità di cogliere il momento presente. Non bastano più (certo, ci vogliono!) le buone intenzioni o la rettitudine morale. La destra italiana è più opportunistica, perché sa trovare la strategia giusta per colpire il cuore della Democrazia. È triste dirlo: siamo nelle mani di politici corrotti che sanno usare più intelligenza dei politici onesti. Speriamo che il sacrificio di qualche onesto svegli e illumini le coscienze. La capacità di unire profezia, coraggio e intelligenza è la sfida che non possiamo evitare sia nel campo ecclesiale che in quello politico-sociale.

*riflessioni dall’omelia di don Giorgio De Capitani del 21 aprile 2013¸ fonte: http://www.dongiorgio.it/20/04/2013/omelie-2013-di-don-giorgio-quarta-di-pasqua/

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marzo 9, 2013

QUELLO DI CUI LA SOCIETÀ HA BISOGNO

LA PARABOLA DEL SAMARITANO INSEGNA AD AMARE SENZA STECCATI O APPARTENENZE

di PIERO STEFANI*

Crisi e suicidi.  Che la società italiana sia in crisi è uno dei pochi punti fermi su cui tutti concordano. Naturalmente l’assenso corale già si sfrangia se si va alla ricerca delle cause. Un drammatico fatto di cronaca riferisce di due impiegate della regione Umbria uccise da un imprenditore (poi suicidatosi) a cui (per ragioni formali) era stato negato un finanziamento. Un mestiere tranquillo di solito giudicato più grigio che pericoloso si è trasformato in causa imprevedibile di morte. Sono immaginabili la costernazione e l’angosciato stupore di parenti e colleghi. «La vita è ingiusta» avrà esclamato qualcuno e non senza fondamento. Che la crisi economica c’entri come sfondo è certo; altrettanto sicuro, però, è che essa non è il solo motivo scatenante di una violenza omicida  avvenuta in un paese dove vige il porto d’armi. I suicidi per motivi economici aumentano. A proposito di questo dramma si sarebbe tentati di evocare la «livella» resa celebre da Totò: manager, imprenditori, cassaintegrati e disoccupati sono tutti ugualmente esposti alla disperazione; anche se non per tutti si pone allo stesso livello la questione se la vita valga davvero meno del benessere.

 Mito del successo.  Di fronte a un singolo caso concreto equivarrebbe a girare le spalle alla pietas rinfacciare ai suicidi di aver dimenticato la «gerarchia dei valori». Di contro, parlando in generale, è obbligo chiedersi se il diuturno prospettare l’ambito economico-finanziario come il motore di tutto non abbia infiacchito la resistenza d’animo di chi è tagliato fuori. Inoltre non è solo facile retorica sostenere che anni e anni dominati dal mito del successo hanno reso molte persone fragili di fronte a un depauperamento ormai incontrovertibile. Torna la domanda sulle cause. Un frammento dell’omelia pronunciata da mons. Luigi Negri nel corso della messa d’ingresso nella diocesi di Ferrara-Comacchio (3 marzo 2013) sembra non aver dubbi in proposito: «Il popolo di Dio è chiamato a prendere coscienza della sua assoluta originalità. Cristo è necessario all’uomo d’oggi per vivere in modo autentico la propria umanità. La radice negativa che è alla base di tutta la fatica, l’inconsistenza e la violenza della società è il rifiuto di Cristo». Si tratta di un linguaggio tipico di CL (mons. Negri è uno dei leader di quel movimento). Al riguardo sarebbe corrivo limitarsi a indicare le inestricabili contraddizioni che sul piano pratico avvolgono quell’arcipelago in cui si mescolano fede, potere e interessi. Già più pertinente è domandarsi come mai si registri questo vasto rifiuto. A tal proposito i pastori non dovrebbero accantonare la riflessione sulla «contro-testimonianza» data da molti cristiani, laici o consacrati che siano. Tuttavia il discorso non può fermarsi neppure qui.

Umanità e laicità.  Occorre chiedersi tanto se Gesù Cristo vada effettivamente presentato come risposta univoca a problemi di ordine sociale, quanto se sia dato di fondare in modo laico un’etica pubblica e una giustizia sociale. La risposta nel primo caso è «no» e nel secondo è «sì». Invertire i termini equivale a svilire sia la fede sia la capacità di bene insita nell’animo umano. La riflessione sulla parabola del «buon samaritano» (Lc 10, 29-37) è dotata di inestinguibile ricchezza. Anche nel nostro caso essa torna a essere pertinente, sia pure per un solo aspetto. La parabola è chiamata a illustrare il significato del comandamento contenuto nel libro del Levitico (19,18) che ordina di amare il prossimo come se stessi. Tuttavia il racconto proposto da Gesù si emancipa da quel precetto. Infatti, oltre a sospingere a farsi prossimo (in luogo di definire chi è il prossimo), la parabola si preoccupa di mettere in luce che il motivo che ha indotto il samaritano ad agire non è stata la messa in pratica del comandamento biblico. A muovere all’azione è stato il senso di intima compassione (verbo splanchizomai) provato nei confronti dell’uomo abbandonato mezzo morto sul ciglio della strada.

 Senza steccati.  Nell’ambito della fede si può affermare (come messo a suo tempo in luce dal card. Martini) che quello stesso verbo contraddistinse tanto l’atteggiamento di Gesù di fronte alla vedova di Nain (Lc 7,13), quanto quel che è proprio del Dio biblico ricco di misericordia. Il credente può affermare che alla radice di quel moto che spinge verso l’«altro» per trasformarlo in «prossimo» si trova il fatto che l’essere umano è stato creato a «immagine e somiglianza» di Dio (Gen 1, 26). Tuttavia a lui, in sede pubblica, è consentito sostenerlo solo in modo implicito, senza farne una dottrina valida per tutti, come se si trasformasse in giustificazione condivisa da chiunque operi sospinto da umana compassione. Al contrario, il credente dovrebbe trovare un motivo profondo di consolazione nel fatto che l’essere umano abbia in se stesso questa potenzialità di bene non legata né a una specifica appartenenza religiosa, né a una determinata cultura. Ciò di cui la società ha bisogno è di riscoprire l’umana capacità di trasformare l’«altro» in «prossimo» divenendo in tal modo «prossimo» all’«altro». Il pluralismo delle appartenenze e delle convinzioni non è un ostacolo perché ciò avvenga. Trasformare in steccati le convinzioni di ciascuno diviene, invece, un modo per mutare il «prossimo» in «altro».

* Il pensiero della settimana, n. 423, fonte: http://pierostefani.myblog.it/archive/2013/03/09/423-quello-di-cui-la-societa-ha-bisogno-10-03-2013.html

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marzo 4, 2013

IL PAPATO PROBLEMATICO DI BENEDETTO XVI

LE RIFLESSIONI DI “NOI SIAMO CHIESA”

Passo coraggioso.  Oggi Benedetto XVI termina il suo ministero di vescovo di Roma. Il movimento “Noi Siamo Chiesa” è pienamente partecipe di questo avvenimento, quasi inedito nella storia della cristianità, e ribadisce che ne apprezza fino in fondo il significato ecclesiale, teologico e storico mentre prende atto dell’ardimento personale del pontefice. E’ un passo coraggioso, per il bene della Chiesa, certamente malvisto da una parte dell’establishment ecclesiastico, sconcertato dall’evidente demitizzazione della “sacralità” del papato che esso implica. Perplessità, invece, il nostro movimento esprime per il fatto, piuttosto curioso e poco comprensibile, che, fissando la sua residenza all’interno della Città del Vaticano – e non in un lontano monastero – il papa emerito obiettivamente, e al di là di ogni dichiarata intenzione contraria, potrebbe condizionare il suo successore, rendendogli più difficile fare delle scelte che contraddicessero le sue. Ma, soprattutto, “Noi siamo Chiesa” non può non sottolineare che tutti i gravi e urgenti problemi che Ratzinger aveva ereditato da Giovanni Paolo II sono rimasti irrisolti e, anzi, si sono aggravati in presenza dei rapidi cambiamenti in corso nella Chiesa e nel mondo.

 

Responsabilità.  Ovviamente, sappiamo bene che solo un certo distacco storico permetterà di dare un giudizio più ponderato sul pontificato di Ratzinger. Dandone intanto una prima valutazione, esso sembra a noi segnato più da ombre che da luci. Infatti, le grandi questioni alle quali si trova ancora di fronte la gestione della Chiesa, e soprattutto il suo vertice, dipendono dalla mancanza, evidente nel pontificato ratzingeriano, di una riforma delle sue strutture e della sua pastorale, conseguenza di una accettazione ambigua e reticente del Concilio Vaticano II. E, per questi ritardi, Benedetto XVI ha precise responsabilità, come abbiamo sottolineato più volte, anche noi nel nostro piccolo, che cerchiamo di essere membri attivi di questa nostra Chiesa.

L’ottica eurocentrica  del suo magistero, l’insistenza sul “relativismo” e sul rapporto fede/ragione si sono rivelati insufficienti o sbagliati se rapportati a un insegnamento che dovrebbe – secondo noi – mirare ad essere punto di riferimento generale per i popoli e per le culture di tutto il mondo. Anche le sue tre encicliche risentono di questa impostazione di fondo del suo magistero, seppure contengano importanti meditazioni ed esortazioni sulle questioni ultime della vita di fede. Anche il suo vistoso riavvicinamento agli USA, ai tempi di George Bush, e lo scarso impegno contro quelle guerre che Giovanni Paolo II bollava con parole energiche, sono l’espressione di una carente e dannosa sensibilità geopolitica che ruota sempre attorno alla sensibilità della cristianità occidentale ed europea in particolare.

L’ecumenismo  sotto il pontificato di Benedetto XVI ha segnato il passo, a causa della sua convinzione di chiamare “comunità ecclesiali” le Chiese della Riforma e per le occasioni perse con l’Ortodossia; lo stesso si dica del dialogo interreligioso, anche se bisogna riconoscere che è andato ad Assisi a ripetere il grande incontro delle religioni del 1986. Grave è stata l’attribuzione (fatta da un papa tedesco!), nella visita ad Auschwitz, dello scivolamento della Germania nel nazismo come dovuto a una semplice “banda di criminali”. Gli errori nella scelta delle persone (in particolare del Card. Bertone) si è unita alla incapacità, o alla mancanza di vera volontà riformatrice, nel governo della Curia. Ne sono seguiti i ben noti intollerabili scandali e un ulteriore impulso alla sua elefantiasi con l’istituzione dell’inutile Consiglio per la nuova Evangelizzazione. Altre decisioni, espressione diretta di un suo personale orientamento conservatore, come l’apertura ai lefebvriani e la ripresa della liturgia in latino della messa di S. Pio V, hanno portato a esiti del tutto negativi, nonostante i tanti sforzi impiegati. L’”incidente” di Regensburg e quello della preghiera del Venerdì Santo sulla “illuminazione” di cui avrebbero bisogno gli ebrei sono stati recuperati tardi e faticosamente. Tutte le questioni relative ai ministeri ecclesiali e all’approccio alla sessualità, che sempre più frequentemente sono all’ordine del giorno nella Chiesa a tutti i livelli, sono rimasti non solo congelati ma anche banditi dalla discussione. Ugualmente sono continuati i precedenti interventi punitivi sui teologi ritenuti non ortodossi, e non solo su quelli della teologia della liberazione, limitando così l’utilità per la Chiesa di contributi indispensabili alla sua riforma.

Lo scandalo della pedofilia  del clero è esploso dall’esterno e non per un percorso autocritico delle gerarchie ecclesiastiche, le quali invece hanno protetto tutto e dovunque finché hanno potuto. Benedetto XVI ha inviato alcuni messaggi e segnali nella direzione giusta ma c’è la consapevolezza diffusa che troppo è ancora “coperto”. Mancano nella Chiesa autentici, chiari e generalizzati riti penitenziali. Stupisce, poi, che Benedetto XVI non abbia reagito nei confronti delle “Linee Guida” per combattere la pedofilia del clero emanate della Conferenza episcopale italiana, che non contemplano il dovere del vescovo di adire immediatamente i giudici civili. Naturalmente, la valutazione del suo pontificato è comunque cosa complessa. A noi sembra che, insieme ai limiti e ai veri e propri orientamenti non condivisibili nella gestione della Chiesa, Joseph Ratzinger in tanti suoi discorsi abbia parlato in modo avvincente di Dio, del suo primato, della relatività di tutto di fronte al Mistero ineffabile e incombente. Nella Caritas in veritate (par. 78), per fare un esempio tra i tanti, ricorda che “l’amore di Dio ci chiama ad uscire da ciò che è limitato e non definitivo e ci dà il coraggio di operare e di proseguire nella ricerca del bene di tutti”. Ma, ci sembra di poter dire che proprio da chi afferma il primato di Dio ci si aspetta che – rispetto alla povertà, alla ricchezza e alla messa in discussione del potere – dovrebbe avere quell’audacia che non ha chi è abbracciato a valori mondani .

Collegialità.  Per quanto riguarda l’apertura a qualche forma di collegialità, od anche solo di corresponsabilità, il pontificato di Ratzinger ha, se mai possibile, peggiorato la situazione. Tallonato da una Curia divisa e sotto il pugno di ferro di Bertone, il papa ha nominato i vescovi con scelte quasi sempre a senso unico e in modo sostanzialmente autocratico, negando spazio alla pluralità delle posizioni presenti nell’universo cattolico. In modo simile i Sinodi dei vescovi, sotto il suo pontificato, sono stati solo un momento di conoscenza reciproca e di discussione tra i vescovi ma hanno continuato a non avere alcuna funzione decisionale e tantomeno operativa nella gestione del centro della Chiesa. Così il ruolo del pontificato romano e della Curia romana è stato ulteriormente consolidato. In questo scenario, la scelta di Benedetto XVI di dimettersi è stato, riteniamo, l’atto più innovativo del suo pontificato qualora però lo si viva, come noi cerchiamo di fare, come la desacralizzazione del ministero di Pietro e non come la desacralizzazione dell’uomo Joseph Ratzinger. Quest’ultima invece è l’interpretazione accettata dalla Curia e dalla galassia dei tradizionalisti, e che pare emergere dalle stesse parole del pontefice. Ma ci può essere una eterogenesi dei fini e la sua rinuncia potrebbe sprigionare – questa la speranza – un cammino impegnativo di rinnovamento, ora e nel futuro, nel modo di essere e di organizzarsi della nostra Chiesa.

Struttura sinodale.  Perciò noi riteniamo – e lo ripetiamo con forza – che il Conclave dovrebbe porsi come primo problema quello di pensare a una organizzazione della Chiesa che preveda una nuova struttura di tipo sinodale con poteri deliberativi, abbandonando così l’attuale sterile Sinodo istituito da Paolo VI. Essa dovrebbe aprire il dibattito su tutte le grandi questioni aperte, decentrare funzioni e competenze alle Chiese locali, fare pulizia nell’apparato centrale della Chiesa e ridurne le dimensioni. Una struttura di questo tipo dovrebbe essere soprattutto l’espressione di tutto il popolo di Dio (compresi uomini e donne esterni al sistema clericale) tutta tesa a cercare di rendere credibile il messaggio dell’Evangelo. Il percorso da seguire ci sembra debba ispirarsi a quello tracciato dal Card. Martini nella sua ultima intervista.

 Roma, 28 febbraio 2013                    NOI SIAMO CHIESA

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marzo 3, 2013

I PEGGIORI NEMICI SONO IN CASA

IL VERO PECCATO È L’IMMAGINE SBAGLIATA DI DIO: ECCO PERCHÉ LA VERITÀ CI FARÀ LIBERI

di don Giorgio De Capitani*

Idea sbagliata.  Nel Vangelo di oggi (Gv 8,31-59) ci sono alcune parole-chiave che vorrei sottoporre alla vostra attenzione. Eccole: verità, libertà, Abramo, diavolo, peccato. Il dialogo durissimo avviene tra Gesù e quei giudei che avevano iniziato a credere in lui. Stavolta il contrasto non è tra Gesù e gli scribi e i farisei. Sembrerebbe già difficile immaginare che questi giudei credenti alla fine del dialogo decidano poi di lapidarlo. Come mai? Probabilmente si erano fatti di Gesù un’idea sbagliata, e quando si hanno idee sbagliate su di una persona si può rimanere poi delusi, ed è facile quindi passare al contrattacco, all’odio. Diciamo che i peggiori nemici di Dio sono quelli di casa. Farsi un’idea sbagliata di Dio è pericoloso: si arriva al punto di stravolgere la religione e di metterla contro Dio stesso. È successo con questi ebrei simpatizzanti di Gesù.

Struttura o Vangelo.  Il brano di oggi ci tocca da vicino. È facile dire: Gesù se la prendeva con i suoi nemici, con coloro che lo ostacolavano. Ma dire che Gesù addirittura se l’è presa con i suoi seguaci, beh allora qui c’è qualcosa che dovrebbe farci riflettere. Ci siamo dentro tutti. Dovremmo una buona volta smetterla di guardare fuori casa, e di vedere nemici dappertutto. Il brano di oggi ci dice che i veri nemici sono in casa. Sono i credenti – ovvero coloro che credono di credere in Gesù – a farsi ostacolo al regno di Dio. Il diavolo abita nella Chiesa: fuori non ci prende gusto. La sua opera consiste nel demolire la vera immagine di Dio, facendo credere ai credenti di adorare il vero Dio. La Chiesa diventa così il luogo dove ci si scontra tra il vero e il falso Gesù, tra il Gesù della Chiesa-struttura e il Gesù del Vangelo.

Provocare per scoprire.  Gesù parte subito con un’affermazione provocatoria: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Stavolta è lui a provocare. Parte in offensiva. È la cosa migliore per mettere nel sacco gli avversari. Provoca, e mette quei falsi discepoli nella necessità di scoprirsi. Certe volte sembra che andiamo tutti d’accordo, anche perché usiamo parole tanto vaghe che vanno bene a destra, a sinistra, al centro, come cattolici e come atei. A me fa ridere come iniziano certe discussioni. Ci si sorride, e poi basta scendere nel concreto, basta toccare alcuni punti chiave, e allora si scatena la guerra. Per questo le amicizie stanno sulle generali. Conosco persone che sono amiche solo per convenienza, evitando di affrontare certi argomenti per non scontrarsi. E ci si limita alle solite domande: Che tempo fa? Stai bene in salute? E non si va oltre. Questo succede nel campo della politica, e nel campo della fede. Per andare d’accordo si evita di andare a fondo di un problema.

Verità che rende liberi.  Gesù di proposito ha provocato quei giudei apparentemente suoi simpatizzanti su temi veramente scottanti. Non poteva permettersi di avere attorno gente che in realtà non la pensava come lui, ma su questioni vitali. Gesù non è venuto per ottenere il consenso dalla gente, ma per provocarla sul senso della vita, sul concetto di libertà e di verità. Ma non ha inteso fare filosofia: discutere e basta. Gesù dice: “Se rimanete nella mia parola…”. Ed è qui che si scatena la guerra. È qui che quei falsi discepoli reagiscono di brutto quando sentono dire: la verità vi renderà liberi. Come? Loro si sentivano già liberi, in quanto figli di Abramo. Si sentivano già liberi per il fatto di appartenere alla religione ebraica. Abramo li aveva liberati, e in quanto figli di Abramo si sentivano già liberi. Come popolo eletto.

L’appartenenza non libera.  È la solita obiezione che torna sempre. In ogni religione. Ed è stata ed è la solita giustificazione presente anche nella Chiesa. Appartengo alla Chiesa cattolica, dunque sono nel giusto, nel vero, sono libero. Il brano di oggi, ripeto, è di grande attualità per la stessa Chiesa cattolica. Gesù si rivolgerebbe ancora oggi non agli atei, ai suoi nemici dichiarati, ma ai suoi seguaci, ai cristiani, e li provocherebbe proprio sul tema della verità e della libertà. Il fatto dell’appartenenza, cioè di appartenere ad una determinata religione, ad un determinato gruppo o associazione o movimento, non garantisce dal rischio di cadere nello stesso errore dei giudei simpatizzanti del Vangelo di oggi. Fino a quando sono schiavo di una struttura, non posso dire di essere libero. Neppure Dio mi vuole schiavo, e Dio non si fa schiavo di nessuna religione, neppure della sua Chiesa. Mi vuole libero. In quanto sono figlio dell’Umanità. Al di fuori di una struttura schiavizzante. Certo, ognuno di noi fa parte di una struttura. Il problema non è questo: il problema è che la struttura non è il nostro vivere di ideali, di sogni, di speranze. Poggio i piedi sulla terra, ma il pezzo di terra dove abito non è tutta l’Umanità. Non ho i piedi incollati, ma cammino. Non mi sento libero se vivo in una prigione, ma se esco di casa, guardo i cieli aperti, raccolgo i semi di speranza che sono nell’universo.

I peccati e il peccato.  Gesù parla di peccato. Notiamo, non parla di peccati. Ed è qui l’equivoco che poi determinerà tutta quella secolare visione peccaminosa della propria vita, in forza della quale la Chiesa ha stabilito anche un sacramento di penitenza. La Chiesa si è dimenticata di dirci che i peccati sono la conseguenza del “peccato” che è la fonte di deviazioni, di stili di vita sbagliati, di visioni distorte di Dio. Il vero peccato è l’immagine sbagliata che mi faccio di Dio. La Chiesa, ancora oggi, impone una morale, e perciò fa un elenco di eventuali mancanze: una morale che non è lo specchio del vero Dio, e dell’Umanità, specchio di Dio. Da questa distorsione dell’immagine di Dio sono nati elenchi di peccati che la Chiesa, tramite il sacramento della confessione, vorrebbe perdonarci, ma in nome di quale Dio? Voi capite che se il mio esame di coscienza lo faccio su una morale distorta, mi convinco che sbaglio, che pecco, ma senza cogliere il vero peccato. Mi confesso per peccati quasi inutili, e non mi accorgo che il vero peccato sta nella mia visione sbagliata di Dio. Se Dio non è cattolico, come ha detto Martini, come può la Chiesa farmi un elenco di peccati, come se l’unico obiettivo fosse quello di obbedire alla sua morale?

Il vero peccato è la menzogna:  e menzogna è dire che bisogna vivere secondo la morale e la dottrina di una Chiesa-struttura che fa della propria appartenenza l’unico criterio per essere figli di Dio. Torno sul diavolo. La parola, già l’ho spiegata altre volte, significa colui che divide. In che senso divide? Non penso che il suo compito sia quello di dividere sui pettegolezzi, e nemmeno di dividere i non credenti tra di loro. Divide sull’idea che uno si fa di Dio. Divide perciò i credenti tra di loro, presentando con menzogne una visuale di Dio che è falsa. E i primi a cedere nella tentazione sono i credenti più fedeli alla religione. Torno su questo concetto. È importante. Il diavolo fa credere che i peccati siano quelli stabiliti dalla religione. E nasconde qual è il vero peccato: l’immagine sbagliata di Dio. Il demonio non tenta coloro che sono legati ad una religione, ortodossi fino all’osso, ma coloro che sono spiriti liberi, e vorrebbero smascherare il peccato di una religione che fa credere che basti essere figli di un battesimo per essere veri discepoli di Cristo.

Smascherare l’ipocrisia.  All’inizio dicevo che è difficile immaginare come dei simpatizzanti di Gesù arrivino poi a tentare di lapidarlo. Gesù li ha smascherati. Vistisi denudati, quei falsi credenti passano al contrattacco, prima con l’offesa (danno dell’indemoniato a Gesù), poi prendono le pietre per ucciderlo. Se penso alla storia della Chiesa e penso a quei momenti in cui sono stati torturati e uccisi dei profeti (Inquisizione), oppure i dissidenti sono stati emarginati e scomunicati (ancora oggi), mi chiedo che cosa l’abbia spinta e tuttora la spinga ad agire in questo modo. Una ragione c’è: quando si smaschera l’ipocrisia, quando si mette la gerarchia con le spalle al muro, quando si usano in tutta la loro efficacia e concretezza parole quali libertà e verità, allora si crea un certo allarmismo, allora si teme che il popolo di Dio si svegli e si prenda la propria coscienza. Oggi quando uso con frequenza la parola Umanità, i miei superiori mi contestano. Sanno benissimo che entrerebbe in crisi la stessa religione, e l’apparato ecclesiastico fondato sulla religione. Né più né meno come ai tempi di Cristo.

* Omelia del 3 marzo 2013: Terza di Quaresima  fonte: http://www.dongiorgio.it/02/03/2013/omelie-2013-di-don-giorgio-terza-di-quaresima-rito-ambrosiano/

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