Brianzecum

agosto 26, 2013

NON INGANNARE I GIOVANI

TESTIMONIANZA EROICA DELL’IDENTITÀ EBRAICA PER EDUCARE ALLA VERITÀ

 

di don Giorgio De Capitani*

Sfaldamento. I due libri dei Maccabei narrano vicende che riguardano la storia del popolo ebraico, nel suo periodo più difficile: era in gioco la stessa Alleanza col Signore. Siamo nel secondo secolo a.C. Da notare subito che l’Alleanza fu messa in crisi non solo da un pericolo che veniva dall’esterno, ma anche da una crisi profonda, all’interno del popolo eletto. Israele si è trovato di fronte a una scelta di vita o di morte come popolo di Dio, e ci è voluto il coraggio di un’intera famiglia, quella dei Maccabei, a risvegliare la coscienza nazionale. Parecchi ebrei “si vendettero”, scrive l’autore sacro. C’è stato uno sfaldamento pauroso delle colonne portanti della religione ebraica: la sacralità del Tempio e il rispetto della Legge, la Torah. Non riusciremo a capire tale processo di sfaldamento se non lo inquadriamo nel contesto del regno di Alessandro Magno, considerato uno dei più celebri conquistatori e strateghi della storia. In soli dodici anni aveva conquistato l’intero Impero Persiano, dall’Asia Minore all’Egitto fino agli attuali Pakistan, Afghanistan, India settentrionale fino ai confini della Cina. Le sue vittorie sul campo di battaglia, accompagnate da una diffusione universale della cultura greca e dalla sua integrazione con elementi culturali dei popoli conquistati, diedero l’avvio al periodo cosiddetto ellenistico.

Ellenizzazione deriva da “ellade”, nome antico per indicare la Grecia: sta a descrivere quel fenomeno che portò ad un graduale processo di assimilazione culturale, attraverso il quale le popolazioni non greche adottarono peculiari caratteristiche elleniche, come la lingua, i costumi, le credenze religiose e la filosofia. Un processo un po’ complesso: la cultura greca assorbiva, ma anche integrava. Ma non sempre era così: talora s’imponevano la propria cultura, le proprie tradizioni e la proprie credenze religiose, annullando quelle dei popoli conquistati. Tale processo interessò anche gli Ebrei. Dal III secolo a.C. il mondo culturale giudaico si era aperto alla filosofia ellenistica. L’Antico Testamento appariva conciliabile con alcuni aspetti del pensiero filosofico greco: il rigoroso monoteismo ebraico trovava riscontro nella teologia di Platone (il Demiurgo: era il dio artefice dell’universo) e di Aristotele (il Motore immobile); la distinzione fra materia e spirito del Libro di Giobbe era rintracciabile nel dualismo di Platone; il peccato originale narrato nel libro della Genesi sembrava presente anche in alcune manifestazioni del pessimismo greco; la credenza negli angeli, mediatori fra Jahvè e gli uomini, non era priva di affinità con l’antichissima concezione dei dèmoni (entità intermedie tra il divino e l’umano, che influiscono beneficamente o maleficamente sulle azioni umane).

Aspirazione all’indipendenza. Per comprendere meglio il quadro ideologico e religioso del periodo dei Maccabei, è necessario, anche se brevemente, ripercorrere la storia del popolo ebraico nel periodo immediatamente precedente alla predicazione di Gesù. I Giudei erano stati sudditi dei persiani dal 538 a.C. (con l’editto di Ciro il Grande) fino al 330 a.C., quando Alessandro Magno conquistò l’impero persiano. Alla sua morte, tre generali di Alessandro Magno si presero ciascuno una parte dell’Impero e sorsero le tre monarchie ellenistiche di Macedonia, Egitto e Siria. I Giudei restarono nell’ambito politico dei vari potentati ellenistici, soprattutto di quello di Siria. Da questo momento in poi le vicende politiche diventarono molto complesse: la Giudea in genere ebbe propri re, ma questi venivano più o meno imposti dalle potenze vicine, per cui i giudei si trovarono in una specie di protettorato. In alcuni periodi la situazione era pacifica ma, più spesso, erompevano furiose rivolte: sempre però era diffusa l’aspirazione a una vera e completa indipendenza, impossibile comunque da ottenere nel quadro politico dell’antichità. In questa situazione di disperante subordinazione, la cultura ebraica si venne via via forgiando come una cultura chiusa, in cui giocarono un ruolo centrale il riscatto nazionale e l’unità di fronte all’oppressore. Bisognava essere uniti, e la coesione proveniva soprattutto dalla fedeltà alla Legge di Dio.

Aspirazioni messianiche. Come di fronte alle precedenti invasioni o deportazioni, si svilupparono correnti messianiche che legavano la possibilità di riscatto nazionale alla venuta di un salvatore attorno a cui tutto il popolo ebraico si doveva raccogliere in battaglia. Queste dottrine messianiche si strutturarono in formazioni combattenti scontrandosi con gli eserciti invasori e seguendo le indicazioni di un leader, di solito capo religioso e profeta. Dunque, già molto prima dell’arrivo dei romani, gli ebrei avevano prodotto sette messianico-guerrigliere. Contrapposto a questa aspirazione messianica, si era formato un gruppo elitario che si stava via via aprendo all’ellenismo ed all’ellenizzazione dei costumi. Nel 175 a.C. Antioco IV detto Epìfane divenne sovrano del regno dei selèucidi (Selèuco era uno dei generali che avevano ereditato il regno di Alessandro Magno). Conquistò l’Egitto e volle conquistare anche Gerusalemme. In cambio di privilegi, ebbe l’appoggio del gruppo elitario ebraico che si era aperto al mondo ellenistico. Antioco IV riuscì dunque ad impadronirsi del tesoro del Tempio di Gerusalemme, che fece sconsacrare e adibire al culto pagano dopo averlo dedicato a Zeus Olimpo, ma ci fu una reazione violenta. Il sacerdote Mattatia uccise l’apostata ebreo preposto al nuovo culto e si rifugiò sui monti insieme ai suoi cinque figli e a numerosi seguaci “hassidim” (i devoti), dando l’avvio alla rivolta conosciuta come quella dei “Maccabei”. Alla morte di Mattatia (166 a.C.), suo figlio Giuda guidò i ribelli alla vittoria contro l’esercito selèucide, occupò Gerusalemme e riconsacrò il Tempio al culto di Yahwè (164 a.C.); in memoria di questi eventi fu istituita la festa delle Luci.

Ingannare il popolo. In questo periodo è da inquadrare anche l’episodio del brano della Messa (2Mac 6,1-2.18-28). La Bibbia non narra solo guerre e violenze, ma anche nobili testimonianze di fedeltà alla Legge di Dio. Una di queste riguarda Eleàzaro, un anziano, un dottore della legge, un uomo venerato da tutti. Lo vogliono costringere a mangiare carne suina proibita dalla Legge giudaica. Ma egli si rifiuta, nonostante le pressioni. Da notare anche la strategia: arrivare al punto di suggerire all’anziano ebreo di far finta di mangiare la carne proibita, senza in realtà mangiarla. Questo sarebbe bastato a salvargli la vita. L’inganno! La cosa più vergognosa! L’intento era quello di ingannare il popolo facendogli credere che Eleàzaro aveva ceduto. Qui sta la forza di questo anziano signore, padrone di se stesso a tal punto da non mettere in gioco la sua reputazione, davanti alla propria coscienza e davanti a Dio. Non era questione di cibo: mangiare o no carne suina. In gioco c’era la legge di Dio che non dipendeva tanto dal cibo materiale, ma dalla fedeltà all’Alleanza che si può violare anche semplicemente facendo finta di osservarla.

Verità o inganno. Qui c’è veramente un grande insegnamento. La falsità, il doppio gioco, i sotterfugi, gli stessi compromessi non sono forse le caratteristiche di una società che ha paura della verità, proprio perché è fondata sul potere dell’arte dell’inganno? Noi viviamo in mezzo all’inganno, siamo condizionati dall’inganno, siamo in preda dell’inganno. Oggi vince chi inganna di più. E la cosa ancor più interessante del gesto di Eleàzaro sta nella sua paura di dover ingannare i giovani. Pensava: “Che cosa diranno questi giovani quando sapranno che io li ho eventualmente ingannati?”. I giovani vogliono la verità, cercano la verità. Ingannarli è il male peggiore che si possa far loro. Mi chiedo come fin da ragazzi si dicano bugie? Perché i bambini dicono le bugie? Perché respirano dal primo vagito un’aria di inganno. Sono educati da un mondo bugiardo. E anche loro si adeguano.

Obbedire a strutture false. I ragazzi hanno bisogno di testimonianze di verità. Non parlerei di virtù morali come si è sempre fatto. Anche le virtù cosiddette morali possono far parte di un mondo ingannevole. Mi spiego. La virtù dell’obbedienza che cos’è, se non l’adeguamento talora psicologicamente forzato ad una struttura ingannevole? Mi costringono a obbedire a qualcuno che rappresenta un sistema di menzogne. Come preti, come cristiani, ci hanno costretti a obbedire a strutture di religione false. Obiettivamente false. Non parlo di buone intenzioni. Ci sono superiori che in buona fede credono ad una religione deteriorata, fuori dalla linea evangelica, ma il guaio è che, in forza della loro autorità, credendosi addirittura investiti di un volere divino, impongono l’obbedienza come virtù, e così tarpano le ali della libertà, della coscienza. Ecco perché parlo dell’inganno della religione, dell’inganno della Chiesa. Un inganno, ripeto, che si avvale dell’autorità di Dio. Lo Stato, in fondo, non è così ingannevole quanto la religione. La religione fa entrare in gioco Dio stesso, e in nome di Dio – di quale dio? – si rovinano le coscienze in nome di una verità dietro cui c’è l’inganno. I giovani, i ragazzi! Come si possono ingannare? Sarebbe un grave delitto! Dobbiamo educarli alla verità, far di tutto perché crescano nella verità.

*dall’omelia di domenica 25 agosto 2013; fonte: http://www.dongiorgio.it/24/08/2013/omelie-2013-di-don-giorgio-domenica-che-precede-il-martirio-di-s-giovanni-il-precursore/

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agosto 25, 2013

IL DONO SUBLIME DELLA CREATIVITÀ

SUPERARE CERTI DUALISM(SACRO-PROFANO, CHIESA-MONDO, CASO-NECESSITÀ, FEDE-SCIENZA) CON L’IDEA DI EVOLUZIONE CREATIVA

 

di don Giorgio De Capitani*

C’è bisogno di ricostruzione nella politica italiana, così come nella Chiesa cattolica. Merita dunque riflettere sulla lettura del libro di Neemia (1,1-4; 2,1-8), che parla appunto di una ricostruzione. Un po’ di storia per inquadrare i fatti. Nel 587 a.C. Gerusalemme viene distrutta, il Tempio è raso al suolo e la maggior parte degli ebrei è deportata a Babilonia. È questo il secondo grande esilio, dopo quello egiziano. Come ci insegna spesso la storia, gli imperi crollano, e ne subentrano altri. E così i babilonesi lasciano il posto di comando ai persiani. E cambiano anche i rapporti con gli ebrei. Alcuni di questi riescono a entrare nelle grazie dei nuovi padroni. E questo faciliterà poi il grande ritorno in patria.

Due sono stati i protagonisti del ritorno degli ebrei esiliati in Palestina: Neemia e Esdra. Due personaggi chiave, che agiranno in campi differenti, ma complementari. Usando un linguaggio moderno: Esdra agirà da religioso, Neemia da amministratore politico. Esdra entrerà in scena dopo Neemia. Primo dovere sarà quello di ricostruire materialmente Gerusalemme, e ciò è compito della politica intesa in senso stretto. Neemia era un giudeo al servizio della corte persiana: ricopriva la funzione di coppiere, colui che versava il vino al re. Una funzione dunque importante, perché godeva della fiducia del sovrano. Un giorno Artaserse nota sul volto di Neemia molta tristezza e gli chiede il motivo. Neemia risponde che lo sta addolorando la drammatica situazione della sua terra e dei connazionali che vi sono rimasti. La gente vive in miseria e Gerusalemme senza le mura è ridotta a un cumulo di macerie, preda di ogni razziatore. Alla richiesta di Neemia di voler tornare in Giudea per ridare sicurezza e fiducia, il re acconsente, anche per i suoi interessi politici.

Identità e fedeltà. L’intento di Neemia è chiaro: ricostruire anzitutto Gerusalemme e le sue mura. Ma il suo scopo va oltre: consiste nel ridare identità al popolo ebraico. Così come aveva fatto Mosè, che aveva costruito l’identità di Israele. Da notare subito che l’identità comportava la fedeltà al Dio dell’Alleanza. Per cui anche se l’intento di Neemia, che era un laico e non un sacerdote o uno scriba, era essenzialmente di natura amministrativo-politica, tuttavia la vera legge era in ogni caso la Torah, la legge di Dio. Oggi parleremmo di teocrazia. Ma dobbiamo stare attenti: gli ebrei avevano una concezione particolare di teocrazia. Certo, la politica nel caso di Neemia ha preceduto la funzione religiosa di Esdra. Prima occorreva proteggere Gerusalemme dai nemici, poi si penserà a ricostruire il tempio. Occorreva ricompattare il popolo, nella sua identità come nazione, senza tuttavia dimenticare che la sua vera identità stava nella legge, o nella Torah.

Sacro e profano. Su questo punto dovremmo riflettere a lungo noi moderni, a cui piace distinguere marcatamente tra sacro e profano. Questa distinzione presso gli ebrei non c’era, perché avevano una concezione diversa della politica e della religione, intese nel loro significato più ampio e più genuino. Entrambe avevano presente l’uomo completo, corpo e spirito. Oggi invece abbiamo da un lato i fondamentalismi, che sono la degenerazione delle religioni, e dall‘altro casi frequenti di laicismo chiuso ad ogni trascendenza.

La scienza moderna potrebbe aiutarci a risolvere i problemi. La scienza parla di connessione, di interconnessione, di unitarietà, di legami così stretti e profondi per cui non c’è nulla che possa esistere come se fosse qualcosa a se stante. Non ci sono isole nell’universo. La parola “separazione” o “distinzione” va bandita. Nella realtà più piccola c’è il tutto, e il tutto non è la somma matematica di ogni singola realtà. Il tutto è quell’insieme per cui ogni cosa trova quel giusto posto a contatto con le altre. Siamo un mistero di unitarietà tale per cui non siamo tutti uguali, ma ogni differenza è la ricchezza, la condizione per cui ci sia l’armonia del tutto. Anche i libri di spiritualità parlano di questa nuova visione dell’universo. La scienza per secoli è stata dominata da una concezione meccanicistica, secondo la quale il mondo non sarebbe che una macchina, funzionerebbe come una macchina, composta di tanti pezzetti l’uno distinto dall’altro, con delle leggi prestabilite. Questa visione meccanicistica, di Francesco Bacone, di Cartesio e dello stesso Newton, è ormai superata dalla scienza attuale, che ha una visione diversa, completamente diversa: nell’evoluzione c’è una creatività, che non può esserci in nessuna macchina.

Figli interconnessi dello stesso Big Bang. In breve: tutte le cose provengono da una piccolissima “singolarità” (così viene chiamata), dalla quale si è sprigionata una possente esplosione di energia: il Big Bang. Tutto, ma proprio tutto, si è evoluto a partire da quella “singolarità”: la materia e lo spirito, gli atomi e le stelle, gli elementi chimici e le forme di vita, io e te. In quanto esseri umani o in quanto esseri viventi o come entità individuali apparteniamo tutti alla stessa famiglia. Siamo frutto di un processo straordinariamente creativo di materia e di spirito in via di sviluppo. Siamo una sola cosa con le stelle e con tutto il resto. Ecco perché parliamo di interconnessione o di interdipendenza. Gli stessi scienziati ci dicono che ogni evento nella lunga storia di questo immenso universo è connesso a tutti gli altri eventi. Non esistono eventi separati o isolati. Un’altra cosa fondamentale da sottolineare è questa: l’universo si dispiega e si espande mediante un processo di diversificazione senza fine. Non si tratta dunque di una moltiplicazione di fotocopie. Gli atomi, le molecole, le cellule si combinano in una stupefacente varietà di enti e di specie. Ci sono state e ci sono tuttora innumerevoli specie di piante e di animali.

Caso e necessità. Il dispiegamento dell’universo non è neppure un cieco caso. Uno scienziato afferma: “L’universo nel suo emergere non è né determinato né casuale, bensì creativo”. In parole più comprensibili: lo sviluppo dell’universo non avviene obbedendo a un piano ben preciso, già stabilito, e neppure a caso. Il Creatore non è un fabbricante umano di prodotti per il mercato. Dio è più simile a un artista. L’universo non è l’attuazione di un piano predeterminato, ma il magnifico risultato della creatività artistica. Anche per questo ciascuno di noi è unico, un’opera d’arte inimitabile. Non siamo prodotti in serie. Ho preso queste considerazioni dal libro “Cristiani si diventa” scritto da un frate domenicano sudafricano, di origine inglese, di nome Albert Nolan. Il discorso, comunque, sarebbe più lungo e complesso, ma particolarmente affascinante.

In definitiva, la vicenda biblica di Neemia e la sua scelta di accordare precedenza alla costruzione delle mura piuttosto che al tempio, ha indotto a riflettere su alcuni dualismi che vanno accentuandosi [si veda anche: Superare i dualismi del passato Stefani], a partire da quello tra religione e politica. Entrambe, essendo bisognose di ricostruzione, potrebbero avvantaggiarsi dall’idea di evoluzione creativa che sta imponendosi nel campo scientifico. In ogni caso è evidente la necessità di dare ovunque sempre più spazio alla creatività e all’innovazione. Filosofi e sociologi parlano di generatività per porre rimedio alla libertà distruttiva dell’attuale capitalismo [si veda ad es. E’ una crisi della libertà Magatti] Oggi si è persino arrivati al dialogo tra scienza e mistica. Potremmo forse superare gli steccati che hanno sempre diviso la fede dalla scienza. Siamo in un momento fortunato, provvidenziale; il mondo politico da una parte e la Chiesa dall’altra dovrebbero approfittarne.

*Dall’omelia del 18 agosto 2013. Fonte: http://www.dongiorgio.it/17/08/2013/omelie-2013-di-don-giorgio-tredicesima-dopo-pentecoste/

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agosto 16, 2013

L’ESAME DI COSCIENZA CHE NON CI SARÀ

SULLE RESPONSABILITÀ DEL MONDO CATTOLICO RISPETTO ALL’ENNESIMO ATTO DELLA RECITA BERLUSCONI CHE VA IN SCENA IN QUESTE ORE

di Aldo Maria Valli* 

 

La condanna è arrivata, e irresponsabili non sono i giudici, ma coloro che la mettono in discussione. Non accettarla, o dipingerla come sintomo di un disegno politico, vuol dire minare lo stato di diritto alle fondamenta. Il guitto Berlusconi, ormai vecchio e gonfio, continua la recita, stancamente, come per inerzia, ma la cosa più triste è che un Paese intero questa recita la segue e la subisce da un ventennio. E senza neppure la consolazione di poter dire di aver vissuto una pagina drammatica. Perché qui prevale la farsa, come nella peggior tradizione italica.

Ora però una domanda che riguarda i cattolici e le gerarchie. Come è stato possibile che per tanti, troppi anni la Chiesa istituzionale e un largo numero di cattolici abbiano appoggiato quest’uomo? Com’è stato possibile che tanti cattolici, a tutti i livelli, abbiano votato e chiesto di votare per lui, che gli abbiano concesso credito, che lo abbiano visto come l’uomo della provvidenza? Com’è stato possibile che una parte, una larga parte del mondo cattolico non abbia provato un moto di spontanea ripulsa verso il guitto impegnato a usare la politica e gli italiani per il proprio tornaconto? E’ una vecchia domanda che tuttavia non ha mai trovato risposta. Forse perché rispondere, per i cattolici italiani, vorrebbe dire fare un profondissimo e doloroso esame di coscienza, non solo e non tanto in termini politici, ma sotto il profilo culturale.

Equivarrebbe a mostrare il vuoto culturale di un soggetto, il cattolico medio italiano, che sia sotto la Dc sia, e a maggior ragione, sotto l’ombrello berlusconiano non è mai stato abituato a pensare con la propria testa, a usare lo spirito critico, a distinguere tra senso dello Stato e opportunismo, ma si è lasciato guidare da una categoria tanto generica quanto comoda, l’anticomunismo, accontentandosi di parole d’ordine vuote. Fare questo esame di coscienza equivarrebbe inoltre a togliere il velo steso sopra una classe dirigente ecclesiale in gran parte modesta e tremebonda, incline a non disturbare il manovratore e anzi a ingraziarselo, per ottenere vantaggi immediati. Fare questo esame di coscienza equivarrebbe a mostrare come la religione, separata dalla fede, diventi facilmente alibi per giustificare il non giustificabile, per chiudere gli occhi davanti all’arroganza del potere, per trasformare la stessa appartenenza di fede in strumento di potere e di sottopotere.

Tradimento del Vangelo. Procedere con questo esame di coscienza equivarrebbe alla fin fine a mostrare il tradimento del Vangelo operato da tanti, sia chierici sia laici cattolici, che il berlusconismo o l’hanno sposato in pieno o l’hanno tollerato in silenzio o hanno cercato di utilizzarlo. Fare questo esame di coscienza vorrebbe dire scrivere una pagina triste del cattolicesimo italiano, quasi del tutto incapace di sottrarsi alle lusinghe del guitto e pronto anzi a sponsorizzarlo in maniera più o meno aperta. Fare un simile esame di coscienza vorrebbe dire mostrare come i cattolici italiani, a tutti i livelli, si siano lasciati incantare dalla sottocultura televisiva dispensata a piene mani dal guitto e non abbiano opposto resistenza alcuna, preferendo anzi crogiolarsi in essa come sotto l’effetto di un narcotico. Fare questo esame di coscienza equivarrebbe a chiedersi come e perché politici molto solerti nello sbandierare la loro cattolicità abbiano deciso di militare sotto le insegne truffaldine del guitto. Fare questo esame di coscienza equivarrebbe a constatare che perfino gli oppositori ormai hanno nel proprio dna dosi massicce di berlusconismo. Fare un tale esame di coscienza equivarrebbe a dimostrare che gran parte dei cattolici non sanno nemmeno che cosa sia la parresia, la libertà e la capacità di dire tutto, senza reticenze e senza sotterfugi interessati.

Dov’erano i cattolici quando il guitto destabilizzava lo Stato con le sue battaglie ad personam? Dov’erano quando inebetiva gli italiani con i suoi circenses televisivi? Dov’erano quando separava la morale privata da quella pubblica infrangendo così uno dei pilastri della dottrina sociale della Chiesa? Dov’erano quando, palesemente e senza vergogna, divulgava con il proprio comportamento l’idea che con la ricchezza sia possibile guadagnarsi l’impunità? La verità è che la Chiesa italiana e gran parte dei cattolici, se si studia il loro rapporto con il guitto di Arcore, hanno sulla coscienza gravi peccati, sia di connivenza sia di omissione. Quando ne hanno preso le distanze lo hanno fatto timidamente e in ritardo, a scempio ormai compiuto, e comunque è difficile dimenticare certe immagini, come la folla del meeting di Rimini osannante nei confronti del guitto, accolto come un salvatore e riverito, incredibile dictu, come un vero statista. Per tutte queste ragioni l’esame di coscienza non ci sarà e chi proverà a farlo, dentro il mondo cattolico, sarà guardato per lo più con fastidio e messo ai margini, come del resto è già avvenuto durante il regno del guitto.

*Fonte: http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it&art=1380

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UN’IMMAGINE DISTORTA DELLA VERGINE

NON ASSEGNARLE ATTRIBUTI DIVINI MA QUALITÀ DA IMITARE: FEDE, FECONDITÀ, CORAGGIO

di don Giorgio De Capitani*

Ruolo materno. Ecco il commento di padre Paul Devreux al primo brano della Messa: «Prima di tutto diciamo che “la donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle” (Ap 12,1) non è Maria, ma il popolo di Dio, dal quale nascerà il Messia e la Chiesa, perseguitata ai tempi dell’autore dell’Apocalisse, per cui deve fuggire nel deserto creando la diaspora. Il fatto che ha la luna sotto i piedi significa che schiaccia le divinità pagane, mentre le dodici stelle indicano le dodici tribù di Israele. Secondo: ricordiamo che il Nuovo Testamento attribuisce allo Spirito Santo il ruolo materno di difensore, di intercessore e di rifugio. Togliere allo Spirito questi attributi, per metterli sulle spalle di Maria, è una bella devozione, ma non è biblico. Padre e Madre della Chiesa è Dio. Dico questo perché se contempliamo Maria, guardando al fatto che lei è l’Immacolata Concezione e la madre di Dio, guardiamo solo ai suoi privilegi, e questo ce la fa sentire lontana e irraggiungibile, diventa un mito.

Modello da seguire. Se invece mettiamo al centro ciò che ha fatto sì che lei sia potuta diventare madre di Gesù, e cioè la sua fede, la sua totale fiducia in Dio, allora Maria si riavvicina a noi e diventa un modello da seguire. Maria, più che madre è sposa; colei con cui Dio fa un’alleanza, come con il suo popolo. Alleanza possibile grazie al Sì di Maria. La maternità è solo una conseguenza direi quasi naturale, come feconda deve essere la vita di chiunque stringe un’alleanza con il Signore. Maria non vuole essere un mito, ma un faro che illumina la strada, un esempio di fede e di fiducia. Maria va associata nel Vecchio Testamento non tanto ad Eva, madre dell’umanità, ma a Mosè, padre della fede, perché ambedue hanno accettato la proposta del Signore che dice: “Esci dalla tua terra e va’”, credendo alla promessa che sarebbero stati benedetti e sarebbero diventati una benedizione per tutti.

Fecondità. La conseguenza per ambedue è la fecondità. Maria viene a portare Gesù nel mondo, e questa è la missione di tutti i cristiani. Per questo oggi la portiamo in processione per le strade del nostro paese, affinché cammini in mezzo a noi e impariamo a camminare sulle sue tracce per arrivare anche noi alla nostra vocazione finale che è quella di essere associati alla sua assunzione in Cielo». Vorrei aggiungere: noi purtroppo abbiamo esaltato Maria oltre ogni misura, dimenticando l’importanza del nostro essere Chiesa come popolo di Dio, e non di essere sudditi di una gerarchia nei suoi poteri istituzionali. Onoriamo Maria, e poi succede che viviamo come devoti di un potere che non porta più Cristo nel mondo. Se Maria oggi potesse parlare direbbe: Popolo di Dio, svegliatevi, voi siete la salvezza del mondo. Io ho generato Cristo, così anche voi dovreste fare!

Fede nell’esito positivo della storia. Anche Padre Ermes Ronchi è sulla stessa linea: “Il segno della donna nel cielo evoca… l’intera umanità, la Chiesa di Dio, ciascuno di noi, anche me, piccolo cuore ancora vestito d’ombre, ma affamato di sole. Contiene la nostra comune vocazione: assorbire luce, farsene custodi (vestita di sole), essere nella vita datori di vita (stava per partorire): vestiti di sole, portatori di vita, capaci di lottare contro il male (il drago rosso). Indossare la luce, trasmettere vita, non cedere al grande male. La festa dell’Assunta ci chiama ad aver fede nell’esito buono, positivo della storia: la terra è incinta di vita e non finirà fra le spire della violenza; il futuro è minacciato, ma la bellezza e la vitalità della Donna sono più forti della violenza di qualsiasi drago.

Benedizione. Il Vangelo presenta l’unica pagina in cui sono protagoniste due donne, senza nessun’altra presenza, che non sia quella del mistero di Dio pulsante nel grembo. Nel Vangelo profetizzano per prime le madri. «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo». Prima parola di Elisabetta, che mantiene e prolunga il giuramento irrevocabile di Dio: Dio li benedisse (Genesi 1,28), e lo estende da Maria a ogni donna, a ogni creatura. La prima parola, la prima germinazione di pensiero, l’inizio di ogni dialogo fecondo è quando sai dire all’altro: che tu sia benedetto. Poterlo pensare e poi proclamare a chi ci sta vicino, a chi condivide strada e casa, a chi porta un mistero, a chi porta un abbraccio: «Tu sei benedetto», Dio mi benedice con la tua presenza, possa benedirti con la mia presenza. «L’anima mia magnifica il Signore».

Magnificare significa fare grande. Ma come può la piccola creatura fare grande il suo Creatore? Tu fai grande Dio nella misura in cui gli dai tempo e cuore. Tu fai piccolo Dio nella misura in cui Lui diminuisce nella tua vita». Sul Magnificat si sofferma don Marco Pedron : «Storicamente sappiamo per certo che Maria non l’ha mai scritto: è un inno della prima comunità cristiana attribuito a Maria. Nel vangelo è il massimo a cui sia stato consentito dire ad una donna. Notiamo due cose fondanti del cantico. La prima: Maria non canta solo per suo figlio, ma per tutti i figli e gli uomini che vivono nella povertà. Cioè, Maria non dice: “Grazie Signore della fortuna che hai dato a me, di questo mio figlio”. Maria estende il suo canto a tutti gli uomini e a tutti i figli che sono soli, che soffrono angherie, che sono affamati, che sono angosciati, che lottano e che subiscono ingiustizie o soprusi. Il suo sguardo non è personale, ma sociale. Maria non può disinteressarsi di tutti quelli che soffrono, non può dimenticarsi della sofferenza ingiusta che si vive nel mondo e non può chiudere gli occhi di fronte a ciò che ha davanti. Non avrebbe detto le parole di una vecchia devota alla fine della guerra: “Dio è stato buono con noi: abbiamo pregato così tanto e senza sosta, che tutte le bombe sono cadute dall’altra parte della città”.

Povertà. Il secondo grande pilastro del Magnificat è che questo canto è messo sulle labbra di una donna povera. Quando si dice che “Dio ha guardato l’umiltà della sua serva” non si intende l’umiltà morale, la riservatezza, il silenzio; ma è l’effettiva condizione di questa donna. Maria era una donna povera, come la maggior parte delle persone del suo tempo; soggetto di sfruttamento da parte dei potenti. Maria si mette dalla parte della donna maltrattata, della ragazza-madre, di chi è senza risorse, di chi non ha cibo sulla tavola e forse neanche la tavola; della famiglia sfruttata, dei giovani o degli anziani abbandonati. Qui Maria non è la creatura dolce, tenera e docile che vediamo spesso nei dipinti.

Donna lupa. Maria qui è la donna appassionata, piena di dignità e di energia; è la donna lupa che non permette ai nemici di sottrargli i suoi cuccioli, che vuole giustizia per tutti, che si batte e che “rompe”. Maria è la donna che se vede un’ingiustizia non sta zitta, “non sono affari miei, meglio non impicciarsi, meglio evitare certi casini; che si arrangino gli altri” ma la denuncia, anche se questo vorrà dire esserne coinvolti. Non è la donna silenziosa, taciturna ed umile. Qui Maria non è la donna del compromesso ma “le canta” a tutti i prepotenti del mondo: “Dovrete fare i conti con Dio; non crediate di mettervi la coscienza in pace!”. Non è la donna buona, obbediente, tranquilla, casalinga e spalla dell’uomo. Maria qui non è affatto la classica donna ebrea sottomessa ed ubbidiente. Sì, è ubbidiente, ma alla verità e al suo Dio! Qui parla, predica, con autorità e senza tanti peli sulla lingua. Non è la madre che attende ai suoi figli e si disinteressa di tutto ciò che accade fuori. Non è la donna del solo “sì”, che accontenta tutti, solo disponibile, tutta per gli altri.

Donna politica. Qui Maria dice un chiaro “no” ad ogni ingiustizia e ad ogni sopruso. Certo a noi maschi piacerebbe che le donne fossero così, docili, docili! Certo anche ad una certa chiesa piace l’umile Maria piuttosto che la sovversiva Maria del Magnificat. Certo tutti i benestanti, i ricchi e coloro che hanno possedimenti o cariche da difendere non accoglieranno volentieri l’immagine di Maria del vangelo. Qui Maria è politica, sovversiva, combattente, in prima linea e rivoluzionaria. Maria si oppone ad ogni ingiustizia. Non per altro in alcuni paesi dell’America latina (es. Guatemala) fu proibito cantare e pregare il Magnificat».

*Tratto dall’omelia del 15 agosto 2013: Festività dell’Assunta. Fonte: http://www.dongiorgio.it/14/08/2013/omelie-2013-di-don-giorgio-festa-dellassunta/

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agosto 11, 2013

UN DIO NOMADE?

LA FEDE NON È STATICITÀ MA RICERCA, INCONTRO, NOMADISMO

di don Giorgio De Capitani*

Un popolo nomade. Non possiamo non leggere insieme il primo e il terzo brano della Messa. Il primo è una delle pagine più drammatiche nella storia d’Israele: la conquista di Gerusalemme e la distruzione del tempio di Salomone ad opera dei babilonesi. Nel Vangelo Gesù profetizza la distruzione del tempio di Erode. Dopo la distruzione operata dai babilonesi il Tempio è stato più volte riedificato, ma con l’anno 70 d.C. il Tempio verrà definitivamente distrutto. La storia del Tempio è anche la storia del popolo eletto. Prima della costruzione del primo tempio in muratura, quello di Salomone, Dio abitava in una tenda, che veniva montata e smontata a seconda delle esigenze di un popolo nomade, soprattutto durante il cammino ininterrotto verso la terra promessa. È davvero interessante il periodo in cui Israele era un popolo nomade, non aveva cioè dimora fissa, non aveva ancora una casa stabile in cui abitare. Dite quello che volete: è affascinante essere nomadi. Siccome oggi è impossibile non avere una dimora fissa, si preferisce allora parlare di nomadismo spirituale. Un sacerdote che ho conosciuto perché è stato mio professore in seminario, don Giorgio Basadonna, ha scritto queste riflessioni che mi sembrano davvero interessanti e stimolanti.

«La spiritualità della strada mette nel cuore un grande senso di attesa, scava degli spazi sempre aperti e invitanti. Non ci si ferma mai, non ci si sente mai arrivati, istallati, definitivi: la ricchezza, la bellezza, la gioia, di quello che si è e che si ha, la capacità di vibrare per ogni più piccolo soffio di grazia rende felici, sereni, fiduciosi, e proprio per questo più sensibili a ciò che ancora manca a ciò che verrà, a ciò che saremo e vorremmo essere. Non si è mai soddisfatti, nel senso etimologico della parola, mai completi, mai riempiti: lo spirito rivela continuamente la sua dimensione infinita, la sua insaziabilità, il suo vuoto che nulla al mondo riuscirà mai a riempire del tutto. È la famosa frase di s. Agostino: “Ci hai fatti per te, Signore, e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in te”. L’inquietudine diventa stimolo a camminare, a cercare, ad andare avanti. Non è un’attesa passiva, ma una ad-tesa, un ad-tendere, cioè un andare, sospinti da qualcosa che dentro urge e orienta. Si diventa “nomadi”.

La fede è nomadismo, iniziato col grande padre di tutta la fede monoteistica, Abramo, e continuata con la storia del popolo prescelto a portare nel mondo il Messia, il Figlio di Dio. È il nomadismo della Chiesa, che non solo cammina su tutte le strade del mondo ad annunciare la “bella notizia”, ma anche è in continuo sviluppo interiore, per rispondere meglio alla sua stessa vocazione e per andare incontro al Maestro che viene. Si diventa nomadi: persone incapaci di darsi per vinte, di accontentarsi e rassegnarsi. Nomadi, affascinati dal di là, dal dopo, dall’ancora, per leggere e vivere il di qua, l’adesso. Nomadi, attenti a ogni voce che risuona sotto il sole o nel buio della notte, vicina o lontana, familiare o ignota, e capaci di riconoscere in ogni avvenimento l’annuncio di un altro mondo, che invita a ricominciare daccapo. Nomadi, affascinati dalla terra, che è grande e tutta per tutti; sedotti dalla perenne novità di Dio che ogni giorno, ogni momento, rivela un riflesso nuovo della sua grandezza infinita; tesi a conquistare e a godere quanto cresce nel giardino degli uomini. Nomadi, cioè solitari nel senso di un’adesione coraggiosa alla propria vocazione, senza cedimenti alle mode, senza intruppamenti nelle maggioranze, senza tradimenti della propria identità. Nomadi, capaci di andare fino in fondo a quanto di verità, di giustizia, di amore è stato intuito, capaci di trasmettere senza riduzioni il messaggio ricevuto, capaci di fare da soli la propria strada. Nomadi, perché la strada è già sicurezza, sostegno, ricchezza: la strada è amica ed è sempre fedele, sempre chiara. Anche nelle notti più oscure e senza stelle, la strada rivela il suo volto, e lo si può discernere con fatica e dolore, ma sempre riscoprendo qualcosa di familiare. Nomadi, e quindi fuori dalle sicurezze prestabilite protette dalla forza o dal genio umano, fuori dalle comodità di una casa stabile, di un amore chiuso, di una verità consumata. Nomadi, capaci di ascoltare, di accogliere, di fare proprio ciò che si incontra, senza strettezze e rigidità, senza voler imporre a tutti un proprio modo di vedere: nomadi, cioè instancabilmente alla ricerca, accompagnati e sorretti da tutti, con la gioia di offrire quel poco che si è e si ha, e di prendere quanto viene offerto o si trova lungo il cammino.

Nomadi, fratelli di tutti e non stranieri, non ospiti, non avventurieri, non vergognosi di condividere con tutti la porzione di dolore e di gioia, di bene e di male, di grandezza e di meschinità che è eredità di ciascuno. Nomadi fino a quando la strada farà l’ultima svolta e attraverso il grande portale entrerà nell’eterno, dove finalmente la perfetta comunione con Dio non avrà più tramonto: e, intanto, quella gioia e quell’eterno illuminano tutta la strada e cantano nel cuore di chi sa camminare. Nomadi dall’eterno al tempo, e dal tempo all’eterno. Nomadi perché sospinti da un’insopprimibile nostalgia di Dio» (Giorgio Basadonna, Spiritualità della strada). È bello dunque pensare anche a un Dio nomade. Dio non ha fissa dimora. E quando il Figlio di Dio si è incarnato, durante il suo ministero pastorale non ha avuto una dimora stabile: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’Uomo non ha dove posare il capo…». Dunque, Dio abitava in una tenda, e camminava insieme al suo popolo. Il popolo si spostava, e Dio si spostava con lui. “Io sarò ovunque tu sarai”.

Idolatria del tempio. Quando Dio volle un tempio, segno anche di unità nazionale – non dimentichiamo che c’era un solo Tempio in tutta la Palestina, ed era quello di Gerusalemme, questo anche per evitare che il popolo cadesse nell’idea che: tanti templi allora tante divinità – tramite i suoi profeti non accettò mai che il popolo facesse del Tempio quasi un talismano, un tesoro a se stante, una giustificazione delle proprie porcate. I profeti andavano giù duro nel contestare l’idolatria del tempio: il tempio contava più di Dio. “Il tempio! il tempio!”, e uccidevano, massacravano, bestemmiavano il vero Dio. “Il tempio”! Il tempio!”, e opprimevano i deboli. Vorrei leggere alcune parole del profeta Geremia, capitolo 7, 1-7: «Questa parola fu rivolta dal Signore a Geremia: “Férmati alla porta del tempio del Signore e là pronuncia questo discorso: Ascoltate la parola del Signore, voi tutti di Giuda che varcate queste porte per prostrarvi al Signore. Così dice il Signore degli eserciti, Dio d’Israele: Rendete buona la vostra condotta e le vostre azioni, e io vi farò abitare in questo luogo. Non confidate in parole menzognere ripetendo: Questo è il tempio del Signore, il tempio del Signore, il tempio del Signore! Se davvero renderete buone la vostra condotta e le vostre azioni, se praticherete la giustizia gli uni verso gli altri, se non opprimerete lo straniero, l’orfano e la vedova, se non spargerete sangue innocente in questo luogo e se non seguirete per vostra disgrazia dèi stranieri, io vi farò abitare in questo luogo, nella terra che diedi ai vostri padri da sempre e per sempre». Non vi siete mai chiesti il perché, dopo la sua distruzione da parte dell’esercito di Tito nel 70 dopo Cristo, il Tempio non verrà più ricostruito? E che significato hanno ancora le parole di Cristo alla samaritana: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte (il monte Garizim) né a Gerusalemme adorerete il Padre… Viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità… Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità»?

*omelia dell’11 agosto 2013: Dodicesima dopo Pentecoste: 2Re 25,1-17; Rm 2,1-10; Mt 23,37-24,2. Fonte: http://www.dongiorgio.it/10/08/2013/omelie-2013-di-don-giorgio-dodicesima-dopo-pentecoste/

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agosto 6, 2013

RICCHI E POVERI SECONDO SANT’AMBROGIO

RESTITUIRE AI POVERI IL MALTOLTO E NON ESSERE SERVI DEI PROPRI AVERI

 

Omelia di don Giorgio De Capitani del 4 agosto 2013*

Padre David Maria Turoldo una domenica in Duomo di Milano aveva fatto una predica tremenda contro i ricchi. La borghesia milanese pensò bene di far sentire le sue rimostranze al cardinale. Schuster chiamò a rapporto quel giovane frate servita chiedendogli spiegazioni. Turoldo passò i fogli dell’omelia: il cardinale, dopo averli letti, esclamò: “Ma questa non è farina del tuo sacco. Questa è pura trascrizione da un trattato di Sant’Ambrogio su Nabot.” Per evitare altre eventuali denunce, vi dico subito che ciò che vi dirò non è farina del mio sacco, ma le parole di Sant’Ambrogio, che si trovano nella sua opera “Naboth l’israelita”.

«La storia di Nabot  è accaduta molto tempo fa, ma si rinnova tutti i giorni. Qual è il ricco che non ambisce di continuo alle cose altrui? Qual è il ricco che non aspira a strappare al povero il suo piccolo possesso e a invadere i confini dell’eredità dei suoi antenati? Chi si contenta di ciò che ha? Chi non viene eccitato nella propria cupidigia dal possesso del vicino? Non c’è stato solo un Acab; tutti i giorni Acab nasce di nuovo, e mai si estingue il suo seme in questo mondo… Ah, ricchi! Fino a dove aspirate a portare la vostra insensata cupidigia? Siete forse gli unici abitanti della terra? Per quale ragione voi espellete dai loro possessi quelli che hanno la vostra stessa natura, e rivendicate per voi soli il possesso di tutta la terra? La terra è stata creata in comune per tutti, ricchi e poveri: perché dunque vi arrogate il diritto esclusivo del suolo? Nessuno è ricco per natura, dal momento che questa tutti li genera egualmente poveri; veniamo al mondo nudi e senza oro né argento…

Ricchi indigenti.  La natura non fa distinzioni tra gli uomini, né al momento della nascita né in quello della morte. Tutti allo stesso modo li genera; e tutti, allo stesso modo, li riceve nel seno del sepolcro. Puoi forse stabilire delle classi tra i morti? Forza, scava nei sepolcri, e vedi se ti è possibile distinguere il ricco. Dissotterra una tomba, e vedi se riesci a riconoscere il bisognoso. Forse è possibile fare una distinzione, solo perché, insieme con il ricco, sono molte più cose a imputridire… Tu forse pensi in cuor tuo che, almeno finché sei in vita, possiedi, questo sì, cose in abbondanza. Ah, uomo ricco! Non immagini quanto sei povero e quanto bisognoso divieni, per stimarti ricco! Quanto più possiedi, più desideri. E se anche riuscissi ad acquistarti tutto quanto, seguiteresti nondimeno a essere indigente. Perché, con il lucro, l’avidità brucia sempre più forte, anziché estinguersi. Il ricco è tanto più tollerabile, quanto meno possiede…

E voi, ricchi: togliete agli altri  ciò che posseggono. Questo lo desiderate più ancora che possedere. Vi preoccupate più di spogliare i poveri che del vostro stesso reale vantaggio. Ma perché vi attraggono tanto le ricchezze della natura? Il mondo è stato creato per tutti, e voi, taluni pochi ricchi, vi sforzate di riservarvelo per voi soli. E non è questione solo della proprietà della terra: fino allo stesso cielo, l’aria e il mare, tutto reclamano per il proprio uso tal uni pochi ricchi… Voi, ricchi, tutto strappate ai poveri, e non lasciate loro nulla; e ciò nondimeno, la vostra pena è maggiore della loro… Siete voi in persona, per la vostra passione, a patire tribolazioni pari a quelle della stessa povertà. I poveri, per davvero, non hanno di che vivere. E voi non usate le vostre ricchezze, né le lasciate usare agli altri. Tirate l’oro fuori delle vene dei metalli, ma poi lo nascondete nuovamente.

Fame e condivisione.  E quante vite rinchiudete insieme con quell’oro! lo in persona ho visto come veniva detenuto un povero, per costringerlo a pagare ciò che non teneva; ho visto come lo incarceravano, perché era mancato il vino dalla mensa del possidente; ho visto come metteva all’asta i propri figli, per differire il momento della condanna. Con la speranza di trovare chi lo possa aiutare in questa situazione di necessità, il povero ritorna alla propria casa e vede che non c’è speranza, che ormai non gli resta niente da mangiare. Piange un’altra volta la fame dei suoi figli, e si duole di non averli piuttosto venduti a colui che avrebbe potuto dare loro di che vivere. Ci pensa su ancora una volta, e prende la decisione di vendere qualcuno dei suoi figli. Ma il suo cuore si lacera tra due sentimenti opposti: la paura della miseria e l’affetto paterno. La fame gli reclama il denaro, la natura gli richiede di compiere il proprio dovere di padre. Molte volte ha preso la decisione di andare a morire insieme con i suoi figli, piuttosto che staccarsi da essi. E altrettante volte è ritornato sui suoi passi. Tuttavia, ora ha finito col vincere la necessità, non l’amore; e la stessa pietà ha dovuto cedere dinanzi al bisogno. Dio ti concede la prosperità proprio perché tu non possa accampare scuse di fronte all’obbligo di vincere e condannare la tua avarizia. Ma quanto egli ha fatto sorgere, per mezzo tuo, a vantaggio di molti, tu intendi riservartelo per te solo, o, per meglio dire ancora, intendi perderlo per te solo: poiché tu stesso guadagneresti di più nel condividerlo con gli altri, dal momento che la grazia della liberalità la riceve chi è d’animo liberale…

Partecipi della nostra natura.  Mi replicherai ciò che voi ricchi siete soliti dire: che non si deve soccorrere chi Dio, lui per primo, maledice e vuole che patisca la necessità. E io ti dico che i poveri non sono maledetti, dal momento che sta scritto: “Beati i poveri, perché di essi è il regno dei cieli” (cfr. Mt 5,3). E non del povero, ma del ricco, dice la Scrittura: “Maledetto sia colui che riceve l’interesse per il grano” (cfr. Pr 11,26). D’altra parte, non tocca certo a te giudicare i meriti di ciascuno. Perché è proprio della misericordia non considerare i meriti ma aiutare nel bisogno; soccorrere il povero e non esaminare la sua giustizia. Poiché sta anche scritto: “Beato chi ha cura del bisognoso e del povero” (cfr. Sal 41[40],2). E chi è colui che ne ha cura? Ebbene, è chi ne ha compassione; chi comprende che quello è partecipe della sua stessa natura; chi sa che tanto il ricco come il povero sono stati fatti dal medesimo Dio; chi crede che destinare parte dei propri guadagni per i poveri sia la maniera conveniente di benedirli…

Restituire del suo.  La Scrittura, come dipinge bene i modi di fare dei ricchi! Si rattristano, se non possono rubare l’altrui; cessano di mangiare e digiunano, e non per riparare il proprio peccato, ma solo per preparare le proprie ribalderie. E talora li vedrai pure venire in chiesa, tutti compiti, umili, assidui, per ottenere che i loro delitti abbiano una buona riuscita. Ma Dio dice loro: “Non è questo il digiuno che mi aggrada. Sai qual è il digiuno che io voglio? Sciogliere le catene inique, liberare gli oppressi, spezzare ogni giogo iniquo, dividere il pane con l’affamato, accogliere nella propria casa chi è senza tetto… “. Quanto dai al bisognoso, è un guadagno anche per te stesso. Quanto riduce il tuo capitale, accresce in realtà il tuo profitto. Il pane che dai ai poveri, è esso ad alimentarti. Perché chi prova compassione per il bisognoso, coltiva se stesso con i frutti della propria umanità. La misericordia, la si semina sulla terra, ma è in cielo che germoglia. La si pianta nel povero, ma è in Dio che la si moltiplica… Perché tu, al povero, non dai del tuo, ma semplicemente restituisci del suo. Perché ciò che è comune ed è stato creato per l’uso da parte di tutti, ebbene, di questo, ora tu solo ne stai usando. La terra è di tutti, non soltanto dei ricchi. Ma sono molto più numerosi quelli che non ne godono di quelli che ne sfruttano. Quando tu aiuti, dunque, non dai gratuitamente quel che non sei tenuto a dare, ma ti limiti a pagare un debito…

Servi dei propri averi.  Voi, viceversa, denudate gli uomini e rivestite le vostre pareti. Il povero nudo geme alla tua porta, e tu non ti degni di guardarlo in faccia, preoccupato come sei solamente dei marmi con cui ti appresti a ricoprire i tuoi pavimenti. Il povero ti domanda il pane e non lo ottiene, mentre i tuoi cavalli rodono l’oro del freno sotto i loro denti. Che severo giudizio stai preparando per te stesso, oh ricco! Il popolo ha fame e tu chiudi i tuoi granai. È povero sul serio colui che ha i mezzi per liberare tante vite dalla morte e non lo fa! Le pietre del tuo anello avrebbero potuto salvare le vite di un intero popolo. È il proprietario che deve essere signore della proprietà, non la proprietà signora del proprietario! Ma chiunque usa del patrimonio di cui dispone a proprio arbitrio, e non sa dare con larghezza né ripartire con i poveri, costui è servo dei propri averi, anziché signore di essi. Perché guarda alle ricchezze altrui come se fosse un domestico, e non usa di esse come se fosse un signore».

*Fonte: http://www.dongiorgio.it/03/08/2013/omelie-2013-di-don-giorgio-undicesima-dopo-pentecoste/

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luglio 14, 2013

DATE A CESARE…

IL POTERE E IL SUO RAPPORTO COL DIVINO

di don GIORGIO DE CAPITANI*

Contesto. Uno dei più noti brani del Vangelo contiene le parole: “date a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio” (Mt 22,15-22). Parole che ancora oggi vengono citate con tanta faciloneria, e a sproposito, equivocando sul verbo “dare”. Diciamo subito che anche gli esegeti più esperti concordano sul fatto che sono di difficile interpretazione. Cerchiamo almeno di chiarire alcune cose, a partire dal contesto. Gesù si trova a Gerusalemme, precisamente nel tempio. Siamo ormai alla fine della sua vita terrena. I suoi nemici lo stanno attaccando. Ed è anche lui che provoca, come quando scaccia i cambiavalute dal luogo sacro. Le tensioni aumentano. Fanno di tutto per screditarlo davanti al popolo. Gesù non fugge, ma contrattacca, anche con ironia, con quella superiorità d’animo che gli è propria. Gli chiedono: con quale autorità fai tutte queste cose? Egli risponde ponendo loro un’altra domanda: Giovanni da dove veniva? Dal cielo o dagli uomini? Ed essi non si sentono di rispondere, per paura. Ma non cedono. Ed ecco che cosa ora inventano. La cosa paradossale è che questa volta a porre una domanda tranello sono i farisei insieme agli erodiani. I farisei, “perushim”, erano i puri che consideravano un’umiliazione l’occupazione romana, mentre gli erodiani erano i collaboratori di Erode Antipa, perciò strenui difensori della romanità di Israele. Che strana coppia! Ma, come sappiamo, quando si ha un nemico in comune si mettono da parte dissidi e rancori.

Ipocriti. I finti amici vogliono sfidare Gesù, ma prima di porre la domanda, fanno un elogio sperticato: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno”. Che ipocriti! Cercano di adulare Cristo con queste parole che sanno di incensamento ostentato. Il proverbio dice: “Chi t’accarezza più di quel che suole, o t’ha ingannato, o ingannar ti vuole”. Ed ecco la domanda: “Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito o no pagare il tributo a Cesare?”. Gesù non modera i termini, e risponde smascherando la loro malizia: “Ipocriti!”. Togliete la maschera! Siete in cattiva fede! E continua: “Mostratemi la moneta del tributo”. Ora è Cristo che li mette nel sacco. Chiede una moneta. I farisei, ingenuamente, frugano sotto la tunica e gliela porgono. I puri tengono in tasca una moneta con l’effigie di Tiberio Cesare! Siamo nel tempio, luogo sacro, dove era impensabile far entrare una moneta romana che violava il divieto di immagine e che, perciò, era sostituita con una moneta “neutra” ad uso esclusivo del tempio. Davvero ipocriti. Nelle questioni di principio volano alto e fanno i santerelli, ma nel quotidiano, come tutti, cedono a mille compromessi. Ma senza ammetterlo. Ci sono cascati, ma Gesù non infierisce e gioca con loro. ”Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?”. Gli rispondono “Di Cesare”. Gesù risponde: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Notate subito una cosa: Gesù usa il verbo “restituire” o rendere e non il verbo dare. Il verbo utilizzato non è “didomi”, dare, ma “apo-didomi”, restituire, rendere a qualcuno qualcosa che è suo, che gli spetta, che gli è dovuto.

Il popolo è di Dio, non dell’imperatore. Si chiede don Marco Pedron: «Cosa vuol dire questa frase? I farisei e tutti i giudei avrebbero voluto non restituire a Cesare quello che è di Cesare: avrebbero, cioè voluto non pagare le tasse per l’imperatore, ma non potevano. E, invece, devono farlo. Sì, devono restituire all’imperatore quello che è dell’imperatore (le monete). Ma la questione più vera, per Gesù, è un’altra. Perché a Dio devono restituire quello di cui si sono impossessati (“e a Dio quello che è di Dio”): il popolo. Non solo devono regolare i conti con l’imperatore ma anche con Dio. Si sono impadroniti del popolo, lo hanno condotto in schiavitù con regole false e lo tengono in mano con il pretesto della religione, annunciando un Dio che non è il vero Dio. I ministri di Dio devono rendere conto a Dio di cosa ne hanno fatto di Lui. Perché ridurre Dio ai nostri pensieri o alla nostra testa, è una bestemmia. Gesù li guarda e dice: “Avete ridotto Dio ai vostri schemi e alle vostre regole. Ma Dio non è così”. E dovrete rendere conto. E per assurdo, ma è vero, fu Gesù stesso ad essere condannato di bestemmia (Mc 14,64)». Padre Ermes Ronchi commenta: «Se avessimo fra le mani quella moneta romana, capiremmo molto di più: il profilo dell’imperatore non era un semplice omaggio al cesare di turno, ma indicava la proprietà: egli era il proprietario di quell’oro e chi l’aveva in mano ne era solo un proprietario temporaneo. «Questa moneta appartiene a Cesare, non dovete far altro che restituirla».

Disinnesca la divinità del potere. Ma la profezia di Gesù sorge nella seconda parte della risposta, quando alla questione politica e storica, sul rapporto tra uomo e uomo, risponde conducendoci in profondità, al rapporto tra uomo e Dio. L’iscrizione sulla moneta diceva «al divino Cesare» o «al Dio Cesare». Proprio questa sintesi pericolosa Gesù vuole disinnescare: Cesare non è Dio. «Rendete a Dio quello che è di Dio». Ma che cosa gli appartiene? «La terra, l’universo e tutti i viventi» (salmo 24,1); «io appartengo al Signore» (Isaia 44,5). A Cesare vadano le cose, a Dio le persone. Cesare non ha diritto di vita e di morte sulle persone, non ha il diritto di violare la loro coscienza, non può impadronirsi della loro libertà. A Cesare non spetta il cuore, la mente, l’anima. Spettano a Dio solo. Ad ogni potere umano è detto: Non appropriarti dell’uomo. L’uomo è cosa di un Altro. Cosa di Dio. A me dice: Non iscrivere appartenenze nel cuore che non siano a Dio. Libero e ribelle a ogni tentazione di possesso, ripeti a Cesare: Io non ti appartengo. La risposta di Gesù ha come intenzione quella di allargare il problema: non di teorizzare l’autonomia delle realtà mondane, o la separazione dei poteri, ma quella di prendere le radici stesse del potere e di capovolgerle al sole e all’aria. Per Gesù Dio non è il potere oltre ogni potere, è amore. Non è il padrone delle vite, è il servitore dei viventi. Non un Cesare più grande degli altri cesari, ma un servo sofferente per amore. Tutt’altro modo di essere Dio».

Liberarsi dalla moneta. Massimo Cacciari, filosofo vivente, commentando la risposta di Gesù ai farisei, dice: «L’interpretazione di gran lunga più significativa è quella dei Padri della Chiesa, quella di Origene, quella di Ambrogio, che è quella secondo me giusta. Cosa dicono? Che cos’è di Dio? Cosa dice Origene, che cosa dobbiamo a Dio: … a Dio quello che è di Dio, gli dobbiamo: corpus, anima et voluntas, cioè tutto. Che cosa dobbiamo dare a Cesare? La moneta, ma in che senso gli dobbiamo dare la moneta? Gliela dobbiamo dare perché dobbiamo liberarcene. Per dare tutto a Dio corpus, anima e voluntas, che cosa ci rimane? Dobbiamo liberarci, svuotarci di tutto, di tutto ciò che è possesso, e il discorso della moneta riguarda appunto questo. Il tributo che dobbiamo tributare a Cesare è tutto ciò che ci impedisce di essere tutti di Dio. Così i Padri interpretano la cosa, quindi è una dissimmetria totale, non è una divisione tranquilla di competenze. Se vuoi seguire me – dice Gesù – tu devi dare tutto quello che possiedi, tutto ciò che ti impedisce di seguirmi a Cesare, dallo a lui, a Cesare. Liberati di tutto, ma dice anche di più Origene: quella moneta è segno di malizia, tu devi liberarti dalla moneta che è segno di malizia e devi lasciarla al diavolo. Mentre dice Ambrogio: non puoi essere del Signore se prima non hai rinunziato al mondo, il gesto di tributare la moneta a Cesare è simbolo della rinuncia al mondo. Sentite la radicalità della parola di Gesù, altro che dire: questo è ambito mio, l’altro è ambito tuo, e si potrebbe continuare. Quale è la conseguenza drammatica di ciò? In queste parole si esprime una riserva sul potere politico, che nessun potere politico degno di questo nome potrà mai accettare».

*dall’omelia del 14 luglio 2013: Ottava dopo Pentecoste. Fonte: http://www.dongiorgio.it/13/07/2013/omelie-2013-di-don-giorgio-ottava-dopo-pentecoste/DSC01383Tramonto dietro il monte Palanzone (Triangolo lariano) nel solstizio d’estate dal Monte di Brianza

luglio 7, 2013

QUALE PROFESSIONE DI FEDE

ATTUALITÀ DEL DIO LIBERATORE DI ISRAELE

di don Giorgio De Capitani*

Storia d’Israele. Il primo brano, tolto dal libro di Giosuè, e il vangelo di oggi sono collegati da una specie di patto di fedeltà al Signore, da una professione di fede. Giovanni, alla fine del capitolo 6, narra di una crisi che stava minacciando i discepoli di Gesù. Qual era il motivo? Il Maestro aveva tenuto un duro discorso sul pane della vita che li aveva sconvolti. Alcuni lo abbandonano, ed egli si rivolge ai Dodici apostoli chiedendo esplicitamente: «Volete andarvene anche voi?». Pietro, a nome degli altri, risponde: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il santo di Dio». Ecco la professione di fede. Merita un’attenzione particolare il primo brano della Messa: fa parte del libro di Giosuè. Siamo all’ultimo capitolo, verso la fine della vita del grande condottiero. Non dimentichiamo che Giosuè, successore di Mosè, aveva condotto Israele all’interno della Terra promessa, tra lotte e vittorie, tra sconfitte e alleanze. Si è trattato in realtà di una conquista complessa e lenta, anche se il libro di Giosuè usa toni epici e trionfali. Dopo la conquista della terra di Canaan, c’è stato poi il problema della ripartizione del territorio tra le varie tribù. Il libro si conclude con la solenne assemblea di Sichem, dove tutto il popolo rinnova ufficialmente la sua alleanza col Signore. Da quel momento inizia la storia di Israele nella Terra della promessa.

Sarebbe utile una storia delle professioni di fede contenute nella Bibbia. Che senso avevano queste professioni di fede? Diciamo subito che la professione di fede è la caratteristica di ogni religione, e anche della nostra fede cristiana. La prima professione di fede l’hanno fatta per noi, appena nati, i nostri genitori e i padrini o le madrine. Per questo siamo invitati, man mano cresciamo, a rinnovarla: quando ci accostiamo alla Prima Comunione, alla Cresima, durante la veglia pasquale, e in altre circostanze. C’è poi la Professione di fede dei pre-adolescenti, degli adolescenti, dei giovani. È ormai diventata una moda. Ci chiediamo che valore possano avere nella vita di un ragazzo o di un giovane, o di noi adulti. Anche la politica ha preso dalla religione certi usi e costumi, come organizzare grandi adunanze con lo scopo di rinforzare la fede dei propri seguaci. Famosi i ritrovi dei leghisti a Pontida, tanto per fare un esempio. Si sente il bisogno di ritrovarsi insieme per rinnovare la propria fede nel partito. E si ricorre anche a riti ancestrali di carattere religioso. La professione di fede politica diventa allora come una specie di collante, un sostegno anche psicologico, un bisogno di ricaricarsi. Si giura fedeltà al proprio leader. Succede anche nella Chiesa, con le grandi giornate mondiali della gioventù, o con i convegni annuali dei giovani in varie città del mondo. Si sente il bisogno di vedersi anche fisicamente, per contarsi, per confrontarsi, per ri-udire una parola forte del leader carismatico.

Ma servono veramente le professioni di fede, laiche o politiche o religiose? È sufficiente il solo vedersi, il solo contarsi, constatare di essere in tanti? Che cos’è la fede in un ideale politico o religioso? Prima ancora: esiste un ideale politico o religioso? Che cos’è questo ideale? Torniamo alle professioni di fede che troviamo nei primi libri della Bibbia. Il primo Credo è contenuto nel libro del Deuteronomio 26,5-10, ed è così formulato: 1) «Mio padre era un Arameo errante; scese in Egitto, vi stette come un forestiero con poca gente e vi diventò una nazione grande, forte e numerosa». 2) «Gli Egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù. Allora gridammo al Signore, al Dio dei nostri padri, e il Signore ascoltò la nostra voce, vide la nostra umiliazione, la nostra miseria e la nostra oppressione; il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente e con braccio teso, spargendo terrore e operando segni e prodigi». 3) «Ci condusse in questo luogo e ci diede questa terra, dove scorrono latte e miele. Ora, ecco, io presento le primizie dei frutti del suolo che tu, Signore, mi hai dato». 

Dio che libera. Commenta in modo chiaro Antonio Marangon, docente di Sacra Scrittura: «Come si vede, in questo testo non è contenuta la professione di fede in Dio creatore, come nella nostra professione di fede cristiana. Ma bisogna osservare che la prima professione di fede degli Israeliti è rivolta al Dio che libera dalla schiavitù egiziana e che dona la terra. Quella nel Dio creatore è una professione di fede che verrà esplicitata più tardi, a contatto con la cultura greca, che mostrava un profondo interesse filosofico e religioso verso il problema delle origini dell’uomo e del mondo. La fede del popolo biblico, infatti, è profondamente radicata negli atti salvifici del suo Dio e l’esodo costituisce l’intervento decisivo di Dio nella storia d’Israele. È nell’esodo, più che nella storia dei patriarchi, che Israele riconosce le radici della sua realtà di popolo scelto e amato da Dio. La fede di questo popolo non è perciò formulata attraverso astratte enunciazioni ma, come è attestato nei suoi “Credo”, è ispirata alle gesta compiute da Dio nella storia, che viene così trasformata in “storia di salvezza”.

Più politica che religione. Non so se interpreto giustamente queste riflessioni di Marangon aggiungendo che i “credo” che troviamo nella Bibbia hanno un carattere specificatamente politico-religioso, più politico che religioso, intendendo per politica l’intervento di Dio nella storia umana. Gli Israeliti non avevano di Dio una concezione filosofica, ma reale, concreta, esistenziale. Anche quando il Signore si è rivelato a Mosè sul monte Oreb, si è subito presentato con queste parole: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù». E alla domanda di Mosè: “Qual è il tuo nome?”, Dio risponde: «Io sono colui che sono!», intendendo però dire: “Io sono presente, sarò sempre presente ovunque tu sarai”. Non è dunque una definizione filosofica di Dio. Dio è colui che è vicino al suo popolo.

Contesto cultuale. Antonio Marangon fa notare un’altra cosa interessante. Il contesto del “Credo” che si trova nel Deuteronomio, che abbiamo sopra citato, è liturgico. Si recitava nella liturgia annuale dell’offerta delle primizie. Capite allora perché ho detto che le professioni di fede presso gli Israeliti avevano un carattere politico-religioso, forse sarebbe meglio dire: politico-liturgico. «Infatti è celebrando le sue feste che il popolo biblico ha coscienza di rivivere gli avvenimenti che fondano la sua fede. Il culto si formò in Israele attorno alla memoria storica delle gesta di Jahveh. Per Israele il culto è il momento in cui il popolo diventa contemporaneo dei grandi fatti della storia biblica, dei quali non è stato testimone diretto, ed è il momento nel quale la storia viene interpretata come “storia di salvezza”… Per Israele il Dio della creazione è anche il Dio dell’esodo e del dono della terra. Le “mani” di questo Dio che crea si identificano con il “braccio teso” con cui egli libera Israele dall’Egitto e lo conduce lungo il deserto per introdurlo nella terra della promessa». Anche il “Credo” racchiuso nel testo di Giosuè 24,2-28 (da cui è tratto il brano di oggi) è collocato in una solenne cornice liturgica. Perché c’entra l’aspetto liturgico? La risposta è semplice: l’esodo è stato sperimentato storicamente solo da alcune tribù; l’unico modo per far rivivere tutto Israele anche per l’avvenire è la celebrazione cultuale. Durante tale celebrazione liturgica si ripercorrono i grandi interventi salvifici di Dio: in tal modo tutti i partecipanti ai momenti liturgici commemorativi rinnovano la loro scelta nei confronti di Dio e lo riconoscono ancora come l’unico Dio, che si è rivelato come Dio dei padri, Dio dell’esodo e Dio della terra.

La finalità del culto è quella di rendere attuale il passato e di trasformarlo in memoria viva per il credente. Qui le cose da dire sarebbero tante. Solo qualche domanda: come viviamo il culto cristiano? come partecipiamo alle assemblee liturgiche? che significa celebrare le grandi opere di Dio del passato? come renderle attuali? che senso dare alla parola “salvezza”? l’esodo per il popolo ebraico era tutto: la liberazione dall’Egitto, per noi cristiani come intendere la parola liberazione? Infine: quali sono gli idoli di oggi? che significa restituire a Dio il suo primato? Il primato di Dio non siamo forse noi: la nostra coscienza, la nostra libertà, la nostra dignità umana? Anche Dio può diventare un idolo, ovvero l’immagine di qualcosa che ci creiamo noi e che noi chiamiamo dio. La religione che cos’è, se non la creazione di un dio fatto su misura di un certo potere, con qualche contentino concesso al popolo? Per questo la religione è la forma peggiore di idolatria. In fondo, l’a-teo chi è? Non è colui che rifiuta il dio-idolo della religione? In questo sento tutti dovremmo sentirci a-tei, rifiutando il dio creato da noi.    

*Omelia del 7 luglio 2013: Settima dopo Pentecoste (Gs 24,1-2a.15b-27;  1Ts 1,2-10; Gv 6,59-69) fonte: http://www.dongiorgio.it/06/07/2013/omelie-2013-di-don-giorgio-settima-dopo-pentecoste/

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giugno 19, 2013

CURARE LE CAUSE PROFONDE DELLA CRISI

UNA FIDUCIA ECCESSIVA NELLA TECNICA, CHE CI ALLONTANA DALLA REALTÀ, DALLA TRADIZIONE E DAI VALORI UMANI

da una lezione del prof. Mauro Magatti*

La fiducia  è un fattore essenziale nella società moderna, e può illuminarci sugli avvenimenti riguardanti l’attuale crisi mondiale. Come è noto, le prime avvisaglie si sono manifestate negli Stati Uniti nel 2007, con l’insolvenza di alcune banche americane. In precedenza, disponendo di molta liquidità, avevano erogato mutui per l’acquisto della casa anche a persone povere, disoccupate e facilmente insolventi, confidando in un complesso sistema di ripartizione e riassicurazione dei rischi. I debiti a rischio (subprime) venivano inseriti, assieme ad altri debiti di buona qualità, in titoli complessi, i quali a loro volta venivano raggruppati in titoli ancora più complessi, e così via, fino a rendere pressoché impossibile una loro valutazione. Una debolezza congiunturale, con diversi casi di disoccupazione, ha reso manifestamente insolventi molti mutuatari, costringendo le banche a vendere le loro case (ipotecate). L’aumento dell’offerta di case ne ha determinato il crollo del valore di mercato, anche al di sotto del loro valore iniziale. Così diverse banche sono arrivate all’orlo del fallimento, e alcune sono state lasciate fallire, in omaggio alla dominante ideologia liberista.

Infarto.  Questo però ha gettato il panico nel mondo finanziario e Obama ha capito che era il caso di intervenire pesantemente per evitare danni ancor peggiori. Infatti la crisi si è manifestata come un infarto che ha colpito il cuore della finanza mondale: Wall Street. Una cosa gravissima, che rischiava di far crollare tutto il sistema finanziario ed economico del globo. Questo era basato su un’enorme quantità di debiti, nonché su una spregiudicata esposizione delle banche, rispetto ai depositi, alla ricerca di guadagni sempre più alti e rapidi. Un infarto gravissimo che poteva portare alla morte del malato – cioè di tutti noi. L’infarto è stato fermato con un farmaco salvavita, cioè stampando qualcosa come 800 miliardi di dollari: avevano essenzialmente la funzione di ristabilire la fiducia nella gente, specificamente la fiducia che lo Stato americano fosse in grado di controllare la situazione, fosse il pagatore di ultima istanza.

Europa.  Poi la crisi è arrivata in Europa, dove però non c’è uno Stato unico, come quello americano. Difficoltà e problemi sono stati maggiori e più complessi: si sono avute speculazioni finanziarie persino contro l’euro; la liquidità erogata come farmaco salvavita è stata probabilmente ancor più abbondante che in America. Sostanzialmente si è avuta la contrattazione tra la Germania e i paesi del Sud (PIGS, sinonimo di maiali, o meglio PIIGS se si include anche il nostro paese). Facile comprendere chi ha avuto la meglio: il colosso tedesco, con la politica del rigore, contrapposta a quella interventista di ispirazione keynesiana. Tuttavia alla fine si è avuta la dichiarazione di Draghi che la BCE sarebbe comunque intervenuta in ultima istanza: sempre per ristabilire quel fattore fondamentale che si chiama fiducia.

Per superare un infarto  non basta somministrare un farmaco salvavita: bisogna curare l’organo cardiaco (chirurgicamente se necessario) e soprattutto modificare gli stili di vita (spesso caratterizzati da incongrui stili alimentari, ricchi di cibi-spazzatura). Fuor di metafora bisogna scoprire le motivazioni di fondo della crisi, strutturali e psicologiche, prima dell’evento finanziario che l’ha fatta scoppiare (ampia documentazione in CRISI ECONOMICA). Qui ci soffermiamo su un aspetto soltanto. Cos’è che ha spinto le banche a indebitarsi anche con persone facilmente insolvibili? Una eccessiva fiducia in uno strumento tecnico (l’inserimento dei loro crediti in titoli complessi e la loro vendita a ignari risparmiatori). Ma la stessa deregulation economica e finanziaria, che è all’origine della crisi, cos’è se non la fede che questo strumento tecnico anonimo che è il mercato sarà in grado di risolvere tutti i nostri problemi collettivi a prescindere da ogni volontà politica?

Fede nella tecnica:  si tratta di un fattore che possiamo riscontrare anche in altri campi della nostra modernità. Si pensi al riscaldamento climatico e ai rischi di irreversibilità: perché mai politici, imprese, gente comune non prendono sul serio questo pericolo? Per l’esistenza, più o meno inconscia, della fiducia che la tecnica sarà in grado di risolvere il problema quando sarà diventato grave. Così per l’energia atomica e lo smaltimento delle scorie. Un cenno particolare merita la bioetica, dato che la tecnica sarà sempre più applicata anche al nostro corpo. Gli ospedali si stanno trasformando in strumenti dove si entra con dei difetti e se ne esce messi a nuovo, grazie alla tecnica. Quella sanitaria è però una tecnica che più si sviluppa, più crea la propria domanda: in Italia la sanità rappresenta circa il 12% del PIL, negli Stati Uniti quasi il doppio: il 20%. Per evitare che la sanità diventi ingovernabile, oppure privilegio dei soli ricchi, si dovranno mettere in atto strumenti di prevenzione primaria, come l’adeguatezza della dieta: tornando, ad es. alla dieta della nostra tradizione: quella mediterranea. “Custodire la tradizione non è adorare le ceneri, ma trasmettere il fuoco”, diceva Malraux. Anche nel campo della salute la fede nella tecnica – che spesso assomiglia a una vera e propria fede religiosa – rischia di essere malriposta.

Il dogma  che sta dietro la nostra società tecnologica è che tutto ciò che è reso possibile dalla tecnica è di per sé legittimo. Così si è creato un sistema tecnico globale che si autogiustifica e che, alla fine, prescinde dalla realtà. Per questo si sono ignorati i limiti dello sviluppo – di ordine sociale, ambientale… – ci si è allontanati dai valori umani, dalle tradizioni, le radici ecc. Ed ecco l’esito: la crisi economica, dovuta essenzialmente all’avidità e imprevidenza del mondo finanziario, viene pagata in ultima analisi dai più deboli: giovani, lavoratori anziani, paesi e aree depresse… Tuttavia la crisi potrà avere un risvolto positivo se ci richiamerà ad anteporre l’umanità all’economia. Bisogna rifare quello che ha fatto Keynes nel secolo scorso: ricollegare l’economia alla società.

*dal titolo: La grande contrazione. I fallimenti della libertà e le vie del suo riscatto; 9 febbraio 2013, corso di formazione alla politica dei Circoli Dossetti. Testo non rivisto dal Relatore. Fonte: http://www.dossetti.com/corso/corso%202013/201304magatti.html

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giugno 16, 2013

GUARDIANI PER VOCAZIONE

COMMENTO ALL’EPISODIO DI CAINO E ABELE

 

di don Giorgio De Capitani*

Contesto.  Diciamo subito che l’episodio di Caino e di Abele, narrato nel libro della Genesi all’inizio del capitolo 4, è uno tra quelli che sono rimasti più vivi nella storia dell’umanità. Ha ispirato l’arte in genere: poeti, artisti, musicisti. Il primo assassinio è diventato l’emblema di quella catena di sangue che attraversa nei secoli la storia umana. Con il nome di Abele o di Caino sono sorte Associazioni: “Gruppo Abele” fondato nel 1965 a Torino da don Luigi Ciotti, oppure “Nessuno tocchi Caino” contro la pena di morte. Anzitutto, vediamo il contesto. L’autore sacro ha preso un fatto realmente capitato (l’omicidio di un fratello) e l’ha riportato alle origini dell’umanità, per dargli così una portata universale: dopo la lotta dell’uomo contro Dio, ecco la lotta dell’uomo contro l’uomo. Chiaramente il racconto suppone una civiltà già evoluta, un culto, altri uomini che potrebbero uccidere Caino, tutto un gruppo che lo proteggerà. Del resto la parola “figlio” nella Bibbia sta a indicare “discendente”: la parola “generazione” suppone una catena genealogica da non intendere in senso stretto. Altra cosa. Non si esclude che il racconto primitivo e popolare di Caino e Abele rappresentasse l’antagonismo tra la cultura agricola dei sedentari e quella pastorizia dei nomadi. Con la maledizione del coltivatore che viene ripudiato dalla terra, diventata sterile, e condannato a farsi vagabondo, si voleva forse difendere la pastorizia sopraffatta dall’agricoltura.

Insegnamento.  Però l’autore sacro cosa fa? Spoglia il racconto di questo eventuale significato primitivo e, inserendolo nel proprio contesto storico-religioso, se ne serve per esprimere il suo insegnamento che è prettamente religioso e morale. Ed è questo insegnamento che a noi interessa approfondire. Senza soffermarmi troppo sulla esegesi, che richiederebbe troppo tempo, vorrei farvi notare almeno alcune cosette. I nomi, anzitutto. Il nome Caino, che ancora oggi richiama subito qualcosa di losco, è fatto risalire alla preghiera della madre: “Ho acquistato un uomo dal Signore”. Il verbo ebraico “acquistare” (qanah) suona come il nome Caino. Quindi il senso del nome Caino è di per sé positivo. Il nome Abele invece è più triste: in ebraico hebel (da cui Abele) significa “respiro” “alito” e ritorna spesso nel libro del Qoelet: “Tutto è hebel”, tutta la realtà è inconsistente, è un “soffio”, come un fumo. Abele, dunque, non è un nome proprio ma un nome comune, che ha pertanto una valenza simbolica.

Accogliere la diversità.  Il racconto dell’omicidio è espresso in poche parole, neppure un versetto. L’interesse del racconto non è sull’omicidio in sé ma su ciò che lo precede e su quello che segue. Innanzitutto qual è la causa del delitto? L’omicidio sta nel fatto che non si accoglie la diversità dell’altro, Caino frustrato non accetta Abele gratificato. Caino rifiuta di avere un fratello e di essere fratello. Caino (“Non lo so”) ha cancellato il fratello dalla realtà della sua mente (“sono forse il custode di mio fratello?”). Abele, che non ha mai parlato, una volta ucciso, fa sentire la sua voce: “la voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo”. È la voce del violentato che esige giustizia. La terra (l’uomo è il “terrestre” che è fatto di terra) è profanata. Vorrei ora fare alcune considerazioni. Mi faccio aiutare anche questa volta da don Angelo Casati, un prete ambrosiano che ho già citato qualche domenica fa.

Sangui.  «… “Dov’è Abele, tuo fratello?”. Una domanda che doveva essere di voce possente, una forza da tuono, per passione! Perdonate l’esegesi fantasiosa. Perché di tuono? Perché doveva, per essere udita, superare in quell’ora il grido della voce dei sangui che saliva dalla terra. “Dei sangui” è scritto, al plurale: “la voce dei sangui di tuo fratello è giunta fino a me”. La voce aveva compiuto, in un baleno di minuto, il tragitto più lungo che esista, dalla terra al cielo, e ancora gridava. A Dio. Ripeto, in ebraico “la voce dei sangui” e dunque quel sangue, quello di Abele, era plurale, sposato ai gridi di sangue, che sarebbero saliti nella storia, dalla terra. E non solo dalla terra, anche dai cieli e dai mari, anche dal nostro mare, che ha cancellato il suo nome di mediatore fra le terre, mare mediterraneo. Mare da cui viene ancora grida per sangue, per soffocamento di sangue. E Dio alla difesa dei sangui, a chiedere conto dei sangui. Quel giorno Caino sopra la voce dei sangui udì, a domanda, la voce di Dio: “Dov’è Abele tuo fratello?”. Udì la domanda. Mi chiedo, e vorrei sperarlo, se la voce di Dio oggi riesce a superare in forza i gridi dei sangui e a chiederci ragione: “Dov’è Abele, tuo fratello? Dimmi dov’è!”… ».

Occhio di riguardo.  «È scritto che il Signore guardò ad Abele e alla sua offerta, ma a Caino e alla sua offerta non guardò. Difficile da interpretare. Quasi impossibile e defatigante attraversare il mare delle mille interpretazioni. Forse potremmo pensare, e dovremmo allora trarre le conseguenze, che Dio deve avere uno sguardo particolare per un uomo se è un soffio, se è un povero debole soffio, avere un occhio di riguardo per il più debole, quello che rischia in vita. Come fanno padri e madri per il figlio debole, come non fa la nostra società. Ma lo fa la chiesa? Avere un debole, un occhio di riguardo come lo ha Dio, per l’orfano, la vedova, lo straniero, quelli che non esistono come diritto, come uomini, tanto meno come fratelli. Glielo abbiamo scippato il nome, esistono come nomi generici: gli immigrati, i precari, i poveri, i diversi, ma non come uomini, non come fratelli. E Dio dalla loro parte, perché gli altri, vedete, si difendono da sé, hanno chi li difenda, questi no. Dio dalla loro parte. Per pareggiare…

Mettersi nei suoi panni.  «La domanda viene a noi: “Sappiamo dov’è Abele?”. Ma, lasciatemi dire, la domanda non è una domanda geografica. È una domanda che chiede conto, non di un luogo, ma di una condizione. In che condizione, lo sai in che condizione è quel soffio di uomo? Lui è un nome vuoto se non lo collochi nella realtà della sua situazione, se non lo vedi in situazione. Quante volte il prossimo è un nome, facciamo discorsi generici. Facile essere guardiani di nomi vuoti, di cui riempiamo dichiarazioni e documenti. Mentre la situazione, il “dov’è dell’altro” grida, è voce di sangue. Quante volte lo dimentichiamo! Mettiti nei suoi panni. È come se dimenticassimo che l’altro ha pensieri, ha cuore, ha sentimenti, ha un corpo, ha bisogno di sperare, di mangiare, di godere, di amare, di vivere come noi. Ha la tua dignità. Amalo. È come te… A volte mi rimane l’impressione che certe parole dell’evangelo le abbiamo come esiliate, o scolorite, slavate, tra queste la parola “fraternità”. Quando lo avverto, ho un attimo di sospensione. Come la domenica quando mi rivolgo all’assemblea e dico “fratelli e sorelle carissimi”. E che cosa sai di loro? Sai dove sono? »

Invisibili i poveri.  «“Sono forse il guardiano di mio fratello proprio io?”. Pensate, è come se Caino l’avesse cancellato dagli occhi! Non se ne dovevano occupare gli occhi. Dunque è anche una questione di occhi. Essere guardiani o se volete custodi significa, in primis forse, non permettere che quel soffio d’uomo sia cancellato dai tuoi occhi. Timothy Radcliffe, che per anni fu a capo dell’Ordine dei Domenicani, in un suo commento a come vanno le cose oggi, ha scritto: “Tutte le società rendono visibili certe persone e ne fanno scomparire altre. Nella nostra società sono ben visibili i politici e le star del cinema, i cantanti e i calciatori, che si presentano continuamente in pubblico, sui cartelli pubblicitari e sugli schermi televisivi. Ma rendiamo invisibili i poveri. Essi non compaiono nelle liste elettorali. Non hanno volto né voce. Nemmeno gli immigrati illegali possono permettersi visibilità: se non hanno i documenti a posto, devono cercare di non dare nell’occhio. Devono apprendere l’arte di mimetizzarsi. Quando il papa andò a visitare la Repubblica Dominicana, il governo fece costruire un muro lungo il tragitto, dall’aeroporto al centro città, per impedirgli di vedere le baracche dove vivevano i poveri. La gente adesso lo chiama “il muro della vergogna”. E noi, abbiamo il coraggio di guardare i nostri poveri e di lasciarci commuovere da loro? Quali muri della vergogna costruiamo nella nostra società per nascondere i poveri?” ».

L’amore nasce dal rapporto diretto.  «Guardate che questo fatto è una parabola, parabola inquietante di come vanno le cose. Come possiamo dirci guardiani o custodi, se non distruggiamo i muri, cioè le distanze, se visitiamo da lontano, non a millimetro di occhi e di viso e di voce? Se visitiamo dai palchi? Diceva in una sua intervista anni fa Ermanno Olmi: “Non si può amare un bosco, se lo si vede solo come una fabbrica di ossigeno. L’amore nasce da un rapporto diretto e c’è un solo modo per conoscere la foresta: inginocchiarsi e guardarla da vicino”. Forse potremmo continuare all’infinito: c’è solo un modo per conoscere Dio, per conoscere una donna, un ragazzo, una città, un fratello, un uomo per il semplice fatto di essere un uomo …: “inginocchiarsi e guardarli da vicino”. Guardare da vicino e diventare guardiani! O, se volete, ricordarci di essere guardiani dell’altro. Per vocazione guardiani. Perché per legatura di nozze, al nostro nome oltre che il nome di fratello, legato è anche il nome di guardiano. Quasi una professione. Qual è la tua professione? Sono guardiano. Di volti e di popoli».

*Omelia del 16 giugno 2013: Quarta dopo Pentecoste. Fonte: http://www.dongiorgio.it/15/06/2013/omelie-2013-di-don-giorgio-quarta-dopo-pentecoste/

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