Brianzecum

febbraio 16, 2014

CORRUZIONE, COME TOGLIERCI LA MAGLIA NERA

SCARSA ATTENZIONE ALLE DIVERSE FORME DI CORRUZIONE. NECESSARIO RINNOVATO IMPEGNO COMUNE

di Stefano Micossi,  La Repubblica del 10-2-2014, suppl. Affari e finanza, pag. 10, sez. Commenti

Quale corruzione. Il primo Rapporto della Commissione europea contro la corruzione – pubblicato a Bruxelles il 3 febbraio scorso (documento COM(2014) 38) – ha avuto vasta e meritata eco non solo in Italia, ma nell’Europa intera. La sua principale conclusione è che in gran parte dei paesi membri vi sono strumenti legali e istituzioni per prevenire e combattere la corruzione, ma che tali strumenti sono applicati con intensità variabile. Va sottolineata la definizione di corruzione data nel Rapporto, che va oltre la richiesta o il pagamento di “mazzette”: è corruzione qualunque abuso di potere per beneficio privato, dove privato si riferisce a individui, ma anche a organizzazioni collettive, come partiti e sindacati. Tanto per fare esempi concreti da casa nostra, rientrano in questa definizione sia l’assegnazione di appalti ad imprese “amiche”, come con vari trucchi continuano a fare in maggioranza gli amministratori di regioni, ASL, province e comuni, sia la nomina di persone “espressione” di partiti e sindacati nelle amministrazioni, le aziende pubbliche (ultimo clamoroso esempio, l’INPS, occupato militarmente da esponenti sindacali) e persino le autorità indipendenti (penso al braccio di ferro che obbligò Monti a nominare due esponenti di partito nella neo-nata autorità “indipendente” dei trasporti). Rispetto a questi fenomeni, la discussione pubblica sui costi diretti della politica – la numerosità delle assemblee elettive piuttosto che le province da abolire – si concentra sulla punta dell’iceberg. L’iceberg essendo costituito dall’occupazione sistematica di tutte le amministrazioni e aziende pubbliche da parte di politici e sindacalisti, producendo distorsioni e costi giganteschi che sono la prima ragione della stagnazione economica italiana.

Prevenire e reprimere. Sappiamo già che nel confronto europeo l’Italia esce male, con livelli di corruzione percepita e accertata tra i più elevati. Quel che i commenti hanno finora trascurato sono i suggerimenti e le raccomandazioni del Rapporto su come migliorare la situazione. Da questo punto di vista, il Rapporto distingue le norme per la prevenzione della corruzione nell’amministrazione da quelle per la loro repressione penale: sul primo fronte il nostro quadro normativo risulta piuttosto avanzato, ma la politica e le amministrazioni s’industriano per ritardarne l’applicazione; sul secondo fronte, esistono serie lacune normative da colmare. In effetti, le norme contro la corruzione promosse del governo Monti (con la legge 6 novembre 2012 n. 190) creano presidi in tutte le amministrazioni, obbligandole ad adottare piani anticorruzione (con regole rafforzate di trasparenza su appalti e nomine), e introducono regole di integrità più stringenti per le cariche pubbliche elettive (presidiate da nuove norme di incandidabilità e decadenza dalle cariche elettive). Per ora però le norme sono scarsamente applicate, né si vede alcuna spinta politica a farlo.

ANAC. C’è anche un’autorità anti-corruzione, l’ANAC, ma essa per ora langue senza poteri (e anche senza il presidente); se si volesse fare sul serio, l’azione dell’ANAC potrebbe essere irrobustita con decreti ministeriali o del presidente del consiglio, dato che si tratta di attuare norme in vigore. Invece, viene definito debole e formalistico il quadro di controllo sul finanziamento dei partiti, nonostante il recente decreto; qui ovviamente sono massime le resistenze, ma c’è ancora parecchio da fare anche sul piano normativo (intanto, il disegno di legge sul finanziamento dei partiti annaspa in parlamento). Il Rapporto propone anche di dare alla Corte dei Conti poteri ispettivi, simili a quelli di altre autorità (Antitrust, Consob, ecc.) nei confronti di tutti i soggetti che spendono denaro pubblico.

Campagna di moralizzazione. Sul fronte penale, il Rapporto individua serie lacune normative (peraltro, largamente coincidenti con quelle già ben identificate nel sito Piattaforma per la Giustizia, a suo tempo promosso dal Presidente del Senato Grasso): l’Italia non ottempera ai requisiti in materia di contabilità (falso in bilancio e obblighi di revisione), previsti dalle convenzioni penale e civile del Consiglio d’Europa sulla corruzione. Lo spacchettamento del reato di concussione ne ha reso l’applicazione aleatoria, invece che rafforzarla. Il codice penale non contempla il reato di auto-riciclaggio, il riciclaggio compiuto dal percettore dei proventi di attività criminose; il Senato è al lavoro, ma senza molta fretta. Le norme sulla prescrizione fanno decadere troppi procedimenti (ma si dovrebbe anche accrescere l’efficienza del sistema giudiziario). Simili richieste all’Italia sono presenti nelle Raccomandazioni del Consiglio europeo all’Italia nell’ambito del semestre europeo, che sono legalmente vincolanti. Ovviamente, quel che servirebbe come il pane, e che finora è mancato, è un’iniziativa politica forte del governo su tutte le raccomandazioni del Rapporto; così come servirebbe una campagna interna di moralizzazione di partiti e sindacati, centrata sull’annuncio della fine dell’occupazione a fini privati delle pubbliche amministrazioni e delle aziende pubbliche. Se ciò accadesse, Grillo e i suoi scalmanati sparirebbero dalle nostre assemblee elettive.

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gennaio 28, 2014

VIOLENZA: NON AVRAI ALTRO DIO

ACCUSA DI VIOLENZA AL MONOTEISMO CRISTIANO E DIFESA CATTOLICA, CHE PECCA DI SCARSA UMILTÀ

di Vito Mancuso, La Repubblica 21-1-2014 pag.45

Monoteismo violento. La Commissione Teologia Internazionale (Cti) è un organismo di 30 teologi di ogni parte del mondo scelti dal Papa in quanto «eminenti per scienza, prudenza e fedeltà verso il Magistero della Chiesa» con l’incarico di «studiare i problemi dottrinali di grande importanza» (così gli statuti ufficiali). Pochi giorni fa è stato pubblicato su Civiltà Cattolica l’ultimo suo lavoro, disponibile anche nel sito della Santa Sede, dal titolo: Dio, Trinità, unità degli uomini. È però il sottotitolo che chiarisce l’argomento: Il monoteismo cristiano contro la violenza. Lo scritto prende infatti spunto da una tesi sempre più diffusa in Occidente secondo cui vi sarebbe «un rapporto necessario tra il monoteismo e la violenza», con la conseguenza che il monoteismo, prima considerato la forma più alta del divino, ora viene ritenuto potenzialmente violento. Le religioni monoteistiche sono ebraismo, cristianesimo e islam, ma secondo la Cti è soprattutto il cristianesimo a essere sotto tiro da parte di ampi settori dell’intellighenzia occidentale definiti «ateismo umanistico, agnosticismo, laicismo», i quali invece risparmierebbero l’ebraismo per rispetto della shoà e perché privo di proselitismo, e legherebbero l’intolleranza islamica più a motivi politici che teologici. Il che per la Cti dimostra l’aria anticristiana che tira in occidente, ingiustificabile anche alla luce del fatto che è proprio il cristianesimo la religione che oggi cerca di più il dialogo con la cultura laica. A favore del monoteismo la Cti propone la tesi opposta secondo cui «la purezza religiosa della fede nell’unico Dio può essere riconosciuta come principio e fonte dell’amore tra gli uomini». Ribalta quindi l’equazione: non monoteismo = violenza, bensì monoteismo (trinitario) = amore universale. Con la logica conseguenza che «l’eccitazione alla violenza in nome di Dio è la massima corruzione della religione».

Gli argomenti presentati a sostegno sono molteplici. In primo luogo si contesta l’idea secondo cui il politeismo sarebbe più tollerante, visto che la persecuzione ellenista contro gli ebrei e quella romana contro i cristiani indicano il contrario. Ma è soprattutto il cuore del cristianesimo a mostrare come dall’insegnamento e dalla vita di Gesù non può che scaturire un umanesimo non violento per cui la rivelazione cristiana «consente di neutralizzare la giustificazione religiosa della violenza sulla base che si evoca «un atteggiamento di conversione permanente che implica anche la parresia (ossia la coraggiosa franchezza) della necessaria autocritica», ma invano si cerca tra i 100 paragrafi del documento almeno un esempio di tale parresia. Al contrario l’argomentare si risolve spesso in una concatenazione di pensieri speculativi con un linguaggio non sempre limpido e perspicuo.

Le lacune. Oltre all’insufficienza a livello storico, in sede concettuale le lacune sono soprattutto tre: 1) la violenza nella Bibbia viene considerata solo per l’Antico Testamento senza mai menzionare il Nuovo, dove pure è presente, si pensi all’Apocalisse e ad alcuni passaggi di san Paolo, con la conseguenza di riprodurre la contrapposizione «Dio di Gesù buono – Dio dell’ebraismo cattivo» altrove condannata dalla stessa Cti; 2) non si spiega perché la Chiesa abbia preso congedo dalla violenza solo in tempi relativamente recenti; 3) vi è una problematica considerazione delle religioni non cristiane. Tralasciando per motivi di spazio il primo punto, riguardo al secondo occorre chiedersi perché la Chiesa, che per secoli praticava e giustificava la violenza, ha poi mutato atteggiamento. La risposta è semplice: grazie alle battaglie del mondo laico che, togliendole potere, le hanno permesso di tornare a essere più fedele alla propria essenza. La Cti però non spende una parola su questo, al contrario ripropone la campagna di Benedetto XVI contro il relativismo, dimenticando il bene che deriva dal prendere coscienza della relatività delle proprie posizioni. Non è dal relativismo, infatti, ma è dal suo contrario, l’assolutismo, che nascono l’intolleranza e la violenza. Il che non significa che il relativismo non abbia i suoi limiti, ma occorre una saggezza disposta a riconoscere il bene e a denunciare il male ovunque siano, anche e soprattutto a casa propria, insegna il Vangelo (Matteo 7,3: «perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?»), mentre tutto ciò nel documento dei teologi prescelti dal Vaticano scarseggia.

Non-violenza orientale. C’è poi il punto sulle religioni non cristiane. Con l’affermare più volte che «la rivelazione cristiana purifica la religione», quale immagine delle religioni non cristiane consegna la Commissione? Scrivendo che la purezza della religione e della giustizia viene dalla fede in Gesù Cristo», quale immagine dei credenti non cristiani propone la Cti? Sembra inevitabile concludere che le religioni senza Gesù siano destinate all’ingiustizia e alla violenza, sennonché la realtà insegna che sono proprio religioni come induismo, buddhismo, giainismo a essere giunte all’ideale della non-violenza (anche a livello alimentare!) secoli prima della nascita di Gesù e millenni prima che vi arrivasse la Chiesa cattolica. L’intento della Cti è più che lodevole, ma su temi tanto delicati la Chiesa di papa Francesco avrebbe meritato un documento diverso, più umile sul passato e più coraggioso sul presente, capace così di vero dialogo con i non cristiani e di smuovere le acque nella Chiesa, invocando al suo interno quella libertà religiosa che ieri la Chiesa negava a tutti, oggi promuove nel rapporto tra credenti e potere politico e domani dovrà giungere a riconoscere in materia teologica, etica e di pratica sacramentale ai singoli credenti se vorrà essere veramente del tutto libera dalla violenza.

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gennaio 26, 2014

VIOLENZA: QUEL GIUSTO EQUILIBRIO TRA CUORE E MENTE

ALLARGAMENTO DELL’ETICA: OGNI ESSERE VIVENTE NON DEVE ESSERE SOLO STRUMENTO

di VITO MANCUSO, La Repubblica 21 gennaio 2014, pag. 45

Vegetarianesimo. Caterina Simonsen, studentessa di veterinaria all’Università di Bologna da tempo seriamente malata, qualche giorno fa su Facebook ha scritto così a favore della sperimentazione animale in ambito medico: «Ho 25 anni grazie alla vera ricerca, che include la sperimentazione animale, senza la ricerca sarei morta a 9 anni». Ha aggiunto di studiare veterinaria «per salvare gli animali», di essere vegetariana, e nel suo profilo mostra una foto che la ritrae mentre bacia il suo criceto di nome Illy. Nel giro di qualche ora ha ricevuto centinaia di messaggi offensivi, tra cui una trentina di questo tipo: «Era meglio se morivi a 9 anni brutta imbecille, io sperimenterei su persone come te»; oppure: «Se per darti un anno di vita sono morti anche solo 3 topi, per me potevi morire pure a 2 anni». Penso sia lecito chiedersi dove siamo finiti e che ne sia ormai della solidarietà umana. Come Caterina Simonsen, anch’io ho scelto di non mangiare più carne, è una scelta che mi fa sentire solidale con la vita, che reputo sacra in ogni sua manifestazione, umana e animale. Anzi, penso che la vita sia sacra già a livello vegetale e che di per sé non si dovrebbero mangiare neppure le patate e le cipolle che sono tuberi e possono generare vita, e infatti i monaci giainisti non le mangiano cibandosi solo di frutti. Ma non basta, occorrerebbe chiedersi se un albero voglia darci i suoi frutti, che non ha certo prodotto per noi, e se raccoglierli non implichi una forma di violenza, per lo meno di quella legata al furto.

Violenza inevitabile. Non a caso Gandhi scriveva che «il consumo dei vegetali implica violenza», aggiungendo però subito dopo: «Ma trovo che non posso rinunciarvi». Da qui il profeta della non-violenza concludeva che «la violenza è una necessità connaturata alla vita corporea». La nostra vita, in altri termini, per esistere si deve nutrire di altra vita che deve necessariamente sopprimere. Per questo nessuno è innocente e nessuno è in grado di stabilire con certezza dove si debba attestare il rispetto per la vita.Tale conclusione sull’alimentazione vale anche per la cura medica: anche qui c’è un’inevitabile dose di violenza, come mostra già il nostro sistema immunitario del tutto simile a un esercito di professionisti senza scrupoli. Si potrebbe obiettare che i batteri eliminati dai globuli bianchi e le cavie su cui viene condotta la sperimentazione nei laboratori non sono la stessa cosa perché i primi sono aggressori e gli altri no, ma io penso che anche i batteri che entrano nel nostro corpo siano innocenti perché fanno solo il loro mestiere senza nessuna intenzione di aggredirci. In realtà la violenza è intrinseca in ogni sistema di difesa: se vuole continuare a vivere, nessun vivente può uscire indenne dalla catena di violenza di cui è impastata la vita, e per questo nessuno ha il diritto di tirare la prima pietra condannando chi mangia carne o chi sostiene la ricerca mediante sperimentazione animale.

Superiorità dell’uomo. Tuttavia dalla catena di violenza di cui è intrisa la vita alcuni esseri umani desiderano emanciparsi, e questo è un nobile ideale che a mio avviso va sostenuto. Nessun altro essere vivente può concepire tale emancipazione, solamente l’uomo lo può, mostrando in questo di essere ben al di là della vita animale. Sto dicendo che gli animalisti, con il loro sostenere un comportamento del tutto privo di violenza verso gli animali e con il loro volere per gli animali gli stessi diritti dell’uomo, mettono in atto un comportamento che li distanzia al massimo dal mondo animale. Nessun animale carnivoro infatti cesserà mai di mangiare carne, nessun animale erbivoro deciderà mai di astenersi dai bulbi e dai tuberi, nessuna specie animale estenderà mai alle altre specie i diritti di supremazia che la natura lungo la sequenza della selezione naturale le ha concesso. A parte quella umana, nessuna specie cesserà mai di seguire l’istinto sotto cui è nata. L’uomo al contrario ha imparato a poco a poco a estendere gli ideali di giustizia a tutti gli esseri umani, compresi quelli dalla pelle diversa, e oggi alcune avanguardie stanno lottando per allargare tali ideali ad altri esseri viventi. Tutto ciò, esattamente al contrario del naturalismo professato da alcuni animalisti, mostra in modo lampante lo iato esistente tra Homo sapiens e gli altri viventi. Se gli esseri umani lottano per estendere agli animali gli stessi diritti dell’uomo non è quindi perché non c’è differenza tra vita umana e vita animale, ma esattamente al contrario perché tra le due vi è una differenza qualitativamente infinita.

Fini, mai solo mezzi. Ponendosi in tale prospettiva di estensione degli ideali di non-violenza anche al mondo animale, Gandhi scriveva: «Aborrisco la vivisezione con tutta la mia anima. Detesto l’imperdonabile macello di vita innocente nel nome della scienza e della cosiddetta umanità, e considero del tutto prive di valore le scoperte scientifiche macchiate di sangue innocente». Per questo, al di là delle ignobili offese a Caterina Sirnonsen che meritano solo l’oblio, io ritengo che nella campagna animalista contro la sperimentazione sugli animali vi sia qualcosa di importante. Si tratta dell’appello a estendere a tutti i viventi l’imperativo categorico della vita etica, formulato da Kant alla fine del Settecento solo in prospettiva antropocentrica: «Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre come fine e mai solo come mezzo». Oggi si tratta di giungere a trattare «sempre come fine e mai solo come mezzo» non solo l’umanità, ma, per quanto è possibile, tutto ciò che vive: gli animali, le piante, i mari, le montagne, il pianeta, il cosmo… tutto dovrebbe essere visto in una prospettiva non utilitaristica ma vorrei dire contemplativa, in cui si contempla la natura delle cose rispettandole per quello che sono e cessando di calcolare solo l’utile che ne viene a noi, per una filosofia ecologica di cui il nostro tempo e il nostro spazio hanno urgente bisogno. Attenzione però alla saggezza del grande filosofo: dicendo «mai solo come mezzo», Kant ricordava che un elemento di strumentalità è sempre connaturato al vivere, nel senso che ognuno di noi in alcune circostanze è anche un mezzo per la vita degli altri. Ciò dovrebbe portarci a quel saggio equilibrio del cuore e della mente che mette al riparo da ogni radicalismo fanatico e che porta ad appoggiare la liceità etica della sperimentazione animale laddove davvero non vi sia altra possibilità per sconfiggere le malattie degli uomini e degli stessi animali.

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dicembre 23, 2013

PAPA FRANCESCO E LA ECONOMIA POLITICA DELLA ESCLUSIONE

TORNANO I TEMI DELLA TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE

CON LA DENUNCIA DELLA VIOLENZA DEL MERCATO

di Leonardo Boff Teologo e Filosofo (traduzione Antonio Lupo)

Nuove barbarie. Chi ascolta i vari interventi del Vescovo di Roma e attuale Papa, si sente a casa e in America Latina. Egli non è eurocentrico, nè romanocentrico e molto meno vaticanocentrico. Egli è se stesso, un pastore che è venuto dalla fine del mondo, dalla periferia della vecchia cristianità europea, decadente e agonica (solo il 24% dei cattolici sono europei); proviene dal nuovo cristianesimo che si è elaborato in oltre 500 anni in America Latina con il suo volto e la sua teologia. Papa Francesco non ha conosciuto il capitalismo centrale e trionfante dell’Europa ma il capitalismo periferico, subalterno, aggregato e socio minore del grande capitalismo mondiale. Il grande pericolo non è mai stato il marxismo, ma la barbarie del capitalismo incivile. Questo tipo di capitalismo ha generato nel nostro continente latino-americano un accumulazione scandalosa di pochi a scapito della povertà e dell’esclusione della stragrande maggioranza del popolo.

Chiarezza della verità. Il suo discorso è diretto, esplicito, senza metafore nascoste, come è abitudine del discorso ufficiale e equilibrista del Vaticano, che mette l’accento più sulla sicurezza e l’equidistanza che sulla verità e la chiarezza della propria posizione. La posizione di Papa Francesco è chiarissima: a partire dai poveri e dagli esclusi, non ci deve essere alcun dubbio che indebolisca questa opzione, che esiste un legame indissolubile tra la nostra fede e il povero (Esortazione n.48). Denuncia con forza che il sistema sociale ed economico è ingiusto nella sua radice (n.59), dobbiamo dire di no a una economia di esclusione e disuguaglianza sociale; questa economia uccide, l’essere umano è considerato, in se stesso, come un bene di consumo che si può usare e poi buttare via, gli esclusi non sono gli sfruttati, ma sono i rifiuti e avanzi (n. 53).

Opzione per i poveri. Non si può negare che questo tipo di formulazione di Papa Francesco richiama il magistero dei vescovi latinoamericani a Medellin (1968), Puebla (1979) e Aparecida (2005), come il pensiero comune della teologia della liberazione. Questo ha come suo asse centrale l’opzione per i poveri, contro la povertà e in favore della vita e della giustizia sociale. C’è un’affinità evidente con l’economista Karl Polanyi, che per primo ha denunciato la Grande Trasformazione (Titolo del libro del 1944), per rendere l’economia di mercato una società di mercato. In essa tutto diventa merce, le cose più sacre e le più vitali. Tutto è oggetto di profitto. Tale società si regge strettamente sulla concorrenza, sull’individualismo e l’assenza di qualsiasi limite. Quindi non rispetta niente e crea un brodo di violenza, intrinseca al modo in cui si è costruita e lavora, duramente criticato dal Papa Francisco (n. 53). Essa ha nutrito un effetto atroce.

Globalizzazione dell’indifferenza. Nelle parole del Papa questa società ha sviluppato una globalizzazione dell’indifferenza; diventiamo incapaci di simpatizzare quando sentiamo le grida degli altri; ormai non piangiamo alla vista dell’altrui dramma, né ci interessiamo a prenderci cura di loro (n.54). In una parola, viviamo in tempi di grande disumanità, crudeltà e mancanza di pietà. Ci possiamo considerare ancora civilizzati se per civilizzazione intendiamo l’umanizzazione dell’essere umano? In realtà, siamo regrediti alle forme primitive di barbarie. Conclusione finale che il Pontefice deriva da questa inversione è che non possiamo più confidare su forze cieche e sulla mano invisibile del mercato (n.204). Così attacca il cuore ideologico e falso del sistema vigente.

Dove cercare alternative? Non in una attesa Dottrina Sociale della Chiesa. Rispettala, ma osserva che non possiamo evitare di essere concreti affinché i grandi principi sociali non diventino semplici generalizzazioni che non chiamano in causa nessuno (n.182). Vai a cercare nella pratica umanitaria del Gesù storico. Non intendere il suo messaggio come regola, ingessato nel passato, ma come fonte di ispirazione che si apre alla storia in continua evoluzione. Gesù è colui che ci insegna a vivere e convivere, a riconoscere l’altro, curare le ferite, costruire ponti, rafforzare i legami e a aiutarci a portare i pesi l’uno dell’altro (n.67). Personalizzando il suo scopo, ci dice: a me interessa far sì che quanti vivono schiavi di una mentalità individualista, egoista e indifferente, possano liberarsi di tali indegne catene e raggiungere uno stile di vita e pensiero più umano, più nobile, più fecondo che nobiliti il suo passaggio su questa terra (n.208). Questo intento è simile a quello della Carta della Terra e che appunta valori principi per una nuova umanità, che abiti con amore e cura il pianeta Terra. Il sogno di Papa Francesco realizza il sogno del Gesù storico, il regno della giustizia, dell’amore e della pace. Non era nell’intenzione di Gesù creare una nuova religione, ma persone che amano, solidarizzano, mostrano misericordia, sentono tutti come fratelli e sorelle, perché tutti figli e figlie nel Figlio. Questo tipo di cristianesimo non ha nulla del proselitismo, ma conquista per l’attrazione della sua bellezza e profonda umanità. Tali sono i valori che salveranno l’umanità.

Leonardo Boff ha scritto: Il Cristianesimo: il minimo del minimo,Vozes 2011.

Fonte: http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/francesco/commenti_1387216398.htm

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dicembre 2, 2013

UN DIO SEMPRE NUOVO CHE CAMBIA PER NOI

L’AVVENTO COME APERTURA TEOLOGICA ALLA SORPRESA

di don Giorgio De Capitani*

Conoscenza che rende infelci. Durante l’Avvento, in preparazione al Mistero natalizio, la Liturgia ci propone quei brani delle Sacre Scritture che possono meglio aiutarci ad accogliere ancora una volta, anche quest’anno, la Bella Notizia, purificando anzitutto la mente da ogni inutile distrazione e da affanni troppo terreni. Dalla mente si passa di conseguenza al comportamento. È chiaro che, se si hanno idee confuse, anche il proprio agire ne risentirà, cioè sarà dettato dalle idee confuse: tuttavia, non è a dire che la chiarezza delle idee basti perché ci comportiamo di conseguenza in modo coerente. L’incoerenza sta proprio qui: nel divario tra il pensiero e l’azione. Io penso in un modo, e poi agisco al contrario. Più la verità mi illumina, più sento l’esigenza di comportami di conseguenza. Sarebbe troppo comodo accontentarci del poco che sappiamo, per evitare di complicarci la vita. Meno so, e più mi sento tranquillo, anche se la mia vita è piatta come la mia mente. Ci sono stati poeti, scrittori e filosofi che hanno affermato che la conoscenza ci rende infelici. Più sappiamo, più soffriamo. La gente comune in pratica si comporta così: preferisce non approfondire troppo la realtà, per soffrire di meno, vivendo perciò senza crearsi troppi problemi di coscienza.

Coerenza. Vorrei precisare meglio che cosa intendo per coerenza. A noi sembra di essere incoerenti, quando cambiamo idea su di una cosa o di una verità. Ma la coerenza non va vista nel suo aspetto statico, ma dinamico. Coerenza non significa che devo sempre rimanere con le mie convinzioni, senza fare un passo ulteriore. Se cambio idea, non per opportunismo, ma perché ho approfondito la verità, oppure perché mi sono accorto che prima ero in errore, allora anche la mia coerenza di vita cambia, perché devo far corrispondere il mio modo di vita alla nuova idea o alla verità che ho approfondito. Ecco in che senso la coerenza è dinamica: è in continua evoluzione, se è vero che sono sempre alla ricerca della verità. Non devo dire: per essere coerente, allora non cambio mai idea, se cambiare idea significa cogliere la Novità. In breve: la coerenza va di pari passo con la conoscenza della verità, e perciò nel mio comportamento mi devo adeguare. Per cui: sono coerente in rapporto al mio convincimento attuale, e non a quello passato. Allora ero coerente in un certo modo, ora lo sono in un altro. Si tratta sempre di coerenza.

Verità dentro di noi. Questo periodo di Avvento è chiamato “forte” dalla Liturgia, proprio perché dovrebbe risvegliare la nostra coscienza, ma la nostra coscienza si risveglia soprattutto dietro la conoscenza della verità. Se mi risveglio dal mio stato comatoso, ma ancora con la mente confusa o annebbiata, a che servirebbe? Non entro in ulteriori discussioni di tipo filosofico o mistico: la verità è già dentro di noi, almeno in parte, oppure, quando nasciamo, siamo come tabula rasa, come una lavagna pulita su cui man mano scrivere qualcosa di vero? Io penso che nasciamo con già dentro la sete d’Infinito, penso che abbiamo già dentro di noi l’immagine del Divino. Non siamo stati creati, come dice la Genesi, “a immagine e somiglianza di Dio”? Che significa? È importante dire queste cose, perché non è questione di essere più o meno laureati, di conoscere sempre più cose, ma il problema vero sta nel creare continuamente occasioni per risvegliare in noi le verità che giacciono dentro di noi come assopite.

L’occasione è l’Avvento, l’occasione è l’ascolto della Parola di Dio, l’occasione anche la lettura di un buon libro, l’occasione è l’incontro magari casuale con una persona eccezionale, l’occasione è la Natura, l’occasione per lo studente è la scuola, ecc. La nostra colpa è quella di sciupare quelle occasioni capaci di risvegliare la coscienza, per toglierla da una specie di assopimento. Quando diciamo: quella omelia mi ha provocato, diciamo una cosa positiva. Quell’omelia mi ha risvegliato, mi ha dato la possibilità di togliere qualche velo dalla mia coscienza assopita. Le solite talora banali e scontate omelie a che servono? Tutti quanti siamo predisposti alla verità: si tratta di eliminare i pregiudizi, gli ostacoli, le pigrizie, le nostre costruzioni mentali. La verità non entra ex-novo dal di fuori, si tratta invece di risvegliarla perché l’abbiamo già dentro di noi. Che significa l’esortazione: “Conosci te stesso”, motto greco iscritto sul tempio dell’Oracolo di Delfi? Conosci te stesso! Sapete qual è la mia preoccupazione, diciamo la mia sofferenza, diciamo la mia rabbia? È constatare con quanta superficialità noi educhiamo i ragazzi, lasciandoli con tanta indifferenza e altrettanta colpevolezza nel loro stato amorfo, quando basterebbe poco: abituarli a sfruttare ogni occasione per risvegliare in loro la consapevolezza di ciò che sono. La parola “e-ducare” che cosa significa? “Ducare” deriva dal latino e vuol dire “condurre”, “trarre”; il prefisso e- deriva dal latino “ex” e vuol dire “fuori da”. Dunque, educare significa aiutare il bambino a tirar fuori dal proprio sé le energie migliori. Un bravo educatore non offre nulla di suo al bambino, ma lo aiuta ad essere se stesso.

Spianare la strada. Passiamo ora a commentare i brani della Messa. Vorrei subito farvi notare una cosa. Sembra che ci sia una divergenza di vedute tra la citazione delle parole di Isaia, riferite all’attività di Giovanni Battista dall’evangelista Luca, e il primo brano, tolto dal libro di Baruc. Isaia e Baruc parlano di una strada da rendere pianeggiante, senza ostacoli, senza avallamenti, senza alture: una strada simile alle vie cosiddette “sacre” o “processionali”, perfettamente rettilinee poste davanti ai templi nell’Antico Vicino Oriente. Mentre per il profeta Isaia è il popolo di Dio a dover rendere pianeggiante la strada, invece per il profeta Baruc è il Signore, che «ha deciso di spianare ogni alta montagna e le rupi perenni, di colmare le valli livellando il terreno, perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio». Più che le prospettive, diversi sono i contesti storici. Quando il Signore vedeva il suo popolo prostrato dal dolore (pensate ai momenti di prova, all’esilio ecc.), allora era Lui a consolarlo, a fare di tutto perché la strada del ritorno a Gerusalemme fosse facilitata. Ma, quando a tornare era il Signore, perché si era apparentemente allontanato per i continui ostinati tradimenti della sua gente, allora il popolo doveva prima pentirsi, comprendere i suoi errori, fare penitenza. E ad ogni tradimento del suo popolo, Dio chiedeva qualcosa in più. Tornava, ma ad una condizione: che il popolo facesse un passo ulteriore. Ad ogni tradimento dell’Alleanza, doveva corrispondere una maggiore consapevolezza dei propri errori, e delle proprie responsabilità. Vorrei chiarire meglio.

Dio è sempre una novità. Chi non sbaglia? Tutti sbagliamo. Dio sa benissimo che siamo deboli, fragili, soggetti a mancanze. Sbagliano anche i santi. Il problema sta nella consapevolezza che siamo deboli, e nella volontà di ravvederci, di rimetterci sulla carreggiata, sulla via del ritorno a Dio. Ma questo comporta una continua verifica del nostro modo di agire, un continuo confronto con Dio stesso, che non rimane sempre identico: è sempre una Novità. Tornare a Dio non significa tornare al Dio di prima, al Dio che conoscevo prima del peccato: Dio non è mai lo stesso; ogniqualvolta torno, Egli mi rivela un aspetto nuovo. In questo senso, se i peccati o gli sbagli servissero a farci scoprire un Dio sempre nuovo, potremmo dire come sant’Agostino: felix culpa.

Cambia per noi. Questo concetto di un Dio sempre nuovo, che rinnova perciò il mio modo di credere e di agire, non è molto presente nel popolo di Dio. Il popolo pecca, si allontana da Dio, e poi per lui Dio è sempre identico, quello di prima. Ai cristiani interessa solo il perdono dei loro peccati, non interessa riscoprire un Dio diverso, dopo ogni ritorno a Lui. Se Dio fosse ogniqualvolta diverso, diciamo più nuovo, capiremmo che anche i peccati, le nostre mancanze assumerebbero un aspetto diverso. Non andremmo a confessare le solite cose: capiremmo che ci sono mancanze finora ignorate. È senz’altro consolante sapere che Dio è la tenerezza, come sta insistendo anche Papa Francesco. Ma non basta dire che Dio è misericordioso. Sì, Dio perdona, ma ci chiede un passo ulteriore. Il problema non è neppure: cercherò di essere migliore, di fare le cose con più amore o con più dedizione, o con più fede, restando però nei soliti schemi religiosi. Il problema è il mio rapporto con Dio: Dio si rivela, ogni giorno che passa, con un volto nuovo. Allora i dubbi che ho del “mio” Dio, a cui ci tengo per tradizione, non sono peccati, tutt’altro: peccati sono invece le mie certezze, le mie abitudini di fede, peccato è tenere sempre lo stesso Dio di prima. Potrebbe sembrare paradossale: quando commetto qualche mancanza, per prima cosa dovrebbe venir meno la certezza sul mio Dio. Ad ogni pentimento sincero, dovrebbero sorgere nuovi dubbi, e i dubbi dovrebbero portare a scoprire un volto diverso di Dio. 

Il nostro impegno in questo Avvento in preparazione al Mistero natalizio in che cosa consiste? Nel ripetere, anche quest’anno, le solite preghiere, le solite attese, magari con più intensità o anche con più fede? La nostra preghiera dovrebbe essere più o meno questa: fa’, o Signore, che il prossimo Natale sia una nuova scoperta del tuo Mistero. Cambierò in meglio, se scoprirò che Tu sei Altro. Altro dal “mio” dio, altro dal dio di una religione che lo ha imprigionato e ingessato. Per dirla con parole più teologiche: il mio impegno in questi giorni non sarà solo di carattere morale, non riguarderà solo il mio comportamento, ma dovrà essere di accoglienza alla Sorpresa. Sono disposto a scoprire qualcosa di Nuovo del Volto di Dio? Questa è la cosa importante. Tutto il resto ne verrà di conseguenza.

*Omelia del 24 novembre 2013: Seconda di Avvento. LettureBar 4,36-5,9; Rm 15,1-13; Lc 3,1-18; fonte: http://www.dongiorgio.it/24/11/2013/omelie-2013-di-don-giorgio-seconda-domenica-di-avvento/

fiore42

ottobre 26, 2013

NON ESISTE VIOLENZA NATURALE NELL’UOMO

LA VIOLENZA È INDOTTA DALL’EDUCAZIONE NEI PRIMI ANNI DI VITA, MA SOLO DAL NEOLITICO.

da una conversazione di Piero Giorgi*

Nel regno animale l’uomo “gode” di una peculiarità poco invidiabile: è l’unica specie che uccide altri membri della stessa specie in modo generalizzato e sistematico (si pensi alle guerre). Tra gli animali queste uccisioni sono rare e dovute a situazioni del tutto fuori dell’ordinario. È normale che il leone uccida la gazzella per cibarsene (aggressività alimentare), ma non che un leone uccida un altro leone. È normale che i maschi esercitino aggressività nei confronti di altri maschi (aggressività sessuale), ma ciò non porta quasi mai all’uccisione: dopo qualche scontro, chi capisce di essere più debole se ne va. Un altro motivo di contesa potrebbe essere la difesa del proprio territorio. Oltre a questi motivi gli uomini uccidono per diverse altre ragioni e anche gratuitamente, senza motivi. Il rischio della guerra e la necessità preventiva di armarsi vengono esaltati ad arte in ogni tempo, così che l’uccisione del nemico diventa una preoccupazione continua. Non è sempre stato così, per fortuna.

Nel periodo paleolitico, cioè prima che fosse stato scoperto il modo di produrre il cibo (attraverso l’agricoltura e la pastorizia) anziché raccoglierlo o cacciarlo, è provato che i nostri predecessori non si uccidevano, né, tanto meno, facessero la guerra. Quest’ultima infatti richiede una organizzazione politico-militare che non avevano per nulla, vivendo in modo nomade in piccoli gruppi (non superiori al centinaio di persone), dediti alla raccolta (in prevalenza dalle donne) e alla caccia (preferita dagli uomini). Quando il gruppo superava la soglia si divideva, ma senza rancore. È pure provato – in analogia a quanto ancora avveniva fino alla metà del secolo scorso tra le bande di nomadi cacciatori-raccoglitori, accuratamente studiati da valorosi antropologi – che i gruppi paleolitici fossero organizzati non in modo gerarchico, ma secondo principi di solidarietà e condivisione. Avevano infine elaborato raffinati criteri per prevenire e risolvere in modo nonviolento eventuali conflitti d’interesse che potessero sorgere all’interno del gruppo, quindi il conflitto (scontro) non si verificava. Non è vero che il conflitto sia un’occasione formativa (idea diffusa dai professionisti della soluzione dei conflitti).

Solo dopo la nascita dell’agricoltura (Neolitico Medio), con la stanzialità subentrata al nomadismo, si hanno le prime rappresentazioni della violenza tra gli uomini. Cos’era cambiato? Prima l’uomo si adeguava all’ambiente, spostandosi alla ricerca di condizioni migliori, poi, invece, l’uomo cerca di adeguare l’ambiente a sé, esercitando un certo imperio su di esso. Di solito si pensa alla necessità di difendere terreni, insediamenti, opere, diventati sua proprietà (vecchia proposta di Marx ed Engels). Oggi si pensa di più alle dimensioni degli insediamenti umani, che avrebbero portato prima a una violenza strutturale (ad es. per mantenere l’ordine), poi alla guerra: specializzazione professionale, stratificazione sociale, classi privilegiate che devono garantire ordine sociale, polizia, leggi ingiuste, accumulazioni di ricchezze, invidia esterna, convenienza del “re” ad attaccare o difendere con armi inventate per uccidere altri uomini, non più solo cacciagione. Non si dice cosa nuova ricordando che il passaggio al Neolitico Avanzato ha portato grandi progressi, anzitutto nella produzione del cibo, consentendo lo sviluppo di cultura, civiltà, scrittura, storia ecc. Ma purtroppo ha anche aperto le porte alla violenza e alla guerra. Solo dopo questo passaggio – avvenuto tre volte indipendentemente attorno a 12 millenni fa nell’area medio orientale, 7 nella Cina meridionale e 5 nel centro America – appaiono, in ciascuno dei tre casi, i primi reperti archeologici (soprattutto vasi e piatti) indicanti l’uccisione di altri uomini. A proposito dell’arte, va ricordato che già nell’arte rupestre veniva rappresentato ciò che più occupava le attività quotidiane e le emozioni dell’uomo. Del lungo periodo del Paleolitico (circa 150 mila anni), si dispone di qualcosa come tre-quattro milioni di immagini, tra le quali una quantità del tutto trascurabile (una cinquantina) potrebbe indicare scene cruente tra uomini. Peraltro si riferiscono tutte ad una penisola del nord dell’Australia che aveva avuto contatti con neolitici violenti. Statisticamente si può concludere che nei lunghi millenni del Paleolitico gli uomini non erano violenti; questo è confermato dal comportamento dei cacciatori-raccoglitori contemporanei.

Homo homini lupus:  questa concezione pessimistica dell’uomo è stata teorizzata nel ‘600 dal filosofo inglese Hobbes, pur essendo già presente anche in precedenza (ad es. in Plauto). Hobbes si basava su un’ipotetica idea di stato di natura dell’uomo, che però non ha avuto alcun riscontro nella ricerca antropologica e archeologica moderna, arrivata invece ai risultati sopra accennati. Analogamente è stato abbondantemente superato in campo pedagogico Rousseau, che pure ipotizzava uno stato di natura, avendo dell’uomo una visione meno negativa. Riteneva che la nonviolenza dei nostri antenati fosse dovuta a loro immaturità o stupidità! Quello che stupisce è come la vecchia idea dell’homo homini lupus (priva di alcuna dimostrazione scientifica) permanga diffusa ancora oggi nei media, nella cultura, nella politica, nonostante le smentite della ricerca antropologica, biologica, psicologica. Si deve pensare che questo faccia comodo alle élites di potere per non mettere in discussione le basi (violente) dell’attuale società.

Una conferma  della natura nonviolenta dell’uomo proviene dalle acquisizioni degli studi sulla neurologia umana. I comportamenti, specificamente riguardanti la violenza, non fanno parte del patrimonio genetico (Dna), in quanto comportamento sociale complesso e diverso nelle diverse culture, ma vengono acquisiti con l’educazione, in particolare quella recepita dall’ambiente nei primi 6 anni di vita. “La violenza è un comportamento sociale e nella specie umana i comportamenti sociali non possono essere definiti prima della nascita. Basta considerare come funziona l’informazione genetica, come funziona il nostro cervello, come si sviluppa e come si sono sviluppati cervello e comportamento sociali, per rendersi conto che la violenza non può essere parte della natura umana.” (Giorgi, pag.49).

In definitiva quando si parla di violenza umana si pensa ad un problema morale, religioso o simili. Raramente si pensa ad un problema scientifico. Le recenti acquisizioni, specie in campo antropologico e neurobiologico, possono riportarlo su un terreno squisitamente scientifico. Possono fare di questo tema, diventare nonviolenti, un obiettivo educativo, oltre che umano e politico. Essendo l’uomo il vivente con più intelligenza e capacità, ciò che dovrebbe distinguerlo dalle altre specie animali è proprio la nonviolenza, la quale è il prodotto della nostra evoluzione bioculturale (non solo biologica), come la parola, il camminare e la destrezza manuale. E’ sbagliato pensare che la nonviolenza sia la capacità di controllare l’animalità dei propri istinti, semplicemente perché gli uomini non hanno istinti, né impulsi nel loro comportamento sociale (con buona pace di Freud e delle credenze popolari). Dai nostri antenati Paleolitici potremmo oggi imparare anche a porre limiti alla modifica dell’ambiente, oggi che potremmo essere prossimi al suo collasso. Infine vanno ricordate le indagini scientifiche, dalle quali risulta che là dove è stata adottata la nonviolenza le persone sono più felici, più sane, più ricche.

*tenuta il 22-9-2013 con i sigg. Cesarini, Eccher, Frey, Miori, Onida, Pasinetti, Ranci, in casa De Carlini. Bibliografia: Piero P. Giorgi, La violenza inevitabile, una menzogna moderna, Jaca Book, Milano 2008.

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settembre 30, 2013

BELLEZZA E GRATUITÀ

BINOMIO INSCINDIBILE CHE POTREBBE CAMBIARCI LA VITA E FARCI USCIRE DALLA CRISI

di don Giorgio De Capitani su Lc 6,27-38*

Salto di qualità. Gesù, come al solito, non si limita a fare dei ragionamenti in astratto, ma espone il suo pensiero con degli esempi concreti. Anzitutto, si sofferma sull’amore interessato, quello ristretto nella cerchia tra parenti, amici e conoscenti, invitando ad uscire dal cerchio, per andare oltre. Gesù cita i pagani o i peccatori, non tanto per offenderli, ritenendoli per natura dei depravati, quanto per far capire a tutti che la Novità evangelica è tanto alta e nobile da esigere un salto di qualità nei nostri rapporti umano-sociali, indipendentemente se uno è credente in Dio oppure no. È chiaro che, se i cristiani credessero radicalmente nel Cristo, che è l’immagine vivente della Gratuità e della Bellezza di Dio, darebbero un’immagine di sé diversa, anche nei rapporti sociali. Questo è il punto: se io credo in un Dio che è Gratuità e Bellezza, come potrei comportarmi come chi di Dio ha un’immagine distorta, come chi vive senza alti ideali? Cadrei anch’io nella prassi comune di chi trasforma ogni relazione sociale in un “do ut des”. E io credo che noi cristiani, con quel famoso generico slogan “vogliamoci bene”, corriamo il rischio di agire da egoisti, ma in un modo ancor più sottile, in nome proprio del fatto che ci riteniamo tutti fratelli, chiusi però nell’ambito di un gruppo o gruppuscolo. Ci piace vivere nel “nostro” gruppo: ci auto-gratifichiamo; e, se non siamo del tutto contenti e soddisfatti, andiamo di nuovo alla ricerca di qualcosa che ci appaghi.

Il bel pastore. Nelle mie omelie, torno frequentemente sulla Gratuità e sulla Bellezza. La Gratuità è il volto più bello di Dio. In Dio la Bellezza e la Gratuità sono la stessa cosa. Non si possono separare. Parliamo poco della Bellezza di Dio. Eppure la Bibbia ne parla frequentemente. Nel Vangelo di Giovanni, al capitolo 10, troviamo questa definizione che Gesù dà di se stesso: “Io sono il buon pastore”. È corretto anche parlare di “bontà” del pastore, ma nella nostra lingua italiana l’aggettivo “buono” ha assunto un significato un po’ riduttivo: uno è buono perché è caritatevole, perché ha dei sentimenti umani, ecc. Ed è così buono che non farebbe male neppure ad una mosca, anche nel senso negativo di essere incapace di reagire ad una ingiustizia. Il testo originale greco ha un altro aggettivo, che significa: “bello”. Dunque, dovremmo dire che Gesù è il “bel pastore”. Dire bellezza è dire di più. Ci fa pensare a qualcosa di straordinario, che va oltre una semplice bontà. Del resto, anche nella Genesi, l’autore sacro scrive che Dio creando il mondo, al termine di ogni giornata, “vide che era cosa buona”. Bisognerebbe tradurre: “Dio vide che era cosa bella”.

Bellezza, cioè gratuità. Ora, si può concepire una bellezza che è egoismo? una bellezza che è interesse? una bellezza che è calcolo? La Bellezza sarebbe deturpata! La Bellezza in quanto tale è Gratuità. Poco fa dicevo che la Bellezza e la Gratuità in Dio sono la stessa cosa. Se è vero che noi siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio, non possiamo non riflettere Dio, in noi e nel nostro agire, come Bellezza e Gratuità. Proviamo anche noi a fare esempi concreti. Ci hanno sempre detto che bisogna pregare, ed è giusto. Ma: “come” preghiamo? È “bello” il nostro modo di pregare? Anche la preghiera deve riflettere lo stile di Dio, che è Bellezza e Gratuità. Pregare è anche chiedere. Gesù stesso l’ha detto. Ma noi che cosa chiediamo al Signore? Anche le cose che chiediamo devono avere un loro stile. Come educhiamo i piccoli alla preghiera? A pensarci bene, tutti quanti: genitori, educatori, catechisti, preti e suore, dovremmo andare in crisi!

Idea di Dio. Quanto è importante lo stile del nostro rapportarci con Dio! Quanto è fondamentale educare ed educarci a parlare con il Signore, che è il Dio della Bellezza e della Gratuità! La religione ha veramente educato a pregare vedendo Dio come Bellezza e Gratuità? Perché allora siamo così egoisti, chiusi in un mondo banale di interessi senza limiti? Perché siamo così brutti nel nostro modo di comportarci con noi stessi e con gli altri? La preghiera rivela il concetto che ho di Dio. Vedendo come pregano tanti cristiani, un dubbio viene se credano veramente nel Dio della Bellezza e della Gratuità. Un filosofo ha scritto che la stessa società dipende dal concetto che si ha di Dio. Se si ha di Dio un concetto alto, allora anche la società prenderà un certo indirizzo, ma se si ha di Dio un concetto basso, anche la società ne risentirà. Provate a immaginare: se nei duemila anni di Cristianesimo avessimo avuto di Dio un’idea veramente alta, forse saremmo qui a lamentarci di una religione che non ha ancora fatto il salto di qualità, quello evangelico s’intende? Forse saremmo qui come cittadini a lamentarci di una società, ma solo perché non ci permette di vivere senza tanti problemi economici? Dovremmo fare un serio esame di coscienza: che concetto ho di Dio? Solo come un perenne taumaturgo sempre disponibile a farci grazie a buon mercato? Dio è ben altro. Se anche solo intuissimo che cosa significhi Gratuità e Bellezza di Dio, forse ci vergogneremmo del nostro modo di vivere il Cristianesimo. La Chiesa in quanto struttura o un insieme di strutture avrebbe di che arrossire! Ma purtroppo non arrossisce. Ha imparato a convivere, predicando anche bene, ma razzolando male! Certo, non basta predicare bene, se poi l’idea che ho di Dio non si traduce in una forte convinzione vitale.

Prestare gratuitamente. Gesù poi fa un esempio concreto, quello del prestito, su cui non possiamo sorvolare. Gesù dice esplicitamente: “Se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto”. Che cosa intendeva dire Gesù? Anche qui immaginate la reazione di tanta gente, anche cristiana, se Cristo tornasse a dire: Prestate senza interessi, senza ricevere nulla in cambio. Anche Cristo forse non pretendeva che si prestasse a fondo perso. Riflettiamo almeno sugli interessi che pretendiamo quando prestiamo qualcosa agli altri. C’è modo e modo di aiutare le persone. Ci sono anche legami che vanno oltre un aspetto puramente economico. Talora un bene che si riceve ci lega per tutta la vita, creando tutta una serie di condizionamenti veramente umilianti. Il detto popolare è noto: Nessuno fa niente per niente! Al momento sembra un gesto di generosità, in realtà è una bella fregatura!

Usura. L’interesse nella sua forma peggiore si chiama usura. Se prendiamo un dizionario, alla parola usura leggiamo: “profitto che si ricava da un prestito, al di sopra del limite legale o abituale”. Sarebbe davvero interessante evidenziare tutti i passi della Bibbia in cui Dio, tramite i suoi profeti, ha stigmatizzato l’usura. Dal libro del Levitico: “Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria ed è inadempiente verso di te, sostienilo come un forestiero o un ospite, perché possa vivere presso di te… Non gli presterai denaro a interesse né gli darai il vitto a usura” (25, 35-37). Dal libro dell’Esodo: “Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all’indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio; voi non dovete imporgli alcun interesse” (22, 24). Dal Salmo 15,1.5: “Signore, chi abiterà nella tua tenda? Chi dimorerà sulla tua santa montagna?… colui che non presta denaro a usura”. Comunque, c’è un limite: l’usura presso gli ebrei era proibita, ma solo all’interno dei membri del popolo eletto; veniva invece giustificata nei riguardi degli stranieri.

Il denaro è sterile. Anche numerosi filosofi, Platone e Aristotele, hanno condannato l’usura in base alla considerazione che il denaro, per sua natura, è sterile e non produce frutti; pertanto la richiesta di interessi è da considerarsi un comportamento contro natura. Anche i Padri della Chiesa, S. Ambrogio, S. Gerolamo e S. Agostino, furono severi nei riguardi degli usurai. Calvino, invece, giustificò l’usura, senza tuttavia avere seguito. Nel 1745 Benedetto XIV con una enciclica ne ribadì la condanna. Possiamo dire che l’usura è un fenomeno che risale ai primordi dell’umanità, e che persiste ancora oggi. Se ne parla poco, anche da parte della Chiesa, mentre nel passato essa interveniva frequentemente nel condannarla come una piaga sociale. Non c’è solo l’usura che colpisce i singoli, c’è anche l’usura che colpisce le nazioni. Il problema dell’usura tra due persone assume un volto nuovo quando partner sono gli stati, normalmente uno stato ricco che presta a uno stato povero, che spesso non può restituire il denaro avuto e deve rinegoziare il debito a un interesse ancora più gravoso. È difficile uscire da questo cerchio mortale, se non c’è la buona volontà delle popolazioni più ricche nel concedere dei condoni o delle facilitazioni. Qui il discorso si farebbe lungo e complesso, e diventerebbe anche di carattere politico.

Denaro idolo. In ogni caso, l’usura è un delitto gravissimo, una perversione dei rapporti sociali. Siamo sempre al solito punto: ciò che rovina l’uomo e la società è l’uso del denaro. Quando il denaro diventa un idolo, allora tutto diventa lecito: lo si sfrutta in tutti i modi, anche giustificando gli eccessi, vedi le banche che non hanno scrupoli a dettare le loro leggi pretendendo interessi esosi, senza guardare in faccia a nessuno. Nei momenti di crisi ciò può portare a situazioni veramente drammatiche. Come uscirne? Non ci resta che tirar fuori dal Cristianesimo le migliori energie, e il suo segreto sta appunto nella Bellezza e nella Gratuità di Dio. Giustamente è stato scritto che solo la Bellezza salverà il mondo. La Bellezza è Gratuità. Basterebbero queste due parole per sconvolgere la società civile e la Chiesa cattolica. 

*dall’omelia del 29-9-2013. Fonte: http://www.dongiorgio.it/29/09/2013/omelie-2013-di-don-giorgio-quinta-dopo-il-martirio-di-san-giovanni/

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settembre 26, 2013

AL PRINCIPIO DELL’AUTUNNO

IL CAMBIO DI STAGIONE EVOCA UN SIGILLO DELLA PACE: CREARE AMICIZIA TRA VECCHIO E NUOVO

di Piero Stefani*

Riposo sabbatico. Un simbolo della pienezza dell’hic et nunc è la luce dorata dei meriggi del primo autunno. Se ci si proietta con l’immaginazione a quello che verrà dopo o se li si coglie come ultimo scampolo dell’estate, l’incanto è già incrinato. Nessun’altra epoca dell’anno trasmette un simile senso di riposo sabbatico. Quelle ore evocano un tempo sospeso. In questi giorni il sole ha rinunciato al suo dardeggiare, senza aver ancora abdicato alla propria forza. I brevi e insidiati pomeriggi invernali sono tuttora lontani. I raggi esprimono una potenza trattenuta che, ora, si sta prendendo cura delle realtà che, in precedenza, aveva violentato e fiaccato per eccesso di vigore. Adesso il sole accarezza le ferite delle foglie che, grazie a questo tocco, da qui a breve si congederanno dalla loro esistenza nel giallo e nel rosso, colori molto più intimamente solari di quanto non lo fosse il verde raggrinzito della piena estate.

La sospensione del “qui e ora” ci ha riconsegnati alla vicenda che la precede. Anche il sabato è pensabile solo come settimo giorno, esito finale dei giorni dedicati al lavoro. Il tempo del riposo è la corona dell’operare; è tempo diverso, ma non indipendente. Al principio dell’autunno ciò che dardeggiava nel suo erompere ci culla nel suo trattenersi. In questo periodo non si avverte ancora il bisogno di essere riscaldati: all’ombra si sta bene. Non vi è nulla di paragonabile al sole d’inverno, opposto e simmetrico all’ombra estiva; situazioni entrambe vissute all’insegna della compensazione dei loro opposti. La luce calda di fine settembre è aurea mediocritas in senso classico. Là dove prima non avresti potuto stare per eccesso di energia, nel posto in cui sarà arduo collocarsi a causa di un penetrante rigore, ora ci si siede avvolti dalla tranquillità. Si è collocati in un istante sottratto agli eccessi. È un vissuto situato in quella mezza stagione che, in realtà, non è mai scomparsa.

Fruire come immobile quanto in se stesso è fase di un processo è il sigillo della pace. Si è di fronte al cessare di ciò che per necessità mai si arresta: è illusione o trasfigurazione? Anche i moti degli elementi, al pari del nascere e del morire, non conoscono il riposo del settimo giorno, eppure è dato di vivere il sabato: un “tempo non-tempo” che sarà mangiato anch’esso dal tempo. Il ciclo esprime la legge che mira a creare amicizia tra il vecchio e il nuovo facendo sì che il primo si trasformi nel secondo e viceversa: l’estate diverrà inverno e l’inverno estate. Alle nostre latitudini il susseguirsi delle stagioni è il segno più esistenzialmente vissuto del tempo circolare. La legge, però, non custodisce l’incanto. Quest’ultimo è racchiuso nel frammento sospeso che ci è concesso di cogliere come tale anche se, in realtà, è solo un momento di passaggio che viene da altro per lasciare a sua volta posto ad altro.

*Il pensiero della settimana, n. 444.

Fonte: http://pierostefani.myblog.it/archive/2013/09/21/444-al-principio-dell-autunno-22-09-2013-5703938.html

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settembre 18, 2013

INTERVISTA A VERONESI

QUELLA DI BERGOGLIO È UNA PROTESTA LAICA; LA VIOLENZA È CONTRO NATURA, LO DICE LA SCIENZA

di CARLO BRAMBILLA, La Repubblica 4 sett. 2013, pag. 13

«Il digiuno come protesta laica». «Come contestazione di un mondo consumistico che ignora la solidarietà». «Il digiuno come valore simbolico: la forza del controllo della mente sul corpo». «La vittoria del pensiero sui bisogni dell’organismo». Umberto Veronesi spiega la sua scelta di osservare, sabato 7 settembre, un giorno di digiuno per la pace in Siria, nel Medio Oriente e nel mondo intero. E perché ha esteso l’invito a digiunare a tutti i membri del movimento Science for Peace di cui è presidente e fondatore, e di cui fanno parte 21 premi Nobel.

Professor Veronesi, un grande laico come lei accetta l’appello di Papa Francesco? «Questo terreno è un punto di incontro tra scienza e pensiero evangelico. Le parole del Papa “non è la cultura dello scontro e del conflitto che produce la convivenza” coincidono con le conclusioni riportate nella carta di Siviglia, il documento che riporta gli studi più recenti su biologia e antropologia umana, che confermano come la natura umana sia incline alla solidarietà e all’aiuto reciproco. La violenza è una reazione a situazioni avverse, prima di tutto ad altra violenza. Biologicamente la violenza genera violenza. Rispondere alle armi con le armi non risolve i conflitti, ma, al contrario, li amplifica».

Lei pensa davvero che l’alleanza tra tutte le forze pacifiste mondiali, credenti o non credenti, possa indurre il Congresso Usa a fermare il suo presidente? «Vale la pena di provare. È impensabile che le armi, per quanto sofisticate, colpiscano solo obiettivi militari. Siamo certi che moriranno centinaia di civili, molti dei quali bambini».

Lei è convinto che la guerra sia un atto contro natura. «La posizione di Bergoglio si rifà alla grande cultura pacifista di molti suoi predecessori, come Giovanni XXIII che con l’enciclica “Pacem in Terris” ha posto le basi del pacifismo moderno, condiviso dai movimenti laici. Riecheggia anche il pensiero agostinano nella sua teoria della “privatio boni”: il bene è la regola della vita umana e il male non è che la sua privazione. Dunque, anche dal punto di vista filosofico, se l’uomo è buono per natura ogni violenza è un atto contro natura. E quindi la guerra è contro natura».

Il digiuno come grande mobilitazione popolare? «Nel mondo moderno la volontà popolare è quella che fa la Storia. Con il web e la globalizzazione siamo entrati nell’era della partecipazione. È chiaro a tutti che è un’assurdità, anzi un atto di crudeltà, andare ad uccidere in un Paese che già conta oltre 90 mila morti». Come contrastare però l’uso delle armi chimiche? «Reagire uccidendo con armi convenzionali non è meno grave. La campagna contro l’intervento militare in Siria deve essere l’occasione per riaffermare il principio della pace, che sta prevalendo quasi ovunque salvo che negli Usa. Gli Stati Uniti con la loro tradizione western continuano ad avere un approccio violento come mezzo di controllo e di dominio. Non a caso sono l’unico Paese occidentale a mantenere la pena di morte».

Un digiuno allora come giornata di riflessione? «Sì. Il cibo non predispone né alla meditazione né alla semplice riflessione».

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settembre 9, 2013

CANTO DELLA VIGNA (Is 5,1-7)

L’ARIDITÀ DI ISRAELE E LA GIUSTIZIA CHE DIO VUOLE TRA GLI UOMINI PER ESSERE ONORATO

di don Giorgio De Capitani*

 

Canto ed enigma. Il brano, tolto dal libro del Primo o Proto Isaia, è detto canto della vigna. Non si tratta solo di un cantico, nel senso di componimento lirico di tono solenne e di contenuto narrativo o religioso, in realtà la gente cantava durante le feste della mietitura e della vendemmia, e cantava il lavoro e l’amore. Due temi, possiamo dire eterni, da quando esiste l’uomo sulla terra. Si proponevano anche degli enigmi. La gente si divertiva nel trovare qualche spiegazione. Forse Isaia cantò questo, che è, nello stesso tempo, un canto di lavoro, un canto d’amore ed un enigma. Ma siccome era anche un profeta, è andato oltre un senso prettamente letterale: il lavoro e l’amore assumevano significati più alti, e l’enigma diventava ancor più misterioso. Sul momento la gente non ha capito, e si è divertita. Anzi si è appassionata per quel contadino che prova tanto amore per la sua terra e le sue coltivazioni. In apertura il profeta ricorre al linguaggio dell’amore per indicare un rapporto di intimità (“mio diletto…, cantico d’amore…), però subito fa intravedere una delusione, presente nel verbo “attendere”, ribadito quattro volte, a indicare una speranza frustrata. Ed ecco che Isaia si rivolge agli spettatori, ponendo loro una domanda: voi che avreste fatto di fronte a questa vigna così curata ma improduttiva? Il vignaiolo ce l’ha messa tutta per farla fruttificare, ma inutilmente: qualcosa non ha funzionato. Di chi è la colpa? Ecco l’enigma.

Dio e Israele. Tocca ora al profeta risolverlo, lasciando il popolo fortemente amareggiato, perché di colpo si sente coinvolto direttamente, perciò responsabile. Chi è il vignaiolo? Dio stesso. Chi è la vigna? Israele. Dio, dunque, ha fatto di tutto per curare con amore il suo popolo, ma il popolo gli è rimasto infedele e disobbediente. Il versetto 7 suggella il senso della parabola profetica con un gioco di parole che in ebraico marcano la delusione di Dio: «egli si aspettava la rettitudine (mishpat) ed ecco invece il sangue versato (mispah), si attendeva giustizia (sedaqah) ed ecco invece grida di oppressi (se’aqah)». I due termini, rettitudine e giustizia, costituiscono una coppia ricorrente nella predicazione profetica. Il termine ebraico “mishpat”, che in italiano corrisponde a “rettitudine” o “diritto”, è legato all’amministrazione della giustizia. Indica la sentenza del giudice, ma anche il suo contenuto e quindi i comportamenti conformi alla legge e al diritto. Il termine ebraico “sedaqah” o “sedeq”, che in italiano corrisponde a “giustizia”, si riferisce soprattutto alle relazioni con gli uomini e con Dio.

Vivere la giustizia significa avere un rapporto positivo e adeguato con il prossimo e con Dio. Compito del re, secondo la Bibbia, è “fare diritto e giustizia”, governare cioè in modo da evitare che i rapporti sociali siano di dominio e di oppressione. Qui sento il dovere di fare un po’ di chiarezza, anche pensando alla società di oggi. Dobbiamo fare attenzione quando parliamo di legalità e quando parliamo di giustizia. Il popolino ritiene che legalità e giustizia siano la stessa cosa. Ma purtroppo non è così. Nella realtà. Legale è una cosa che corrisponde alla legge, ma la legge chi la fa? La fa ad esempio il parlamento, e il parlamento fa forse le leggi sempre giuste? Che cosa sono le cosiddette leggi “ad personam”? La giustizia non la fa il parlamento, e neppure i tribunali o i giudici. La giustizia va oltre, è qualcosa di superiore alle leggi umane. La giustizia proviene dall’alto, diciamo che è dentro lo stesso disegno dell’universo. La giustizia è dentro anche di noi, nella nostra coscienza. Identificare legalità e giustizia è pericoloso, quando c’è ad esempio un regime che impone le sue leggi di dominio sulla stessa coscienza dei cittadini. Certo, l’ideale sarebbe che la legalità corrispondesse alla giustizia, in ogni caso la legalità dipende dalla giustizia e non viceversa. Le leggi, in altre parole, devono corrispondere alla dignità dell’essere umano, al bene comune, al bene dell’umanità. La legalità può diventare illegalità in rapporto alla giustizia, e la giustizia che diventa succube della legalità illegale si fa corrompere a danno dei singoli e della società.

Parlare chiaro. Il brano continua con una vigorosa denuncia contro l’ingiustizia o la legalità illegale. La denuncia è formulata con una serie di sei “Guai!”, che sono una maledizione contro altrettanti delitti concreti e che rivelano la qualità molto viva e diretta – e non generica e astratta – della predicazione profetica. I profeti parlavano chiaro, si riferivano a fatti ben evidenziati e circostanziati, non parlavano in generale, facevano anche i nomi dei corrotti. Una condanna, la loro, che toccava realtà sociali e politiche del loro tempo. Ma che sono attuali. La società cambia, è vero, ma le ingiustizie non cambiano. Cambiano i nomi, ma ancora oggi ci sono i ricchi prepotenti, ci sono i poveracci vittime dei soprusi. Anzi, siccome oggi sembra che la società abbia preso maggiore coscienza dei diritti della persona umana, dei diritti civili, della dignità di ogni essere umano, della fratellanza universale, allora diventa ancora più stridente il fatto che si continui a tollerare il razzismo o la sudditanza al potere corruttore.

Corruzione. Una volta c’era una specie di sacro timore del potere, ritenuto tra l’altro quasi una necessità divina, per cui la gente riveriva le autorità costituite, nonostante fosse costretta a subire angherie. Oggi tale sudditanza non è scomparsa del tutto, anzi è aumentata, camuffata dall’apparenza democratica. In nome della democrazia, io voto ancora i corrotti, i corruttori e i corruttibili. Già i profeti dell’Antico Testamento stigmatizzavano i disordini sociali, che non provenivano certo dal popolo che si ribellava magari con violenza, ma da un potere che governava, anche con la complicità del popolo che taceva. E ancora oggi il popolo tace quando è riuscito, magari sgomitando a danno dei propri simili, a prendersi un angolino in cui vivere in santa pace.

Latifondo. Isaia si scaglia anzitutto contro i latifondisti. Sentite cosa scrive: «Guai a voi, che aggiungete casa a casa e unite campo a campo finché non vi sia più spazio, e così restate soli ad abitare nel paese». Eppure, secondo il libro del Levitico, i passaggi di proprietà erano sottoposti a limitazioni. Secondo la legge del Giubileo, ogni tot anni, le terre tornavano agli antichi proprietari. Il Signore così giustifica questa legge: “La terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti. Perciò, in tutta la terra che avrete in possesso, concederete il diritto di riscatto per i terreni”. Con ciò si garantiva la sicurezza sociale, facendo rimanere il più possibile la proprietà all’interno della famiglia o del clan. Isaia denuncia con vigore il progressivo smantellamento di questa struttura sociale in favore di pochi latifondisti e a spese dei piccoli contadini.

Orge e perversioni. Isaia passa poi a condannare le orge e la dolce vita delle alte classi: esse attirano lo sdegno del Signore, che non rimane indifferente e decide di scendere in campo con la sua potenza, distruggendo l’arroganza e la prepotenza. Poi è la volta della denuncia delle perversioni morali per cui si chiama male il bene e bene il male. Un altro breve “Guai” è riservato a quanti si inorgogliscono per la loro scaltrezza e abilità. L’ultima delle sei maledizioni è lanciata contro la corruzione della magistratura che nega giustizia all’innocente, assolvendo per denaro il colpevole. Come vedete, Isaia ne ha per tutti coloro che, in un modo o nell’altro, violano i diritti della giustizia, intesa nel suo più ampio concetto di bene comune, nel rispetto della singola persona. E tutto questo in nome dell’Alleanza con Dio.

Legge della fratellanza. Secondo i profeti si onora Dio rispettando i diritti dei più deboli, riequilibrando i rapporti sociali, ristabilendo il disegno originario secondo cui tutti siamo fratelli. La religione non è una faccenda personale tra me e Dio. Anche il diritto di proprietà entra in quel rapporto con Dio che ha creato la terra per tutti, e che vuole che tutti abbiano gli stessi diritti di usufruire della terra per garantirsi quella libertà che non sarà possibile, finché ci saranno i prepotenti che vogliono più del dovuto, ovvero più di ciò che è stabilito dalla legge della fratellanza e della destinazione universale dei beni della terra. 

*Omelia dell’8 settembre 2013: Seconda domenica dopo Martirio San Giovanni. Fonte: http://www.dongiorgio.it/07/09/2013/omelie-2013-di-don-giorgio-seconda-domenica-dopo-il-martirio-di-giovanni-battista/

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