Brianzecum

Maggio 14, 2014

COME OPERA LO SPIRITO SANTO

DALLE DISPUTE FA SCOPRIRE IL MEGLIO, DENUNCIA PRIVILEGI RAZZISTICI, CI SPINGE AL SERVIZIO

di don Giorgio De Capitani*

Protagonismo dello Spirito santo. Il primo brano della Messa fa parte degli “Atti degli Apostoli”, un libro che nell’ordine canonico degli scritti del Nuovo Testamento viene subito dopo il Vangelo di Giovanni. Composto da Luca, autore anche del terzo Vangelo, racconta gli inizi del cristianesimo, insistendo in modo particolare su Paolo, con l’intento di far arrivare il messaggio di Cristo fino a Roma, il cuore dell’impero pagano, e qui il libro si chiude con la prima prigionia del grande apostolo. È un libro poco noto ai cristiani di oggi. E pensare che è fondamentale per i credenti conoscere ciò che è successo subito dopo la morte e la risurrezione di Cristo. Il titolo “Atti degli Apostoli” può distoglierci dal vero protagonista, che non è Pietro o Paolo, ma è lo Spirito Santo. Qui il discorso si farebbe lungo. Già ho fatto qualche accenno. Non dobbiamo mai dimenticare che è lo Spirito Santo a tradurre il Cristo nella vita della Chiesa, oltre la sua vicenda terrena. Già ho parlato della differenza tra il Cristo storico e il Cristo della fede: in breve, lo Spirito Santo ha la missione di interiorizzare il Cristo storico senza naturalmente renderlo disincarnato, come qualcosa di evanescente. Non è facile far capire la realtà del cristianesimo che, sotto l’azione dello Spirito Santo, s’incarna ancor di più, senza fermarsi solo alle vicende storiche di Cristo. È interessante vedere, man mano si legge il libro “Atti degli Apostoli”, ciò che succede dopo la discesa dello Spirito santo, il giorno della Pentecoste. Lo Spirito conduce la Chiesa primitiva quasi per mano, pur tra le numerose difficoltà e anche gli errori dei suoi seguaci.

Non pensiamo che tutto filasse liscio, che tutti fossero già santi, anche se i primi cristiani inizialmente erano chiamati anche “santi”, ovvero consacrati al Cristo e al suo servizio. Santi, nel senso di “chiamati alla santità”, ma non perché fossero già santi per il fatto di essere cristiani. Il libro “Atti degli Apostoli” registra già nella Chiesa primitiva defezioni, tradimenti, infedeltà, contese, litigi, invidie. Non dobbiamo pensare che lo Spirito Santo, come un burattinaio, manovrasse i cristiani come manichini. Ognuno aveva la sua libertà, manteneva il suo carattere, poteva, se voleva, sbagliare. Quindi, non dobbiamo scandalizzarci se già fin dagli inizi tra i credenti nascessero delle incomprensioni. È quanto ci rivela il brano di oggi. Nel capitolo sesto, Luca annota che il numero degli appartenenti alla Chiesa cresceva sensibilmente, e si sentiva perciò l’esigenza di dare a tale sviluppo una forma minimamente organizzativa. Ma la strada non era tutta in discesa: sorsero fulminee anche le prime difficoltà. Difficoltà provenienti dall’esterno (basterebbe pensare alla violenta opposizione scatenata dal giudaismo ufficiale nei riguardi del cristianesimo), e difficoltà provenienti anche dall’interno delle comunità cristiane che man mano si sviluppavano: i primi seguaci di Cristo dovettero affrontare problemi nuovi – inizialmente di carattere organizzativo, in seguito anche di carattere dottrinale – che rischiavano di indebolire la Chiesa stessa. Per avere una certa idea della complessità delle varie situazioni, cercherò di sintetizzare al massimo la composizione delle prime comunità cristiane.

Proseliti, ellenisti, simpatizzanti. Diciamo subito che i primi cristiani erano ebrei convertiti, quindi provenivano dal mondo giudaico. Ma il mondo giudaico non era monolitico. C’erano i giudei residenti in Palestina e c’erano i cosiddetti giudei della “diaspora”, ovvero i giudei che per diversi motivi erano andati ad abitare fuori della propria patria. Diaspora significa dispersione, che era iniziata dopo l’esilio babilonese. Non tutti gli ebrei tornarono in patria. Ora, questi giudei che risiedevano fuori della Palestina erano in un certo senso più aperti dei loro connazionali che abitavano in patria. Erano chiamati “ellenisti”, perché erano a contatto con la cultura greca e ne avevano subito anche un certo fascino. Ma c’erano anche gli ebrei cosiddetti “proseliti”: erano quei pagani che avevano aderito in tutto alla fede giudaica, accettandone perfino la circoncisione. E infine c’erano i pagani “simpatizzanti” per il giudaismo: erano quei pagani che partecipavano al culto della sinagoga, senza tuttavia abbracciare in tutto e per tutto le numerose osservanze giudaiche, tanto meno la circoncisione. Adesso potete farvi una certa idea della composizione delle prime comunità cristiane, che erano composte di convertiti dal mondo giudaico in senso stretto e da quello aperto della “diaspora”, e di pagani più o meno simpatizzanti col mondo giudaico e di pagani-pagani.

Primato dello spirito. All’inizio non è stato facile mettere insieme questa variegata composizione di culture e di religiosità, tenendo conto poi che il cristianesimo andava ben oltre l’ebraismo e il paganesimo. Capite adesso ciò che scrive Luca all’inizio del brano di oggi: “In quei giorni, aumentando il numero dei discepoli (tra parentesi: i primi credenti inizialmente erano chiamati fratelli, discepoli, santi e infine cristiani), quelli di lingua greca mormoravano contro quelli di lingua ebraica”. Che cosa era successo? Si tratta di un caso molto concreto: riguardava l’organizzazione dei pasti comuni, cioè la distribuzione quotidiana di vitto e sussidi, a favore dei poveri. Un po’ di chiarezza: la mensa dei poveri non è stata una invenzione dei primi cristiani: era già in uso nelle comunità giudaiche. È vero che i cristiani si staccarono a poco a poco dalla religione ufficiale ebraica, ma non distrussero tutte le più belle abitudini ebraiche. Cristo è venuto a restituire l’anima alle cose, senza distruggere le cose. Ha ridato il primato allo spirito, all’essere umano in quanto essere umano. Capite allora che c’è modo e modo di vivere ad esempio la carità verso il prossimo. I primi cristiani non colsero nel profondo la Novità rivoluzionaria di Cristo, che consisteva appunto nel puntare al cuore dei veri problemi esistenziali. Non è che oggi, dopo duemila anni di cristianesimo, abbiamo ancora capito del tutto che cosa significhi amare Dio e amare il prossimo. Il razzismo di qualsiasi forma è presente ancora tra i credenti, in quanto conservazione di privilegi, e i privilegi sono il mantenimento di ciò che abbiamo, dimenticando quanti non hanno avuto la fortuna di avere quanto abbiamo noi.

Ed ecco la lamentela: le vedove degli “ellenisti” vengono trattate meno bene rispetto alle altre. E questo che cos’è? Una forma di razzismo. Da qui nasce la contestazione, e la contestazione spinge alla discussione tra gli stessi apostoli. Già questo fa capire lo spirito che animava la Chiesa primitiva. In seguito la Chiesa si chiuderà a riccio, ma all’inizio i problemi venivano affrontati con un dialogo aperto e sincero. Ci si confrontava, magari duramente, ma ci si confrontava. Ecco il bello della Chiesa di Cristo: confrontarsi! Man mano la Chiesa s’ingrosserà nella struttura, rifiuterà il dialogo, per dare sempre più importanza agli aspetti istituzionali, tirando fuori la virtù dell’obbedienza e addirittura mortificando la libertà di coscienza. La Chiesa nascente si è preoccupata subito di eliminare ogni forma di ingiustizia o di favori: ogni razzismo. Ed ecco la soluzione: agli apostoli spetterà soprattutto il compito di predicare e guidare le preghiere comunitarie, in particolare il servizio della Parola, sottinteso l’Eucaristia, chiamata allora la “fractio panis”, lo spezzare il pane eucaristico. Per le attività più concrete, inerenti alla carità, si scelgono sette uomini, di “buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza”. Da notare: fra questi sette uomini, c’è uno di origine greca, e c’è un proselito. Da qui possiamo capire l’apertura saggia della Chiesa primitiva, tranne forse sul fatto che tutti e sette i diaconi sono maschi. In ogni caso, nel libro degli Atti degli Apostoli è interessante notare la presenza anche di donne importanti.

In conclusione, due osservazioni. Anzitutto, le difficoltà e i contrasti devono servire a chiarire e a stimolare il passo in direzione del meglio. È il meglio il punto di riferimento per ogni discussione. Ci si deve confrontare, non per imporre il proprio punto di vista, ma per proporre quella che, al momento, si ritiene la soluzione migliore. E c’è di più: la proposta migliore non riguarda solo l’aspetto organizzativo, ma lo stile con cui si realizza la tal cosa. Lo stile dipende dallo spirito con cui si fanno le cose. Seconda osservazione. Nel brano degli “Atti” si parla più volte di servizio: già il termine “diacono” deriva da servizio. I diaconi dovevano servire la mensa dei poveri. Gli apostoli istituiscono il diaconato per non venir meno ad un altro servizio: il servizio della Parola. Anche la Parola va servita. Io non sono padrone né del mio prossimo né della Parola di Dio. Il mio compito è servire. Pensate a cosa noi solitamente intendiamo per ministro e ministero, non solo nel campo politico ma anche nel campo ecclesiastico. Ministro e ministero derivano da “minus”: mi faccio meno, mi faccio più piccolo. La pensatrice francese Simone Weil nei suoi scritti parla di de-creazione. Dio, creando il mondo, si è come ritirato da se stesso, per dar posto all’essere umano e al creato. La creazione di Dio non va vista come se Dio si fosse espanso per dare modo alla sua onnipotenza di farsi valere ancora di più. Dicono che Alessandro Magno avesse un grosso dispiacere: che il mondo fosse troppo piccolo. La nostra avidità umana non ha fondo. Vogliamo di più, sempre di più, occupare spazi, comperare terre, togliere agli altri per espanderci noi. Dio, de-creandosi, vuole che anche noi ci de-creiamo, per dar posto agli altri: togliere qualcosa del nostro io, per far sì che nel vuoto che facciamo de-creandoci, il prossimo più bisognoso possa trovare spazio. Ritirarsi per dare spazio agli altri. Questo significa amare. Tra l’amore e il servizio c’è un nesso inscindibile.

*Omelia dell’11 maggio 2014: quarta domenica di Pasqua, (At 6,1-7; Rm 10,11-15; Gv 10,11-18), Fonte: http://www.dongiorgio.it/11/05/2014/omelie-2014-di-don-giorgio-quarta-domenica-di-pasqua/

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Maggio 6, 2014

BATTESIMO NELLO SPIRITO SANTO

SIGNIFICA SCOPRIRE L’ESSENZA DEL CRISTIANESIMO, LA RADICALITÀ E NOVITÀ PROFETICA DEL VANGELO

di don Giorgio De Capitani*

Un rito non cambia la vita. Ecco le parole di Giovanni il Precursore: «Colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito santo“». Il Battista, dunque, battezzava nell’acqua invitando la folla a convertirsi e a chiedere perdono dei peccati. In altre parole, il battesimo di Giovanni era solo un rito di purificazione, aveva un significato di carattere morale, riguardante cioè il comportamento delle folle che accorrevano a lui. Aveva commesso degli errori, era sulla strada sbagliata? Ecco che, attraverso il rito di immersione nelle acque del Giordano, unitamente al pentimento, suscitato anche dalle dure parole del Battista, il popolo prendeva coscienza e otteneva il perdono di Dio. Ma questo ravvedimento quanto durava? Non penso che ogni qualvolta si commetteva un peccato si tornava al fiume Giordano per farsi di nuovo battezzare. Non c’è nessun rito, presso nessuna religione, che possa cambiare definitivamente la vita a qualcuno. Siamo sempre soggetti a sbagliare. C’è in noi quella tendenza o quella innata inclinazione per cui, come dice San Paolo, vorremmo fare il bene ma poi facciamo il male.

Estirpato il peccato originale? Il battesimo di Gesù non è un rito purificatorio, va ben oltre. Eppure ci hanno sempre insegnato fin da bambini che con il battesimo viene tolto il peccato originale, quando tutti sappiamo che non è così. Sarebbe troppo bello che di colpo, con un rito, venga estirpata per sempre l’inclinazione al male. Ma la realtà che cosa ci dimostra? Che anche i cristiani battezzati hanno continuato a commettere delle nefandezze. La gerarchia della Chiesa si è macchiata nel passato di delitti mostruosi, e tuttora non è che le cose siano del tutto migliorate. E allora, come si può dire che col battesimo viene estirpato il peccato originale? E come si può dire che con il battesimo siamo rinati alla vita divina, siamo diventati figli di Dio, come se chi non è battezzato non fosse figlio di Dio? Diciamo inoltre che oggi il sacramento del battesimo ha perso anche il suo valore sacramentale: numerosi cristiani fanno battezzare i loro figli (alcuni genitori perfino se ne dimenticano), ma non si rendono conto del valore del battesimo sacramento. Già all’inizio del cristianesimo, quando il battesimo era amministrato solo agli adulti e non era ancora riconosciuta la confessione individuale, si introdusse l’usanza, tra l’altro duramente condannata da alcuni vescovi, di rimandare il battesimo poco prima di morire, così si pensava di ottenere il perdono di ogni peccato, colpa e pena, per accedere direttamente in paradiso.

Snellire il castello istituzionale. Che significa, dunque, che Cristo battezza nello Spirito santo? Che rapporto c’è tra il battesimo sacramento e lo Spirito santo? Perché la Chiesa ha distinto il battesimo dalla cresima? Sono due momenti da tenere separati come se il battesimo ci dà solo un assaggio dello Spirito santo riservandone la pienezza con il sacramento della cresima? Sono domande che dovrebbero farci riflettere. Pensate: anche nelle recenti riforme a proposito delle tappe sacramentarie della iniziazione cristiana, lo sforzo di rinnovamento è stato rivolto a stabilire bene i tempi per la preparazione alla recezione dei sacramenti. E poi, che cosa in realtà è cambiato? Non sarebbe forse più importante rivedere tutto il nostro modo di rapportarci con Dio? Ci si lamenta che la fede sta perdendo su tutti i campi, ma il modo migliore per riavvicinare l’uomo a Dio non sarebbe quello di snellire un po’ tutto quel castello istituzionale che ci ha allontanato dal Mistero divino?

Fare il grande passo. Non si deve aspettare l’irrimediabile, ma bisogna prevenire. Prevenire significa cogliere le opportunità per risvegliare la coscienza del Divino in noi. Tutti sappiamo che quando una religione diventa un insieme di istituzioni rituali o formali, o un insieme di rigidi dogmi dottrinali e morali, a rimetterci è il profondo rapporto con Dio. Non abbiamo ancora il coraggio di fare il grande passo: un passo di qualità. Che senso ha, ad esempio, tenere i padrini e le madrine per il battesimo e per la cresima? Perché non toglierli? Mi limito a questo particolare, ma potrei dire di più sulla preparazione e sul rito del battesimo e della cresima. Quante cose che non vanno! Eppure basterebbe leggere e rileggere la parola di Dio, senza paura di mettere in crisi le nostre istituzioni. Si tratta, e questo è un dovere, di restituire al cristianesimo la sua anima. Anche le parole della Lettera agli Ebrei, nel brano appena letto, sono chiare. Si parla di Cristo, il sommo sacerdote universale, non legato alla religione: è in questa Lettera che troviamo l’espressione “secondo l’ordine di Melchisedek”. In altre parole, Cristo è il sommo sacerdote la cui origine risale ancor prima del sacerdozio di Aronne: Melchisedek era un sacerdote e un re pagano. La Bibbia lo presenta come uno senza padre, senza madre, senza genealogia, senza legami di parentela o di tempo, libero da tutto e da tutti, un sacerdote oggi diremmo cosmico. Anche noi preti siamo stati consacrati sacerdoti “secondo l’ordine di Melchisedek”. Ma chi pensa a queste cose? Ed ecco invece che siamo ministri di una religione piena di legami d’ogni tipo.

Conciliare la struttura con lo Spirito. Inoltre, la Lettera agli Ebrei parla dello Spirito Santo. Ma come intendere lo Spirito di Cristo? Lo Spirito santo ancora oggi ci viene presentato dalla Chiesa come colui che ha preso il testimone da Cristo. Forse le cose stanno diversamente. Non si tratta di due fasi o di due momenti distinti: prima ha agito Cristo, e poi, dopo la sua morte, agirà lo Spirito santo. Non è facile per nessuno entrare nel profondo di questo Mistero divino. Almeno una cosa dovremmo capire: lo Spirito santo ha la missione di approfondire il Cristo storico, di farci rivivere l’incarnazione del Figlio di Dio in tutta la sua novità profetica. Non so se riesco a farmi capire. È chiaro che viviamo in questo mondo, e non possiamo fare a meno di qualche struttura. Non siamo puri spiriti. Anche la Chiesa ha bisogno di una struttura, ma il problema è come conciliare la struttura con lo Spirito santo, che è l’anima della Chiesa.

Povertà e libertà. Se proprio vogliamo anche imitare il Cristo storico, i Vangeli ci dicono che egli non aveva un sasso dove posare il capo, non aveva una dimora fissa, era poverissimo, non aveva legami con nessun potere, era libero di parlare, fuggiva da ogni consenso popolare, litigava continuamente con i caporioni, non faceva altro che mettere in crisi la religione ebraica scardinandola nei suoi pilastri (pensate alla legge del sabato e al tempio), infine è stato condannato a morte come blasfemo, come eretico. Ripeto, se la Chiesa vuole proprio imitare ciò che Cristo ha fatto e ha detto, lasciando da parte lo Spirito santo, che almeno sia coerente: sia povera, sia libera di parlare, non cerchi il consenso popolare, non cada negli stessi difetti della religione ebraica ecc. ecc. Ma questo non lo vediamo. C’è nulla o ben poco del Cristo storico nella Chiesa di ieri e di oggi. Ma non è questo il vero problema. Il vero problema è che non potrà mai essere in linea con la radicalità del Cristo storico fino a quando non si lascerà permeare dall’azione dello Spirito santo. Non basta imitare il Cristo storico, scimmiottandolo. È il Cristo nello Spirito che deve animare la Chiesa.

Educarci a comprendere. Lo Spirito santo non ha il compito – scusate se insisto – di ripresentarmi, di volta in volta, ciò che Cristo ha fatto o ha detto, anche perché siamo sempre pronti a giustificarci dicendo: quelli di Cristo erano altri tempi, ed è vero! Come del resto, non dobbiamo imitare la vita dei santi alla lettera. Erano altri tempi. Lo Spirito santo ha il compito di educarci a comprendere che cosa significhi la radicalità del messaggio evangelico, traducendolo nell’epoca presente. Questo è il vero problema, il problema che ad esempio si era posto Papa Giovanni XXIII e soprattutto in modo drammatico Paolo VI: il rapporto col mondo moderno. Non si tratta di arrivare a qualche compromesso, si tratta invece di cogliere nel mondo moderno il bisogno del divino, e da qui partire per un dialogo profondo. Fino a quando la Chiesa si presenterà nella sua presunzione di avere il monopolio della verità, e per di più nella imponenza delle sue mastodontiche strutture, non potrà mai agganciare la sete d’infinito del mondo moderno.

Sacralità. Non è la religiosità da mettere in campo nel dialogo con il mondo moderno: casomai è la sacralità che è in ogni essere umano. Ogni realtà è sacra, ma non necessariamente religiosa, intendendo per religioso ciò che appartiene ad una chiesa o a una confessione religiosa. Non mi stancherò mai di farvi capire l’enorme differenza che esiste tra religiosità e sacralità. Lo Spirito santo ha il compito di illuminare ciò che è sacro in noi e nel mondo, certamente senza voler distruggere ciò che è religioso, ma nello stesso tempo senza fare della religione lo scopo ultimo della propria fede. La religione è un mezzo, solo un mezzo per raggiungere il sacro che è in noi. Non è l’unico mezzo, o l’unica strada. È proprio il caso di dire: le vie dello Spirito santo sono infinite.

*Dall’omelia del 4 maggio 2014: terza domenica di Pasqua. Letture: At 19,1b-7; Eb 9,11-15; Gv 1,29-34. Fonte: http://www.dongiorgio.it/04/05/2014/omelie-2014-di-don-giorgio-terza-domenica-di-pasqua/

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aprile 27, 2014

IL CRISTO STORICO E QUELLO DELLA FEDE

NON È RESTATO SULLA TERRA, PER LASCIARE SPAZIO ALLO SPIRITO SANTO, CHE CI SPINGE AD ANDARE OLTRE
di don Giorgio De Capitani*

Un rifiuto quasi comico. Durante il periodo pasquale i brani della Messa sono tutti tratti dal Nuovo Testamento, e già questo fa capire la novità della Risurrezione di Cristo. C’è qualcosa di imprevedibile, e di inaccettabile da parte della religione ebraica. I riferimenti alla Risurrezione del Messia, presenti nel Vecchio Testamento, sono pochi e tutti impliciti. Se, come ha scritto lo stesso san Paolo, il Cristo crocifisso era uno scandalo per gli ebrei e una stoltezza per i pagani, il Cristo risorto era qualcosa di inconcepibile, da suscitare, oltre che un rifiuto, una specie di comicità. L’episodio di san Paolo che, ad Atene, mentre parla di risurrezione davanti ai pagani, rimane solo tra il dileggio e le risa dei presenti che se ne vanno dicendo: “Ti sentiremo un’altra volta”, è una dimostrazione di quanto fosse lontano dal mondo greco anche solo pensare alla vita dopo la morte. E sappiamo che anche tra gli ebrei c’era un dissenso su questo argomento: i sadducei, che ancora ai tempi di Gesù costituivano un partito più politico che religioso, molto influente e potente, benché poco numeroso, non credevano, a differenza dei farisei, nella risurrezione in genere.

Il cuore del cristianesimo. La Chiesa primitiva non si è fermata solo all’annuncio: Cristo ha patito, è morto ed è risorto. Era il cosiddetto “cherigma”, ovvero il nucleo della prima predicazione apostolica. Ma i primi cristiani non si accontentavano di annunciare queste verità fondamentali per la fede in Cristo. Nello stesso tempo riflettevano, discutevano, approfondivano questi misteri. A loro interessava fino a un certo punto che Gesù fosse apparso a questo o a quello, a queste donne o a quegli uomini. Già l’ho detto: i racconti delle apparizioni, nei quaranta giorni tra la risurrezione e l’ascensione, sono frammentari, anche confusi, senza alcuna specifica cronologia. L’intento degli evangelisti era quello di portare i primi credenti, a iniziare dagli apostoli e dai discepoli di Gesù quando il Maestro era in vita, a rendersi conto di ciò che era successo in quel mattino di Pasqua; e, proprio partendo da lì, a riflettere su quanto Cristo aveva detto e aveva fatto in vista della sua morte e risurrezione. In altre parole, il Mistero pasquale è il cuore del cristianesimo. E sarà sempre difficile, come lo è stato lungo i venti secoli che oramai ci separano da quei grandi Eventi che hanno rivoluzionato la storia mondiale, cogliere fino in fondo la realtà di questi Misteri. Ecco perché insisto nel dire che dobbiamo stare attenti: la Chiesa non ha fatto che istituzionalizzare i Misteri che sono la sorgente della nostra fede ma che non possono essere tenuti a freno tra le quattro mura di una religione-struttura. Anche se nessuno può bloccare Dio, in realtà si cerca di farlo, e a soffrirne siamo noi, non Dio. Siamo noi che ci allontaniamo dalla sorgente della vita.

Vivo ma non rimasto sulla terra. Vorrei che capissimo qual è il nostro più grave errore di credenti. Il problema non sta nell’essere più o meno praticanti, ma nella fede profonda nel Mistero divino che dà senso alla nostra pratica religiosa. Ecco la domanda impegnativa: per noi chi è Cristo? Quello storico o quello della fede? Il Cristo storico è lo stesso del Cristo della fede? Se ci riflettiamo seriamente, il Cristo della religione non è altro che il Cristo storico, anche se rivisto e rimaneggiato più volte. Gesù è nato, così e cosà, Gesù ha fatto questo o quello, Gesù ha detto queste e queste altre cose, si è scontrato un po’ con tutti, è stato misericordioso verso i più deboli, ha compiuto dei miracoli, infine lo hanno preso, condannato e messo su una croce. E poi, ecco il più grande miracolo: Cristo ha spiazzato tutti, risuscitando dai morti, ma non è rimasto sulla terra. A che sarebbe servito? Se fosse di nuovo rimasto, non avrebbe fatto che ripetere la sua storia precedente fino alla morte.

È bene per voi che io me ne vada. E allora, qui sta il punto: la risurrezione che cos’è? come dobbiamo intenderla? Il Cristo della nostra fede si ferma agli eventi storici fino alla sua risurrezione, oppure la nostra fede è proprio nel Cristo risorto che rivive in noi e nella storia, ma in un modo del tutto diverso, diciamo nuovo, in confronto al Cristo storico? Specifico ancora meglio: ciò che sto dicendo è troppo importante, vorrei perciò evitare di dire cose che possano confondere magari quelle poche certezze che ci sono rimaste. Gesù, nei discorsi cosiddetti dell’Ultima Cena, i discorsi d’addio, riferiti dall’evangelista Giovanni, a un certo punto parla dello Spirito santo e dice (capitolo 16, versetti 5, 6 e 7): «Ora però vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: “Dove vai?”. Anzi, perché vi ho detto questo, la tristezza ha riempito il vostro cuore. Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito (il consolatore); se invece me ne vado, io lo manderò a voi».

Immagini che ci allontanano dal vero Dio. I più grandi mistici – pensiamo soprattutto a Meister Eckhart, Margherita Porete, Henry Le Saux e anche a San Giovanni della Croce – parlando del distacco dalle cose per raggiungere la perfetta unione con Dio nel proprio essere interiore, si riferivano anche al distacco dalle stesse immagini di Dio: quelle immagini che tradiscono la vera identità di Dio, rendendolo un idolo. La parola “idolo” significa immagine. Nel suo famoso Sermone “Beati pauperes spiritu”, Meister Eckhart esce a dire: “Prego Dio che mi liberi da Dio”. Intendeva dire: preghiamo Dio che ci liberi dalle immagini che ci siamo fatti o che ci facciamo ancora di Lui. Preghiamo Dio perché ci liberiamo di queste immagini che disturbano, addirittura ci portano lontano dal vero Dio, che ci fanno da ostacolo al nostro incontro con Lui. E Meister Eckhart citava spesse volte le parole di Gesù: “È bene che io me ne vada”, altrimenti lo Spirito non potrà agire in voi in tutta la sua libertà. Perché? Per il semplice motivo che rimaniamo sempre attaccati al Cristo storico: a quello che Lui ha detto o ha fatto, ma senza capire che bisogna andare oltre, se vogliamo dare allo Spirito santo la possibilità di completare l’opera di Gesù.

Lo Spirito santo non è solo un garante. Noi, purtroppo, ci siamo fermati al personaggio storico di Cristo, e abbiamo costruito una religione, il cui unico scopo sembra essere quello di rifarsi solo alle immagini di Cristo, e ancor peggio tradendo lo stesso personaggio storico, facendo dire a Cristo ciò che non ha mai detto, o interpretando le sue azioni, senza cogliere il loro profondo significato. I mistici si rifanno spesso al quarto Vangelo, perché Giovanni è stato tra i quattro l’evangelista che ha insistito di più nell’invitare i primi cristiani a non fermarsi al Cristo puramente storico, ma ad andare oltre, per cogliere ciò che è l’aspetto profetico o mistico. Anche il brano del Vangelo di oggi è molto chiaro in tal senso: l’apostolo Tommaso vuole ancora toccare il corpo di Cristo per avere una prova della sua risurrezione. E Cristo come risponde? «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Ecco il Cristo della fede! Capite allora che non è facile parlare del Cristo risorto, e che gli stessi evangelisti si trovano in difficoltà ogniqualvolta narrano le sue apparizioni. La risurrezione di Gesù non è la conclusione gloriosa della vita umana di Cristo. La risurrezione ci porta quasi in un altro mondo: il mondo della fede, che è il mondo dello Spirito santo, il quale, lo ripeto fino alla nausea, non ha ricevuto l’incarico di farci ricordare ciò che effettivamente Gesù ha detto o ha fatto. Quasi fosse solo un garante. Noi sentiamo spesso dire: lo Spirito santo ha fatto sì che gli autori della Bibbia non dicessero il falso. È riduttivo dire questo. Non è degno dello Spirito santo, il cui compito invece è molto più grande e prezioso, e consiste nell’aiutare a cogliere e a vivere il Mistero divino in tutta la sua realtà.

Quale fede. Pensate allora a quel tipo di fede che purtroppo ha caratterizzato e tuttora caratterizza una certa Chiesa e le comunità cristiane. Ma che significa credere? Che significa che dobbiamo liberarci di tutte le immagini di Cristo e di Dio? Che significa praticare la fede? Che significa che la Chiesa non è solo una istituzione o una struttura o una religione? Che dire di quella paranoica ricerca del miracolo, di quell’aggrapparci ai segni esteriori divini, come se, senza di essi, non potessimo credere? Come possono convivere la spettacolarità, il folclore e la fede interiore? Si vogliono vedere madonne piangenti dappertutto, Dio che detta le sue regole, lo Spirito santo aleggiare come una colomba fisica sulle acque tempestose di questo mondo. Ma tutto questo è fede? Credere non sta nel vedere, non sta nel toccare, come ha preteso l’apostolo Tommaso, rimproverato dal Cristo risorto. Da una parte ci sentiamo spinti ad aggrapparci alle immagini di Dio o di Cristo, e dall’altra sentiamo dentro un vuoto interiore: ci manca un qualcosa, sentiamo disagio di fronte ad una Chiesa che cerca consenso, che impone il proprio potere, attraverso anche manifestazioni di masse che applaudono i santi, dopo averli ignorati e magari uccisi.

*dall’omelia del 27-4-2014, seconda domenica dopo Pasqua; fonte:http://www.dongiorgio.it/27/04/2014/omelie-2014-di-don-giorgio-seconda-di-pasqua/

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aprile 26, 2014

DEMOCRAZIA E DIFESA

IL MONOPOLIO DEI MILITARI SULLA DIFESA CREA POPOLI PRIGIONIERI DEI PROTETTORI

di Enrico Peyretti, 5 febbraio 2014

Sul tema “Cominciamo dal disarmo” si è tenuto a Torino (Centro Studi Sereno Regis, 31 gennaio-2 febbraio 2014) il 24° Congresso nazionale del Movimento Nonviolento. È utile continuare la riflessione sulla difesa, punto decisivo della politica e della civiltà di un popolo, nel concerto di tutti i popoli.

Monopolio militare. Per una crescita civile e umana va anzitutto spezzato il monopolio militare della difesa. La difesa limitata ai mezzi e ai metodi armati riduce la possibilità e capacità di un popolo di difendersi da aggressioni e pericoli vari. E intanto dissangua, in senso fisico e in senso economico, il popolo che afferma di voler difendere. L’errore militare, troppo passivamente accettato dalle società, anche le più evolute, è radicale e concettuale: è la supposizione dogmatizzata che contro un’offesa c’è soltanto la controffesa: infatti, l’azione militare più tipica si chiama controffensiva. E il proverbio più militarista che ci sia dice: la miglior difesa è l’attacco.

Corruzione militare. «Il concetto militare è una vera e propria corruzione del pensiero politico» (Ekkehart Krippendorff, Azione Nonviolenta, marzo 1999). Il dominio della difesa armata sul pensiero e la prassi politica rivela un pessimismo antropologico distruttivo. Nessuno deve ignorare la capacità umana di violenza, la «banalità del male», che tutti noi, persone “normali”, possiamo compiere contro gli altri, e di più le potenze organizzate. La prima sorveglianza contro le minacce è la sorveglianza di noi stessi, l’autocontrollo, la formazione alla mitezza e alla collaborazione politica costruttiva invece della rivalità competitiva, eliminatoria. Ma il pensiero politico militarizzato lacera l’umanità in “qui dentro” e “là fuori”, noi e loro, «amici o nemici» (Carl Schmitt); fa di questa lacerazione l’essenza della politica, ed è il maggiore impedimento ad addomesticare la belva che dorme in noi, pronta a scatenarsi appena un altro essere umano viene de-umanizzato, espulso dalla “mia-nostra” umanità, confinata in questa tutta “nostra” cerchia di mura mentali.

Offesa militare. Gli eserciti sono offensivi, e dissipativi, e persino dannosi in rapporto alle vere minacce. Gli eserciti, che si vantano e si esibiscono come gloria nazionale (miles gloriosus; vedi la parata del 2 giugno, offesa alla Costituzione pacifica), sono essi stessi una avversità ingloriosa. Come ricorda Pugliese, l’Italia, ultima in Europa «per le spese per la cultura, penultima per le spese per l’istruzione, ultima per le politiche sociali, la disoccupazione giovanile e via degradando, ossia indifesa di fronte alle minacce dell’analfabetismo, della precarietà, della povertà, del dissesto idrogeologico, del rischio sismico e così via, è tornata ad essere tra le prime quattro potenze dell’UE e tra le prime dieci al mondo per spesa pubblica militare». Ogni società ha davvero problemi e minacce da cui difendersi, e chi ha responsabilità politica ne ha il dovere. L’esistenza ha anche aspetti tragici. Ma quali minacce (per limitarci all’oggi)? Quelle appena ora citate sono le vere minacce. Possiamo aggiungere il terrorismo internazionale, sul quale ogni serio osservatore (p. es. Luigi Bonanate) riconosce che solo la politica estera amichevole, la giustizia economica planetaria, la cultura del dialogo, la pace tra le religioni, hanno probabilità di creare rapporti capaci di smontare le cause della disperazione terroristica, che invade le menti, anziché alimentarle come fanno la politica militare, il dominio finanziario sui popoli e la guerra. Del resto, all’economia militare mondiale non interessa affatto la difesa della vita dei popoli. Interessa il proprio profitto gigantesco. A questo fine serve enfatizzare e creare i pericoli e la paura. Chi difenderà i popoli dai difensori? Chi li proteggerà dai protettori? Saranno i popoli stessi, se acquisteranno coscienza e conoscenza.

Scomparsa militare. Kant, con insuperata e inascoltata saggezza, alla fine del Settecento scriveva: «Gli eserciti permanenti (miles perpetuus) devono col tempo interamente scomparire». «Essi, infatti, dovendo sempre mostrarsi pronti a combattere, rappresentano per gli altri una continua minaccia di guerra; li invitano a superarsi reciprocamente nella quantità di armamenti, al quale non c’è limite. Dato poi che il costo di una simile pace viene ad essere più opprimente di quello di una breve guerra, tali eserciti permanenti sono essi stessi causa di guerre aggressive intraprese per liberarsi di un tal peso». Tutto il pensiero serio, umanistico e morale, condanna gli eserciti, ma, nella logica del potere non davvero democratico – anche nelle democrazie formali – l’esercito è ancora il cuore falso e avvelenato della struttura politica. La democrazia, autogoverno dei popoli, ha i suoi propri e veri strumenti nei mezzi della vita e non della morte. L’apparato militare – sia il personale, sia le enormi dissanguanti megamacchine per uccidere – crea un potere, un ceto e una potenza da cui la società è posta in posizione di dipendenza, con riduzione grave della democrazia. Nei casi di assenza o compressione della politica, popoli disperati si mettono nelle mani dei militari (vedi l’Egitto). Ma una società che affida ai militari e alle armi la propria sopravvivenza, libertà e diritti, è gravemente malata, debolissima, disorientata. La finanza militare mondiale è un governo occulto che governa sui governi, anche quelli liberamente eletti. La contraddizione tra il fatto militare e la democrazia sta nel risucchio di risorse vitali e nell’inquinamento delle procedure decisionali e finalità democratiche, ciò che sfibra l’essenza stessa della democrazia, conquista umana della storia moderna. La libertà civile e democratica deve crescere nella autoliberazione consapevole dei popoli dalla sottomissione a quel supergoverno assoluto, loro nemico.

Dimagrimento militare. Il pensiero e la prassi nonviolenta chiedono il disarmo, e cioè lo sviluppo delle potenziali capacità proprie, civili, nonviolente, presenti in ogni società, di difendersi da aggressioni interne o esterne con la forza umana nonviolenta. Sappiamo bene che un tale passo è ancora politicamente impossibile: non ha la maggioranza. Allora vogliamo almeno il “transarmo” (Galtung), cioè la trasformazione degli armamenti attualmente offensivi – gravemente offensivi – in mezzi puramente e strettamente difensivi, quindi (come dicevano i pacifisti tedeschi nella lotta contro i missili negli anni ’80) «strutturalmente incapaci di aggressione», come non sono le portaerei e gli aerei di attacco a lungo raggio. Da qui l’esigenza dei movimenti nonviolenti che il cittadino abbia diritto di opzione fiscale tra la difesa militare tradizionale e la difesa popolare con mezzi nonviolenti; che tutti i giovani abbiano diritto di svolgere il Servizio Civile Nazionale e che si costituiscano i Corpi Civili di Pace. «La difesa è soprattutto quella dei diritti costituzionali, la cui graduale erosione è la vera e grande minaccia di questa epoca. Insomma una vera riappropriazione civile della difesa e delle sue risorse» (Pugliese).

Abbiamo bisogno dei militari. Il discorso contro gli eserciti non è contro i militari. Già tanti anni fa scrivevamo «Abbiamo bisogno dei militari per la pace non armata» (il foglio, n. 169, febbraio 1990). Per quanto molti, specialmente nei comandi più alti e incontrollati, siano impregnati di pensiero disperatamente mortale, rassegnato al distruttivismo – «L’esercito è mortale, anche in tempo di pace» (Peter Bichsel, Il virus della ricchezza, Marcos y Marcos 1990, p. 83 e 41-43, 81-94) – nessuno più dei militari conosce l’orrore e la falsità della guerra. Per lo più, la guerra non è colpa loro. Molte delle analisi più critiche della fallacia e del male della guerra sono opera meritoria di saggi e liberi militari, anche di alto grado (si veda ora: Fabio Mini, La guerra spiegata a… , Einaudi 2013). La conoscenza realistica delle situazioni e delle dinamiche dei conflitti è un patrimonio della cultura militare, della sua tradizione e organizzazione, che può diventare un valoroso contributo alla gestione non militare dei conflitti stessi, scopo della nonviolenza positiva e attiva.

Fonte: http://enricopeyretti.blogspot.it/

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Giglio Martagone

aprile 19, 2014

LA VIA CRUCIS DEL MONDO

L’UMANITÀ, PER SOPRAVVIVERE, DEVE SUPERARE L’ANTROPOCENTRISMO E L’UTILITARISMO CHE NE DISCENDE, ISPIRANDOSI ALLA LEZIONE DI S. FRANCESCO

di Vito Mancuso, La Repubblica di venerdì 18 aprile 2014 pag.31

Povertà di massa. La nostra civiltà è malata, è in corso una via crucis del pianeta davanti ai nostri occhi distratti. L’aria delle nostre città, i nostri mari inquinati, l’acqua, le foreste, sono vittime di un’ideologia rapace e utilitaristica che considera la natura solo come un’inanimata risorsa da sfruttare e che alimenta la fiorente industria della fiction per la finzione necessaria a sedare le coscienze. I rifiuti prodotti dagli oltre 7 miliardi di esseri umani sono ormai superiori alle possibilità di smaltimento, e per alcuni di essi come le scorie nucleari lo smaltimento è praticamente impossibile. Che cosa avverrà quando nel 2025 la popolazione sarà di 8,1 miliardi? E quando nel 2050 giungerà a 9,6 miliardi? Una nuova guerra mondiale? Una serie permanente di inarrestabili conflitti locali? Barbara Spinelli l’altro giorno ricordava Hans Jonas e la sua nuova formulazione dell’imperativo etico in senso ecologico. In un’intervista del 1992 a Der Spiegel Jonas segnalava il pericolo del “tragico fallimento della cultura superiore, la sua caduta in una nuova primitivizzazione”, intendendo con ciò “la povertà di massa, la morte di massa, l’uccisione di massa”. Da allora sono passati oltre vent’anni e questo declino verso la primitivizzazione e la massificazione è proseguito: lo vediamo nei costumi, nel gusto estetico, nella politica, nel linguaggio dove tutto diventa più grossolano e più violento. E più irrazionale.

Malattia mentale. Ai nostri giorni un terzo del cibo prodotto viene buttato via, sono 1,3 miliardi di tonnellate di cibo su scala annuale che finiscono tra i rifiuti, con l’uso scriteriato di acqua, energia e vita animale e vegetale che tutto questo comporta. E ciò a fronte del fatto che ogni giorno muoiono per fame 24.000 esseri umani, 8 milioni e mezzo all’anno. Basta questo per evidenziare la pericolosa malattia mentale di cui soffre la nostra società? Nutriamo la nostra anima con le manifestazioni di massa dell’effimero (sport di massa, musica di massa, cinema di massa…) pagandone i protagonisti con cifre esorbitanti, mentre miliardi di esseri umani vivono con meno di due dollari al giorno. Proprio nell’epoca del trionfo della scienza assistiamo a un tracollo della razionalità nel governo del mondo, con la conseguenza che a trionfare non è veramente la scienza, la quale è sempre ricerca e dubbio, ma è piuttosto la tecnica che ammannisce certezze e cattura le menti. Anche la modalità con cui nelle nostre società si conquista il consenso e si accede al potere è sempre più all’insegna dell’irrazionalità, perché vince chi sa suscitare emozioni forti mentre chi pratica l’onestà dell’analisi è inevitabilmente destinato alla sconfitta: se penso ai leader politici di quand’ero ragazzo (Moro, Zaccagnini, Berlinguer) vedo che per loro non vi sarebbe oggi nessuna chance.

Quando Francesco d’Assisi compose il suo testo più bello, il Cantico delle creature, la pagina più antica della letteratura italiana, era quasi cieco per una malattia agli occhi e soffriva per una serie di altri mali che da lì a un anno l’avrebbero condotto alla morte. Ciò non gli impedì di cantare la luce di frate sole e di frate focu e di celebrare le altre realtà naturali. Penso che guardando alla sua vita sia possibile capire le due principali malattie di cui soffriamo oggi: 1) una filosofia di vita opposta a quella di Francesco e analoga a quella del ricco mercante suo padre, cioè all’insegna dell’accumulo e del consumo, a cui si viene indotti fin da piccoli dalla potenza della pubblicità e dall’industria dell’intrattenimento che le gira attorno; 2) una filosofia della natura opposta a quella del Cantico delle creature che considera la materia come inerte e la vita come lotta, e da cui discende un atteggiamento predatorio verso il pianeta e il conseguente inquinamento. Dal canto suo la religione tradizionale dell’Occidente non è stata in grado di fronteggiare questi due mali, anzi vi ha persino contribuito a causa del suo antropocentrismo, per cui anche il cristianesimo si deve rinnovare, anzi direi convertire.

Armonia relazionale. L’umanità, se vuole sopravvivere, deve cambiare la mentalità che guida le sue politiche economiche e che orienta il suo atteggiamento verso la natura. L’unica possibilità di una svolta è nella presa di coscienza che la Terra è un organismo che deve la sua origine e la sua esistenza alla logica dell’armonia relazionale. Il passaggio da una civiltà basata sulla lotta a una civiltà basata sulla cooperazione può avvenire solo se si comprende che è la stessa logica dell’evoluzione naturale a basarsi sulla cooperazione e si educano i nostri ragazzi in questa prospettiva. Occorre quindi superare la cupa filosofia della vita trasmessa dal darwinismo e comprendere che a guidare l’evoluzione non è soltanto la lotta ma prima ancora il rapporto di complementarietà e di armonia, visto che non esiste vita se non in relazione, non esiste bios se non come symbios, come simbiosi.

Dalla crisi ecologica ed etico-spirituale non si uscirà se non si risaneranno le idee che l’hanno prodotta. Occorre che l’urgenza ecologica trasformi la nostra visione della biologia e ci faccia prendere coscienza del legame che unisce tutte le cose, dell’interconnessione di ogni ente con il tutto, di ciò che la fisica chiama entanglement e che costituisce il paradigma ontologico più avanzato. Tutto ciò è traducibile in filosofia dicendo che la prima categoria dell’essere non è la sostanza ma è la relazione, all’insegna di una relazionalità globale che supera l’antropocentrismo e l’utilitarismo che ne discende. Da Francesco d’Assisi malato e alla vigilia della morte nacque uno dei testi più sublimi della spiritualità di tutti i tempi. Dalla nostra civiltà, malata e così cieca da non riconoscere la sua malattia, può emergere ancora la possibilità di una svolta per non precipitare nell’abisso sempre più vicino? Penso che nessuno lo sappia ed è per questo che le tenebre del venerdì santo avvolgono le nostre esistenze e il nostro futuro, senza sapere se ci sarà data la luce di pasqua. Ma credere di sì è un dovere morale, oltre all’unica concreta possibilità che la svolta possa prodursi davvero.

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aprile 8, 2014

STATI UNITI D’AMERICA — UNO STATO FALLITO?

SI PUÒ FALLIRE VERSO I PROPRI CITTADINI O VERSO GLI ALTRI STATI; CRESCITA DELLE DISEGUAGLIANZE E INSUCCESSO DELLE GUERRE CONFERMANO LA TESI. COME LA GERMANIA DI HITLER O LA FRANCIA DI NAPOLEONE

di JOHAN GALTUNG*

Due criteri. Dipende, ovviamente, dai criteri. Uno stato ha una politica interna verso i propri cittadini, e una esterna verso il sistema statuale. Dipende dalla politica interna ed estera, in altre parole. Questo vuol dire che può fallire in due modi, col non occuparsi dei propri cittadini e col non venire a patti con altri stati. Effettivamente i due aspetti sono strettamente correlati come sovente è stato fatto notare: un regime (che gestisce lo stato) può compensare un fallimento a casa con vittorie fuori casa. E inversamente compensare fallimenti esteri prendendosi molto cura dei propri cittadini. E anche, la riuscita in casa per mobilitare cittadini riconoscenti in guerre patriottiche all’estero.

Mezza America in povertà. L’America, o anzi gli USA, al presente non si prendono granché cura dei propri cittadini. In un recente studio1 il “Centro sulle Priorità Politiche e di Bilancio” stima che una famiglia media di tre persone ha bisogno di 48.000$ per soddisfare i propri bisogni di base, molto vicino al reddito della famiglia mediana di 51.000$. Dagli anni 1950 i costi alimentari sono raddoppiati, quelli per l’abitazione triplicati, i costi medici sestuplicati, e quelli per un’istruzione universitaria 11 volte maggiori – appunto quattro bisogni fondamentali chiave. Cibo, abitazione, sanità, cura dei figli, trasporti e tasse consumano quasi tutto il reddito mediano – senza contare l’istruzione – quindi, “mezza America è in povertà o giù di lì”. E quella metà inferiore della popolazione USA possiede solo l’1.1% della ricchezza nazionale – tanto quanto i 30 americani più ricchi – con ricchezza uguale a zero per il 47% più in basso. Nulla su cui fare affidamento. Misure di sicurezza come Medicare e Medicaid, buoni pasto, ricoveri pubblici e mense popolari aiutano. Ma molti non sono in grado di beneficiarne e inoltre sono minacciati politicamente.

Iniquità. Si aggiunga il rischio alla sicurezza per suicidi-omicidi-incidenti; una causa importante è costituita dalle pistole, facilmente disponibili. Inoltre, le pensioni in calo per molti a causa delle perdite speculative dei fondi di gestione. E le famiglie della popolazione nera soffrono ancora di più, anche per via dei redditi in calo. Tutto questo indebolisce la maggior fonte d’identità, il Sogno Americano, un tempo accessibile a tanti di varia provenienza. Tuttavia, cos’è rimasto della terra dei liberi, il paese libero? Di libertà di parola ce n’è molta fintanto che nessuno ascolta, salvo l’NSA (National Security Agency). Di libertà economica per usare il denaro per fare altro denaro ce n’è anche molta, ma solo per quelli che hanno denaro. Risultato: una società imbavagliata di iniquità.

Politica estera. Con quasi 250 interventi all’estero dai tempi di Thomas Jefferson, il volume di odio in cerca di reazione di rivalsa violenta (blowback), “conseguenze non intenzionali” – dev’essere notevole. “Non siamo mai stati così al sicuro”, dicono taluni oggi, grazie alla “guerra al terrorismo” e allo spionaggio NSA nazionale ed estero. Ma la vendetta sa trovare le sue vie nuove e molto creative, come l’11 settembre. La politica estera USA ha messo a rischio notevole gli americani sia in patria sia all’estero quando viaggiano. Recentemente quella bellicosa politica estera è stata anche notevolmente priva d’intelligenza. Nel giro di un decennio gli USA sono riusciti a consegnare l’Iraq alla propria maggioranza sciita – sogno dell’Iran avveratosi grazie a Bush Jr – e la Libia, nonché presto, probabilmente, la Siria ad Al Qaeda, movimento arabo sunnita – grazie a Obama. E l’Afghanistan allo status quo, grazie a tutti e due.

Abbiamo già vissuto una tale situazione. Grandi Potenze che trattano bene i cittadini, mobilitandoli per la guerra, dapprima con successo, poi scivolando a valle perdendo le guerre e la soddisfazione dei cittadini. Emergono nomi non gradevoli negli USA: la Francia sotto Napoleone, la Germania sotto Hitler. È appena uscito un libro dell’ex-primo ministro francese Leonel Jospin, Le mal napoleonéen, il male napoleonico. All’inizio egli consolidò la Rivoluzione con grandi benefici per la gente, fece molto per riconciliare le due parti della Francia; il codice civile. Poi giunse una fase autoritaria e corrotta (“Napoléon, Quel Désastre!”, Le Nouvel Observateur, 6 marzo 2014, p. 91), poi l’impero, incoronandosi nel 1804, brillanti battaglie (vedi le stazioni del metro parigino) – e poi Waterloo nel 1815. La fine. E dopo di ciò, una Francia che inciampava in una crisi dopo l’altra.

Quando fermare l’espansione. Sotto Hitleri comuni cittadini tedeschi riuscivano a vivere con posti di lavoro, identità e libertà di cui le famiglie dei ceti inferiori non avevano mai goduto; facilmente mobilitati, con il Kriegsbegeisterung [entusiasmo bellico, ndt], per ristabilire il posto della Germania nel mondo. Battaglie brillanti; come Napoleone, cercò di sconfiggere, perdendo alla fine. I tre casi hanno in comune un fattore importante: né Hitler, né Napoleone, né gli USA seppero quando fermare l’espansione, ma seguirono il copione fino in fondo. Hitler avrebbe potuto fermarsi nel 1940, non attaccando la Russia; Napoleone nel 1807 dopo le sue battaglie vinte; gli USA nel 1945, giungendo a un patto informale con la Russia anziché con Churchill. La Russia sopravvisse a Napoleone e Hitler, occupandone entrambe le capitali dopo terribili perdite. Proprio adesso, se Putin sa dove fermarsi, la Russia sopravviverà anche agli USA. Occupando Washington? Può darsi di no. Quel che invece proprio Washington potrebbe fare è molto ovvio ma non così facile, con molti di coloro che al vertice degli USA vogliono sia più belligeranza sia più iniquità, senza freni né retromarcia.

Si cessino le guerre, si organizzino conferenze di pace con tutte le parti coinvolte, anche quelle non gradite a Washington, si tenga conto di ciò che esse vogliono, si cerchi un nuovo ordine mediante il soddisfacimento, in misura sufficientemente ragionevole, di tutti gli obiettivi legittimi – compresi quelli degli USA. Si dia spazio alla riconciliazione riconoscendo gli errori, disponibili a una qualche compensazione. Si sollevino i ceti al fondo della società USA, cominciando dai più poveri tra i poveri; si arresti la speculazione – il gemello della guerra, si diminuiscano i costi per i bisogni fondamentali permettendo a un numero crescente di persone di coltivare il proprio cibo in cooperative e vivere in coabitazioni pubbliche. Si tragga ispirazione dalla sanità pubblica dell’Europa occidentale; si renda economicamente accessibile l’università invitando a insegnare professori in pensione. Molto semplice, ma va a sbattere contro il muro di pietra di una ideologia trincerata su se stessa. Gli USA come proprio peggior nemico. Gli Stati Uniti d’America uno stato fallito? Non c’è dubbio, come la Francia di Napoleone e la Germania di Hitler. Per una democrazia, ci vuole più tempo per fallire. Essendo una democrazia sui generis, ci potrà volere ancora più tempo per rinnovarsi. Ma dovrà farlo. E – come ha detto una volta qualcuno – Sì, lo possiamo! (Yes, we can!)

 


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Titolo originale: America — A Failed State?https://www.transcend.org/tms/2014/04/america-a-failed-state/

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis. Fonte: http://serenoregis.org/2014/04/05/stati-uniti-damerica-uno-stato-fallito-johan-galtung/

1 citato in Nation of Change, More Evidence That Half of America Is in or Near Poverty, (Altre prove che mezza America è in povertà o giù di lì) del 24 marzo 2014, di Paul Buchheit.

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marzo 24, 2014

UN DIO PUNITORE?

NON È PIÙ POSSIBILE ATTRIBUIRE LE GUERRE ALL’”IRA DI DIO”. RISCHIO DI FARNE PROIEZIONE DEI NOSTRI BISOGNI

di Piero Stefani*

Guerra come punizione? Un secolo fa, l’8 settembre 1914, appena due giorni dopo la sua incoronazione, Benedetto XV emanò un’accorata esortazione alla pace. La guerra, iniziata da poche settimane, aveva già fatto versare molto sangue cristiano. Siamo dunque in un’epoca ben anteriore alla lettera del 1 agosto del 1917, nota a causa dell’espressione che definiva un’«inutile strage» quella immane guerra. In quel precoce intervento, la preoccupazione del papa per la pace era assai viva. Forte era l’invito alla preghiera fervorosa perché giungesse il tempo in cui i capi delle nazioni arrivassero a stringersi la mano. La guerra doveva finire al più presto. Eppure nell’esortazione Ubi primum in beati si leggono anche passaggi come il seguente: «Mentre, pertanto, Noi stessi, levando gli occhi e le mani al cielo, non cesseremo di supplicare l’Altissimo, esortiamo e scongiuriamo, come fece vivamente lo stesso Nostro predecessore [Pio X], tutti i figli della Chiesa, specialmente quelli che sono ministri del Signore, affinché proseguano, insistano, si sforzino, sia privatamente con umili loro preghiere, sia pubblicamente con solenni suppliche, a implorare da Dio, arbitro e signore di tutte le cose, che memore della sua misericordia, deponga questo “flagello dell’ira sua”, col quale fa giustizia dei peccati delle nazioni».1 Quest’ultima affermazione va considerata un’espressione stereotipata; ma ciò non fa che confermare quanto essa fosse radicata e data quasi per ovvia. Resta comunque evidente il dramma connesso a essere costretti a giudicare un male da cui si chiede di essere liberati quanto, per altri versi, è ritenuto esercizio della volontà punitrice di Dio.

Lettura teologica. È passato un secolo, e, se le preoccupazioni espresse nella prima parte del passo citato sono ancora le nostre, il contenuto della seconda parte appare tanto lontano da far pensare a un’altra religione. L’uso della violenza esercitata in nome di Dio è una realtà che ha trovato riscontri in anni recenti. Assolutamente remota appare invece una lettura teologica della storia che intendeva le guerre come forme di punizione volute da Dio a causa dei peccati dei popoli. Eppure è fuor di dubbio che l’interpretazione abbia precisi antecedenti biblici. Tutta la cosiddetta storiografia deuteronomistica ragionava infatti in questo modo. D’altra parte è forse possibile pensare a una signoria divina sulla storia senza proporre una qualche forma di lettura teologica delle guerre? Chi potrà mai sostenere che nella vicenda umana le guerre rappresentino solo una folle e saltuaria eccezione? L’espressione «ira di Dio» un tempo era lungi dall’essere assunta solo come un modo di dire più o meno scherzoso. Al contrario ci si appellava ad essa per cercare di interpretare effettivamente l’accaduto.

Nemico assoluto. Nella comune precomprensione storiografica la pace di Vestfalia del 1648 pose fine a una certa modalità di condurre le guerre di religione. L’eccesso della violenza esercitata aveva indotto a dar spazio alla diplomazia abbandonando la precomprensione che giudicava l’avversario un nemico assoluto. Mutatis mutandis, nella seconda metà del Novecento sul piano teologico sembra aver avuto luogo una dinamica paragonabile a quella ora evocata. A seguito delle due guerre mondiali, dei totalitarismi e dell’angoscia per un possibile conflitto nucleare, non si è più nelle condizioni di affermare che Dio si serve delle guerre. Come nel XVII secolo anche nel XX è stato l’eccesso di violenza a porre la parola fine a un determinato modo di leggere la storia.

Rottura epocale. Nella rinuncia definitiva a giustificare la violenza in nome di Dio vi è una quantità enorme di violenza. Questa precondizione getta ombre non lievi sul prezzo che si è dovuto pagare al fine di riacquistare un’immagine più evangelica di Dio. La constatazione sembra esigere un approccio più esigente di una sorvegliata ermeneutica della tradizione. L’incapacità di affermare il volto punitivo di Dio costituisce una rottura epocale che comporta una rilettura radicalmente diversa sia di questo mondo sia dell’aldilà. Quanto per secoli è stato creduto ora appare incredibile. Guerre volute da Dio e inferni eterni non sono più accolti come forme di esercizio della signoria di Dio. Ci si può chiedere: questa visione del tutto differente di Dio costituisce davvero una comprensione più profonda della tradizione o è dovuta soprattutto a un nostro bisogno?

Rischio di ambiguità. Gianfranco Bonola chiude un suo recente articolo dedicato a discutere le tesi di Jan Assmann relative a rivelazione, monoteismo e violenza con queste parole: «E siccome oggi la posizione più progredita in termini morali è considerata quella di chi rifugge dalla violenza nei suoi rapporti interpersonali come pure nei confronti della natura, pare che ciò non possa rimanere senza effetti nei confronti della concezione della divinità. Quasi che il monito biblico: “siate santi, come io sono santo” (Lv 19,2; 20,7; 20,26), da esortazione rivolta agli uomini, si rovesciasse in un’esigenza posta alla figura divina».2 Il linguaggio scelto da Bonola è volutamente paradossale; tuttavia la teologia non dovrebbe sottovalutare simili sfide. Esse, sul piano del pensiero, sono più penetranti di quelle lanciate dal fondamentalismo. Non è dato di prendere alla leggera l’ipotesi stando alla quale la visione di un Dio incapace di esercitare la violenza sia frutto, almeno in parte, della proiezione che noi facciamo in lui dei nostri bisogni. Occorre sicuramente purificare l’immagine di Dio da incrostazioni violente, senza però dimenticare il rischio di cadere, inconsapevolmente, in operazioni che, per quanto di segno opposto, sono anch’esse non esenti da ambiguità.

*il pensiero della settimana n. 470, fonte: http://pierostefani.myblog.it/2014/03/22/470_un-dio-punitore-23-03-2014/

1  Cf. Enchiridion della pace, vol 1,Pio X- Giovanni XXIII. EDB, Bologna 2004, nn- 19-20.

2 G. Bonola, Rivelazione, monoteismo e violenza. Variazioni con controcanto su temi di Jan Assmann, in Humanitas 5/2103.

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marzo 9, 2014

LA DONNA NELLA CHIESA

DEVE SUPERARE IL RUOLO TRADIZIONALE DELL’OSPITALITÀ, PER RAGGIUNGERE QUELLO DEL DISCEPOLATO, COME INSEGNA L’EPISODIO EVANGELICO DI MARTA E MARIA

di Piero Stefani, Il pensiero della settimana, n. 468*

Marta e Maria. Partiamo da un episodio evangelico noto, ma letto sotto un’angolatura particolare. Si tratta dell’episodio di Marta e Maria. Prima annotazione: siamo di fronte a una scena di ospitalità tutta femminile. Gesù è in cammino e una donna di nome Marta lo ospita (Lc 10,38). Non esiste alcun padrone di casa. In tutto l’episodio i discepoli sono assenti. Il confronto è solo tra Gesù e due donne.Marta offre la diaconia dell’ospitalità (la casa è qualificata solo sua e non già della sorella); e Maria? Non basta qualificarla come simbolo della via contemplativa, non è sufficiente neppure affermare (fatto peraltro completamente vero) che Maria eserciti l’ospitalità dell’ascolto, la più preziosa nei confronti di colui che ha un messaggio da comunicare. Occorre essere più radicali. Maria «seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola» (Lc 10,39). Stare seduti ai piedi di un maestro, come ricorda Paolo nel libro degli Atti (22,3 secondo il testo greco), è la classica espressione giudaica per indicare la condizione del discepolo. Con quel gesto Maria costituisce se stessa discepola, ed è questa «la parte migliore, che non le sarà tolta» (Lc 10,42). Ella va al di là della diaconia (simboleggiata da Marta) ed entra nella sfera del discepolato da cui era dapprima esclusa.

Dimensione piena del discepolato. Un dramma della Chiesa cattolica attuale è che l’atto della donna di emanciparsi dalla diaconia per entrare nella dimensione piena del discepolato apostolico è costretto ad assumere l’aspetto della rivendicazione. La situazione sembra paragonabile a un’ipotetica risposta in cui Gesù avesse detto: «tua sorella ha ragione, torna al servizio, perché, come sai, la casa che ci ospita è in se stessa tutta femminile. Non c’è bisogno che tu diventi discepola/apostola per questo ci sono già i dodici maschi da me scelti». Gesù evangelico non rispose così. Egli non chiamò Maria, fu quest’ultima a scegliere di stare ai suoi piedi. Fu lei a farsi discepola per fornire al Maestro, che non l’aveva chiamata, il più alto dei servizi. Come avvenne in altre occasioni (si pensi soprattutto alla donna siro-fenicia, Mc 7,24-30), pure qui una donna sembra insegnare qualcosa a Gesù.. Maria dimostra che anche una donna può essere pienamente discepola, per quanto sia vero che il modello da lei assunto non è, né poteva esserlo, quello itinerante riservato ai discepoli chiamati ad annunciare il regno.

Linguaggio rivendicativo. La Chiesa non è Gesù, pure lei però dovrebbe essere lieta che le donne siano simboleggiate da Maria e non solo da Marta. Per fare ciò bisogna che ci sia il lieto coraggio da parte delle donne di uscire dagli schemi consolidati – quello dell’ospitalità diaconale – per ricoprire ruoli finora a loro preclusi. Dichiarare poco rilevante questo procedimento, dicendo che c’è qualcosa di ancor più decisivo, sarebbe convincente solo se fosse in grado di creare un ambiente in cui l’apporto femminile sia autonomo e attivo, senza essere costretto a parlare il linguaggio rivendicativo (discorso che nell’episodio evangelico si confà più al parlare di Marta che a quello di Maria).Non sembra che la risposta fornita da papa Francesco nel corso della sua ennesima intervista (questa volta concessa, per par condicio, al Corriere della sera, 5.3.2014) si conformi pienamente a questo modello. Essa infatti pensa assai più a Maria madre di Gesù che a Maria sorella di Marta che scelse, per decisione personale, di diventare discepola di Gesù.«Come verrà promosso il ruolo della donna nella Chiesa?»«Anche qui la casistica non aiuta. È vero che la donna può e deve essere più presente nei luoghi di decisione della Chiesa. Ma questa io la chiamerei una promozione di tipo funzionale. Solo così non si fa tanta strada. Bisogna piuttosto pensare che la Chiesa ha l’articolo femminile “la”: è femminile dalle origini. Il grande teologo Urs von Balthasar lavorò molto su questo tema: il principio mariano guida la Chiesa accanto a quello petrino. La Vergine Maria è più importante di qualsiasi vescovo e di qualsiasi apostolo. L’approfondimento teologale è in corso. Il cardinale Rylko, con il Consiglio dei Laici, sta lavorando in questa direzione con molte donne esperte di varie materie».

 *fonte: http://pierostefani.myblog.it/2014/03/08/468-_-la-donna-nella-chiesa-09-03-2013/

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febbraio 23, 2014

febbraio 17, 2014

OBBEDIRE A DIO E ALLA PROPRIA COSCIENZA

PARTECIPIAMO TUTTI AL SACERDOZIO UNIVERSALE DI CRISTO, AL DI SOPRA DI OGNI RELIGIONE: PRIMATO DELLA COSCIENZA E DELLA RESPONSABILITÀ
di don Giorgio De Capitani*

Capolavoro letterario e teologico. Anche in questa domenica, la liturgia ci presenta alcuni brani della Bibbia che meritano una particolare attenzione. Vorrei partire dalla Lettera agli Ebrei che, come tanti di voi sanno, non è stata scritta da San Paolo, ma da un autore di cui ancora oggi non conosciamo il nome. Già lo scrittore cristiano Origène nel III secolo d. C. si chiedeva: “Chi ha scritto questa lettera? Il vero, Dio solo lo sa!”. Incerto, dunque, l’autore, incerti sono anche i destinatari che non sono certamente ebrei, ma piuttosto giudeo-cristiani, e incerte sono pure le coordinate storiche e geografiche: quando e dove la lettera è stata scritta? L’unica cosa certa è che siamo in presenza di un capolavoro letterario e teologico. Si tratta non tanto di una lettera, quanto di una omelia, al cui centro domina la figura di Cristo, sacerdote perfetto della nuova alleanza tra Dio e l’umanità. La cosa davvero interessante sono i riferimenti all’Antico Testamento, ma soprattutto alla figura di Melchisedek, il re-sacerdote di Salem (ovvero Gerusalemme) che incontra Abramo, dopo che questi stava tornando, vittorioso, da una guerra.

Dove sta la novità rivoluzionaria? Cristo non è sacerdote secondo la religione ebraica, ovvero secondo l’ordine di Levi, ma secondo l’ordine di Melchisedek. Chiariamo meglio. Nella Bibbia il sacerdozio che garantiva il servizio e il culto nel Tempio di Gerusalemme era esclusivo della tribù di Levi, una delle dodici tribù d’Israele, tribù che discendevano dai dodici figli di Giacobbe, di cui il terzo si chiamava appunto Levi. I sacerdoti, dunque, provenivano tutti dalla tribù di Levi, per questo si chiamavano Leviti. Ed ecco la novità. Cristo esce da questa discendenza sacerdotale, sovvertendo la religione ebraica, e si connette a Melchisedek, sacerdote fuori di ogni norma e di ogni schema, un sacerdote pagano, anche se adorava il Dio Altissimo. Altissimo di per sé non vuol dire unico, vuole dire che è al di sopra di tutte le altre divinità. Ma c’è di più. Il racconto della Genesi presenta Melchisedek come privo di genealogia, quindi libero dal tempo e dai vincoli di sangue, perciò radice di un sacerdozio non più ereditario, ma eterno e definitivo.

Il sacerdozio di Cristo, dunque, non appartiene più ad alcuna religione. Egli è il sommo sacerdozio, e da lui, solo da lui, discendono tutti i sacerdoti, non solo quelli ordinati dal vescovo, ma anche il sacerdozio comune, quello del popolo di Dio. Ma soprattutto noi preti, ministri della Chiesa, dovremmo riflettere su questa verità: siamo stati ordinati secondo l’ordine di Melchisedek, “senza padre, senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni né fine di vita”. Quando il sacerdote novello celebra la sua prima Messa nel proprio paese, il coro parrocchiale solitamente canta: “Tu es sacerdos in aeternum, secundum ordinem Melchisedek”. Chissà quanti si son chiesti: Carneade, chi era costui? Alla fine di giugno dell’anno scorso, in occasione del mio cinquantesimo di ordinazione sacerdotale, durante l’omelia mi sono soffermato a chiarire questo aspetto essenziale del sacerdozio di Cristo e quindi del sacerdozio nella Chiesa. Vorrei riportare un brano della predica. Melchisedek è sacerdote universale, senza legami di carne e di tempo, senza genealogia, libero da ogni condizionamento, ministro di un Dio non strettamente religioso, al di sopra di tutti e di tutto, non per restare lontano dalle vicende umane, ma per essere ancor più vicino a tutti indistintamente.

Sacerdote cosmico. Noi preti dovremmo ricordarci di essere senza padre e senza madre, senza genealogia, di non essere legati ad un determinato tempo, ad un determinato spazio, pur vivendo in una determinata epoca e incarnati in un determinato territorio, per essere più liberi di vivere il presente in tutta la sua carica di Umanità. Raimon Panikkar, morto alla fine di agosto del 2010, figlio di padre indiano induista e di madre cattolica catalana, che ha sempre rivendicato la sua appartenenza a quattro religioni: la cattolica, l’induista, la buddhista e la secolare, alla domanda: «Tu, maestro, sei un sacerdote cattolico. Ma come intendi il tuo ministero?», risponde: «Io sono un prete cattolico e credo nel Cristo. Ma la mia ordinazione sacerdotale è “secondo l’ordine di Melchisedek”, cioè di quel personaggio, di quel re di cui parla la Bibbia, e al quale fa riferimento la teologia del sacerdozio. Melchisedek non era ebreo, non credeva in Jahve, apparteneva ad una razza maledetta, e ciononostante, come attesta la Bibbia, è detto superiore ad Abramo». Parlando poi della Festa del Corpus Domini, Panikkar dice: «Oggi è la festa del sacerdote cosmico, come lo è stato Melchisedek che fu “rivoluzionario” perché non consacrato a nessun ordine, a nessuna burocrazia sacra.

Sacralità. Allo stesso modo il sacerdote cattolico non può considerarsi parte di nessuna burocrazia, né di quella vaticana né di quella “tribale”, forgiata sul modello giudaico. Lo stesso Gesù ha avuto il buon gusto di non appartenere a nessuna casta sacerdotale, e non fu mai un capo, un boss, ma solo un laico, un comune servitore degli altri per carisma e umiltà». Anche la parola “sacerdote” dovrebbe farci riflettere. Deriva da “sacer”, ovvero sacro, una parola che è stata fraintesa e scambiata con la parola “religioso”. Dire sacro e dire religioso di per sé non è la stessa cosa. Ma la cosa grave è quando la sacralità è al servizio della religione. La sacralità fa parte dell’essere umano, fa parte di tutto il creato, indipendentemente dalle credenze religiose. È sacro allo stesso modo il credente e il non credente, il cattolico e il buddista. La sacralità è il divino che c’è in noi, indipendentemente se uno ci creda o no. La religiosità è una forma di sacralità, ma non è sempre segno della divinità.

Servitori della sacralità. Sommo sacerdozio significa dunque che Gesù Cristo incarna in modo assoluto la divinità. Noi non siamo che partecipi di questa sacralità, anche ministri, ovvero servitori della sacralità che fa parte dell’universo. Invece, ecco il tradimento, ci crediamo padroni in una religione che mette la sacralità al servizio della propria struttura. Il primo brano e il Vangelo ci sconvolgono ancora di più. Il primo racconta l’episodio del sacerdote Achimèlec che permette a Davide e ai suoi compagni affamati di nutrirsi dei pani sacri, i “pani della proposizione”, chiamati anche i pani “della presenza” o “dell’offerta”: erano dodici pagnotte che, secondo un’usanza antichissima (vedi l’episodio di Melchisedech che offre al Dio Altissimo pane e vino), venivano offerte dagli ebrei a Jahveh, in riconoscimento del suo supremo dominio sopra tutte le creature, ed erano poste su un tavolo nel luogo chiamato Santo, e venivano rinnovate ogni sabato. I pani sostituiti potevano essere mangiati solo dai sacerdoti. Questo episodio è stato ricordato anche da Gesù, quando venne criticato dai farisei perché i suoi discepoli, in giorno di sabato, si erano messi a mangiare alcune spighe, cosa che era proibita dalla legge del sabato. E alla legge del sabato si richiama anche il brano del Vangelo: Gesù guarisce, di sabato, un uomo che aveva una mano paralizzata.

Legge come mezzo. La legge, ogni legge, non è che un mezzo, solo un mezzo al servizio di un fine. La cosa tragica è quando si trasforma il mezzo in un fine, ovvero, nel nostro caso, quando la legge prevale sul fine. Qual è il fine che la legge deve servire? Ecco la domanda che dovremmo sempre porci di fronte ad ogni legge. La legge è al servizio della dignità dell’essere umano, dove risiede il divino. In ogni essere umano c’è la presenza del divino, che lo sappiamo o non lo sappiamo. Non tocca a noi e neppure al potere costituito stabilire se e quando c’è la presenza del divino in un essere umano. Per secoli e secoli abbiamo sostenuto, complice anche la religione, che ci sono esseri più umani e meno umani, più divini e meno divini. Pensate alla schiavitù, fenomeno aberrante che ha macchiato generazioni e generazioni anche delle cosiddette civiltà. Alla domanda dei farisei: «È lecito guarire in giorno di sabato?”, Gesù risponde: «È lecito in giorno di sabato fare del bene». Questo è il vero e l’unico criterio per stabilire come osservare il sabato, ovvero la legge. Il sabato sta per legge. Gesù dirà in un’altra occasione: “il sabato è per l’uomo” e non viceversa. Vi rendete conto che sulla legge ci siamo giocati la stessa religione, Dio stesso, per non parlare dell’umanità intera?

Obbedienza e coscienza. Ancora oggi conta la legge, la struttura, l’ordine, la disciplina, più della coscienza, della nostra dignità umana. La legge è solo un mezzo per un fine. Di fronte alla legge, a qualsiasi legge, dovrei chiedermi: qual è il suo fine? Basta con l’obbedienza cieca ad una legge che è fine a se stessa! Così dice la legge, e allora bisogna obbedire. Siamo esseri pensanti, e non automi, o pezzi di una macchina che deve essere funzionante ad ogni costo. I militari un tempo, non lo so oggi, non dovevano mai pensare in proprio, ma obbedire ciecamente anche agli ordini di pazzi gerarchi. Ci sono ancora oggi ordini o congregazioni religiose che impongono in modo del tutto scriteriato il voto dell’obbedienza. Noi preti diocesani non abbiamo fatto il voto di obbedienza, quando siamo stati ordinati, tuttavia mi sento ancora dire che mi sono impegnato davanti al vescovo. Obbedire davanti a un essere umano? Obbedire casomai a Dio e alla mia coscienza. Questo non comporta di per sé il caos o il disordine o l’anarchia. È chiaro che, oltre il mio bene, c’è il bene della società. Si tratta allora di saper armonizzare la mia coscienza con il fatto che sono anche un essere sociale, che vive cioè in una società o in una struttura. Ma anche in tal caso, non è la struttura che devo servire, ma il bene comune che va al di là di ogni struttura. E non ditemi che è sempre comodo disobbedire alla legge: dico solo che è più difficile obbedire alla coscienza per il mio vero bene (che non sono i capricci) e per il bene comune (che non sono i miei interessi personali o familiari o di partito). Coscienza significa responsabilità. L’obbedienza cieca significa irresponsabilità.

*Omelia del 16 febbraio 2014: sesta Domenica dopo l’Epifania; letture:1Sam 21,2-6a.7a; Eb 4,14-16; Mt 12,9b-21

2013-11-01 14.31.10

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