Brianzecum

agosto 6, 2014

LA PORTA STRETTA

FAR POSTO ALL’ALTRO E ALLA SUA SOFFERENZA È L’UNICA VIA CHE PORTA ALLA VITA: PARADOSSALMENTE ALLARGA

di don Angelo Casati*

Controtendenza? Forse anche a voi, come a me, di primo acchito ciò che rimane impressa nella mente è l’immagine, in qualche misura inquietante, della porta stretta: “ Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno”. E che cosa è “porta stretta” ci chiediamo. Il Gesù, che abbiamo conosciuto come uno che allarga, forse che ora restringe? Come vedete si tratta di non fraintendere. Basterebbe pensare che gli ultimi detti di Gesù che Luca ha raccolto nel suo vangelo, proprio immediatamente prima dell’episodio che oggi abbiamo ascoltato, portavano due bellissime immagini di allargamento e di crescita. Ve le ricordo: il regno che Gesù porta sulla terra è nell’immagine di un piccolo granello di senape che cresce e diventa albero e gli uccelli del cielo a far nido tra i suoi rami. E, insieme, l’immagine del grumo di lievito che una donna mescola in tre misure di farina. Finché tutta sia fermentata. Ed ecco la porta stretta. Che sembra in controtendenza con il granello di senapa e il grumo di lievito.

Non conta il numero. L’immagine viene al cuore di Gesù in risposta a un tale che, molto probabilmente turbato dalle aperture di Gesù, dai suoi sconfinamenti, lo interroga sul numero di quelli che si salvano. Saranno molti? Si salveranno tutti? Certamente vi siete accorti che Gesù non risponde, non risponde sul numero, non risponde a questi che fanno questione di numeri e per di più fanno questione di numeri sulla pelle degli altri. Guardate che capita, capita ancora oggi, e nei nostri ambienti. Capita che in questione, in questione di salvezza, siano sempre gli altri e non noi, la fede degli altri e non la nostra. Perdonate, ma a volte mi è capitato di pensare che cosa succederebbe se sull’uscio apparisse Gesù. Non cambierebbe tono, ci direbbe: “Ma sforzatevi voi di entrare per la porta stretta”. Perché non conta il numero. Se poi lo sapeste, che cosa ne fareste? Voi sareste capaci di organizzare una tavola rotonda per discutere sul numero dei salvati. Così all’infinito!

Conta il passaggio per la porta. Che cos’è la porta? Dov’è la porta? Ebbene d’istinto la mente mi è andata a una pagina del vangelo di Giovanni dove Gesù attribuisce a sè questa immagine, dice che è lui la porta: “In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore… se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10, 7.9-10). Mi si è subito illuminata nella mente una cosa bellissima: misura della porta è la vita di Gesù. Mi sono detto: tu passa per quella misura. Misurati su Gesù, misurati, sempre più, sul vangelo. Non impallidirne la memoria nella tua vita, non impallidirla né per te né per gli altri. Perché Gesù e il suo vangelo sono porta alla vita vera, alla pienezza della vita. Non dimenticare! Era commovente oggi il racconto tratto dal libro di Giosuè. Il popolo, dopo le fatiche di un attraversamento di deserto durato quarant’anni, passa il Giordano ed entra nella terra promessa e Giosuè, il nuovo traghettatore, comanda che nel fiume vengano issate dodici stele, come dodici sono le tribù. A ricordo, a perpetua memoria, così che, quando i figli chiederanno conto di quelle pietre, si ricorderà loro che porta di uscita dall’Egitto, porta di ingresso nella nuova terra è stato ed è il Signore.

Non passa chi opera iniquità. Ebbene la porta che è Gesù, è stretta nel senso che non dà licenza di ingresso a coloro – lo abbiamo sentito – che sono nell’immagine del ladro, cioè di coloro che rubano, uccidono e distruggono. Non hanno niente da spartire con il vangelo. E voi sapete che ci sono tanti modi, alcuni meno evidenti, di rubare, uccidere, distruggere. Quando non vediamo altro che noi stessi noi decliniamo ampiamente tristemente questi verbi. Che sono la distruzione della vita. Porta stretta, ancora, è Gesù – e pure questo abbiamo ascoltato – per quelli che si professano suoi seguaci, suoi sostenitori e difensori, ma è solo vernice! Verniciano di religione e di difesa della religione i loro interessi, opere che sono contro la giustizia. Porta chiusa. Fa molta impressione la reazione di Gesù contro gli ultraortodossi della fede che sbandierano appartenenze, loro conclamati difensori della fede: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me , voi tutti operatori di iniquità”.

Ed ecco il paradosso – ormai siamo abituati ai paradossi del vangelo – la porta “stretta” diventa la porta “larga”, larga che più larga non si può. Riascoltiamo: “verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio”. Ma allora per chi è stretta la porta di Gesù. Forse potremmo dire: per chi ha l’anima stretta, per chi ha il cuore stretto, per chi ha la mente stretta, le visioni strette, il modo di pensare Dio, se stesso e gli altri stretto. Stretta la porta anche per chi vi entra. In che senso? Nel senso che chi nel cammino della vita fa sua una visione senza confini, chi dà posto agli altri, chi non intende vivere solo per se stesso, prima o poi, non può non incontrare anche il passaggio stretto, stretto come i passaggi stretti che si ritrova in parete chi scala i monti, il passaggio stretto del sacrificio: tu dai posto se fai posto, se ti contrai nell’eccesso e nella esorbitanza delle tue attese. E contrarsi non è mai un gioco. Ci sono giorni che l’amore anche lo paghi. Perché amare, e già lo ricordavamo, non è uno spiaccichio di parole. Il Signore della croce ce lo ricorda. Ce lo ricorda con le sue braccia allargate. Le braccia allargate hanno pagato.

Stretta e sconfinata la porta della croce. Stretta e sconfinata la porta di chi veramente ama e ci mette del suo, per vivere ciò che oggi affermava Paolo nella lettera: “Forse che Dio è Dio soltanto dei Giudei? Non lo è anche delle genti? Certo anche delle genti!”. Fare posto all’altro, mettersi nella sofferenza dell’altro, può essere una porta stretta ma è la sola che porta alla vita, alla pienezza della vita. Allargare, dunque dilatare. Di tanto in tanto mi chiedo se io allargo, se dilato se nella mia vita faccio spazio. Non ancora del tutto, vorrei confessare. Non sempre, vorrei confessare. Qualche domenica fa ho citato un uomo di teatro, Alessandro Bergonzoni. L’ho ritrovato in un’altra sua espressione folgorante: “Faccio voto” dice “faccio voto di vastità”. Un voto che vorrei fare anch’io. Di vastità. E che Dio mi aiuti ad essere fedele! Al voto.

* Omelia del 27 luglio 2014, Domenica settima dopo pentecoste (Gs 4,1-9; Rm 3,29-31; Lc 13,22-30)

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agosto 5, 2014

VOCAZIONE PER TUTTI: A DIVENTARE PIÙ UMANI

IMPROPRIAMENTE RELEGATO ALL’AMBITO ECCLESIASTICO, IL TERMINE MERITA UN ALLARGAMENTO PER UNA CRESCITA RESPONSABILE

di don Giorgio De Capitani*

Invito a pranzo. Vocazione è un termine ricorrente nel mondo ecclesiastico, e anche nel mondo sociale e politico, benché con sfumature diverse. Vocazione deriva dal latino “vocatio”, che significa “chiamata”. Una chiamata che avviene attraverso la voce (“vox”, in latino). Nell’ambito ecclesiastico, la “vocatio” fa riferimento alla chiamata da parte di Dio alla vita religiosa o ad una particolare missione a servizio della Chiesa o del prossimo. Per i latini, la “vocatio” assumeva significati differenti in rapporto al contesto sociale, in cui tale vocabolo veniva usato. La “vocatio” poteva significare una citazione in giudizio (da qui, il termine “ad-vocatio”, vale a dire la consultazione legale centrata sulla figura professionale dell’”ad-vocatus”, il cui termine greco corrispondente è “paràcletos”, o paraclito), inoltre “vocatio” significava un invito a pranzo (suggestivo il riferimento alla chiamata, rivolta da Dio a tutti gli uomini, a partecipare al banchetto celeste della fine dei tempi); la “vocatio” poteva indicare una convocazione (o “con-vocatio”, ossia la chiamata in riunione di un gruppo di persone per trattare un argomento di interesse comune); infine, “vocatio” indicava un’invocazione o appello (“in-vocatio”) ad agire per il bene comune.

Siamo tutti precari. Nella lingua italiana, la vocazione o chiamata è arricchita da sinonimi, che, di volta in volta, chiariscono ulteriormente il significato di questo vocabolo: inclinazione, attitudine, disposizione, tendenza, predisposizione, propensione, passione, capacità, dote. Nessuno di questi sinonimi, però, chiarisce del tutto il significato profondo della vocazione nella sua accezione religiosa e biblica, laddove la chiamata è frutto di una libera iniziativa di Dio e di una libera accettazione da parte dell’uomo, chiamato per l’appunto da Dio a svolgere una missione a favore dell’umanità. Qui bisogna chiarire. Il nostro rapporto con Dio è sempre asimmetrico. Vuol dire che c’è un’infinita sproporzione tra l’amore di Dio per la sua creatura e la pur libera iniziativa dell’essere umano, che si rivolge al suo Creatore per invocarlo o per rispondere alla sua chiamata. Solitamente l’uomo si rivolge al suo Signore per ottenerne l’aiuto, l’attenzione, il sostegno nella prova, la compassione, il perdono e la benevolenza. Siamo tutti precari di fronte a Dio: bisognosi di Lui. Notate: il termine precario, oggi così di moda, deriva dal latino “praecarius”, il quale deriva da “prex”, che significa preghiera. Dunque, precario e preghiera hanno lo stesso significato.

E Dio come risponde alla nostra preghiera? Risponde con la sua grazia, che va sempre al di là della nostra domanda. Ma attenzione: “al di là” non significa che ciò che Dio mi dà è sovrabbondante. Io chiedo uno, Dio me ne dà due; io chiedo due, il Signore me ne dà tre. No. Dio non si limita a rispondere alle nostre richieste: capisce ciò che è il nostro vero bene, che non sempre corrisponde alla nostra richiesta, che secondo Dio può essere un male. Ecco il senso delle parole, che diciamo quando preghiamo con il Padre nostro: “sia fatta la tua volontà”. Dio, dunque, va oltre le nostre domande. Quando Dio “chiama” l’uomo, non si comporta mai allo stesso modo: la sua chiamata è sempre originale, unica, personale e personalizzata. Ogni chiamata ha una sua storia. Sono diverse la chiamata di Abramo e la chiamata di Mosè. Certo, il fine era lo stesso: mettersi al servizio di un popolo, che doveva incarnare il disegno di Dio nella storia. Così diverse sono le chiamate di Samuele e dei singoli profeti. Ogni profeta ha una sua storia particolare. La Bibbia, in fondo, non ci stanca mai. Non è monotona: è un insieme di storie tutte diverse. Ogni chiamata è affascinante, misteriosa, comunque sempre da incarnare in un contesto storico. Oggi Dio chiama in un modo completamente diverso, perché diverse sono le situazioni storiche. La finalità è la stessa, ma i modi sono diversi.

Conciliare progresso e umanità. Mi viene da ridere quando sento dire che bisognerebbe tornare alle origini del cristianesimo, come se ciò significasse tornare indietro nel tempo. Se Cristo fosse qui oggi, agirebbe in un modo del tutto diverso: altri nemici, altre difficoltà, probabilmente non sarebbe messo su una croce, ma, come ha scritto Kierkegaard nel suo Diario: «Se Cristo ritornasse al mondo, forse non sarebbe messo a morte, ma in ridicolo. È questo il martirio dei tempi dell’intelligenza; essere messi a morte è quello del tempo della passione e del sentimento». Sento talora dire che bisognerebbe tornare ai tempi di San Francesco. In che senso? Dimentichiamo una piccola parola, ed è “spirito”. Spirito significa il cuore del messaggio, il messaggio nella sua purezza originaria, ma da incarnare nella realtà dell’oggi. I tempi cambiano: bisogna tener conto del progresso. E allora diciamo pure che dobbiamo tornare allo spirito evangelico o allo spirito francescano. Dio mi chiama oggi, e la sua chiamata non mi fa rifiutare il progresso. Ma attenzione: c’è progresso e progresso. Si tratta di conciliare il progresso con l’umanità.

Dio mi chiama a realizzare i valori umani. E chiama tutti. Ognuno di noi nasce con la chiamata di Dio, che è già nel nostro essere. Il grosso difetto di ogni religione, e anche della Chiesa cattolica, è consistito nel ritenere la chiamata di Dio come qualcosa di esclusivo di una certa categoria di persone, e questo difetto è resistito fino ai nostri giorni. È vero che oggi la parola vocazione si è estesa ai vari campi, anche educativi e politici. Perché no? Anche i politici dovrebbero sentire la vocazione a servire il bene comune. Sono chiamati a svolgere una missione. Talora preferiamo il termine “professione” o “professionalità”. Sembra più laico e moderno. Ma la parola professione non dice quanto la parola vocazione: la professione riguarda la capacità o preparazione a svolgere un certo compito, mentre dicendo vocazione s’include anche la convinzione, la passionalità, la dedizione. Vorrei insistere sul fatto che ognuno di noi ha una particolare vocazione, che non è né laica né religiosa: è semplicemente umana. Prima parlavo del grosso difetto di ogni religione: aver relegato la vocazione ad un ambito ristretto, quello prettamente ecclesiastico o gerarchico.

Il potere non è vocazione. La vocazione è passata poi a indicare un potere, un incarico, dimenticando una piccola parola essenziale, che è il servizio. Dio non ha mai chiamato ad assumere dei ruoli di potere, ma di servizio. Il potere non rientra nella vocazione o nella chiamata di Dio. Per il fatto che chiamata e potere sono diventati la stessa cosa, il popolo di Dio è sempre stato escluso dalla cosiddetta vocazione. Chiamati erano solo i privilegiati, gli appartenenti al mondo ecclesiastico, nella sua variegata gerarchia. Oggi la Chiesa parla anche di responsabilità del Popolo di Dio, il quale è chiamato a far parte della Chiesa, in piena coscienza. Ma qual è la sua parte in questo nuovo regno? Non è facile capire fino a che punto la Chiesa lasci spazio ai cosiddetti laici. Questo sì, questo no. Questo è ancora parte della gerarchia, mentre tu, semplice laico, non invadere il mio campo. Certo, i laici si stanno sempre più impegnando nella Chiesa, anche perché, venendo meno le vocazioni, si è costretti a ricorrere a loro per occupare gli spazi lasciati vuoti. Siamo sempre al solito punto. La Chiesa sembra mollare il potere: la necessità diventa poi virtù.

Vocazione dei laici. Don Primo Mazzolari ha scritto due opuscoli, di poche pagine, sulla parrocchia. Il primo risale al 1937, titolo: “Lettera sulla parrocchia. Invito alla discussione”, mentre il secondo è stato scritto vent’anni dopo, nel 1957, titolo “La parrocchia”. I due testi si possono trovare su internet. Due opuscoli ancora attuali: ci fanno capire quanto le parole di don Primo siano state profetiche, e quanto siano ancora ben lontane dalla realtà. Don Primo tocca il tasto della maturità dei laici e del loro posto nella Chiesa. Vedete: la cosa più paradossale mi sembra questa. La Chiesa non fa altro che ripetere: col Battesimo tutti entrano a far parte del sacerdozio di Cristo. Il Concilio Vaticano II ha insistito su questo aspetto. Ma nella realtà che cosa succede? Ci si chiede ancora oggi: qual è in effetti la partecipazione dei laici alla Chiesa di Cristo? Qual è la loro vocazione?

Responsabilità. Il nostro compito di preti non doveva consistere nel tenere ben stretti spazi di potere, chiedendo ai laici una collaborazione puramente pragmatistica, ma dovevamo da tempo stimolare i laici ad prendersi le loro responsabilità, in forza di quella vocazione universale che non richiede tanto spazi di potere, ma amore disinteressato per il bene comune. C’è una frase di don Primo che mi ha sempre fatto riflettere: «Il parroco deve guardarsi dal fabbricare brutte o belle copie del prete, quando l’originalità è una delle condizioni perché la parrocchia sia viva e vitale. Egli deve aver fiducia nei laici, non pretendere di manovrarli quasi fossero dei fanciulli, ma guadagnarsi piuttosto il diritto di guidarli con autorità paterna, con presenza amorevole e rispettosa». Don Mazzolari cita una frase del cardinale Saliège: “Sarebbe un errore fatale per l’avvenire della Chiesa voler conservare i laici nella vita di feto”.

*dall’omelia del 3 agosto 2014, ottava domenica dopo Pentecoste: 1Sam 3,1-20; Ef 3,1-12; Mt 4,18-22. Fonte: http://www.dongiorgio.it/03/08/2014/omelie-2014-di-don-giorgio-ottava-domenica-dopo-pentecoste/

2014-05-21 11.13.06

Complesso romanico di s. Pietro sopra Civate

luglio 9, 2014

CON TUTTO IL CUORE

I DIVERSI SIGNIFICATI: NELLA BIBBIA INDICA ANCHE SEGUIRE L’INCLINAZIONE BUONA E QUELLA CATTIVA

di Piero Stefani*

Significati. «Cuore» è una parola molto diffusa nella Bibbia. Ciò vale sia per l’Antico sia per il Nuovo Testamento. All’ampiezza delle ricorrenze corrisponde quella dei significati metaforici. Per rendersene conto basta riferirsi alla traduzione greca dei LXX la quale ha avuto, per così dire, «problemi di cuore». Infatti i due sinonimi ebraici lev e levav sono stati tradotti con un vasta area di termini spesso legati alla sfera della conoscenza (psyché, nous, phronesis, dianonia ecc.), ma anche con la parola kardia. Si deve dunque a questa traduzione, che tanto ha inciso sul Nuovo Testamento, l’aver introdotto in greco la metafora legata al cuore, termine che nella lingua classica dell’Ellade era quasi sempre impiegato in un senso anatomico e fisiologico privo di particolari significati simbolici. L’uso biblico del termine differisce radicalmente da quello occidentale, di ascendenza soprattutto romantica, che assegna al cuore la dimensione sentimentale contrapponendolo così alla mente e alla volontà razionale («al cuor non si comanda»). Nella Bibbia abbiamo una vasta area di significati, tuttavia l’asse di riferimento principale è riconducibile a quello che può definirsi una sfera intellettivo-volitiva collegata anche alla coscienza. Per comprendere tutto ciò conviene tener conto che l’antropologia biblica è «senza cervello», vale a dire essa ignora completamente l’organo che per noi costituisce la base organica del pensiero. Tuttavia, per quanto possa suonare paradossale, la diversità non annulla il fatto che l’uso traslato della parola «cuore» rappresenti un’eredità biblica e non greca. Siamo differenti ma nasciamo da lì. Tuttavia per noi si è ormai attenuata la centralità riassuntiva e l’ambivalenza antropologica collegata a questa parola.

«Ti amo con tutto il cuore» è espressione corrente. Forse si può dire che equivalga a «con tutto me stesso», o in maniera più tenue a «senza riserve». Anche la Bibbia conosce l’espressione «con tutto il cuore». Il passo più decisivo in tal senso lo si trova all’inizio dello Shema‛ Israel: «Ascolta Israele, il Signore è nostro Dio, il Signore è uno. Amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (Dt 6,4). Si può dunque amare Dio che non si vede e non si tocca (due dimensioni in pratica imprescindibile nell’amore interumano)? Come si può amare colui che è infinitamente al di là di tutte le esperienze che abbiamo nella vita? A lui ci rivolgiamo, ma Egli si rapporta con noi in modo del tutto diverso da come noi ci volgiamo a lui. Nessun altro amore vive una bilateralità così scompensata. Ci può essere un amore umano che si scontra con l’indifferenza e persino con l’odio, ma non ve ne è uno che si misuri con un altro amore del tutto difforme. La centralità assunta nella fede cristiana dall’incarnazione è dovuta anche al fatto che, attraverso la visibilità e la tattilità assunta dal Figlio di Dio, il divino e l’umano possono amarsi reciprocamente in modo paragonabile. Proprio in ciò si trova il fondamento primo in base al quale l’amore del prossimo è collegato a quello di Dio: «chi infatti non ama il prossimo che vede, non può amare Dio che non vede» (1Gv 4.20).

Due inclinazioni. Lo Shema‛ non conosce l’incarnazione. Amare con tutto il cuore, lì, significa prima di tutto ascoltare, vale a dire obbedire (cioè, anche secondo l’etimo della parola italiana, «prestare ascolto») ai precetti (mizwot). Ma cosa significa allora mettere in pratica la volontà di Dio con «tutto il tuo cuore»? Una risposta rabbinica a questa domanda ci fa entrare appieno nella ambivalenza della condizione umana. «Con tutto il tuo cuore» significa «con tutte e due le inclinazioni, con l’inclinazione buona e con quella cattiva» (Sifrè Devarim 32). L’«inclinazione buona» è la disposizione d’animo volta a obbedire, orientata quindi a fare ciò che è giusto agli occhi di Dio; l’«inclinazione cattiva» non è la malvagità, non è la volontà distorta indirizzata alla trasgressione, è semplicemente l’istinto vitale che vuole affermare se stesso a prescindere dalle regole; si tratta cioè di quella base vitalistica che ci è indispensabile per sopravvivere. Gli antichi rabbi affermavano che se non ci fosse l’inclinazione cattiva nessuno genererebbe, nessuno costruirebbe case, nessuno commercerebbe e così via. In definitiva amare Dio con tutto il cuore significa amarlo nella vita e con la vita essendo nel contempo consapevoli di tutte le irrisolte ambiguità inscritte nella condizione umana.

*Il pensiero della settimana 485, fonte: http://pierostefani.myblog.it/2014/07/06/485_con-il-cuore/

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giugno 27, 2014

LA META È ANCORA LONTANA

Filed under: 2) dialogo interreligioso — brianzecum @ 2:06 PM

IL CAMMINO DELLA MATURAZIONE È LUNGO E FATICOSO, MA MERITA DI ESSERE PERCORSO

di don Giorgio De Capitani*

Disunire. I tre brani della Messa sembrano collegati da quel rapporto profondo che unisce ogni essere umano. Un legame che diventa un obbligo, un dovere, un comandamento: quello dell’amore degli uni per gli altri. Il primo brano descrive l’opera creativa di Dio con l’apparire dell’uomo, dotato di sensi e di intelligenza. L’autore del Siracide ricorda ciò che è stato detto all’inizio del libro della Genesi: l’uomo è stato creato a immagine divina. Il suo primo dovere consiste nel lodare il Signore e nel vivere in dialogo con Lui attraverso l’osservanza dell’alleanza e della legge. Il Signore osserva e giudica ogni cosa: il bene e il male. Tiene conto soprattutto delle opere buone e della generosità verso i fratelli miseri. «Disse loro: “guardatevi da ogni ingiustizia!” e a ciascuno ordinò di prendersi cura del prossimo». San Paolo, nella sua lettera ai cristiani di Roma, fa una descrizione piuttosto drammatica dell’umanità, che ha tradito l’immagine divina per correre dietro agli idoli di ogni perversione. Tradire l’immagine divina significa disunire o scomporre ciò che unisce gli uni agli altri. L’elenco delle azioni indegne descritte dall’Apostolo riguarda tutto ciò che, in qualsiasi modo, slega l’uomo da se stesso, e questo succede perché l’intelligenza, ovvero la scintilla divina in noi, è venuta meno, ha perso lucidità, è diventata folle. Certo, c’è anche l’intelligenza del male (il demonio è un essere intelligentissimo), ma è una cosa diversa dall’intelligenza del bene.

Andare oltre. Purtroppo, la storia ci insegna che il male sembra prevalere con maggior facilità sul bene. I mezzi a disposizione del male appaiono più potenti e suadenti. Il male è sempre in discesa, mentre il bene è sempre in salita. Il male ruota attorno al proprio io, mentre il bene vuole comporre l’armonia cosmica, a partire dal singolo essere. Dire singolarità non significa dire egoismo. Ciò che i mistici chiamano egoità, ovvero la centralità assoluta ed esclusiva dell’ego, è la sede e la causa di ogni male. Il brano del Vangelo è tolto dal Discorso della Montagna. Gesù sta contrapponendo la legge limitativa del Vecchio Testamento alla nuova legge, quella che Egli è venuto a portare. “Avete inteso che fu detto… ma io vi dico…”. Contrapporre non significa di per sé eliminare, ma completare, ovvero portare a compimento. Vedete: il nostro difetto sta nel rimanere agli inizi di ogni cammino, senza procedere oltre; sta nell’anticipare la meta per gustarla come se fosse già conquistata; sta nell’accontentarsi del minimo, come se fosse un anticipo del massimo. E, quello che è peggio, vogliamo far credere, anzitutto a noi stessi, che basta un minimo per goderci la vita. Anzi, giudichiamo male quanti vorrebbero farci capire che dobbiamo camminare, maturare, andare oltre il presente immediato.

Superare le banalità. E per non pensarci troppo, per non entrare in crisi, per non crearci dei problemi eccessivi, per non complicarci la vita, togliamo dalla nostra mente gli ideali più alti, non vogliamo pensare alla cima della montagna, diciamo: “Non è roba per me, la lascio ai folli a cui piacciono i rischi!”. È evidente che, togliendo la sete o la ricerca del meglio, alla fine mi abituo a convivere con le banalità e le miserie, che la vita ogni giorno mi offre. Quando ha creato l’uomo e la donna, il Signore ha detto loro: Siete la mia stessa immagine! La conclusione del brano del Vangelo è in questa linea: «Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il padre vostro celeste». Qualche esegeta ha cercato di ridimensionare queste parole, ritenendole iperboliche, ovvero esagerate, eccessive, smisurate. È chiaro che non potremmo mai essere come Dio, ma è altrettanto vero, come dice la Bibbia, che c’è in noi qualcosa di divino, di infinito, di superlativo. Pensiamo a ciò che è l’intelligenza, la coscienza, l’anima o lo spirito. Un soffio divino! È chiaro che, di conseguenza, anche il nostro comportamento, il nostro atteggiamento, il nostro modo di pensare devono corrispondere a ciò che siamo: ovvero, immagine divina. Non possiamo, dunque, accontentarci del poco, restare al punto di partenza. Il nostro impegno sta nel completare l’immagine di Dio in noi.

La nostra vera identità. Guardate che ciò che sto dicendo non cambierebbe di per sé se uno non credesse in un dio. Che io debba amare il mio prossimo non è un comandamento puramente di fede. Neppure è una questione di fede che io debba amare anche il mio nemico, come invita a fare il Vangelo di oggi. Gli studiosi ci dicono che non è del tutto esatto che nell’Antico Testamento il Signore avesse detto di odiare i nemici, anche se gli ebrei tendevano a considerare come loro prossimo soltanto i connazionali. Ecco perché Gesù dice: «Avete inteso che fu detto: ”Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico». In altre parole: vi è stato detto così, ma era errato. Tuttavia, ciò era comprensibile. Gesù è venuto, appunto, per dire: Allungate il passo, aprite gli orizzonti, la meta è ancora lontana. Se anche noi cristiani capissimo dove sta la forza rivoluzionaria del messaggio di Cristo! Noi parliamo sempre di buona novella, ovvero di Novità. Una novità, attenzione, che non è qualcosa di diverso dal passato, che non si distingue dagli inizi, casomai si distacca per procedere oltre. Che fatica ancora oggi educare i credenti ad una maturità che è crescita, cammino, una sempre maggiore coscienza della nostra vera identità.

Evitare di essere mostri. Non sto dicendo che sia facile prendere coscienza di certi valori che appartengono all’Umanità. Valori già insiti fin dall’inizio, quando Dio ha dato il primo impulso all’universo. Anche qui riflettiamo: il progresso sembra inarrestabile, anche dietro la spinta dei nostri bisogni e talora di bisogni sociali e politici incontrollabili; ma perché allora non dovremmo comprendere che il progresso materiale dovrebbe andare di pari passo con il progresso spirituale? Diversamente, avremmo dei mostri: corpi smisurati con un’anima rattrappita! Non è questo il vero dramma dell’umanità? Perché ci sono le guerre? Perché ci sono le violenze? Il mostro è qualcosa di follemente sproporzionato. A che servirebbe lamentarci che la persona non è più rispettata, che la società è solo un mercato di affari e di porcherie? Anche nel nostro piccolo, non succede la stessa cosa?

Creiamo nemici. Il Vangelo di oggi afferma che bisogna amare i propri nemici e che dobbiamo pregare per loro. Mi chiedo come possiamo addirittura amare i propri nemici, quando fatichiamo a uscire dal cerchio delle proprie amicizie, dal proprio gruppo di appartenenza, dai legami di parentela o di amicizia. Lo scandalo di oggi è il ritorno ad un razzismo che cerca le sue motivazioni anche nel campo religioso. Nemici diventano coloro che tolgono qualcosa al nostro benessere. Posso capire che uno ce l’abbia con chi gli ha fatto del male. In certi casi, perdonare lo ritengo assai difficile. Ma oggi vediamo nemici dappertutto. Ce li creiamo. Ce li stanno creando, con una propaganda politica vergognosamente dis-Umana. Certo, un conto è creare una possibile convivenza sociale con le diverse razze e culture: il lavoro sarà duro e richiederà tempo. Un conto è chiudere ogni barriera, bloccare i confini di ciò che noi chiamiamo patria. Cristo non ci invita a un buonismo facile. Il suo messaggio ha ben altra portata. È un duro cammino da percorrere: verso l’Umanità integrata. La Chiesa stessa deve fare un serio esame di coscienza. Ci sono ancora oggi nemici che sembrano mettere a rischio la sua dottrina, e ci sono ancora oggi nemici che la richiamano alla profezia.

Correre il rischio. Ho trovato questo commento di un prete, che ritengo degno di attenzione. «Gesù, nel Discorso della Montagna, ci chiede di superare l’equilibrio del diritto, della giustizia retributiva, della proporzione della vendetta, della proporzione tra l’azione e il risultato sperato; ci chiede di superare, come fa Dio, il criterio del merito, nel nostro rapportarci con gli altri uomini. Dio, appunto, fa piovere generosamente sia sul campo dei buoni come su quello dei cattivi. Il Vangelo ci chiede di essere i primi, di prendere l’iniziativa, di correre il rischio di non ricevere il contraccambio. La sfida di Gesù è proprio questa: alla fine i conti torneranno, perché il Regno di Dio si sarà dilatato un poco nell’esperienza degli uomini, anche grazie a noi. Forse Gesù ci potrebbe dire: “Anch’io ho corso questo rischio, amandovi. Forse dovevo rinunciare, di fronte ai vostri tradimenti e ai vostri dinieghi? E se lo avessi fatto, quale speranza ci potrebbe essere oggi per l’uomo?” Gesù non è venuto come un riformatore religioso o sociale. La riforma appartiene a noi, casomai. Ma egli ha piantato nel cuore di ogni uomo il dardo di una parola irreversibile, come irreversibile è la sua morte per ciascuno di noi: “Carissimi, se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri” (1Gv 4,11). La speranza del mondo sta proprio in quegli uomini, che possono dire: “Noi abbiamo conosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi” (1Gv 4,16) e che, magari cadendo, talvolta tradendo, talvolta mancando per clamorosa viltà di accogliere il rischio, non si stancano però di credere che, se qui e ora, anche soltanto per una volta, riusciranno a liberarsi dalle loro paure e dal loro egoismo, immetteranno nel mondo un’energia positiva come una goccia di colore può cambiare un intero mastello di acqua» (don Giuseppe Dossetti, presidente del Ceis di Reggio Emilia).

*Omelia del 22 giugno 2014: Seconda dopo Pentecoste (Sir 17,1-4,6-11b12-14; Rm 1,22-25.28-32; Mt 5,2.43-48), fonte: http://www.dongiorgio.it/22/06/2014/omelie-2014-di-don-giorgio-seconda-dopo-pentecoste/

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giugno 19, 2014

LA MEMORIA NON È LA STORIA

NON RESISTE ALLA RICOSTRUZIONE STORICA IL PRIMATO DEL VESCOVO DI ROMA COME SUCCESSORE DELL’APOSTOLO PIETRO

di Piero Stefani*

La ricostruzione storica differisce dalla memoria ufficiale. La lettura del libro di Enrico Norelli, La nascita del cristianesimo (il Mulino, Bologna, 2014, pp. 279, € 22,00), fa emergere dietro le quinte un problema che esso (al pari di altri testi affini) correttamente non pone. La lettura di questo testo invita perciò a effettuare anche un gioco di sponda. Naturalmente non è l’unico modo di trarre profitto da questo solido volume di sintesi che affronta i primi due secoli dell’era cristiana. Lo si può leggere, con profitto, collocandolo solo sul proscenio dell’indagine storiografica. Il libro dà ragione di un punto nevralgico. Esso spiega perché la ricostruzione storica delle origini delle varie correnti, gruppi, movimenti, comunità dei seguaci di Gesù Cristo sia diversa dalla «memoria ufficiale» di quelle origini conservate nelle Chiese cristiane storiche e in particolare non collimi con quella proposta dalla Chiesa cattolica. Dato l’arco di tempo opportunamente scelto, l’indagine non copre l’intero processo; tuttavia attorno al 200 d.C. le grandi linee si erano già chiaramente individuate. L’operazione proposta comporta due fasi: a) la ricostruzione storica dei fattori e delle dinamiche in atto a partire da Gesù; b) la ricostruzione storica di come si siano formate le varie memorie e come alla fine se ne siano imposte alcune a scapito di altre. In tal modo si è reso normativo un determinato quadro delle origini cristiane. In altre parole, si è affermata una visione del passato che coincide solo in piccola parte con quanto ci è dato di raggiungere attraverso l’indagine storica.

Norelli opera da storico su entrambi i fronti; egli perciò non fa entrare in gioco visioni provvidenziali, teleologiche o deterministiche relative agli sviluppi avvenuti. In conformità a una corretta metodologia, lo storico presenta, quindi, come provvisorie e migliorabili le conclusioni a cui perviene (cfr. p. 17). Per non lasciare il discorso troppo nell’astratto, è bene scegliere una esemplificazione tra le molte possibili. Respingendo precedenti tesi più radicali, la recente ricerca storica (anche di matrice protestante) è ormai concorde nel ritenere plausibile il soggiorno di Pietro a Roma. Ma tutto ciò non comporta considerarlo quale primo vescovo della città. Ciò avviene non solo perché (come attestato anche dalla Lettera di Clemente di Roma ai Corinzi, fine del primo secolo) a quell’epoca non c’era un vescovo unico, ma anche a motivo del fatto che, alla fine del II secolo, Ireneo di Lione, riproducendo una lista di vescovi romani (pur da lui anacronisticamente intesi fin dall’origine espressione di un monoepiscopato) fa iniziare questo elenco con Lino e non già con Pietro. Lino sarebbe stato consacrato vescovo da Pietro e Paolo, ma proprio questa operazione indica la non trasmissibilità della funzione di apostoli e la conseguente netta distinzione tra il loro ruolo e quello dei vescovi (che non sarebbero perciò qualificabili come successori degli apostoli). «Meno ancora il soggiorno di Pietro e Paolo e anche la fondazione della chiesa da parte loro – il che (…) è certamente falso – potrebbe fondare un qualunque primato del vescovo di Roma» (p. 73). Inutile sottolineare la divergenza tra questa ricostruzione storica e il «Tu es Petrus» che campeggia alla base della cupola michelangiolesca.

Apologetica. Eccoci così giunti alla domanda evocata fin dall’inizio. Lo storico procede con le sue metodologie e non si preoccupa di prospettare visioni teologiche. Fin qui non c’è problema. Tuttavia la questione sorge inevitabile sull’altro fronte: nelle riflessioni teologiche ed ecclesiologiche: che peso occorre attribuire al fatto che la «memoria ufficiale» differisce in maniera radicale dalle ricostruzioni storiche? Il problema non è nuovo e ha avuto alcune linee di risposta. La più diffusa, ma anche la più inadeguata, è stata, probabilmente, quella apologetica. Essa cerca di smontare le ricostruzioni storiche più aggiornate e di riproporre visioni storiografiche collimanti con la visione tradizionale. L’operazione è equivoca in quanto si propone di trovare in ciò che per sua natura è provvisorio (la ricerca storica) un sostegno a quanto si colloca su un altro piano (in definitiva si tratta di una variante delle posizioni “concordiste” tra scienza – in questo caso storica e non della natura – e fede).

Rifondare la memoria ufficiale. La sfida va raccolta, ma collocata su un altro livello. Nella sua parte destruens essa deve prendere le distanze da ogni confusione tra diversi ordini di sapere. Il che comporta ammettere francamente che la «memoria ufficiale» si basa su fondamenti storici fragilissimi e non di rado insostenibili. Ciò comporta compiere una rigorosa distinzione tra storia e memoria. Più qualificante è però la pars construens. Essa consiste nel rifondare la «memoria ufficiale» riproponendo e approfondendo l’idea di tradizione, il solo luogo in cui è dato collocare in maniera propria la memoria; operazione quanto mai necessaria, ma largamente trascurata dalle attuali ricerche teologiche ed ecclesiologiche scarsamente propense sia sul lato “conservatore” sia su quello “progressista” a distinguere tra storia e memoria. Il primo infatti è dominato dall’apologetica, mentre il secondo di solito è propenso a cedere alle lusinghe delle visioni evolutive (le quali, per definizione, restano incapaci di distinguere tra storia e memoria).

*il Pensiero della settimana n. 482; fonte: http://pierostefani.myblog.it/2014/06/14/482-la-memoria-la-storia-15-06-2014/

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giugno 16, 2014

TRINITÀ: UN’IDEA DI DIO CHE CORREGGE QUELLA DI UOMO

UGUALI MA DIVERSI: NON ESISTIAMO SE NON CONNESSI COL MONDO INTERO. PERTANTO DOBBIAMO PERSEGUIRE LA CONVIVIALITÀ DELLE DIFFERENZE

di don Giorgio De Capitani*

Mistero della vita di fede. Nei primi secoli del cristianesimo, non esisteva una festa particolare in onore della Santissima Trinità. Non c’era motivo per celebrarla, essendo il Mistero trinitario presente, ogni giorno, nelle preghiere comuni e nelle formule liturgiche. Basterebbe pensare al segno della Croce. Fu un monaco, nell’ottavo secolo, a introdurre, in forma privata, la devozione alla Santissima Trinità. Solo a partire dal 1200 d. C., il Papa istituì una Festa pubblica per tutta la Chiesa cattolica. In realtà, ancora oggi ci chiediamo che senso abbia celebrare una Festa liturgica in onore della Trinità divina. Le feste possono avere il vantaggio di ricordarci di Dio, ma possono anche creare l’idea che, passata la festa, gabbato lo santo. La Trinità, che Cristo ci ha rivelato in modo esplicito, è il Mistero stesso della nostra vita di fede, e non solo di fede. Il monoteismo ebraico, rigidamente dogmatico per contrapporre l’unicità di Dio contro il politeismo dei popoli idolatri, aveva proibito ogni immagine visibile di Dio stesso. Tuttavia, già l’ho detto, soprattutto attraverso gli scritti dei profeti e anche dei libri sapienziali, Dio veniva presentato attraverso personificazioni che alludevano al Mistero trinitario. Pensate alla Sapienza che, come una signora, è presente nella creazione del mondo. Pensate al capitolo 11 del libro di Isaia, dove il profeta, parlando del Messia che verrà, dice che sarà ricoperto dello Spirito del Signore che è: spirito di sapienza e d’intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore. Il catechismo ci insegna che si tratta dei doni dello Spirito santo.

Chiarire i termini. È chiaro che nessun essere umano sarebbe arrivato da solo a pensare che Dio fosse uno e trino. È uno dei Misteri principali della nostra fede. Essendo un Mistero, è chiaro che doveva essere rivelato. Ecco perché si dice che è il cristianesimo è anzitutto una rivelazione. Il cristianesimo è Cristo che ci parla esplicitamente di un Dio che è Padre e che ci invia lo Spirito di Dio. Se nell’Antico Testamento c’erano delle allusioni al Mistero trinitario, nel Nuovo Testamento tutto diventa chiaro. Chiaro nel senso che sappiamo che Dio non è monolitico: c’è un Padre, c’è un Figlio e c’è lo Spirito santo. La Chiesa, fin dai primi secoli, si è subito preoccupata di chiarire i termini, ricorrendo anche a una terminologia filosofica, per paura di confondere i rapporti tra il Padre, il Figlio e lo Spirito santo: il Credo, quello lungo, che recitiamo ogni domenica durante la Messa, noto come Simbolo niceno-costantinopolitano, perché frutto di due Concili, di Nicea e di Costantinopoli, è una testimonianza evidente di una Chiesa preoccupata di chiarire i termini (sostanza, persona, ecc.), per evitare le eresie.

Dire Trinità è dire vita. Se i teologi erano impegnati a trovare le parole giuste, dopo anche lotte fisicamente violente e assurde diatribe accademiche (pensate: si parla di Dio, e si litiga, ci si uccide!), i mistici erano più elastici nel loro linguaggio, perché avevano di Dio una concezione più profonda, tanto profonda che non si possono trovare parole filosofiche per esprimerla. Tra la teologia trinitaria e la mistica scelgo senz’altro la mistica: già dire Trinità è dire vita, e vita è vitalità, che non puoi contenere, che non puoi classificare. Dire vita è dire movimento, e il movimento non ha strade fisse, percorsi prestabiliti. Vedete: quando Gesù parlava di Dio, parlava come un figlio parla del padre, senza preoccuparsi di usare un linguaggio tecnico. Così quando parlava dello Spirito santo. Ecco, i mistici non si preoccupavano del linguaggio, perché sapevano che non c’è alcun linguaggio che possa esprimere l’identità di Dio. Eppure il Mistero trinitario ci aiuta a intuire che il mondo di Dio è del tutto strano, quasi paradossale. Sarebbe più facile credere in un Dio tutto d’un pezzo. No, Dio ci spiazza sempre. È un Dio con volti diversi. Già dire Dio Padre non è corretto: sappiamo che Dio non è un maschio. Già dire Figlio di Dio ci sconcerta al pensiero che si è fatto uno di noi. Lo Spirito santo poi ci sfugge, come il vento.

Armonizzare i contrasti. Il Mistero trinitario che cosa ci può suggerire? Anzitutto, che la realtà, pur complessa, è semplice e unitaria. L’unitarietà non significa che tutte le cose siano uguali. Sono variegate, e più sono variegate più la loro unitarietà si fa bella e affascinante. I grandi dipinti sono un’armonia variegata e semplice di colori. I colori presi a se stanti dicono niente, messi insieme con arte fanno dei capolavori. La stessa cosa si potrebbe dire della musica. Tutto il problema sta nel saper armonizzare i contrasti, le sfumature e le differenze. Don Tonino Bello ha valorizzato l’espressione “convivialità delle differenze”. L’umanità è un insieme armonico di differenze: culturali, razziali, sociali, politiche e religiose. C’è sempre stata la tentazione di ridurre tutto ad una unità, omologando o distruggendo le differenze. Non è qui il momento di fare neppure una sintesi di ciò che gli uomini hanno tentato di fare lungo i secoli, fin dall’inizio dell’umanità. Il concetto di superiorità è la prova che non si sopporta che esista un altro o, meglio, è la dimostrazione che l’altro ci vuole anche ma perché io possa sentirmi superiore a lui. Gli altri rappresentano come uno sgabello perché io salga più in alto. La gerarchia è fatta di gradini: ci sono superiori e ci sono inferiori. E poi mi venite a parlare di “convivialità delle differenze”? Che significa “convivialità”? Convivialità deriva da convivio, e il convivio è il banchetto: sedersi a mensa. Ma convivio indica qualcosa di più: deriva da “con”, dal latino “cum”, che significa “insieme” e da “vivio” che deriva da “vivere”. Da qui, lo star bene insieme anche attorno ad una tavola, ad una mensa. Vivere, dunque, insieme: saper vivere insieme. Il che non è facile, non è semplice, comporta difficoltà. Come si fa a mettere insieme culture diverse, due modi di pensiero diversi, due razze diverse, due religioni diverse? Quante divergenze!

Idea sbagliata di Dio e del mondo. Ecco, la Trinità è la prova che in Dio ci sono persone diverse ma complementari. Dio è la prova migliore, diciamo assoluta, della convivialità delle differenze. Ma c’è di più. La Bibbia ci dice che Dio ci ha creati a Sua immagine e somiglianza. Che significa? La concezione monoteistica di Dio ha provocato un’idea di Dio sbagliata, e un’idea del mondo sbagliata. Sì, Dio è uno solo, ma è trino. Il che sembra complicarci le cose, ma in realtà ci permette di capire l’universo, di cui noi esseri umani facciamo parte, o, meglio, siamo intimamente partecipi nel nostro essere più profondo. Non siamo particelle a se stanti che, assommandosi l’una all’altra, compongono l’umanità. L’immagine divina dell’uno e trino, è stampata dentro di noi, e nell’intero universo. Non basta però parlare solo di solidarietà, di fratellanza, di carità, ecc. C’è qualcosa di ancor più profondo, da cui scaturisce l’obbligo del nostro essere umano, che per la sua stessa costituzione è uno ed è molteplice. Oggi i fisici parlano di interconnessioni vitali della materia, che perciò non va distinta e divisa in particelle a se stanti. La concezione molecolare non tiene più. Tutto è cosmico, a partire dalle più piccole particelle. Oggi gli scienziati non parlano di una concezione meccanicistica della realtà. A spingere in tal senso la scienza fisica sono state anche le filosofie orientali con la loro visuale del tutto nel singolo. Il tutto che è il divino in noi. Eppure anche la teologia cristiana avrebbe dovuto orientare la scienza in tal senso, sapendo che Dio stesso è uno ed è trino, è uno ed è molteplice.

Il mosaico dell’umanità. La solidarietà, la fratellanza, la carità, ecc non fanno parte solo di una fede buonista, solo perché Cristo ci ha invitato ad essere buoni, caritatevoli, amorevoli, misericordiosi. Siamo uniti tra di noi, perché siamo costituzionalmente uniti nel nostro essere con l’intero universo. Perciò essere caritatevoli, fraterni, solidali non è un atto solo cristiano: siamo fatti così, e se noi ci separiamo dagli altri, dall’umanità, veniamo meno a noi stessi, tradiamo il nostro essere più reale. Più che di diritti, dovremmo parlare di doveri. Siamo fatti così, ovvero siamo cosmici per la nostra stessa costituzione. Siamo uniti agli altri perché siamo umani. “Convivialità delle differenze”, ma, attenzione: le differenze non sono le disuguaglianze sociali, che andrebbero invece eliminate. Le differenze per la convivialità sono le singolarità di ciascuno, o le identità delle nazioni, la diversità delle culture o razze. Sono differenze che arricchiscono il mosaico dell’umanità.

*Omelia del 15 giugno 2014: SS. Trinità; (Es 3,1-15; Rm 8,14-17; Gv 16,12-15). Fonte: http://www.dongiorgio.it/15/06/2014/omelie-2014-di-don-giorgio-festa-ss-trinita/

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giugno 10, 2014

PENTECOSTE, DISCESA DELLO SPIRITO

NON CON GESTI ESTERIORI O SPETTACOLARI, MA CON UNA RIGENERAZIONE INTERIORE CHE PASSA DALLA COSCIENZA

Omelia di don Giorgio De Capitani*

L’eterno sconosciuto. Ogni anno la Liturgia della Chiesa celebra in modo solenne i Misteri riguardanti l’incarnazione del Figlio di Dio (il Natale), la passione, la morte e la risurrezione di Cristo (la Pasqua), la sua salita al cielo (l’Ascensione), e, infine, la discesa dello Spirito santo sulla Chiesa nascente (la Pentecoste). Forse oggi sentiamo parlare di più dello Spirito santo. Mi ricordo che, quando da chierico studiavo teologia, i professori ci parlavano dello Spirito santo come dell’Eterno Sconosciuto. C’è stato un lunghissimo periodo in cui i cristiani non sentivano mai parlare dello Spirito santo, anche perché la Chiesa pensava a tutt’altro. È sbagliato anche dire che finalmente è iniziata l’era dello Spirito santo. Dividere le manifestazioni di Dio in ere o periodi storici è la cosa più assurda. Non c’è l’era dell’Antico Testamento, in cui Dio era Jahwe, l’onnipotente, tanto unico da non permettere distinzioni e rappresentazioni. Non c’è l’era del Cristo storico, e non c’è l’era dello Spirito santo, iniziata con la Pentecoste. Il Mistero è sempre unico.

Dio ha creato il mondo in quanto Trinità, e in quanto Trinità agisce nella storia, anche se sarà Gesù Cristo a rivelarci il Mistero trinitario. Ma se leggessimo attentamente il Vecchio Testamento, vedremmo che non si parla mai del Figlio di Dio (il Messia che gli ebrei aspettavano doveva essere un grande invincibile condottiero che li avrebbe liberati dalla schiavitù), mentre si parla dello Spirito di Dio. Ho più volte citato le prime parole della Bibbia: “Lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque”. Ci sono altri numerosi passi in cui si allude allo Spirito. Uno dei simboli dello Spirito è il fuoco. Pensate al roveto ardente, quando Dio appare a Mosè. L’apostolo Pietro, nel suo primo discorso tenuto subito dopo aver ricevuto il dono dello Spirito nella Pentecoste, fa una lunga citazione di Gioele, profeta dell’Antico Testamento, vissuto sei secoli prima di Cristo. Gioele parla del gran giorno del Signore, quello della fine dei tempi, giorno tanto lungo quanto terribile. Esso sarà annunciato anzitutto da una effusione universale dello Spirito. La cosa sorprendente è questa: l’effusione dello Spirito del Signore non riguarderà solo alcune categorie di persone, ma tutti: figli e figlie, giovani ed anziani e persino schiavi, uomini e donne. Secondo Gioele, però, si trattava di un fenomeno carismatico, e non di un rinnovamento interiore e di santificazione.

Gesti esteriori. L’apostolo Pietro dà alle parole di Gioele un significato relativamente all’avvenimento della Pentecoste, ma sempre in linea diciamo carismatica, legata a fenomeni anche spettacolari. È così che viene descritta la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli: è accompagnata da “un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso…”, da “lingue di fuoco”, dal dono delle lingue, come se all’improvviso gli apostoli comprendessero e parlassero il linguaggio dei forestieri presenti. Anche qui bisognerebbe chiarire che le cosiddette teofanie o manifestazioni divine non vanno mai intese in senso letterale: la loro descrizione è simbolica, e i simboli, che sono carichi di significato, vanno però colti e interpretati in tutta la loro ricchezza profonda, che va al di là di fenomeni esteriori. Purtroppo, ancora oggi, si tende a tradurre la presenza divina in manifestazioni esteriori, in gesti e segni esteriori. Sta qui l’errore di certi Movimenti ecclesiali. Essi credono che, agitandosi, muovendosi, battendo le mani o cantando o invocando o ballando, Dio si svegli e li ascolti. Bisognerebbe ogni tanto rileggere l’episodio contenuto nel primo libro dei Re, quando il profeta Elia sfida quattrocentocinquanta profeti del dio balaam, prendendoli in giro per il loro agitarsi e saltellare di qua e di là. Elia li ironizza con queste parole: “Gridate a gran voce perché è un dio! È occupato, è in affari o è in viaggio; forse dorme, ma si sveglierà”.

Lo Spirito santo contro la spettacolarità. C’è un altro episodio che riguarda sempre il profeta Elia. Si trova sul monte Oreb: qui Dio gli si rivela in un modo del tutto particolare: non in un vento impetuoso, non in un terremoto, non nel fuoco, ma in una brezza leggera. Basterebbe questo per reinterpretare anche il brano degli “Atti degli Apostoli”, appena letto. Purtroppo, ripeto, nella Chiesa, è prevalso l’aspetto cosiddetto carismatico, quello spettacolare: pensate a certi fenomeni che chiamare strani è dir poco. Fenomeni che chiamerei di ordine patologico o neurologico. Lo Spirito santo non ama né la spettacolarità né vuole una Chiesa di invasati. Lo Spirito agisce come una brezza leggera. Cammina coi piedi vellutati. Rispetta con delicatezza la libertà di ciascuno. Sì, ogni tanto dà qualche scossone alla struttura. Si fa sentire più gagliardo. È la struttura che richiede che lo Spirito soffi più forte. Ma di fronte alle anime, lo Spirito si comporta diversamente. Le rispetta.

Spirito che anima il corpo. Ma vorrei citare un altro profeta, Ezechiele, di cui pochi ricordano un passo molto significativo. È la visione delle ossa aride del capitolo 37. Il profeta s’immagina una grande valle, dove ci sono migliaia e migliaia di ossa di cadaveri, che, al soffio di Dio, a poco a poco si ricompongono, riprendono a vivere. Torna in loro lo spirito di vita. Non si tratta di qualcosa di spettacolare: una bacchetta magica che Dio usa quando ne ha voglia. Tutto avviene lontano dalla folla, dalla curiosità della gente. Avviene nelle coscienze decomposte. Dio ci dice che tutto è possibile: che la vita è imprevedibile, è una energia sempre pronta a esplodere. L’uomo non è solo economico, colui che mangia, colui che si agita alla ricerca delle cose, colui che consuma: l’uomo è spirito di vita. La vita è anzitutto spirito. Spirito che anima il corpo, anche il corpo putrefatto dal consumo delle cose. Credo che sia davvero opportuno, direi doveroso, insistere sulla vitalità interiore dell’essere umano, sulla presenza in ciascuno di noi del divino più divino, senza farsi tentare dalla visibilità di segni che, invece di rivelare tale presenza divina, la coprono. La Chiesa oggi deve scoprire il Divino che è nell’Universo, senza far uso della spettacolarità o del consenso popolare. Lo Spirito agisce, senza essere disturbato da manifestazioni fuori posto.

Dio madre. Penso che sia opportuno dire qualcosa sui nomi con cui viene chiamata la terza persona della SS. Trinità. Anzitutto, spirito che cosa significa? Traduce l’ebraico “ruach”, un nome di genere femminile. Già questo potrebbe suggerirci tante cose. Solitamente pensiamo a Dio come a una realtà strettamente maschile. Lo abbiamo sempre dipinto con le sembianze di un maschio. Dio è Padre. È vero che ultimamente si parla di maternità di Dio: Giovanni Paolo I (Papa Luciani), uscì a dire: “Dio è padre, più ancora è madre”. Il termine “ruach” significa anche vento, respiro. Gesù ha inteso così, quando parlava di Spirito nella sua assoluta libertà di muoversi: uno Spirito che rigenera secondo le leggi di un ordine diverso da quello fisico.

Spinge dalla coscienza. Noi credenti, purtroppo, pretendiamo di imbrigliare il vento, di fargli fare le direzioni che vogliamo noi, anche con giravolte a seconda dei nostri capricci o dei nostri umori. Lo Spirito è il respiro del nostro essere. Tutto il resto è solo folclore. E il folclore il più delle volte nasconde un vuoto. Ciò che urta la libertà dello Spirito è ogni forma di struttura. La struttura è come un imbuto che prende e costringe a entrare in un recipiente. Purtroppo ho questa brutta sensazione: che ancora la Chiesa è come un grosso imbuto che prende il vento da qualsiasi parte provenga e lo costringe a entrare nella struttura. Le strutture possono anche illudere perché hanno le pareti trasparenti, ma una prigione con le pareti di vetro è sempre una prigione. Passerà ancora del tempo, tanto tempo, prima che le pareti si dissolveranno. Lo Spirito sa aspettare, anche se, quando trova cuori e menti aperte, non si fa desiderare, e spinge. Spinge dal di dentro. È dalla coscienza che parte il vero rinnovamento.

*Festività della Pentecoste 8 giugno 2014 (At 2,1-11; 1Cor 12,1-11; Gv 14,15-20); fonte: http://www.dongiorgio.it/08/06/2014/omelie-2014-di-don-giorgio-festivita-di-pentecoste/

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giugno 2, 2014

LA LIBERTÀ DI COSCIENZA È IL VERO PROGRESSO

SIGNIFICATO DELL’ASCENSIONE NELLA PROGRESSIVA RIVELAZIONE DELLA PRESENZA DEL DIVINO AI DISCEPOLI INCREDULI

di don Giorgio De Capitani*

Dalla padella alla brace. Per la Chiesa cattolica e le chiese protestanti, la solennità dell’Ascensione si colloca di norma 40 giorni dopo la Pasqua, secondo le indicazioni di Luca nel libro “Atti degli Apostoli”. Quindi, fin dall’antichità, la festa cade ogni anno il giovedì successivo alla Sesta domenica di Pasqua. Ci sono ancora dei Paesi in cui l’Ascensione è considerata Festa nazionale, perciò con effetti civili: tra questi Paesi non c’è più l’Italia, da quando con la legge 5 marzo 1977, cessarono di essere considerate festive in Italia, agli effetti civili, oltre all’Ascensione, anche la festa del Corpus Domini, l’Epifania, il giorno di san Giuseppe, il giorno dei santi Apostoli Pietro e Paolo, il 2 novembre, ecc. L’Ascensione e il Corpus Domini vennero spostate liturgicamente alla domenica successiva. Otto anni dopo, nel 1985, veniva ripristinata, agli effetti civili, la festività dell’Epifania. Qualche anno fa, la Chiesa ambrosiana ha pensato bene di tornare a festeggiare, solo liturgicamente, senza dunque effetti civili, le Festività dell’Ascensione e del Corpus Domini il giovedì successivo alla Sesta Domenica di Pasqua, come era anticamente. Siamo caduti dalla padella alla brace. Oggi, tra i cristiani quanti si ricordano di celebrare la Festa dell’Ascensione e del Corpus Domini? A proposito del Corpus Domini, il grande problema oggi dibattuto tra i Consigli pastorali è quando fare la processione eucaristica. Tutto qui. Mi pare poco. Non credo che la processione sia la cosa più importante del Mistero eucaristico. D’altronde, mi chiedo che cosa sia rimasto oggi del Mistero divino: come vengono celebrate le festività cristiane, a partire dalla Pasqua, dalla Pentecoste e dal Natale?

I dubbi dei discepoli. Eppure, anche la Festa dell’Ascensione ha una sua importanza, dal punto di vista teologico e pastorale. Qui chiariamo subito. Il Mistero dell’Ascensione non riguarda solo un episodio che conclude, in un certo senso, la vita terrena di Cristo. Già dire questo è sbagliato. La vita terrena di Gesù era terminata con la sua morte, sulla croce. I quaranta giorni, dalla risurrezione all’ascensione, non sono facili da comprendere: Cristo avrebbe cercato di far digerire ai suoi discepoli (non è mai apparso alla gente comune) che con la sua morte non tutto era finito nel nulla, e che era risorto, perciò ancora presente e vivo? La cosa sconvolgente è che le apparizioni di Gesù risorto, così come le narrano gli evangelisti, non sono servite a convincere gli apostoli. Mentre Gesù risorto si congeda da loro definitivamente, nutrono ancora dei dubbi, e gli pongono la domanda. «Signore, è questo il tempo nel quale ricostruirai il regno d’Israele?». Qualsiasi persona, al posto di Gesù, sarebbe entrata in depressione. Non serve cercare di trovare qualche giustificazione. Questi apostoli che cosa avevano compreso dell’insegnamento del loro Maestro? Prima, durante gli anni del ministero pubblico di Cristo, e poi, nei quaranta giorni dopo la sua risurrezione, erano ancora rimasti “duri di cuore”. Non è il rimprovero che il misterioso pellegrino ha rivolto ai due discepoli di Emmaus (il vangelo di oggi)? «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti!». Cristo, quando era sulla terra, non ha fatto altro che parlare di un nuovo regno, di un regno che non è di questo mondo, non è un regno puramente terreno, di un regno alla stregua degli altri regni: ricordiamo il dialogo drammatico tra Pilato e Gesù.

Il nostro tradimento. Eppure, come ha detto il misterioso Pellegrino ai due discepoli che, delusi, tornavano a casa loro, a Emmaus, già i profeti nell’Antico Testamento avevano predetto che il Cristo non sarebbe stato compreso, e per questo avrebbe sofferto. Già gli antichi profeti avevano fatto capire al popolo ebraico che il futuro messia non sarebbe venuto come un condottiero per mettersi alla guida di un esercito per liberarlo dal dominio dell’invasore straniero. Pur non avendo neppure loro idee chiare sulla vera identità del messia, tuttavia avevano messo in guardia i loro connazionali che il liberatore promesso da Dio fin dall’antichità sarebbe stato del tutto diverso da come loro se lo immaginavano. Nonostante i continui richiami di questi uomini di Dio il popolo ha continuato a credere in un messia fatto su misura delle loro attese di tipo politico. E i profeti, chi in un modo chi in un altro, furono maltrattati, perseguitati e anche uccisi. La storia si ripete. E noi continuiamo a tradire l’immagine vera di Dio e di Cristo. Neppure il Figlio di Dio era riuscito a far capire ai suoi la vera ragione della sua missione. Nell’istante in cui egli ascende al cielo, gli chiedono: “Signore, è questo il tempo nel quale ricostruirai il regno d’Israele?”. Che delusione!

Svelamento progressivo. Gli apostoli, dunque, sono rimasti “stolti e duri di cuore” anche durante i quaranta giorni dopo la risurrezione di Cristo. Sarà lo Spirito Santo, nella Pentecoste, come vedremo domenica prossima, a risvegliare la mente e la coscienza, a sciogliere il cuore degli apostoli. E allora, come intendere l’ascensione di Cristo? Solo come l’uscita definitiva di Gesù da questo mondo, deluso e scoraggiato, lasciando il posto ad una nuova era, quella dello Spirito santo? Come a dire: prima Dio Padre, nell’Antico Testamento, ha fallito, poi è arrivato il Figlio, ed è fallito, ora spetta allo Spirito santo. Chissà se a lui andrà meglio? C’è la tentazione di pensare le cose in questo modo. Se vediamo le cose così, possiamo già dire anche che anche lo Spirito santo ha già fallito. In realtà, le cose non stanno così. Forse dovremmo uscire da una certa logica che distingue le epoche in senso cronologico, dimenticando che, se è vero che il tempo passa, è anche vero che ciò che è dentro nel tempo, ovvero il suo reale contenuto, che gli antichi greci chiamavano “kairòs”, la presenza del divino, non subisce il trascorrere del tempo, ma resta in tutta la sua realtà: una realtà che si svela progressivamente, mantenendo però la propria identità.

Consapevolezza. Ma nessuno può negare che ci siano state epoche in cui la rivelazione di Dio nel tempo talora è stata più intensa di ciò che è avvenuto in epoche successive. Per presenza divina intendo anche il genio artistico, culturale, filosofico. Pensate al nostro rinascimento. Oggi sembra che il genio artistico si sia spento in tutti i campi. Anche la Chiesa ha avuto momenti splendidi nel passato. Oggi sembra che la mistica si sia spenta. Viviamo ancora di rendita. Sì, è vero, il progresso tecnologico trascina l’uomo verso un futuro diverso: nessuno di noi vorrebbe tornare all’epoca della pietra. Ma questo progresso sembra inarrestabile, e oggi sembra ancora di essere l’uomo della pietra in confronto a ciò che l’uomo inventerà domani, nel senso più stretto del termine domani. Nonostante questo, una cosa è certa: profezia o non profezia, genio o non genio, tecnica o non tecnica, la cosa più grande che l’uomo moderno ha acquisito in questi ultimi tempi, e non certo solo per merito suo, è una maggiore consapevolezza di ciò che egli è: la coscienza.

La libertà di coscienza! Anche lo Stato ha dovuto cedere, la Chiesa stessa, che ha sempre temuto gli spiriti liberi, sta cedendo. Fatica ancora, tentenna, è lì lì per, ma prima o poi cederà alla libertà di coscienza che Cristo ha fatto intuire, ha fatto capire, ha insegnato, ma che sarà poi lo Spirito santo a illuminare, nonostante, ripeto, la durezza di cuore di una Chiesa-struttura sempre pronta a proteggersi nei suoi dogmi dottrinali e nei suoi codici morali. La grande novità che sta coinvolgendo l’uomo moderno non è la tecnologia sempre più sofisticata e potente, non è il nuovo ordine economico: tutto questo fa parte del tempo che passa e travolge: la novità è la presa di coscienza del nostro essere, è quella presenza divina dentro di noi che non sopporta più il peso delle strutture vincolanti, delle leggi codificate mortificanti: è quel divino interiore che è la nostra coscienza. La realtà di questa coscienza, quando si sveglierà del tutto, farà implodere il potere statale e il potere religioso. La libertà di coscienza, che è anzi tutto e sopra tutto. Attenzione: non sto dicendo che il popolo ne sia stato ancora travolto. Il popolo, purtroppo, ama farsi trascinare dagli imbonitori. Ma forse siamo a un passo dalla più grande rivoluzione della storia. E ciò avverrà quando saremo riusciti a far capire alla massa che il vero faro, il vero punto di orientamento, la vera legge, il vero progresso è la libertà di coscienza. Cristo in quel momento gioirà, e si complimenterà con lo Spirito santo.

*Omelia del 1 giugno 2014: Settima di Pasqua (At 1,9a.12-14; 2Cor 4,1-6; Lc 24,13-35); fonte: http://www.dongiorgio.it/01/06/2014/omelie-2014-di-don-giorgio-domenica-dopo-lascensione-settima-di-pasqua/

2014-05-01 15.55.04

Maggio 26, 2014

PROTAGONISMO DELLO SPIRITO SANTO

CONTRO I POTERI DELLE AUTORITÀ RELIGIOSE. LO SPIRITO ESIGE LIBERTÀ DI PAROLA, TESTIMONIANZA, CORAGGIO DELLA SOLITUDINE

di don Giorgio De Capitani*

Autorità costituita. Nei tre brani della Messa, e in generale nei brani che la liturgia ci offre da leggere e da meditare in questo periodo pasquale, lo Spirito santo è sempre presente: è il vero protagonista assoluto della nascita e dello sviluppo della Chiesa di Cristo. Scusate se insisto: non dovremmo parlare semplicemente di Cristo che continua a rivivere nella storia, ma di Cristo mistico, ovvero del Cristo che rivive nello Spirito santo. Il brano degli “Atti degli Apostoli” ci presenta il terzo discorso tenuto da Pietro, dopo la discesa dello Spirito santo nella Pentecoste. Un discorso molto breve, ma esplicito: in poche parole, l’apostolo dice che non è stato lui a compiere la guarigione dello storpio che stava davanti al tempio a elemosinare, ma quel prodigio è avvenuto “nel nome di Gesù Cristo il Nazareno”, il Risorto nello Spirito. Questa spiegazione Pietro la dà davanti ai caporioni ebraici, che si erano subito allarmati e preoccupati che qualcuno stesse per mettere a rischio la loro autorità costituita. Costituita in nome di chi? di quale Dio?

Con quale potere o in quale nome voi avete fatto questo?”. È sempre la solita domanda che torna: “Con quale potere o in nome di chi?”. Tutto deve restare nell’ambito del proprio potere politico o religioso. Non è concepibile e non è sopportabile che succeda qualcosa al di fuori di questo ambito. Si comporterà così anche la Chiesa lungo i secoli: nulla dovrà avvenire fuori del potere ecclesiastico, tutto deve restare nel cerchio fissato dai paletti del potere. Gli stessi apostoli avevano tentato di frenare il loro Maestro, quando era in vita. Ma Gesù non si era mai lasciato condizionare. “Con quale potere e in nome di chi?”. Già dire potere è dire paura che qualcuno o ne abbia un altro più forte o sfugga a qualsiasi potere. Chi non ha potere perché sfugge alla legge del potere facendo prevalere ad esempio la forza dello spirito fa più paura di chi ha più potere terreno. Il potere teme gli spiriti liberi, proprio perché costoro escono dal cerchio, e sono inafferrabili. La lotta tra chi ha potere è una lotta diciamo simmetrica. La lotta tra potere e spirito è una lotta asimmetrica: le armi sono completamente diverse. Se anche tu avessi la bomba atomica più potente del mondo non mi fai paura, perché io ho una bomba atomica, che si chiama lo spirito di libertà. E lo spirito costa nulla in soldi, è un dono accessibile a tutti.

Suggestione per gli spiriti deboli. Ecco perché continuamente affermo e sostengo che la Chiesa non doveva, tanto meno oggi, appoggiarsi sulle forze terrene o sui mezzi potenti di questo mondo. La sua forza non sta nel potere umano, non è la conquista di terre, non è il proselitismo o la conquista delle anime, non è il numero dei seguaci o la quantità delle istituzioni. Mio Dio, quanto è insopportabile l’auto-celebrazione di una Chiesa di massa o che si conta! Bisogna dare spettacolo di se stessa! Siamo fuori dalla logica dello Spirito di Cristo. E quando parlo di interiorità, non intendo quella falsa spiritualità che sarebbe forse meglio chiamare spiritualismo, che è una forma degenerata di sacralità interiore. Lo stesso Spirito santo è strumentalizzato da Movimenti ecclesiali che pretendono di imprigionarlo, dimenticando che lo Spirito per sua stessa natura è inafferrabile. Non sopporto i Movimenti cosiddetti pentecostali che vivono di effetti fisici fino al punto di cadere nel delirio. Lo Spirito è una forza interiore che non ama esprimersi in gesti esteriori. C’è anche un potere di suggestione, di catalessi mentale, un potere che manipola le coscienze, che suggestiona gli spiriti deboli. Lo Spirito santo ama la libertà di coscienza, il vero progresso che non costringe nessuno a seguire regole o norme di gruppo. Ognuno è un sé irripetibile, singolare, non un numero che aumenta il prestigio.

In nome di chi?”. Pensate: chiedono a Pietro e a Giovanni in nome di quale Dio essi avevano compiuto quel miracolo. Lo storpio era guarito, e poteva tornare a vivere nella normalità, non più costretto a mendicare. Non dimentichiamo che a quei tempi chi aveva un difetto fisico (zoppi, ciechi, storpi ecc.) o una particolare malattia (pensate alla lebbra), essendo socialmente improduttivi, venivano messi ai lati della strada a chiedere l’elemosina. Non bastava dar loro qualcosa per farli sentire come gli altri: per tutta la loro esistenza erano costretti a vivere in dipendenza. Pietro e Giovanni non offrono come tutti qualche soldo, ma rimettono in piedi quel disgraziato, gli danno la possibilità di rientrare nella normalità di una esistenza come tutti. Ma a quei caporioni stava bene che le cose rimanessero invariate, secondo la volontà di un dio fatto su misura di una religione che stabiliva che le malattie o i difetti fisici fossero colpe di qualcosa che non rientrava in quel perfetto piano divino, per cui era assolutamente indispensabile distinguere i puri dagli impuri, i perfetti dagli imperfetti.

Di un Dio che ama la libertà. Se le cose cambiano in meglio o c’è un maggior beneficio, per quale motivo dovresti chiedermi: in nome di quale Dio lo hai fatto? Se proprio me lo chiedi, ti rispondo: in nome di un Dio che ama la libertà o il benessere di tutti, che non guarda se tu sei religioso o non lo sei. Quei caporioni avevano visto che quello storpio si era alzato in piedi e camminava, eppure se la prendono, accusando Pietro e Giovanni di aver compiuto il miracolo a modo loro, senza aver ricevuto il permesso dell’autorità competente. È bene ciò che è bene, e non ciò che stabilisce il tuo partito politico o la tua religione. E solitamente succede che ciò che stabilisce il partito politico o la religione non sempre corrisponde al vero bene dell’essere umano. Rimettersi in piedi e camminare significa riprendersi la propria autonomia. Ogni struttura, politica o religiosa, ha bisogno di gente impedita, di sudditi costretti a obbedire perché incapaci di pensare o di agire in libertà. Eppure tutti dicono, con enfasi tale da incantare anche gli angeli: Dio ti vuole bene! Sì, ma quale Dio ci vuole bene? E che significa volere bene?

Il nostro vero bene. Dio non ci ama per compiacersene. Lui non ne ha bisogno. Ci ama perché vuole il nostro bene, e il nostro bene non è dare a Dio un maggiore auto-compiacimento. In altre parole, il nostro vero bene esce da ogni schema religioso. La gratuità dell’amore di Dio non contempla mai un ritorno a Lui: è chiaro che senza il Divino non possiamo essere noi stessi, non possiamo trovare una gioia profonda, ma il Divino è qualcosa che non rientra di per sé in alcun schema religioso. La gratuità del nostro gesto verso gli altri non contempla la domanda: in nome di chi lo facciamo? Sentiamo che in quel momento c’è una tale sintonia con la sofferenza profonda dell’altro che qualsiasi motivazione che ci spinge appare fuori posto, oscura la gratuità del gesto.

Gratuità: quando ne parliamo, e se ne comprendessimo anche solo qualcosa, dovrebbero venirci i brividi. Dire gratuità è toccare quasi lo stesso Mistero divino. Purtroppo, nel nostro modo di vivere siamo molto lontani dal vero Dio. Terminato il discorso, i capi del popolo rimangono colpiti dalla determinazione di Pietro e di Giovanni, anche perché, pur “essendo persone semplici e senza istruzione”, non si sono fatti prendere dalla paura di affrontare la gerarchia, più smaliziata e più colta. Luca, che è l’autore del libro, usa una parola greca, “parresia”, che dice molto più della parola italiana “franchezza”. Il cardinale Carlo Maria Martini così spiega: «La parola greca “parresia” indica, qui e in seguito (cfr At 4,29.31; 28,31), la capacità di testimoniare liberamente e coraggiosamente il messaggio cristiano anche in un mondo ostile. Nel mondo greco essa significava la libertà di parola che spettava nell’assemblea al cittadino che godeva dei pieni diritti civili, e di conseguenza il coraggio e la franchezza con cui tale privilegio poteva venire esercitato».

Parresia. Secondo Martini, ci sono tre termini che sono contenuti nella parola “parresia”: libertà di parola, testimonianza e coraggio. Anzitutto, libertà di parola: la parola, nel caso del messaggio cristiano, è il Verbo per eccellenza, cioè la Parola di Dio che si è incarnata e ora resa attuale nello Spirito santo. La Parola non è uno schema o un dogma fisso da contenere: la Parola è la Libertà nello Spirito santo. La Parola è Novità, sempre imprevedibile, mai perciò scontata. È inafferrabile, come il vento. Secondo termine: testimonianza. La Parola non va solo detta o annunciata con la bocca, non va solo proclamata con documenti. La testimonianza coinvolge tutta la nostra vita, a partire dalla nostra mente, dal nostro cuore, e poi dal nostro modo di essere e di vivere. Talora può essere anche una testimonianza silenziosa, in ogni caso deve toccare il nostro essere. Ciò non esclude una testimonianza corale o comunitaria. Ma in questo caso, dobbiamo stare molto attenti. Quando si fa massa, la testimonianza stride, si mette in urto con la Novità dello Spirito Santo.

Coraggio della solitudine. Infine, ci vuole coraggio. E il coraggio non ci vuole quando si è massa: la massa protegge, non ci lascia mai soli. Il coraggio della solitudine! Quando si è soli a lottare, allora bisogna tirar fuori tutto il proprio coraggio, far prevalere il dovere che si ha di testimoniare la Parola dello Spirito. Carlo Maria Martini parla di diritto di parola. La pensatrice francese Simone Weil parla invece di un dovere. I diritti appartengono al mondo della forza e della violenza; i doveri invece appartengono al nostro stesso essere. Testimoniare, dunque, la parola incarnata di Dio, nello Spirito santo, non è far valere un diritto, ma è un dovere per il fatto stesso che siamo cristiani, e, vorrei dire, per il fatto stesso che siamo esseri umani.

*omelia del 25 maggio 2014: Sesta di Pasqua (At 4,8-14; 1Cor 2,12-16; Gv 14,25-29). Fonte: http://www.dongiorgio.it/25/05/2014/omelie-2014-di-don-giorgio-sesta-domenica-di-pasqua/

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Maggio 22, 2014

INIZIO DELL’UNIVERSALISMO CRISTIANO

LA MANIFESTAZIONE PROGRESSIVA PASSA PURE DALLE DIVINITÀ PAGANE. LO SPIRITO NON FA PREFERENZE MA ACCOGLIE CHIUNQUE LO TEMA E PRATICHI LA GIUSTIZIA

di don Giorgio De Capitani*

Sulla soglia. Il primo brano della Messa, preso dal libro “Atti degli Apostoli”, riporta un episodio che ci fa capire le prime mosse dello Spirito santo. A causa della sua lunghezza, il brano è stato in parte tagliato (lo potete notare dai numeri della citazione), per cui brevemente riassumo ciò che è successo. Tre sono i protagonisti: Cornelio, l’apostolo Pietro e lo Spirito santo. Cornelio era un ufficiale romano, che risiedeva a Cesarea, sede del governatore. Con tutta la sua famiglia, era “religioso e timorato di Dio”, scrive Luca. Aveva accolto le verità di fede e i principi morali del giudaismo, senza però accettare di farsi circoncidere. Non era entrato del tutto nella religione ebraica: era rimasto sulla soglia. Non era dunque un “proselito”, un convertito, ma solo un “simpatizzante”. Oggi diremmo: nonostante la carica che aveva, era un “bravo uomo” che faceva anche elemosine al popolo. Proprio per questo era molto stimato tra gli ebrei. Ed ecco la cosa sorprendente: era sul punto di farsi ebreo, invece il Dio di Gesù Cristo gli ha fatto varcare la soglia del cristianesimo.

Servono anche le divinità. Qui s’impone una domanda: era proprio necessario che Cornelio si facesse “cristiano”? Possiamo anche comprendere la differenza tra il culto nelle divinità inesistenti, come gli idoli dei pagani, e il culto nel Dio degli ebrei. Però, anche qui dovremmo stare attenti: uno studioso ha fatto notare, ed io condivido, che senza la credenza nelle divinità il mondo degli esseri umani sarebbe stato diverso, forse non avrebbe potuto sopravvivere. Il discorso si farebbe lungo, e interessante. Noi purtroppo abbiamo bollato in modo spregiativo il mondo idolatrico senza renderci conto che il vero unico Dio si è servito anche delle divinità per manifestarsi. In fondo, le divinità che cos’erano? Erano la proiezione o la sublimazione dei bisogni dell’uomo: alcuni di questi bisogni erano frutto di basse passionalità, ma la maggior parte era frutto di desideri elevati. Se è vero che il vero Dio è nell’animo umano, forse che non lo era anche nell’animo dei cosiddetti gentili o pagani? Pensate a questo fatto: i più grandi filosofi dell’antichità, ad esempio Platone, per non citare tanti altri, avevano raggiunto una tale concezione di Dio, a cui ancora oggi noi cristiani neppure lontanamente siamo arrivati.

Manifestazione progressiva. Dunque, attenzione: ridurre tutto il mondo pagano a una pura questione di idoli, inventati di sana pianta e talora ridicoli, non solo è del tutto riduttivo, ma anche offensivo nei riguardi di una numerosa schiera di artisti e di pensatori, e anche di quel popolo che, se si aggrappava al Creato ritenendolo una immagine, da qui la parola idolo, di un essere superiore, era forse più rispettoso di Dio di quanto lo siamo noi, monoteisti, cultori dell’unico Dio, ma che preferiamo lasciare nell’alto dei cieli, perché non disturbi i nostri sporchi interessi sulla natura. Sì, adoriamo l’unico Dio, e poi violentiamo il Creato, fatto a immagine di Dio. Scusate se non chiudo ancora la parentesi. Non dimentichiamo inoltre che l’Antico Testamento, che la Chiesa non ha mai rinnegato e che tuttora ritiene indispensabile per comprendere il Nuovo, non è altro che la manifestazione progressiva dell’unico Dio. Perciò, eliminare di colpo, in toto, la religione ebraica non mi pare sia la vera intenzione della Chiesa di Cristo.

Divinità ebraiche. Eppure il Cristo storico, durante la sua esistenza umana, ha combattuto l’ebraismo, ha contestato duramente il suo culto, nei suoi due pilastri: il sabato e il tempio. Anche qui bisognerebbe chiarire: spesso dico che Cristo ha capovolto tutto, a partire dalla religione ebraica. Capovolgere non significa di per sé distruggere, ma ribaltare qualcosa che è storto. Se uno cammina con la testa all’ingiù, vede le cose in modo del tutto diverso da chi cammina con i piedi per terra. La religione ebraica era arrivata al punto di vedere tutto capovolto, a partire dalla concezione di Dio e dall’essere umano. Se per i cosiddetti gentili (oggi diciamo pagani) le divinità non erano altro che invenzioni o proiezioni dei propri bisogni spirituali e materiali, e perciò non sapevano che Dio era uno solo, al di sopra degli idoli, gli ebrei, pur adorando l’unico Dio, avevano fatto della legge e del tempio altrettante divinità, alla pari, se non peggio, del mondo cosiddetto pagano.

Primato a Dio. Cristo allora che cosa ha fatto? Ha restituito a Dio il suo primato originario e ha capovolto l’essere umano. È chiaro che, se ho di Dio un’idea sbagliata, anche la mia idea di uomo è sbagliata. La religione ebraica aveva perso l’idea migliore di Dio, e perciò dell’essere umano, tanto da arrivare, in nome della religione del sabato e del tempio, a rendere l’essere umano un oggetto di culto al servizio del sabato e del tempio. Stava qui la perversione, a cui era giunta la religione ebraica. Il cristianesimo come si presentava agli occhi degli ebrei e dei pagani? Una novità: una nuova strada. Il nome originale che troviamo nel libro “Atti degli Apostoli” a indicare il cristianesimo è il greco “odòs”, che significa via, ma che è stato tradotto in lingua italiana con il termine “dottrina”. Vedete come si fa a tradire il cristianesimo.

Passiamo ai fatti. Cornelio viene avvertito, tramite una visione angelica, di mandare a chiamare l’apostolo, che si trova a Giaffa, distante da Cesarea una cinquantina di chilometri. Nel frattempo anche Pietro ha una visione, molto singolare, per non dire strana. Vede scendere dal cielo come un grande recipiente di tela, misteriosamente sostenuto ai quattro capi: dentro c’è un miscuglio di animali terrestri e uccelli di tutti i tipi, puri e impuri. Gli animali impuri, secondo il Levitico, non potevano essere mangiati da un ebreo osservante. Ma una voce dal cielo invita Pietro ad uccidere quegli animali e a cibarsi anche degli animali impuri. Sul momento egli rimane perplesso: non intuisce subito la novità, ovvero il superamento della distinzione tra puro e impuro che il cristianesimo è venuto a portare. Ed ecco che viene avvertito dallo Spirito santo che stanno arrivando gli inviati con l’incarico di accompagnarlo a Cesarea da Cornelio.

Il dono dello Spirito santo. Pietro, giunto a Cesarea, per incontrare Cornelio deve entrare in casa sua, ovvero nella casa di un pagano che, secondo la legge ebraica, era ritenuto un impuro. Ecco che la visione precedente degli animali puri e impuri gli si svela di colpo. Pietro allora non esita a scostarsi dall’usanza ebraica, e s’incontra con Cornelio. Cornelio spiega a Pietro il motivo per cui l’ha fatto chiamare. L’apostolo allora tiene un breve discorso: i discorsi precedenti erano rivolti al popolo ebraico, stavolta egli si rivolge al mondo pagano. Pietro parla di un Dio che “non fa preferenze di persone, ma che accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga”. L’universalismo del cristianesimo inizia a dare i suoi primi passi. Mentre sta parlando, all’improvviso Cornelio e i suoi familiari, parenti e amici, ricevono il dono dello Spirito Santo, come una nuova Pentecoste. Pietro allora li battezza.

Lo Spirito non aspetta la chiesa. Qualcuno si chiederà: prima c’è la discesa dello Spirito santo, e poi il battesimo? Perché poi la Chiesa invertirà i sacramenti: prima il battesimo, poi la cresima? Non saprei darne una ragione. E poi, non dobbiamo dimenticare che, la sera di Pasqua, quando Gesù appare agli apostoli riuniti in casa, dopo aver soffiato su di loro dice: «Ricevete lo Spirito Santo». Non penso che gli apostoli fossero già battezzati. Vorrei insistere. La Chiesa purtroppo ha istituzionalizzato in varie tappe cronologiche la recezione dei doni della grazia di Dio. Prima questo, e poi quello. Prima il battesimo, e poi gli altri sacramenti. Anticamente, non era chiara la distinzione tra battesimo, cresima e eucaristia: venivano amministrati contemporaneamente. Oggi si vorrebbe di nuovo mettere insieme nello stesso giorno Cresima e Prima Comunione. Forse il vero problema è un altro: occorre far capire che la grazia di Dio non segue i ritmi imposti dalla religione nei suoi riti o nelle sue esigenze anche pedagogiche. Siamo arrivati al punto di separare i sacramenti in varie tappe successive tanto da far dimenticare che il Mistero di Dio è uno solo, e soprattutto che lo Spirito santo non aspetta l’ok della Chiesa per entrare in azione.

Dio non fa preferenze. Senza voler sminuire o distruggere il valore dei riti e dei sacramenti, vorrei far capire invece quanto sia importante il rapporto profondo che c’è tra l’uomo e il sacro, indipendentemente dalle credenze religiose di ciascuno: l’apostolo Pietro, nel suo discorso a Cornelio e familiari, ha parlato di un Dio che non fa preferenze di persone, ma che accoglie chi lo teme (cioè lo ama) e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga”. Parole sacrosante che sono state dimenticate lungo i secoli dalla stessa Chiesa. Far comprendere che il vero Dio è così è il compito dello Spirito di Cristo. Oggi invertire la recezione dei sacramenti non risolve niente. Dobbiamo invece educare, sempre, in ogni caso, ad ogni sacramento che riceviamo, che lo Spirito è uno solo, e che si è messo in azione quando siamo venuti in questo mondo. L’autore sacro inizia il racconto della Genesi con queste parole: “La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque”.

*Omelia del 18 maggio 2014: Quinta di Pasqua, (At 10,1-5.24.34-36.44-48a; Fil 2,12-16; Gv 14,21-24). Fonte: http://www.dongiorgio.it/18/05/2014/omelie-2014-di-don-giorgio-quinta-domenica-di-pasqua/

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Le Tre cime di Lavaredo
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