Brianzecum

dicembre 2, 2014

GIUSTIZIA E MISERICORDIA

DUE METE FONDAMENTALI NEL PERCORSO DELL’AVVENTO, ASSIEME A SILENZIO E RIORDINO INTERIORI

di don Giorgio De Capitani*

Due sono i personaggi che la Liturgia mette in scena durante l’Avvento: sono diversi tra loro, ma complementari. Entrambi hanno un compito ben preciso da compiere: prepararci nel migliore dei modi alla venuta del Salvatore. Sono Giovanni il Battista e Maria santissima. Alla madre del Messia vengono dedicate una festa in particolare, l’Immacolata, e la domenica che precede immediatamente il Natale. Al Precursore la liturgia dedica ben tre brani del Vangelo che parlano di lui: questa domenica, la prossima e domenica 14 dicembre. Prima di soffermarmi sulla figura di Giovanni, merita una particolare attenzione anche il primo brano, tolto dal Libro di Isaia, o meglio del Secondo Isaia, un anonimo profeta vissuto negli anni successivi al 538 a. C, quando il re persiano Ciro, dopo aver sconfitto i babilonesi, aveva permesso agli ebrei esuli a Babilonia di tornare nella terra dei padri, abbandonata nel 586 a. C., al momento della distruzione di Gerusalemme. Il compito di questo profeta consisteva appunto nello stimolare il ritorno in patria e nel cantarlo come un evento glorioso voluto da Dio.
Ascoltatemi. Il brano di oggi è davvero interessante: è un dialogo che si alterna tra il Signore e il suo popolo. Prima interviene Dio che invita i suoi eletti ad ascoltarlo: “Ascoltatemi”. Più che invito, è un ordine. Un ordine che risuona ancora oggi. In mezzo a tanta confusione e a tante incertezze, bisogna a un certo punto fare silenzio, e ascoltare l’Essenziale. Che cos’è l’Avvento, se non uno spazio di tempo che noi togliamo alle nostre quotidiane fatiche e preoccupazioni, per dar modo al nostro interiore di rimettere un po’ di ordine nella nostra mente e nel nostro cuore? Noi parliamo, attorno a noi tutti parlano, le cose parlano, e nessuno vuole ascoltare chi ne sa più di noi e più del mondo intero.
L’Avvento cristiano non è anzitutto un programmare chissà quali attività. Più si avvicina il Natale, più aumentano la frenesia e un insieme di cose da fare. Dovrebbe essere il contrario. Più ci avviciniamo al Natale, più dovremmo sentire l’esigenza di fare silenzio dentro e attorno a noi, per sentire la voce di Colui che è l’unico vero Necessario. “Ascoltatemi”. Dio si rivolge ai suoi fedeli, agli amanti della giustizia, a coloro che portano nel cuore la sua legge. Non devono temere nulla. I nemici tenteranno di farli soccombere, ma Dio sta dalla parte dei giusti. Ed ecco che il popolo d’Israele risponde, invitando a sua volta il Signore perché risvegli la sua potenza, la sua presenza, perché faccia sentire più forte la sua voce.
Crisi, per tornare al Signore. Sì, è vero, il Signore sta dalla parte dei giusti, ma non basta. Ci sono situazioni in cui sembra che il Signore stia in silenzio, sia quasi assente. Sembra, ma così non è. Ma il popolo fedele chiede di più. Proprio perché si è fidato di Dio, non accetta che sia continuamente messo alla prova. Ma Dio ha le sue buone ragioni: succedeva che, quando le cose andavano troppo bene, gli ebrei si dimenticassero di Dio. C’erano le crisi? Il popolo tornava al Signore. La storia si ripete sempre. Non ci chiediamo mai il perché la storia sia soggetta a tante crisi che tolgono il respiro e mettono a dura prova la stessa esistenza? Ogni epoca conosce almeno una grande crisi. Noi le chiamiamo crisi economiche e strutturali. Forse sarebbe più giusto chiamarle crisi di valori. L’Avvento mette a nudo ancora di più questa crisi che sta erodendo l’anima e il corpo. Solo degli illusi potevano credere che la crisi sarebbe durata poco. Ogni crisi ha i suoi tempi. Nessuno, nemmeno gli economisti più esperti, li conosce. Ne usciremo, senza saperne i motivi. Di colpo.
Desiderio di pienezza. Nel frattempo, diamo la colpa a tutto e a tutti, aggrappandoci a questo o a quello per salvarci. Nessun mago ci porterà fuori dalla crisi. La crisi, anche questa, è frutto di un sistema sbagliato che si è creato col tempo, tessuto senz’altro da qualche mente perversa, ma sempre con il sostegno del popolo. Non sopporto che ci si senta sempre delle vittime. Non solo al tempo degli ebrei, ma anche oggi i cosiddetti buoni sono come un peso morto di una grossa parte che subisce e subisce correndo dietro al sistema del momento. I giusti, invece, non si fanno omologare, non si fanno trascinare: su questi pochi eletti il Signore scommette il suo progetto. Infine, il Signore termina con queste parole: «Io, io sono il vostro consolatore». Non so esattamente il significato del termine “consolazione” in ebraico. Mi soffermo sulla parola italiana, che deriva dal latino: “cum + solari”. “Cum” vuol dire “mezzo”, “strumento”, mentre “solari” contiene “solus”, che non vuol dire “solo”, ma “intero”. Perciò, possiamo intendere così le parole del Signore: “Io, io sono colui che soddisferà il vostro desiderio di pienezza, la vostra sete di giustizia”. Le vere sofferenze sono di coloro che cercano il bene, ma non lo trovano. I giusti soffrono perché vivono in un mondo di iniquità. Non si accontentano del poco di bene che c’è. Il disegno di Dio è grande. Non si accontenta del minimo.
Convertitevi. Il Vangelo di oggi introduce la figura di Giovanni il Battista. L’evangelista Matteo non usa preamboli: «In quei giorni venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!”». “In quei giorni”: una frase che non fissa un determinato tempo. Non si sa esattamente quando Giovanni è apparso sulla scena pubblica. All’evangelista non interessava. Forse non si ricordava, forse non lo sapeva. Ma una cosa è certa: a un certo punto, Giovanni si è fatto sentire. “In quei giorni” può benissimo indicare qualsiasi tempo: anche i nostri tempi. C’è sempre un momento in cui un certo Giovanni Battista compare a dirci: “Convertitevi!”. Anche in italiano il verbo “convertire” è significativo: vuol dire di per sé “cambiare strada”, invertire la rotta. Mi converto quando mi accorgo di aver preso una strada sbagliata, mi fermo, torno indietro a prendere quella giusta. Il verbo greco, “metanoèite”, è ancora più pregnante di senso: deriva da “metànoia” (“noia” deriva da “nous”, che significa mente, pensiero). Dunque, convertirsi significa cambiare mente, pensiero. È dalla mente e dal pensiero che derivano le nostre azioni, i nostri comportamenti. Quindi, Giovanni il Battista non si è limitato a dire alle folle: “Agite bene”. In altre parole, il suo messaggio non era anzitutto di tipo moralistico. Fate i bravi! Il messaggio di Giovanni era radicale: puntava alla mente e al cuore.
Ipocrisia peccato più grave.
Giovanni ha voluto essere coerente anche nel suo vestito e nel suo cibo. Sobrio, essenziale, asciutto, quasi scostante. Duro nelle parole, altrettanto duro nelle sue scelte di vita. La gente accorreva, perché sentiva che in Giovanni c’era qualcosa di autentico. E non si è ribellata, quando si è sentita colpita sul vivo dalle parole: “Razza di vipere!”. Se dovessimo usare oggi espressioni simili, saremmo denunciati. Ma Giovanni non andava tanto per il sottile: sapeva che l’ipocrisia era anche allora il peccato più grave. Per cambiare la mente, occorrevano parole forti, sconvolgenti, rivoltanti, urticanti. Cristo stesso tornerà sull’ipocrisia, rivolgendosi anzitutto ai capi politici e religiosi.
Misericordia conduce alla giustizia.
Certo, Gesù, a differenza di Giovanni, ha manifestato anche il volto di un Dio misericordioso. Misericordia sì, ma la misericordia non è una specie di condono a ripetizione. La misericordia conduce alla giustizia. Tutti abbiamo bisogno di misericordia di Dio. Ma Dio vuole anzitutto il nostro bene, e il nostro bene è il nostro essere umano, che, se è debole e perciò bisognoso di misericordia, ha però bisogno di essere risvegliato e guidato verso la sua piena realizzazione. La misericordia è la pazienza di Dio che sa attendere, e nel frattempo ci sostiene nelle nostre debolezze. Dio è paziente ma in vista della giustizia, intesa nella pienezza del nostro essere e nella realizzazione del suo disegno sulla storia umana. Secondo la Bibbia, giustizia e misericordia si abbracciano. Ambedue si rifanno al nostro essere umano, da sviluppare nella sua bontà radicale (ecco la giustizia), ma da sostenere a causa dei suoi limiti e debolezze (ecco la misericordia).

*Omelia del 23 novembre 2014: Seconda domenica di Avvento (Is 51,7-12a; Rm 15,15-21; Mt 3,1-12). fonte: http://www.dongiorgio.it/23/11/2014/omelie-2014-di-don-giorgio-seconda-di-avvento-rito-ambrosiano/

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novembre 15, 2014

L’INTERVENTO MILITARE SECONDO DUE CARDINALI

TALVOLTA È INDISPENSABILE, MA VA TENTATA OGNI ALTRA VIA, SEMPRE NEL RISPETTO DEL DIRITTO INTERNAZIONALE

di Piero Stefani*

Intervento necessario. Il 12 novembre di undici anni fa ci fu il tragico attentato di Nassiriya in Iraq. In quella circostanza la celebrazione dei funerali di Stato per le 19 vittime italiane diede occasione al card. Camillo Ruini di rafforzare il suo disegno di rendere il cattolicesimo religione civile dell’Italia post democristiana. Nell’omelia Ruini riferendosi ai terroristi disse: «Non fuggiremo davanti a loro, anzi, li fronteggeremo con tutto il coraggio, l’energia e la determinazione di cui siamo capaci. Ma non li odieremo, anzi, non ci stancheremo di sforzarci di far loro capire che tutto l’impegno dell’Italia, compreso il suo coinvolgimento militare, è orientato a salvaguardare e a promuovere una convivenza umana». L’intervento militare era, dunque, presentato, senza esitazioni, come necessario.

Risposta non solo militare. Il 20 ottobre scorso durante il Concistoro dedicato al Medio Oriente ha preso la parola l’attuale Segretario di Stato vaticano card. Pietro Parolin. In undici anni molte cose sono cambiate. Tuttavia vi è una domanda che resta attuale: a quali condizioni è lecito usare la forza per fermare la violenza? Parolin è stato chiaro: «Al riguardo, si è ribadito che è lecito fermare l’aggressore ingiusto, sempre, però, nel rispetto del diritto internazionale, come ha affermato anche il Santo Padre. Tuttavia si è visto con chiarezza che non si può affidare la risoluzione del problema alla sola risposta militare». Le parole del Segretario di Stato riformulano, in un linguaggio più sorvegliato, quanto detto dal papa in un’intervista concessa l’estate scorsa. In quell’occasione Francesco aveva affermato che è lecito fermare l’aggressore ingiusto, aggiungendo la precisazione che dovrà essere valutato con quali mezzi farlo. È fuori discussione che bisognerà attuarlo in un quadro di diritto internazionale; quanto ai mezzi, secondo Parolin, saranno militari, anche se non ci si dovrà limitare ad essi. Ciò non comporta ritornare alla tradizionale visione della guerra giusta; vuol dire solo essere consapevoli che a volte l’uso delle armi è inevitabile. Anche papa Francesco, suo malgrado, si è dovuto rassegnare a questa prospettiva.

*Il pensiero della settimana 497, fonte: http://pierostefani.myblog.it/2014/11/15/497-_-lintervento-militare-secondo-due-cardinali-16-11-2014/

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novembre 7, 2014

LE BUONE NOTIZIE CHE NON PIACCIONO AL POTERE

NON VUOLE CHE CI INTERROGHIAMO SULLE CAUSE E SUI FINI. PREFERISCE CHE VIVIAMO NEL PRESENTE, COME GLI ANIMALI

spunti da un incontro col prof. Piero Giorgi*

Salute Molte cose non si dicono sui giornali o alla televisione, ma chi se ne intende le sa. Ad es. i medici sanno che il 70-80% delle malattie che ci colpiscono, oggi sono prevenibili: con adeguata alimentazione, igiene, movimento, ecc. Si conoscono (ma non si diffondono) molte cause alimentari delle malattie, specificamente eccessi di cibi ricchi e carenze di cibi poveri (v. Sintesi di epidemiologia alimentare). Ma la buona notizia è che attraverso la flora intestinale si possono migliorare le difese naturali dell’organismo, quindi essere più protetti non solo da malattie, ma anche da inquinamenti, parassiti, ecc. (v. Quei microbi che ci governano). Ovviamente la flora dipende anzitutto da quanto e cosa si mangia: ci potremmo così avvicinare al 100% di protezione. Si deve anche premettere che le cause delle malattie non sono sempre uniche (come il bacillo di Koch per la TBC) ma dipendono da diverse cause che si possono anche potenziare a vicenda: sbaglia dunque chi si rifiuta di recepire certi consigli appellandosi a considerazioni fatalistiche del tipo: tanto siamo tutti inquinati. Quella potrebbe essere proprio la goccia che fa traboccare il vaso. In sintesi, con un’alimentazione più povera, spendendo meno per il cibo, potremmo migliorare di molto la salute!

Violenza. Un’altra buona notizia riguarda la formazione del carattere. Oggi sappiamo che l’uomo non è violento per natura, ma lo può diventare (di solito lo diventa) per una educazione sbagliata. Lo dimostra chi studia il cervello umano. Nei primi anni di vita, quando è ancora in fase di formazione, il cervello si plasma e recepisce moltissimo, specie per quanto riguarda gli aspetti fondamentali della vita: il linguaggio, ad es., ma anche l’attitudine alla violenza o all’individualismo, piuttosto che a empatia, collaborazione con gli altri, senso della comunità, ecc. Ancora, gli studiosi della fisiologia cerebrale hanno scoperto i neuroni-specchio, che hanno la funzione di “metterci nei panni degli altri”, stimolando l’empatia. In breve, lungi dall’essere violento, l’uomo è per natura empatico, collaborativo, solidale con i membri del suo gruppo. Lo confermano anche gli studi archeologici, che non hanno trovato su milioni di reperti paleolitici, alcuna scena di uccisione di uomini tra loro. Questo è conforme a quanto avviene per tutti gli altri animali: neppure i più feroci uccidono di norma membri della propria specie. Scene di uccisioni e violenza tra uomini si trovano regolarmente soltanto a partire dal tardo neolitico, dopo il raggiungimento di ampie dimensioni urbane, stratificazione e gerarchizzazione della società, nonché il sorgere di problemi di controllo e ordine sociale. La violenza è un sottoprodotto sgradito della civiltà.

Evoluzione. Per il lungo periodo della sua esistenza, risalente attorno ai 150 mila anni fa, l’homo sapiens è stato tale, cioè non violento. Certo, ci saranno state liti, violenze e talvolta anche uccisioni tra quegli uomini, ma non tali da stimolare l’immaginazione collettiva: probabilmente il contrario, riprovazione. Infatti i popoli primitivi hanno messo a punto raffinati strumenti di intervento per prevenire i conflitti: gli anziani o i saggi del gruppo si rivolgevano ai potenziali contendenti, convincendoli ad una soluzione pacifica. Solo da un periodo di circa 5 millenni l’uomo è invece diventato violento e guerriero. Ma il suo cervello è rimasto quello di prima. L’evoluzione culturale è sempre molto più rapida di quella biologica: basti pensare che i lobi frontali (area del nostro cervello di formazione più recente, deputata alla mediazione sociale, che distingue il genere Homo dagli altri primati) ha richiesto per la sua formazione evolutiva qualcosa come un milione di anni. È pertanto assurdo pensare che il cervello umano si sia adattato alla violenza nel giro di pochi millenni: resta quello dei nostri antenati paleolitici e dei pochi nomadi cacciatori-raccoglitori tuttora esistenti. Cioè adatto alla cooperazione empatica piuttosto che alla competizione, a vivere in senso comunitario piuttosto che individualistico, alla pace piuttosto che alla violenza o la guerra. Che l’uomo non è adatto alla guerra può essere verificato dai suicidi o comunque dai danni psicologici, spesso irreversibili, che segnano i reduci dalle guerre moderne – sempre più inumane.

Indottrinamento subliminale. Ma perché l’uomo moderno, di natura nonviolenta, usa spesso la violenza? Perché è indottrinato dal potere, il quale ha sempre l’interesse ad avere di fronte persone individualiste ed egoiste, piuttosto che comunità mature, competenti e solidali. Oggi l’indottrinamento avviene soprattutto attraverso la televisione, nei cui programmi, specie di intrattenimento o di passatempo passivo, sono facilmente individuabili messaggi, subliminali o anche espliciti, inneggianti all’individualismo egoistico e alla violenza – oltre, ovviamente, al consumismo. Quello che è grave è che questi messaggi, anche senza accorgerci, vengono recepiti indirettamente dai bambini piccoli, che osservano il comportamento dei più grandi o degli adulti. E quanto acquisito da un cervello in formazione, come detto, rimane indelebile per tutta la vita.

Vivere nel presente, senza guardare al passato e tanto meno al futuro: questo è un altro messaggio subliminale che ci viene inculcato. Un motivo immediato sta nella spinta al consumismo: il consumatore non deve fare confronti, riflettere, pensare a cosa servirà il suo acquisto, ecc. Deve acquistare subito, compulsivamente. Ma forse c’è anche un motivo più profondo. Se si pensa ai due settori prima considerati, quello della salute e quello delle armi, si può notare che per entrambi manca la prevenzione. Le malattie potrebbero essere prevenute, se si facessero ricerche su ciò che le producono. Invece le ricerche sono solo sui farmaci per guarirle, dopo che si sono verificate. Questo evidentemente nell’interesse dell’imponente industria della malattia (case farmaceutiche, medici, ospedali…). Ma anche per la violenza e la guerra manca la prevenzione: a cominciare dall’educazione dei più piccoli, su su fino agli Stati, potrebbero essere messi in atto molti mezzi nonviolenti per prevenire e risolvere i conflitti (grandi illustratori dell’incredibile efficacia dei metodi nonviolenti sono, dopo Gandhi, Johan Galtung e Gene Sharp). Nel caso della violenza, oltre alla prevenzione, manca la vista lunga sul passato, nella fattispecie sulla nonviolenza dei nostri progenitori paleolitici. Due settori nei quali una vista lunga sul passato e sul futuro, nonché la considerazione delle cause e dei fini, davvero consentirebbero una enorme spending review, non solo per la società, ma anche per il singolo.

*il 20 sett. 2014 con i sigg. Brenna, Cesarini, Frey, Miori, Pasinetti, Ranci, in casa De Carlini. Bibliografia: Rivoluzione nonviolenta nella vita quotidiana, seconda parte http://www.neotopia.it/area_download.html

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DIFENDIAMO I NOSTRI BAMBINI

  1. IL SISTEMA MEDIATICO È IN GRADO DI INCIDERE SUGLI ATTEGGIAMENTI UMANI PIÙ QUALIFICANTI SPECIE NELLA PRIMA INFANZIA

spunti da un incontro col prof. Piero Giorgi*

Le bambine-lupo. La leggenda di Romolo e Remo si avvera oggi abbastanza di frequente in India, dove permane l’idea che la nascita di una femmina sia una disgrazia. Si ha così che la neonata venga portata dalla nonna nel bosco e, dopo qualche preghiera e qualche lacrima, abbandonata al suo destino. Talvolta la piccola viene raccolta da una lupa, allattata e allevata nella sua tana. Quando vengono ritrovati dopo qualche tempo, questi bambini presentano gravi tratti patologici: non camminano in posizione eretta ma a quattro zampe; non parlano ma ululano, come i lupi; non hanno le mani prensili, perché nessuno ha loro offerto modelli umani di comportamento, incoraggiandone l’imitazione. Ciò significa che funzioni umane elementari come: camminare, parlare, destrezza manuale, non sono istintive, ma devono essere apprese dagli altri, in particolare dalla madre. Questo vale per gli umani, ma anche per gli animali superiori: se un cucciolo di leone non apprende dalla madre, con appositi esercizi, come si fa a cacciare, non diventerà mai un vero leone. A maggior ragione un bambino allevato da animali non diventerà mai un uomo, ma assumerà i comportamenti dell’animale che lo ha allevato.

L’apprendimento delle funzioni fondamentali della propria specie è particolarmente importante nel bambino perché il suo cervello, a differenza degli altri sistemi d’organo, è scarsamente formato alla nascita, ma plastico e malleabile: quello che apprende in quel periodo, mentre il cervello sta formandosi, lo segnerà profondamente per tutto il resto della vita. Inversamente, quello che non apprende, con grande difficoltà lo apprenderà in seguito. Qui si pone un problema: mentre per il lupo o il leone è abbastanza facile indicare le funzioni fondamentali, per l’uomo la questione è più complessa. Senza entrare nella vastissima problematica teologica o filosofica, ma restando sul piano strettamente biologico, quali sono le funzioni fondamentali dell’uomo in quanto animale? (certamente non è solo animale, ma anche animale). Si può indicare anzitutto, con Aristotele, che l’uomo è un animale sociale, che non vive da solo, ma in comunità più o meno vaste (oltre alla famiglia). Pensatori come Rousseau o Hobbes, che ipotizzavano un uomo isolato nello stato di natura, non beneficiavano delle nostre conoscenze scientifiche e, come le proposte di quei tempi antichi, non sono affidabili: non esiste un tale essere umano. Il suo ambiente naturale è una comunità. Per vivere socialmente l’uomo deve sviluppare qualità empatiche e avere fiducia negli altri.

I neuroni-specchio, presenti nel cervello umano (e di qualche altro animale, come le scimmie), sono forse deputati proprio alla creazione di empatia. Consentono di immedesimarsi negli altri e vedere il mondo con gli occhi degli altri. Grazie ad essi, quando vediamo qualcuno fare qualcosa, siamo portati, più o meno inconsciamente, a fare altrettanto. Inutile sottolineare l’importanza di tale caratteristica, specie oggi, al tempo della presenza pervasiva delle informazioni e degli schermi. Ingenuo pensare che questa caratteristica non venga sfruttata dal potere per rinforzarsi sempre più nei confronti del singolo, non protetto da una comunità e dai propri valori. Ma continuiamo con altri aspetti della nostra cultura, che ha una lunga storia.

Proprietà, obbedienza, dipendenza. Nel lungo periodo dell’era paleolitica (circa 150 mila anni) i nostri progenitori si spostavano alla ricerca di cibo in piccole tribù di persone egualitarie, che facevano le stesse cose, senza gerarchie. Con una vita nomade e senza possedere la terra, la proprietà era estremamente limitata: a qualche strumento o effetto personale che potevano portare con sé negli spostamenti. È solo col neolitico avanzato che si è avuta la proprietà della terra, col conseguente accumulo delle ricchezze da parte dei maggiorenti: quindi la gerarchizzazione nella società. Interesse di chi stava in alto nella gerarchia sociale era ovviamente quello di non mantenere le originarie qualità di socialità, empatia, comunità, eguaglianza; ma invece di avere persone obbedienti e dipendenti, pronte ad accettare ordini e osannare il capo, senza metterne in discussione la legittimità. Inoltre gli aggregati umani andavano aumentando sempre più, creando problemi di anonimato e ordine pubblico. Così si è diffusa anche nelle istituzioni la violenza.

Violenza: oltre a quella fisica (uomo contro uomo), si possono individuare altre forme di violenza: quella strutturale, quando si impedisce a qualcuno di realizzare le proprie potenzialità umane (due esempi estremi: le bambine discriminate nell’educazione scolastica rispetto ai maschi, le morti causate dalla fame o dalla globalizzazione); violenza culturale (razzismo, sessismo, repressione delle culture minoritarie, pubblicità: varie forme di lavaggio del cervello); guerra, come forma estrema di violenza, oggi, nell’era atomica, “fuori dalla ragione” (papa Giovanni), cioè folle. Di esaltazione della guerra è piena tutta la nostra cultura, dai poemi omerici fino ai nostri giorni, quando ai bambini vengono regalate le armi e la violenza viene proposta sotto mille forme, nei filmati ecc. Ma la cultura che il potere predilige, dispone oggi di ben altri strumenti.

Metamessaggi. I singoli messaggi pubblicitari sono del tipo: compra questo e sarai felice; compra quello e sarai felice. Ma cosa lasciano nella mente questi singoli messaggi? Che la felicità si raggiunge con gli acquisti, il denaro, il possesso; non già, come è vero, migliorando i rapporti interpersonali. Ecco come si plasma un uomo possessivo, che preferisce l’avere (e anche l’apparire) rispetto all’essere. Un’altra tecnica può essere quella di distrarre l’attenzione dalle cose importanti per orientarla su cose che non disturbano il potere: quella che potrebbe essere chiamata arma di distrazione di massa. Un esempio nel campo della pace potrebbe essere la convinzione che bastino manifestazioni oceaniche, anziché un impegno continuo e prolungato, a cominciare dal livello comunitario locale. Ma questi sono solo piccoli esempi delle possibilità studiate da quella che è diventata una vera e propria scienza a disposizione del potere: quella della comunicazione e della convinzione occulta. Eccone un altro esempio.

Indottrinamento subliminale. Il potere ha sempre l’interesse ad avere di fronte singole persone individualiste, piuttosto che comunità mature, competenti e solidali. Oggi l’indottrinamento avviene soprattutto attraverso televisione, videogiochi e simili: in questi programmi, specie quelli di passatempo passivi, sono facilmente individuabili messaggi, subliminali o anche espliciti, inneggianti all’individualismo egoistico e alla violenza – oltre, ovviamente, ad un consumismo senza controllo. Quello che è grave è che questi messaggi, anche senza accorgerci, vengono recepiti indirettamente dai bambini piccoli, che osservano il comportamento dei più grandicelli o degli adulti. E quanto acquisito da un cervello in formazione, come detto, rimane indelebile per tutta la vita. Di un bimbo piccolo si dice di solito: imparerà quando andrà a scuola. Grave errore: a 6 anni il cervello è praticamente già formato e i messaggi perversi della televisione sono già acquisiti. Se per insegnare agli studenti ci vogliono laureati, per insegnare ai bimbi in formazione ci vorrebbero persone con due lauree e un dottorato!

In definitiva, oggi l’infanzia è esposta a rischi gravissimi. Precisamente che la pressione del potere impedisca loro di acquisire le qualità fondamentali di una vera umanità. Bisogna stabilire assi tra famiglie e con gli insegnanti per studiare a fondo come difenderli. Perché il cucciolo di uomo possa diventare vero essere umano, anzitutto empatico, comunitario, solidale, nonviolento.

*il 20 sett. 2014 con i sigg. Brenna, Cesarini, Frey, Miori, Pasinetti, Ranci, in casa De Carlini. Bibliografia: Rivoluzione nonviolenta nella vita quotidiana, seconda parte http://www.neotopia.it/area_download.html

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novembre 6, 2014

BREVE STORIA DELLA VIOLENZA

LA SCOPERTA CHE NEL PALEOLITICO NON C’ERA VIOLENZA POTREBBE APRIRE NUOVE PROSPETTIVE FINORA TRASCURATE PER PIGRIZIA O IGNORANZA

spunti da un incontro col prof. Piero Giorgi*

Due anime. Il ladro trova l’occasione o l’occasione crea il ladro? Questo curioso quesito ne nasconde un altro, più profondo, riguardante la natura dell’uomo e la sua malleabilità: nel primo caso il ladro è tale per natura, irrimediabilmente ladro; nel secondo invece si ritiene che le condizioni esterne possano influire sul comportamento personale. La prima è da considerare una risposta conservatrice, che lascia le cose come stanno; la seconda progressista, che spinge ad agire per modificare le strutture sociali. Qualcosa di simile avviene per la violenza. Quando parliamo di violenza tra gli uomini di solito pensiamo a qualcosa di doloroso, anche tragico, ma inevitabile: l’essere umano è violento per natura, è sempre stato così e lo sarà anche in futuro. Possiamo fare qualcosa per cercare di contenere la violenza, attenuarne gli effetti, ma non più di tanto, perché essa è connaturata nell’uomo. In effetti se si studiano solamente i reperti storici (visione storicamente miope) si trovano sempre violenze, guerre, ecc. Da queste considerazioni prende le mosse l’anima maggioritaria negli studi sulla pace, anima che possiamo definire conservatrice. Una seconda anima allarga lo sguardo all’intera storia evolutiva di Homo sapiens, che è ben superiore al periodo della storia umana conosciuta (sull’ordine di 150 mila anni rispetto a 5 mila). È attendibile che i nostri progenitori del paleolitico si comportassero in modo diverso da tutte le altre specie animali, nelle quali solo eccezionalmente avvengono uccisioni tra membri di una stessa specie? O è più probabile che vivessero, comunitariamente, solidalmente e soprattutto pacificamente, come le tribù nomadi di cacciatori-raccoglitori di tempi recenti? Su queste ultime sono stati fatti accurati studi antropologici che hanno fornito conoscenze indirette – ma per il momento le più attendibili – sui nostri progenitori paleolitici.

Anche le neuroscienze possono oggi garantire che l’attitudine alla violenza non è connaturata nell’uomo, ma viene acquisita con l’educazione, specie nei primi anni di vita. Molte altre funzioni (parlare, afferrare, camminare), come risulta dall’esperienza dei bambini-lupo, non sono presenti istintivamente, ma devono essere apprese dal comportamento degli altri, in particolare della madre. Le donne cosiddette “primitive” hanno con i figli piccoli un contatto stretto e prolungato per anni, che probabilmente contribuisce a dar loro tranquillità e fiducia nei confronti degli altri. Similmente la leonessa, con esercizi specifici, insegna ai propri figli a cacciare, cioè a diventare veri leoni. Anche il bambino deve essere educato a diventare vero uomo: è da ritenere che un vero uomo – il cui corpo è privo di tutte le caratteristiche dell’animale aggressivo (artigli, denti canini rilevanti, ecc.) – sia quello nonviolento, oltre che comunitario e solidale, come gli uomini del paleolitico. Lo studio dell’arte paleolitica (una disciplina molto recente, che peraltro denota raffinate qualità artistiche) non fornisce nessuna prova in sostegno dell’idea comune che i nostri antenati fossero violenti e sanguinari: su milioni di immagini analizzate e interpretate in tutti i continenti, mancano sostanzialmente quelle che potrebbero far sospettare scene di violenza, uomo contro uomo. Violenza e nonviolenza sono comportamenti sociali complessi che non possano essere definiti dalla genetica, ma vengono recepiti attraverso la cultura. È importante notare che cambiando certe strutture della cultura si può riacquistare il comportamento nonviolento definito dalla selezione naturale che ha portato a Homo sapiens.

Uno studio faticoso. È su queste ed altre considerazioni che si fonda l’anima degli studi sulla pace aperta alla possibilità di arrivare ad una società meno violenta. Se lo è stato per i lunghi millenni dei nostri progenitori, perché non potremmo tornarci anche noi, studiando i fattori e le modalità che l’hanno determinata dal neolitico e che oggi mantengono la violenza? Si tratta di uno studio che investe diverse discipline e che richiede fatica e impegno, ma che forse merita di essere condotto. Il grande iniziatore di questo orientamento è stato Gandhi, il quale, anche attingendo ad antiche tradizioni di spiritualità della sua cultura, ha liberato l’India dalla colonizzazione inglese: l’arma – rivelatasi straordinariamente efficace – è stata la nonviolenza. Vediamo dunque quando e come è nata la violenza. Dai reperti archeologici si evince che Homo sapiens è emerso nel territorio alla radice del Corno d’Africa (corrispondente grossomodo all’attuale Eritrea). Il periodo, come detto, può essere ritenuto attorno ai 150 mila anni fa (taluni pensano di più, altri di meno). Ivi i nostri progenitori sono rimasti fino a circa 60 mila anni fa. Da allora cominciarono a spostarsi, dirigendosi verso il resto del mondo, approfittando anche dei periodi glaciali, che rendevano praticabili i futuri mari polari.

La rivoluzione neolitica si è verificata, con caratteristiche incredibilmente simili riguardo alla violenza, in diversi continenti e periodi: circa 12 mila anni fa nel Medio Oriente, 7 mila in Cina, 5 mila in America centrale. Consisteva sostanzialmente nell’addomesticamento della natura, per farle produrre i cibi in un determinato territorio, senza doversi spostare per raccoglierli o cacciarli. Diverse erano le specie vegetali e animali addomesticate: grano, ovini e bovini nel Medio Oriente, riso e suini in Cina, mais e lama in America. È noto il grande progresso conseguente a questa invenzione neolitica: si è potuta operare la divisione del lavoro, quindi gli scambi commerciali, il progresso tecnico (età del rame, del bronzo, del ferro), la creazione di grossi agglomerati urbani e la stratificazione (e gerarchizzazione) sociale. Solo più tardi la proprietà privata di oggetti di valore e della terra aumentò la stratificazione sociale e introdusse la violenza strutturale, cioè quella che impedisce la crescita di qualcuno (bambine, schiavi..). Dai reperti archeologici appare sistematicamente la violenza fisica (uomo che opprime, ferisce o uccide un altro uomo) soltanto nel tardo neolitico, in relazione, specificamente, all’allargamento degli aggregati urbani, dove il controllo sociale e le relazioni di gruppo necessariamente si attenuano. La violenza è un effetto indesiderato del grande progresso neolitico, come lo considerano gli storici.

Pigrizia mentale. Ma, a dispetto della retorica degli eroici guerrieri, rinvenibile nelle tradizioni letterarie, l’uomo non sembra ancor oggi adattato alla violenza: una riprova può essere data dai veterani che tornano da lunghe guerre con salute e psiche distrutte: se la violenza fosse naturale nell’uomo dovrebbero essere baldanzosi e felici. In effetti pochi millenni sono un’inezia per un adattamento biologico: il nostro cervello è fondamentalmente ancora quello del paleolitico, adatto a una società nonviolenta. Non manca quindi di ragioni la tesi progressista che ritiene possibile perseguire una società meno violenta. L’impegno massimo deve essere sul piano educativo. Bisognerebbe in certo senso invertire l’ordine dello sforzo educativo dall’infanzia all’università: investire assai di più sui piccoli in fase di formazione che non sugli studenti, ormai in grado di autogestirsi. Bisogna poi studiare attentamente le vie con cui le menti dei nostri bambini sono condizionate all’individualismo, all’egoismo e alla violenza dal potere economico e mediatico, smascherare gli interessi sottostanti e i mille ostacoli che sanno frapporre. Soprattutto vincere la pigrizia mentale di chi trova più comodo ritenere che l’uomo è violento per natura.

*il 20 sett. 2014 con i sigg. Brenna, Cesarini, Frey, Miori, Pasinetti, Ranci, in casa De Carlini. Bibliografia: Piero Giorgi, La violenza inevitabile, una menzogna moderna, Jaca Book, Milano 2008.

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novembre 2, 2014

SANTITÀ POPOLARE

NON SOLO MARTIRI O EROI MA FEDELTÀ AI DOVERI QUOTIDIANI PER IL BENE DELL’UMANITÀ

di don Giorgio De Capitani*

Solo Dio li conosce. Nei primi secoli del cristianesimo il culto per i santi era del tutto spontaneo, privato, anche locale, senza la necessità di una approvazione ecclesiastica. E questo durò fino all’inizio del Medioevo. Solo nel XVI secolo, papa Sisto V eresse la Congregazione dei riti e con papa Urbano, nel XVII secolo, venne data una regolamentazione più unitaria al processo di canonizzazione, che verrà poi in seguito modificato fino ai nostri giorni. In poche parole, il culto dei santi venne regolamentato dalla Chiesa, proibendo una venerazione spontanea e privata dei santi. La festa di oggi, invece, ha proprio questa intenzione: è la festa di tutte le persone buone, di tutti i giusti, siano o non siano stati ufficialmente riconosciuti tali dalla Chiesa-gerarchica. Con la canonizzazione ufficiale, la Chiesa ne riconosce solo alcuni, talora nemmeno i più degni di essere venerati. Solo Dio sa quanti siano i suoi più intimi amici. La Chiesa quando canonizza un santo ha le sue regole, Dio ne ha altre. In fondo, i santi riconosciuti dalla Chiesa, anche i più grandi, non ci commuovono quanto le persone da noi personalmente conosciute, parenti o amici, che ci hanno colpito per la loro particolare umanità, per la loro fedeltà al dovere quotidiano. Ci viene facile, istintivo ricordarli, tenerli presenti nei momenti difficili, e anche invocare il loro aiuto.

Linfa quotidiana. C’è una santità ufficiale, diciamo canonica, e c’è una santità popolare. È la santità popolare la grande energia vitale dell’Umanità. È dalla santità popolare che l’Umanità trae la forza per andare avanti. I grandi santi possono esserci di stimolo, di esempio, un modello di vita, ma fino a un certo punto. Sono le persone buone, sono le persone dabbene, sono i giusti che ci stanno vicino, e che magari non riusciamo a vedere, che sono come l’humus da cui la terra trae la sua linfa. Tutti stimiamo San Francesco d’Assisi, ma quante parole inutili, quanta venerazione sterile! Ognuno lo tira dalla propria parte, e ne fa una bandiera. Forse ancora oggi non abbiamo colto la sua autentica profezia. In realtà, che cosa ci dice oggi questo grande santo, patrono d’Italia?

Profeta scomodo. La Chiesa dovrebbe maggiormente puntare sulla santità popolare, che è fatta non di gesti eroici, ma del quotidiano servizio, umile e costante, per il bene di questa società, la quale non è una parola vaga o l’insieme anonimo di persone, ma è quel pezzo di terra che è la nostra esistenza. Qui, su questo pezzo di terra, noi tutti i giorni lottiamo, ci diamo da fare, siamo chiamati a servire. Santità popolare, santità del quotidiano, santità legata al proprio paese. Quanto è difficile stare sul posto, e lavorare per il bene comune! Non sopporto quella mania di uscire, di andare altrove, di sfuggire alla realtà locale. E poi, diciamola tutta, la Chiesa con la canonizzazione dei Santi, propone chi entra nei suoi schemi, nelle sue direttive. La parola canonizzazione richiama la parola “canone”, che significa “regola”. Ci sono delle regole ben fisse per stabilire se uno è o non è santo per la Chiesa. Difficilmente la Chiesa canonizza i profeti scomodi, coloro cioè che sono usciti da certi canoni, che non hanno accettato di stare nel gregge, perché vedevano oltre gli steccati.

Servire l’umanità. A me piace parlare di santità popolare, e anche di santità sregolata o “proibita”, o, meglio, di santità fuori dagli schemi comuni. Quante volte diciamo: è una brava persona, anche se non va in chiesa, anche se è atea. Che significa allora che una persona è ammirevole? Che significa essere onesti, buoni, rispettosi, aperti ad ogni valore umano? La canonizzazione ufficiale della Chiesa Cattolica rischia di offuscare la santità che non è solo prerogativa della Chiesa cattolica, ma che appartiene a tutto il genere umano. C’è una santità universale, cosmica, al di là di ogni fede religiosa. Ci sono grandi santi fuori della Chiesa cattolica, e ci sono santi che appartengono alla Chiesa, ma senza per forza rientrare nei suoi canoni. Il vero criterio per stabilire, casomai, se fosse necessario, la santità non è se questa persona è in funzione di una determinata struttura, ma il vero criterio è se uno serve l’Umanità, nei suoi valori che non appartengono a questa o a quella religione, ma sono valori che appartengono all’Umanità.

Fedeltà quotidiana al dovere. La santità popolare o la santità sregolata è proprio questa: riguarda quei valori che escono dai canoni rigidi, stabiliti da una struttura, la quale ha bisogno di eroi da sacrificare sul proprio altare. La società ha un concetto falso di eroismo, così pure la Chiesa. L’eroismo popolare non ha nulla di eccezionale: è la fedeltà quotidiana al proprio dovere. Non si parla di diritti, ma di doveri. Uno agisce in forza di ciò che è. Se siamo esseri umani, dobbiamo comportarci da esseri umani. I diritti provengono dal fatto che siamo esseri umani. Quindi, prima il dovere, poi il diritto. La santità popolare consiste nel vivere nel migliore dei modi ciò che siamo: se siamo esseri umani, dobbiamo vivere da esseri umani. Dove sta dunque l’eroismo? In un gesto eccezionale, che esce dalla normalità?

Bisogno di bene comune, non di eroi. La frase, attribuita a Bertolt Brecht: “sventurata quella terra che ha bisogno di eroi”, non è condivisa dalla nostra società e dalla stessa Chiesa che dice esattamente il contrario: “benedetto quel paese o quella religione che produce eroi”. Credo invece che avesse ragione il drammaturgo tedesco: quando c’è bisogno di eroismo, vuol dire che la normalità non funziona, che la società è arrivata al punto limite, che la Chiesa è sul punto di affondare. La società e la Chiesa hanno bisogno del bene comune, vissuto nella normalità del proprio dovere quotidiano. In loco, sul posto, in cui ciascuno di noi è chiamato a vivere.

* dall’omelia del 1 novembre 2014: Festa di Tutti i Santi (Ap 7,2-4.9-14; Rm 8,28-39; Mt 5,1-12a). Fonte: http://www.dongiorgio.it/01/11/2014/omelie-2014-di-don-giorgio-festivita-di-tutti-i-santi/

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ottobre 28, 2014

STESSO DIO PER TUTTI

VENUTO AD ANNUNCIARE LA PACE, ABBATTENDO LE BARRIERE DI PURITÀ, RAZZA, NAZIONE, RELIGIONE

di don Giorgio De Capitani*

Puro e impuro. Il primo brano, preso dal capitolo decimo del libro “Atti degli Apostoli”, è la parte finale dell’incontro di Pietro con Cornelio, centurione romano, che l’Apostolo converte alla fede cristiana insieme a tutta la sua famiglia. Un episodio che suscitò non poche polemiche tra i primi cristiani, che accusarono Pietro di aver frequentato una casa pagana: «Sei entrato in casa di uomini non circoncisi e hai mangiato insieme con loro!». Avevano già dimenticato ciò che Cristo stesso aveva fatto, suscitando le stesse critiche, quando frequentava le case dei pagani e, ancor peggio, i pubblici peccatori. Pensate all’episodio di Zaccheo. Il vero problema, che poi sarà il motivo della convocazione del primo Concilio di Gerusalemme, attorno agli anni 50, sarà quello di superare questa divisione tra puro e impuro. Una divisione non tanto ideologica, quanto pratica: i primi cristiani, provenienti dal mondo ebraico, erano restii a frequentare i pagani, definiti in modo sprezzante “cani”, in quanto i cani erano ritenuti dagli ebrei animali immondi.

Signore di tutti. Ed ecco che Pietro, dietro ispirazione divina, accetta, benché con una iniziale titubanza, di entrare nella casa del pagano Cornelio. Tiene un discorso fondamentale per la nostra fede in Cristo, e nonostante questo, lungo i secoli del cristianesimo, sarà dimenticato, e lo è ancora oggi. Pensate alle parole: «Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga». Pietro continua: «Questa è la Parola che egli ha inviato ai figli d’Israele, annunciando la pace per mezzo di Gesù Cristo: questi è il Signore di tutti». Dovremmo a lungo riflettere su queste parole. La vera rivoluzione di Cristo è consistita e consiste – è sempre attuale – nel superamento delle divisioni, degli steccati, di ciò che si può o non si può dal punto di vista puramente legale o canonico. Con Cristo sono cadute le barriere di ogni tipo: razziali, sociali, culturali e religiose. Non dimentichiamo la dura e verbalmente violenta lotta di Cristo con le chiusure mentali e religiose dei dottori della legge, i teologi di quei tempi, ovvero gli scribi e i farisei, che marcavano le divisioni fino al punto che il semplice contatto con persone ritenute immonde (pensate ai lebbrosi) rendeva legalmente immondi e impediva di partecipare al culto pubblico, se non dopo complessi cerimoniali di purificazione.

Prima la coscienza. Ancora oggi siamo qui a subire divisioni tra chi è battezzato e chi non lo è, tra chi è sposato secondo le leggi della Chiesa e chi vive situazioni diverse, tra chi è maschio e chi è femmina. Cristo non ha tolto la distinzione tra bene e male, non ha detto che tutto va bene, che l’uomo può comportarsi come vuole, ma il criterio per stabilire ciò che giusto o non è giusto non è la legge umana, neppure le norme ecclesiastiche, ma la coscienza, che è il riflesso di Dio in ciascuno di noi. Noi siamo stati creati a immagine e a somiglianza di Dio, e non a immagine e a somiglianza di una struttura umana, civile o religiosa. Il nostro impegno di credenti non consiste nel convertire le persone ad una struttura. Non consiste anzitutto nel battezzare i non cristiani. Consiste invece nel far prendere coscienza che ognuno di noi è un essere umano, e, in quanto essere umano, possiamo riscoprire l’immagine divina in noi.

Battesimo dopo la Cresima. Il battesimo, casomai, viene dopo, se si vorrà entrare anche a far parte di una Chiesa-struttura. Si è figli di Dio, indipendentemente dal battesimo. Leggiamo le prime parole della Bibbia: «In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre coprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque». Notate: “lo spirito di Dio aleggiava sulle acque”: prima che la terra diventasse ciò che è, prima che l’uomo l’abitasse, prima che ci fossero le istituzioni, prima delle cosiddette civiltà. Il brano di oggi che cosa ci dice? Ci dice una cosa sconcertante: sconcertante, perché, dopo qualche anno, è successo che le cose si sono invertite. Leggiamo: «Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo discese su tutti coloro che ascoltavano la Parola. E i fedeli circoncisi (provenienti dal mondo ebraico), che erano venuti con Pietro, si stupirono che anche sui pagani si fosse effuso il dono dello Spirito Santo». Dunque, erano ancora pagani, nel senso che non avevano ricevuto il Battesimo, eppure avevano già ricevuto il dono del Spirito Santo. Dunque, prima la Cresima, poi il Battesimo. Difatti Pietro dice: «Chi può impedire che siano battezzati nell’acqua questi che hanno ricevuto, come noi, lo Spirito Santo?». Capite allora che nell’ordine diciamo cronologico dei sacramenti della Chiesa qualcosa non funziona? Per la Chiesa, prima devi essere battezzato, poi riceverai il dono dello Spirito Santo. Chi ha ragione? La Bibbia o la Chiesa-istituzione?

Acqua e Spirito. Senza entrare in questa discussione, in ogni caso diciamo che lo Spirito Santo non ha vincoli, non dipende dagli ordini di nessuno. La Chiesa non può fissare i tempi e i modi di agire dello Spirito. Ricordate l’incontro notturno di Gesù con Nicodemo, narrato da Giovanni all’inizio del capitolo 3 del suo Vangelo? Il Maestro parla di una nuova nascita, “dall’alto”, una ri-nascita che avviene al di fuori della biologia, della “carne”, ma attraverso l’azione dello Spirito santo. Non si tratta di rientrare una seconda volta nella pancia della madre. Si tratta invece di un processo che segue altre vie, per cui anche se si è vecchi si può sempre rinascere. Ecco la cosa straordinaria, il miracolo. Un miracolo che non è prerogativa di alcuni privilegiati. Ognuno di noi può sempre ri-nascere, perché lo Spirito non guarda all’età, alla cultura, alla razza. Lo Spirito, dice Gesù, è come il vento il quale “soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va”. Da notare che in ebraico per dire vento e per dire spirito si usa lo stesso termine: “ruach”, che di per sé significa soffio, ma può designare sia il vento che il respiro. Soffio e respiro che richiamano l’atto creativo, quando il Signore, come dice la Genesi, «plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita». Ecco perché quando Gesù parla di Spirito parla sempre di vita: di rinascita. E qualcuno di voi potrebbe anche farmi notare che Gesù unisce lo Spirito all’acqua: «Se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio”. Già la Chiesa primitiva ha interpretato questo binomio, acqua e Spirito, in senso battesimale. Ma credo che Gesù richiamasse ancora una volta le prime righe della Genesi: “lo spirito di Dio aleggiava sulle acque”. L’acqua è segno di vita.

Timore di Dio. Non sono uscito fuori tema. Le parole di Pietro a Cornelio e familiari hanno una portata universale, e richiamano le stesse parole del Maestro. Ci chiediamo anche che senso dare all’espressione: “Dio accoglie chi lo teme e pratica la giustizia”. Mi soffermerò velocemente sul timore di Dio: è l’ultimo dei sette doni dello Spirito Santo. Come intendere il timore di Dio? Ci risponde la Bibbia stessa. Nel libro del Siracide, al capitolo 1, troviamo: «Principio di sapienza è temere il Signore… Pienezza di sapienza è temere il Signore… Corona di sapienza è il timore del Signore… Radice di sapienza è temere il Signore…». La parola timore è sempre unita alla parola sapienza. Il sapiente è colui che si mette davanti al Mistero di Dio, e lo contempla: se ne lascia affascinare. Il timore di Dio, perciò, è stupore di fronte alle meraviglie divine. Forse abbiamo sentito parlare della “sindrome di Stendhal”, che lo scrittore francese descrive molto bene nella sua opera “Roma, Napoli e Firenze”: si tratta di una emozione talmente forte davanti a un’opera d’arte da diventare quasi una sofferenza. È una sindrome che colpisce coloro che sono molto sensibili alla bellezza. Nel campo della fede è restare ammirati davanti alla grandezza dell’amore di Dio. Alcuni santi hanno persino perso i sensi davanti a tanta Bellezza.

Pace e salute. Perciò chi teme il Signore, secondo la Bibbia, non è tanto colui che ha paura di Lui. Dio non si presenta come un giudice, un padre-padrone. Il timore è da intendersi come quel sentimento che si prova di fronte a qualcosa di grande, che però, con la sua grandezza, non ci schiaccia, ma ci dà gioia e sicurezza. «Il timore del Signore, dice l’autore del Siracide, allieta il cuore, dà gioia, diletto e lunga vita». Forse, in questo senso, i nostri vecchi ci parlavano spesso, a modo loro, di timore di Dio, perché non perdessimo il rispetto per il sacro, inteso come qualcosa di grande, di meraviglioso, di esuberante, di necessario per vivere in pace. L’autore del Siracide assicura: il timore del Signore «fa fiorire pace e buona salute».

* omelia del 26 ottobre 2014: Prima dopo la Dedicazione; At 10,34-48a; 1Cor 1,17b-24; Lc 24,44-49a. Fonte: http://www.dongiorgio.it/26/10/2014/omelie-2014-di-don-giorgio-prima-domenica-dopo-la-dedicazione/

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ottobre 7, 2014

SERVI INUTILI (Lc 17,7-10)

UNA FEDE INTEGRALE RENDE STRAORDINARIA LA PIÙ QUOTIDIANA ORDINARIETÀ. DIO VUOLE COLLABORATORI ATTIVI, NON SERVI PASSIVI

di don Giorgio De Capitani*

Parole sconcertanti. Il brano sui servi inutili si trova solo nel Vangelo di Luca. Come ogni brano, anche questo va inserito nel suo contesto. Occorre cioè considerare ciò che lo precede e anche ciò che lo segue. E, soprattutto per il brano di oggi, bisogna tener conto degli usi e costumi del tempo di Gesù. Anzitutto, Luca è l’evangelista che immagina tutta la vicenda pubblica di Cristo come un lungo viaggio verso Gerusalemme, ovvero verso la croce e la risurrezione. Tutto si svolge in questo viaggio: questo è il vero contesto da tenere presente, se si vogliono comprendere le parole e i fatti compiuti da Gesù. Vediamo ora ciò che precede il brano di oggi. Gli apostoli, forse scoraggiati da quanto stava loro chiedendo il Signore per far parte del Regno dei cieli (in particolare il distacco radicale dalla ricchezza), implorano Gesù di aumentare la loro fede. «Accresci in noi la fede!». Come dire: Signore, ci stai chiedendo l’impossibile, da soli non ce la facciamo! La risposta di Gesù non si fa attendere ed è, come al solito, sconcertante. Ogni parola del Signore sorprende, altrimenti non sarebbe la sua parola. Dio non è mai qualcosa di scontato. Ogniqualvolta ci parla, e ci parla in tante maniere diverse, ci tira fuori dal nostro mondo troppo razionale.

Qualità della fede. Ecco cosa dice agli apostoli: «Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe». Non dimentichiamo che il gelso palestinese ha radici così profonde da resistere perfino alle tempeste più impetuose. La risposta di Gesù sembra quasi un rimprovero come se, in quel momento, i Dodici avessero così poca fiducia nel loro Maestro da avere una “fede” inferiore a un granellino di senapa, che è il più piccolo di tutti i semi. Con questo paragone paradossale Gesù che cosa intendeva insegnare? Voleva ricordare che ciò che conta nel rapporto con il Signore è la “qualità” e l’integralità della fede: l’energia di una cosa non sta nella sua grandezza, ma nella intensa vitalità che, pur piccola, la fa crescere in maniera sproporzionata in rapporto alle sue dimensioni. La fede, pur essendo una realtà intima che non ha nulla di appariscente, non compie, non richiede e non si avvale di gesti spettacolari, non ambisce a particolari riconoscimenti e vive e si inserisce nella quotidianità più ordinaria. Proprio per questa sua ordinarietà quotidiana, ha in sé la forza di rendere “straordinario” tutto ciò che tocca, tutto ciò che vede, nella semplicità di sentirsi parte del grandioso mistero divino. Ecco i veri miracoli della natura, i veri miracoli dell’essere umano, i veri miracoli di una società che vive dei propri doveri quotidiani, fondati sulla giustizia e sulla carità, i veri miracoli di una Chiesa, libera da strutture efficientistiche o taumaturgiche in quanto tali.

Servire. In questo contesto si inserisce la parabola dell’agricoltore (il Vangelo di oggi), con cui Gesù illustra il senso autentico della fede e dimostra anche la difficoltà di possederla. L’immagine utilizzata dal Maestro, apparentemente dura e crudele tanto da offendere la sensibilità di noi moderni, in realtà descrive la vita del suo tempo, quando l’operaio, più che un dipendente, era uno schiavo dal quale il padrone poteva esigere qualsiasi prestazione e in qualsiasi momento. Anche qui, come in altre occasioni, Gesù non dà alcuna valutazione morale su tale realtà sociale che sicuramente detestava, ma si limita ad applicarla al “Regno di Dio” da lui introdotto fra gli uomini, trasfigurando a modo suo quella realtà, dando alle parole un altro significato. Pensate alla parola “servo”. Ancora ai tempi di Gesù, il servo era lo schiavo al servizio di un padrone. Ma Gesù ha saputo dare un valore diverso alla parola “servo”. Lui, Figlio di Dio, Libertà assoluta, ha detto: «Il Figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire» (Mc 10,45). Il servizio è un tema che piace all’evangelista Luca. Il servizio rappresenta il modo in cui i poveri ai tempi di Gesù, gli anawim, aspettavano il Messia: non come un re potente o messia trionfante, sommo sacerdote o giudice, bensì come il Servo del Signore, annunciato da Isaia (Is 42,1-9). Maria, la madre di Gesù, disse all’angelo: «Ecco la serva del Signore. Si compia in me secondo la tua parola!» (Lc 1,38). A Nazaret, Gesù si presenta come il Servo, descritto ancora da Isaia (Lc 4,18-19 e Is 61,1-2). Nel battesimo e nella trasfigurazione, fu confermato dal Padre che cita le parole rivolte da Dio al Servo (Lc 3,22; 9,35 e Is 42,1). Ai suoi seguaci Gesù chiede: «Chi vuole essere il primo sia il servo di tutti» (Mt 20,27).

Dovere. Nella parabola di oggi, il servo o schiavo serve il padrone, e non il padrone serve il servo. Ma in un altro testo Gesù dice il contrario: «Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli. In verità io vi dico: si cingerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli» (Lc 12,37). In questo testo, è il Signore che serve il servo, e non il servo il signore. Qualche esegeta dà questa interpretazione: nel primo testo, Gesù parlava del presente, nel secondo testo, Gesù parlava del futuro. Chi serve Dio in questa vita presente, sarà da Dio servito nella vita futura! Nella parabola di Gesù mi piace quando parla di dovere, mi lascia perplesso l’aggettivo “inutile”: «Siamo servi inutili». Sì, mi piace quando Gesù dice: «Abbiamo fatto ciò che dovevamo fare». Il dovere non è qualcosa di generoso, qualcosa che merita un premio o una riconoscenza. Il dovere è un atto eroico in sé, in quanto dovere. Non c’è nulla di extra, di eccezionale che vada oltre il nostro essere. Se vedo un affamato che mi chiede un po’ di cibo, che devo fare? È mio dovere aiutarlo. Se lo aiuto, devo dire: “Ho fatto ciò che dovevo fare”. Non abbiamo idee molte chiare in proposito, forse anche per colpa di una religione che ci mette sempre del suo, pur di spingere i credenti ad essere buoni, generosi, altruisti, benefattori. E anche a proposito dei cosiddetti benefattori, quante idee confuse! Li stimiamo, magari li veneriamo, dimenticando che chi ha di più ha il dovere di dare di più, il che non significa essere più generosi degli altri.

Parte del nostro essere. In questa società, dove la prima parola è il diritto, quale parte ha il dovere? I diritti senza i doveri non stanno in piedi, non hanno alcuna giustificazione. È giusto che l’operaio abbia un salario dignitoso, ma il salario non può essere disgiunto dal dovere dell’operaio di lavorare come è richiesto dal contratto di lavoro. Uno studente non può pretendere di essere promosso, se non studia. E qui vorrei rivolgermi agli educatori e ai genitori in particolare: quanto è importante inculcare già nei piccoli il senso del dovere dello studio! Il dovere non va visto come imposto da qualche autorità esterna: esso fa parte del nostro essere. Se siamo fatti così e così, abbiamo di dovere di agire di conseguenza. Ma che senso allora dare all’aggettivo “inutile”? “Siamo servi inutili”. Perché “inutili”? Ho trovato questa spiegazione, che solo apparentemente potrebbe dare una risposta. Le parole “noi siamo servi inutili” non corrisponderebbero al pensiero di Gesù, ma sarebbero la constatazione amara di quei servi o schiavi che, di fronte agli ordini del padrone, riconoscono di non valere nulla, di essere “inutili”. Se accettiamo questa spiegazione, anche la seconda parte andrebbe letta al negativo: “Abbiamo fatto ciò che ci è stato imposto!”.

Collaboratori attivi. Secondo me, l’aggettivo ”inutile” lo leggerei in un modo del tutto diverso: proprio perché compio il mio dovere, che fa parte del mio essere, non mi rendo utile al sistema o al potere. Dunque, inutile sta per non-utile. Altro che remissivo, passivo, costretto a subire ordini! Dio non ci vuole discepoli passivi, già appagati di aver fatto il loro dovere eseguendo gli ordini della gerarchia ecclesiastica. Non ci vuole servi inutili, mossi da timore reverenziale nei confronti di un Dio-padrone. Dio ci vuole collaboratori, creatori del suo Regno. Sentirci co-responsabili non ci esime dal nostro dovere di essere figli e fratelli. Tutto è dovere, e tutto è amore. L’amore è un comandamento, come ha detto Cristo, in quanto fa parte del mio dovere di essere ciò che sono. La libertà, dono di Dio, sta nel vivere in pienezza, nel migliore dei modi, il mio dovere di essere figlio del Padre universale e fratello nell’Umanità.

*omelia del 5 ottobre 2014: commento di Lc 17,7-10

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agosto 19, 2014

CON TUTTI I PERSEGUITATI

C’È UN UMANESIMO CHE NEGA L’AMORE PER I DEBOLI E UNA RELIGIONE FANATICA FINO ALLA DISTRUZIONE DI MASSA: VOGLIAMO CREDERE CHE STIA PER EROMPERE ORRORE E VERGOGNA PER LA RELIGIONE DEI VIOLENTI E L’IRRELIGIONE DEI CODARDI

di Pierangelo Sequeri*

Prepotenza del denaro. L’Europa post-ideologica dovrà fare ben altro per meritarsi ancora la nostra fiducia. Porre rimedio alla crisi economica (economica?) alla quale ha generosamente contribuito la sua imperdonabile tolleranza nei confronti della formazione di un vero e proprio ethos dell’avidità e della corruzione (a prescindere da come e quando accadrà) non basterà di certo. “Vizi privati, pubbliche virtù”? Figurati. L’Europa secolare pensa di avere un conto ancora aperto con l’umanesimo religioso che ne ha ispirato la civiltà. In verità, essa ha un conto aperto – apertissimo – con l’umanesimo (presuntivamente) civile che ancora ne sostiene la retorica, mentre ne sta abbandonando le pratiche. Questo umanesimo sta diventando cieco e muto sulla qualità spirituale dell’uomo e della donna, della generazione e del sapere, dell’intimità personale e del legame sociale, del governo dei mezzi e della cura dei fini. Volete sperare che si appassioni per la fragilità dell’indifeso e sia disposto a fronteggiare le ossessioni del violento? Volete credere che sappia giudicare la differenza tra la fede disposta alla compassione dell’inerme e il fanatismo pronto alla crocifissione dell’innocente? Volete pensare che protegga i diritti che non garantiscono adeguata remunerazione, e abbia il fegato di contrastare la prepotenza del denaro che vende e compra anche i bambini?

Popolo di popoli. Eppure, sì, noi vogliamo pensarlo. Noi vogliamo pensare che fra quelli che si muovono solo per proteggere i loro barili di petrolio e quelli che cercano solo di conquistarli – al prezzo di qualsiasi devastazione, e osando persino invocare la religione a pretesto – ci sia un terzo genere di uomini e donne. Noi vogliamo pensare che questo genere di uomini e donne sia di ampiezza enorme, numeroso come i granelli della sabbia del mare, ancora più ampio della discendenza promessa da Dio ad Abramo. Noi vogliamo credere che questo immenso popolo di popoli abbia ormai ben presente che esiste un profondo legame fra la ricerca del godimento che rende totalmente insensibili alle ferite dell’umano condiviso, e l’assuefazione alla dispersione del patrimonio spirituale che ne costituisce la dignità inviolabile. Noi vogliamo credere che dal grembo di questo popolo, di gran lunga maggioritario in tutti i popoli, stia per erompere un’immensa vibrazione di orrore e di vergogna per la religione dei violenti e per l’irreligione dei codardi. Questo popolo ora viene a conoscenza di una verità paradossale, che il Vangelo aveva anticipato (a caro prezzo) per il tempo che doveva ancora venire.

È apparsa una negazione dell’amore di Dio per ogni singola creatura, che appare impegnata a perseguitare la religione come una perversione che intralcia gli affari. E osa chiamarsi umanesimo. Ed esiste una negazione dell’amore di Dio che trasforma la fede in un mezzo di distruzione di massa, per spianare la strada al dominio. E osa chiamarsi religione. Entrambe, grazie alla loro astuta falsificazione, ingannano molti. Sono due forme di incredulità pericolosa, che non abbiamo saputo prevedere. E ora, non sappiamo prevenire. «Vi perseguiteranno, mentendo, per causa mia». E protesteranno, persino, «di rendere culto a Dio». Il popolo delle beatitudini, secondo la rivelazione dell’Apocalisse, è un fiume senza fine. Molti li riconosciamo come nostri fratelli: la maggior parte, però, lo sono senza esserci noti. Molti vengono resi invisibili alla storia, proprio attraverso la distruzione dei loro segni, l’espulsione dalle loro case, l’oscuramento della loro memoria ospitale (più antica delle pietre sulle quali è scritta). Dobbiamo onorare la loro fraternità, e meritarci la loro testimonianza.

Non possiamo tacere. Il professore e la professoressa di non-si-sa-bene-cosa hanno già alzato il ditino: non piace loro che si parli di cristianesimo (ce ne faremo una ragione). Ma per i nostri fratelli e sorelle perseguitati possiamo dire l’affetto e aprire la casa? Noi non possiamo tacere, per loro e per tutti i perseguitati che il Vangelo di Dio ci ha insegnato ad amare. Non abbiamo mai pregato solo per i nostri. In realtà, noi non pensiamo neppure, nonostante tutto, di essere soli. È successo fin dall’inizio. Nel momento meno imprevedibile, spuntano mille Nicodemo, mille Centurioni, mille Zaccheo, mille Cirenei. Un fiume diventano. Non lo zittisci, l’amore di Dio per la creatura oppressa e per il testimone indifeso, qualsiasi lingua parli. I giovani dell’Asia si sveglieranno, infine. Quelli dell’Europa usciranno per incontrarli. E ascolteranno, come fossero nuove, parole antiche che padri troppo distratti e indifferenti hanno colpevolmente mortificato.

*Fonte: Avvenire 10.8.2014; http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/con-tutti-i-perseguitati-editoriale-sequeri.aspx

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agosto 13, 2014

LA NON ESAUDITA PREGHIERA PER LA PACE

L’INEDITA INIZIATIVA DI PAPA FRANCESCO, SEGUITA DAL RINCRUDIMENTO DEL CONFLITTO ARABO-ISRAELIANO, IMPONE UNA RIFLESSIONE SUL SENSO ALTO DEL PREGARE

di Piero Stefani*

Problema inquietante. La preghiera non esaudita è da sempre un inquietante tema, proprio dell’esperienza spirituale. È inquietante perché può portare a diversi esiti. Può indurre l’orante a ritenere di aver pregato male o di aver chiesto quanto non è conveniente domandare; può spingerlo a vedere misteriosi disegni di Dio, che, per quanto non compresi dalle creature umane, sono orientati infallibilmente al bene; può persino aprirlo al “silenzio di Dio” e a vivere intensamente la mancata risposta, senza saperla spiegare: è l’esperienza della «notte oscura» dei mistici. Invero vi è un’ulteriore alternativa, in base alla quale la delusione porta alla radicale conclusione che Dio semplicemente non c’è. La preghiera di richiesta diviene allora una proiezione di bisogni di tipo psicologico o sociale. In questo caso il problema della preghiera non esaudita non è risolto, è soltanto dissolto.

Tragedia senza precedenti. Un fronte su cui la preghiera collettiva si è spesso scontrata con il proprio fallimento è quello della pace. Un secolo fa, nei mesi che segnarono il passaggio dal pontificato di Pio X a quello di Benedetto XV, si levarono preghiere perché cessasse la guerra appena deflagrata (ma ce ne furono anche altre che domandavano a Dio di far vincere la propria parte). Il conflitto durò però per oltre quattro anni e assunse la dimensione di una tragedia senza precedenti.

Inedita iniziativa. In dimensioni più contenute, il discorso può essere ricondotto anche all’attualità. La sera del giorno di Pentecoste, l’8 giugno scorso, papa Francesco ha indetto in Vaticano un incontro di preghiera per la pace tra israeliani e palestinesi. L’aspetto assolutamente inedito dell’iniziativa è che a essa parteciparono di persona il presidente israeliano e quello dell’Autorità nazionale palestinese. Nell’estate del 1914 era del tutto inimmaginabile che un papa chiamasse attorno a sé a pregare per la pace sovrani e capi di stato schierati su fronti contrapposti ma pur sempre leader di nazioni cristiane. Un mese fa nei giardini vaticani vi erano invece cattolici, ortodossi, ebrei e musulmani. A quanto ci è dato di vedere l’esito della preghiera è però lo stesso; siamo di fronte a un suo fallimento. Nelle ultime settimane la situazione nell’area israelo-palestinese non ha fatto che peggiorare. Da una situazione di pace latente si è passati a quella di uno scontro cruento che minaccia di trasformarsi in guerra aperta. Nessuno, ora come allora, pensa alla situazione come innesco di un conflitto di enormi proporzioni. In effetti non paiono esserci gli estremi per avanzare previsioni di tal fatta. Tuttavia anche lo scopo della preghiera dei giardini vaticani era mirato e rispetto a quella dimensione circoscritta il saldo è, almeno a breve, negativo.

Debolezza della preghiera? Un mese fa c’è stata una, sia pure contenuta, retorica incentrata sulla preghiera per la pace; oggi chiediamo solo che la riflessione sulla debolezza della preghiera non sia passata del tutto sotto silenzio. Lo facciamo proprio per salvaguardare il senso alto del pregare che quando è tale non può ignorare l’esperienza spirituale del mancato esaudimento. In caso contrario si rischia di consegnare la preghiera per la pace solo a una, sia pure inedita, forma di religione civile.

* Il pensiero della settimana n.486; fonte: http://pierostefani.myblog.it/2014/07/12/486-_-la-esaudita-preghiera-la-pace/

2014-07-19 08.16.56

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