Brianzecum

marzo 14, 2015

LA MENZOGNA DEL CREDENTE

DEVE CERCARE LA VERITÀ, NON SEGUIRE PERSONE O ABITUDINI. È LA VERITÀ CHE DÀ LA LIBERTÀ, NON VICEVERSA

di don Giorgio De Capitani*

Schiavitù esteriori e interiori.  II primo brano della Messa, tratto dal libro dell’Esodo, ci può aiutare ad affrontare il Vangelo di oggi, che ruota attorno a due parole importanti: verità e libertà. Nel primo brano, infatti, si parla di un Dio che ha fatto uscire il suo popolo dalla terra d’Egitto, in nome dell’alleanza. Ecco le due parole: liberazione dalla schiavitù egiziana e verità, ovvero l’Alleanza. Mosè, tra l’altro, ricorda a Dio i grandi patriarchi, tra cui Abramo, e anche quei Giudei che contestano Gesù si rifanno continuamente ad Abramo. Partiamo dal primo brano. Dicevo che si parla di liberazione: Dio ha liberato il popolo dalla terra d’Egitto. Liberazione deriva da libertà e include la libertà. Questo è già interessante. Che significa oggi liberazione? Non vi sembra che sia una parola vuota, priva di quella libertà che coinvolge tutto il nostro essere umano? E per “essere umano” s’intende l’essere nel suo profondo, e non nella sua esteriorità. Possono anche liberarmi da tante schiavitù politiche, sociali e religiose, ma se, nel mio essere interiore, resto schiavo, che liberazione sarà mai? La storia è l’alternarsi di schiavitù esteriori e di schiavitù interiori. E la cosa paradossale è questa: ogniqualvolta siamo usciti da schiavitù esteriori, siamo finiti in schiavitù ben peggiori, quelle interiori. E le schiavitù interiori sono anche prodotte o favorite dalla cosiddetta democrazia, che in realtà è una vera dittatura: sfruttamento dello spirito, attraverso manipolazioni molto subdole che intaccano il nostro essere. E, siccome sono subdole, non ci accorgiamo: ci sembra di essere liberi, di essere noi gli artefici del progresso, ma, in realtà, è il progresso a manipolarci, a renderci schiavi. 

Dittatura dolce. Vedete: quando si è schiavi perché non possiamo fare quello che vogliamo, la schiavitù è palese, è chiara, la soffriamo sulla nostra pelle. Ma quando si è in democrazia, ci sembra di essere liberi, ovvero non ci accorgiamo di essere plagiati da tutta una serie di condizionamenti, che non hanno però il volto del folle dittatore. La chiamano dittatura “dolce”. Dio, nell’Antico Testamento, aveva fondato la liberazione sull’Alleanza. Una Alleanza, a dire il vero, un po’ strana, fuori dalle comuni leggi sociali. Era un’Alleanza “unilaterale”: anche se il popolo tradiva, Dio non si riteneva in diritto di scioglierla, come succede invece quando noi facciamo un patto con un altro. Se uno dei due viene meno, l’altro lo può sciogliere. Mosè chiarisce anche la ragione per cui Dio non poteva sciogliere l’Alleanza: Egli aveva giurato fedeltà a se stesso o per se stesso! In realtà, è da quando Dio ha creato il mondo che mantiene la sua parola, perché ha creato il mondo giurando fedeltà a se stesso di non abbandonarlo mai.

Coinvolti. Questo però non significa che Dio prenda fisicamente per mano l’uomo o il mondo intero, e lo conduca come e dove vuole lui. Dio, nell’Alleanza, ha coinvolto anche noi. È solo nell’Alleanza che noi ci sentiamo liberi. Ecco la parola: libertà. L’Antica Alleanza non era perciò un legame coercitivo tra Dio e il suo popolo, così come la Nuova Alleanza non sarà un vincolo coercitivo tra Dio e l’umanità. La risurrezione di Cristo è la nuova Pasqua, perciò un passaggio dalla morte alla vita, dalla schiavitù alla libertà. Dire Alleanza è dire cammino, è dire fatica, è dire prendere coscienza di ciò che siamo, del nostro dovere di essere liberi. Dio ci ha creati per la libertà, ma la libertà ce l’ha messa dentro, nel nostro essere. Ma dire Alleanza è anche dire una storia di alternanze tra cadute in schiavitù e ricerche di libertà.

Fedeltà a sé stesso. La storia del popolo ebraico è un esempio. Liberato dalla schiavitù egiziana, in viaggio verso la Terra promessa è rimasto vittima di un’altra schiavitù, quella degli idoli, tradendo così l’Alleanza dell’Unico Vero Dio. Certo, Dio sapeva di avere a che fare con un popolo di dura cervice, ed ecco che Mosè si appella alla promessa di Dio, al giuramento che Dio ha fatto per se stesso. Sì, il popolo ti tradisce, ma questo non ti dà diritto di tradire te stesso. Questo era anche il senso delle preghiere dei profeti e dei santi. I profeti e i santi sfidavano Dio sulla fedeltà alla sua Parola. E credo che questa sia la vera preghiera, che a noi sembra magari una bestemmia. Quando succedono certe tragedie, dovremmo dire a Dio: non vedi che stai tradendo te stesso? E lui ci dirà: “Anche tu, uomo o donna, non tradire te stesso o te stessa!”. Preghiera è dialogo, è scontro, è sfida. Il brano del Vangelo sembra riprendere il tema dell’Alleanza, ed è proprio perché quei Giudei che stavano sfidando Gesù se ne erano allontanati rivendicando una falsa primogenitura: “Abramo è nostro padre”, che Cristo vuole chiarire il loro errore di fondo. E così il dialogo finisce in uno scontro tra la vera figliolanza divina e la figliolanza di tipo genealogico o di parentela. Il punto chiave e il punto di partenza non può che essere la verità. È la verità che dà la libertà, e non viceversa.

Gesù pedagogo. Non intendo fare una disquisizione di carattere filosofico sulla verità e la libertà e sul loro rapporto. Limitiamoci al messaggio di Cristo che, nonostante affrontasse certi argomenti di alta levatura, non parlava mai da filosofo o da psicologo. Era anche un filosofo e uno psicologo, ma era soprattutto un pedagogo, nel senso che era venuto sulla terra per insegnarci a camminare con la testa all’in su. Provate a Immaginare le persone che camminano con i piedi per aria. Ecco, in realtà Cristo ha trovato l’umanità capovolta, e ha cercato di rimetterla in piedi. Il nocciolo del dialogo di Gesù con i Giudei suoi simpatizzanti sta qui: come intendere la verità su Dio. Intenderla male significa rimanere schiavi, camminare con la testa all’ingiù. Ma Gesù, che sapeva usare una dialettica molto efficace, più che sulla verità porta il discorso sulla menzogna, l’esatto opposto della verità. E qui le reciproche accuse assumono risvolti drammatici e anche offensivi. Gesù dà del demonio a quei Giudei e quei Giudei danno del samaritano a Gesù. E pensare che Gesù proprio a una donna samaritana aveva fatto la più sconvolgente rivelazione su Dio.

Religione come ostacolo. Come si fa a dialogare, quando dall’altra parte c’è malafede? E la malafede diventa un ostacolo insormontabile, quando a fare da ostacolo è la religione. Non dimentichiamo: Gesù stava contestando la fede di quei giudei che addirittura credevano in lui. Non erano gli scribi o farisei, i suoi nemici storici. La menzogna del credente! L’inganno è forte, perché di mezzo c’è lo stesso Dio, tirato da una parte o dall’altra. Parlare di verità ci costerebbe anche poco, e magari saremmo anche tutti d’accordo. Ma quando si tira in ballo la menzogna, allora tutti ci sentiamo offesi. Cristo, certo, era venuto per rivelare il volto di Dio. Ma attenzione alle parole: rivelare deriva dal latino “re-velare”, che significa togliere il velo. Non significa, come potrebbe suggerire il verbo italiano, mettere un nuovo velo. Ecco, Cristo ci aiuta a scoprire il vero volto di Dio, togliendoci quella maschera che si chiama inganno. Quella di togliere il velo dell’inganno è un’opera che ci impegna ogni giorno, e che potrebbe costarci anche la vita. Così come è capitato allo stesso Gesù. Scrive Giovanni: «Allora (quei Giudei che avevano creduto in lui) raccolsero delle pietre, per gettarle contro di lui».

*omelia del 8 marzo 2015: Terza di Quaresima (Es 32,7-13b; 1Ts 2,20-3,8; Gv 8,31-59). Fonte: http://www.dongiorgio.it/08/03/2015/omelie-2015-di-don-giorgio-terza-domenica-di-quaresima/

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febbraio 17, 2015

FEDE E REGOLE SOCIALI

RISANANDO IL LEBBROSO GESÙ CI INSEGNA A NON DIMENTICARE LE SOFFERENZE DELL’ALTRO

di Piero Stefani*

La guarigione. Il vangelo di questa domenica, l’ultima prima dell’inizio della Quaresima, è molto breve. Venne da lui un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: ”Se vuoi puoi, purificarmi!”. Ne ebbe compassione, tese la mano lo toccò e disse: “Lo voglio, sii purificato”. E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: “Guarda di non dire niente a nessuno: va’, invece, a mostrarti dal sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro”. Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in città, ma rimaneva fuori in luoghi deserti: e venivano a lui da ogni parte» (Mc 1,40-45).   Il brano evangelico pone Gesù di fronte a una malattia connotata da un’alta forma di emarginazione sociale. Il fatto in sé non va giudicato un arcaismo. L’isolamento è, a tutt’oggi, una misura adottata di fronte a un morbo contagioso. Basti pensare in proposito all’enorme interesse mediatico riservato qualche tempo addietro all’ebola (ora tutto tace, ma la malattia in Africa è forse scomparsa?). Tuttavia si comprenderebbe ben poco del Vangelo se lo si pensasse con una mentalità degna di un ufficio di igiene. Il punto chiave sta in quello che, con terminologia moderna, potremo definire il rapporto tra fede e società. Per quanto collocato in un contesto storico molto diverso dall’attuale, l’episodio affronta proprio questo tema.

Contatto risanante. Il lebbroso chiede di essere purificato (verbo, katharizō impiegato dai vangeli in tutti i casi analoghi). Ci si riferisce quindi al modo in cui la lebbra è presentata dalla Torah scritta (Pentateuco). Come risulta dal Levitico (13-14), essa però non corrisponde esattamente alla malattia che oggi va sotto questo nome. Con questo termine si indicava infatti una vasta serie di fenomeni patologici dotati di evidenti manifestazioni cutanee. Gesù, che nella sinagoga di Cafàrnao aveva guarito di sabato l’indemoniato con la sola forza della parola (Mc 1,23-24), qui non esita a toccare il lebbroso. Il contatto è diretto e risanante (Mc 1,41). Il demonio è azzittito perché la sua forza stravolta si trova nella parola (Mc 1,24); il lebbroso è toccato perché il suo male consiste in una muta manifestazione esterna. Il risanamento elimina di per sé la fonte dell’impurità. Per quanto in questo passo la parola «fede» non compaia in modo esplicito, sono pochi i dubbi che la guarigione sia frutto dell’incontro tra la compassione di Gesù e la fede del lebbroso. A questo punto segue il comando di Gesù. Egli, in ossequio alla regola della Torah, impone al risanato di farsi vedere dai sacerdoti (Mc 1,44). L’atto di fede è accompagnato dal vano comando di stare in silenzio, la guarigione comporta invece una pubblica ostensione.

Assumere la condizione dell’altro. L’inserimento nella società avviene seguendo le regole comuni del proprio ambiente. Il miracolo deriva da un rapporto diretto con Gesù; tuttavia l’uomo tornato socialmente «normale» è invitato ad accogliere le regole proprie della società ebraica stabilite dalla Legge, non dalla fede. Sia in antico sia oggi la convivenza civile è fondata sul rispetto della legge comune. Non se ne può fare a meno; anche se si può e si deve discutere sulla validità di determinate leggi.   Alla fine del nostro episodio le parti sembrano in un certo senso invertirsi. Il lebbroso risanato attraverso la Torah è reinserito nel consorzio civile, Gesù invece non rientra in città ma, proprio come un lebbroso, resta fuori in luoghi deserti (Mc 1,45). La compassione, quando è vera (Marco usa qui il verbo splanchnizomai che sarà, per esempio, adoperato da Luca nel caso del «buon samaritano» Lc 10,33), assume sempre su di sé la condizione dell’ “altro” ormai diventato prossimo. Anche dopo la guarigione, il risanatore non dimentica la precedente umiliazione del malato. Il lebbroso se ne va in città e Gesù resta nel deserto quasi a custodire il ricordo di quella sofferenza da cui lui stesso ha liberato il lebbroso. Come negare la pertinenza spirituale di questa lettura che pure non è nelle condizioni di rivendicare a se stessa alcun autentico rigore esegetico?

*Il pensiero della settimana n.509, fonte: http://pierostefani.myblog.it/2015/02/14/509-fede-regole-sociali-15-025-2015/2014-04-29 15.10.55

gennaio 9, 2015

MATITE TEMPERATE E FUCILI SPEZZATI

DICHIARAZIONE DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO CONTRO LA STRAGE AL “CHARLIE HEBDO”

Spirale guerra/terrorismo. Hanno voluto spezzare le matite. L’hanno fatto con i kalashnikov. Sono così deboli che hanno avuto paura di un disegno, così vigliacchi che hanno avuto bisogno di coprirsi il volto. La reazione della Francia e del mondo civile è stata immediata, spontanea. Migliaia di matite sono state innalzate nelle piazze. Nel giorno dell’orrore, questa simbologia ci sembra la più significativa: matite contro kalashnikov, cultura contro morte, nonviolenza contro barbarie. E’ stato un attacco terroristico o un atto di guerra? L’uno e l’altro insieme poiché guerre e terrorismo si alimentano reciprocamente, anzi sono la stessa cosa: la guerra è terrorismo su larga scala, e il terrorismo è un atto di guerra contro l’umanità. E’ stata un’azione militare, con addestramento militare, freddezza militare, strumenti militari. Forse ora si capirà che l’impegno antimilitarista è quanto mai attuale. E’ necessario spezzare tutti i fucili: i loro kalashnikov e le “nostre” bombe che insanguinano la Siria, la Libia, l’Iraq e molti altri Paesi del mondo. Stiamo dalla parte delle vittime, che oggi sono giornalisti e poliziotti. Ma sono anche i civili dei Paesi dove è stata esportata la “guerra al terrorismo”, che invece il terrorismo sta alimentando. Contro la spirale guerra/terrorismo la nonviolenza è l’unica risposta efficace.matita

Risposta costruttiva. La nostra “Carta” dice che il Movimento Nonviolento “opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto dell’uccisione e della lesione fisica, dell’odio e della menzogna, dell’impedimento del dialogo e della libertà di informazione e di critica”. E dunque oggi più che mai è tempo di opporsi all’oscurantismo con la satira, al fondamentalismo con la dissacrazione, ai proiettili con i libri, alle bombe con l’informazione, all’orrore con la bellezza, all’ignoranza con la cultura, alla bestialità con l’umanità, al clericalismo con l’ironia, e i protagonisti principali di questa opposizione nonviolenta sono i giornalisti, gli insegnanti, gli studenti, gli scrittori, i registi, i musicisti e gli artisti, donne e uomini. Ora è il momento del lutto, perché ancora una volta sono state uccise delle persone utilizzate come simboli. Da domani sarà il momento dell’intelligenza e dell’apertura per non cadere nella trappola della violenza e per costruire una civiltà della convivenza. Da parte nostra la risposta costruttiva a questa ennesimo orrore non può che essere il rinnovato impegno per rafforzare il Movimento Nonviolento e il lavoro culturale della rivista cartacea e in rete Azione nonviolenta. Le nostre matite contro i loro fucili.Copia di simbolo

fonte: http://www.nonviolenti.org

8 gennaio 2015

gennaio 5, 2015

APPOGGIO A PAPA FRANCESCO

CONTRO UNO SCRITTORE NOSTALGICO CHE SI SCANDALIZZA DELL’IMPREVEDIBILITÀ DELLO SPIRITO. APRIRSI ALLA REALTÀ DEL TERZO MONDO PER STARE AL PASSO COI TEMPI

di Leonardo Boff*

Tre insufficienze. Ho letto con un po’ di tristezza l’articolo critico di Vittorio Messori sul Corriere della Sera esattamente nel giorno meno adatto: la felice notte di Natale, festa di gioia e di luce. Lui ha provato a danneggiare questa gioia al buon pastore di Roma e del mondo, Papa Francesco. Ma invano perché non conosce il senso di misericordia e di spiritualità di questo Papa, virtù che sicuramente non dimostra Messori. Dietro parole di pietà e di comprensione porta un veleno. E lo fa in nome di tanti altri che si nascondono dietro di lui e non hanno il coraggio di apparire in pubblico. Voglio proporre un’altra lettura di Papa Francesco, come contrappunto a quella di Messori, un convertito che, a mio parere, ancora deve portare a termine la sua conversione con il ricevimento dello Spirito Santo, per non dire più le cose che ha scritto. Messori dimostra tre insufficienze: due di natura teologica e un’altra di comprensione della Chiesa del Terzo Mondo.

Imprevedibilità. Lui si è scandalizzato per la “imprevedibilità” di questo pastore perché “continua a turbare la tranquillità del cattolico medio”. Bisogna chiedersi della qualità della fede di questo “cattolico medio”, che ha difficoltà ad accettare un pastore che ha l’odore delle pecore e che annuncia “la gioia del vangelo”. Sono, generalmente, cattolici culturali abituati alla figura faraonica di un Papa con tutti i simboli del potere degli imperatori pagani romani. Adesso appare un Papa “francescano” che ama i poveri, che non “veste Prada”, che fa una critica dura al sistema che produce miseria nella gran parte del mondo, che apre la Chiesa non solo ai cattolici ma a tutti quelli che portano il nome di “uomini e donne”, senza giudicarli ma accogliendoli nello spirito della “rivoluzione della tenerezza” come ha chiesto ai vescovi dell’America Latina riuniti l’anno scorso a Rio.

Cristomonismo. C’è un grosso vuoto nel pensiero di Messori. Queste sono le due insufficienze teologiche: la quasi assenza dello Spirito Santo. Direi di più, che incorre nell’errore teologico del cristomonismo, cioè, solo Cristo conta. Non c’è propriamente un posto per lo Spirito Santo. Tutto nella Chiesa si risolve con il solo Cristo, cosa che il Gesù dei Vangeli esattamente non vuole. Perché dico questo? Perché quello che lui deplora è la “imprevedibilità” della azione pastorale di questo Papa. Or bene, questa è la caratteristica dello Spirito, la sua imprevedibilità, come lo dice San Giovanni: “Lo Spirito soffia dove vuole, ascolti la sua voce, però non sai da dove viene né verso dove va”(3,8). La sua natura è la improvvisa irruzione con i suoi doni e carismi. Francesco di Roma nella sequela di Francesco d’Assisi si lascia condurre dallo Spirito.

Blasfemia contro lo Spirito Santo. Messori è ostaggio di una visione lineare, propria del suo “amato Joseph Ratzinger” e di altri Papi anteriori. Purtroppo, fu questa visione lineare che ha fatto della Chiesa una cittadella, incapace di comprendere la complessità del mondo moderno, isolata in mezzo alle altre Chiese ed ai cammini spirituali, senza dialogare e imparare dagli altri, anche essi illuminati dallo Spirito. Significa essere blasfemi contro lo Spirito Santo pensare che gli altri hanno pensato solo in modo sbagliato. Per questo è sommamente importante una Chiesa aperta come la vuole Francesco di Roma. Bisogna che sia aperta alle irruzioni dello Spirito chiamato da alcuni teologi “la fantasia di Dio”, a motivo della sua creatività e novità, nelle società, nel mondo, nella storia dei popoli, negli individui, nelle Chiese e anche nella Chiesa Cattolica. Senza lo Spirito Santo la Chiesa diventa un’istituzione pesante, noiosa, senza creatività e, ad un certo punto, non ha niente da dire al mondo che non siano sempre dottrine sopra dottrine, senza suscitare speranza e gioia di vivere. È un dono dello Spirito che questo Papa venga da fuori della vecchia cristianità europea. Non appare come un teologo sottile, ma come un Pastore che realizza quello che Gesù ha chiesto a Pietro: “conferma i fratelli nella fede”(Lc 22,31). Porta con se l’esperienza delle chiese del Terzo Mondo, specificamente, quelle della America Latina.

Terzo Mondo. Questa è una altra insufficienza di Messori: non avere la dimensione del fatto che oggi come oggi il cristianesimo è una religione del Terzo Mondo, come ha accentuato tante volte il teologo tedesco Johan Baptist Metz. In Europa vivono solo il 25% dei cattolici; il 72,56% vive nel Terzo Mondo (in America Latina il 48,75%). Perché non può venire da questa maggioranza uno che lo Spirito l’ha fatto vescovo di Roma e Papa universale? Perché non accettare le novità che derivano da queste chiese, che già non sono chiese-immagine delle vecchie Chiese europee ma chiese-sorgenti con i loro martiri, confessori e teologi? Forse nel futuro, la sede del primato non sarà più Roma e la Curia – con tutte le proprie contraddizioni, denunciate da Papa Francesco nella riunione dei Cardinali e dei prelati della Curia con parole sentite solo nella bocca di Lutero e con meno forza nel mio libro condannato dal card. J.Ratzinger “Chiesa: carisma e potere”(1984) – ma là dove vive la maggioranza dei cattolici: in America, Africa o Asia. Sarebbe un segno proprio della vera cattolicità della Chiesa all’interno del processo di globalizzazione del fenomeno umano. Speravo in maggiore intelligenza e apertura di Vittorio Messori con i suoi meriti di cattolico, fedele a un tipo di Chiesa e rinomato scrittore. Questo Papa Francesco ha portato speranza e gioia a tanti cattolici e ad altri cristiani. Non perdiamo questo dono dello Spirito in funzione di ragionamenti piuttosto negativi su di lui.

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*Teologo/Filosofo. Sito: http://www.leonardoboff.com – Blog: leonardoboff.wordpress.com  Traduzione di Romano Baraglia.

Fonte: http://www.cdbitalia.org/2014/12/28/appoggio-a-papa-francesco-contro-uno-scrittore-nostalgico-di-l-boff/

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dicembre 29, 2014

DIVENTARE CUSTODI

DAL DOLORE INCONSOLABILE DELLE MADRI E DEGLI INNOCENTI PUÒ SCATURIRE L’IMPEGNO A COMPORTARCI COME DIO FA CON NOI

di don Angelo Casati *

Amarezza estrema. Prima di ripercorrere con voi alcuni testi di questa domenica, una domenica che custodisce la memoria dei santi Innocenti, perdonate una confidenza: mi ha colpito il fatto che per una coincidenza, forse non espressamente voluta, le letture di questa domenica inizino e finiscano con le stesse parole, che sono di una amarezza estrema. Motivo per cui la tentazione per un attimo fu di aprire e di chiudere l’omelia così, con queste parole e lasciare spazio allo sgomento e al pianto. Ecco le parole di Geremia, riprese da Matteo nel suo vangelo: “Una voce si ode a Rama, un lamento, un pianto amaro: Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata per i suoi figli, perché non sono più”. Geremia, che vede con sgomento partire le popolazioni per l’esilio, paragona Gerusalemme a una madre inconsolabile che ha perso per sempre i suoi figli. Come potresti consolarla per i figli che non sono più? E Matteo, facendo memoria delle mamme di Gerusalemme e dintorni, che ebbero trucidati i figli, a causa di Erode e dei suoi turpi disegni, vede realizzarsi le parole del profeta Geremia, madri inconsolabili. La furia spietata di Erode, ingannato dai Magi per voce dall’alto, non raggiunse il Messia, ma non risparmiò purtroppo altri bambini innocenti. Di fronte al dolore degli innocenti siamo sinceri che risposte abbiamo? Tante nostre sofisticate risposte, risposte a occhi asciutti, non fanno che allontanare. Allontanare chi ancora osa pensare, chi ancora possiede un briciolo di sentimento, di passione, di commozione. Apri e chiudi in silenzio. O abbraccia, se puoi, abbraccia chi resiste a vivere, a sopravvivere al dramma, chi giustamente si rifiuta di essere consolato, consolata. Per i suoi figli, perché non sono più.

Vita a prezzo di altre vite. Sosta in silenzio davanti al dolore delle madri. Sta dalla loro parte. E rispetta, rispetta un dolore inconsolabile. Oggi le letture aprivano e chiudevano così. Mentre il salmo ci lasciava con domande, parlando di pericoli sventati per intervento di Dio.

Se il Signore non fosse stato per noi,

quando eravamo assaliti,

allora ci avrebbero inghiottiti vivi,

quando divampò contro di noi la loro collera”.

E che cosa dire di quelli che non scamparono alla collera, di quelli che furono inghiottiti vivi? Forse che Dio non è stato con loro? Portiamo con serietà queste domande e come ci ha ricordato papa Francesco in questi giorni, non dimentichiamo la strage inquietante dei bambini dei nostri tempi. Vorrei dirvi che, ricordando i bambini trucidati da Erode, mi sono sentito attraversare anche da un’altra domanda, che riguarda Gesù, raramente se ne parla. Mi sono chiesto come sarà risuonato nel cuore di Gesù, con il crescere degli anni, il fatto che la sua vita era stata salvata a prezzo di uno sterminio di bambini? Ci è facile immaginare che questo pensiero non l’abbia mai per tutta la vita abbandonato. Salvatore diventa uno che fu salvato. Sarebbe bello che di tanto in tanto, oggi per esempio, anche noi ricordassimo che la nostra vita è una vita a prezzo di altre vite: a prezzo della vita di Gesù certo, ma poi a prezzo della vita di tanti uomini e donne eliminati da faraoni e da tiranni. Pensate solo ai condannati a morte della resistenza. Se ce lo ricordassimo proveremmo struggente gratitudine e difenderemmo gelosamente da attacchi e soprusi una dignità e una libertà che furono a caro prezzo. A prezzo di vita.

Dramma dello sradicamento. Dobbiamo subito aggiungere che il figlio di Dio risparmiato dalla strage non fu risparmiato, né furono risparmiati i suoi genitori, dalla drammaticità della fuga, la fuga in Egitto. La notte della fuga fu notte, notte buia, e il pericolo rimase pericolo, pericolo vero, e la fatica di scoprire strade di fuga sicure fu vera fatica. Una delle tante storie di migrazioni, di sradicamenti dalla propria terra e di radicamenti in un’altra terra, che noi oggi abbiamo sotto gli occhi. Assistiamo a migrazioni di dimensioni bibliche e, quando non siamo accecati da pregiudizio e da indifferenza, ci rimane un poco di cuore per immaginare che dramma sia lasciare una terra e inventarsi la vita in un’altra e trovare casa e lavoro e accoglienza. È vero che di fronte a certi drammi ci sentiamo a volte impotenti; ma un conto è l’impotenza, un conto è la cecità e l’indifferenza. Ebbene da piccolo Gesù visse sulla sua pelle questo dramma. E’ vero che non ci viene risparmiato il pericolo, la prova, ma è vero anche che Dio veglia su di noi. Perché non siamo inghiottiti dal male, inghiottiti dai faraoni e dai tiranni di turno. Il brano del Vangelo di Matteo sembra ricordarcelo. I fili della storia sono in mano ad un Altro. Certo, dicendo questo, non vogliamo dire che sia risolto ogni problema. A noi, dicevamo, fanno problema i bambini trucidati da Erode e le tragedie, le tragedie dell’umanità, che non sono finite. Nemmeno la parola di Dio scioglie ogni problema. Il racconto però va a segnalare una presenza: la presenza nella storia della paterna custodia di Dio. Leggiamo nel salmo 121:

Non lascerà vacillare il tuo piede,

non si addormenterà il tuo custode.

Non si addormenta, non prende sonno

il custode di Israele.

Il Signore veglierà su di te

quando esci e quando entri

da ora e per sempre”.

Il Dio custode, il Dio che veglia. Anche su Gesù, in fuga con Maria e Giuseppe. Su ogni uomo, su ogni donna. Ma dire che Dio è custode, che Dio veglia, che Dio provvede non significa dire che possiamo stare passivi, perché tanto c’è lui a vegliare. Il racconto della fuga in Egitto e del ritorno dall’Egitto viene anche a chiarire qual è la parte dell’uomo, della donna, la nostra parte. E Giuseppe, l’uomo giusto è quasi un simbolo della parte dell’uomo, della donna, di ciò che spetta a noi. Innanzitutto ascoltare, ascoltare nella notte, ascoltare i sogni della notte. L’angelo non dà niente di più che una indicazione. La parola di Dio dà una direzione alla nostra vita e non è poco. A noi tocca ascoltare nel silenzio. Dio ti dà la direzione, poi tocca a te, come a Giuseppe, studiare le strade, evitare le insidie, inventare i percorsi, i luoghi, le tappe, le soste, le ripartenze. Prendersi cura della donna, del bambino. Ascolta dunque. E poi diventa anche tu custode, come lo è Dio per te.

*Omelia del 28 dicembre 2014: Festa dei Ss. Innocenti, martiri (Rito ambrosiano: Ger 31,15-18.20; Rm 8,14-21; Mt 2,13b-18). Fonte: http://www.sullasoglia.it/omelie/ambrosiano/ottava-natale-santi-innoc-amb-28-12-2014.htm

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CHI PENSA ALLE GENERAZIONI FUTURE?

IL DOLORE INNOCENTE SPINGE AD APRIRCI AD ALTRE DIMENSIONI E SPERANZE

di don Giorgio De Capitani*

Fantasie galoppanti. Nonostante sia domenica, che per il nostro rito ambrosiano non cede mai il posto ad una festività dei santi, la Liturgia celebra gli Innocenti. Anche i bambini fatti uccidere da Erode il Grande appartengono ai “comites Christi”, ovvero ai compagni di Cristo, i più vicini nel suo percorso terreno e primi a renderne testimonianza con il martirio. Dico subito che l’episodio, che ci è stato tramandato solo da Matteo, merita una particolare esegesi, cioè una interpretazione che va oltre il racconto in sé, tanto più che la nostra fantasia ha aggiunto parecchio di suo. Basterebbe pensare al numero dei bambini uccisi: si è arrivato a pensare che fossero migliaia (qualcuno ha parlato di 14 mila!), quando gli storici dicono che non potevano essere più di una ventina. Infatti, secondo Giuseppe Ricciotti, storico biblista, il numero dei bambini nati a Betlemme in quel periodo, essendo circa mille gli abitanti, poteva aggirarsi intorno ai sessanta (da due anni in giù). Volendo però Erode uccidere solo i bambini maschi il numero degli uccisi è dunque, approssimativamente, di circa 30 neonati e, considerando che la mortalità infantile nel Vicino Oriente era molto alta, il numero si restringe a circa 20. Ecco perché parlavo di fantasia galoppante!
Sanguinario. La maggioranza degli studiosi moderni nega la storicità dell’episodio, anche per il mancato riscontro nelle opere di Giuseppe Flavio, fonte principale della storia giudaica del I secolo. Altri studiosi ne accettano invece la storicità in quanto l’episodio si inserirebbe perfettamente nel carattere e nella modalità di governare che ebbe Erode, uomo crudele e sanguinario; questi, avvertendo il pericolo di un’usurpazione, non avrebbe esitato infatti ad uccidere in diverse occasioni una moglie, tre cognati, una suocera, tre figli e alcune centinaia di oppositori. Secondo Macrobio, l’imperatore Augusto, ricevuta la notizia della morte dei figli di Erode, Alessandro e Aristobulo conosciuti molto bene dallo stesso Augusto, ebbe a dire: «È meglio essere il maiale di Erode piuttosto che uno dei suoi figli»; infatti Erode, essendo giudaizzato, non mangiava carne di maiale, anche se non esitò ad uccidere i suoi stessi figli. Detto questo, a noi interessa fare una seria esegesi biblica del testo. Che sia storico o no l’episodio, ci può interessare fino a un certo punto. La domanda vera è questa: come va letto l’episodio? come uno tra i tanti delitti compiuti da Erode il Grande?
Profezia. All’inizio vi dicevo che solo Matteo ci ha tramandato l’uccisione dei bambini di Betlemme. Ed ecco il punto chiave: l’evangelista lo inserisce in un contesto “profetico”, cioè di profezie, che non va sottovalutato. Anzitutto, l’episodio viene narrato subito dopo la storia dei magi, quasi che Erode, preso in giro da loro per non essere tornati per avvertirlo della nascita del Bambino misterioso, si fosse poi vendicato facendo uccidere i bambini di Betlemme. Ma, come vedremo durante l’omelia dell’Epifania, la storia dei magi è un “midrash”, cioè non è un racconto da prendere alla lettera. Ma c’è di più. Matteo, scrivendo il suo Vangelo ai cristiani provenienti dal mondo giudaico, continuamente ricorre alle profezie, che gli ebrei conoscevano molto bene. Qualche storico ha contato il numero di queste citazioni profetiche presenti nel primo Vangelo: sarebbero una settantina. Perché Matteo è ricorso così frequentemente alle profezie? Lo ha fatto per collegare l’attesa d’Israele alla figura e alla parola di Gesù. Come dire: vedete, Gesù è veramente il messia atteso dai profeti. Perché non gli avete creduto? Potete ancora ricredervi.
Osea e Geremia. Il brano di Matteo della Messa di oggi cita proprio due di queste profezie: la prima è di Osea, il quale al capitolo 11, primi versetti, scrive: «Quando Israele era fanciullo, io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio». “Figlio” sta per Israele, ma il profeta ha visto qualcosa di più, di oltre: il Messia. Secondo la lettura diciamo simbolico-spirituale delle prime comunità, anche Cristo ha ripercorso alcune tappe della storia del suo popolo: una di queste era la schiavitù egiziana. Ecco la domanda: come mai Maria, Giuseppe e il bambino Gesù si erano recati in Egitto? Risposta: sono dovuti fuggire a causa della persecuzione di Erode. La persecuzione di Erode: altro tema che ricordava il faraone che ha perseguitato gli antichi ebrei, uccidendo i neonati maschi in quella notte di liberazione, per evitare che il popolo fuggisse dall’Egitto, agli ordini di Mosè. L’episodio della strage dei bambini innocenti non viene però inventato di sana pianta per giustificare la fuga in Egitto. Qui entra in scena un’altra profezia, questa volta molto interessante. È quella di Geremia, citata sempre da Matteo, e riportata nel primo brano della Messa. «Una voce si ode a Rama, un lamento e un pianto amaro: Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata per i suoi figli, perché non sono più».
Folla di disperati. Chi era Rachele? Era la moglie prediletta di Giacobbe. Mentre, incinta del secondo figlio sta per giungere a Efrata, nel circondario di Betlemme, è scossa da un parto difficile e la sua situazione è drammatica. Scrive l’autore della Genesi: «Mentre esalava l’ultimo respiro, perché stava morendo, essa lo chiamò Ben-onì (“figlio del mio dolore”), ma suo padre lo chiamò Beniamino (“figlio della destra”), cioè della fortuna» (Gen 35,18). Secoli dopo quell’evento, nel 586 a.C., davanti a Gerusalemme diroccata dall’esercito babilonese, Geremia riprende quel ricordo e lo ambienta a Rama, una località 17 chilometri a nord di Gerusalemme. A Rama erano stati concentrati dai babilonesi tutti gli ebrei che si sarebbero poi incamminati per l’esilio verso Babilonia. Su questa folla di disperati il profeta immagina che si erga la figura statuaria di Rachele; questo spettro solenne sembra piangere non più la sua morte, ma la morte degli ebrei, quelli caduti nell’assedio di Gerusalemme e quelli ora deportati. L’evangelista Matteo, in dissolvenza, riproduce la stessa scena dipinta da Geremia, ma ambientandola a Efrata, cioè a Betlemme, ove si leva il pianto delle madre dei bimbi fatti uccidere da Erode.
Speranza per i discendenti. Mi sono dilungato forse troppo con una spiegazione di tipo esegetico del primo e del terzo brano della Messa. Adesso vi aspetterete che io faccia qualche considerazione. Non voglio però cadere nello scontato. Tanti preti avranno parlato oggi della fine tragica di tanti bambini innocenti, fatti abortire prima di nascere, uccisi dalla fame, dalla violenza, magari da madri snaturate. Senza negare le tragedie quotidiane che vedono questi piccoli vittime di una società balorda, vorrei invece soffermarmi sulle parole di conforto, che riguardano anzitutto noi adulti, che siamo i primi responsabili di ciò che succede in questo mondo. Il Signore ripete anche a noi le parole che ha rivolto alla figura immaginaria di Rachele: «Trattieni il tuo pianto, i tuoi occhi dalle lacrime, perché c’è un compenso alle tue fatiche… essi (gli esuli ebrei) torneranno dal paese nemico. C’è una speranza per la tua discendenza… I tuoi figli ritorneranno nella loro terra». E, rivolgendosi poi al popolo d’Israele, rappresentato da Efraim, più volte colpito dalla punizione divina, e che per questo si lamenta, il Signore lo conforta con queste parole: «Il mio cuore (letteralmente “le mie viscere”) si commuove per lui e sento per lui profonda tenerezza».
Guardare avanti. Il problema del male e della sofferenza degli innocenti nessuno potrà mai risolvere, tanto meno urlando tutta la propria rabbia. Bisogna sempre guardare avanti. Il Signore ancora ci ripete: “C’è una speranza per la tua discendenza”. Noi adulti, purtroppo, abbiamo un grosso peccato: ci sembra che il mondo finisca con noi. In fondo, non siamo che decrepiti egoisti: pensiamo solo alla terra che viene a mancare sotto i nostri vacillanti piedi. Ma il Signore ci invita a pensare alla nostra discendenza. Dobbiamo seminare, altri raccoglieranno. Certo, spetta a noi oggi seminare speranze, quelle eterne. Ma in che modo? Lamentandoci come la biblica Rachele che osserva, afflitta, la massa di disperati che vanno verso l’esilio? Il Signore ci conforta: “I tuoi figli ritorneranno nella loro terra”. Noi siamo così ossessivamente aggrappati al nostro pezzetto di terra che la consumiamo quasi tutta, senza permettere ai figli di poterla godere, ma i figli devono già imparare che, a loro volta, dovranno lasciare in eredità la possibilità ai loro discendenti di continuare il ritmo della vita. Un ritmo che, nonostante tutto, continua di generazione in generazione.

*Omelia del 28 dicembre 2014: Festa dei Ss. Innocenti, martiri (Rito ambrosiano: Ger 31,15-18.20; Rm 8,14-21; Mt 2,13b-18). Fonte: http://www.dongiorgio.it/28/12/2014/omelie-2014-di-don-giorgio-festivita-dei-santi-innocenti-martiri/

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dicembre 16, 2014

ECUMENISMO: L’UNITÀ PLURALE DEI CRISTIANI

IL DIALOGO E LE SUE TAPPE, LE DIFFICOLTÀ CULTURALI ED ETICHE, LA NOVITÀ DEI CARISMATICI

di ENZO BIANCHI, Avvenire, 14 dicembre 2014
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Ecumenismo spirituale. L’ecumenismo, dopo una stagione giudicata di “inverno” da molti cristiani impegnati nel dialogo ecumenico, oggi sembrerebbe aver ritrovato un nuovo soffio: il dialogo e il confronto paiono intensificarsi e la convinzione con cui si muove papa Francesco rende dinamica una situazione che sembrava limitarsi all’ecumenismo spirituale, spegnendo così ogni attesa di avanzamenti significativi verso l’unità visibile dei cristiani. Sia chiaro, l’ecumenismo spirituale, cioè praticato in obbedienza allo Spirito santo e nutrito di preghiera e di penitenza, resta decisivo: senza di esso l’incontro tra le chiese è tentato di ridursi all’ordine diplomatico o di trasformarsi addirittura in una santa alleanza contro un nemico comune che sempre, seppur in forme cangianti, appare all’orizzonte della storia. Ma il rischio di questo ecumenismo cosiddetto spirituale è che ciò che si ripete continuamente – “l’unità verrà quando e come Dio vorrà” – crei dimissione dalle responsabilità, soprattutto nelle autorità delle chiese: l’inerzia umana può diventare opposizione allo Spirito santo stesso.

Che siano uno. Va riconosciuto che papa Francesco, fin dai primi giorni del suo pontificato, ha saputo suscitare attese di una più profonda comunione tra le chiese, con parole e gesti riconosciuti anche dai non cattolici come derivanti dal Vangelo, obbedienti alla volontà di Gesù espressa nella preghiera ultima al Padre: “che siano uno perché il mondo creda” (Gv 17,21). Il pellegrinaggio in Terrasanta e l’incontro con il patriarca ecumenico di Costantinopoli e agli altri patriarchi presenti a Gerusalemme, il recente viaggio a Istanbul con i ripetuti incontri con Bartholomeos, l’accoglienza e il dialogo – potremmo dire inaugurato da papa Francesco – con gli evangelicali, la gioia con cui egli incontra autorità delle chiese non cattoliche sono segni evidenti di un clima mutato. Va anche notato che oggi nell’oriente ortodosso vi sono alcuni patriarchi, come il “papa” copto Tawadros II o Youhanna X di Antiochia, che si sono mostrati aperti e seriamente impegnati nel dialogo intraecclesiale. Condizioni favorevoli, dunque, per il dialogo specialmente tra chiesa cattolica e chiese ortodosse – quattordici chiese autocefale – anche se tensioni e rivalità tra le autorità di queste chiese creano complicazioni e rallentamenti.

Sinodalità. Una tappa comunque importante nel dialogo teologico è rappresentata dal Documento di Ravenna, firmato nel 2007 dalle chiese ortodosse e dalla chiesa cattolica, in cui si afferma concordemente che non c’è sinodalità senza protos, un “primo” e non c’è protos senza sinodalità: questo a livello diocesano, regionale e universale, con il connesso riconoscimento che a quest’ultimo livello il protos è ravvisabile nel vescovo di Roma, “la chiesa che presiede nella carità”, secondo l’espressione di sant’Ignazio di Antiochia, alla quale spetta un primato. L’ultima riunione della commissione di dialogo cattolico-ortodosso, tenutasi ad Amman ha dato segni di impasse, ma il dialogo prosegue e la celebrazione del sinodo panortodosso nel 2016 potrà rappresentare un’occasione di impulso e di sintonia tra le chiese ortodosse. Così, il dialogo con l’ortodossia resta intenso, soprattutto con il patriarcato ecumenico di Costantinopoli: papa Francesco a questo proposito ha dichiarato che “per giungere alla meta sospirata della piena unità, la chiesa cattolica non intende imporre alcuna esigenza, se non quella della professione della fede comune”; quanto al ministero petrino, ha affermato che intende continuare il confronto richiesto da Giovanni Paolo II nell’enciclica Ut unum sint perché, ispirati dalla prassi del primo millennio, si giunga a un accordo sulle “modalità con le quali garantire la necessaria unità della chiesa nelle attuali circostanze”, cioè sulla forma dell’esercizio del primato. Colpiscono in questo senso le parole di papa Francesco che legge le scomuniche comminate reciprocamente tra Roma e Costantinopoli come un evento dovuto al fatto che “la chiesa guardava a se stessa e non guardava a Gesù Cristo!”. Parimenti colpiscono le parole del patriarca Bartholomeos circa “l’idea dell’impero cristiano e della societas cristiana, che hanno travalicato il principio buono per introdurre lo spirito mondano” e questo perché “il seduttore del mondo ha cercato e cerca di rendere vano l’annuncio del Vangelo”. Una convergenza di pensiero tra Francesco e Bartholomeos che stupisce, ma che si coglie nettamente dagli incontri e dalle parole che si scambiano.

Chiese orientali. Parallelamente al dialogo con le chiese ortodosse, prosegue da parte cattolica il dialogo con le chiese orientali, con le quali, dopo millecinquecento anni di separazione, è possibile il consenso sull’essenziale della fede e dell’ecclesiologia. Nessun idealismo, tuttavia. La strada è ancora lunga, ma la volontà c’è e l’ecumenismo del sangue è eloquente come mai e fa riscoprire come per ogni cristiano sia decisivo il battesimo: fa del cristiano un membro del corpo di Cristo che è unico, anche se non c’è piena unità perché questa si raggiungerà solo nel regno! Ma l’unità visibile può essere ritrovata come nei primi secoli: un’unità plurale, che contiene la ricchezza della differenza e sa trascendere i conflitti che non possono essere rimossi nel cammino della chiesa nella storia.

Temi etici. Ma se sono così carichi di speranza i dialoghi con le chiese d’oriente, occorre ammettere – con rincrescimento ma con chiarezza – che più difficili si fanno i dialoghi con le altre chiese: un ultimo esempio viene dai rapporti con i vetero-cattolici a causa dei loro accordi di intercomunione con chiese della riforma come quelle luterane o della comunione anglicana. Per la chiesa cattolica, che riconosce ai vescovi vetero-cattolici la successione apostolica e la conseguente validità dei sacramenti, sorge ora una domanda circa la loro comprensione della dottrina del ministero: è ancora quella condivisa? Un dialogo che si fa ancor più accidentato con quelle chiese della riforma dove l’ammissione delle donne al ministero episcopale e l’approfondirsi di un distacco su molti temi di morale cristiana accentuano le divergenze. Semplificando in modo forse eccessivo, si potrebbe dire che tra chiesa cattolica e chiese della riforma c’è stato un avvicinamento nella dottrina, soprattutto sull’eucaristia, ma un allontanamento sempre più marcato in ambito etico, in particolare per ciò che concerne la morale sessuale e matrimoniale.

Volontà di Cristo. Inoltre occorre registrare che con queste chiese si è fatto più evanescente lo scopo stesso dell’ecumenismo: si è fatta strada infatti l’idea che occorra solo riconoscersi reciprocamente, che non si debba cercare un’unità visibile nella professione di fede e che ci si debba perciò rassegnare alle attuali divergenze perché si pensa che la chiesa è sempre stata divisa e che le diverse confessioni cristiane sono tutte legittime. Ma per la chiesa cattolica e per quelle ortodosse, così come anche per molti teologi, pastori e fedeli protestanti, l’unità della chiesa sta nella volontà di Cristo e ad essa non si può rinunciare: equivarrebbe a dichiarare che il divisore ha la vittoria e che si accoglie un pensiero debole in cui tutto si eguaglia senza una regula fidei.

Carismatici. Oggi poi prende sempre più corpo una novità che riguarda da vicino l’ecumenismo: l’emergenza delle comunità ecclesiali di matrice evangelicale e carismatica. Sono una pleiade di comunità locali, una rete di chiese senza strutture unitarie che conta ormai 600 milioni di fedeli in tutto il mondo. È una nuova forma di vivere il cristianesimo che entra nella storia, dopo la divisione tra oriente e occidente nell’XI secolo e il discrimine della riforma nel XVI secolo. È molto difficile descrivere questo fenomeno cristiano così variegato, parcellizzato, mobile… Si tratta di capire queste realtà che conoscono una grossa carica missionaria e una forte espansione: come tracciare un dialogo con queste realtà? Che rappresentatività di questa miriade di comunità si può delineare per un dialogo efficiente e fruttuoso? Si possono certo fare incontri personali in cui l’essere cristiani implica il rispetto, la collaborazione, il riconoscimento del battesimo come fondamento della vita cristiana, ma resta vero che la realtà evangelico-pentecostale è una nebulosa con cui il confronto dottrinale è difficile, esile e non sempre possibile: sono comunità che non riconoscono la tradizione, altamente soggettive, a volte coagulate più attorno a un predicatore, a una forte personalità che non a una “fede” formulata come regola. Sì, l’ecumenismo attraversa una nuova fase, con presenze inedite e sorprendenti per la loro consistenza numerica, sovente in concorrenza con le chiese tradizionali storiche: si pensi al gran numero di fedeli che erodono in particolare la chiesa cattolica in America Latina. Occorre davvero la fede in Gesù Cristo come Signore della chiesa, capace di dare unità al suo corpo anche nella storia: i cristiani devono restare obbedienti al vangelo e cercare di adempiere la volontà di Cristo rispetto all’unità dei suoi discepoli.

Chiese orientali. Parallelamente al dialogo con le chiese ortodosse, prosegue da parte cattolica il dialogo con le chiese orientali, con le quali, dopo millecinquecento anni di separazione, è possibile il consenso sull’essenziale della fede e dell’ecclesiologia. Nessun idealismo, tuttavia. La strada è ancora lunga, ma la volontà c’è e l’ecumenismo del sangue è eloquente come mai e fa riscoprire come per ogni cristiano sia decisivo il battesimo: fa del cristiano un membro del corpo di Cristo che è unico, anche se non c’è piena unità perché questa si raggiungerà solo nel regno! Ma l’unità visibile può essere ritrovata come nei primi secoli: un’unità plurale, che contiene la ricchezza della differenza e sa trascendere i conflitti che non possono essere rimossi nel cammino della chiesa nella storia.

Temi etici. Ma se sono così carichi di speranza i dialoghi con le chiese d’oriente, occorre ammettere – con rincrescimento ma con chiarezza – che più difficili si fanno i dialoghi con le altre chiese: un ultimo esempio viene dai rapporti con i vetero-cattolici a causa dei loro accordi di intercomunione con chiese della riforma come quelle luterane o della comunione anglicana. Per la chiesa cattolica, che riconosce ai vescovi vetero-cattolici la successione apostolica e la conseguente validità dei sacramenti, sorge ora una domanda circa la loro comprensione della dottrina del ministero: è ancora quella condivisa? Un dialogo che si fa ancor più accidentato con quelle chiese della riforma dove l’ammissione delle donne al ministero episcopale e l’approfondirsi di un distacco su molti temi di morale cristiana accentuano le divergenze. Semplificando in modo forse eccessivo, si potrebbe dire che tra chiesa cattolica e chiese della riforma c’è stato un avvicinamento nella dottrina, soprattutto sull’eucaristia, ma un allontanamento sempre più marcato in ambito etico, in particolare per ciò che concerne la morale sessuale e matrimoniale.

Volontà di Cristo. Inoltre occorre registrare che con queste chiese si è fatto più evanescente lo scopo stesso dell’ecumenismo: si è fatta strada infatti l’idea che occorra solo riconoscersi reciprocamente, che non si debba cercare un’unità visibile nella professione di fede e che ci si debba perciò rassegnare alle attuali divergenze perché si pensa che la chiesa è sempre stata divisa e che le diverse confessioni cristiane sono tutte legittime. Ma per la chiesa cattolica e per quelle ortodosse, così come anche per molti teologi, pastori e fedeli protestanti, l’unità della chiesa sta nella volontà di Cristo e ad essa non si può rinunciare: equivarrebbe a dichiarare che il divisore ha la vittoria e che si accoglie un pensiero debole in cui tutto si eguaglia senza una regula fidei.

Carismatici. Oggi poi prende sempre più corpo una novità che riguarda da vicino l’ecumenismo: l’emergenza delle comunità ecclesiali di matrice evangelicale e carismatica. Sono una pleiade di comunità locali, una rete di chiese senza strutture unitarie che conta ormai 600 milioni di fedeli in tutto il mondo. È una nuova forma di vivere il cristianesimo che entra nella storia, dopo la divisione tra oriente e occidente nell’XI secolo e il discrimine della riforma nel XVI secolo. È molto difficile descrivere questo fenomeno cristiano così variegato, parcellizzato, mobile… Si tratta di capire queste realtà che conoscono una grossa carica missionaria e una forte espansione: come tracciare un dialogo con queste realtà? Che rappresentatività di questa miriade di comunità si può delineare per un dialogo efficiente e fruttuoso? Si possono certo fare incontri personali in cui l’essere cristiani implica il rispetto, la collaborazione, il riconoscimento del battesimo come fondamento della vita cristiana, ma resta vero che la realtà evangelico-pentecostale è una nebulosa con cui il confronto dottrinale è difficile, esile e non sempre possibile: sono comunità che non riconoscono la tradizione, altamente soggettive, a volte coagulate più attorno a un predicatore, a una forte personalità che non a una “fede” formulata come regola. Sì, l’ecumenismo attraversa una nuova fase, con presenze inedite e sorprendenti per la loro consistenza numerica, sovente in concorrenza con le chiese tradizionali storiche: si pensi al gran numero di fedeli che erodono in particolare la chiesa cattolica in America Latina. Occorre davvero la fede in Gesù Cristo come Signore della chiesa, capace di dare unità al suo corpo anche nella storia: i cristiani devono restare obbedienti al vangelo e cercare di adempiere la volontà di Cristo rispetto all’unità dei suoi discepoli.

Cultura e morale. Dobbiamo d’altronde tenere conto di tre evidenze: innanzitutto, l’ecumenismo ha solo un secolo di vita e, per la chiesa cattolica, solo cinquant’anni di pratica autorizzata a livello ecclesiale. Inoltre esistono situazione di “non contemporaneità” tra le chiese: le rispettive storie sono diverse, altro è l’occidente, altro il medio oriente, altro l’emisfero sud del mondo e altro ancora l’estremo oriente. Dovremmo avere l’onestà di riconoscere che sovente non siamo culturalmente contemporanei. Infine, legato a questo dato, va costatato che oggi più che mai si fanno sentire come determinanti le differenze culturali. Non era così nel passato in cui solo la teologia indicava la differenza o la vicinanza: oggi all’interno di una stessa chiesa le differenze culturali pesano sulle scelte adottate, soprattutto a livello di morale. È parso evidente tra gli anglicani nell’ammissione delle donne all’episcopato e appare chiaro in molte chiese, compreso quella cattolica, a livello di determinate opzioni etiche. Recentemente un vescovo cattolico del Nord Europa mi confidava: “Per noi alcuni riformati sono più vicini degli ortodossi” per sensibilità cultura, spiritualità…

Esigenza evangelica. Davvero nuove sfide ci attendono, nuove congiunture ci condizionano. Ma l’ecumenismo non è una moda e nemmeno un segno dei tempi: sta nella volontà del Signore Gesù Cristo ed essere ecumenici fa parte dell’essere cristiani. Chi non è capace di ecumenismo non è capace di vivere una precisa esigenza evangelica: l’ecumenismo infatti resta solo questione di obbedienza all’unico Signore della chiesa e della storia.

Fonte: http://www.monasterodibose.it/priore/articoli/articoli-su-quotidiani/8824-ecumenismo-l-unita-plurale-dei-cristiani

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dicembre 15, 2014

CHIAMATI A PREPARARE LA STRADA

IL CRISTO DELLA FEDE È IL VENIENTE, IMPREVEDIBILE, NON DEL TUTTO CONOSCIBILE: GERMOGLIA E CI RISERVA SORPRESE

di don Giorgio De Capitani*

Attesa messianica. Il primo e il secondo brano della Messa parlano di un “germoglio”. Il profeta Isaia scrive: «Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici». L’autore della Lettera agli Ebrei scrive: «È noto che il Signore nostro è germogliato dalla tribù di Giuda». Partiamo dal brano di Isaia. È una tra le pagine più celebri. Forse si tratta di un canto di intronizzazione di Ezechia, nuovo re di Giuda (parte meridionale della Palestina): siamo nell’VIII secolo a.C. Ezechia è un sovrano giusto, in cui il profeta ripone tutte le sue speranze. Ma Isaia vede in lui un ideale perfetto di sovranità: un’immagine di quello che sarà il re sognato, tale da incarnare tutte le attese del popolo. In breve, le parole di Isaia assumono un valore messianico: le virtù di Ezechia preannunciano l’atteso Messia, che, nel tempo stabilito da Dio, verrà a guidare il popolo eletto.

«Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse». Che cosa significa? Anzitutto, ricordiamo che l’immagine del germoglio è spesso usata nella Bibbia per indicare il sorgere di una nuova realtà. Pensate ai germogli primaverili. Isaia accosta il germoglio al tronco di Iesse, che è il padre di Davide. Ecco allora il significato: dal tronco inaridito, simbolo dei peccati e delle infedeltà della dinastia davidica, spunta un germoglio, segno gratuito e inatteso di vita e rappresentazione di un re, che è un dono divino. Il simbolo del germoglio diverrà, così, un termine per indicare il Messia stesso. Negli scritti del profeta Zaccaria, “germoglio” diventa uno dei nomi del Messia. Ma come sarà questo germoglio, ovvero il futuro Messia? La pianta e il germoglio attirano il vento. In ebraico c’è uno stesso termine per indicare sia il vento che lo spirito, ed è “ruach”. Il vento sta per spirito, perché è qualcosa di interiore, di divino. Lo spirito di Dio si poserà dunque sul germoglio, ovvero sul Messia atteso. Uno spirito abbondante (per quattro volte viene ripetuto la parola “spirito”) che riguarderà tre coppie di doni per il governo del popolo: sapienza e intelligenza (o discernimento), consiglio e fortezza, conoscenza e timore del Signore (con l’aggiunta della pietà diventeranno i sette doni dello Spirito santo nella tradizione cristiana).

Doni dello Spirito. Non mi soffermo su questi doni: dico solo che, se chi detiene una qualsiasi responsabilità di potere, sia nel campo civile che religioso, avesse almeno qualcosa di questi doni dello Spirito, la società sarebbe un po’ diversa. Pensate anche solo ai primi due doni: sapienza e intelligenza, ovvero capacità di discernere ciò che è bene da ciò che male, ciò che è giusto da ciò che ingiusto. Invece che augurarci che i futuri nostri governanti siano in grado di darci pane e lavoro, pregassimo che su di loro discenda almeno un raggio di saggezza e di intelligenza, avremmo anche il pane e il lavoro, oltre ad una vita qualitativamente migliore. È quanto poi dice il profeta Isaia, descrivendo un’era paradisiaca, ricorrendo a immagini di animali ostili tra loro, i selvatici e i domestici, che però ora si compongono in un’armonia festosa. Anche il nemico dell’uomo, il serpente che ha sedotto Adamo ed Eva, (vedi Genesi capitolo 3), gioca sereno con il bambino, che è forse una nuova allusione al tema dell’Emmanuele. Su tutto si stende un’atmosfera di pace e di gioia. Non è questo che ci auguriamo all’arrivo di un nuovo Natale? Ci viene spontaneo pensare: sarebbe troppo bello! Eppure questo è il sogno di Dio, un sogno che Egli vuole realizzare. Chissà quando? L’autore anonimo della Lettera agli Ebrei scrive che Gesù “è germogliato da Giuda”, ovvero da Davide, e non dalla tribù di Levi, a indicare chiaramente la novità del sacerdozio di Cristo, che non è in linea con il sacerdozio levitico ebraico, ma, casomai, secondo l’”ordine di Melchisedeh”.

Gesù è un Messia originale in tutto: esce da ogni schema religioso. Vorrei sempre ricordare che Melchisedeh era un re-sacerdote pagano, privo di ogni legame, diciamo un rappresentante del sacerdozio cosmico. Così sarà il sacerdozio di Cristo, la cui missione non consisterà nel rattoppare un po’ la religione ebraica, e tanto meno nell’inventare una nuova religione, ma nello stabilire un’alleanza con l’Umanità intera. Neppure noi cattolici dobbiamo fare di Cristo qualcosa di nostro. Se è vero che il Natale è una festa “cristiana”, è anche vero che non è una festa tipicamente religiosa o tipicamente cattolica, in senso stretto. Cristo non è nostro: Cristo è di tutti, appartiene all’Umanità.

Missione del Battista. Il brano del Vangelo riporta la testimonianza di Giovanni il Battista che, alla domanda esplicita dei sacerdoti e dei leviti, inviati dai farisei: “Tu, chi sei?”, risponde: “Io non sono il Cristo… Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete dritta la via del Signore”. Giovanni, dunque, chiarisce ogni equivoco: lui non è il Messia, ma è soltanto una voce che grida perché la gente si prepari alla venuta del Salvatore. Anche Giovanni non poteva prevedere ciò che avrebbe fatto il cugino Gesù. Forse pensava che il Cristo avrebbe incarnato lo spirito di Elia o di qualche altro profeta dell’Antico Testamento. Forse anche Giovanni è andato oltre il fatto di essere solo e nient’altro che una voce. Nessuno vuol essere uno strumento puramente meccanico. Anche Giovanni ci ha messo del suo. Ma ha perfettamente capito qualera la sua missione.

Essere voce significa fare spazio, perché chi sta per venire faccia tutto quello che ritiene giusto fare. Essere voce significa preparare libera la strada, senza porre alcuna condizione a chi verrà. L’atteso è sempre inatteso, ovvero l’imprevisto, è una tale novità da lasciarci meravigliati. L’atteso va oltre i nostri desideri, le nostre speranze, i nostri sogni. Certo, aspettiamo qualcuno perché ne abbiamo bisogno: siamo al colmo della disperazione, siamo al limite di sopravvivenza, ci sentiamo perduti. Ma, a differenza di quando noi votiamo per le amministrative o per le politiche, non siamo noi a candidare chi sarà il Messia. Dobbiamo dare incondizionata credibilità al piano di salvezza di Dio, che si realizza nella storia. Attenzione! La cosa più pericolosa è quando essere voce significa sostituirsi a qualcuno. Non sono io la voce di Dio o di Gesù Cristo. Neppure la Chiesa lo è. Con quale facilità diciamo: “Questo è il volere di Dio!”. Il nostro compito di credenti e la missione della Chiesa non consistono nel sostituirsi a Dio. Noi siamo chiamati semplicemente a preparare la strada alla venuta di Dio, lasciando a Dio la libertà di venire come Lui vuole.

Preparare la strada significa educare all’essenziale. Ecco dove sta il nostro compito. Un compito veramente difficile. Per educare all’essenziale occorre far capire la differenza tra ciò che è superfluo e ciò che è essenziale. C’è una tale commistione che prendiamo tutto come se fosse essenziale. Giovanni cita le parole di Isaia: “Sono voce di uno che grida nel deserto”. C’è qualcosa di più essenziale di un deserto? Infine, le parole di Giovanni: “In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete”, più che un rimprovero le leggerei come un invito ad assumere un atteggiamento di attenzione. Cristo non può essere mai del tutto conosciuto. Guai se lo fosse! Vorrebbe dire che non sarebbe più la nostra Sorpresa quotidiana. Il Cristo storico è il Venuto, ma il Cristo della fede è il Veniente, Colui che è l’Imprevedibile, il non del tutto conosciuto. I cristiani che dicono: “Io conosco chi è Cristo”, sono pericolosi, fondamentalisti. l seguaci del Cristo Veniente sono coloro che non smettono mai di cercarlo. Il Cristo dogmatico è l’Anti-Cristo della Fede.

*omelia del 14 dicembre 2014: Quinta domenica di Avvento (Is 11,1-10; Eb 7,14-17.22.25; Gv 1,19-27a.15c.27b-28). Fonte: http://www.dongiorgio.it/14/12/2014/omelie-2014-di-don-giorgio-quinta-domenica-di-avvento-rito-ambrosiano/

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dicembre 7, 2014

L’IMMACOLATA

UNA SOLENNITÀ CHE SPINGE A RIPENSARE AL SIGNIFICATO DELLA SESSUALITÀ, DELLA FEDE, DELLA SALVEZZA

di Piero Stefani*

Fraintendimento. Dietro le errate precomprensioni c’è sempre l’ignoranza. Non basta però fermarsi a questa prima constatazione. Spesso occorre spingersi più in là e domandarsi perché la non conoscenza si addensa proprio su quell’argomento e non su un altro. L’«immacolata concezione» è un esempio lampante di questa situazione. La maggior parte delle persone ritiene che essa riguardi il concepimento verginale da parte di Maria e non già il suo essere nata senza peccato originale. Ciò non dipende certo dal fatto che la liturgia proponga come vangelo il racconto dell’annunciazione (Lc 1,26-38). Le ragioni sono altre. Tra esse primeggiano, da un lato, la convinzione di lungo periodo che attribuisce al cattolicesimo una visione solamente funzionale alla sessualità e, dall’altro, la difficoltà di dar credito alla visione dogmatica che sta dietro a questa solennità. In altre parole, alle spalle del comune fraintendimento vi sono all’opera vecchi residui e nuove difficoltà.

La rivalutazione di una sessualità coniugale anche non connessa in modo diretto alla procreazione è prospettiva relativamente recente nell’insegnamento cattolico. È un cambio di orizzonte che apre una serie di questioni in precedenza inimmaginabili. Per essere solo apparentemente banali, il ragionamento che si fa è, su per giù, riconducibile a questi termini: se la sessualità è una realtà buona perché va esercitata solo nell’ambito matrimoniale? Perché mai occorre un sacramento per trasformare in atto buono un comportamento che prima costituiva un peccato? Alla fin fine, non sarà che i preti continuano a guardare con sospetto al sesso?

L’altro pregiudizio riguarda il sacramento del battesimo e il suo legame con il peccato originale. Un tempo era credenza comune che la creatura umana nascesse bisognosa di una salvezza soprannaturale e che solo il battesimo la mettesse al riparo da un destino negativo, per questo ci si affrettava a battezzare i neonati. Ora la convinzione, almeno espressa in questi termini, si è largamente dissolta. È divenuto perciò difficile credere che solo Maria sia nata senza peccato originale quando non si scorge traccia di esso né nel proprio figlio appena nato, né in figli o nipoti che crescono non battezzati ma circondati da affetto ricevuto e dato.

Significato del battesimo. La solennità resta, perciò, nei suoi contenuti poco compresa. Molti, quindi, continuano ad assumere l’«immacolata concezione» come equivalente del «concepimento verginale». Stando così le cose, forse un modo pastoralmente adeguato per celebrare questa solennità sarebbe proprio quello di assumerla come occasione per ripensare a fondo il senso del nostro battesimo. Vale a dire a guardare, paradossalmente, a quel che Maria non fu. In virtù della sua unicità ella non ebbe bisogno dell’atto che sigilla il nostro essere credenti. Tuttavia è proprio il sacramento del battesimo a renderci simili a lei. Quello che ci accomuna è in ogni caso la fede che Maria ebbe e che il battesimo presuppone. Riflettere sul significato autentico del battesimo comporta dunque pensare sia al vero senso della fede sia all’opera di salvezza compiuta da Dio.

Pluralità di lettura.  Parlare dell’Immacolata significa anche richiamarsi alla «storia sacra». Si trattò per lungo tempo di un modo prevalente di avviare alla comprensione delle opere di Dio. Oggi in larga misura non è più così. Il ritorno a una lettura diretta della Bibbia mostra come le vicende narrate dal testo siano assai più frastagliate di una linea retta che va dall’inizio alla fine. I Vangeli sono quattro, due le formulazioni dei Dieci comandamenti (Es 20, 1-21; Dt 5, 1-21), due anche le versioni della creazione (Gen 1,1-2,4a; 2,4b- 25); i due libri delle Cronache riraccontano le vicende contenute nei libri dei Re e così via. Per leggere la Bibbia bisogna prestare attenzione alla pluralità. Accanto a ciò c’è la presenza di un senso storico non propenso a interpretare determinati personaggi come figure che attendono di trovare il loro compimento altrove. Per comprendere l’Immacolata non basta vedere Eva come figura di Maria – interpretazione molto diffusa anche nell’Oriente cristiano che pur non recepisce questo dogma. Tuttavia questo modo di intendere è pur sempre un passaggio necessario.

Una lettura storica  vede nella donna che schiaccia il capo al serpente un’espressione mitica del fatto che l’animale strisciante può venir calpestato, ma può anche insidiare con il suo morso chi lo calpesta (Gen 3,15). Le statue di gesso di Maria presenti nelle ricostruzioni delle grotte di Lourdes leggono l’episodio in altro modo. Esse interpretano a un tempo in modo mariano sia la Genesi sia l’Apocalisse. Da Eva deriva il serpente schiacciato, dalla donna dell’Apocalisse la luna e la corona di stelle (Ap 12). Maria da sola, senza avere il figlio il braccio, riassume il principio e la fine della storia, vale a dire abbraccia tutto. Chi si attiene al senso storico del testo non vi scopre però né l’una né l’altra cosa. Del resto chi si inginocchia davanti alla grotta probabilmente pensa più a chiedere qualche grazia che alla storia sacra. È giusto che sia così.

Prima il vissuto. Dal canto suo anche nel catechismo rivolto ai piccoli e, in modo sempre più sporadico, ai grandi prevale sempre più l’aspetto esperienziale del vissuto, dell’amore verso il sofferente, l’emarginato, il bisognoso, della bellezza dell’amicizia e di una comunità unita. Il grande arco della storia che va delle origini alla fine è sempre più difficile da presentare. Lo è anche perché sia l’inizio sia la fine della storia umana ci si prospettano in modo diverso da quello che per secoli è stato dicibile quasi alla lettera: la creazione in sei giorni, la finale venuta del Figlio dell’uomo sulle nubi del cielo.

Come celebrare allora la solennità dell’Immacolata? Forse ci resta solo il modo più semplice ma anche più vero e arduo. Credere e sperare che Dio vinca per sempre il peccato. Non è poco, anzi è tutto. Maria è primizia della Gerusalemme nuova che scende dal cielo, pronta come una sposa adorna per il suo sposo: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro, essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno perché le cose di prima sono passate» (Ap 21,3-4).

*Il pensiero della settimana, n. 500. Fonte: http://pierostefani.myblog.it/2014/12/06/500-_-limmacolata-07-12-2014/

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dicembre 2, 2014

COS’È LA GIUSTIZIA

INDISPENSABILI DISTACCO E POVERTÀ DI SPIRITO PER COMPRENDERE LA VERA GIUSTIZIA
di don Giorgio De Capitani*


Guardare alle origini. Domenica scorsa il brano iniziava con “Ascoltatemi!”. Così inizia quello di oggi, che, a metà circa, ripete un secondo imperativo: “Ascoltatemi attenti… porgetemi l’orecchio”. Perché Israele deve mettersi in ascolto? Dio lo invita a guardare al suo passato, alle sue origini, al momento in cui è stato scelto per essere strumento per la salvezza universale. «Guardate alla roccia da cui siete stati tagliati, alla cava da cui siete stati estratti»: la roccia e la cava sono immagini molto espressive, rendono bene l’idea dello stretto legame che c’è tra il Signore e Israele: un’Alleanza che Dio non scioglierà mai. E questo significa garanzia per il futuro del popolo eletto, soprattutto nei momenti difficili. Dio è sempre pronto a riprendere dall’inizio il bandolo della matassa. Il profeta anonimo, autore del brano, ricorda il momento particolare della storia ebraica: i superstiti dall’esilio babilonese, tornati in patria (siamo nel VI secolo a.C.), devono rimboccarsi le maniche per ricostruire una nazione rasa al suolo. Altro che crisi economica! La terra promessa era ridotta a poche case, a pochi abitanti per di più ibridi: un miscuglio di razze e di religioni. Una desolazione e una confusione totale! Bisogna ripartire da capo. Ma Dio interviene subito: prima “ascoltatemi”. Prima che gli esuli si mettano a ricostruire la nazione, ordina loro di ascoltarlo.
Ricostruire non significa far finta di nulla: la desolazione di quella terra era il segno che qualcosa non aveva funzionato nel rapporto tra Dio e il popolo ebraico. Non certo per colpa di Dio. E allora? Bisogna ripensare una ricostruzione “nuova”. Quando, tornati in patria, gli ebrei, presi dall’ansia, mettono subito mano ai mattoni per ricostruire le loro abitazioni, il Signore, tramite il suo profeta, li rimprovera di pensare anzitutto a loro stessi, dimenticando il loro Signore. La ricostruzione andava fatta “ripensando” a ciò che era successo, per evitare che di nuovo succedesse. Che senso ha ricostruire per ricadere negli stessi errori di prima? Questo è il senso di: “Ascoltate”. Riflettete una buona volta! Non basta ricostruire case o cose: bisogna tornare ad essere saggi. Le case vanno costruite su solide fondamenta terrene, ma il vivere sociale ha bisogno di altre fondamenta, quelle che poggiano sul nostro essere, nel nostro essere. “Ascoltate”: aprite gli occhi, ci direbbe ancora il Signore. Chissà perché al boom economico segue prima o poi una crisi, una ricaduta nella miseria materiale e sociale. Ci sono ancora degli economisti che affermano che il progresso economico è inarrestabile, progressivo, per la stessa legge naturale, secondo cui la ricchezza produce ricchezza, i beni producono altri beni. Ma la storia smentisce continuamente questa tesi.
Crisi vuole conversione. Anche noi stiamo vivendo un momento difficile, simile a quello del popolo ebraico quando era in esilio babilonese. Un esilio che è durato più di settant’anni. E noi crediamo che in pochi anni passerà questa crisi, che sta mettendo a dura prova la nostra esistenza, anche nelle sue primarie esigenze di sopravvivenza. E ci illudiamo che tutto tornerà come prima. Ma non sarà così. Ogni crisi lascia ferite, i cui segni resteranno indelebili. Certo, usciremo prima o poi dall’esilio, torneremo in patria. Ma, ecco l’invito del Signore: “ascoltatemi”. Prima di riprendere a ricostruire sui rottami lasciati dalla crisi: “Ascoltatemi, attenti”. Bisogna ricostruire con saggezza! Oggi tutti urlano in nome dei diritti (quali?), tutti protestano per tornare ai beni economici precedenti, tutti prospettano soluzioni immediate, ma nessuno vuole “ascoltare”. Ascoltare significa riflettere, ri-pensare, ovvero riprendere i grandi pensieri, quelli che cambiano la vita, ma prima devono cambiare la mentalità. Conversione!
Il vero bene. Nel brano del profeta, Il Signore a chi si è rivolto? «Ascoltatemi, voi che siete in cerca di giustizia». Dio parte sempre da un nucleo, dal “resto d’Israele”, da ciò che è rimasto di saggio del suo popolo. Riparte dai suoi fedelissimi. Ma anche costoro possono essere disorientati. Dio li incoraggia! Come si possono educare i ragazzi, se genitori ed educatori non hanno idee chiare sui valori fondamentali della vita? Come si può educare un popolo alla democrazia, se quanti hanno delle responsabilità non sanno che cos’è la giustizia e cos’è la legge-diritto? Scusate se torno frequentemente su alcuni concetti, ma li ritengo così fondamentali e attuali da non poter fare a meno di insistere, anche perché, se leggete bene la Bibbia, il Signore stesso, tramite i profeti, insisteva ad esempio nel mettere in rapporto tra loro la giustizia e la legge (o diritto). La salvezza o liberazione scaturisce da questa interconnessione profonda. Quando si parla di salvezza o liberazione s’intende il vero bene dell’essere umano, s’intende la liberazione dalle varie schiavitù. Ecco: l’essere umano prenderà la via della salvezza o della liberazione, quando saprà armonizzare tra loro la giustizia e la legge (o diritto).
Giustizia. Per noi credenti, è fondamentale sapere ciò che dice la Bibbia a proposito della giustizia e della legge. Secondo la Bibbia, giustizia che cos’è? È il disegno di Dio sul mondo: Dio vuole il bene dell’Umanità. I giusti allora chi sono? Sono coloro che rimangono fedeli a questo disegno di Dio: coloro che vogliono il bene di questo mondo. Parlare di disegno o piano divino può sembrare qualcosa di astratto o di generico: in realtà, di che si tratta? La giustizia secondo la Bibbia è l’armonia del creato e del cosmo. Nel campo umano, è l’armonia del nostro essere. Che significa? Qui entrano in scena i grandi mistici, i quali nei loro scritti hanno trattato il tema della giustizia, a partire dal divino che c’è in noi. Noi, purtroppo, poniamo sempre i diritti e i nostri problemi concreti, al di fuori del nostro essere, e parliamo di esistenza. Già la parola “esistenza” dovrebbe farci riflettere: deriva dal latino “ex – sistere”, ovvero stare (sistere) fuori (ex). Fuori da che cosa? Dal nostro essere. Sta qui la causa di tutte le nostre tragedie.
Equilibrio interiore. Ecco allora i mistici ci dicono: Se tu non sei, cioè se tu esci da te stesso, finisci per abitare nelle cose. Diventi forestiero a te stesso. Un alieno. Diventi un altro. E le cose finiscono per possederti. Perdi l’equilibrio. Rompi l’armonia. Esci dalla giustizia. L’uomo crede di prendere consistenza, appoggiandosi alle cose. E ciò crea ingiustizia verso gli altri, perché ciascuno si crea un proprio regno a spese degli altri. Essendo fuori da me stesso, credo di rifarmi una esistenza, ma perdendo l’equilibrio che parte dal proprio essere interiore. L’esistenza, secondo l’etimologia della parola, è vivere fuori di casa, e fuori del proprio essere la legge è quella del più forte. Ciò che noi chiamiamo diritto è quel qualcosa che è unito alla legge del più forte. Simone Weil si rifaceva al mondo greco, dove la giustizia aveva un significato vero, a differenza del mondo romano, dove il diritto aveva solo un valore giuridico, fondato sulla forza.
Distacco. Ecco perché i mistici, come ad esempio Meister Eckhart, parlano continuamente di distacco, di povertà dello spirito. La povertà dello spirito è in realtà la nobiltà dello spirito: l’uomo nobile si distacca dalle cose e da se stesso, inteso come l’io dominante, perché riconosce che la smania di imporsi, di affermarsi, di permanere a tutti i livelli – non solo sociale, ma anche religioso – non è soltanto volgarità, ma una colpa, una menzogna. Purtroppo viviamo in una società, dove è difficile, oggi più di ieri, trovare veri maestri, che sanno elevare il nostro spirito, renderlo nobile. «A noi poverelli le matasse paion più imbrogliate, perché non sappiam trovare il bandolo…”, sostiene Agnese nei Promessi Sposi. E la stessa Agnese dice a Renzo e Lucia che “alle volte un parere, una parolina d’un uomo che abbia studiato”, potrebbe essere utile. Solo che l’uomo che indica: ”l’azzeccagarbugli” non fa al caso loro. Di azzeccagarbugli è pieno il nostro paese. E noi restiamo in balìa di lestofanti che predicano giustizia, ma non sanno che cos’è la vera giustizia. Pescano nel torbido, rendendo l’acqua più sporca per noi. A loro basta un pugno di consensi. E noi sempre qui a chiederci: Ma che cos’è la giustizia?

*omelia del 30 novembre 2014: Terza Domenica di Avvento (Is 51,1-6; 2Cor 2,14-16a; Gv 5,33-39). Fonte: http://www.dongiorgio.it/30/11/2014/omelie-2014-di-don-giorgio-terza-domenica-di-avvento-rito-ambrosiano/

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