Brianzecum

agosto 3, 2015

GESÙ E IL TEMPIO

NON LO TOLLERA COME MERCATO MA NEPPURE SOPRA L’UOMO. INVERSIONE RADICALE NEL SACRIFICIO

di don Giorgio De Capitani*

Nei tre brani della Messa, si parla di Tempio; nel primo, si parla del Tempio di Salomone, nel Vangelo del Tempio di Zorobabele, fatto ampliare da Erode il Grande, mentre Paolo parla di un Tempio vivente, contrapponendo il Tempio di Dio agli idoli.

Primo e secondo Tempio. Durante il cammino degli ebrei verso la Terra promessa, Dio abitava in una Tenda, detta Tenda del Convegno, che, essendo smontabile come qualsiasi altra tenda, seguiva gli spostamenti del popolo. Dopo la conquista di Canaan, sorsero presso le varie tribù d’Israele diversi santuari religiosi. Per evitare questo frazionamento che poteva generare nel popolo l’idea che ci fossero molte divinità, Dio volle che si costruisse un unico Tempio in muratura, nella città di Gerusalemme. Toccherà al successore di Davide, il figlio Salomone, questo compito. Nel primo brano, troviamo la solenne consacrazione. Finito di costruire nel X secolo a.C., fu distrutto dai Babilonesi nel 586 a.C. Dopo l’esilio babilonese, il Tempio venne ricostruito ad opera di Zorobabele. Erode il Grande, a partire dal 19 a.C., lo fece ampliare; per questo motivo il Tempio di Gerusalemme, da quella data, venne anche chiamato Tempio di Erode. Verrà distrutto nel 70 d.C. dal generale romano Tito.

Prima la fede. Prendo le parole dal commento di un esegeta, «il Tempio presso gli ebrei rimane il simbolo più eloquente del rapporto esistente fra Dio e il popolo d’Israele, segno della dimora di Dio in mezzo ai suoi. Tale presenza, però, non è vincolata all’edificio materiale in sé: essa dipende principalmente dalla condotta del sovrano e dalla fedeltà del popolo all’alleanza. Quando questa viene meno, anche il Tempio scompare. Così accade secondo il racconto biblico con il primo tempio. Ai tempi della tragica fine del regno di Giuda (o Regno del Sud), Ezechiele vede simbolicamente la gloria di Dio lasciare il Tempio e uscire da Gerusalemme», prima ancora che il Tempio venisse distrutto anche materialmente dai babilonesi, nel 586 a.C. È interessante il rapporto tra Dio e il Tempio. Dio non si lega di per sé ad una costruzione materiale, neppure se questa è meravigliosa, un’opera d’arte, di una tale bellezza architettonica da richiamare già di per se stessa la bellezza di Dio. Tutto dipende da noi. Tutto dipende dal popolo. Ogni Tempio è un misterioso rapporto tra la nostra fede e la presenza di Dio. Forse anche noi cristiani dovremmo ricordarcelo. Crediamo che entrare in una chiesa, soprattutto se si tratta di un santuario miracoloso, già di per sé sia qualcosa di magico, di taumaturgico, come se Dio fosse lì disposto o predisposto a darci subito qualche grazia. La chiesa è casa di Dio nella misura in cui la mia fede è grande, e la mia fede non dipende da quattro mura. Va ben oltre.

Parola al centro. L’inaugurazione del Tempio inizia sul colle di Sion, altro nome di Gerusalemme, dove Davide aveva collocato l’Arca dell’Alleanza. Tra parentesi. L’Arca era una cassa di legno rivestita d’oro e riccamente decorata, la cui costruzione fu ordinata da Dio a Mosè. L’Arca costituiva il segno visibile della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Conteneva inizialmente le Tavole della Legge, dopo averle ricevute sul monte del Sinai. Su di loro erano incisi i Dieci Comandamenti. In seguito vennero messe nell’Arca altri oggetti: un vasetto di manna e la verga di Aronne. Dunque, ci si ritrova sul monte Sion, e qui si celebra una serie di sacrifici e poi ha inizio la processione solenne dell’Arca, che viene trasferita nel Tempio appena eretto e collocata nella “cella”, cioè nel Santo dei Santi, posto all’interno dell’aula sacra. È curioso notare che l’Arca ora contiene a quanto dice l’autore sacro solamente le Tavole della Legge e non più il vasetto di manna e la verga di Aronne. Il centro è, quindi, la parola di Dio. La presenza del Signore è visibilmente affidata alla nube. Il primo brano così termina: «Appena i sacerdoti furono usciti dal santuario, la nube riempì il tempio del Signore, e i sacerdoti non poterono rimanervi per compiere il servizio a causa della nube, perché la gloria del Signore riempiva il tempio del Signore. Allora Salomone disse: “Il Signore ha deciso di abitare nella nube oscura”».

La nube. Sarebbe interessante soffermarsi sulla presenza della nube nella Bibbia e sul suo simbolismo. Mi limito solo a dire, riportando le parole di un esegeta, che «la nuvola richiama la trascendenza divina. “Trascendente” è un termine un po’ tecnico, adoperato nell’ambito filosofico per designare quello che va al di là della nostra vita concreta e terrestre; “trascende” nel senso che sale e va oltre. Diventa simbolo della divinità stessa. È il simbolo del mistero, del non conoscibile, della divinità che, pur manifestandosi presente, non può essere pienamente conosciuta e dominata. È quindi il segno della non conoscenza. La nube – in genere oscura – nel linguaggio biblico spesso diventa la nube religiosa, la nube luminosa. La nube, però, anche quando è luminosa toglie la vista, offre semplicemente una percezione vaga. Proprio la nube luminosa è il simbolo della non conoscenza, del mistero divino». Ogni religione tenta di andare oltre la nube, e pretende di conoscere Dio. Sì, afferma che Dio è ineffabile, impronunciabile, inconoscibile, e poi fa una lunga litanie di qualità, di caratteristiche, con cui vorrebbe definire il Mistero. Dio è ineffabile: non si può dire nulla di positivo di Dio, ma possiamo solo parlarne in negativo. Mi spiego. Posso dire ciò che Dio non è, ma non posso dire ciò che Dio è. Ecco perché i mistici amavano parlare di teologia negativa. Se vogliamo accostarci al Mistero di Dio, dobbiamo togliere tutto ciò che noi sappiamo di Dio, tutto ciò che ci hanno insegnato di Dio. Dio “è” nella misura in cui Egli non rientra nelle nostre conoscenze.

Non mercanteggiare con Dio. Passo al terzo brano, che riporta uno degli episodi più noti: Gesù scaccia con violenza anche fisica i venditori dal Tempio. Paolo Curtaz commenta: «Caccia i mercanti dal tempio, il Signore. Perché? Era un servizio importante quello che rendevano: cambiavano le monete dei pellegrini provenienti da tutto l’Impero per sostituirle con quelle coniate apposta per il tempio, senza l’immagine dell’imperatore. E vendevano gli animali necessari agli olocausti. Certo: resta il fatto che l’intero mercato del bestiame fosse gestito dai sommi sacerdoti, con un leggero conflitto di interesse, ma si sa, così va il mondo… Perché, allora, si arrabbia così tanto? Ciò che Gesù contesta è l’idea del mercanteggiare con Dio. Anche a noi succede così: andiamo a messa, preghiamo, ci accostiamo ai sacramenti con l’idea che ciò rappresenti una specie di assicurazione sulla vita, di protezione specifica dai malanni e dagli imprevisti della vita… Non mercanteggiamo con Dio, è un Padre che sa benissimo di cosa abbiamo bisogno! La preghiera, allora, diventa consapevolezza di ciò di cui abbiamo veramente necessità. E il culto diventa il luogo dell’incontro con Dio che mi permette di riconoscerlo presente nelle altre dimensioni della vita. Anche noi pendiamo dalle labbra del Maestro, non lasciamoci fuggire nessuna delle parole che ci dona in abbondanza!». P. Ermes Ronchi ha fatto un lungo e interessante commento al Vangelo di oggi. Riporto solo una frase: «Tavoli e sedie rovesciati, mercanti cacciati: Gesù capovolge il nostro rapporto con Dio, l’assoluta novità del cristianesimo consiste in un Dio che non chiede più che si sacrifichi qualcosa per lui, ma che sacrifica se stesso per noi. Non domanda alcuna offerta, ma offre lui la sua vita; non ruba niente e dona tutto. Prende su di sé il nostro male senza chiedere nulla, lo porta fuori dalla città, fuori dal cuore, lo inchioda sulla croce».

*omelia di domenica 2 agosto 2015: Decima dopo Pentecoste (Re 7,51-8,14; 2Cor 6,14-7,1; Mt 21,12-16)

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luglio 27, 2015

DEBOLE E NASCOSTO IL PREFERITO

DIO SCEGLIE CIÒ CHE È DEBOLE PER CONFONDERE I FORTI.

LA DIGNITÀ DELL’ESSERE UMANO È SPESSO DIMENTICATA ANCHE NELLA RELIGIONE

di don Giorgio De Capitani*

Ciò che unisce i primi due brani della Messa è, da una parte, l’atteggiamento di umiliazione del re Davide che, davanti all’Arca dell’Alleanza, si è spogliato, danzando e cantando, in mezzo al suo popolo, tanto da essere duramente rimproverato dalla prima moglie, Mical, figlia di Saul; e, dall’altra parte, le parole di San Paolo, nella prima Lettera ai cristiani di Corinto: «Quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio». Il brano del Vangelo va ben oltre: Gesù invita a rinnegare se stessi, parole che vanno intese in tutta la loro radicalità.

Santo discutibile. Dal primo brano la figura di Davide esce bene: un re devoto, tanto religioso da farsi disprezzare perfino dalla moglie, per essersi spogliato davanti all’Arca del Signore (una cassetta adornata che simboleggia la Sua presenza). Spesso sentiamo parlare di Davide come se fosse un santo: il santo re Davide. E la tradizione biblica attribuisce a Davide la paternità di tutto il Salterio: 150 composizioni, considerate dagli ebrei la preghiere per eccellenza. In realtà, la composizione dei Salmi abbraccia un lungo periodo, che va dall’epoca di Davide (XI sec. a.C.) fino al IV sec. a.C. La figura di Davide è molto complessa e la sua santità è molto discutibile. È stata mitizzata per dare più prestigio alla storia del popolo ebraico. Le stesse manchevolezze (pensate all’episodio di Betsabea, già sposata, di cui il re s’invaghisce: per poterla sposare, fa uccidere il marito mandandolo in prima fila in battaglia) sono diventate l’esempio di pentimento da seguire. Il Salmo 50 che cos’è? Pur inserendo il personaggio nel suo periodo storico, quando andare in battaglia e uccidere era come soffiarsi il naso, oggi non riusciremmo mai ad accettare una santità grondante sangue. Tuttavia, il gesto del re Davide, preso in sé, potrebbe anche insegnarci qualcosa. Di fronte a Dio, i nostri paludamenti, di qualsiasi tipo, cadono: ci sentiamo tutti nudi. Ed è così che, poveri o ricchi, siamo tutti uguali. Ciò che ci distingue è un vestito, o un onore, o una carica, o un titolo, o un gruzzolo di soldi. L’essere non ha gradini su cui salire per arrivare chissà dove. Torneremo, commentando il Vangelo di oggi.

Follia di Dio. San Paolo, nella prima Lettera ai cristiani di Corinto, insiste sulla distinzione tra la sapienza di Dio e la sapienza umana. L’Apostolo usa parole forti: stoltezza, follia, scandalo, che sarebbero le qualità specifiche di Dio e di ciò che lo riguarda, in particolare il Figlio che si è incarnato, incarnando proprio la follia di Dio, scandalizzando tutti per il suo messaggio provocatorio e per la sua vita donata sulla Croce. La follia di Dio consiste in particolare nello scegliere gli scarti per dare voce alla sua voce. La storia biblica è tutta una testimonianza di questo stile di Dio e, nello stesso tempo, sembra quasi che, quando lo scarto da lui scelto perde la testa (vedi il caso di Davide), Dio si diverta a farlo cadere dal trono del suo orgoglio. Dio rispetta la libertà, certo, ma, nello stesso tempo, rispetta il suo criterio. Non solo la storia biblica, ma anche la storia della Chiesa è una storia complessa di scelte di Dio e di stravolgimenti umani. Anche qui, “ciò che è debole per il mondo” scelto da Dio “per confondere i forti”, è sempre soggetto alla tentazione di farsi forte, appena raggiunge una certa carica. E Dio non perdona: non perdona i forti, nel senso che non li sceglie escludendoli dai suoi piani, ma non perdona neppure colui che sceglie perché debole, appena costui tradisce la sua debolezza, entrando nella categoria dei forti o dei potenti. Se consideriamo i due millenni di storia della Chiesa-istituzione, proviamo a chiederci: quante volte Dio ha dovuto cambiare i suoi piani, contrapponendo ad una gerarchia forte una élite di profeti, insofferenti di ogni potere? Ancora oggi, la Chiesa che cos’è? Pensate soltanto alla sua struttura organizzativa: un insieme di potenti mezzi che possono gareggiare con gli strumenti di qualsiasi altro ente pubblico o privato. La Chiesa è una mastodontica istituzione che non soffre mai la crisi economica, e che sembra avere una energia imprevedibile. Ma è questo che vuole Dio? è questo che voleva Gesù Cristo? Ha scelto come apostoli umili pescatori, duri di cervice, pronti anche a tradirlo (vedi Giuda e Pietro), e poi che cosa è successo? Eppure, nonostante tutto questo, Dio sfida il mondo e perfino la sua Chiesa potente, scegliendo i più deboli per realizzare i suoi piani.

Paradossi ed equivoci. Il brano del Vangelo riporta alcune affermazioni “paradossali” di Cristo. In realtà, tutto in Cristo è paradossale. La stessa persona di Cristo è paradossale. Paradosso è qualcosa che esce dalla logica comune. Noi abbiamo una logica direi matematica: due più due fa quattro. Ma per il Signore due più due non fa necessariamente quattro. C’è sempre qualcosa che scombussola qualsiasi logica. Quando leggiamo i Vangeli, ci accorgiamo che qualcosa non rientra nel nostro modo di pensare. Cristo ci sconvolge sempre. Purtroppo è successo, e succede ancora oggi, che i credenti hanno cercato di far rientrare Cristo nella propria logica, anche semplicemente traducendo male una parola. Basta cambiare il suo significato originale, ed ecco: tutto diventa chiaro, cioè logico, cioè umano. E il paradosso è sciolto. Ci sono parole nel Vangelo di oggi che andrebbero spiegate. Cristo parla di rinnegamento, di rinnegare se stesso, di salvare la propria vita, di perdere la propria vita. Che senso dare alla parola “rinnegamento”, alla parola “sé stesso”, alla parola “vita”? Ed ecco il paradosso: «Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà». A rendere maggiormente incomprensibile questa espressione di Gesù, è anche la parola “vita”, il cui termine originale greco è “psyché”. È nato così un grosso equivoco, come un invito a rinnegare la vita terrena con tutti i suoi beni e vantaggi per “guadagnare” la vita eterna nell’aldilà.

Spirito, anima e corpo.  Per capire il senso originale del pensiero di Gesù, bisognerebbe allargare il discorso, e distinguere, come fa del resto la Bibbia, in particolare San Paolo, ma soprattutto i mistici, tra: spirito, anima e corpo. Brevemente: lo spirito è la realtà più profonda dell’essere umano, è l’essere umano nel suo contatto con l’infinito; l’anima, invece, dirige le facoltà dell’essere umano in questa vita terrena, e può anche dirigerle contro lo spirito; il corpo tutti sappiamo che cos’è. In questa vita terrena, ciò che Gesù ci invita a fare è lasciarci guidare dallo spirito, a partire dall’anima che non può fare da sé, agire autonomamente. Rinnegare, allora, significa, togliere tutto ciò che l’anima mette come ostacolo allo spirito. Per anima s’intende, ad esempio, la volontà, l’intelligenza, ecc. Il nostro impegno o ascesi sta nel liberare lo spirito dai pesi o dagli ostacoli che gli impediscono di agire liberamente. Ecco in che cosa consiste rinnegare, perdere. Non si tratta tanto o solo di punire il proprio corpo, di agire all’esterno di noi. È l’anima, la quale dirige il corpo, a dover essere purificata. Ecco perché i mistici parlano di via negativa. Negare significa togliere tutto ciò che finisce per coprire il nostro vero mondo interiore, quello dove risiede lo spirito, nella sua nudità e nella sua libertà. Sono concetti che andrebbero approfonditi, perché qui è in gioco l’essere umano. Anche la religione, soprattutto la religione, ha contribuito a confondere le cose. Non parliamo, poi, del mondo sociale e politico, dove anche i termini più nobili, quali libertà, giustizia, verità hanno subito preso un’altra strada, portandoci ben lontano dalla dignità del nostro essere umano, nella sua realtà più interiore.

* omelia di domenica 26 luglio 2015, nona dopo Pentecoste. Letture: 2Sam 6,12b-22; 1Cor 1,25-31; Mc 8,34-38. Fonte: http://www.dongiorgio.it/26/07/2015/omelie-2015-di-don-giorgio-nona-dopo-pentecoste/

Complesso monastico di S. Pietro al monte (Civate)

Complesso monastico di S. Pietro al monte (Civate)

Maggio 30, 2015

LO SPIRITO DEL MONDO

OGNUNO HA DIRITTO A VIVERE L’AMORE INTEGRALE, CHE DEVE AVERE ANCHE UNO STATUTO PUBBLICO: È IL PUNTO DI VISTA DI GESÙ

di Vito Mancuso, La Repubblica 25 maggio 2015

Primato del singolo. Una lotta iniziata più di due secoli fa nel nome dell’uguaglianza e che ha portato a una serie di conquiste sociali tra cui il suffragio universale, la libertà di stampa, la libertà religiosa, l’istruzione per tutti, la parità uomo-donna nel diritto di famiglia, il superamento legale di ogni discriminazione razziale e altri traguardi di questo genere, tutti riconducibili al valore dell’uguaglianza di ogni essere umano. Sabato l’ha ribadito la maggioranza degli irlandesi: “Yes Equality”. In queste trasformazioni dei costumi e del diritto si manifesta l’evoluzione della cultura e del pensiero prodotta da ciò che Hegel denominava “Spirito del mondo”, nel senso che noi non siamo i padroni delle nostre idee, ma sono le idee a entrare in noi. C’è però una differenza rispetto al filosofo tedesco, e cioè che ora il primato non è più dello “Spirito oggettivo” rispetto allo “Spirito soggettivo”, ma al contrario. Assistiamo a una radicale riscrittura dei rapporti tra singolo e società: il primato non è più della società e delle sue istituzioni a cui il singolo si deve uniformare come nei secoli passati, ma è piuttosto del singolo a cui la società deve sapersi adattare servendone la felicità e la realizzazione. Prima erano i singoli a piegarsi alle istituzioni, ora sono le istituzioni a piegarsi ai singoli, modificando persino la Costituzione, come in Irlanda.

Amore integrale. Il valore in gioco era il diritto di ogni essere umano all’amore integrale. Fino a poco tempo fa nei Paesi più avanzati del mondo (ma in Italia ancora oggi) se una persona nasceva con un orientamento sessuale di tipo omosessuale si vedeva negato il diritto all’amore integrale, che non si accontenta di esprimersi solo come passione privata ma desidera uno statuto pubblico, nel senso che esso entra a definire l’identità sociale di una persona, non più singolo, ma legato a un’altra persona in permanente comunità di vita. È questo desiderio dell’amore di acquisire una dimensione pubblica che porta le persone a sposarsi, e non semplicemente a convivere. Chi desidera sposarsi non riesce più a pensare se stesso a prescindere dall’altro e chiede alla società di riconoscere pubblicamente il suo nuovo statuto, mutando per così dire la sua carta d’identità sociale e dicendo al mondo: “non sono più solo io, io sono unito con l’altro”. Questo è ciò che io chiamo “amore integrale” e che ritengo essere un diritto costitutivo di ogni essere umano. L’aspirazione all’amore integrale deve essere riconosciuto come diritto inalienabile che ogni essere umano acquisisce alla nascita, un diritto nativo, radicale, di cui nessuno può essere privato.

Senso evangelico. Ormai il tempo è compiuto anche da noi per sostenere nel modo più esplicito che tutti hanno il diritto di realizzarsi nell’amore integrale, senza distinzione. Il ritardo italiano non va colmato procedendo solo al riconoscimento delle unioni civili senza parlare di matrimonio, ma occorre procedere al matrimonio anche per le coppie gay, perché sono in gioco l’uguaglianza e il diritto nativo all’amore integrale. Il senso complessivo di questo movimento è altamente evangelico, perché sempre, quando trionfa la singolarità della persona rispetto alla logica di Stato delle istituzioni e delle tradizioni, si afferma il punto di vista di Gesù, il quale sosteneva che il sabato era per l’uomo e non l’uomo per il sabato, e che per questo venne eliminato dal potere istituzionale. La Chiesa gerarchica però non l’ha ancora capito. Non l’ha capito nel 1789 quando il movimento è iniziato, e non l’ha capito in questi giorni in Irlanda con i vescovi che hanno lanciato un appello per il «rispetto dei valori della famiglia tradizionale». I singoli credenti invece sì. A meno infatti di non ritenere che essi in una nazione tra le più cattoliche al mondo siano solo il 37,9%, occorre riconoscere che per la maggioranza dei fedeli le posizioni della gerarchia cattolica non hanno rilevanza quando sono in gioco questioni etiche e diritti umani. L’arcivescovo di Dublino ha detto che «la Chiesa ora deve fare i conti con la realtà». È vero, e spero che qualcosa avverrà. Ma ancora più importante è che i conti con la realtà li faccia la politica italiana, dando al nostro Paese una legge che consenta a ogni cittadino di vivere, nella pienezza del matrimonio, il diritto nativo all’amore integrale.

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Maggio 19, 2015

PANE QUOTIDIANO UN DIRITTO DI TUTTI

IL CRESCENTE SQUILIBRIO NEL MONDO PUÒ RENDERE IL CIBO MORTALE. URGENTE RICONOSCERLO BENE COMUNE

di ENZO BIANCHI,  La Repubblica,  19 maggio 2015,  pag.51

Omnia sunt communia: questa affermazione, risalente ai padri della chiesa, è stata la bandiera della rivoluzione di Thomas Müntzer (1489-1525), la “rivoluzione dei contadini”. Dal 1968 riappare periodicamente – così anche poche settimane fa a Milano, in occasione dell’inaugurazione di Expo 2015 – come scritta di protesta. Si può essere sorpresi dalla predicazione ecclesiastica degli ultimi decenni, muta sui temi della giustizia e dell’equità, ma questa affermazione era stata ripresa dal concilio Vaticano II: “Dio ha destinato la terra e tutto quello che essa contiene all’uso di tutti gli uomini e di tutti i popoli, e pertanto i beni creati debbono essere partecipati equamente a tutti, secondo la regola della giustizia, inseparabile dalla carità… L’uomo, usando di questi beni, deve considerare le cose che legittimamente possiede non solo come proprie, ma anche come comuni” (Gaudium et spes 69).

Rischio di guerra. Il cibo, che ci dà la vita e senza il quale moriamo, è la prima realtà che va necessariamente condivisa. Oggi siamo consapevoli dell’ingiustizia regnante, dell’assoluta mancanza di equità nella distribuzione delle risorse del pianeta. Si pensi solo che meno del 20% della popolazione possiede l’86% della ricchezza mondiale. La diseguaglianza planetaria, a partire dall’ingiusta ripartizione del cibo, dovrebbe farci provare vergogna. L’abisso sempre più profondo che separa i poveri dai ricchi dovrebbe inquietarci, perché una tale situazione può solo preparare una rivolta dei poveri, una guerra – dai nuovi connotati, ma sempre guerra – tra i privilegiati da un lato e, dall’altro, i bisognosi che non solo ricevono sempre meno aiuti e sono sempre più abbandonati a se stessi, alla miseria, all’ignoranza, alle regressioni tribali che generano violenza tra gli stessi poveri, ma che vengono anche defraudati delle loro terre e delle ricchezze che vi si trovano.

Dogmi economici e idolatrie. I ricchi oggi diventano più ricchi e i poveri più poveri, cresce il numero delle persone obese nel ricco occidente, mentre gli abitanti dell’emisfero sud, dell’Africa, continuano a morire di fame o di malnutrizione. Purtroppo negli ultimi venticinque anni si sono imposti e regnano “dogmi economici” che favoriscono i ricchi e aumentano l’ingiustizia nella società. L’idolo della crescita economica che si pretende inarrestabile; il consumo, anch’esso pensato sempre in aumento per soddisfare una ricerca di felicità falsata; la concezione della naturalità della diseguaglianza, che sarebbe vantaggiosa per tutti: questi sono diventati dogmi poco contraddetti e invece sempre capaci di rendere idolatre e alienate le masse.

Urgenza di giustizia.. Per la fede ebraica e cristiana, in ogni caso, Dio è la presenza che non solo chiede equità, ma la impone, “ricolmando di beni gli affamati e rimandando i ricchi a mani vuote” (cf. Lc 1,53), mentre attualmente si crede alla mano invisibile del mercato, pensata come l’artefice assoluto del benessere del pianeta: idolatria, avrebbero gridato i profeti e i padri della chiesa! Abbiamo perduto il senso della grande e decisiva nozione cristiana del bene comune e, con esso, ogni urgenza di giustizia e di equità. La terra è di Dio e su di essa noi siamo solo ospiti e pellegrini (cf. Lv 25,23); la terra è stata affidata a tutta l’umanità perché fosse lavorata, custodita e potesse dare le risorse necessarie per la vita di tutti gli abitanti del pianeta, umani e animali. Il cibo, il pane, secondo la metafora che lo rappresenta, è di tutti e per tutti. Diceva il pensiero cristiano: “Il ‘mio’ e il ‘tuo’, queste fredde parole, introdussero nel mondo infinite guerre… Un tempo i poveri non invidiavano i ricchi perché non c’erano poveri, essendo tutte le cose comuni” (Giovanni Crisostomo, Omelia su 1Cor 11,19 2). Ecco da dove sorgono il contrasto, l’inimicizia, la violenza…

..e di condivisione. Oggi è urgente che gli umani riscoprano la communitas la quale, sola, può aiutare i tentativi di equa redistribuzione delle ricchezze del pianeta; è urgente che ritrovino l’idea di bene comune, per la felicità della convivenza; è urgente che si esercitino alla “con-vivialità”, alla condivisione del cibo per ritrovare i legami sociali, la possibilità di instaurare una fiducia reciproca che si traduce in responsabilità l’uno verso l’altro. Non mi dilungo a declinare l’istanza della condivisione del cibo, ma è facile comprendere che non significa solo l’atto finale dello spezzare il pane insieme, seduti alla stessa tavola, bensì anche il rispetto del lavoro del produttore di alimenti, il riconoscimento del lavoro dei contadini, sostenibilità sociale ed ecologica, l’instaurazione di un mercato equo e solidale e, all’inizio dei processi, l’affermazione della proprietà comune delle risorse naturali come l’acqua e la destinazione della terra a quanti la lavorano.

Diventa mortale. Il cibo, dunque, è tale quando è condiviso, altrimenti è veleno per chi se lo accaparra e morte per chi non ce l’ha. Il mondo, purtroppo, sembra diviso tra chi non ha fame perché ha troppo cibo e chi ha fame perché non ne ha. In virtù di questa perversa situazione, molti sono esclusi dalla società in cui vivono e diventano ben più che sfruttati: diventano avanzi, scarti, rifiuti… Il paradosso dell’abbondanza in cui credevamo di vivere, con la crisi economica di questi ultimi anni ha mostrato che la miseria può essere tra di noi e colpire qui, nelle nostre terre, uomini e donne che vivono tra la penuria e la fame, faticando ad avere ciò che è necessario per vivere e dovendo così ricorrere all’aiuto di istituzioni caritative. Ripeto, qui in mezzo a noi! Condividere il cibo dovrebbe essere condizione essenziale per poterlo assumere con sapienza e per renderlo causa di festa, trasformandolo da cibo quotidiano in banchetto. Mai senza l’altro, neppure a tavola! Nel Padre nostro non sta scritto: “Dammi oggi il mio pane quotidiano” – suonerebbe come una bestemmia! – ma “Dacci, da’ a tutti noi il pane di ogni giorno (cf. Mt 6,11; Lc 11,3), e così ti potremo chiamare ‘Padre nostro’ e non ‘Padre mio’”! Permettetemi di ricordarlo: se il pane, bisogno comune, pane per tutti, non è condiviso, allora “le pain se lève”, “il pane insorge, si alza in rivolta”. Questo è il grido delle rivoluzioni per la mancanza di pane e la fame dei poveri: lo era nel medioevo ma lo è ancora ai giorni nostri (come dimenticare la scintilla che ha scatenato la rivolta tunisina un paio d’anni fa?).

Conversione. Vigiliamo dunque e, soprattutto, decidiamoci a una conversione, a un mutamento dei nostri comportamenti verso il cibo: dobbiamo combattere gli sprechi, sentire come un furto il buttare via il cibo, assumere uno stile di sobrietà, fare le battaglie politiche ed economiche necessarie affinché il cibo sia sempre condiviso. E subito, nel quotidiano, dove ci troviamo, dobbiamo dare da mangiare a chi ha fame, aiutandolo con denaro o invitandolo alla nostra tavola. Sulla condivisione del cibo – dice Gesù – saremo giudicati degni di vivere oppure maledetti, consegnati alla morte: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare … ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare” (Mt 25,35.42). Il rapporto tra sapienza umana e cibo non può eludere il problema della fame e dunque chiede, anzi reclama con forza la condivisione.

Fonte: http://www.monasterodibose.it/priore/articoli/articoli-su-quotidiani/9190-pane-quotidiano-un-diritto-di-tutti

pane

 Julian Merrow-Smith, Pane e vino, olio su tela.

aprile 27, 2015

LASCIARSI AFFASCINARE DAL MISTERO

OGGI LA GENTE SEMBRA INSOFFERENTE ALLA PAROLA DI DIO, MA IN REALTÀ CERCA UNA PAROLA MISTICA, NON INGESSATA, SOPRA LE RELIGIONI

di don Giorgio De Capitani*

Dies domini”, come inizio di ogni settimana. Il primo brano della Messa riporta un episodio degli “Atti degli Apostoli”, che ha due protagonisti: l’apostolo Paolo e un ragazzo di nome Èutico. Un episodio diciamo anche curioso, oltre che tragico, con un finale però pasquale. È ambientato in un giorno particolare: il primo della settimana. Sarà poi chiamato dies domini (da qui “domenica”), giorno del Signore, espressione che troviamo per la prima volta nel libro dell’Apocalisse (1,10). Cristo è risorto all’alba del giorno successivo al sabato, e per i cristiani diventerà il giorno che darà inizio alla settimana. Le cose poi cambieranno. Noi diciamo che il primo giorno è il lunedì, e che la domenica chiude la settimana. Ma non la pensavano così i primi cristiani. Far partire la settimana dal lunedì non è un particolare di secondaria importanza. Vuol dire tutto partire dalla domenica, origine di una nuova epoca, di un tempo nuovo. Noi aspettiamo con ansia la domenica per riposare e per evadere dal solito ritmo feriale. Non dico che sia sbagliato riposarci, o vivere finalmente un giorno di libertà, dopo giorni di condizionamenti vari. Però mi chiedo che cosa in realtà rappresenti per noi la domenica: come la fine di una settimana oppure come l’inizio?

Fractio panis”, condivisione al di là di ogni frammentazione. Nel brano c’è un’altra espressione interessante: «ci eravamo riuniti a spezzare il pane». Ormai tutti dovremmo sapere che per i primi cristiani ciò che oggi diciamo Eucaristia o Messa era chiamato fractio panis: lo spezzare il pane. Secondo me, è un’espressione che andrebbe ripresa almeno nel suo significato originario. Anche Eucaristia è un termine che ha un suo senso: significa infatti ringraziamento o lode. Invece la parola messa presa in sé non vuole dire niente: infatti, fa parte di una espressione di congedo dell’assemblea. Ite, missa est: andate pure, l’assemblea è sciolta; oppure, secondo altri studiosi, significherebbe: andate pure, l’eucaristia (soggetto sottinteso) è stata inviata (missa est) agli ammalati, ai carcerati ecc. Lo “spezzare il pane” fa pensare a tante cose: al dono, alla compartecipazione sotto ogni punto di vista, anche sociale, anche materiale, anche politico oltre che spirituale. La “fractio panis”, purtroppo, si è ridotta ad un solo aspetto, quello della comunione, quando cioè andiamo a ricevere l’ostia consacrata. E qui pensate alle polemiche attualissime: comunione sì comunione no ai conviventi, ai divorziati risposati, ecc. E ci siamo dimenticati del valore del Mistero d’amore di Cristo, nel suo insieme. Come si può dire: partecipare alla Messa sì, comunione no. Forse qualcosa non funziona.

Tutti siamo parte del Mistero d’amore di Dio. Tutti indistintamente. Cristo sulla croce era tra due ladroni. E a uno di loro ha promesso il paradiso, senza però negarlo all’altro. Commenta don Primo Mazzolari: «“Ricordati di me”, ti dice il buon ladrone: e Tu gli dai il paradiso: il tuo, grazie a una goccia di umana pietà. All’altro, che bestemmia ancora perché non sa, gli doni il tuo capo reclinato, perché incontrando il tuo volto trasfigurato dalla morte, gli salga un pensiero d’amore». Queste belle parole di don Mazzolari mi aiutano a riflettere. La “fractio panis” trova il suo compimento sulla Croce, dove si annulla ogni frammento perché ogni frammento di Umanità viene raccolto nel cuore di Cristo. Cristo sulla Croce allarga le braccia per contenere ogni nostra divisione. Stiamo attenti: la “fractio panis” non è una divisione, ma è la molteplicità che si fa unità nell’infinito mistero di Dio. La Chiesa, al contrario, giudica e divide. Cristo raccoglie le nostre divisioni, e le unisce nell’oceano divino.

La parola di Dio e l’omelia. C’è infine un altro aspetto interessante nell’episodio del primo brano. San Paolo si dilunga a parlare, e non si accorge che qualcuno si è addormentato. “Prolungò il discorso fino a mezzanotte”. Capisco lo zelo dell’Apostolo. C’era bisogno di comunicare la parola di Dio a gente che, per diversi motivi, o perché ex ebrei o perché ex pagani, sentiva una grande sete di un messaggio nuovo. E La Novità evangelica era tale da contagiare chi la comunicava e chi l’ascoltava. Certo, leggendo ora gli scritti di San Paolo ci chiediamo come quelli del suo tempo lo potessero comprendere. Probabilmente noi moderni siamo diventati così superficiali, anche stressati dalla fretta, da non sopportare il fascino di un Mistero che richiede ben altro che due o tre parole di convenienza, magari improvvisate al momento. Come mai oggi la gente sembra insofferente alla Parola di Dio? Ma è proprio così, oppure a noi preti fa comodo pensarla così, senza neppure tentare di allargare gli interessi dei credenti, oltre ai soliti discorsi moralistici o dogmatici?

La gente ha sete di una parola “mistica”. Dalla mia esperienza posso dire che c’è ancora tanta gente che sente il bisogno di una Parola diversa, che vuole sentir parlare di Dio fuori dagli schemi prefabbricati di una Chiesa ingessata. Se oggi c’è un fuggi fuggi dalle chiese è perché si è stanchi di una religione diventata vecchia e logora, senza più alcun mordente, incapace di annunciare la Novità rivoluzionaria del Vangelo più autentico. E (lo ripeto fino alla noia), il Vangelo non è la storia di un Cristo puramente storico: il Cristo dei Vangeli è già il Cristo mistico o il Cristo della fede. Ecco perché non basta raccontare qualche fatterello, o qualche parabola o qualche miracolo per dissetare la sete dell’essere umano. Le nostre comunità cristiane vanno alimentate con il Mistero di un Dio che, se si è incarnato, non lo ha fatto semplicemente per dirci di persona qualcosa di bello o per fare qualche gesto straordinario. L’incarnazione del Figlio di Dio ha oltrepassato le coordinate geografiche e temporali: la risurrezione ha dato all’incarnazione la sua vera dimensione divina. In breve: Dio, nel Figlio incarnato, si è reso ancor più presente nella Storia umana, coinvolgendo il nostro essere interiore. Ecco che cosa significa Mistica. Vedete. Quando la mente umana si allarga oltre i confini dei sensi, quando la fede si accosta al Mistero divino, quando il Cristianesimo non si ferma agli aspetti biografici di Cristo, quando finalmente partiamo dalla Risurrezione per comprendere ciò che hanno scritto gli evangelisti, allora ci sembrano più comprensibili anche certi discorsi che ha fatto Gesù. Soprattutto Giovanni, l’evangelista teologo, l’evangelista mistico, lo gusteremo di più.

Il Dio della religione e la Divinità dei mistici. Pensate alle poche righe del Vangelo di oggi. Si parla di pecore, di vita eterna, di una grande mano: quella di Cristo unitamente a quella del Padre. Gesù dice: “Io e il Padre siamo una cosa sola”. Essere nella mano di Cristo e del Padre è un’espressione molto chiara a indicare che anche noi siamo una cosa sola con Dio, tanto che nessuno potrà strapparci da questa mano. Ed è proprio questo essere una cosa sola con Dio che fa di ciascuno di noi, di ogni elemento del creato, la sua ragion d’essere. Noi siamo divini per la nostra stessa natura. Ma questa divinità interiore, che è il nostro essere, entra in contrasto con i vari volti della religione. I mistici alla parola “Dio” preferiscono la parola Divinità. Ogni religione si è fatto un proprio volto di Dio, e ha tradito la Divinità che è in noi. Dire Dio è dire qualcosa di ben specificato, di determinato, di schematico, ed è il Dio di ogni religione. Dire Divinità è dire nulla di esplicito di Dio, per il fatto che Dio è l’indicibile, il Misterioso, l’insondabile, ma nello stesso tempo dire Divinità apre orizzonti sconfinati. La Divinità è il Mistero affascinante, è il Proibito che si fa cercare, desiderare, amare. Il Dio della religione è il Dio dei sensi, dei documenti scritti, delle parole dotte, degli slogan ad effetto, delle apparizioni, mentre la Divinità dei mistici è reale, che senti senza sentirla, che ami senza provare sentimenti, che hai dentro di te senza che te ne accorga. Il Dio della Chiesa è il Dio dogmatico, rigido, senza futuro, mentre la Divinità della fede mistica è il nostro essere che respira, al di là di ogni credenza religiosa.

*Omelia del 26 aprile 2015: Quarta di Pasqua (At 20,7-12; 1Tm 4,12-16; Gv 10,27-30). Fonte: http://www.dongiorgio.it/26/04/2015/14030/

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aprile 6, 2015

LA RESURREZIONE COME NUOVA NASCITA

Filed under: 2) dialogo interreligioso — brianzecum @ 8:18 PM

NON È UN EVENTO STORICO MA, COL DONO DELLO SPIRITO, CRISTO RISORTO È PIÙ PRESENTE NELLA REALTÀ UMANA

di don Giorgio De Capitani*

Evento di fede. Anche sulla Pasqua possiamo spendere tante belle parole, tenere dotte conferenze e belle omelie, anche improvvisando, sicuri di dire in ogni caso qualcosa di edificante o di confortevole per i cristiani, alle prese con le sofferenze e le sconfitte o con la stessa morte. In fondo, che cosa ci costa dire che Cristo risorgendo ha vinto il dolore, ha sconfitto il peccato, ha distrutto il regno di satana e ha eliminato la morte? Ma poi, chi non vede che siamo ancora qui a lottare per la pace, per la giustizia, per il dolore? Non si parla ancora oggi del regno di satana? Non è forse vero che quanti credono nel Cristo Risorto vengono uccisi, proprio perché credono nella Risurrezione? Non si muore forse ancora oggi? Sono domande che dovrebbero mettere in crisi la nostra faciloneria nel parlare di Risurrezione. E allora in che cosa consiste la Risurrezione di Cristo? Anzitutto, vorrei fare una premessa. A differenza della nascita di Gesù, la Risurrezione sfugge ad ogni nostro pur lodevole sforzo per comprenderne almeno qualcosa. La Nascita è un Evento, il più straordinario Evento della Storia umana. La Risurrezione non è un Evento diciamo storico, ovvero soggetto ad una sperimentazione, non è un qualcosa di visibile, di tangibile, che si può dimostrare mediante le nostre categorie umane. Maria ha dato alla luce un figlio che tutti potevano vedere: l’hanno visto e toccato San Giuseppe, i pastori, i magi. Il Figlio di Dio si è fatto carne, e la parola “carne” dice tutto. Nessuno invece ha potuto constatare fisicamente la risurrezione di Cristo. Nessuno ha assistito quando egli è risorto. Nessuno poi l’ha potuto vedere, dopo che egli è Risorto. Parlo in senso fisico. Certo, Cristo, dicono i Vangeli, è apparso più volte. Ma gli stessi evangelisti parlano di “sembianze” diverse: appare ora sotto le vesti di un giardiniere, ora di un pellegrino, ora di un fantasma che oltrepassa i muri delle case. Sul momento, nessuno lo riconosce. Lo riconoscono perché parla in un certo modo, perché fa certi gesti. Il Cristo risorto è un’altra realtà, completamente diversa dal Cristo storico. Ma il Cristo Risorto è ancor più presente nella realtà umana: non più fisicamente, ma misticamente.

Mistero della Resurrezione. Vorrei rispondere a due domande: 1. Che cosa ci dicono le narrazioni evangeliche? 2. Che cosa ci dice la teologia o, meglio, la mistica? Tutti gli esegeti concordano nel sostenere che gli autori dei Vangeli si trovano in grave difficoltà quando tentano di descrivere la risurrezione di Gesù. Gli evangelisti sembrano contraddirsi, persino sul numero degli angeli che ne danno l’annuncio. In realtà, l’intenzione degli evangelisti non è quella di narrare i fatti, ma di farci intuire qualcosa di ciò che è successo quella notte tra il sabato e il giorno seguente, che per noi cristiani diventerà il “dies domini”, ovvero la domenica. Vorrei soffermarmi su alcune parole o verbi che mi sembrano interessanti, perché aprono qualche filo di luce sul Mistero della Risurrezione. Anzitutto, troviamo la parola “alba”. Tutti e quattro gli evangelisti scrivono che alcune donne, dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, si recano al sepolcro. La simbologia contenuta nella parola “alba” mi sembra evidente. L’alba è l’inizio del giorno, di un nuovo giorno, del grande giorno. Nel Salmo 118, troviamo l’espressione: «Questo è il giorno che ha fatto il Signore». Secondo il salmista, il “giorno che ha fatto il Signore” riguarderebbe una particolare vittoria di Israele sui nemici. La Chiesa ha riletto la vittoria di Dio in senso pasquale. È il giorno della risurrezione di Cristo!

Vedere profondo. Ma, attenzione, siamo ancora alle prime luci del giorno: siamo all’alba. L’inizio c’è, ma il giorno è ancora lontano. Quanto tempo passerà ancora, prima che il giorno entri nella sua fase piena? C’è un’altra parola o, meglio, un verbo interessante nelle narrazioni evangeliche: “vedere”. Nella narrazione di Giovanni a proposito della risurrezione di Gesù, troviamo tre verbi diversi per specificare il nostro verbo “vedere”. Giovanni usa, anzitutto, il verbo greco “beplèinper indicare l’aspetto fisico del vedere, lo scorgere, il notare: Maria di Magdala vede rimossa la pietra che ostruiva l’ingresso al sepolcro. Ma Giovanni usa un altro verbo, in greco “theorèin, per indicare il vedere con attenzione, l’osservare: Pietro entra nel sepolcro e osserva i teli, rimanendone colpito. Infine, Giovanni usa un verbo greco per indicare il vedere profondo, la contemplazione, che tocca lo spirito e lo coinvolge: Giovanni entra nel sepolcro, vede e “crede”. Ecco la fede. La fede, dunque, va al di là dei sensi, vede ciò che è invisibile agli occhi.

Partire dalla Resurrezione. Infine, c’è una terza parola ricorrente nelle narrazioni evangeliche, ed è: “testimonianza”. Gesù Risorto dà un ordine: “Va’ e annuncia!”. Maria di Magdala si reca dai discepoli e annuncia: «Ho visto il Signore!». Ma chi aveva visto in realtà? Solo un giardiniere che diceva di essere Gesù Risorto. Come possiamo essere testimoni di qualcosa che non abbiamo visto? Ecco la fede. E qui torniamo a quanto dicevo all’inizio, evidenziando la differenza sostanziale tra il Cristo storico, che è morto sulla croce, e il Cristo della fede, che è il Cristo della risurrezione. Per farmi meglio capire: Cristo risorgendo non è tornato in vita come Lazzaro, ma è passato (da qui la parola “pasqua”, che vuol dire passaggio) a una dimensione del tutto nuova. Il Risorto non vive più secondo l’esistenza mortale e terrena: il Cristo storico è morto per sempre. Solo la fede può entrare in sintonia con il Risorto. Proviamo a riflettere. Anzitutto: il Cristo dei Vangeli è già una rilettura del Cristo storico attraverso la fede nel Risorto. Quando i Vangeli sono stati messi per iscritto, erano passati anni e anni dalla morte e dalla risurrezione di Cristo. Gli esegeti ci dicono che, se vogliamo ricostruire la vita di Cristo, dovremmo partire dalla fine, ovvero dalla risurrezione di Cristo. Letti così, ogni fatto e ogni parola di Gesù acquisterebbero un altro significato. La fede ci aiuta a comprendere anche il Cristo storico, ma lo legge e lo interpreta al di là della storia così come l’intendiamo noi, ovvero come un succedersi cronologico dei fatti. I Vangeli non seguono la sequenza cronologica. Gli evangelisti non sono scrittori storici, ma teologi, ancor meglio sono dei mistici.

Il Cristo della fede non corrisponde al Cristo storico, ma ce lo presenta in un’altra luce. Il Cristo dei Vangeli, in poche parole, è già il Cristo della fede. Prima dicevo che sarebbe meglio parlare di mistica invece che di teologia. Il Cristo della fede è il Cristo mistico. E dire Cristo mistico è l’esatto opposto del Cristo delle rivelazioni o dei fenomeni sensitivi. Pensate all’importanza che abbiamo dato e diamo ancora alle apparizioni. Con la mistica si entra in un altro campo, che è quello interiore, dove i sensi scompaiono per lasciare il posto allo spirito. I tre sinottici (Matteo, Marco e Luca), scrivono che, quando Gesù muore, emette lo spirito, che non vuol dire semplicemente morire. Giovanni, ancor più esplicito, scrive: «Chinato il capo, consegnò lo spirito”, ovvero ci ha donato lo spirito. Per dirci: ora inizia un nuovo mondo. Quando Gesù dice agli apostoli, prima della sua passione e morte: «Ora io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò» (Gv 16,7) intendeva dire questo: Gesù come personaggio storico deve scomparire, per lasciare il posto al Cristo dello spirito, al Cristo della mistica.

Mistica, non folclore. Proviamo a chiederci: lungo i millenni della storia della Chiesa, che posto ha avuto il Cristo mistico, ovvero il Cristo della fede? Strutture, organizzazioni, devozioni, tradizioni religiose, spettacolarità, apparizioni, tutto un mondo che è in contrasto con il Cristo mistico o della fede. Ancora oggi è così. È sempre l’aspetto religioso o della religione che prevale. Il Cristo mistico scava dal di dentro il Mistero, mentre il Cristo storico si ferma in superficie, e degenera in quelle manifestazioni folcloristiche che hanno condotto la Chiesa lontano dal Cristo mistico. Se la parola “pasqua” vuol dire passaggio, noi credenti purtroppo siamo rimasti ancora sulla sponda precedente. Dobbiamo staccarci, e attraversare il mare della storia. Sospinti o spinti dal soffio vitale dello Spirito santo, che ci è stato donato dalla morte di Cristo.

*omelia del 5 aprile 2015. Fonte: http://www.dongiorgio.it/05/04/2015/omelie-2015-di-don-giorgio-festivita-di-pasqua/

vegetazione tropicale (Indonesia)

vegetazione tropicale (Indonesia)

IL TRIDUO PASQUALE

Filed under: 2) dialogo interreligioso — brianzecum @ 8:01 am

di Piero Stefani*

Natale ci ricorda una nascita, tutti la possono capire; sia pure nella sua eccezionalità, quella festa evoca un’esperienza che riguarda ognuno di noi in prima persona. Se siamo qui siamo nati. Il triduo pasquale ricorda un congedo e una morte drammatica, anche di ciò abbiamo esperienza, ma meno diretta: riguarda altri, non noi stessi. Sappiamo che altri sono morti e a volte in modo violento e atroce. Se siamo qui però noi non siamo morti. Al centro di quei tre giorni santi c’è il sabato: esso fa memoria di una tomba piena; anche di ciò sappiamo ma rispetto ad altri i quali, lungi dall’essere stati degli estranei, furono a volte a noi molto prossimi. La domenica celebra una tomba vuota; è tale non già perché è stata violata, ma perché chi vi giaceva è passato («pasqua, passaggio») a una forma di vita nuova e più piena. Di ciò i nostri occhi, i nostri orecchi, le nostre mani non ci dicono nulla. Se ne sappiamo qualcosa, se ne abbiamo una qualche esperienza è solo in virtù della luce e dell’oscurità della fede. Ecco perché la Pasqua è la più vera e, per certi aspetti, l’unica festa cristiana. Se assunta nel suo significato più profondo ci consegna a una forma di vita differita – «non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20) – incompatibile con i ritmi e i riti di questo mondo. La Pasqua è la festa più vera, ma anche la più esigente. Essa può essere celebrata fino infondo solo quando, in proprio, si passa dalla morte alla vita.

*Il pensiero della settimana, n. 516, fonte: http://pierostefani.myblog.it/2015/04/04/516-il-triduo-pasquale-05-04-2015/

Scorcio Engadina

Scorcio Engadina

marzo 30, 2015

L’EGOCENTRISMO È MORTALE

LO RIVELA LA TRAGEDIA DELL’AIRBUS COL TERRIBILE SUICIDIO-STRAGE DEL COPILOTA LUBITZ

di Enrico Peyretti*

I casi estremi della vita, in bellezza o in orrore, sollevano le domande e danno le indicazioni estreme sulla nostra vita. La malattia di Lubitz è così descritta dallo psichiatra Claudio Mencacci, che si dice non sorpreso per il suo suicidio: «Si entra in una sorta di tunnel dove la morte è l’unico pensiero di fuga. Tutto il resto, compreso il senso di responsabilità per la vita degli altri, si annulla. E nemmeno la consapevolezza di coinvolgere altre persone li ferma». E Massimo Recalcati, psicanalista: «La persona incapace di alterità, quando sente se stessa come un niente, vede uguale a niente tutto il mondo».

Malattia psichica. «Un giorno farò qualcosa che cambierà completamente il sistema, e tutti conosceranno il mio nome e se lo ricorderanno»: un niente che deve imporsi per esistere, esplodendo. Sono parole che avrebbe detto Lubitz alla hostess Mary W., collega di lunga data, con la quale si arrabbiava parlando di lavoro: «Poco denaro, paura per il contratto, troppa pressione». Se la malattia psichica, o anche l’etica prescelta, oggi prevalente (essa stessa una malattia) ci concentrano prevalentemente su noi stessi, sulla nostra individualità esasperata e separata dall’umanità, noi diventiamo un pericolo per tutti. Non solo il kamikaze terrorista fanatico, ma ancora più spesso e più facilmente l’”homo oeconomicus”, devoto di se stesso e solo di se stesso memore e curatore, è una bomba umana caricata contro l’umanità. Non occorre essere pilota suicida su un aereo carico di persone: l’egoismo, l’egocentrismo patologico, fatto regola e costume, sono guerra all’umanità.

«Noi siamo fatti gli uni per gli altri», dice l’antica sperimentata saggezza, in tutte le culture. «Non c’è la società. Ci sono solo gli individui», predica il neo-liberismo, nel magistero micidiale della Tahtcher. Non è possibile una più grande contraddizione e inimicizia. La guerra, il genocidio, è nel pensiero, prima che nelle armi. Le riforme necessarie, anzi la rivoluzione necessaria, è nel pensiero, nella volontà morale opposta all’imperialismo del particolare. Quando la cultura di sinistra avrà capito questo, comincerà ad esistere una sinistra. L’egocentrismo, nello psicotico grave, ma più continuamente nella patologica disumana teoria dominante e governante, della libertà egoista, senza alterità, è la malattia mortale.

Si vive solo di fiducia, di affidamento reciproco. Salire su un pullman o su un treno, entrare in un ospedale, camminare per strada, è mettersi nelle mani degli altri. Il pilota è un simbolo generale: siamo tutti nelle mani degli altri. Io sono nelle vostre mani. Voi siete nelle mie mani. Questa è la prima fede, senza cui non c’è vita. Senza questa fede non vale vivere, né io né voi. Chi distrugge la nostra sostanza umana, che è l’essere in relazione fiduciosa con gli altri, distrugge tutti noi, ci trascina nel suo abisso. Il capitalismo assolutista è il nemico di tutti, l’avvelenatore. La medicina è occuparsi degli altri, di tutti, impegnarsi per qualche bisogno altrui. Se la fame e la sete altrui, la povertà e la prigionia altrui, la nudità e la malattia altrui, non diventano la mia ragione di vita, se non riconosco in questo spendersi per gli altri l’unico vangelo di salvezza, io sono suicida, e trascino l’umanità nella morte. La vita armata è arrivata alla distruttività totale, atomica, dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande. La salvezza è nel disarmato servizio alla vita di tutti. Siamo malati, ma guarire è possibile, è in questa conversione.

*fonte: http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/editoriali/autorivari_1427575307.htm

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marzo 29, 2015

LA SOTTILE IRONIA DI DIO

TRE RIFLESSIONI SULLA SETTIMANA SANTA

di don Giorgio De Capitani*

Il Mistero pasquale va oltre la liturgia. Volere o no, la storia umana è stata segnata nel profondo dalla Pasqua di Cristo. Forse nemmeno noi credenti ce ne siamo finora accorti. La Settimana santa o autentica richiama un’altra settimana, quella delle prime pagine della Genesi, che narrano la creazione del mondo. Anche la Settimana della creazione è tipica o normativa, nel senso che anch’essa ha modellato la settimana ebraica. Sappiamo che il racconto biblico della creazione è mitico, poetico, e perciò non corrisponde scientificamente alla realtà. Ma sappiamo anche che è ricco di insegnamenti. Dio ha creato il mondo dandogli un certo ordine, con il soffio dello Spirito vitale. Poi è successo qualcosa di irreparabile. Ma Gesù Cristo è venuto per tentare di rimettere le cose a posto, effondendo di nuovo il suo Spirito, sulla Croce. Non mi soffermo a riflettere sui brani della Messa, vorrei invece darvi alcune indicazioni, teologiche e pastorali, che possano aiutarci a vivere con fede il prossimo Triduo Pasquale. Anzitutto, non dovremmo mai dimenticare che il primo annuncio degli apostoli, dopo la risurrezione di Cristo e la Pentecoste, era: Gesù ha sofferto, è morto ed è risorto. Gli studiosi parlano di “kerigma”, parola greca usata nel Nuovo Testamento a indicare l’annuncio della Buona Novella. L’annuncio dei primi cristiani non riguardava tutto il Vangelo, che verrà successivamente messo per iscritto dagli evangelisti. Ripeto, il primo nucleo del messaggio evangelico era: Cristo ha patito, è morto ed è risorto. Solo in seguito l’insegnamento apostolico si allagherà a comprendere “facta et verba”, ovvero i fatti e le parole di Cristo e, ancora più tardi, anche la sua infanzia. Nel Vangelo di Marco, che è quello più antico tra i quattro, la Passione di Gesù occupa la maggior parte della narrazione. Questo fa già capire l’importanza che aveva presso i primi cristiani il Mistero pasquale. Se vogliamo cogliere alcune parole-chiave dei racconti evangelici della Passione di Gesù, possiamo individuarne almeno tre: la drammaticità degli eventi; la libertà di Cristo, sempre l’unico vero regista; infine, la sottile ironia di Dio.

Crescendo di dolori. Anzitutto, si tratta di racconti altamente drammatici nella loro sequenza, come un crescendo di dolori e di solitudini, fino al culmine del Calvario. A parte alcuni momenti eccezionali (l’incontro con Maria e con le pie donne, la presenza sotto la croce di Giovanni e di un gruppetto di donne), Cristo resta “solo” a combattere l’ora del demonio, che era stata preannunciata dall’evangelista Luca, dopo il racconto delle tentazioni di Gesù: «Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato». Secondo gli esegeti, il “momento fissato” sarebbe proprio la passione di Cristo. Tradito da Giuda, uno dei Dodici, abbandonato dagli apostoli e dai discepoli, perfino dal Padre celeste: ecco la solitudine del Figlio di Dio. Il momento dell’Orto degli Ulivi rappresenta il culmine: una solitudine che si traduce in gocce fisiche di sangue. Nel Getsemani si è svolto uno dei più drammatici dialoghi tra il Figlio e il Padre,. Nel più profondo silenzio della notte, mentre gli apostoli dormono.

La libertà di scelta di Cristo è la seconda parola. Egli non ha accettato supinamente il volere del Padre Celeste, come un cieco destino imposto dall’alto. Non si è limitato a dire: “Obbedisco!”, come un condannato con le idee confuse. Nei racconti della Passione è sempre presente, oltre alla drammaticità degli eventi, la piena coscienza di Gesù. Dunque, la drammaticità e la solitudine o l’abbandono non hanno tolto la libertà interiore di Cristo, che va incontro alla sua morte, con la mente lucida, responsabilmente. Ed è proprio qui che possiamo parlare di amore supremo. Che senso ha dare la vita, costretti dalle circostanze? L’amore è libertà. L’amore non dipende unicamente dalle sofferenze fisiche o morali. Mi spiego. Solitamente siamo portati a evidenziare gli aspetti di dolore di Gesù durante la sua passione, come se, più le sofferenze sono forti, più grande deve essere l’amore. Questo è vero, ma fino a un certo punto. Certo, Cristo ha sofferto, ma ci sono state persone che hanno sofferto ancor più di Cristo. Ma Cristo è insuperabile nella sua testimonianza d’amore. Non è la sofferenza in sé che salva, ma l’amore che c’è dietro alla sofferenza. E l’amore è libertà, piena consapevolezza, lucidità di fronte al dolore. L’ho già detto: gli evangelisti non si limitano a narrare i fatti, ma fanno teologia narrando i fatti. Che significa? Significa che colgono nei fatti qualcosa che va al di là di ciò che vede uno storico. Gli evangelisti più che storici, cronisti, scrittori o giornalisti sono teologi. Vedono gli eventi con l’occhio profondo, diciamo “intelligente”, di Dio. Così hanno letto e riletto anche la passione di Cristo. Giovanni, in particolare, dà una lettura teologica di quegli eventi. Leggendo la passione, non siamo dei disperati che non sanno come andranno le cose. Sappiamo già che Cristo è risorto. La speranza segue lo svolgersi degli eventi. Per Giovanni la Gloria è la Croce, già illuminata dal Risorto!

Ed ecco la terza parola: “l’ironia di Dio”. Dico subito che ironia non è dileggio, disprezzo, una presa in giro per divertimento. L’ironia di Dio è qualcosa di sottile, che da sempre, da quando è iniziato questo mondo, è presente nella storia umana. In poche parole, Dio trasforma il negativo in positivo: gli uomini credono di essere registi, in realtà il vero regista è Dio. L’ironia di Dio per esempio sta nella scelta dei più deboli, degli scarti umani, per sconfiggere i potenti. Alla fine vince sempre il bene, e i cattivi da protagonisti diventano vittime di se stessi, della propria cattiveria. È successo così anche durante la passione di Cristo. Sembra che a condurre gli eventi siano i capi giudei, in realtà l’unico vero regista è Cristo, il quale non si fa condizionare dagli eventi, ma li guida a modo suo, servendosi degli stessi carnefici. Senza volerlo, contro la loro intenzione, gli avversari fanno il gioco di Gesù. Gli esempi sarebbero tanti. Ne cito alcuni. Gli ebrei non entrano nel pretorio di Pilato per non contaminarsi, e non sanno di condannare l’Incontaminato, Cristo. Sono preoccupati, dopo la morte di Gesù, di tornare a casa a mangiare l’agnello pasquale, mentre poco prima avevano messo sulla croce il vero Agnello. L’ironia diciamo più bella è la Risurrezione, che avviene nonostante la guardia dei soldati. Essi dormono, tanto sono sicuri che tutto ormai è finito. Ma Dio ha già pronto la grande Sorpresa. Una sorpresa che richiederà ulteriori ironie. I soldati dicono: mentre dormivamo, hanno trafugato il cadavere! Mentre dormivano, se ne sono accorti! L’ironia di Dio continua, perché continua l’ostinazione umana. Ciò è successo nella storia della Chiesa, e succede tuttora: gli uomini di Dio fanno i loro calcoli, e Dio si prende gioco di loro. Non è così? Dunque, stiamo per vivere una settimana di grande passione, di infinito amore e di una sottile ironia divina che si prende gioco della cattiveria umana. È in gioco anche la nostra fede.

*dall’omelia del 29 marzo 2015: Domenica delle Palme (Is 52,13-53,12; Eb 12,1b-3; Gv 11,55-12,11). Fonte: http://www.dongiorgio.it/29/03/2015/omelie-2015-di-don-giorgio-sesta-domenica-di-quaresima/DSC01900

marzo 16, 2015

VEDERE FACCIA A FACCIA

FUORI DA STRUTTURE E PREGIUDIZI: DIO NON AMA PRENDERE DIMORA IN UN LUOGO FISSO

di don Giorgio De Capitani*

La tenda del convegno. Nel primo brano della Messa, tolto dal libro dell’Esodo, si parla di una Tenda particolare, detta Tenda del Convegno: la prima dimora mobile di Dio. Il primo Tempio in muratura sarà costruito dal re Salomone nel X secolo a.C, raso poi al suolo nel 586 a.C. dal re babilonese Nabucodonosor. Il secondo Tempio verrà ricostruito ex novo, dopo l’esilio babilonese, da Zorobabele, e inaugurato nel 525 a.C. Quello che noi diciamo il Tempio di Erode, in realtà non era un terzo Tempio, ma sempre il Tempio di Zorobabele, fatto ampliare da Erode il Grande: i lavori inizieranno verso il 19 a.C., e termineranno nel 64 d.C. Pensate: sei anni dopo, nel 70 d.C., sarà distrutto definitivamente dall’esercito romano agli ordini di Tito. Tornando alla Tenda del Convegno, vorrei farvi notare una cosa interessante. Trattandosi di una tenda, faceva parte della storia di un accampamento. Accamparsi non significa di per sé prendere dimora fissa. Anche Dio si era adattato alla vita nomade del suo popolo. Come dimora aveva preso una tenda, un po’ speciale, ma sempre tenda. Soprattutto durante l’Esodo, dopo l’uscita dall’Egitto, la Tenda del Convegno si montava e si smontava in continuazione, come qualsiasi altra tenda dell’accampamento, verso la terra promessa. Dio accompagnava di passo in passo il suo popolo.

Tempio e legge contro la persona. A me sembra di vedere in questo continuo spostamento della Tenda del Convegno un aspetto molto suggestivo. Dio non è immobile, Dio non ama fermarsi o prendere dimora in un posto fisso. Già il Tempio di Salomone e quello di Zorobabele avevano creato grossi problemi di culto. Gli ebrei erano arrivati al punto di invocare: “Il tempio di Gerusalemme! Il tempio di Gerusalemme!”, prendendo il tempio in muratura come se fosse più sacro di Jahvè. Giuravano sul Tempio come se fosse Dio stesso. Perché Cristo se la prenderà con il Tempio? Il Tempio e la Legge erano diventati intoccabili, a danno della dignità della persona umana. Non dimentichiamo la rivelazione alla donna samaritana: per adorare Dio non è necessario il tempio, né quello giudaico né quello samaritano. Dio si onora in spirito e verità. Anche la Chiesa, nella sua storia millenaria, ha corso questo rischio, ed è ricaduta nello stesso difetto degli ebrei. Nessun luogo di culto potrà contenere la maestà e l’infinità di Dio. Ancora oggi crediamo che, costruendo grandi cattedrali, possiamo catturare l’immensità di Dio.

Paura della mistica. Scrive l’autore dell’Esodo: il Signore «parlava con Mosè faccia a faccia, come uno parla con il proprio amico». “Faccia a faccia”, che significa? Vuol dire: senza veli, senza maschere, senza diaframmi. Pensate alla religione con le sue pretese di imporre il proprio dio: su questo dio si è costruito tutto un mondo religioso, con le sue pratiche di preghiere, di digiuni, di penitenze, con una sua morale e una sua dottrina dogmatica, fisse come un tempio in muratura. “Faccia a faccia!”. È quanto succede nel nostro interiore, là dove Dio è l’essere infinito. Ma la mistica fa ancora paura alla Chiesa, che preferisce dominare le anime, mettendo su Dio una certa maschera, ovvero uno strato di veli. Non ci è difficile ora agganciarci al brano del Vangelo.

È il segno-opera del cieco nato. Alla parola “segno” ho aggiunto “opera”. A parte il fatto che Giovanni non usa mai la parola “miracolo” come l’intendiamo noi, cioè come un fatto strepitoso a se stante, c’è anche da dire che, mentre fino al capitolo quarto l’evangelista usa la parola “segno, dal capitolo quinto in poi usa la parola “opera”. Qual è la differenza? Mentre di per sé i “segni” presentano Gesù come il Messia atteso, suscitando tra la gente una prima parziale adesione alla sua persona; le “opere” invece presentano Gesù come il Figlio dell’uomo, in un clima di tensione. La gente non lo capisce, in parte lo rifiuta. Anche l’”opera” narrata nel capitolo 9, ovvero il miracolo del cieco dalla nascita che ricupera la vista, si svolge in un contesto polemico (vedi la reazione dei farisei) o di assoluta estraneità (pensate alla gente e ai parenti che, per paura dei farisei, non vogliono prendere posizione). È lecito chiederci: come Giovanni e la sua comunità hanno ricostruito il fatto? Sì, “ricostruito”, nel senso di riletto e reinterpretato con quella maturità di fede che fa leggere i fatti e i detti di Gesù, oltre la pura cronaca. Come dietro all’episodio della samaritana troviamo una comunità profetica vivace, così dietro al racconto di oggi troviamo una comunità cristiana che riflette e medita, s’interroga e inizia anche ad andare in crisi: in crisi di identità.

Duplice cammino. Non mi soffermo sui numerosi particolari, che sarebbero anche interessanti da evidenziare. Vorrei invece soffermarmi sullo svolgimento letterario del racconto che rivela, di proposito, un duplice cammino: un cammino che procede e un cammino che recede, un cammino che progredisce e un cammino che regredisce. La cosa interessante è che i due cammini avvengono contemporaneamente: nell’atteggiamento dei farisei e nell’atteggiamento del cieco guarito. I due atteggiamenti vanno quasi di pari passo, ma in senso inverso: mentre i farisei man mano si allontanano dalla luce, ovvero diventano ciechi, al contrario il cieco va verso la luce, quella divina. Giovanni è stato veramente un artista nel presentare questo duplice cammino, uno a ritroso e l’altro in avanti, mentre Gesù sembra quasi assente dalla scena. In tutta la narrazione, infatti, lo troviamo all’inizio, quando ridà la vista al cieco, e alla fine, quando incontra il cieco guarito, anch’egli buttato fuori dalla sinagoga, ovvero dalla comunità. Ed è qui che, “fuori”, quel cieco riacquista l’altra vista, quella della fede. “Fuori”, ovvero là dove non c’è più la struttura della religione, ovvero dove sono crollati i veli.

Salvezza. Il cieco guarito finalmente “vede” anche Gesù, ovvero “vede” la salvezza, quel Gesù che aveva lasciato la religione ebraica per farsi vedere “faccia a faccia”, come Mosè nella Tenda del Convegno. La Tenda del Convegno, dice l’Esodo, era piantata “fuori” dell’accampamento. Come mai? Il Signore voleva forse stare fuori, lontano dalle altre tende normali della sua gente? Anche a noi sembra che quando le chiese sono fuori paese, siano come luoghi appartati, privilegiati, estranei alla vita della gente. Credo che qui ci sia da riflettere. Dio ama stare con la sua gente, ma nello stesso tempo ne sta sempre fuori, non per estraniarsi, ma perché sa che fuori, solo fuori, non si corre il rischio di essere strumentalizzati, in balia delle pretese religiose. Solo fuori, noi possiamo incontrare il vero Dio, il vero Cristo. Fuori dagli schemi, fuori dalle strutture, fuori dagli inganni di una religione, sempre pronta, come ai tempi di Cristo, a usare la legge per rendere schiavo l’essere umano. Certo, volere o no, viviamo dentro una società, viviamo in una struttura religiosa, ma dobbiamo mantenere il nostro spirito, sempre “fuori”. È lo spirito che dà la vera libertà, quel sentirci liberi di muoverci spiritualmente come vogliamo, dietro le ispirazioni dello Spirito divino. La storia del cieco guarito è la storia della libertà dello spirito, che vede al di là delle capacità visive dei nostri occhi fisici, al di là dei nostri pregiudizi, che sono la vera cecità dell’umanità.

*omelia del 15-3-2015 (Es 33,7-11a; 1Ts 4,1b-12; Gv 9,1-38b), fonte: http://www.dongiorgio.it/15/03/2015/omelie-2015-di-don-giorgio-quarta-domenica-di-quaresima/

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