Brianzecum

marzo 24, 2011

DOSSIER GUERRA IN LIBIA

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 8:04 am

UNA SERIE DI PROVOCAZIONI CRESCENTI

Noi che abbiamo diritto a fare le guerre La Valle

Le molte incognite del conflitto libico Attali

Due disastri provocati dall’uomo Galtung

Libia, galleggia il cavalier Travicello La Valle

Sveglia pacifisti Peyretti

Opposizione integrale alla guerra Movimento nonviolento

Così non si difendono i diritti umani Lotti

Odissea della politica Giudici

La crisi libica e il ruolo dell’Italia  Ruffolo

Comunicato contro i bombardamenti in Libia

VEDI ANCHE LINKS:

http://www.peacelink.it/cerca/index.php?q=Libia

http://www.ildialogo.org/ShowIndex.php?sez=noguerra

febbraio 15, 2011

CEI, TROPPO TARDI

DOPO UN QUARTO DI SECOLO È ORA DI RIVEDERE LA LINEA SCELTA PER L’ITALIA

di Franco Monaco

da: “Europa” del 29 gennaio 2011

I moniti ecclesiastici all’indirizzo del premier hanno suscitato un certo disagio, specie per il clima che li ha circondati a monte e a valle. A monte, un esorbitante carico di attese naturalmente di segno opposto: di speranza ovvero di apprensione per una censura annunciata. A valle: le puntuali, troppo scontate e prevedibili reazioni ad essi; l’ipocrita rimozione da parte dei supporter del premier («erano parole rivolte indistintamente a tutti», si è osservato, mentendo e rasentando il ridicolo); la goffa rincorsa di tutti a strattonare in un senso o nell’altro le parole degli alti prelati.

 

Le parole di riprovazione del cardinal Bagnasco per la condotta e lo stile di vita di Berlusconi sono state oggettivamente e inusitatamente chiare e forti. Inutile girarci intorno o fingere di non avere inteso. Certo, esse sono state accompagnate da un ricercato equilibrismo, riscontrabile in quel riferimento francamente forzoso ed eccentrico al dispiegamento dei mezzi di indagine da parte della magistratura. Un equilibrismo che riflette la propensione a interpretare la sacrosanta alterità/trascendenza della parola della Chiesa rispetto alle parti politiche come ossessione della neutralità o dell’equidistanza. Non sempre e di necessità la virtù sta nel mezzo. La profezia non può essere ostaggio dell’assillo di posizionarsi fuori o a mezza strada tra le parti. Essa mal si concilia con il bilancino e dovrebbe piuttosto conformarsi allo spirito del motto episcopale che si scelse il cardinale Martini: «pro veritate adversa diligere» (in nome della verità non esitare a scegliere e amare le avversità e le opposizioni, che vanno messe nel conto).

 

Disastro antropologico.  Ma, della prolusione di Bagnasco, va apprezzata la sostanza. Leggendola con attenzione per intero e non limitandosi alla pagina saccheggiata dai media si ricava l’impressione che, in essa, centrale è piuttosto l’allarme sul «disastro antropologico». Da tempo, nella riflessione della Cei, si rimarcava la centralità della cosiddetta “questione antropologica”. Ma quella formula abitualmente sottintendeva il riferimento ad altro ordine di problemi. Grosso modo: la concezione della persona, il relativismo etico e, più in concreto, le insidie portate sul piano dell’etica familiare e delle questioni bioetiche da culture e legislazioni di stampo libertario. Nell’intervento in oggetto, invece, il disastro antropologico denunciato ha piuttosto a che fare con l’ethos comune, con costumi e comportamenti, veicolati dalla cultura di massa. Un approccio più concreto e meno ideologico dal quale, a mio avviso, scaturiscono tre quesiti per la Chiesa italiana. Quesiti, diciamolo più esplicitamente, che mettono in discussione la linea seguita dai suoi vertici negli ultimi venticinque anni. Dal convegno ecclesiale di Loreto del 1985.

 

Primo quesito: come si concilia la denuncia del limite allarmante cui si è spinto il degrado etico-antropologico (appunto il «disastro») con la tesi (illusione?) a lungo coltivata che l’Italia rappresenterebbe una positiva eccezione tra i paesi europei e occidentali nella tenuta di un ethos e di buone tradizioni cristiane, specie sul versante dei costumi familiari? L’involgarimento della cultura di massa (attestato da una tv il cui degrado non conosce eguali in nessun altro paese) e la stessa colpevole indulgenza italiana verso i comportamenti degli uomini pubblici, che lascia interdetto il mondo intero, sembrano smentire quell’auto-rassicurante rappresentazione di una positiva “differenza italiana” sulla quale la Cei ha mostrato di fare affidamento in questi anni. E proprio sul piano cruciale del rapporto uomo-donna, dei costumi di vita sessuali e familiari, dei modelli proposti alle giovani generazioni. Si pensi all’idea-forza sottesa al Family day, quella di un popolo impregnato dei valori familiari di matrice cristiana cui si opponeva un legislatore succube di una elitaria ideologia laicista ostile alla famiglia.

 

Secondo interrogativo. È difficile negare che le gerarchie cattoliche italiane, in questo arco temporale, abbiano decisamente accresciuto la loro influenza sulla politica, in concreto su governo, parlamento e legislazione. Un’influenza teorizzata ed esercitata non per mera volontà di potere (sarebbe ingeneroso leggere in questa chiave la linea a torto o a ragione intestata al cardinale Ruini con l’alto avallo di Giovanni Paolo II) ma mossa dal nobile proposito di arginare e, se possibile, invertire il trend della scristianizzazione della mentalità e del costume. Dopo venticinque lunghi anni tuttavia non è fuori luogo, sine ira ac studio, interrogarsi sul bilancio di quella strategia politico-pastorale. Se le severe parole di Bagnasco sul disastro antropologico hanno un senso esse suggeriscono un rendiconto piuttosto critico. È da chiedersi se l’enfasi sulla Chiesa quale forza sociale e sul ruolo pubblico trainante del cattolicesimo in Italia, con il loro corollario di un attivismo delle gerarchie sul fronte politico, abbia pagato sul terreno che più dovrebbe premere alla Chiesa, quello appunto della qualità cristiana di persone e comunità, nonché del tessuto etico della convivenza.

 

Terzo ed ultimo interrogativo. Per esperienza diretta e ravvicinata possiamo asserire (Prodi ne sa qualcosa) che i vertici della Cei a quelli della nostra parte politica non hanno fatto sconti. Se non vogliamo indulgere all’ipocrisia, ci è lecito osservare che, con i nostri avversari, essi sono stati più di manica larga? E che la giusta cura delle gerarchie di marcare la propria distanza da tutte le parti politiche non si è concretata poi in una esatta equidistanza? Si può onestamente sostenere che un tale accreditamento offerto alla destra berlusconiana, così diversa dalle destre liberali europee, abbia dato frutti? I fatti (e le parole di oggi del presidente Cei) sembrerebbero dire di no. La catastrofe morale prima che politica sotto i nostri occhi dovrebbe suggerire una correzione di giudizio e di condotta, riassumibile per titoli:

1) l’Italia è messa peggio di altri, altro che “differenza positiva” di un paese nel quale resisterebbe una solida radice cattolica;

2) non solo la scristianizzazione ma, di più, il degrado morale e civile si sono semmai spinti oltre ogni limite immaginabile;

3) il vettore di tale devastante mutazione antropologica è riconducibile non già alle leggi alle culture e alle forze politiche di stampo laicistico-libertario ma a una pervasiva e corrosiva (in)cultura della mercificazione di persone e cose veicolata dai media e sedimentata negli anni;

4) la politica, per definizione, da sé sola non basta a contrastare tali fenomeni degenerativi, ma certo essa semmai coopera ad acuirne la portata se affidata al dominus di una formidabile macchina del consenso che tanto ha contribuito a quella deriva etico-antropologica, incarnandola, rivendicandola ed esaltandola con i suoi comportamenti;

5) il brusco risveglio, che segue alla lunga parentesi di un’illusione, ci suggerisce una domanda conclusiva: non era forse più saggia e lungimirante la via imboccata dalla Chiesa italiana nel dopo Concilio e messa in mora a metà anni ottanta? Una linea ispirata a due idee-forza:

-quella di una Chiesa che davvero tenga fede al primato dell’evangelizzazione e della formazione cristiana delle coscienze in un paese scristianizzato non meno di altri (visto che la scorciatoie politiche non pagano);

-la scommessa fiduciaria su una politica affidata a laici cattolici “adulti” (sì, proprio loro) pur diversamente dislocati e non a un patto siglato al vertice con uomini e forze compiacenti ma manifestamente agli antipodi di una visione cristiana della vita. Uno scambio che, con il tempo, si è rivelato un pessimo affare.

 

gennaio 21, 2011

L’UGUAGLIANZA NUTRE L’ANIMA

(more…)

dicembre 23, 2010

IL MIELE DEL TEMPO CONDIVISO

Filed under: Uncategorized — Tag:, , — brianzecum @ 8:01 PM

IL TEMPO CI MANGIA, MA LO SI PUÒ ANCHE DONARE

di Piero Stefani*

 

Riflettere sul tempo è, per la mente umana, l’impresa più ardua. Tutti ricordano la frase di Agostino: se non mi chiedi che cos’è il tempo lo so, se me lo chiedi non lo so più. Molti sono i paradossi legati agli infiniti risvolti della dimensione temporale. Tra essi vi è anche questo: il tempo ci mangia, ma lo si può anche donare. Tolstoj nelle Confessioni ricorda una favola orientale. In essa si parla di una persona inseguita da una belva feroce. L’uomo si rifugia in un pozzo senz’acqua in fondo al quale vi è un drago dalle fauci spalancate. Il viandante se esce sarà sbranato, se cade sarà divorato. Egli si aggrappa perciò ai rami di un cespuglio cresciuto sulle pareti. Tuttavia ben presto si accorge che il ramo a cui è appeso è mangiato da due topi, uno bianco e uno nero. La sua fine è dunque segnata. Ciò non toglie che, mentre è in quelle disperate condizioni, veda del miele sulle foglie dell’arbusto e allunghi la lingua per gustarne qualche stilla.

 

Condividere il tempo.  Il trascorrere dei giorni e delle notti (i due topi) ci condurrà inevitabilmente a precipitare nelle fauci del drago – a «cascà nella gola de la morte» come direbbe Gioachino Belli. Tuttavia nel frattempo ci è dato di gustare, precariamente, qualche dolcezza. L’opzione più facile è coniugarla in modo edonistico. È la logica del «carpe diem»: godiamo perché in un imprecisato domani c’è la certezza di cadere nel fondo. Vi è però anche un’altra maniera di leccare il miele. È la scelta etica di condividere il proprio tempo, cioè la propria precarietà, con qualcun altro. In relazione ai rapporti interumani, Angelo Casati ha scritto che se qualcuno «ti prende un po’ di tempo, lascialo come se gli appartenesse, senza che senta l’obbligo di ringraziare; gli appartiene, è cosa sua». Lo è in virtù del comune essere appesi a quel fragile ramo. L’etica non è altro che questo: vivere in conformità alla condizione umana che ci accomuna; mentre il sopruso consiste nel vivere soggettivamente in difformità con quanto oggettivamente ci uguaglia.

 

Pienezza del tempo.  Scrive Paolo ai Galati che quando «venne la pienezza del tempo (to plēroma tou chronou)» Dio inviò il Figlio suo nato da donna (Gal 4,4). Il senso teologico della frase fu sigillato una volta per tutte dal commento propostone da Lutero. Egli disse che non fu la pienezza del tempo a far giungere il Figlio; al contrario, fu l’invio del Figlio a rendere pieno il tempo. Possiamo, tuttavia, tentare di aggiungere qualche altra parola. Paolo qui, per dire «tempo», fa ricorso al termine «chronos», vale a dire usa la parola che si riferisce al tempo misurabile e ripetitivo. A dover essere reso pieno è il nostro tempo, quello scandito dall’incessante rosicchiare del topo bianco e di quello nero. Il Figlio non l’ha mutato: l’ha condiviso come qualcosa di dovuto. Colui che veniva da Dio assunse il tempo dell’uomo. Egli nacque, crebbe, visse, morì. Cambiò tutto, senza modificare nulla. Diede speranza a chi si regge su quel ramo traballante venendo a stare con lui. Ci insegnò che esiste il miele del tempo fraternamente spartito. Così facendo attestò per chi si trova nella fede che, oltre a instabili cespugli, ci sorreggono anche le braccia di Dio, che pur non vediamo. A tutti, credenti e non credenti, Gesù, però, mostra che la sobria, esigente dolcezza del tempo condiviso vale più dell’effimero; essa, infatti, dona pienezza a quanto è, e resta, precario.

*Fonte: http://pierostefani.myblog.it/archive/2010/12/22/320-il-miele-del-tempo-condiviso.html Il pensiero della settimana n. 320

Per riflettere:

-paradossi legati alla dimensione temporale;

-due modi per gustare il dolce;

-pienezza del tempo;

-dolcezza del tempo condiviso.


ottobre 7, 2010

PERCHÉ ETICA E RICERCA DEVONO SAPER DIALOGARE

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 7:26 am

di PIERO CODA La Repubblica — 06 ottobre 2010   pagina 51   sezione: CULTURA

La sperimentazione scientifica e l’ingegneria tecnologica non possono esercitarsi in contrasto con il rispetto e la promozione della dignità umana. È questa un’evidenza da tutti condivisa. Ma la contemporanea situazione di pluralismo rende difficile riempire di un contenuto valoriale unanimemente riconosciuto nozioni come quelle di coscienza, dignità umana, vita, ecc. Le nuove frontiere rese fruibili dalla biogenetica, soprattutto, riportano al centro la questione antropologica. La quale, diversamente dal passato, non tende solo a interpretare l’uomo, ma a trasformarlo: e non limitatamente ai rapporti economici e sociali, ma nella sua stessa realtà biologica e psichica. L’interrogativo cruciale diventa allora quello del significato e dell’originalità dell’essere umano nel concerto della realtà, e quello del riferimento plausibile d’ogni sua impresa al rispetto e alla promozione della sua identità.

 

Le difficoltà che gli esperti della materia, ma non solo, affrontano nell’approntare una base epistemologica condivisibile alla bioetica derivano dalla vastità degli ambiti d’indagine e dalle diverse modalità di approccio alla questione di cui essa si occupa: la vita umana in tutti i momenti del suo sviluppo. Di qui l’impegno ineludibile a far interagire con pertinenza l’approccio scientifico e quello umanistico. Già nel saggio Bioethics, bridge to the future, del 1970, l’oncologo Van Resselaer Potter si concentrava su due aspetti: la dimensione bio-ecologica e il problema della distinzione dei saperi, mettendo in luce come gli attuali squilibri e pericoli per l’ecosistema umano e cosmico sarebbero riconducibili alla spaccatura moderna tra il sapere scientifico e quello umanistico.

 

Di fatto, i risultati cui le ricerche scientifiche pervengono, e che le tecnologie rendono operativi e incidenti sulla forma della nostra esistenza, suscitano una serie di problemi che esigono un livello esplicativo ulteriore, all’interno del quale le conquiste acquisite possano trovare intellegibilità e senso, evitando di diventare controproducenti, e cioè in fin dei conti di ritorcersi contro l’uomo. L’apertura a un orizzonte sapienziale diverso, ma non contrastante con quello scientifico, è senza dubbio frutto di un personale atto di libertà e di conoscenza, ma può emergere da una ricerca metodologicamente corretta come possibilità di una dimensione interpretativa che dischiuda prospettive inclusive di comprensione e di senso. D’altra parte, i risultati e le proposte maturate in ambito scientifico non possono non interpellare i credenti a prendere posizione, aprendosi a un dialogo interdisciplinare che, al di là di obsoleti steccati e di sterili separazioni fra conoscenza e coscienza, fede e scienza, dogma e ricerca, permetta uno sguardo sulla realtà nella sua globalità e nei suoi diversi livelli di significato.

 

Non si tratta di sovrapporre una visione metafisica astratta di natura umana all’esperienza umana vissuta e indagata dalla fede e dalla ragione, dalla teologia e dalla scienza, ma piuttosto di cogliere le istanze di senso che si dischiudono in forma positiva da ciascuna di esse, mettendole in dialogo tra loro con reciproco rispetto. Se la scienza è essenziale nel definire quali sono i fondamenti e le condizioni biologiche dell’esistere fisico dell’essere umano, la riflessione filosofica e la teologia sono chiamate a dischiuderne il senso integrale e trascendente, le coordinate del suo ethos e dunque anche i vincoli morali cui debbono rispondere la sperimentazione scientifica e l’ingegneria genetica.

 

Il Concilio Vaticano II afferma che «nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire e la cui voce lo chiama sempre ad amare e a fare il bene e a fuggire il male… obbedire ad essa è la dignità stessa dell’uomo». La coscienza non si trova di fronte a precetti estrinsecamente imposti: ma a un progetto aperto da attuare nella gratuità e nella libertà responsabile. In ascolto della nostra umanità.

 

(L’autore è preside dell’Istituto Universitario Sophia e presidente dell’Associazione Teologica Italiana) –

ottobre 5, 2010

ELENCO COMPLETO DEL MATERIALE DEL SITO

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 2:25 PM

Storia, Tradizione, prospettiva escatologica  Stefani

Spirito, ideologia e laicità  Stefani

Referendum: votiamo per salvare  Zanotelli

Milano tra elezioni e loro mancanza   Stefani

Messaggio finale Kingston

A sua immagine e somiglianza   Stefani

Il moderatismo aggressivo   Stefani

Le tre violazioni americane  Cassese

Il mostro di Al Qaeda   Spinelli

I funerali di Vittorio Arrigoni

La vita è nella morte e la morte è nella vita   De Capitani

Riflessioni sul racconto del cieco nato Casati

L’essenziale è invisibile De Capitani

Noi che abbiamo diritto a fare le guerre La Valle

Le cinque virtù dell’uomo nuovo Brooks

Sul disastro antropologico Meic Sardegna

La verità vi farà liberi! De Capitani

Due disastri provocati dall’uomo Galtung

Libia, galleggia il cavalier Travicello La Valle

Sveglia pacifisti Peyretti

Opposizione integrale alla guerra Movimento nonviolento

Così non si difendono i diritti umani Lotti

Odissea della politica Giudici

I cattolici tedeschi e il biotestamento Prosperi

Deserto, luogo della Parola De Capitani

Bisogno di Vangelo

Il tempo dell’anima Mancuso

Chiesa 2011: una svolta necessaria Memorandum

CEI, troppo tardi Monaco

Autenticità

L’uguaglianza nutre l’anima Kristof

Natale di precarietà De Capitani

Il miele del tempo condiviso Stefani

Tra il Sinai e Sichem Stefani

I santi e i defunti: i giusti non muoiono mai! De Capitani

No alla guerra: principio non negoziabile Bettazzi

Dalla competizione alla cooperazione (Martirani)

Il dono che smentisce il mercato

Profetici, giusti, non protetti De Capitani

Guerra in Afghanistan: missione di pace? Nogaro

Perché etica e ricerca devono saper dialogare Coda

Evangelizzare non significa fare proseliti De Capitani

La banalità del male De Capitani

Addio a Panikkar teologo del dialogo Mancuso

Parrocchia e vocazione messianica

La laicità dei credenti

Non sempre la storia partorisce la verità

Superare i dualismi del passato

Islam: sincerità del Profeta

Semplicità e umanità: forza dell’islam

Inculturazione critica della fede

Cristianesimo: religione o fede?

Come se Dio ci fosse o non ci fosse?

Faticoso percorso verso il dialogo interreligioso

Teologia delle religioni

Fondamentalismo e relativismo: uso distorto della verità
Un Dio che soffre?
Complessità e fondamentalismi
Segni dei tempi o barbarie dei tempi?
È tempo di profezia
Multiculturalità: quali cambiamenti?
Solo un Dio ci salverà?

Sacralità e violenza

Violenza del potere e forza della non violenza

Riconciliazione, perdono, verità: guardare avanti

Memoria e profezia per costruire la pace

Dalla cristianità alla pace per tutti

È più importante la verità o la pace?

Vent’anni dopo il muro abbattuto
Ha ancora senso la difesa armata nell’era atomica?
Bonhoeffer testimone di fede e laicità
L’impegno di Bonhoeffer per la pace
Pace e laicità tra derive clericali e laiciste
Il modello biblico di liberazione e pace
La pace al centro della teologia di Luigi Sartori

Uomo nuovo che guarda alla terra

Perchè lo sviluppo non diventi distruttivo

Economia civile

Cos’è che più ci arricchisce?

Il mercato è chi fa marketing

Le scissioni della cultura contemporanea

Impresa sociale

Introdurre principi democratici nell’economia e nell’informazione

Si può parlare di economia del dono?

E’ l’ora che l’economia non trascuri più l’etica

Rivalità o collaborazione tra stato e chiesa?

Paura o speranza?

Integrare gli immigrati conviene

Verso un nuovo individualismo?
Quali fondamenta per la democrazia?
La “rivoluzione scientifica” di Keynes
Contro la crisi della democrazia alzare l’asticella
Persona e diritti umani
Invecchiamento attivo
Sovranità parola da abolire
Vocazione universalista del costituzionalismo
Due componenti per comprendere la crisi
Servilismo mafioso e cumulo dei poteri
La democrazia non si eredita
Parabola evangelica fuori da ogni logica sindacale
Un mondo per pochi?
Speculazione: un gioco a somma zero?
Riscoprire la centralità del lavoro
L’urbanesimo all’origine delle migrazioni
Alcune radici lontane dell’etica liberista
Lotta all’immigrazione: trionfo della demagogia
Grandi opere? Meglio a dimensione umana
Creazione di valore e idolatria della crescita
Corruzione
Cibo e salute
L’ingiustizia che deriva dallo sviluppo
Difendere la tradizione dai tradizionalisti
La chiesa dell’origine aveva due papi
Primato di servizio: per una chiesa dialogica ed ecumenica
Il percorso ecumenico tra continuità e discontinuità
Ecumenismo: diminuire le chiese, accrescere Cristo
Conversione nei confronti degli ebrei
Dio del potere o Dio del servizio?
Chiese e profezia

Esiste ancora la natura?
Basi teoriche per una rivalutazione della natura?
Quale percorso evolutivo nella natura?
Strategia localista contro la mercificazione della vita
Violentare o imitare la natura?
Colonizzazione del tempo
Colonizzazione della terra
Fine delle ideologie?
Salute dell’uomo e salute del pianeta
Funzione strategica di cibo e foreste
Quando un’ideologia pretende di essere naturale
Il clima nelle mani di apprendisti stregoni

Io sono in mezzo a loro
Non è più tempo di delega e dipendenza (samaritana)
La chiesa non è mercato (fico)
Verità dell’amore incarnato (1 Giov)
Vocazione, non identità (Es 3)
Dubbi, domande, relativismo di Qohelet

VANGELO DI MARCO
Incontro metodologico: La verità delle scritture
1. (1,1-13) Un percorso che porta al dialogo
2. (1,14-20) Conversione
3. (1,21-45) Fare, non solo dire
4. (2,1-3,6) La novità dell’evangelo
5. (3,7-35) L’anticristo che c’è in noi
6. (4,1-34) Annunciare in parabole
7. (4,35-5,43) Crescere nella fede
8. (6,1-56) Quale missione?
9. (7,1-37) Rischiare nella fede
10. (8,1-26) Occhi per vedere oltre le apparenze
11. (8,27-9,13) Via della croce e destino di felicità
12. (9,14-50) Fede in Dio e fiducia negli uomini
13. (10,1-52) Autorità ai piccoli
14. (11,1-33) Il culto decaduto
15. (12,1-44) Totalità per il discepolo
16. (13,1-37) Vigilare, cioè impegnarsi nel presente
17. (14,1-21) Fede o disperazione
18. (14,22-31) Eucaristia: la vita come dono
19. (14,32-15,47) “Dio mio, perché mi hai abbandonato?”
20. (16,1-20) Nell’assenza di Dio, la resurrezione

EPISTOLA AI ROMANI
1. Incontro introduttivo
2. (1,1-17) Paolo, scelto per annunciare il vangelo a tutte le genti
3. (1,18-32) Degrado morale derivante da empietà e idolatria
4. (2,1-3,20) Impegnativo vantaggio dei giudei
5. (3,21-31) La fede che salva
6. (4,1-12) La fede adulta di Abramo
7. (4,13-25) Intelligenza della fede

INDICE DIALOGO INTERRELIGIOSO
INDICE ECUMENISMO
INDICE PACE
INDICE GIUSTIZIA
INDICE SALVAGUARDIA DEL CREATO
INDICE FONDAMENTALISMO E RELATIVISMO
INDICE FEDE E RELIGIONE
INDICE MULTICULTURALISMO E MIGRAZIONI
INDICE LAICITÀ
INDICE PROFEZIA E SEGNI DEI TEMPI
INDICE CRISI ECONOMICA
INDICE ECONOMIA DEL DONO
INDICE LIBERTÀ DI STAMPA
INDICE CORRUZIONE E MAFIE
INDICE FILOSOFIA DELL’ALTERNATIVA
INDICE LETTURA ECUMENICA DELL’EPISTOLA AI ROMANI
INDICE LETTURA ECUMENICA DEL VANGELO DI MARCO
INDICE SCHEDE TRATTE DALLE SETTIMANE DI MOTTA
SCHEDE TRATTE DAL CORSO DI TEOLOGIA PER LAICI
INDICE SCHEDE TRATTE DA INCONTRI MEIC

ELENCO COMPLETO DEL MATERIALE

settembre 27, 2010

LA “BANALITÀ” DEL MALE

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 7:14 PM

SIAMO INGRANAGGI DI UNA MACCHINA CHE NON VOGLIAMO SAPERE DOVE VA

di don Giorgio De Capitani*

Saggezza costruita sull’esperienza. Il libro dei Proverbi è una vasta raccolta di massime, sentenze, insegnamenti, esortazioni che fanno parte della saggezza popolare orientale. Non si tratta dunque di riflessioni di carattere teorico, filosofico o teologico. La saggezza popolare costruisce i suoi proverbi sulla esperienza quotidiana, che è fatta di gioie e di dolori, di inganni e di tranelli, di crisi e di speranze. Cambiano i tempi, cambiano gli usi e i costumi, il modo di vivere, ma la saggezza sta nel cogliere i valori eterni. La sapienza popolare, in altre parole, non invecchia. Ha una sua attualità da rivalutare soprattutto in tempi, come i nostri, in cui si è persa la capacità di concentrazione, di osservazione, di usare quel senso critico che sa distinguere ciò che è bene da ciò che è male. Oggi in genere sappiamo al massimo distinguere ciò che è utile da ciò che non è utile, dal punto di vista efficientistico. Il brano letto (Pr 9,1-6) mette in luce il contrasto tra sapienza e stoltezza. Chi è colui che si comporta da saggio, e colui che si comporta da stolto? La sapienza che riguarda il nostro vivere non è materia di scuola. Ma ci si deve educare a saper vivere scegliendo il giusto o il vero, di caso in caso. Ogni giorno. Nel nostro agire più banale. Di banalità in banalità si arriva alla stoltezza che, proprio perché banale, non ci fa sentire in colpa. Ma c’è anche un‘altra banalità, quella del male che diventa così normale da apparire appunto banale.

Un uomo banale. Scusate se mi soffermerò ora su un libro davvero interessante, anche se non è di facile lettura. Il titolo: “La banalità del male”. Autrice: Hannah Arendt, che ha seguito da giornalista le 120 sedute del processo Eichmann, il famigerato criminale nazista che aveva coordinato l’organizzazione dei trasferimenti degli ebrei verso i vari campi di concentramento e di sterminio. Nel maggio 1960 agenti israeliani lo catturarono in Argentina, dove si era rifugiato, e lo portarono a Gerusalemme per essere processato da un tribunale israeliano. Fu condannato a morte e la sentenza fu eseguita il 31 maggio del 1962. La giornalista, colpita dall’atteggiamento dell’imputato, si pone subito una domanda: ma chi è veramente Eichmann? Uno spietato criminale nazista, oppure un semplice funzionario che obbedendo agli ordini faceva partire in orario i treni per la deportazione degli ebrei? La risposta dell’autrice va oltre Eichmann, che viene assunto come modello per affrontare il problema del male. Dal titolo italiano si evince la sua tesi, ovvero, la natura banale del male. Bisogna fare attenzione, il termine banale potrebbe trarre in inganno. La banalità non è sinonimo di non sussistenza del male, non si sminuisce il male come atto in sé, ma lo si colloca su di un piano diverso, appunto, banale. La Arendt, ogni volta che assisteva alle sedute, provava disagio di fronte a un individuo che appariva del tutto mediocre, perfetto burocrate del male, intrappolato in clichés e in un linguaggio standardizzato che gli impedirono di prendere coscienza dell’atrocità delle proprie azioni.

Etica kantiana. Egli dichiarò di aver praticato, da buon tedesco, i principi dell’etica kantiana; davanti alla corte di Gerusalemme, in una sorta di «macabra commedia», si mise a recitare una definizione stravolta di un imperativo categorico di Kant: «Agisci come se il principio delle tue azioni fosse quello stesso del legislatore o della legge del tuo paese» (quello di Kant era: “Agisci solo secondo la massima per la quale puoi e allo stesso tempo vuoi che questa diventi una legge universale”. Ciò che la Arendt scorgeva in Eichmann non era neppure stupidità, ma qualcosa di completamente negativo, cioè l’incapacità di pensare: prima ancora che poco intelligente, egli non aveva idee originali e non voleva correre il rischio di averne. Entrò nel partito nazista austriaco nel 1932, senza troppa convinzione, seguendo il consiglio di un amico. Quasi senza accorgersene, finì per diventare amministratore della macchina organizzativa: requisiva treni e pianificava gli spostamenti in base alla capacità dei campi di concentramento, organizzava tra i vari campi il trasporto degli ebrei. Egli ammise che, dopo la caduta del regime, si sentì perduto, spaesato poiché non aveva più ordini a cui obbedire e un capo da osannare. Giustificò i suoi crimini contro l’umanità con l'”etica” del senso del dovere e di ordini superiori che sarebbe stato impossibile, nonché “immorale” disattendere. Insomma, il diavolo non è mai come lo si vuol dipingere, non è l’eccezionalità, l’extra-ordinario o il tentatore ammaliante dalle mille lusinghe, ma l’insospettabile omino della porta accanto.

Mostro o uomo qualunque? Eichmann si confessò sempre innocente: “Io non ho mai ucciso né un ebreo né un non ebreo, insomma non ho mai ucciso un essere umano”. Egli si considerava un cittadino ligio alla legge che aveva soltanto eseguito gli ordini. Era solo un burocrate. Su questo punto si apre la riflessione della Arendt: il mostro che tutti si aspettavano di vedere seduto al banco degli imputati, non era altro che un uomo qualunque, ordinario, banale. Né un idealista né un fanatico, semplicemente un ingranaggio di quella enorme e complessa macchina che era allora il regime. Il libro apre qui una profonda riflessione sull’entità del male, riflessione anticipata fin dal titolo dell’opera: il ‘male’ incarnato dal suo protagonista è un male banale, tutt’altro che demoniaco; un male proveniente dal basso, un male forse non del tutto consapevole e quindi anche più pericoloso. Eichmann non era che una pedina di quella scacchiera immensa che costituiva l’apparato nazista entro il quale altri uomini, come lui, lavoravano simultaneamente. La questione della colpa a questo punto diventa complessa.

Eichmann non è allora il Diavolo,  ma il suo umile servitore, il burocrate che non si pone domande ma esegue semplicemente il proprio lavoro, perché così gli è stato ordinato. La Arendt nota come nulla, perfino nell’aspetto dell’imputato, lasci intendere che dietro quell’uomo piccolo e canuto si celino in realtà milioni di altri uomini, deportati ed uccisi nei campi di concentramento. Eichmann, incaricato delle deportazioni, che idealmente muoveva milioni di ebrei verso la morte, era semplicemente uno che cercava di svolgere al meglio il suo lavoro dietro una grigia scrivania, come quello di un qualunque impiegato: Eichmann ci somiglia, questa la terrificante verità che emerge dalle pagine del libro. Il rigoroso ed efficiente apparato nazista ha probabilmente inaugurato ciò che oggi è il principale paradigma di ogni produzione aziendale: la divisione del lavoro che riduce la capacità del singolo di comprendere l’esito finale delle proprie azioni. Per terminare con le parole della Arendt: “il guaio del caso Eichmann era che di uomini come lui ce n’erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali”. Per la filosofa, la banale malvagità di Eichmann, che ne ha fatto uno dei peggiori carnefici della storia, è il frutto semplice e mostruoso della sua “mancanza di immaginazione”.

Empatia.  Una carenza che si traduce anche in assenza di quella dimensione peculiarmente umana, l’empatia, che fa sì che si ci possa immedesimare nell’altro al punto di essere partecipe delle sue emozioni, siano esse di gioia o di dolore. “Non era stupido – sottolinea riferendosi ad Eichmann – era semplicemente senza idee… Quella lontananza dalla realtà e quella mancanza di idee possono essere molto più pericolose di tutti gli istinti malvagi che forse sono innati nell’uomo. Questa fu la lezione di Gerusalemme”. Per la Arendt, è “questo agire in assenza di pensiero il fatto tragico dei nostri tempi”. Dunque, il male non sceglie, si fa scegliere. E si fa scegliere anche da persone “normali”. La banalità del male rilevata in Eichmann è di fatto il terribile riconoscimento della “normalità” del male. Una normalità che fa sì che alcuni atteggiamenti comunemente ripudiati dalla società trovano modo di manifestarsi attraverso il cittadino comune, che non riflette sul contenuto delle norme ma le applica incondizionatamente. È questa la sconvolgente verità: il male è umano anche nelle sue forme più aberranti ed estreme, quelle che ai più sembrano impensabili e quindi inspiegabili. Riconoscere questo in un carnefice significa in ultima analisi riconoscere di avere qualcosa in comune con lui in quanto uomini. E ciò per alcuni è inaccettabile.

Un insegnamento attuale.  Arendt non intendeva assolvere Eichmann. Voleva semplicemente sottolineare il fatto, tremendo, che non bisogna necessariamente essere malvagi per compiere il male. Eichmann, nella sua atroce normalità, costituisce l’espressione più inquietante del nazismo. Egli incarna il tipo sociale più caratteristico del totalitarismo: l’individuo atomizzato della società di massa, incapace di partecipazione civile, che trova la sua nicchia vitale in un’organizzazione che ne annulla il giudizio morale. Allo stesso tempo la Arendt intendeva porre all’attenzione una realtà non meno inquietante, certamente impopolare e scomoda: un’intera società, frutto di una evoluta civiltà, può sottostare ad un totale cambiamento dei riferimenti morali senza che i suoi membri siano in grado di emettere alcun giudizio su quanto sta accadendo.

*Omelia domenicale del 26-9-2010 reperibile in:   http://www.dongiorgio.it/scelta.php?id=1309&nome=omelie

Per riflettere:

-saggezza costruita sull’esperienza;

-senso critico per distinguere ciò che è bene e ciò che è male;

-anche nel nostro agire più banale;

-la banalità non ci fa sentire in colpa;

-il mediocre funzionario che obbedisce agli ordini;

-si appella all’etica kantiana;i

-non stupidità, ma rifiuto di pensare;

-un male tutt’altro che demoniaco;

-forse non del tutto consapevole e quindi più pericoloso;

-incapace di empatia;

-quindi lontano dalla realtà;

-oggi è sempre più difficile comprendere i meccanismi di cui siamo ingranaggi;

-è indispensabile partecipare alla vita civile;

-c’è un piccolo Eichmann in noi?


settembre 3, 2010

INDICE CRISI ECONOMICA

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 2:18 PM

Quell’idea di ordine che ha inquinato la politica europea

Uso improprio del debito pubblico

La mania short-term  Mazzucato

Il capitale improduttivo  Perrotta

Ma esiste il lavoro improduttivo?  Perrotta

Il capitalismo secondo Donald  Mazzucato

Equità, welfare e Keynes  Rampini

Più poveri dei genitori  Rampini

Deflazione   Rampini

Pubblico e privato uniti nella lotta  Mazzucato

Ecco i sette errori del liberismo  Samuelson

Chi ha paura della Cina  Mazzucato

Corrado Gini l’uomo coefficiente  Rampini

Cosa si nasconde dietro quella curva  Odifreddi

Se cresce la diseguaglianza  Urbinati

Il fantasma della deflazione   Bisin

La nuova destra dei camaleonti  Spinelli

Gli anticorpi perduti della società italiana  Sylos Labini

L’euro paga le incertezze della Fed  De Cecco

I custodi della Carta  Settis

Germania e austerità: finita la luna di miele?  Pandolfi

Le ragioni della destra e quelle della sinistra  Lunghini

Alle radici della crisi economica  Carabelli

Austerità sbriciolata  Krugman

Econometica  Sacconi

Giustizia e misericordia  De Capitani

Curare le cause profonde della crisi  Magatti

E’ una crisi della libertà  Magatti

La guerra delle monete scatena l’attacco all’euro  Rampini

L’economia lumaca  Ruffolo e Sylos Labini

Il baratro fiscale dell’agenda Monti  Gallino

La rivincita sul neoliberismo   Rampini

1) Rivoluzioni tecnologiche e onde lunghe  Reati

2) Risvegliare lo spirito imprenditoriale  Reati

3) La politica del cambiamento strutturale  Reati

4) Lavorare meno per lavorare tutti  Reati

5) Le occasioni mancate   Reati

Un nuovo vento unisce l’Europa  Beck

Se la crescita non basta più  Ruffolo Labini

Quando l’imprenditore si sente classe operaia  Diamanti

Cooperazione finanziaria per superare la crisi

Il superuomo-adolescente che piace al potere  Magatti

Stiamo vivendo al di sopra delle nostre possibilità?

Che cosa cambiare per vincere la crisi

Il federalismo che può salvare l’Europa   Appello

L’Europa può salvarsi se si libera dall’euro  Krugman

Il volto della crisi   Galtung

La rivoluzione che viene dagli Usa  Rampini

Chi salverà l’Europa dall’euro?  Terzi

Lo sguardo cieco dell’Europa  Spinelli

Appello di economisti

Come riformare il capitalismo   Ruffolo e Sylos Labini

Speculazione edilizie e finanziarie  La Valle

È possibile il dialogo tra finanza e cristianesimo?

La rabbia degli indignatos   Guetta

Il demone della finanza Giannini

Crisi economica e liberismo

Radici ideologiche della crisi economica

Il futuro del lavoro Ruffolo

Due componenti per comprendere la crisi

Riscoprire la centralità del lavoro

Cos’è che più ci arricchisce?

La “rivoluzione scientifica” di Keynes

Speculazione: un gioco a somma zero?

La terza crisi dell’Europa Touraine

Un ventennio di degrado morale  Ottone

La mutazione del capitalismo  Ruffolo

Lettera degli economisti  giugno 2010

Decadenza   Stefani

agosto 25, 2010

INDICE LETTURA ECUMENICA DELL’EPISTOLA AI ROMANI

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 6:54 am

1. Incontro introduttivo
2. (1,1-17) Paolo, scelto per annunciare il vangelo a tutte le genti
3. (1,18-32) Degrado morale derivante da empietà e idolatria
4. (2,1-3,20) Impegnativo vantaggio dei giudei
5. (3,21-31) La fede che salva
6. (4,1-12) La fede adulta di Abramo
7. (4,13-25) Intelligenza della fede

agosto 24, 2010

INDICE FONDAMENTALISMO E RELATIVISMO

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 9:44 PM

La meta è ancora lontana  De Capitani

Fondamentalismo e relativismo: uso distorto della verità  Cozzi

Complessità e fondamentalismi

Semplicità e umanità: forza dell’islam  Branca

Semplificazione del linguaggio, appiattimento del pensiero

Dubbi, domande, relativismo di Qohelet

Vocazione, non identità (Es 3)

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