Brianzecum

luglio 1, 2012

RISCOPRIRE LA FEDE E LA COSCIENZA

LE RELIGIONI FINISCONO PER PREFERIRE LA LEGGE ALLA DIGNITÀ DELLE PERSONE

di don Giorgio De Capitani*

La fede  è un tema che accomuna i tre brani della Messa di oggi. Parlare di fede non è facile per nessuno, nemmeno per i teologi che, quando ne parlano, difficilmente sono comprensibili. È come se parlassero tra loro. Ma la fede riguarda tutti, dotti e non dotti. E Cristo la esigeva, prima di compiere quasiasi miracolo. E la trovava tra le persone più semplici, tanto semplici da strappargli meraviglia, mentre, di fronte ai dotti o teologi del suo tempo, scribi e farisei, notava con amarezza solo cecità, chiusura, mancanza di fede. E spesso additava la fede dei pagani come esempio per gli stessi ebrei, così ligi alla Legge. Anche per noi preti c’è il rischio di dire sulla fede tante belle cose, e di dire in realtà nulla che possa coinvolgere la vita reale della nostra gente. Quello che è peggio è che non ci accorgiamo di favorire una apparenza di fede, che è solo devozionismo che non punta al cuore della fede evangelica. Eppure la parola fede qualifica coloro che credono in Dio o in Gesù Cristo: i cristiani sono anche chiamati “fedeli”. Quante volte si parla di assemblea dei fedeli! Vorrei soffermarmi, con un po’ di timore di non essere chiaro, sul secondo brano della Messa, tolto dalla lettera che san Paolo ha rivolto ai cristiani di Roma. San Paolo, l’ho già detto altre volte, è tanto affascinante come personaggio storico quanto difficile e talora incomprensibile come teologo. Gli stessi esegeti ancora oggi tentano di darci qualche delucidazione, di aiutarci a comprendere il pensiero autentico dell’apostolo, ma non sempre ci riescono. Dunque, le lettere di san Paolo sono da capire, e prima di pretendere che la gente le comprenda occorre che noi preti le spieghiamo, magari perdendo un po’ di tempo e rischiando qualche malumore tra gli ascoltatori assidui delle Messe festive, i quali, abituati alla praticità, preferiscono non fare troppi sforzi mentali.

Giustificare.  Ci sono termini nelle lettere di San Paolo che sono un po’ la chiave del suo pensiero teologico. Parole che fanno parte anche del linguaggio giuridico. Ad esempio, che cosa significa “giustificazione”? Il verbo latino “justificare” significa “rendere giusto”. In che senso? Per rispondere, non mi limito a considerare solo il brano di oggi che si trova nella lettera ai cristiani di Roma, ma allargherei il discorso considerando soprattutto la lettera che san Paolo ha scritto ai cristiani della Galazia. Subito una cosa: San Paolo, in questa lettera, non parla mai di salvezza, che era l’annuncio centrale della catechesi primitiva, ma parla appunto di “giustificazione”. L’apostolo, tuttavia, non ha inteso dare ai Galati una lezione di tipo intellettualistico. Egli parte da un rimprovero concreto: i cristiani di quella comunità avevano in parte tradito il Vangelo di Cristo per un altro vangelo: un vangelo che ignorava la giustificazione per mezzo della fede e proponeva invece la giustificazione per mezzo dell’osservanza della Legge di Mosè. Torniamo alla domanda: in che senso intendere la “giustificazione” secondo san Paolo? È qui che vorrei essere chiaro. Rendere giusto, secondo san Paolo, è donare la giustizia di Dio, da intendere come santità o grazia. Dunque si tratta di un dono divino. Ed è sul dono o sulla gratuità divina che san Paolo polemizza con quanti volevano ridurre la giustizia o santificazione ad una questione di opere buone da compiere da parte dei cristiani.

Prescrizioni della legge.  Ecco un passo della lettera ai Galati dove l’apostolo per non meno di tre volte respinge in una stessa frase le pretese della Legge e afferma il valore della fede. Scrive: «Sapendo che l’uomo non è giustificato per le opere della Legge, ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo, abbiamo creduto anche noi in Cristo Gesù per essere giustificati per la fede di Cristo e non per le opere della Legge, poiché per le opere della Legge non verrà mai giustificato nessuno» (Gal 2,16). Perché san Paolo non pone solo una questione diciamo teorica, ma pone un problema concreto che riguardava in particolare i cristiani della Galazia? Il problema riguardava soprattutto quei cristiani che provenivano dal mondo pagano: costoro dovevano o non dovevano sottomettersi alle prescrizioni della legge, a cominciare dalla circoncisione, per continuare poi con le osservanze alimentari e l’astensione da ogni lavoro nei giorni di sabato? C’erano cristiani, che provenivano dal mondo ebraico, che predicavano che tutte queste prescrizioni valessero per tutti i cristiani, anche per quelli provenienti dal mondo pagano. Costoro si appellavano ad un obbligo risalente ai tempi di Abramo quando Dio impose la circoncisione come segno dell’alleanza.

La fede precede la legge.  Una risposta chiara la troviamo anche nel brano di oggi. Il ragionamento di san Paolo sembra molto semplice: “la fede fu accreditata ad Abramo come giustizia” prima o dopo la circoncisione impostagli da Dio? “Egli ricevette il segno della circoncisione come sigillo della giustizia, derivante dalla fede, già ottenuta quando non era ancora circonciso”. Più chiaro di così! E san Paolo aggiunge: “In tal modo egli (Abramo) divenne padre di tutti i non circoncisi che credono, cosicché anche a loro venisse accreditata la giustizia, ed egli fosse padre anche dei circoncisi, di quelli che non solo provengono dalla circoncisione ma camminano anche sulle orme della fede del nostro padre Abramo prima della sua circoncisione”. In parole più semplici: la fede di Abramo precede ciò che diventerà successivamente la religione ebraica. Abramo, prima di essere chiamato da Dio alla missione di diventare il capostipite del popolo eletto, era un pagano. E da pagano credette nel vero Dio. Dunque, la religione ebraica è fondata sulla fede di un pagano. Successivamente Dio imporrà la circoncisione come segno fisico della Alleanza. Ma successe, come in tutte le religioni, che il popolo ebraico, tramite i suoi capi, man mano darà più importanza ai segni o ai riti che non alla fede. San Paolo sembra preoccupato nel far sì che il cristianesimo non cada nello stesso pericolo. Il cristianesimo è fondato sulla fede nel Cristo risorto, e non accetta nessun condizionamento dal ritualismo o dalle leggi di una religione, quella ebraica, che Cristo del resto aveva condannato proprio per aver tradito la sua fede nel vero Dio, tanto da preferire la legge alla dignità dell’essere umano. La Legge! Ecco, qui entra in scena un altro aspetto della predicazione di san Paolo. È la legge vista nelle sue opere che l’apostolo contesta: certo la legge può aiutarci ad essere buoni, ad essere migliori, ma può anche diventare un fine, come il sabato ebraico che era diventato più sacro dell’uomo stesso.

La legge è solo un mezzo,  una legge senza la fede è morta, anzi pericolosa. La legge per san Paolo è stata sostituita dalla grazia di Dio, ovvero dallo Spirito santo, che è la nuova legge del credente. In altre parole, torna in scena ciò che noi chiamiamo la Coscienza. Cristo non ha introdotto la Grazia o la Coscienza con il Cristianesimo. Lo Spirito santo c’è da sempre. Da sempre l’uomo ha una coscienza che è la voce dello Spirito interiore. So che mi ripeto: la legge che diventa un fine, la legge che mortifica la Coscienza è sempre stato, e lo è tuttora, il rischio di ogni religione. Per questo Cristo si è ben guardato dall’inventare una nuova religione. Ma purtroppo il cristianesimo è caduto subito in una specie di religione, fino ad assumere lungo i secoli tutte quelle forme devianti che Cristo aveva condannato nella religione ebraica. Quando leggo le parole così chiare di san Paolo sulla fede e sulle opere della legge, veramente rimango allibito al pensiero di ciò che la Chiesa è arrivata a imporre attraverso norme e divieti talora così assurdi che, al confronto, le prescrizioni ebraiche erano più accettabili e comprensibili. Cristo aveva ridotto i 613 precetti, negativi e positivi, della religione ebraica ad un solo comandamento: Ama Dio e di conseguenza il prossimo tuo come te stesso. La Chiesa ha costruito un castello di leggi che comprende ben oltre i 613 precetti. Ancora oggi ne siamo sommersi. E a scapito di che cosa? Della fede genuina in Dio. A scapito dell’amore per il prossimo. A scapito della propria coscienza. La fede precede la religione. La fede è il cuore del cristianesimo. Fede in Dio e nell’Umanità. Fede è amore, e l’amore non ha remore in quanto amore. L’amore non può essere mortificato da nessuna istituzione né civile né religiosa. La fede in Dio va al di là di ogni confine, di ogni razza, di ogni religione. Credo in un Dio che è padre di tutti, che non ama fare preferenze. Già il cardinal Martini diceva:

Dio non è cattolico”.  O, meglio, è cattolico nel senso del termine “cattolico”, che significa universale. Ma per noi la Chiesa cattolica non è altro che una grande e grossa istituzione, in cui Dio sta stretto. Liberiamoci di tutte quelle forme religiose che ancora oggi, purtroppo, costituiscono una certa fede popolare che odora di superstizione. Basta con certi culti per santi idolatrati. Basta con le Madonne che piangono o parlano su commissione. Basta con le leggi morali di una Chiesa che ama farsi sadica per incatenare meglio le anime a sé. Ridiamo spazio allo Spirito santo, che è la voce della nostra Coscienza. Dio ci chiede fede pura. Anche le opere ci vogliono, ma queste devono esprimere la nostra fede, e non soffocarla. La Chiesa deve essere una Casa dove si possa respirare aria pura, e non una struttura asfissiante. La Chiesa non è un fine, è solo un mezzo. Dio è padre anche dei non circoncisi, anche dei non battezzati, anche degli atei. Sogno un papa che sia meno religioso, meno ecclesiale, meno curiale: più umano, più aperto all’ascolto delle voci dell’Umanità intera. A eleggerlo dovranno essere le voci della Coscienza universale.

*omelia del 1 luglio 2012, quinta domenica dopo Pentecoste: Gen 17,1b-16; Rm 4,3-12; Gv 12,35-50. Fonte: http://www.dongiorgio.it/30/06/2012/omelia-di-don-giorgio-quinta-domenica-dopo-pentecoste-2012/

marzo 12, 2012

TRADIZIONE ED EVOLUZIONE

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 9:02 am

L’amore come risposta alla crisi  La Valle

La verità del vangelo Stefani

Unità nella diversità  De Capitani

Che cosa è la non violenza cristiana  Drago

Le acque della vita  De Capitani

La nonviolenza messaggio di papa Francesco 1-1-2017

Appoggio al messaggio del papa  WaC

Nostalgia e speranza  Stefani

La meta è ancora lontana  De Capitani

La memoria non è la storia  Stefani

Un Dio sempre nuovo  De Capitani

Rischiare nella fede

Difendere la tradizione dai tradizionalisti

Storia, Tradizione, prospettiva escatologica  Stefani

La novità dell’evangelo

Fondamentalismo e relativismo: uso distorto della verità

Esiste ancora la natura?

novembre 7, 2011

SCHEDE DAL SITO: WWW.DONGIORGIO.IT

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 9:37 am

Scoprire il divino in noi  De Capitani

Fuori gli idoli dal nostro essere De Capitani

Esclusione e inclusione De Capitani

Libertà utopica fuori dall’interiorità De Capitani

Perseguire la libertà interiore De Capitani

In cammino verso la luce  De Capitani

La pace che viene dal profondo  De Capitani

Il sovrano spirituale che porta la giustizia  De Capitani

Quella giustizia che dà origine ad amore libertà verità libertà  De Capitani

Trasfigurazione del Signore  De Capitani

Spirito santo vero maestro  De Capitani

Tre elementi dell’Essere umano De Capitani

Verità come movimento di rivelazione dell’Essere  De Capitani

Le acque della vita  De Capitani

Unità nella diversità  De Capitani

Verso l’unificazione totale  De Capitani

Accogliere gli stranieri  De Capitani

Abele e Caino  De Capitani

Trinità un mistero che ci arricchisce  De Capitani

Significato di cieli aperti  De Capitani

Semplicità ed essenzialità  De Capitani

La verità è un cammino  De Capitani

Il prossimo non ha etichette  De Capitani

L’amore che rende tutti amici  De Capitani

La nostra ideologia ipocrita  De Capitani

Pace come completezza  De Capitani

Cristiani gente dell’inizio  De Capitani

Chiesa: su pietra monolitica o 12 colonne?  De Capitani

Non siamo padroni ma solo amministratori  De Capitani

Gesù e il tempio  De Capitani

Debole e nascosto il preferito  De Capitani

Lasciarsi affascinare dal Mistero  De Capitani

La Resurrezione come nuova nascita  De Capitani

La sottile ironia di Dio  De Capitani

Vedere faccia a faccia  De Capitani

La menzogna del credente  De Capitani

Chi pensa alle generazioni future?  De Capitani

Chiamati a preparare la strada  De Capitani

Cos’è la giustizia  De Capitani

Giustizia e misericordia  De Capitani

Santità popolare  De Capitani

Stesso Dio per tutti  De Capitani

Servi inutili (Lc 17,7-10)  De Capitani

Vocazione per tutti: a diventare più umani De Capitani

La meta è ancora lontana  De Capitani

Trinità: un’idea di Dio che modifica quella di uomo  De Capitani

Pentecoste, discesa dello Spirito  De Capitani

La libertà di coscienza è il vero progresso  De Capitani

Protagonismo dello Spirito santo  De Capitani

Come opera lo Spirito Santo  De Capitani

Battesimo nello Spirito santo  De Capitani

Il Cristo storico e quello della fede   De Capitani

L’episodio dell’adultera  De Capitani

Obbedire a Dio e alla propria coscienza  De Capitani

Un Dio sempre nuovo  De Capitani

Bellezza e gratuità  De Capitani

Canto della vigna  De Capitani

Non ingannare i giovani  De Capitani

Il dono sublime della creatività  De Capitani

Un’immagine distorta della Vergine  De Capitani

Un Dio nomade?  De Capitani

Ricchi e poveri secondo sant’Ambrogio  De Capitani

Date a Cesare… De Capitani

Quale professione di fede  De Capitani

Guardiani per vocazione  De Capitani

Pentecoste, festa del pluralismo  De Capitani

Giornata mondiale della pace  De Capitani

Il progresso della storia  De Capitani

Parabola dell’ultima ora  De Capitani

Trinità come modello da perseguire  De Capitani

Accelerare l’era dello Spirito  De Capitani

Educare i giovani alla giustizia e alla pace  De Capitani

Gesù e la resurrezione di Lazzaro  De Capitani

Giornata della vita De Capitani

Potere, autorità, verità e giustizia   De Capitani

Santo è colui che serve l’umanità  De Capitani

Santi o profeti?  De Capitani

La vita è nella morte e la morte è nella vita De Capitani

La verità vi farà liberi! De Capitani

Deserto, luogo della Parola De Capitani

Evangelizzare non significa fare proseliti De Capitani

L’essenziale è invisibile De Capitani

Natale di precarietà De Capitani

I santi e i defunti: i giusti non muoiono mai! De Capitani

Profetici, giusti, non protetti De Capitani

Parabola evangelica fuori da ogni logica sindacale De Capitani

La banalità del male De Capitani

settembre 26, 2011

STORIA, TRADIZIONE, PROSPETTIVA ESCATOLOGICA

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 2:02 PM

COME CONCILIARE UNICITÀ DI DIO E PLURALISMO DELLE RELIGIONI. PLURALISMO FRUTTO DELLA STORIA MA DESTINATO A SUPERARLA

di Piero Stefani*

La Chiesa cattolica  nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni [non cristiane, ndr]. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini.” (Nostra aetate, n. 2). Questa affermazione conciliare ha apportato una notevole modifica rispetto all’atteggiamento precedente, che sostanzialmente negava validità e verità alle altre religioni e, ancor più, al pensiero non religioso. Siamo di fronte a un semplice “aggiornamento” o a una rottura con la “Tradizione” della chiesa cattolica? Questo interrogativo impone anzitutto di chiarire i termini, a cominciare da quello di tradizione, cui la chiesa stessa attribuisce un’importanza simile a quella delle Scritture (maggiore importanza a queste ultime è invece data dal mondo protestante).

Tradizione.  Con questo termine si intende qualcosa che abbiamo ricevuto, una realtà che ci precede, a cui attribuiamo un significato per il nostro essere e credere, ma di cui non siamo autori. Ci precede ma anche ci segue: dobbiamo trasmetterla a chi verrà, quindi riguarda anche il futuro. Mentre la storia è per definizione un’indagine sul passato, la tradizione è strutturalmente aperta anche al futuro. A questo punto non è certo indifferente la domanda se si trasmette solo quello che abbiamo ricevuto o anche qualcos’altro. La risposta è che ci può essere anche qualcos’altro, purché si resti entro certi parametri, in contiguità con l’esistente. Qui le parole potrebbero essere il già ricordato aggiornamento, ma anche rinnovamento o riforma. Per non uscire dalla tradizione si deve restare entro quello che possiamo chiamare un paradigma: se se ne esce si fonda qualcos’altro, non è più il patrimonio che abbiamo ricevuto. Ci possono essere discontinuità nella tradizione, ma non assolute. È ovvio che su questa valutazione si possono dividere mentalità orientate più verso la conservazione o verso il cambiamento.

Interpretazione e commento.  Un brano biblico può essere letto come semplice documento storico, un racconto di fatti, che possono anche non essere accaduti nel modo in cui sono narrati, mentre sicuramente storici sono i documenti stessi. La tradizione non lo legge così: lo interpreta, lo commenta e lo consegna a chi seguirà. La consapevolezza storica è molto importante per non prendere il relativo come un falso assoluto; le tracce stesse della rivelazione hanno fatto i conti con la parzialità della storia. Tale consapevolezza è una componente essenziale della fede adulta. Una corretta collocazione storica può incidere nell’interpretazione di un documento. In ogni caso la tradizione può dirci molto di più della semplice lettura storica. È quindi giusto dare alla Tradizione (che merita quindi la T maiuscola) un doveroso rilievo: fatto che non si oppone al severo giudizio di Gesù sulle tradizioni (plurale) derivanti da spinte identitarie e conservatrici (Mt 15,1-20; Mc 7,1-13).

Pluralismo.  Si parla di pluralismo quando, di fronte a una pluralità o molteplicità fattuale, non si esclude il riferimento a un polo di unità. Il pluralismo è qualcosa di diverso dal constatare l’esistenza di una pluralità. Nel caso delle religioni è giusto parlare di pluralismo – e non di semplice pluralità – là dove ci si può appellare all’unicità di Dio. Allora sorge una domanda perché un Dio solo e tante religioni? “La molteplicità delle religioni si presenta come un mistero per il cristiano che cerca di decifrare il disegno salvifico di Dio. L’incontro di Assisi ci spinge a passare da una riflessione sulla salvezza a una riflessione sul significato della diversità delle religioni.” (card. Etchegaray, Il Regno – attualità 10/2011, pag. 347). L’interrogazione sul perché ci sono tante religioni e un Dio solo non è un problema storico ma teologico. Si possono dare due ambiti alternativi di risposta. Un primo, che può essere esemplificato dal detto del filosofo pagano Simmaco (contemporaneo di S. Ambrogio), afferma che proprio perché la realtà divina è abissale, misteriosa, inafferrabile, non si può avere una sola via per giungervi: questa via sarebbe palese, manifesta, quindi non compatibile col mistero divino. Il fatto che esistano molteplici vie è garanzia dell’esistenza di un Dio trascendente e abissale.

La rivelazione cristiana.  L’altra risposta può arrivare quando ci sia un Dio rivelato, che si è manifestato nella storia, dentro la parzialità che la caratterizza. Può rivelarsi attraverso la voce (es: ascolta, Israele), o più pienamente come Logos che si è fatto carne nella storia, oltre che come sapienza originaria. Il rapporto tra queste due forme del Logos si riflette in maniera diretta sul modo con cui l’evangelo si raffronta con le culture del mondo: è il problema dell’inculturazione e della evangelizzazione. Nell’attuale pontificato si nota un grande sforzo per coniugare insieme i due discorsi puntando soprattutto sulla razionalità del Logos, ma ciò depotenzia la centralità attribuita all’annuncio evangelico (o per usare un linguaggio più teologico al kerygma). Un modo fondamentale per affermare la storicità e parzialità dell’ambiente in cui è sorta la fede in Gesù Cristo è il tema del Regno (dei cieli o di Dio). Si tratta di un tema che viene posto nelle scritture come germe, in attesa di un compimento che non è ancora giunto alla sua pienezza escatologica. Pertanto è da ritenersi che il pluralismo delle religioni, pensato e vissuto all’interno della tradizione cristiana, vada posto in questa prospettiva escatologica.

…alla fine Dio sarà tutto in tutti.  (1 Cor 15,28). Questa affermazione paolina non implica un ritorno all’origine. Ogni uomo è caratterizzato da parzialità, e la parte contiene paradossalmente quanto infinitamente la trascende: Dio sarà tutto in tutti, un plurale che comprende ciascuno dei salvati. Se Paolo avesse voluto indicare il ritorno all’origine, avrebbe indicato: tutti saranno nel tutto. La frase paolina comporta invece che la storia non è un passaggio indifferente: la molteplicità che ha prodotto non verrà annullata. C’è un avvenire nel quale il pluralismo viene salvato. Sono considerazioni ovviamente di grande importanza, che ci spingono a impegnarci nella storia per il miglioramento dell’umanità (pace, giustizia, salvaguardia del creato) e nel dialogo interreligioso, evitando forme di proselitismo ormai superate. L’apertura conciliare alle altre religioni, ricordata all’inizio, è da considerare pienamente in linea con la Tradizione cattolica: è semmai una correzione di orientamenti non più consoni alla realtà odierna.

*tratto dalla relazione dal titolo: L’attesa del regno nell’oggi del pluralismo religioso, alla settimana estiva di Motta 2011.

Per riflettere:

-ruolo della tradizione;

-riguarda anche il futuro;

-si può modificare ma entro il paradigma;

-il commento fa parte della tradizione;

-consapevolezza storica fa parte di una fede adulta;

-pluralismo differisce da pluralità;

-significato della diversità delle religioni;

-la risposta di Simmaco e quella cristiana;

-puntando sulla razionalità del Logos si depotenzia il kerygma;

-inculturazione ed evangelizzazione;

-tema del Regno, posto come germe in attesa di compimento;

-nella prospettiva escatologica è salvato il pluralismo;

-le aperture conciliari alle altre religioni sono in linea con la Tradizione.

 

 

luglio 29, 2011

Brianze ecumeniche

schede didattico-divulgative di impronta pluralista e critica, ad uso di educatori e operatori,  su temi riguardanti ecumenismo, dialogo interreligioso, pace, giustizia, ambiente

giugno 30, 2011

ROCCIA O FARFALLA?

STRUTTURE FONDAMENTALI DELLA MORALE

Dall’incontro del 9-6-2011 col prof. don Cataldo Zuccaro al Meic di Lecco sul tema: “La coscienza morale: occasione e responsabilita”.

 

La relazione introduttiva è stata articolata su questi punti:

1) un cenno schematico al contesto culturale contemporaneo;

2) cos’è, come funziona la coscienza morale, quali sono le principali attenzioni etiche;

3) pericoli e importanza della coscienza oggi;

4) coscienza cristiana come mediazione all’interno della complessità della storia (non è mai bianco o nero, ma sempre con sfumature intermedie).

1) L’ATTUALE CONTESTO dalla cultura post moderna è caratterizzato dalla polverizzazione dell’orizzonte metafisico (valeva fino a Kant). Oggi prevale l’individualismo e c’è il pericolo della assolutizzazione dei punti di vista parziali. È facile sentire frasi come: davanti alla mia coscienza non ho nulla da rimproverarmi; non devo fare i conti con nessuno; la mia libertà finisce dove comincia la tua. Si capisce come la coscienza morale non sia più spazio di ricerca della verità, ma l’affermazione di una libertà individuale, senza relazione con l’altro. Diventa difficile la comunicazione. La tolleranza può diventare un equivoco: in realtà è spesso indifferenza all’altro. C’è una crisi evidente nella ricerca della verità, sostituita invece dalla ricerca del consenso. Una branca delle neuroscienze, di stampo riduzionista, afferma che tutto va ridotto alla biologia; l’uomo non è altro che la risultante di cellule e neuroni, e parlare di coscienza è soltanto un inganno.

2) PER DEFINIRE COS’È LA COSCIENZA si può ricordare i cani pastori abruzzesi (bianchi col pelo lungo): stanno accovacciati e sembra che dormano. Ma se intravedono qualcuno che possa costituire un pericolo per il gregge, aggrediscono e sono disposti a tutto. La coscienza è come il pastore abruzzese, interviene quando c’è qualcosa che ci tocca nel profondo. Non è mai esercizio al tavolino, ma sempre risposta a una istanza esterna. Basterebbe questa osservazione per andare oltre al concetto individualista di persona che prevale oggi. Un secondo aspetto della coscienza può ancora essere indicato con un’immagine rurale: la vigna che “piange” quando è potata. Ogni decisione di coscienza è sempre un taglio. Decidere è anche recidere, e comporta spesso un sacrificio che può forgiare la nostra identità, così come la forma contorta di certe viti potate per anni. Una terza caratteristica è che ogni decisione di coscienza riguarda un valore e coinvolge la persona che decide. Decidere è decidersi: come costruire la propria identità morale, buona o cattiva.

Gli altri.  A un’ultima caratteristica di solito si pensa poco: il decidere è sempre anche decidere per gli altri. Se ogni decisione mi cambia, cambia anche gli altri. Basta ricordare l’episodio biblico di Bersabea per capire quante persone ha coinvolto la decisione del re Davide, moralmente riprovevole, di conquistarla sbarazzandosi del marito. Il filosofo Maurice Blondel diceva che è una strana illusione pensare che si possa farsi del male senza farne a nessun altro. Se si opera male si nuoce agli altri, mentre, viceversa, facendo bene le cose si compie un servizio pubblico. Infine, in ciò che facciamo c’è sempre ciò che facciamo fare. Per inciso, tutto ciò è significativo contro la pretesa di poter distinguere vita pubblica e vita privata.

3) PERICOLI DELLA DECISIONE DI COSCIENZA. Un primo pericolo può essere chiamato quello della coscienza vuota, nel senso che il giudizio relativo alla decisione da prendere, non proviene dallo sforzo di conoscere e discernere la verità della situazione che si deve giudicare: la persona non si informa, ma rimane prigioniera del pregiudizio soggettivo di non aver bisogno di niente o di nessuno per poter determinare il giudizio. È il caso, assai frequente, del relativismo etico. Ancor più preoccupante, specie nella chiesa, è la coscienza delegante: che si affida cioè acriticamente a decisioni esterne. Alla radice c’è la domanda medievale di Occam: dobbiamo fare il bene perché lo dice Dio o Dio dice di fare certe cose perché sono buone? La prima risposta è un esempio di coscienza delegante, anche se si tratta di Dio; tanto peggio se si trattasse di delegare a uomini. All’origine della delega c’è l’ansia della sicurezza: affidandosi ad altri si ritiene più facile non sbagliare che non mettendosi alla ricerca della verità. In realtà esiste una solitudine fondamentale della coscienza, secondo la quale, dopo che la persona si è informata, la decisione deve essere presa in solitudine dalla propria coscienza: una decisione insostituibile, come l’amore o la morte.

Mediazione della coscienza.  Tra le decisioni di coscienza c’è la fede: non può essere delegata né imposta, ma deve essere presa nell’assoluta libertà di coscienza. Altrimenti si rischia il fondamentalismo, quando la fede è accolta senza la mediazione della coscienza: qualcosa di inumano. Si avrebbe una fede “gnostica”, che non dà spazio alla razionalità: anche la verità di Dio deve essere sempre mediata dalla ragione per essere umana. Dopo l’adesione della coscienza alla fede c’è il discepolato: si impara gradualmente mettendosi alla scuola del maestro (Gesù per i cristiani). Ma tra i discepoli di Gesù ci sono state enormi differenze, più di quante ce ne fossero rispetto ai pagani. Il discepolato quindi non è semplice imitazione del maestro, ma l’apprendimento di principi e metodi, mediati dalla ragione e dalla propria coscienza. Anche nelle arti lo spirito del maestro non viene tradito dai discepoli ma interpretato.

4) L’ULTIMO PUNTO è più complesso: l’agire morale è sempre sporco. Non nel senso di peccaminoso, ma nel senso che la coscienza umana è condizionata dai tanti fattori della storia. Non è semplice come l’istinto animale o immediato come l’applicazione di un software. Tutto ciò è aggravato anche dal fatto che nel mondo esiste il peccato, il quale si manifesta attraverso strutture storiche obiettivamente peccaminose: una certa impostazione dell’economia che costringe all’egoismo, ad es. Si tratta quindi di tendere non al bene ideale, massimo, ma al bene migliore possibile in una determinata situazione, in alternativa al nulla. Questo viene chiamato compromesso etico, anche se il primo termine suona male alle nostre orecchie. Si possono portare due esempi presi da immagini montane: quando si sale nella neve chi fa più fatica è chi sta davanti; quando un tronco è troppo grosso viene spaccato in due gradualmente con i cunei di ferro. Un compromesso etico non è il compromesso con la propria coscienza: questo è il peccato. Etico invece è il compromesso che risponde in coscienza alla ricerca del maggior bene concretamente possibile oggi. Intanto comincio a camminare, perché chi viene dietro di me trovi la strada meno faticosa; intanto pianto il cuneo per alleggerire il peso. Questo agire del compromesso etico a lungo andare renderà superfluo l’altro compromesso. Sono i germi di bene che avremo seminato, di cui parla la Gaudium et spes.

Bibliografia: Cataldo Zuccaro, Roccia o farfalla? La coscienza morale cristiana, ed. AVE, Roma 2008.

Dello stesso Autore articoli sul n.6 2010 e n.2-3 2011 della rivista Coscienza

In montagna

di Mario Rosin s.j.

Su una roccia di montagna

s’è posata leggermente

come piuma una farfalla.

Tremano

ad ogni alito di vento

le sue ali

dai colori iridescenti.

“Resta qui con me

-le mormora la roccia-

Staremo bene insieme:

con me forte ed eterna

diventerai e tu vita

e bellezza mi donerai”.

“Non posso

-sussulta la farfalla-

troppo poche

sono le mie ore di vita

per restare.

Sono nata per volare.

Troppo fragile

è la mia bellezza

per durare.

Sono nata per passare…”.

E con un nuovo tremito di

ali si distacca

volteggia sulla roccia

accarezzandola

con la sua ombra

che danza nel sole.

Poi vola via.

E la roccia rimane

più sola, più spoglia

più triste:

monumento perenne di un bel

sogno svanito.

aprile 27, 2011

COMUNICATO CONTRO I BOMBARDAMENTI IN LIBIA

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 9:11 PM

COORDINAMENTO 2 APRILE

Le persone, le organizzazioni e le associazioni che in questo periodo hanno sentito la necessità,

attraverso appelli, prese di posizioni e promozione di iniziative, di levare la propria voce

  • CONTRO LA GUERRA E LA CULTURA DELLA GUERRA

 

  • PER FERMARE I MASSACRI, I BOMBARDAMENTI E PER IL CESSATE IL FUOCO IN LIBIA

 

  • PER SOSTENERE LE RIVOLUZIONI E LE LOTTE PER LA LIBERTÀ E LA DEMOCRAZIA

DEI POPOLI MEDITERRANEI E DEI PAESI ARABI

 

  • PER L’ACCOGLIENZA E LA PROTEZIONE DEI PROFUGHI E DEI MIGRANTI

 

  • CONTRO LE DITTATURE, I REGIMI, LE OCCUPAZIONI MILITARI,

LE REPRESSIONI IN CORSO

 

  • PER IL DISARMO, UN’ECONOMIA ED UNA SOCIETÀ GIUSTA E SOSTENIBILE

ESPRIMONO

LA LORO NETTA OPPOSIZIONE AL COINVOLGIMENTO DELL’ITALIA

NEI BOMBARDAMENTI IN LIBIA

alla luce

  • dell’articolo 11 della nostra Costituzione

  • del passato coloniale del nostro paese e delle stragi ad esso collegate
  • del sostegno e delle armi dati al regime di Gheddafi fino all’ultimo momento

  • del non impegno per il cessate il fuoco e l’apertura di corridoi umanitari per i profughi
  • della ripresa dei respingimenti dei migranti
  • della mancanza di una dignitosa politica di accoglienza
  • del silenzio colpevole e gravissimo contro la strage di oppositori disarmati in Siria

  • del disimpegno totale sulla transizione democratica in Tunisia e in Egitto
  • della complicità con la occupazione militare in Palestina e con l’assedio a Gaza

NON C’E’ NIENTE DI UMANITARIO NELLE BOMBE ITALIANE IN LIBIA

C’E’ SOLO LA DIFESA DI INTERESSI ECONOMICI, ENERGETICI, STRATEGICI

La popolazione libica schiacciata dalla guerra e dalla dittatura e i popoli di tutto il mondo arabo

hanno bisogno di un’altra politica italiana ed europea

METTIAMO IN CAMPO TUTTE LE INIZIATIVE POSSIBILI DI DENUNCIA E SOLIDARIETA’

PER IL CESSATE IL FUOCO

PER DIFENDERE E AFFERMARE DAVVERO

LA DEMOCRAZIA, LA PACE E LA GIUSTIZIA, TUTTI I I DIRITTI UMANI, SOCIALI E CIVILI

 

 

http://coordinamento2aprile.blogspot.com/

aprile 25, 2011

I FUNERALI DI VITTORIO ARRIGONI (VIK)

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 4:55 PM

IL 24 APRILE, GIORNO DI PASQUA, A BULCIAGO

“Restiamo umani”

Ieri ho parlato con la mamma di Vittorio. Le ho consegnato la lettera di PeaceLink e le ho portato i saluti di tutti.

25 aprile 2011 – Laura Tussi

 Un’immagine di Vittorio Arrigoni, molto amato dai pacifisti per la sua attività nell’International Solidarity Moviment e le cronache da Gaza

 

 “Io non credo nei confini, nelle barriere, nelle bandiere, credo che apparteniamo tutti, indipendentemente dalle latitudini, dalle longitudini ad una stessa famiglia che è la famiglia umana”

Vittorio Arrigoni

I funerali di Vittorio Arrigoni, attivista pacifista, militante acceso, schierato a favore del popolo palestinese, si sono svolti alla presenza di migliaia di persone, numerose autorità e movimenti attivi per la Pace, per la Resistenza Nonviolenta, nell’impegno antifascista contro tutti i poteri e contro le conseguenti ingiustizie sociali che ledono i diritti umani imprescindibili e universali.

L’uccisione di Vittorio Arrigoni a Gaza segue l’assassinio del pacifista pro palestinese Juliano Mer Khamis in Cisgiordania. Tutto il mondo ha condannato l’uccisione di entrambi. Tutti siamo toccati dal dolore della perdita di Vittorio, nel ricordo della sua voce profonda e piena di sorriso e di umorismo. Un uomo dedito alla Resistenza Nonviolenta, per rivendicare il diritto alla vita dei più deboli, assassinato in maniera disumana e brutale. Juliano e Vittorio erano rispettati ed apprezzati entrambi per il loro impegno militante e creativo. Juliano per ispirare una nuova generazione di attori e scrittori a Jenin e per la sua filmografia sulla vita sotto l’occupazione. Vittorio per i suoi apprezzati scritti e per le trasmissioni sulle sofferenze dei palestinesi a Gaza e impegnato nella ricostruzione del clima di resistenza Nonviolenta, denominato ISM, International Solidarity Movement, contro l’embargo, per portare solidarietà, giustizia, pace e libertà ad un popolo oppresso, attraverso la semplice parola e la testimonianza.

Due vite dedite ai più deboli, agli ultimi, agli emarginati, gli oppressi. Due esistenze che portano un esempio, un credo profondo nel significato ultimo, sovversivo ed eversivo della creatività rivoluzionaria, dell’umorismo dissacrante, del cambiamento costruttivo anche nelle situazioni più atroci, dove il lume della ragione, dell’ingegno, dell’estro creativo, dell’impegno militante si oppongono alla barbarie distruttrice, all’annientamento umano, al baratro dell’oppressione, all’oscurantismo nazionalista che ottenebra la spinta vitale di persone come Vittorio e Juliano sempre in prima linea sul fronte dell’aiuto solidale, del dibattito leale nel denunciare la verità e la realtà più atroce, nel sostegno degli altri e attivi nell’impegno morale e solerte per la costruzione di una umanità di pace.

Vittorio, amico, attivista della solidarietà è stato ucciso, dedicando la sua esistenza all’Umanità.

È certo difficile non avvertire qualcosa di minuziosamente atroce, di perversamente studiato e abissalmente malvagio nell’omicidio di questo giovane attivista. Tutti ci chiediamo chi sia stato il carnefice.

“Restiamo umani” non deve scadere nella retorica vacua e ripetitiva dello slogan. È il motto di un impegno a riconoscere e soccorrere gli ultimi da tutti i mali e tutte le ingiustizie sociali.

Vittorio è protagonista di un concreto, collettivo, universale attivismo,un ideale per la pace che riscatterà l’umanità intera, nel rivendicare vita, dignità e diritti, nel significato ultimo del comandamento biblico “tu non uccidere”, perché solo la Nonviolenza può salvare il mondo.

Fonte: http://www.peacelink.it/pace/a/33874.html

LE ULTIME DUE CORRISPONDENZE DA GAZA DI VIK

4 palestinesi morti nei tunnel della sopravvivenza di Gaza.
13/04/2011
4 lavoratori sono morti ieri notte per via del crollo di uno dei tunnel scavati dai palestinesi sotto il confine di Rafah. Tramite i tunnel passano tutti i beni necessari che hanno permesso la sopravvivenza della popolazione di Gaza strangolata da 4 anni dal criminale assedio israeliano. Dai tunnel riescono a entrare nella Striscia beni principali quali alimenti, cemento, bestiame (vedi foto).Anche gli ospedali della Striscia si approvvigionano dal mercato nero dei tunnel.Dall’inizio dell’assedio a oggi più di 300 palestinesi sono morti al lavoro sotto terra per permettere ad una popolazione di quasi 2 milioni di persone di sfamarsi.E’ una guerra invisibile per la sopravvivenza.I nomi degli ultimi martiri sono: Abdel Halim e suo fratello Samir Abd al-Rahman Alhqra, 22 anni e 38 anni, Haitham Mostafa Mansour, 20 anni, e Abdel-Rahman Muhaisin 28 anni.Restiamo UmaniVik da Gaza city 

guerrilla radio dixit – permalink
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Silvio Berlusconi: “fermeremo la Freedom Flotilla”.
13/04/2011
 Silvio Berlusconi oggi: “faremo in modo di impedire la partenza della Freedom Flotillaper Gaza.”Secondo quanto riferisce la radio israeliana secondo Berlusconi la missione della Flotilla non lavorerebbe in supporto alla pace nella regione.Proponendo dei negoziati da tenersi in Sicilia (nelle tenute di Vittorio Mangano?), il premier “bunga bunga” ha ricordato per l’ennesima volta che Israele è l’unico paese mediorientale amico dell’Occidente, e che dovrebbe entrare a far parte dell’Unione Europea.Berlusconi spinge per l’adesione d’Israele alla Comunità Europea, e contemporaneamente farà cacciare l’Italia al più presto.Vi prego, ditemi che è la solita barzelletta…Stay HumanVik da Gaza city

 fonte: http://guerrillaradio.iobloggo.com/

Lettera alla famiglia

Ricordando Vittorio

15 aprile 2011 – Lorenzo Galbiati (Associazione PeaceLink)

Cari genitori di Vittorio,

vi scrivo a nome dell’associazione Peacelink, per esprimervi il nostro cordoglio per la morte di Vittorio, un ragazzo che ha segnato la storia dell’attivismo pacifista in Medio Oriente degli ultimi anni.

Abbiamo spesso segnalato i suoi articoli sulla nostra pagina Facebook, e alcuni li abbiamo ospitati sul nostro sito.

Siamo attivamente impegnati, ora, a ricordare la sua opera con la nostra associazione, in particolare a custodirne e diffonderne il patrimonio su internet.

Permettetemi di aggiungere che, a livello personale, ho incontrato Vittorio poche settimane prima della sua ultima partenza per Gaza, a Milano; eravamo in corrispondenza via blog da un anno, e poi siamo rimasti corrispondenti su facebook.

Sono contento di averlo abbracciato quando mi disse che voleva tornare a Gaza.

E questo abbraccio, da parte di tutta l’associazione, è arrivato questa notte a Vittorio, e vogliate ora riceverlo voi.

Con grande affetto,

Lorenzo

Fonte: http://www.peacelink.it/editoriale/a/33838.html


NON TACEREMO!   NON È PIÙ POSSIBILE TACERE!

 Dall’omelia della domenica delle Palme 2011

di Paolo Farinella, prete – Pacco del mercoledì, 20 aprile

Genova 17 aprile 2011. – L’omelia non è una pia riflessione edulcorata ed astratta sulla Parola di Dio, ma lo sforzo di incarnare la stessa Parola, oggi la Passione di Cristo, nella storia dei nostri giorni: o la Parola di Dio è Parola «incarnata» o è oppio che addormenta e distrae. Per questo, di fronte agli eventi di questi giorni, ho deciso di cambiare il commento che avevo preparato, cercando di leggere i fatti alla luce della Parola. Nessuno può dire o può accusare che questo è un discorso politico, perché affermo che lo è dalla prima all’ultima parola. Ogni volta che proclamiamo la Parola di Dio o celebriamo l’Eucaristica, noi compiamo l’atto più politico della nostra vita di credenti perché immergiamo nella storia i criteri di valutazione della fede e imponiamo a questa di camminare con gli occhi aperti attenti alle conseguenze delle nostre scelte e parole. Ne va di mezzo la nostra credibilità che compromette anche la credibilità di Dio che cammina e si manifesta attraverso la nostra vita, i nostri gesti, le nostre parole, le nostre scelte. Se noi siamo credibili, anche Dio lo è. Se non lo siamo, Dio resta Crocifisso sulla croce dell’insipienza inadeguata di chi dice di credere, mentre gioca solo con la religione di mercato.

Una dedica

Dedico questa eucaristia a VITTORIO ARRIGONI che poneva se stesso in mezzo tra Israeliani e Palestinesi per permettere a questi ultimi di coltivare gli orti e ai primi impediva con la sua sola presenza di sparare sui Palestinesi che coltivavano gli orti. Non c’è amore più grande di questo. Se oggi è domenica di passione, quest’anno assume il volto di Vittorio Arrigoni, giovane generoso che aveva scelto come «patria» della sua umanità un lembo di terra di cui nessuno al mondo s’interessa perché senza valore economico: la Striscia di Gaza. Scelse di vivere tra i Palestinesi per essere uno di loro. Sua mamma ha detto di essere orgogliosa di suo figlio. Quando una  madre è orgogliosa della morte di un figlio, è segno che un Paese può ancora risorgere, nonostante l’ignominia in cui è caduto per abdicazione etica.

Dice la madre di Vittorio: «Dopo l’Estonia, nel 2002, giunse in Palestina per la prima volta: “Rimase folgorato, letteralmente, sulla via di Damasco. Gli scrissi, allora: “Vittorio, stai camminando sulle strade di Gesù”. Conservo ancora la sua profetica risposta: “Mamma, Gesù non cammina più sulle strade di Gerusalemme”. Per lui è diventata quella l’unica causa: viveva da palestinese più degli stessi palestinesi».

Se Rachele piange i suoi figli sulla via dell’Egitto, Egidia Beretta, madre di Vittorio, profeta e martire, ringrazia Dio perché il figlio ha dato la vita per i Palestinesi di cui era diventato uno di loro e più di loro. E’ lui un esempio da additare al Paese di cui ha espresso l’anima profonda. Quanta differenza tra mamma Egidia e le mamme delle prostitute di Berlusconi che offrono le figlie sull’altare del drago perché le concupisca pur di vederle nude e con le tette al vento in tv e ricavandone soldi e benefici di ogni genere. Queste sono matrone che prostituiscono le loro figlie ad un debosciato senza etica e senza dignità, orripilante e flaccido; quella è una matriarca che è sicura che il seme del figlio vivrà in migliaia e migliaia di altri giovani che ne seguiranno l’esempio.

IL SATYAGRAHA DI VITTORIO ARRIGONI –

 di Nanni Salio

Non ho conosciuto direttamente Vittorio, anche se ho letto alcuni dei suoi messaggi da Gaza, e in particolare la raccolta curata dal Manifesto che porta il titolo di uno dei suoi slogan ricorrenti “Restiamo umani”.

Nelle molte riflessioni e commenti che sono stati scritti su di lui, manca una puntualizzazione più precisa. Vittorio non era un “pacifista” e in questo ha ragione il commento, per altri aspetti ingeneroso, di Pierluigi Battista (Corriere della Sera 16 aprile 2011) là dove afferma: “Arrigoni non era un pacifista”. Ma quello che segue a questo commento è profondamente sbagliato, quando si sostiene che Vittorio “era il combattente di una guerra sbagliata”.

Vittorio non era un “pacifista” e non combatteva affatto una “guerra”, ma cercava di essere un satyagrahi, nella migliore tradizione gandhiana: disposto a morire ma non a uccidere. Cercatore di una verità che sfugge sempre completamente a tutti noi, ma alla quale possiamo faticosamente avvicinarci. Non combatteva una guerra, ma lottava cercando di usare al meglio i mezzi della lotta nonviolenta, come stanno facendo in molti in Palestina.

È questo ciò che tanti, anche tra coloro che lo hanno ammirato, non sono riusciti a capire pienamente. Chiedeva di “restare umani”, ma in realtà voleva dire superare l’attuale condizione di noi umani che, a differenza degli animali nostri fratelli maggiori (che ci hanno preceduto nel processo evolutivo), ci uccidiamo sistematicamente su larga scala nel “culto della guerra”.

Vittorio ha cercato di tradurre concretamente in pratica, con l’ International Solidarity Movement (ISM), ciò che andiamo da tempo proponendo: la costituzione di Corpi Civili di Pace. E molti degli attivisti e delle attiviste dell’ISM hanno anch’essi seguito la strada dei satyagrahi. Basti ricordare, fra tutte, Rachel Corrie.

Altre e altri in Palestina hanno fatto la stessa scelta, quella che Gandhi chiamava la nonviolenza del forte, del coraggioso, di chi ha sconfitto la paura, anche quella di morire. Juliano Mer-Khamis, anch’egli assassinato quindici giorni prima di Vittorio, è un altro esempio significativo.

La strada del satyagraha è quella seguita sino all’estremo da Gandhi come da Martin Luther King, entrambi assassinati. Insieme a Nelson Mandela essi hanno aggiunto alle tecniche dell’azione nonviolenta pragmatica un obiettivo più impegnativo: amare il proprio nemico (si veda il bel libro di John Carlin, Ama il tuo nemico, Sperling & Kupfer, Milano 2009). Un aspetto che è stato riscoperto anche da Uri Avnery in “La saggezza di Gandhi” (un articolo del settembre 2010 che ripubblichiamo adesso http://serenoregis.org/2011/04/la-saggezza-di-gandhi-uri-avnery/), dove Uri ci invita a compiere questo passo ulteriore per rendere più incisiva ed efficace l’azione nonviolenta.

Ci rattrista che proprio nella cultura dei “giusti” non trovino accoglienza questi nuovi “giusti”, questi bodhisattva, questi satyagrahi, che prendono su di sé il dolore e le ingiustizie del mondo. Eppure un giorno troveranno anch’essi posto nel “giardino dei giusti” a Gerusalemme. Quello sarà sicuramente un gran giorno, nel segno della avvenuta riconciliazione e Gerusalemme tornerà a essere autentica città della pace.

Fonte: http://serenoregis.org/2011/04/il-satyagraha-di-vittorio-arrigoni-nanni-salio/

aprile 11, 2011

LETTURA ECUMENICA DI ALTRI PASSI BIBLICI

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 8:55 PM

Il sovrano spirituale che porta la giustizia  De Capitani

La verità del vangelo (Gal 2,1-14) Stefani

La parola della croce (1 Cor 1,17-2,5)  Stefani

Unità nella diversità  De Capitani

Abele e Caino  De Capitani

Chiesa: su pietra monolitica o 12 colonne?  De Capitani

Non siamo padroni ma solo amministratori  De Capitani

Gesù e il tempio  De Capitani

Vedere faccia a faccia  De Capitani

Fede e regole sociali  Stefani

Diventare custodi  Casati

Chi pensa alle generazioni future?  De Capitani

Chiamati a preparare la strada  De Capitani

Servi inutili (Lc 17,7-10)  De Capitani

La porta stretta  Casati

Vocazione per tutti: a diventare più umani De Capitani

Con tutto il cuore  Stefani

Come opera lo Spirito Santo  De Capitani

La donna nella Chiesa (Marta e Maria)  Stefani

L’episodio dell’adultera  De Capitani

Bellezza e gratuità  De Capitani

Canto della vigna  De Capitani

Non ingannare i giovani  De Capitani

Un’immagine distorta della Vergine  De Capitani

Un Dio nomade?  De Capitani

Date a Cesare… De Capitani

Guardiani per vocazione  De Capitani

Pentecoste, festa del pluralismo  De Capitani

Ninive interprete della Parola  Stefani

I veri nemici sono in casa  De Capitani

L’episodio sconvolgente della samaritana  De Capitani

Parabola dell’ultima ora  De Capitani

Parabola evangelica fuori da ogni logica sindacale  De Capitani

Gesù e la resurrezione di Lazzaro  De Capitani

La vita è nella morte e la morte è nella vita De Capitani

La chiesa non è mercato (fico)

Vocazione, non identità (Es 3)

La verità vi farà liberi! De Capitani

Deserto, luogo della Parola De Capitani

Tra il Sinai e Sichem Stefani

L’essenziale è invisibile De Capitani

Riflessioni sul racconto del cieco nato Casati

…Io sono in mezzo a loro

Non è più tempo di delega e dipendenza (samaritana)

Verità dell’amore incarnato (1 Giov)

Dubbi, domande, relativismo di Qohelet

aprile 3, 2011

LE CINQUE VIRTÙ DELL’UOMO NUOVO

DALLA SINTONIA AL DESIDERIO DI INFINITO

CI SALVERANNO LE QUALITÀ EMOTIVE

di DAVID BROOKS, la Repubblica, 2 aprile 2011 R2   pagg. 37-39

 

Errori politici. Sono stato testimone di un buon numero di errori politici. Dopo il crollo dell’Unione sovietica, gli Stati Uniti inviarono sul posto un gruppo di economisti, senza mettere in conto il basso livello di “fiducia sociale” di quel mondo. Al momento dell’invasione dell’Iraq, i vertici americani si trovarono impreparati di fronte alla complessità culturale di quel Paese e ai traumi psicologici di assestamento dopo il regime di terrore di Saddam. Avevamo un sistema finanziario basato sull’idea che i dirigenti delle banche fossero esseri razionali, non soggetti ad abbandonarsi in massa ad azioni insensate. In questi ultimi trent’anni abbiamo tentato in vari modi di riformare il nostro sistema scolastico, sperimentando di tutto, dai mega-istituti alle mini-scuole, dai charter ai voucher. Ma per troppo tempo abbiamo eluso la questione centrale: quella del rapporto tra docenti e allievi.

 

Distorsione della cultura. Sono arrivato a credere che questi errori nascano tutti da un unico equivoco, dovuto a una concezione semplicistica della natura umana. La nostra società – e non mi riferisco solo al mondo politico, ma a numerose altre sfere – vede l’essere umano come una creatura divisa in due parti distinte: da un lato la ragione, di cui è giusto fidarsi; dall’altro le emozioni, che sono invece sospette. Si tende a credere che il progresso sociale sia portato avanti dalla sola ragione, nella misura in cui riesce a reprimere le passioni. Questa concezione conduce a una distorsione della nostra cultura, che esalta il razionale e il cosciente, ma resta nel vago sui processi in atto negli strati più profondi. Siamo bravissimi a parlare di cose materiali, ma quando si tratta di emozioni la nostra abilità viene meno.

 

Concezione amputata della natura umana.  Cresciamo i nostri figli focalizzando tutta l’attenzione sugli aspetti misurabili attraverso i voti o i test attitudinali; ma spesso non abbiamo nulla da dire sugli aspetti più importanti, come il carattere o il modo di gestire i rapporti. Nella vita pubblica, le proposte politiche provengono spesso da esperti perfettamente a loro agio in correlazione con quanto può essere misurato, quantificato o aggiudicato, ma che ignorano tutto il resto. Eppure, mentre siamo tuttora invischiati in questa concezione amputata della natura umana, vediamo emergere una visione nuova, più ricca e profonda, grazie all’opera di un gran numero di ricercatori delle più diverse discipline, dalla neuroscienza alla psicologia, dalla sociologia all’economia comportamentale e via dicendo.

 

Inconscio ed emozioni da educare. Questo corpus di ricerche, disperso ma sempre crescente, ci richiama alla mente una serie di concetti chiave. Ricordiamo innanzitutto che la parte più importante della mente è quella inconscia, sede dei più straordinari prodigi del pensiero. In secondo luogo, l’emozione non è contrapposta alla ragione; sono anzi le nostre emozioni ad attribuire valore alle cose, e a costituire la base della ragione. Infine, noi non siamo individui che costruiscono relazioni reciproche, bensì animali sociali profondamente interpenetrati gli uni con gli altri, “emersi” proprio grazie alle nostre relazioni. Alla luce di questo, la visione illuminista francese della natura umana, che pone in primo piano l’individualismo e la ragione, appare fuorviante, mentre sembra più vicina al vero quella dell’illuminismo britannico, che privilegia il senso sociale e non ci descrive come creature divise. Il nostro progresso non avviene solo grazie alla ragione e al suo dominio sulle passioni. Evolviamo anche educando le nostre emozioni.

 

Capitale umano.  Una sintesi di queste ricerche apre nuove prospettive in tutti i campi, dal mondo economico alla politica, passando per la famiglia. E porta a non privilegiare più lo sguardo analitico sul mondo, ma piuttosto il modo in cui le persone lo percepiscono per organizzarlo nella loro mente. Si guarda un po’ meno ai tratti individuali, e si presta maggiore attenzione alla qualità dei rapporti tra gli esseri umani. Cambia anche il modo di vedere quello che chiamiamo «capitale umano». Nel corso degli ultimi decenni si è affermata la tendenza a definirlo nel senso più restrittivo del termine, ponendo l’accento sul quoziente di intelligenza e sulle competenze professionali – che certo sono importanti. Ma le nuove ricerche pongono in luce tutta una serie di talenti più profondi, che abbracciano sia l’aspetto razionale che quello emotivo, fondendo insieme queste due categorie:

 

1) Sintonia: la capacità di immedesimarsi nella mente altrui, prendendo conoscenza di ciò che ha da offrire.
2) Ponderatezza: la capacità di osservare serenamente i moti della propria mente e di correggerne gli errori e i pregiudizi.
3) Metis (da Metide, dea greca della saggezza, ndt): la capacità di individuare gli schemi e i modelli di sistemi aggregati (pattern) comprendendo l’essenza delle situazioni complesse.
4) Simpatia: la capacità di inserirsi nell’ambiente umano che ci circonda e di evolvere all’interno dei movimenti di un gruppo.
5) Limerence (termine coniato dalla psicologa Dorothy Tennov per descrivere lo stadio finale, quasi ossessivo dell’amore romantico, una sorta di ultra attaccamento, ndt): più che un talento, è una motivazione. Se la mente cosciente è avida di denaro e di successo, quella inconscia ha sete dei momenti di trascendenza in cui, mettendo a tacere la skull line – la «linea del cranio» – ci abbandoniamo perdutamente all’amore per l’altro, all’esaltazione per una missione da svolgere, all’amore di Dio. Un richiamo che sembra manifestarsi in alcuni con potenza molto maggiore rispetto ad altri.

Le tesi elaborate sul subconscio da Sigmund Freud hanno avuto effetti di vasta portata sulla società, oltre che sulla letteratura. Oggi, centinaia di migliaia di ricercatori stanno facendo emergere una visione sempre più accurata dell’essere umano. E pur essendo di natura scientifica, il loro lavoro orienta la nostra attenzione verso un nuovo umanesimo, poiché sta incominciando a porre in luce la compenetrazione tra emotività e razionalità. Mi sembra di intuire che questo lavoro di ricerca avrà effetti di vasta portata sulla nostra cultura, cambiando il nostro modo di vedere noi stessi. E chissà che magari un giorno non riesca persino a trasformare la visione del mondo dei nostri politici.

(L’autore è un editorialista del New York Times, il suo ultimo libro, che ha ispirato questo articolo, si intitola “The Social Animal”) (Traduzione di Elisabetta Horvat)


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