Brianzecum

novembre 26, 2015

LA DIFFERENZA TRA MANGIARE E STARE A TAVOLA

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NON LA MODERNA IDOLATRIA DEL CORPO, MA L’UMANISSIMO AMORE DELLA TAVOLA, SIMBOLO DI ACCOGLIENZA E CONDIVISIONE

di Massimo Recalcati  La Repubblica 24 nov 2015, pag.45

Nuovo idolo. Il nostro tempo è il tempo, come scriveva Piero Camporesi, di una nuova “religione del corpo”. L’attenzione salutista estrema per il proprio corpo sembra, infatti, bilanciare il culto dell’abbondanza alimentare, sino al limite dello spreco, che caratterizza l’Occidente. Il Dio di questa nuova religione è l’immagine e l’efficienza prestazionale del corpo-magro, disciplinato nel suo appetito, obbligato a diete perpetue, ridotto alla compattezza minerale di una fascio di nervi e ossa. È questo uno degli idoli più spettrali che incombe sulla tavola dell’Occidente. Lo constatano gli antropologi da tempo: si mangia sempre più velocemente e sempre più soli. Il luogo simbolico della tavola e il suo rituale vengono disertati e offesi. Il nostro tempo è il tempo del tramonto del Convivio dove la parola si alternava all’atto del condividere il cibo. L’affermazione del corpo in forma, del corpo-fitness, sempre in gara, del corpo-anoressico, ma anche di quello, altrettanto diffuso, del corpo-bulimico preso nell’abbuffata compulsiva e vorace, nella divorazione illimitata, del consumo senza sapore, hanno reso il tempo collettivo della commensalità inutile e ingombrante. Meglio mangiare soli, meglio mangiare senza l’Altro.

Umanità e accoglienza. Contro questa cifra disperata del nostro tempo si muove, con la consueta forza e sapienza biblica, l’ultimo libro di Enzo Bianchi, Priore di Bose, che ci conduce ad esplorare uno dei gesti più alti e, insieme, più semplici dell’insegnamento di Gesù Cristo: quello di Spezzare il pane, che è anche il titolo del suo nuovo libro edito da Einaudi*. Diversamente dalla nuova “religione del corpo” che ha sostituito al Dio della parola, l’idolo del corpo-magro o quello del corpo-ingozzato, il priore di Bose ci mostra in tutte le sue pieghe l’amore umanissimo di Gesù verso la tavola. Spezzare il pane è, infatti, l’atto che istituisce la tavola come luogo dell’Altro. Nel gesto di offrire il pane a chi è a tavola con noi, l’atto del mangiare trascende immediatamente la semplice necessità di nutrirsi, il piano del puro bisogno animale, per acquisire il significato evangelico dell’accoglienza dello straniero, del povero, dell’abbandonato. La radice ultima di tutta la predicazione di Enzo Bianchi, dei suoi studi biblici e del suo lavoro di scrittura, è sempre la stessa: ritornare all’umanità di Cristo, al Verbo che si fa carne. In questo senso egli ci dice che Dio non è solo “luce” o “logos”, ma è anche “vino” e “pane”, perché il pane, essendo un dono di Dio, e il primo “volto del Signore”.

Il banchetto non è allora il luogo del vizio o del peccato perché il suo compito è quello di “cantare il sapore del mondo”. Il cristianesimo di Bianchi è immanentista, avverso a ogni forma astratta di spiritualismo, radicalmente anti-platonico, profondamente umanista sebbene mai antropocentrico. Egli detesta la riduzione della religione ad una ritualità vuota e inutilmente sacrificale. La sua passione cristiana è animata da un desiderio che sa caricare eroticamente sia il mondo che le relazioni tra gli esseri umani.

La terra è di tutti. È lo sguardo del monaco che sa cogliere tutta la potenza dell’enigma dell’incarnazione dove l’infinito non può essere colto dall’astrazione teologica, né dalla pura teoresi speculativa, ma solo attraverso il corpo dell’evento del mondo. Per questo il suo primo ammonimento è quello di non dimenticare la terra, di non ridurla a mera risorsa da sfruttare, di non annientarla. Perché è la terra, ci dice, il primo vero nome dell’Altro a cui l’umano è esposto. La violenza accade originariamente nel voler sostituire la necessità di abitare la terra — come “ospiti” e “pellegrini” — con l’impeto di chi pretende di ergersi a suo padrone incontrastato. Per questo la terra, come il pane, è di tutti. «Il termine adam — spiega Bianchi — non dovremmo renderlo con “uomo”, ma con “terrestre”. La terra non è solo polvere, roccia, sabbia — come si pensa — ma è un organismo vivente, che dobbiamo rispettare, amare, contemplare e, soprattutto, sentire solidale con noi». Si tratta — ricordando l’amore di Gesù per la tavola che scatenava l’ironia sferzante dei suoi nemici che lo consideravano un “mangione e un beone” — di «sviluppare il Vangelo della terra», di dare parola ad «un nuovo ethos della terra». Per questa ragione Gesù poteva dichiarare — come ricorda l’evangelista Marco citato da Bianchi — «puri tutti gli alimenti ». Se il miracolo di Dio è il miracolo del mondo, è il miracolo dell’evento del mondo, nulla è impuro. L’impuro, infatti, non è mai ciò che entra nel corpo dell’uomo, ma solo ciò che esce dal suo cuore. Anche in questo senso l’ascesi di Socrate che accompagna il suo ultimo gesto estremo (avvelenarsi bevendo la cicuta per invocare il rispetto della Legge della polis) ci appare così diversa dalla passione di Cristo.

Condivisione e ospitalità. Quest’ultimo, prima di incamminarsi verso la solitudine straziante del Gestemani e del calvario della croce, sceglie la via della condivisione con i suoi discepoli; sceglie la via dell’ultima cena, dello stare assieme a chi lo ha amato. Non sceglie la via del gesto solitario, ma decide di offrire a chi è con lui il vino e il pane del proprio corpo che la memoria dovrà riuscire a conservare nei tempi a venire. In questo senso lo sguardo cristiano di Bianchi non è mai semplicemente nostalgico, perché la lezione di Gesù è innanzitutto quella di sostenere una promessa che non si rivolge al passato ma investe l’orizzonte stesso della nostra vita. La promessa del Regno parte sempre da qui, da ove noi siamo, altrimenti non avrebbe alcun senso. Ricostruire l’ospitalità della tavola, ricostruire la tavola dell’Altro, è una prospettiva per un futuro capace di fare posto all’umanizzazione della vita. «Solo se c’è condivisione, ci possono essere banchetto e festa; solo se la tavola non è chiusa ma aperta a chi bussa, allo straniero, al pellegrino, al povero, è una tavola veramente umana». Per chi ha avuto la fortuna di frequentare almeno una volta il Monastero di Bose sa che la cura e l’attenzione per il dettaglio dei monaci che ci vivono non è vano estetismo, ma risponde ad una posta in gioco etica radicale: aprire le porte allo straniero è aprire le porte a Gesù, al Verbo che si è fatto carne.

*Il libro: Spezzare il pane, di Enzo Bianchi (Einaudi pagg. 110 euro 17)

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aprile 27, 2015

LASCIARSI AFFASCINARE DAL MISTERO

OGGI LA GENTE SEMBRA INSOFFERENTE ALLA PAROLA DI DIO, MA IN REALTÀ CERCA UNA PAROLA MISTICA, NON INGESSATA, SOPRA LE RELIGIONI

di don Giorgio De Capitani*

Dies domini”, come inizio di ogni settimana. Il primo brano della Messa riporta un episodio degli “Atti degli Apostoli”, che ha due protagonisti: l’apostolo Paolo e un ragazzo di nome Èutico. Un episodio diciamo anche curioso, oltre che tragico, con un finale però pasquale. È ambientato in un giorno particolare: il primo della settimana. Sarà poi chiamato dies domini (da qui “domenica”), giorno del Signore, espressione che troviamo per la prima volta nel libro dell’Apocalisse (1,10). Cristo è risorto all’alba del giorno successivo al sabato, e per i cristiani diventerà il giorno che darà inizio alla settimana. Le cose poi cambieranno. Noi diciamo che il primo giorno è il lunedì, e che la domenica chiude la settimana. Ma non la pensavano così i primi cristiani. Far partire la settimana dal lunedì non è un particolare di secondaria importanza. Vuol dire tutto partire dalla domenica, origine di una nuova epoca, di un tempo nuovo. Noi aspettiamo con ansia la domenica per riposare e per evadere dal solito ritmo feriale. Non dico che sia sbagliato riposarci, o vivere finalmente un giorno di libertà, dopo giorni di condizionamenti vari. Però mi chiedo che cosa in realtà rappresenti per noi la domenica: come la fine di una settimana oppure come l’inizio?

Fractio panis”, condivisione al di là di ogni frammentazione. Nel brano c’è un’altra espressione interessante: «ci eravamo riuniti a spezzare il pane». Ormai tutti dovremmo sapere che per i primi cristiani ciò che oggi diciamo Eucaristia o Messa era chiamato fractio panis: lo spezzare il pane. Secondo me, è un’espressione che andrebbe ripresa almeno nel suo significato originario. Anche Eucaristia è un termine che ha un suo senso: significa infatti ringraziamento o lode. Invece la parola messa presa in sé non vuole dire niente: infatti, fa parte di una espressione di congedo dell’assemblea. Ite, missa est: andate pure, l’assemblea è sciolta; oppure, secondo altri studiosi, significherebbe: andate pure, l’eucaristia (soggetto sottinteso) è stata inviata (missa est) agli ammalati, ai carcerati ecc. Lo “spezzare il pane” fa pensare a tante cose: al dono, alla compartecipazione sotto ogni punto di vista, anche sociale, anche materiale, anche politico oltre che spirituale. La “fractio panis”, purtroppo, si è ridotta ad un solo aspetto, quello della comunione, quando cioè andiamo a ricevere l’ostia consacrata. E qui pensate alle polemiche attualissime: comunione sì comunione no ai conviventi, ai divorziati risposati, ecc. E ci siamo dimenticati del valore del Mistero d’amore di Cristo, nel suo insieme. Come si può dire: partecipare alla Messa sì, comunione no. Forse qualcosa non funziona.

Tutti siamo parte del Mistero d’amore di Dio. Tutti indistintamente. Cristo sulla croce era tra due ladroni. E a uno di loro ha promesso il paradiso, senza però negarlo all’altro. Commenta don Primo Mazzolari: «“Ricordati di me”, ti dice il buon ladrone: e Tu gli dai il paradiso: il tuo, grazie a una goccia di umana pietà. All’altro, che bestemmia ancora perché non sa, gli doni il tuo capo reclinato, perché incontrando il tuo volto trasfigurato dalla morte, gli salga un pensiero d’amore». Queste belle parole di don Mazzolari mi aiutano a riflettere. La “fractio panis” trova il suo compimento sulla Croce, dove si annulla ogni frammento perché ogni frammento di Umanità viene raccolto nel cuore di Cristo. Cristo sulla Croce allarga le braccia per contenere ogni nostra divisione. Stiamo attenti: la “fractio panis” non è una divisione, ma è la molteplicità che si fa unità nell’infinito mistero di Dio. La Chiesa, al contrario, giudica e divide. Cristo raccoglie le nostre divisioni, e le unisce nell’oceano divino.

La parola di Dio e l’omelia. C’è infine un altro aspetto interessante nell’episodio del primo brano. San Paolo si dilunga a parlare, e non si accorge che qualcuno si è addormentato. “Prolungò il discorso fino a mezzanotte”. Capisco lo zelo dell’Apostolo. C’era bisogno di comunicare la parola di Dio a gente che, per diversi motivi, o perché ex ebrei o perché ex pagani, sentiva una grande sete di un messaggio nuovo. E La Novità evangelica era tale da contagiare chi la comunicava e chi l’ascoltava. Certo, leggendo ora gli scritti di San Paolo ci chiediamo come quelli del suo tempo lo potessero comprendere. Probabilmente noi moderni siamo diventati così superficiali, anche stressati dalla fretta, da non sopportare il fascino di un Mistero che richiede ben altro che due o tre parole di convenienza, magari improvvisate al momento. Come mai oggi la gente sembra insofferente alla Parola di Dio? Ma è proprio così, oppure a noi preti fa comodo pensarla così, senza neppure tentare di allargare gli interessi dei credenti, oltre ai soliti discorsi moralistici o dogmatici?

La gente ha sete di una parola “mistica”. Dalla mia esperienza posso dire che c’è ancora tanta gente che sente il bisogno di una Parola diversa, che vuole sentir parlare di Dio fuori dagli schemi prefabbricati di una Chiesa ingessata. Se oggi c’è un fuggi fuggi dalle chiese è perché si è stanchi di una religione diventata vecchia e logora, senza più alcun mordente, incapace di annunciare la Novità rivoluzionaria del Vangelo più autentico. E (lo ripeto fino alla noia), il Vangelo non è la storia di un Cristo puramente storico: il Cristo dei Vangeli è già il Cristo mistico o il Cristo della fede. Ecco perché non basta raccontare qualche fatterello, o qualche parabola o qualche miracolo per dissetare la sete dell’essere umano. Le nostre comunità cristiane vanno alimentate con il Mistero di un Dio che, se si è incarnato, non lo ha fatto semplicemente per dirci di persona qualcosa di bello o per fare qualche gesto straordinario. L’incarnazione del Figlio di Dio ha oltrepassato le coordinate geografiche e temporali: la risurrezione ha dato all’incarnazione la sua vera dimensione divina. In breve: Dio, nel Figlio incarnato, si è reso ancor più presente nella Storia umana, coinvolgendo il nostro essere interiore. Ecco che cosa significa Mistica. Vedete. Quando la mente umana si allarga oltre i confini dei sensi, quando la fede si accosta al Mistero divino, quando il Cristianesimo non si ferma agli aspetti biografici di Cristo, quando finalmente partiamo dalla Risurrezione per comprendere ciò che hanno scritto gli evangelisti, allora ci sembrano più comprensibili anche certi discorsi che ha fatto Gesù. Soprattutto Giovanni, l’evangelista teologo, l’evangelista mistico, lo gusteremo di più.

Il Dio della religione e la Divinità dei mistici. Pensate alle poche righe del Vangelo di oggi. Si parla di pecore, di vita eterna, di una grande mano: quella di Cristo unitamente a quella del Padre. Gesù dice: “Io e il Padre siamo una cosa sola”. Essere nella mano di Cristo e del Padre è un’espressione molto chiara a indicare che anche noi siamo una cosa sola con Dio, tanto che nessuno potrà strapparci da questa mano. Ed è proprio questo essere una cosa sola con Dio che fa di ciascuno di noi, di ogni elemento del creato, la sua ragion d’essere. Noi siamo divini per la nostra stessa natura. Ma questa divinità interiore, che è il nostro essere, entra in contrasto con i vari volti della religione. I mistici alla parola “Dio” preferiscono la parola Divinità. Ogni religione si è fatto un proprio volto di Dio, e ha tradito la Divinità che è in noi. Dire Dio è dire qualcosa di ben specificato, di determinato, di schematico, ed è il Dio di ogni religione. Dire Divinità è dire nulla di esplicito di Dio, per il fatto che Dio è l’indicibile, il Misterioso, l’insondabile, ma nello stesso tempo dire Divinità apre orizzonti sconfinati. La Divinità è il Mistero affascinante, è il Proibito che si fa cercare, desiderare, amare. Il Dio della religione è il Dio dei sensi, dei documenti scritti, delle parole dotte, degli slogan ad effetto, delle apparizioni, mentre la Divinità dei mistici è reale, che senti senza sentirla, che ami senza provare sentimenti, che hai dentro di te senza che te ne accorga. Il Dio della Chiesa è il Dio dogmatico, rigido, senza futuro, mentre la Divinità della fede mistica è il nostro essere che respira, al di là di ogni credenza religiosa.

*Omelia del 26 aprile 2015: Quarta di Pasqua (At 20,7-12; 1Tm 4,12-16; Gv 10,27-30). Fonte: http://www.dongiorgio.it/26/04/2015/14030/

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gennaio 9, 2015

MATITE TEMPERATE E FUCILI SPEZZATI

DICHIARAZIONE DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO CONTRO LA STRAGE AL “CHARLIE HEBDO”

Spirale guerra/terrorismo. Hanno voluto spezzare le matite. L’hanno fatto con i kalashnikov. Sono così deboli che hanno avuto paura di un disegno, così vigliacchi che hanno avuto bisogno di coprirsi il volto. La reazione della Francia e del mondo civile è stata immediata, spontanea. Migliaia di matite sono state innalzate nelle piazze. Nel giorno dell’orrore, questa simbologia ci sembra la più significativa: matite contro kalashnikov, cultura contro morte, nonviolenza contro barbarie. E’ stato un attacco terroristico o un atto di guerra? L’uno e l’altro insieme poiché guerre e terrorismo si alimentano reciprocamente, anzi sono la stessa cosa: la guerra è terrorismo su larga scala, e il terrorismo è un atto di guerra contro l’umanità. E’ stata un’azione militare, con addestramento militare, freddezza militare, strumenti militari. Forse ora si capirà che l’impegno antimilitarista è quanto mai attuale. E’ necessario spezzare tutti i fucili: i loro kalashnikov e le “nostre” bombe che insanguinano la Siria, la Libia, l’Iraq e molti altri Paesi del mondo. Stiamo dalla parte delle vittime, che oggi sono giornalisti e poliziotti. Ma sono anche i civili dei Paesi dove è stata esportata la “guerra al terrorismo”, che invece il terrorismo sta alimentando. Contro la spirale guerra/terrorismo la nonviolenza è l’unica risposta efficace.matita

Risposta costruttiva. La nostra “Carta” dice che il Movimento Nonviolento “opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto dell’uccisione e della lesione fisica, dell’odio e della menzogna, dell’impedimento del dialogo e della libertà di informazione e di critica”. E dunque oggi più che mai è tempo di opporsi all’oscurantismo con la satira, al fondamentalismo con la dissacrazione, ai proiettili con i libri, alle bombe con l’informazione, all’orrore con la bellezza, all’ignoranza con la cultura, alla bestialità con l’umanità, al clericalismo con l’ironia, e i protagonisti principali di questa opposizione nonviolenta sono i giornalisti, gli insegnanti, gli studenti, gli scrittori, i registi, i musicisti e gli artisti, donne e uomini. Ora è il momento del lutto, perché ancora una volta sono state uccise delle persone utilizzate come simboli. Da domani sarà il momento dell’intelligenza e dell’apertura per non cadere nella trappola della violenza e per costruire una civiltà della convivenza. Da parte nostra la risposta costruttiva a questa ennesimo orrore non può che essere il rinnovato impegno per rafforzare il Movimento Nonviolento e il lavoro culturale della rivista cartacea e in rete Azione nonviolenta. Le nostre matite contro i loro fucili.Copia di simbolo

fonte: http://www.nonviolenti.org

8 gennaio 2015

ottobre 7, 2014

SERVI INUTILI (Lc 17,7-10)

UNA FEDE INTEGRALE RENDE STRAORDINARIA LA PIÙ QUOTIDIANA ORDINARIETÀ. DIO VUOLE COLLABORATORI ATTIVI, NON SERVI PASSIVI

di don Giorgio De Capitani*

Parole sconcertanti. Il brano sui servi inutili si trova solo nel Vangelo di Luca. Come ogni brano, anche questo va inserito nel suo contesto. Occorre cioè considerare ciò che lo precede e anche ciò che lo segue. E, soprattutto per il brano di oggi, bisogna tener conto degli usi e costumi del tempo di Gesù. Anzitutto, Luca è l’evangelista che immagina tutta la vicenda pubblica di Cristo come un lungo viaggio verso Gerusalemme, ovvero verso la croce e la risurrezione. Tutto si svolge in questo viaggio: questo è il vero contesto da tenere presente, se si vogliono comprendere le parole e i fatti compiuti da Gesù. Vediamo ora ciò che precede il brano di oggi. Gli apostoli, forse scoraggiati da quanto stava loro chiedendo il Signore per far parte del Regno dei cieli (in particolare il distacco radicale dalla ricchezza), implorano Gesù di aumentare la loro fede. «Accresci in noi la fede!». Come dire: Signore, ci stai chiedendo l’impossibile, da soli non ce la facciamo! La risposta di Gesù non si fa attendere ed è, come al solito, sconcertante. Ogni parola del Signore sorprende, altrimenti non sarebbe la sua parola. Dio non è mai qualcosa di scontato. Ogniqualvolta ci parla, e ci parla in tante maniere diverse, ci tira fuori dal nostro mondo troppo razionale.

Qualità della fede. Ecco cosa dice agli apostoli: «Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe». Non dimentichiamo che il gelso palestinese ha radici così profonde da resistere perfino alle tempeste più impetuose. La risposta di Gesù sembra quasi un rimprovero come se, in quel momento, i Dodici avessero così poca fiducia nel loro Maestro da avere una “fede” inferiore a un granellino di senapa, che è il più piccolo di tutti i semi. Con questo paragone paradossale Gesù che cosa intendeva insegnare? Voleva ricordare che ciò che conta nel rapporto con il Signore è la “qualità” e l’integralità della fede: l’energia di una cosa non sta nella sua grandezza, ma nella intensa vitalità che, pur piccola, la fa crescere in maniera sproporzionata in rapporto alle sue dimensioni. La fede, pur essendo una realtà intima che non ha nulla di appariscente, non compie, non richiede e non si avvale di gesti spettacolari, non ambisce a particolari riconoscimenti e vive e si inserisce nella quotidianità più ordinaria. Proprio per questa sua ordinarietà quotidiana, ha in sé la forza di rendere “straordinario” tutto ciò che tocca, tutto ciò che vede, nella semplicità di sentirsi parte del grandioso mistero divino. Ecco i veri miracoli della natura, i veri miracoli dell’essere umano, i veri miracoli di una società che vive dei propri doveri quotidiani, fondati sulla giustizia e sulla carità, i veri miracoli di una Chiesa, libera da strutture efficientistiche o taumaturgiche in quanto tali.

Servire. In questo contesto si inserisce la parabola dell’agricoltore (il Vangelo di oggi), con cui Gesù illustra il senso autentico della fede e dimostra anche la difficoltà di possederla. L’immagine utilizzata dal Maestro, apparentemente dura e crudele tanto da offendere la sensibilità di noi moderni, in realtà descrive la vita del suo tempo, quando l’operaio, più che un dipendente, era uno schiavo dal quale il padrone poteva esigere qualsiasi prestazione e in qualsiasi momento. Anche qui, come in altre occasioni, Gesù non dà alcuna valutazione morale su tale realtà sociale che sicuramente detestava, ma si limita ad applicarla al “Regno di Dio” da lui introdotto fra gli uomini, trasfigurando a modo suo quella realtà, dando alle parole un altro significato. Pensate alla parola “servo”. Ancora ai tempi di Gesù, il servo era lo schiavo al servizio di un padrone. Ma Gesù ha saputo dare un valore diverso alla parola “servo”. Lui, Figlio di Dio, Libertà assoluta, ha detto: «Il Figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire» (Mc 10,45). Il servizio è un tema che piace all’evangelista Luca. Il servizio rappresenta il modo in cui i poveri ai tempi di Gesù, gli anawim, aspettavano il Messia: non come un re potente o messia trionfante, sommo sacerdote o giudice, bensì come il Servo del Signore, annunciato da Isaia (Is 42,1-9). Maria, la madre di Gesù, disse all’angelo: «Ecco la serva del Signore. Si compia in me secondo la tua parola!» (Lc 1,38). A Nazaret, Gesù si presenta come il Servo, descritto ancora da Isaia (Lc 4,18-19 e Is 61,1-2). Nel battesimo e nella trasfigurazione, fu confermato dal Padre che cita le parole rivolte da Dio al Servo (Lc 3,22; 9,35 e Is 42,1). Ai suoi seguaci Gesù chiede: «Chi vuole essere il primo sia il servo di tutti» (Mt 20,27).

Dovere. Nella parabola di oggi, il servo o schiavo serve il padrone, e non il padrone serve il servo. Ma in un altro testo Gesù dice il contrario: «Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli. In verità io vi dico: si cingerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli» (Lc 12,37). In questo testo, è il Signore che serve il servo, e non il servo il signore. Qualche esegeta dà questa interpretazione: nel primo testo, Gesù parlava del presente, nel secondo testo, Gesù parlava del futuro. Chi serve Dio in questa vita presente, sarà da Dio servito nella vita futura! Nella parabola di Gesù mi piace quando parla di dovere, mi lascia perplesso l’aggettivo “inutile”: «Siamo servi inutili». Sì, mi piace quando Gesù dice: «Abbiamo fatto ciò che dovevamo fare». Il dovere non è qualcosa di generoso, qualcosa che merita un premio o una riconoscenza. Il dovere è un atto eroico in sé, in quanto dovere. Non c’è nulla di extra, di eccezionale che vada oltre il nostro essere. Se vedo un affamato che mi chiede un po’ di cibo, che devo fare? È mio dovere aiutarlo. Se lo aiuto, devo dire: “Ho fatto ciò che dovevo fare”. Non abbiamo idee molte chiare in proposito, forse anche per colpa di una religione che ci mette sempre del suo, pur di spingere i credenti ad essere buoni, generosi, altruisti, benefattori. E anche a proposito dei cosiddetti benefattori, quante idee confuse! Li stimiamo, magari li veneriamo, dimenticando che chi ha di più ha il dovere di dare di più, il che non significa essere più generosi degli altri.

Parte del nostro essere. In questa società, dove la prima parola è il diritto, quale parte ha il dovere? I diritti senza i doveri non stanno in piedi, non hanno alcuna giustificazione. È giusto che l’operaio abbia un salario dignitoso, ma il salario non può essere disgiunto dal dovere dell’operaio di lavorare come è richiesto dal contratto di lavoro. Uno studente non può pretendere di essere promosso, se non studia. E qui vorrei rivolgermi agli educatori e ai genitori in particolare: quanto è importante inculcare già nei piccoli il senso del dovere dello studio! Il dovere non va visto come imposto da qualche autorità esterna: esso fa parte del nostro essere. Se siamo fatti così e così, abbiamo di dovere di agire di conseguenza. Ma che senso allora dare all’aggettivo “inutile”? “Siamo servi inutili”. Perché “inutili”? Ho trovato questa spiegazione, che solo apparentemente potrebbe dare una risposta. Le parole “noi siamo servi inutili” non corrisponderebbero al pensiero di Gesù, ma sarebbero la constatazione amara di quei servi o schiavi che, di fronte agli ordini del padrone, riconoscono di non valere nulla, di essere “inutili”. Se accettiamo questa spiegazione, anche la seconda parte andrebbe letta al negativo: “Abbiamo fatto ciò che ci è stato imposto!”.

Collaboratori attivi. Secondo me, l’aggettivo ”inutile” lo leggerei in un modo del tutto diverso: proprio perché compio il mio dovere, che fa parte del mio essere, non mi rendo utile al sistema o al potere. Dunque, inutile sta per non-utile. Altro che remissivo, passivo, costretto a subire ordini! Dio non ci vuole discepoli passivi, già appagati di aver fatto il loro dovere eseguendo gli ordini della gerarchia ecclesiastica. Non ci vuole servi inutili, mossi da timore reverenziale nei confronti di un Dio-padrone. Dio ci vuole collaboratori, creatori del suo Regno. Sentirci co-responsabili non ci esime dal nostro dovere di essere figli e fratelli. Tutto è dovere, e tutto è amore. L’amore è un comandamento, come ha detto Cristo, in quanto fa parte del mio dovere di essere ciò che sono. La libertà, dono di Dio, sta nel vivere in pienezza, nel migliore dei modi, il mio dovere di essere figlio del Padre universale e fratello nell’Umanità.

*omelia del 5 ottobre 2014: commento di Lc 17,7-10

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novembre 5, 2012

IL “PATTO DELLE CATACOMBE”

Filed under: 2) dialogo interreligioso, Uncategorized — Tag: — brianzecum @ 8:59 am

PER UNA CHIESA SERVA E POVERA

IN RICORDO DI CÂMARA E LERCARO

Il 16 novembre del 1965, pochi giorni prima della chiusura del Vaticano II, una quarantina di padri conciliari hanno celebrato una Eucaristia nelle catacombe di Domitilla, a Roma, chiedendo fedeltà allo Spirito di Gesù. Dopo questa celebrazione, hanno firmato il “Patto delle Catacombe”.
Il documento è una sfida ai “fratelli nell’Episcopato” a portare avanti una “vita di povertà”, una Chiesa “serva e povera”, come aveva suggerito il papa Giovanni XXIII.
I firmatari – fra di essi, molti brasiliani e latinoamericani, poiché molti più tardi aderirono al patto – si impegnavano a vivere in povertà, a rinunciare a tutti i simboli o ai privilegi del potere e a mettere i poveri al centro del loro ministero pastorale. Il testo ha avuto una forte influenza sulla Teologia della Liberazione, che sarebbe sorta negli anni seguenti.
Tra i firmatari e propositori del Patto, oltre a dom Helder Câmara, arcivescovo di Recife (Brasile), il cui centenario della nascita è stato celebrato il 7 febbraio 2009, si ricorda il card. Giacomo Lercaro, arcivescovo di Bologna. Ecco il testo:

 

  Noi, vescovi riuniti nel Concilio Vaticano II, illuminati sulle mancanze della nostra vita di povertà secondo il Vangelo; sollecitati vicendevolmente ad una iniziativa nella quale ognuno di noi vorrebbe evitare la singolarità e la presunzione; in unione con tutti i nostri Fratelli nell’Episcopato, contando soprattutto sulla grazia e la forza di Nostro Signore Gesù Cristo, sulla preghiera dei fedeli e dei sacerdoti della nostre rispettive diocesi; ponendoci col pensiero e la preghiera davanti alla Trinità, alla Chiesa di Cristo e davanti ai sacerdoti e ai fedeli della nostre diocesi; nell’umiltà e nella coscienza della nostra debolezza, ma anche con tutta la determinazione e tutta la forza di cui Dio vuole farci grazia, ci impegniamo a quanto segue:

  1. Cercheremo di vivere come vive ordinariamente la nostra popolazione per quanto riguarda l’abitazione, l’alimentazione, i mezzi di locomozione e tutto il resto che da qui discende. Cf. Mt 5,3; 6,33s; 8,20.
  2. Rinunciamo per sempre all’apparenza e alla realtà della ricchezza, specialmente negli abiti (stoffe ricche, colori sgargianti), nelle insegne di materia preziosa (questi segni devono essere effettivamente evangelici). Cf. Mc 6,9; Mt 10,9s; At 3,6. Né oro né argento. Non possederemo a nostro nome beni immobili, né mobili, né conto in banca, ecc.; e, se fosse necessario averne il possesso, metteremo tutto a nome della diocesi o di opere sociali o caritative. Cf. Mt 6,19-21; Lc 12,33s.
  3. Tutte le volte che sarà possibile, affideremo la gestione finanziaria e materiale nella nostra diocesi ad una commissione di laici competenti e consapevoli del loro ruolo apostolico, al fine di essere, noi, meno amministratori e più pastori e apostoli. Cf. Mt 10,8; At. 6,1-7.
  4. Rifiutiamo di essere chiamati, oralmente o per scritto, con nomi e titoli che significano grandezza e potere (Eminenza, Eccellenza, Monsignore…). Preferiamo essere chiamati con il nome evangelico di Padre. Cf. Mt 20,25-28; 23,6-11; Jo 13,12-15.
  5. Nel nostro comportamento, nelle nostre relazioni sociali, eviteremo quello che può sembrare un conferimento di privilegi, priorità, o anche di una qualsiasi preferenza, ai ricchi e ai potenti (es. banchetti offerti o accettati, nei servizi religiosi). Cf. Lc 13,12-14; 1Cor 9,14-19.
  6. Eviteremo ugualmente di incentivare o adulare la vanità di chicchessia, con l’occhio a ricompense o a sollecitare doni o per qualsiasi altra ragione. Inviteremo i nostri fedeli a considerare i loro doni come una partecipazione normale al culto, all’apostolato e all’azione sociale. Cf. Mt 6,2-4; Lc 15,9-13; 2Cor 12,4.
  7. Daremo tutto quanto è necessario del nostro tempo, riflessione, cuore, mezzi, ecc., al servizio apostolico e pastorale delle persone e dei gruppi laboriosi ed economicamente deboli e poco sviluppati, senza che questo pregiudichi le altre persone e gruppi della diocesi. Sosterremo i laici, i religiosi, i diaconi o i sacerdoti che il Signore chiama ad evangelizzare i poveri e gli operai condividendo la vita operaia e il lavoro. Cf. Lc 4,18s; Mc 6,4; Mt 11,4s; At 18,3s; 20,33-35; 1Cor 4,12 e 9,1-27.
  8. Consci delle esigenze della giustizia e della carità, e delle loro mutue relazioni, cercheremo di trasformare le opere di “beneficenza” in opere sociali fondate sulla carità e sulla giustizia, che tengano conto di tutti e di tutte le esigenze, come un umile servizio agli organismi pubblici competenti. Cf. Mt 25,31-46; Lc 13,12-14 e 33s.
  9. Opereremo in modo che i responsabili del nostro governo e dei nostri servizi pubblici decidano e attuino leggi, strutture e istituzioni sociali necessarie alla giustizia, all’uguaglianza e allo sviluppo armonico e totale dell’uomo tutto in tutti gli uomini, e, da qui, all’avvento di un altro ordine sociale, nuovo, degno dei figli dell’uomo e dei figli di Dio. Cf. At. 2,44s; 4,32-35; 5,4; 2Cor 8 e 9 interi; 1Tim 5, 16.
  10. Poiché la collegialità dei vescovi trova la sua più evangelica realizzazione nel farsi carico comune delle moltitudini umane in stato di miseria fisica, culturale e morale – due terzi dell’umanità – ci impegniamo:
  • a contribuire, nella misura dei nostri mezzi, a investimenti urgenti di episcopati di nazioni povere;
  • a richiedere insieme agli organismi internazionali, ma testimoniando il Vangelo come ha fatto Paolo VI all’Onu, l’adozione di strutture economiche e culturali che non fabbrichino più nazioni proletarie in un mondo sempre più ricco che però non permette alle masse povere di uscire dalla loro miseria.
  1. Ci impegniamo a condividere, nella carità pastorale, la nostra vita con i nostri fratelli in Cristo, sacerdoti, religiosi e laici, perché il nostro ministero costituisca un vero servizio; così:
  • ci sforzeremo di “rivedere la nostra vita” con loro;
  • formeremo collaboratori che siano più animatori secondo lo spirito che capi secondo il mondo;
  • cercheremo di essere il più umanamente presenti, accoglienti…;
  • saremo aperti a tutti, qualunque sia la loro religione. Cf. Mc 8,34s; At 6,1-7; 1Tim 3,8-10.

Tornati alle nostre rispettive diocesi, faremo conoscere ai fedeli delle nostre diocesi la nostra risoluzione, pregandoli di aiutarci con la loro comprensione, il loro aiuto e le loro preghiere.

Aiutaci Dio ad essere fedeli.

novembre 3, 2012

DECADENZA

 PAROLA IN CRISI AMATA DAI PROFETI DI SVENTURA. MA LA MISERICORDIA PREVALE SULLA CONDANNA

di Piero Stefani*

Progredire o finire.  Per millenni quasi tutte le civiltà apparse sul pianeta hanno elaborato visioni del tempo che comportavano la prospettiva della decadenza. Come la vita individuale, anche quella delle società era destinata a infiacchirsi fino all’estinzione. Come nel caso dell’araba fenice, solo a partire dalle ceneri ci può essere rinascita. Ciò non valeva solo quando dominava il mito dell’eterno ritorno. Pure all’interno delle tradizioni giudaica e cristiana il senso dello sgretolamento dell’esistente è stato a lungo presente. Anche nell’Occidente moderno, che ha spinto tante volte lo sguardo in avanti e ha colto l’avvenire all’insegna di un continuo crescere, l’idea di progresso e quella di decadenza si sono spesso intrecciate. La cultura del secondo Ottocento ha fornito frequenti prove di una simile dialettica: accanto al senso del progredire vi era quello del finire. Per dirne una, molti allora ritenevano che il modo di produzione capitalistico avesse i giorni contati.

Crisi.  Oggi la parola «decadenza» sembra essere, per molti versi, a sua volta decaduta. Al suo posto è subentrato il termine «crisi». Questa sostituzione è dovuta al primato oggi goduto dalle questioni economico-finanziarie colte in un’ottica liberista. Si può parlare di crisi grazie al sottointeso secondo cui si tratta di fenomeni temporanei. È proprio infatti della vita economica capitalista produrre periodicamente crisi da cui si esce attraverso ristrutturazioni più o meno radicali. La dialettica è tra sviluppo e recessione e non già tra progresso e declino. Nessuno oserebbe sostenere che l’economia italiana è in decadenza, essa è solo in crisi. Solo così si può evitare la condanna definitiva di un linguaggio politico ancora impregnato della positività attribuita alla parola «sviluppo». Al giorno d’oggi, i teorici della decrescita costituiscono ancora una esigua minoranza che anima movimenti soprattutto intellettuali senza aver conquistato alcuna legittimità nella retorica politica. Tutti attendono la ripresa e la prospettano come un semplice rilancio dell’economia attuale. Si pensa alla fine della crisi, non a quella di un modello economico fallimentare.

Decadenza etica.  L’inesorabile progresso delle tecnologie rende difficile pensare a un ritorno all’indietro (tuttavia si è pur smesso da decenni di far calpestare la luna da piedi umani). Perciò l’idea (se non il termine) di decadenza è tutto concentrato sull’aspetto morale. Ma qui si è legati non già allo sviluppo, bensì alla reiterazione. Per limitarci a un solo esempio, in un sermone pronunciato nel 1829 si denunciava «lo scombussolamento e la corruzione dei legami familiari» (Cit. in E. Weber, Le apocalissi. Culti, attese e profezie, Garzanti, Milano 2000, p. 25). Da allora il linguaggio ecclesiastico non è, in sostanza, mutato; eppure il senso della famiglia, per quanto profondamente ridefinito, non è scomparso. A essere in decadenza, in realtà, è l’eticità non la morale (realtà da sempre fragile). Con il primo termine ci si riferisce infatti a una copertura istituzionale (tanto religiosa quanto civile) che costringe al pubblico rispetto di determinate regole. Non importa poi se sul piano squisitamente morale le cose vanno per un altro verso. Come ben sapevano nel XIX secolo, la famiglia borghese stava in piedi a motivo della legittimazione de facto delle amanti e de jure e de facto delle case di tolleranza.

Primato della misericordia.  È quindi auspicabile recuperare il senso della decadenza a livello più ampio? È necessario di certo riacquisire uno sguardo lungo che sappia tanto cogliere il futuro in maniera diversa da un semplice potenziamento del presente, quanto accettare il fatto che ogni svolta storica radicale è, per definizione, traumatica. Ciò vale anche per chi ha una visione di fede. L’accoglimento delle parole di papa Giovanni che prendevano risolutamente le distanze dai «profeti di sventura che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo» (discorso di apertura del Concilio Vaticano II, 11 ottobre 1962) non esige di rimanere convinti in maniera anacronistica dell’esistenza di «magnifiche sorti e progressive». Vi sono anche altre piste da seguire. Verso la fine dell’ultimo libro del card. Etchegaray (L’uomo a che prezzo? San Paolo, Cinisello Balsamo 2012) si legge che, cinquant’anni dopo il Vaticano II, «il centro di gravità è scivolato verso l’uomo, non verso l’uomo tentato di prendere il posto di Dio, ma verso un uomo che risente dolorosamente delle sue molteplici alienazioni» (p. 123). Queste parole scritte da una persona novantenne attestano, da sole, la differenza che c’è tra il primato della misericordia e quello della condanna. Per sottoscriverle non occorre sposare un’antropologia ottimistica che chiude gli occhi verso le degenerazioni reali e potenziali di cui sono capaci gli esseri umani. Per chi crede nel Vangelo, il solo modo autentico per non concedere ai profeti di sventura l’ultima parola sta nell’affidarsi all’irriducibile primato della misericordia di Dio. È essa a indurci, nonostante una moltitudine di evidenze empiriche contrarie, a credere in una inestinguibile capacità di bene presente negli esseri umani.

* Il pensiero della settimana, n. 405

Fonte: http://pierostefani.myblog.it/

Putna (Romania)

settembre 20, 2012

TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE

ORIGINI, CONTENUTI, PRINCIPALI VICENDE ED ESPONENTI

Fonte: Wikipedia (sintesi)

È una riflessione teologica  tendente a evidenziare i valori di emancipazione sociale e politica presenti nel messaggio cristiano, rilanciati dal Concilio Vaticano II. L’inizio della teologia della liberazione (tdl) viene spesso indicato nella riunione del Consiglio Episcopale Latino-americano (CELAM) di Medellín (Colombia) del 1968. Il contesto storico dell’America Latina era caratterizzato dal diffondersi delle dittature militari e dei regimi repressivi, oltre alla secolare povertà delle masse. Alcuni teologi e, nel 1968 anche i rappresentanti della gerarchia ecclesiastica sudamericana, presero posizione in favore delle popolazioni più diseredate e delle loro lotte, pronunciandosi per una chiesa popolare e socialmente attiva. Nata in America latina, la tdl non è estranea ad altre esperienze originate in prevalenza dal rinnovamento conciliare. Notevole diffusione ebbero ad es. le comunità ecclesiali di base, nuclei ecumenici impegnati a vivere e diffondere una fede attivamente partecipativa dei problemi della società: solo in Brasile ne nacquero circa 100.000. Si ricordano anche il movimento dei preti operai, in Europa; quello contro l’apartheid, in Sudafrica col vescovo Tutu; la lotta per i diritti civili dei neri negli Stati Uniti, condotta dal pastore Martin Luther King; e molto altro ancora.

Povertà.  La tematica della liberazione cominciò ad essere affrontata nel Concilio tra i teologi che avevano promosso la redazione della Gaudium et Spes: si discusse sulla povertà della Chiesa e sulla sua solidarietà con le situazioni di oppressione; esperienza che era propria delle Chiese del cosiddetto “Terzo Mondo”, allora in pieno fermento sociale e politico. Questo dibattito conciliare, animato anche dal vescovo brasiliano Helder Camara, sostenitore pure della nonviolenza, ispirò il peruviano Gustavo Gutièrrez per il suo “Teologia della Liberazione”, libro del 1973 con cui veniva coniato il temine di questa forma di teologia. Nell’agosto del 1975, si tiene il congresso teologico del Messico con più di settecento specialisti, seguito, l’anno successivo, dalla pubblicazione di un libro su “Teologia della cattività e della liberazione” del francescano Leonardo Boff. Nel 1979, durante la III conferenza generale della CELAM, a Puebla, i vescovi definiscono ulteriormente il concetto di opzione preferenziale dei poveri.

Opposizione vaticana.  Come già notato, insieme alla discussione dei teologi, era l’intero episcopato latino americano ad assumersi il compito di essere al fianco delle lotte di liberazione del popolo. Successivamente però si evidenziò l’emergere di una forte opposizione da parte di settori conservatori della gerarchia ecclesiastica alle tesi della tdl, accusata di eccessiva contiguità col marxismo ed i suoi metodi. Negli anni ottanta, con il papato di Giovanni Paolo II, l’opposizione andò rafforzandosi. Gli ideologi ed i protagonisti della tdl furono progressivamente allontanati dai vertici della gerarchia, realizzando una sorta di epurazione non dichiarata. Leonardo Boff ad es. subì diversi processi ecclesiastici per poi abbandonare, nel 1992, l’ordine francescano. Già in uno dei suoi primi viaggi apostolici in Messico, nel gennaio del 1979, papa Giovanni Paolo II dichiarò che la «concezione di Cristo come politico, rivoluzionario, come il sovversivo di Nazaret, non si compagina con la catechesi della Chiesa».

Posizioni contrastanti.  Lo stesso papa sollecitò dalla Congregazione per la dottrina della fede, presieduta dal cardinale Joseph Ratzinger due studi sulla tdl: Libertatis Nuntius (1984) e Libertatis Conscientia (1986). In entrambi, si considerava, in sostanza, che nonostante la vicinanza della Chiesa cattolica ai poveri, la tendenza della tdl ad accettare postulati marxisti e di altre ideologie politiche non era compatibile con la dottrina sociale della Chiesa cattolica, specialmente nell’assunto in cui quella teologia sosteneva che la redenzione fosse ottenibile attraverso un compromesso con le esigenze di riscatto sociale dei poveri.Tali giudizi fortemente critici e la forte pressione dei settori conservatori della Chiesa, come l’Opus Dei, spinsero verso la negazione di un appoggio della Santa Sede richiesto da monsignor Oscar Romero, anche se poi lo stesso papa Giovanni Paolo II, ha riconosciuto che la tdl ha avuto un ruolo «buono, utile e necessario» per la difesa dei poveri, in una lettera rivolta alla Conferenza Episcopale Brasiliana. Egli stesso assume, nel suo magistero sociale, come nella Centesimus annus, la tematica della liberazione come compito della Chiesa del nostro tempo. Inoltre, nel documento L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa, pubblicato dalla Pontificia Commissione Biblica nel 1993, l’approccio ermeneutico della tdl nella lettura delle Sacre Scritture (e, con esso, ogni approccio “contestuale”, come quello femminista), viene riconosciuto importante per una comprensione più adeguata del Vangelo. Tra le notizie più recenti dal Vaticano si può ricordare nel marzo 2007 la condanna delle tesi contenute in due libri del teologo della liberazione Sobrino per aver eletto i poveri a “luogo teologico fondamentale” – cioè a principale fonte di conoscenza – al posto della “fede apostolica trasmessa attraverso la Chiesa a tutte le generazioni”. Di contro, nel luglio 2012 il neo prefetto della congregazione della fede Mueller (che in passato si è molto interessato alla tdl) ha rilasciato una dichiarazione secondo cui esiste una tdl sbagliata ed una corretta.

Attualità della teologia della liberazione:  ha ripreso la centralità della beatitudine dei poveri, proclamata nel Vangelo e nella tradizione ecclesiale, coniugandola con il processo di liberazione dalla povertà tramite la trasformazione sociale e politica. In seguito, nella tdl sono stati gli stessi poveri a divenire protagonisti del proprio affrancamento dall’oppressione, sia nella pratica (la “teologia prima”), sia nella riflessione teorica (definita “teologia seconda”, cioè conseguente alla prassi). Alla riflessione, si aggiunge la denuncia dell’economia di mercato e l’alienazione che il capitalismo causa a milioni di persone nel mondo. Oggi, grazie soprattutto al contributo di Leonardo Boff – con le sue numerose pubblicazioni, come: “Ecologia, mondialità, mistica”, o l’ultima: “Spiritualità per un altro mondo possibile” – la tdl ha sviluppato un filone nuovo. Ha scoperto lo stretto legame cosmico e mistico di necessaria interdipendenza tra solidarietà, che gli esseri umani sono chiamati ad avere tra loro, e quella che devono avere con la natura, nell’aut aut tra homo sapiens e homo demens. Ossia come riscoperta dell’ambiente e di una rinnovata cura ecologica, e ha sposato le tesi e l’azione del movimento altermondialista (detto anche “no-global“), in cui alla contestazione del neoliberismo si aggiunge la promozione della pace fondata sulla giustizia e la richiesta di una partecipazione democratica efficace da parte dei movimenti di base. A seguito degli scontri più forti tra la gerarchia della Chiesa e il movimento della tdl, si è giunti a sposare le tesi della teologia radicale e politica, europea e statunitense, unendosi quindi nella richiesta di una reale partecipazione dei laici e delle donne alla vita e alla guida della Chiesa, al decentramento del potere ecclesiale e all’inculturazione del Vangelo nelle Chiese e nelle tradizioni locali, al macroecumenismo (condivisione di riflessione e impegno, cioè, allargata alle grandi religioni mondiali), al pluralismo nelle questioni riguardanti la salvezza, in cui il ruolo di Gesù Cristo, pur non marginalizzato, non risulti più esclusivo delle altre esperienze religiose umane.

Sintesi degli elementi centrali della Teologia della Liberazione

Fra le  tesi  di questa teologia vi sono:

  1. La liberazione è conseguenza della presa di coscienza della realtà socioeconomica latinoamericana.
  2. La situazione attuale della maggioranza dei latinoamericani contraddice il disegno divino e la povertà è un peccato sociale.
  3. La salvezza cristiana include una “liberazione integrale” dell’uomo e raggruppa per questo anche la liberazione economica, politica, sociale e ideologica, come visibili segni della dignità umana.
  4. Non vi sono solo peccatori, ma anche persecutori che opprimono e vittime del peccato che richiedono giustizia.

Fra gli  impegni teorici e operativi  che conseguono dalle tesi vi sono:

  1. Costante riflessione dell’uomo su se stesso per renderlo creativo a suo vantaggio e a quello della società in cui vive.
  2. Prendere coscienza della forte disuguaglianza sociale tra società opulente e popoli votati alla miseria, ponendosi al fianco dei poveri, che sono le membra sofferenti del corpo crocifisso di Cristo, senza avallare perciò tesi che si avvicinino ad un cristianesimo classista e rivoluzionario. La rivoluzione del vangelo è l’amore, non la lotta. La giustizia sociale è sorella della carità.
  3. Rivendicare la democrazia approfondendo la presa di coscienza delle popolazioni riguardo ai loro veri nemici, per trasformare l’attuale sistema sociale ed economico.
  4. Eliminare la povertà, la mancanza di opportunità e le ingiustizie sociali, garantendo l’accesso all’istruzione, alla sanità, ecc.
  5. Creare un uomo nuovo, come condizione indispensabile per assicurare il successo delle trasformazioni sociali. L’uomo solidale e creativo deve essere il motore dell’attività umana in contrapposizione alla mentalità capitalista della speculazione e della logica del profitto.
  6. Libera accettazione della dottrina evangelica, ossia procurare innanzi tutto condizioni di vita dignitose e poi, se la persona lo vuole, perseguire l’attività pastorale, diversamente da prima, in cui finché le missioni cristiane sfamavano le persone, allora queste si dichiaravano cristiane.

TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 7:17 am

Psicologia della liberazione  La Valle

Verità come movimento di rivelazione dell’Essere  De Capitani

Papa Francesco e la economia politica dell’esclusione  Boff

Ricchi e poveri secondo sant’Ambrogio  De Capitani

Quale professione di fede  De Capitani

Patto delle catacombe

Teologia della liberazione  Wikipedia

Nonviolenza e Teologia della liberazione  Drago

America Latina   Sandri

Un Dio punitore?  Stefani

CONCILIO – RIFORMA DELLA CHIESA

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 6:46 am

I rifugiati e la chiesa post-ideologica di Francesco Faggioli

Verso un mondo meno violento?  La Valle

Che cosa è la non violenza cristiana  Drago

I frutti buoni del Concilio  Melloni

L’amore che rende tutti amici  De Capitani

Papa Francesco nello specchio di Macchiavelli  Stefani

Documento conclusivo Council 50

Chiesa: su pietra monolitica o 12 colonne?  De Capitani

Appoggio a papa Francesco  Boff

Ecumenismo: l’unità plurale dei cristiani  Bianchi

L’Immacolata  Stefani

Battesimo nello Spirito santo  De Capitani

Il Cristo storico e quello della fede   De Capitani

La donna nella Chiesa (Marta e Maria)  Stefani

Una chiesa ancora costantiniana?  Xeres

Benedetto XVI dichiaro di rinunciare  Stefani

Patto delle catacombe

Affollata assemblea  Monteforte

Chiesa di tutti, chiesa dei poveri   La Valle

A proposito di un prossimo anniverario  Stefani

Minima spiritualia   Stefani

L’unità del genere umano  Stefani

luglio 30, 2012

CONVOCAZIONE ASSEMBLEA

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 7:11 am

IL 15 SETTEMBRE A ROMA SI INCONTRANO I CATTOLICI CHE CREDONO NELLO SPIRITO DEL CONCILIO PER RIFORMARE LA CHIESA

 CHIESA DI TUTTI, CHIESA DEI POVERI

CONVOCAZIONE DI UN’ASSEMBLEA NAZIONALE  A ROMA A CINQUANT’ANNI DALL’INIZIO DEL CONCILIO

La Chiesa cattolica celebrerà nel prossimo ottobre i cinquant’anni dall’inizio del Concilio e ha indetto, a partire da questa ricorrenza, un anno della fede. Viene così stabilito un nesso molto stretto tra il ricordo del Vaticano II e la fede trasmessa dal Vangelo e annunziata dal Concilio. A ciò sono interessati non solo i fedeli cattolici, ma anche gli uomini e le donne di buona volontà associati, come dice il Concilio, “nel modo che Dio conosce” al mistero pasquale, che intendono, nel nostro Paese come in tante parti del mondo, ricordare e interrogare quell’evento e quell’annuncio. Per questa ragione i gruppi ecclesiali, le riviste, le associazioni e le singole persone appartenenti al “popolo di Dio”, firmatari di questo appello, convocano una

assemblea nazionale per sabato 15 settembre 2012 (10-18)            a Roma (EUR)         nell’Auditorium dell’Istituto “Massimo”

 

Nella consapevolezza dei promotori è ben presente il fatto che ricordare gli eventi non consiste nel portare indietro gli orologi, ma nel rielaborarne la memoria per capirne più a fondo il significato e farne scaturire eredità nuove ed antiche e impegni per il futuro. Ciò è particolarmente vero per quanto riguarda gli eventi di salvezza (come certamente il Concilio è stato) molti dei quali non furono capiti dagli uomini della vecchia legge e dagli stessi discepoli di Gesù, se non più tardi, quando alla luce di nuovi eventi la memoria trasformatrice ne permise una nuova comprensione. Fu così ad esempio che, dopo la lavanda dei piedi, Gesù disse a Pietro: “quello che io faccio ora non lo capisci, lo capirai dopo”, e fu da questa nuova comprensione che scaturì il primato della carità nella vita della Chiesa.   Così noi pensiamo che in questo modo, non meramente celebrativo, debba essere fatta memoria del Concilio nell’anno cinquantesimo dal suo inizio, e che al di là delle diverse ermeneutiche che si sono confrontate nella lettura di quell’evento, quella oggi più ricca di verità e di frutti sia un’ermeneutica della memoria rigeneratrice. Essa è  volta a cogliere l’”aggiornamento” che il Concilio ha portato ed ancora oggi porta nella Chiesa, in maggiore o minore corrispondenza con il progetto per il quale era stato convocato.

L’assemblea di settembre vorrebbe essere una tappa di questa ricerca. Se si terrà a settembre, invece che in ottobre, è perché intende rievocare, sia come inizio che come principio ispiratore del Vaticano II, anche il messaggio radiofonico di Giovanni XXIII dell’11 settembre 1962 che conteneva quella folgorante evocazione della Chiesa come “la Chiesa di tutti e particolarmente la Chiesa dei poveri”. Da questo deriva infatti il tema del convegno.

            Dopo un pensiero sulla “Mater Ecclesia” che gioì in quel giorno inaugurale dell’11 ottobre 1962 (intervento di Rosanna Virgili) l’incontro si articolerà in tre momenti:

–          il primo dedicato a ricordare ciò che erano la Chiesa e il mondo fino al Concilio (intervento di Giovanni Turbanti),

–          il secondo per discernere tra le diverse ermeneutiche del Vaticano II (intervento di Carlo Molari),

      –    il terzo sulle prospettive future, nella previsione e nella speranza di un “aggiornamento” che continui, sia nelle forme dell’annuncio, sia nelle forme della preghiera, sia nella riforma delle strutture ecclesiali (intervento di Cettina Militello), con parole conclusive di Raniero La Valle (“Il Concilio nelle vostre mani”).

Sono previsti diversi interventi e contributi di testimoni del Concilio così come di comunità, di  gruppi e di persone presenti al convegno, che potranno testimoniare la loro volontà di essere protagonisti della vita della Chiesa.

            L’ipotesi è che mentre lo Spirito “spinge la Chiesa ad aprire vie nuove per arrivare al mondo” (Presbyterorum Ordinis n. 22), l’eredità del Concilio, nella continuità della Chiesa e nell’unità di pastori e fedeli,  ancora susciti ricchezze che è troppo presto per chiudere nelle forme di nuove “leggi fondamentali” (come fu  tentato a suo tempo) o di nuovi catechismi,  che  non godono degli stessi carismi dei testi conciliari; mentre restano aperti gli orizzonti dell’ecumenismo e del dialogo con le altre religioni e tutte le culture per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato.

            In questo spirito i promotori invitano alla preparazione e alla celebrazione del convegno romano di settembre, che parteciperà in tal modo a un programma di iniziative analoghe che si stanno già realizzando, in diverse forme, in Europa e nel mondo e che si concluderanno nel dicembre 2015 con un’assemblea mondiale a Roma a cinquant’anni dalla conclusione del Concilio.

Vittorio Bellavite, Emma Cavallaro, Giovanni Cereti, Franco Ferrari, Raniero La Valle, Alessandro Maggi, Enrico Peyretti, Fabrizio Truini.  Segue adesione di 59 associazioni e 25 riviste.

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