Brianzecum

marzo 3, 2025

PERSONALISMO PER COMPRENDERE LA STORIA

QUANDO IL PENSIERO RISTAGNA NON BISOGNA RASSEGNARSI ALLA MANCANZA DI SENSO, AL DOMINIO DELLA TECNICA, ALLA DECOSTRUZIONE DELL’UMANO, ALLE PROFEZIE SULLA FINE: OCCORRE RECUPERARE SAPERI PROFONDI

di Vittorio Possenti

tratto dall’introduzione alla seconda edizione (rivista e ampliata) del suo libro Una nuova partenza. Teologia politica e filosofia della storia (Armando, pagine 306, euro 25,00). V. anche Avvenire 23 febbraio 2024

La filosofia della storia,  introdotta da Hegel nello sforzo di trovare un significato razionale nelle vicende umane, gode oggi di scarsa attenzione. Può riguardare sia il fine (o significato) quanto la fine della storia: questioni spesso emarginate nel pensiero europeo moderno, volto verso un progresso continuo e secolarizzato. La possibilità di una fine catastrofica della storia umana è ricomparsa con l’incombente disastro ecologico e bellico, senza che sia rinato un interesse per la filosofia della storia, soffocata dalla ristrettezza del pensiero contemporaneo e dalla perdurante ostilità dello storicismo che la riduce a sociologia delle civiltà. La filosofia della storia deve invece porre come suo oggetto non il significato e lo svolgersi di una certa civiltà, ma il significato della storia umana universale. L’eventuale collasso dell’universo è un evento fisico, la fine del tempo storico è un evento che riguarda l’uomo e il mondo umano.

Guardini.  Se sono gli esseri umani (o persone) a creare e a muovere la storia; incorrere in errore o riduzione su che cosa sia la persona umana compromette l’intero disegno della disciplina. Vale tuttora il giudizio di R. Guardini, un autore che raramente emette sentenze impietose come questa: «Nessun essere, cosciente della sua natura umana, dirà che egli si riconosce nell’immagine presentata dalla moderna antropologia, che essa sia biologica, o psicologica, o sociologica o di qualunque altro carattere […]. Si parla dell’uomo ma non si vede realmente l’uomo. L’uomo quale è concepito nei tempi moderni non esiste. I rinnovati tentativi di rinchiuderlo in categorie alle quali egli non appartiene: meccaniche, biologiche, psicologiche, sociologiche, sono tutte variazioni della volontà fondamentale di fare di lui un essere che sia “natura” e diciamo pure natura spirituale. E non si vede ciò che egli è anzitutto e in modo assoluto; persona finita, che come tale esiste, anche quando non lo voglia, anche quando rinneghi la propria natura. Chiamato da Dio, posto in relazione con le cose e con le altre persone».

Trascendenza.  Settanta anni sono trascorsi dalla diagnosi di Guardini con il suo chiaro richiamo alla Trascendenza, e confermata a contrario già un decennio dopo con l’avvio dell’avventura postmoderna di J. Derrida, M. Foucault, G. Deleuze e dei loro seguaci italiani. Con l’onda postmoderna iniziò l’epoca della decostruzione, di cui si diceva (e si dice) che metteva in movimento il pensiero contro l’esaltazione moderna del soggetto (occidentale) e contro il maschilismo. Derrida proseguiva l’opera genealogica e decostruttiva iniziata da Nietzsche e Heidegger, che avevano demolito “i vecchi idoli”. Foucault ed altri infliggevano il colpo di grazia, smascherando ulteriormente quell’io moderno, che si pensava autonomo, consapevole di sé e libero di scegliere. Il fatto è che il soggetto moderno, figlio a seconda dei casi del razionalismo, del materialismo, del naturalismo, aveva ben poco in comune con la nozione di persona. Ciò conferma la valutazione di Guardini secondo cui i moderni non hanno conosciuto l’essere umano. Per una persuasiva filosofia della storia occorre sorvolare sulle cogitazioni fantasiose e scarsamente attendibili sulla fine della storia, la posthistoire, l’ultimo uomo, di moda alcuni decenni fa. Forse l’unica asserzione da condividere in merito alla fine della storia è che «la fine della storia è finita». Si scivola in una notevole ingenuità ritenere possibile ricavare dalle speculazioni di A. Kojève sullo snobismo, sull’ultimo uomo, la vita animale e umana un significato durevole per la filosofia della storia.

Macchina antropologica.  Taluni ricorrono ad espressioni – tipico il termine “macchina antropologica” – che non agevolano la comprensione della persona e dell’umanesimo. Nell’essere umano non si tratta di cercare il luogo di articolazione tra l’umano e l’animale, quasi fosse una zona di indifferenza, o peggio un punto di contatto instabile tra l’umano e l’animale. Ciò significa che il corpo umano non è un corpo meramente animale cui si aggiunge alla meno peggio un’anima spirituale, ma è un corpo umano animato ed elevato da un suo proprio logos, immanente all’individuo sin dal primo momento. Pertanto l’appunto severo che Heidegger eleva alla metafisica, ossia di pensare l’uomo «a partire dalla sua animalitas e non in direzione della sua humanitas», non è valido per la filosofia della persona cui guardiamo, che rende giustizia all’animale senza abbassare l’uomo. Le considerazioni avanzate da mezzo secolo sulla “macchina antropologica” che sarebbe propria della filosofia occidentale nella sua totalità, trascurano che la persona non è in alcun modo una macchina in cui debbano articolarsi meccanicamente l’animalità e l’umanità. Noi manteniamo l’eccezione umana in quanto fondata sulla necessità ontologica che ogni individuo umano è persona, non riducibile alla sola natura fisica, alla sola physis come luogo della creazione e della distruzione, del generare e del morire. Solo in questo modo è possibile avanzare verso una concezione personalista della storia sinora mancante anche in occidente, che pur avrebbe qualche carta da giocare.

Nuovo illuminismo.  Il progetto di occidentalizzazione del mondo ha comportato l’universalizzazione dell’homo oeconomicus et technicus. Nell’era del Capitalocene e del Tecnocene predomina il “progetto maschile” di attacco alla natura e la cibernanthropia (mescolanza di uomo e macchina). Dinanzi a tale situazione, non è sufficiente un nuovo illuminismo che, al pari di quello passato, confidi nella ragione e nella sua capacità di vincere le false certezze e le superstizioni; neanche un “nuovo illuminismo autocritico”, come da taluni versanti si auspica, potrebbe essere all’altezza della sfida. Dove cercare le sorgenti per oltrepassare il dominio della ragione tecnica e strumentale che insidia più o meno fortemente lo schema illuministico? L’eventuale nuovo illuminismo avrebbe bisogno di un innalzamento di prim’ordine: aiutare l’essere umano a diffidare di sé stesso, delle proprie allucinazioni, dei desideri smodati, della volontà di potenza che abita in noi, e che si esprime nel senso di onnipotenza del complesso scienza-tecnica. Dobbiamo imparare ad autoregolarci per trattenere l’onda di piena che esso stesso genera. Prometeo donò agli esseri umani la tecnica, ma da inventore sommo e insieme scaltro truffatore, lasciò in essa la sua impronta ambigua. Nella strutturale ambivalenza della tecnica incidono un ruolo costituente e uno destituente in rapporto all’uomo: costituente per farlo essere meglio persona e destituente nel senso di renderlo estraneo a sé stesso e agli altri, nell’epoca della digitalizzazione, della società automatica e dell’algoritmo.

febbraio 28, 2025

DOMENICO BASILE

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agosto 17, 2024

cerca nel sito

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giugno 13, 2024

SULLE COSE CHE CI-NON-SONO

di Giorgio Agamben

fonte: https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/28269-giorgio-agamben-sulle-cose-che-ci-non-sono.html

Testimoniare la verità… Cristina Campo ha scritto una volta: «che altro veramente esiste in questo mondo se non ciò che non è di questo mondo?». Si tratta verisimilmente di una citazione da Giov.18,36, dove Gesù dichiara a Pilato: «Il mio regno non è di questo mondo. Se il mio regno fosse di questo mondo, i miei inservienti avrebbero combattuto per me, affinché non fossi consegnato ai Giudei. Ora il mio regno non è qui». Decisivo è allora interrogarsi sul significato e sul modo di esistenza di ciò che è non di questo mondo. È quello che fa Pilato, che, quasi volesse comprendere lo statuto di questa speciale regalità, subito gli chiede: «Dunque tu sei re?». La risposta di Gesù, per chi la sa intendere, fornisce una prima indicazione sul senso di un regno che esiste, ma non è di qui: «Tu lo dici che io sono re. Io sono nato per questo e per questo sono venuto al mondo: per testimoniare della verità». E a questo punto Pilato pronuncia la famigerata domanda, che Nietzsche ha definito «la battuta più sottile di tutti i tempi»: «che cos’è la verità?». Il regno che non è di questo mondo esige che noi testimoniano per la sua verità e quello che Pilato non riesce a capire è che qualcosa possa essere vero senza esistere nel mondo. Che ci siano, cioè, delle cose che in qualche modo esistono, ma non possono essere oggetto di un giudizio giuridico di verità o non verità fattuale, come quello che è in questione nel processo che Pilato sta conducendo.

che non c’è in questo mondo.  Furio Jesi, interrogandosi sulla realtà del mito, ha suggerito una formula che può qui essere utile riprendere: se le cose che sono in questione in quella che chiama la macchina mitologica «ci sono, sono però in un “altro mondo”: ci-non-sono». E aggiunge subito: «non vi è fede più esatta verso un “altro mondo” che ci-non-è della dichiarazione che tale “altro mondo” non è». Si comprende, allora, che cosa Gesù intenda affermando che il suo regno non è di questo mondo. Il suo regno ci-non-è, ma non è, per questo, privo di significato. Al contrario, egli è venuto in questo mondo per testimoniare di ciò che non è di questo mondo, delle cose che ci-non-sono. E questo è precisamente quanto doveva avere in mente Cristina Campo: veramente urgenti e importanti sono per la sua vita in questo mondo soltanto le cose che in questo mondo non ci sono, o, piuttosto, ci-non-sono.

Rivoluzione e rivolta.  È bene riflettere con speciale cautela, proprio oggi che l’esigenza della verità sembra sia stata cancellata dal mondo, sul particolare statuto delle cose che, pur non essendo di questo mondo, ci stanno veramente a cuore e orientano il nostro pensiero e la nostra azione in questo mondo. Come Jesi suggerisce, sarebbe infatti un imperdonabile errore confondere le cose che ci-non-sono con quelle che ci sono, fingere che esse semplicemente ci siano. La loro differenza emerge con chiarezza nella distinzione fra rivolta e rivoluzione, che Jesi cerca puntualmente di definire. La rivoluzione è la meta che si prefiggono coloro che credono solo nelle cose di questo mondo e pertanto si occupano delle circostanze e dei tempi della loro possibile realizzazione nel tempo storico secondo i rapporti di causa ed effetto. La rivolta implica invece una sospensione del tempo storico, l’impegno intransigente in un’azione di cui non si sanno né si possono prevedere le conseguenze, ma che, per questo, non scende a patti e compromessi col nemico. Mentre coloro che non vedono al di là di questo mondo badano soltanto ai rapporti di forza in cui si trovano e sono pronti a mettere da parte senza scrupoli le loro convinzioni, gli uomini della rivolta sono gli uomini del ci-non-è, che hanno sospeso una volta per tutte il tempo storico e possono per questo agire in esso incondizionatamente. Proprio perché le cose che ci-non-sono non rappresentano per essi un futuro da realizzare, ma un’esigenza presente di cui sono obbligati in ogni istante a testimoniare, tanto più inesorabilmente la loro azione agirà sull’accadere storico, spezzandolo e annichilendolo.

Speranza.  A coloro che cercano oggi con tutti i mezzi di vincolarci a una pretesa realtà fattuale che non consente alternative, occorre opporre innanzitutto il pensiero, cioè la visione limpida e perentoria delle cose che ci-non-sono. Solo a chi senza farsi illusioni sa che il suo regno non è di questo mondo, ma nondimeno è qui e ora a suo modo irrevocabilmente presente, è data la speranza, che non è altro che la capacità di smentire ogni volta la menzogna brutale dei fatti che gli uomini costruiscono per rendere schiavi i loro simili.

Maggio 28, 2024

DALLA PARTE DI ABELE

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 8:34 PM

Di fronte alla drammatica situazione in Medio Oriente, ci siamo incontrati come gruppo di evangelici italiani, appartenenti a diverse denominazioni protestanti, per riflettere insieme e intervenire pubblicamente.

Quanto sta accadendo a Gaza, in questi mesi e in queste ore, è di una gravità inaudita.

La popolazione civile disarmata, in gran parte composta da bambini, donne e anziani, è fatta oggetto di strage da parte dell’esercito israeliano armato fino ai denti, con armi di ultima generazione di provenienza occidentale. In pochi mesi sono morti, a oggi secondo dati Onu, 35.000 palestinesi di cui 14.500 bambini e 9.500 donne. I feriti sono 78.000. La popolazione è allo stremo, privata – a causa del blocco imposto da Israele – persino dei soccorsi umanitari inviati da svariati paesi per sventare carestia ed epidemie. Così facendo l’odio sistematico cresce e si moltiplica fra chi sopravvive. A meno che, nell’intenzione del governo israeliano, non ci sia l’intento di una soluzione finale senza superstiti.

Proviamo orrore per la strage di Hamas del 7 ottobre, per la violenza cieca messa in atto contro la popolazione inerme. L’azione scellerata ha contribuito a fornire al governo di Netanyahu l’occasione per scatenare un’offensiva militare che potrebbe configurarsi come crimine di guerra, aggravando la condizione di minorità e di apartheid in cui versano i palestinesi. Israele è uno stato coloniale instaurato dopo il 1967 in Cisgiordania e a Gaza. Numerose risoluzioni Onu riconoscono ufficialmente Israele stato occupante poiché tiene sottomesso un popolo, quello palestinese, che da allora vive sotto occupazione militare e reagisce conducendo una lotta considerata dal diritto internazionale lotta di liberazione. Hamas, il 7 ottobre, ha oscurato questo aspetto fondamentale.

L’azione militare in corso a Gaza, ma anche in Cisgiordania, è sproporzionata, crudele, disperata. Sproporzionata per il numero di vittime e per le distruzioni che sta producendo. Crudele perché colpisce persone disarmate e vulnerabili. Disperata perché mette in pericolo anche coloro che sono ostaggio di Hamas e con questa politica proietta un’ombra di morte sul futuro di entrambi i popoli.

“Scorra il diritto come acqua e la giustizia come un torrente perenne”, dice il profeta Amos, (5,24) ad un popolo piegato all’idolatria. Questa parola vale per tutti, anche per Israele e per gli stati amici. Senza un riconoscimento dei propri torti e delle ingiustizie commesse non può esservi un futuro, né un’ipotesi di pacifica convivenza.

Molto lontane, invece, appaiono le prese di posizione provenienti dal mondo protestante europeo che continua a considerare Israele una vittima circondata da vicini che non avrebbero altro scopo se non quello di cancellarlo dalla regione. Come credenti evangelici siamo estremamente delusi e scandalizzati dai silenzi, dalle omissioni, dagli equilibrismi che impediscono alle nostre strutture ecclesiastiche e ai nostri leader di nominare esplicitamente quel che oggi accade a Gaza. Le prese di posizione sono timide, arretrate, ambigue. Nel documento della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, il conflitto sembra iniziato il 7 ottobre e non quasi un secolo fa. Nessun riferimento alla politica di colonizzazione di Israele in Cisgiordania che ha reso impraticabile la soluzione dei due stati, nessun riferimento alle violenze dei coloni, alla costruzione di muri, alla distruzione di abitazioni e coltivazioni dei contadini palestinesi obbligati a lasciare il paese per accamparsi negli stati vicini.

L’imparzialità in questi giorni di strage non è più possibile. L’equidistanza avalla le scelte del più forte. Al contrario, proprio in nome di un’amicizia con gli ebrei e con Israele, maturata nei decenni nei quali abbiamo fatto i conti con il nostro grave peccato di antigiudaismo sfociato in antisemitismo, oggi dobbiamo dire con chiarezza i nostri sì e i nostri no, come ci ha insegnato Gesù, perché il di più viene dal Male. (Matteo 5,37).

Cosa ci impedisce di dire sì sì, no no come ci viene comandato? Cosa ci impedisce di chiamare strage una strage e massacro un massacro? Cosa ci fa venire meno al nostro dovere di verità e profezia davanti a uno dei più orrendi avvenimenti degli ultimi decenni?

Non possiamo avallare questo clima di “guerra inevitabile” che si sta diffondendo e penetra i nostri discorsi inducendoci a rinnegare la nostra cultura di pace che implica, sì, anche gesti di disobbedienza.

Come chiese abbiamo una lunga tradizione di pratiche nonviolente e di teologie di stampo pacifista. Basti pensare alla teologia dei quaccheri/mennoniti, al pastore battista Martin Luther King, all’attivista e teologa tedesca Dorothee Soelle. Senza dimenticare il coraggio di Nelson Mandela (metodista) e la lotta per la giustizia e contro l’apartheid di Desmond Tutu (anglicano). Dare valore alla loro eredità significa riaffermare con forza che non c’è pace senza giustizia.

E come scordare la decisa presa di posizione di Tullio Vinay, oggi profetica, quando, nel 1982, insignito della Stella dei Giusti, dice all’ambasciatore israeliano: “La mia politica, anche ora al Senato, vuol essere mossa dall’amore per gli altri ed essere perciò soprattutto difesa dei deboli e degli oppressi. In questa occasione, perciò, signor Ambasciatore, mi trova in un campo diverso. Per la stessa ragione per la quale sono stato, anche con gravi rischi, vicino alle sofferenze degli ebrei, non posso ignorare, ora, quelle dei palestinesi. Non si stupisca. Sempre dalla parte di Abele”.

Cosa impedisce ai cristiani evangelici di oggi, di affermare con la stessa chiarezza che anche noi non ci lasceremo trovare da un’altra parte che non sia quella di Abele?

Il cessate il fuoco, il diritto alla convivenza dei due popoli, sono la condizione per un percorso di riconciliazione. Pronunciare questa parola oggi appare assurdo e offensivo per chi piange i propri morti. Ma come seguaci di Gesù Cristo non ne abbiamo un’altra. La riconciliazione è un difficile percorso che deve fare i conti con la memoria e con i lutti di entrambe le parti. Ci sono associazioni e movimenti in Israele e in Palestina in cui vittime dell’una e dell’altra parte si incontrano nel loro comune dolore per farsi loro stessi principio di una nuova storia.

Come credenti siamo chiamati ad annunciare verità e giustizia, a difendere il diritto della vedova, dell’orfano e dello straniero. Guardiamo col cuore pieno di angoscia ai rigurgiti di antisemitismo in Occidente. Ma guardiamo con preoccupazione anche a forme di sionismo cristiano che promuovono il dominio di Israele su tutta la Palestina storica a motivo delle antiche promesse di elezione. Gesù Cristo ci insegna che eletto è colui che si pone ai piedi dell’ultimo per servirlo e per restare “prigionieri della speranza” (Zaccaria 9,12).

Massimo Aprile

Eliana Bouchard

Simone Caccamo

Rosario Confessore

Marco Davite

Piera Egidi Bouchard

Hilda Girardet

Luciano Griso

Anna Maffei

Dario Monaco

Eric Noffke

Nicola Pantaleo

Enrico Parizzi

Bruna Peyrot

Gregorio Plescan

Davide Rosso

Erica Sfredda

Pasquale Spinella

Letizia Tomassone

Gianna Urizio

Aldo Visco Gilardi

22 maggio 2024

Per adesioni, scrivere a

dallapartediabele@gmail.com

Maggio 25, 2019

ROSARIO ELETTORALE

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 7:43 am

LA REAZIONE DEI COMBONIANI

fonte: https://www.chiesadituttichiesadeipoveri.it/la-reazione-dei-comboniani/

L’indignazione e la replica dei missionari comboniani alla strumentalizzazione del rosario e della religione inscenata dal ministro Salvini in piazza Duomo a Milano per un puro tornaconto elettorale

Noi Missionari Comboniani in Italia siamo schierati. Portiamo nel cuore il Vangelo che si fa strada con le Afriche della storia. Che non scende a compromessi e strategie di marketing. Né elettorali né di svendita becera dei piccoli in nome del denaro.
Ci indigna profondamente l’utilizzo strumentale del rosario, baciato sabato scorso in piazza Duomo a Milano dal ministro dell’interno, chiedendo voti alla Madonna. Rosario che è segno della tenerezza di Dio, macchiato dal sangue dei migranti che ancora muoiono nel Mediterraneo: 60 la settimana scorsa, nel silenzio dell’indifferenza dei caini del mondo.
Ci rivolta dentro il richiamo ai papi del passato per farne strumento della strategia fascista dell’esclusione degli ultimi. Di chi bussa alle nostre porte chiedendo di aprire i porti. Come la nave Sea Watch di queste ore. Nave che accoglie chi scappa da mondi inquinati dai gas serra della nostra sete di materie prime per mantenere uno stile di vita sempre più insostenibile. Che pesa sulle spalle degli impoveriti.
Ci ripugna il richiamo alla vittoria elettorale in nome della madre di Gesù di Nazareth che cammina con gli “scarti” del mondo per innalzare gli umili. Sempre dalla parte dei perdenti della globalizzazione dei profitti. La carne di Cristo sulla terra. “Ero forestiero e mi avete accolto” (Mt 25,35).
Ci aggredisce l’arroganza d’invitare la gente a reagire durante le celebrazioni in chiesa di fronte ai preti che predicano “porti aperti”. Dettando legge in nome dei vescovi.
Ci dà coraggio e ci fa resistere, contro questa onda di disprezzo e disumanità, condividere il sogno di Dio: ridestare la speranza tra la gente che un mondo radicalmente altro, interculturale, aperto, inclusivo e solidale è urgente e dipende da ognuno di noi. Da chi non tace e, con la determinazione della nonviolenza del Vangelo, grida con la sua vita che non ci sta con il razzismo dilagante di chi vuole stravolgere l’immagine vera del Dio della vita.
I Missionari Comboniani ci sono. Alzano la voce. Scendono in strada, non fanno calcoli e stanno da una parte precisa. Quella degli oppressi da un’economia che uccide. Prima e sempre.

I Missionari Comboniani d’Italia
Verona, 20 maggio 2019

luglio 24, 2018

MIGRANTI: DALLA PAURA ALL’ACCOGLIENZA

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 8:56 PM

LA POSIZIONE DEI VESCOVI ITALIANI
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Gli occhi sbarrati e lo sguardo vitreo di chi si vede sottratto in extremis all’abisso che ha inghiottito altre vite umane sono solo l’ultima immagine di una tragedia alla quale non ci è dato di assuefarci.
Ci sentiamo responsabili di questo esercito di poveri, vittime di guerre e fame, di deserti e torture. È la storia sofferta di uomini e donne e bambini che – mentre impedisce di chiudere frontiere e alzare barriere – ci chiede di osare la solidarietà, la giustizia e la pace.
Come Pastori della Chiesa non pretendiamo di offrire soluzioni a buon mercato. Rispetto a quanto accade non intendiamo, però, né volgere lo sguardo altrove, né far nostre parole sprezzanti e atteggiamenti aggressivi. Non possiamo lasciare che inquietudini e paure condizionino le nostre scelte, determino le nostre risposte, alimentino un clima di diffidenza e disprezzo, di rabbia e rifiuto.
Animati dal Vangelo di Gesù Cristo continuiamo a prestare la nostra voce a chi ne è privo. Camminiamo con le nostre comunità cristiane, coinvolgendoci in un’accoglienza diffusa e capace di autentica fraternità. Guardiamo con gratitudine a quanti – accanto e insieme a noi – con la loro disponibilità sono segno di compassione, lungimiranza e coraggio, costruttori di una cultura inclusiva, capace di proteggere, promuovere e integrare.
Avvertiamo in maniera inequivocabile che la via per salvare la nostra stessa umanità dalla volgarità e dall’imbarbarimento passa dall’impegno a custodire la vita. Ogni vita. A partire da quella più esposta, umiliata e calpestata.

La Presidenza
della Conferenza Episcopale Italiana

Roma, 19 luglio 2018

aprile 28, 2018

NUOVA AGENDA SULLE MIGRAZIONI IN ITALIA

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 8:03 PM

IN VISTA DELLA SCADENZA ELETTORALE DEL 4-3-2018 E DATA LA CRISI CHE ATTRAVERSA L’EUROPA SUI TEMI DELLE MIGRAZIONI, UN GRUPPO DI ENTI CATTOLICI IMPEGNATI IN VARIO MODO IN QUESTO SETTORE, CHIEDONO L’APERTURA DI UN CONFRONTO, AVANZANDO SETTE PROPOSTE PER ALTRETTANTI AMBITI, NEI QUALI CONSIDERANO CRUCIALE INTERVENIRE AL PIÙ PRESTO. 8-2-2018
Fonte: http://www.nigrizia.it/notizia/nuova-agenda-sulle-migrazioni-in-italia

Gli enti cattolici impegnati a vario titolo nell’ambito delle migrazioni sentono la necessità di aprire uno spazio di confronto in cui dare voce alle esigenze di convivenza civile e di giustizia sociale che individuano come prioritarie, per il bene di tanti uomini e donne di cui si impegnano a promuovere i diritti e la dignità.
Nell’orizzonte di un welfare che metta sempre più al centro una visione di comunità civile inclusiva e solidale, le migrazioni pongono questioni cruciali e non rimandabili e che riguardano tutti indipendentemente dalla provenienza.
I diversi schieramenti politici che si presentano al prossimo appuntamento elettorale sono chiamati ad esprimersi su come intendono affrontare tali questioni.
La crisi dei migranti che attraversa oggi l’Europa mette chiaramente in luce una crisi profonda dei valori comuni su cui l’Unione si dice fondata.
La questione delle migrazioni sembra essere diventata un banco di prova importante delle politiche europee e nazionali.
In tale contesto il fenomeno migratorio è cruciale per il futuro dell’Italia e occupa spazi sempre più rilevanti all’interno del dibattito pubblico e, lo sarà ancor di più in vista delle prossime scadenze elettorali. Per questo, riteniamo fondamentale creare occasioni di confronto schiette e costruttive, grazie alle quali gli schieramenti politici che si candidano a governare il Paese possano prendere impegni chiari e precisi nei confronti dell’opinione pubblica.
In quest’ottica, il presupposto è quello di uscire dalla logica emergenziale per ripensare il fenomeno migratorio con progettualità.
In questo quadro abbiamo comunque la certezza che nel Paese, quando si parla di immigrazione, esista un ampio bisogno di riflessione, azione e cambiamento che anima tanti cittadini. La campagna Ero straniero – L’umanità che fa bene, lanciata in aprile 2017 per cambiare la legge Bossi-Fini e conclusasi a ottobre con oltre 90 mila firme raccolte, lo ha confermato: esiste una forte domanda di informazione, di senso e di risposte concrete. A formularla è un numero crescente di cittadini che ha capito quanto sia cruciale per tutti affrontare il tema in maniera diversa.
Sulla base delle nostre esperienze sul campo, ispirandoci ai costanti appelli di Papa Francesco ad Accogliere, Proteggere, Promuovere, Integrare i migranti e i rifugiati, e richiamando i 20 punti proposti dal Dicastero per la promozione dello sviluppo umano integrale del Vaticano per la stesura del Global Compact – l’accordo sui migranti e sui rifugiati che verrà adottato dalle Nazioni Unite nel 2018 -, abbiamo elaborato sette proposte per altrettanti ambiti nei quali è cruciale intervenire al più presto. Sono sette sfide che, citando proprio questo importante documento, vanno affrontate non solo per contribuire alla “protezione della dignità, dei diritti, e della libertà di tutti i soggetti di mobilità umana”, ma anche per “costruire una casa comune, inclusiva e sostenibile per tutti”.

AGENDA SULLE MIGRAZIONI, 7 PUNTI SPECIFICI:

1) Riforma della legge sulla cittadinanza
Da troppi anni il nostro Paese non adegua la sua legislazione sull’acquisizione della cittadinanza al mutato contesto sociale e troppi cittadini di fatto non sono riconosciuti tali dall’ordinamento. Varare un provvedimento che sani queste contraddizioni non è più rimandabile.

2) Nuove modalità di ingresso in Italia
Serve un nuovo quadro giuridico per accogliere quanti arrivano nel nostro Paese senza costringerli a chiedere asilo. A fronte di flussi migratori che gli esperti definiscono sempre più come misti, creare una divisione politica tra richiedenti asilo e “migranti economici” è difficile, anacronistico e inefficace. Bisogna andare oltre. Chiediamo una rapida riattivazione dei canali ordinari di ingresso che ormai da anni sono pressoché completamente chiusi, con l’inevitabile conseguenza di favorire gli ingressi e la permanenza irregolari. Per entrare in Italia secondo la legge servono modalità più flessibili e decisamente più efficienti, a cominciare da un immediato ritorno del decreto flussi, per arrivare fino a proposte più ampie e organiche di modifica del testo unico sull’immigrazione: permesso di soggiorno temporaneo per la ricerca di occupazione, attività d’intermediazione tra datori di lavoro italiani e lavoratori stranieri non comunitari e reintroduzione del sistema dello sponsor (sistema a chiamata diretta).

3) Regolarizzazione su base individuale degli stranieri “radicati”
Gli stranieri irregolari, seguendo i modelli di Spagna e Germania, dovrebbero avere la possibilità di essere regolarizzati su base individuale, qualora dimostrino di avere un lavoro, di avere legami familiari comprovati oppure di non avere più relazioni col paese d’origine. Si tratterebbe di un permesso di soggiorno per comprovata integrazione, rinnovabile anche in caso di perdita del posto di lavoro alle condizioni già previste per il “permesso attesa occupazione”. Infine, il permesso di soggiorno per richiesta asilo si potrebbe trasformare in permesso di soggiorno per comprovata integrazione anche nel caso del richiedente asilo diniegato in via definitiva che abbia svolto un percorso fruttuoso di formazione e di integrazione.

4) Abrogazione del reato di clandestinità
Il reato di immigrazione clandestina, che è ingiusto, inefficace e controproducente, è ancora in vigore: va cancellato al più presto, abrogando l’articolo 10-bis del decreto legislativo 26 luglio 1998, n. 286.

5) Ampliamento della rete SPRAR (Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati)
Lo squilibrio a favore dei Cas, i Centri di Accoglienza Straordinaria, è ancora troppo forte e a risentirne è la qualità dell’accoglienza. L’obiettivo deve essere riunificare nello SPRAR l’intero sistema, che deve tornare sotto un effettivo controllo pubblico, che deve prevedere l’inserimento dell’accoglienza tra le ordinarie funzioni amministrative degli enti locali e che deve aumentare in maniera sostanziale e rapida il numero di posti totali.

6) Valorizzazione e diffusione delle buone pratiche
Siamo ormai da tempo sommersi da casi di cattiva accoglienza. Esistono, sono purtroppo numerosi e non bisogna mai smettere di denunciarli con forza e rapidità, senza il minimo timore. C’è però anche un’altra faccia dell’accoglienza dei migranti, meno esposta e ben più positiva. Va raccontata il più possibile, proprio attraverso un osservatorio capace di individuare e diffondere le buone pratiche, affinché vengano il più possibile replicate.

7) Effettiva partecipazione alla vita democratica
Si prevede l’elettorato attivo e passivo per le elezioni amministrative a favore degli stranieri titolari del permesso di soggiorno per soggiornanti di lungo periodo.

Acli,
Agenzia Scalabriniana per la Cooperazione allo Sviluppo (ASCS Onlus),
Associazione Papa Giovanni XXIII,
Azione Cattolica,
Centro Astalli,
Centro Missionario Francescano Onlus (Ordine dei Frati Minori Conventuali),
CNCA,
Missionari Comboniani,
Comunità Sant’Egidio,
Conferenza Istituti Missionari Italiani,
Federazione Salesiani per il Sociale,
Fondazione Casa della carità,
Fondazione Somaschi,
GiOC – Gioventù Operaia Cristiana,
Istituto Sturzo,
Movimento dei Focolari Italia,
Paxchristi,
Vides Italia.

aprile 23, 2018

PER PENSARE INSIEME

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 7:11 am

UNDICI PUNTI SUL TEMA DEI MIGRANTI

1° salvare le vite;
2° impedire (scafisti) chi sfrutta i poveri; ma solo dopo e a condizione di salvare le vite e accompagnarle e accoglierle;
3° respingere i migranti, anche se vittime di sfruttamento criminale, è azione criminale, disumana, l’azione più illegale che si possa pensare; non esiste un essere umano clandestino o illegale; solo il violento è illegale
4° il governo, invece di frenare e ostacolare i soccorsi, organizzi canali umanitari e sicuri per migrazioni e accoglienza regolari (lo hanno fatto solo i volontari, valdesi e S. Egidio, nulla ha fatto lo stato), poiché il fenomeno migrazioni è inarrestabile, crescente per i prossimi decenni, è “segno dei tempi” e sarà positivo per la civiltà umana e la pace;
5° una grande organizzazione di navi e aerei a spese statali per prelevare, accompagnare, accogliere, chi deve fuggire, costerebbe enormemente di meno dei controlli militari sulle coste e sulle Ong, enormemente di meno della maledetta produzione italiana di armi (p. es. la follia degli F35 !!!), poi vendute a stati in guerra o a dittature, per andare a uccidere altri civili. Dirottare le spese militari su impieghi umanitari farebbe dell’Italia il primo paese civile al mondo.
6° ciò toglierebbe consenso “popolare” al governo? Ottimo segno, e sarebbe l’occasione per combattere umanamente le ideologie egoiste, sovraniste, nazionaliste, identitarie, razziste, che ingannano i poveri (già maltrattati dalla politica attuale) e li mettono contro i più poveri di loro.
7° la politica giusta deve non impedire, ma premiare le iniziative volontarie che anzitutto salvano le vite e sonopiù civili delle politiche statali, che privilegiano gli interessi parziali e materiali, più che l’umanità di tutti. Se le Ong hanno commesso errori, si avvisino e si tratti con loro, non si accusino né si impediscano, perché sono il maglio della nostra società.
8° adesso (notizia di sabato 12-8) Minniti ha emendato il suo codice (sull’imposizione di armati a bordo, e su … non ricordo ora), grazie alle critiche politiche e morali, e alle resistenze delle Ong. Bene, un piccolo passo nel riconoscere l’errore.
9° tutte queste cose si giudicano in base a coscienza, non a convenienza, e la coscienza è più della legge, più della chiesa e della Cei, e anche più del papa, sia pure Francesco. E, ovviamente, la coscienza conta più delle appartenenze e fedeltà di partito e politiche, più delle abitudini e delle paure. Si sta, chiunque sia, con chi sembra sulla linea più umana.
10° tutto questo è difficile e audace? Certo, ma è giusto e necessario. Ed è la linea più sicura per il futuro. Oppure fare come la coppia di gemelli Trump-bullo-atomico-coreano?
11° Ragione e passione. La ragione umana non è una macchinetta calcolatrice, ma è luce interiore guidata e orientata dalla passione per la giustizia. L’etica della responsabilità vigila per non fare danni ai valori umani universali, anche se turba qualcosa del “disordine stabilito” (Mounier), perciò si fa guidare dall’etica dei principi etici essenziali universali (Weltethos), che il pensiero migliore individua. La politica corrente è in ritardo di secoli sull’evoluzione umana.
Enrico Peyretti 12-8-2017

“Tratterete lo straniero, che abita fra di voi, come chi è
nato fra di voi; tu lo amerai come te stesso”. “Avrete una
stessa legge tanto per lo straniero, quanto per il nativo
del paese” (Bibbia, Levitico 19,34 e 24,22).

GENERALMENTE SONO DI PICCOLA STATURA

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 6:42 am

“Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura.
Molti puzzano perché tengono lo stesso vestito per settimane. Si costruiscono baracche nelle periferie.
Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti.
Si presentano in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.
Parlano lingue incomprensibili, forse antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina, spesso davanti alle chiese donne e uomini anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.
Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti.
Le nostre donne li evitano sia perché poco attraenti e selvatici sia perché è voce diffusa di stupri consumati quando le donne tornano dal lavoro.
I governanti hanno aperto troppo gli ingressi alla frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, di attività criminali.”

Relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso degli Stati Uniti d’America sugli immigrati italiani. Ottobre 1912.

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