Brianzecum

agosto 18, 2025

DALLA DEMOCRAZIA ALL’EMOCRAZIA

L’EMOZIONE CONTA PIÙ DI EVIDENZE O ARGOMENTAZIONI. TRUMP HA VINTO ADOTTANDO QUESTO PRINCIPIO INTRODOTTO DA BERLUSCONI

di Catherine De Vries * da: Repubblica Affari e finanza 18-11-2024

Politica in dramma.  L’elezione di Donald Trump come presidente degli Stati Uniti d’America per un secondo mandato mette a dura prova la democrazia americana. Molti commentatori, negli Stati Uniti e in tutto il mondo, si domandano come sia possibile che un politico noto per infrangere apertamente le regole, per la sua mancanza di correttezza e per il disprezzo verso la legge sia stato eletto una seconda volta. Si ricorre spesso a parole come “pagliaccio” e “buffone” per descrivere Trump o lo si definisce semplicemente inadatto al ruolo. Eppure, ciò che in superficie sembra una debolezza va visto anche come la sua vera forza. Trasformando la politica in un dramma, Trump attrae un pubblico che non ha mai considerato la politica interessante, ma che ora, stimolato nelle sue emozioni, la trova profondamente coinvolgente.

Imprenditori politici.  Trump è in molti modi unico, ma non è un caso isolato. La sua ascesa nel sistema politico americano fa parte di una tendenza più ampia di “imprenditori politici” che attingono a tecniche di intrattenimento per spostare il dibattito politico dalle evidenze e dagli argomenti verso emozioni e sentimenti. È una tendenza che sta emergendo in tutto il mondo: un passaggio dalla democrazia a ciò che potremmo chiamare “emocrazia”. L’emocrazia descrive un sistema politico in cui il dibattito è guidato da emozioni e sentimenti piuttosto che da evidenze e argomentazioni; in cui l’attenzione, piuttosto che il contenuto, è la moneta della politica; in cui la differenza tra mentire o dire la verità conta molto meno della differenza tra ciò che è intrattenimento e ciò che è noioso. Questo passaggio dalla democrazia all’emocrazia aiuta a capire perché la politica oggi sembra crollare sotto il peso delle questioni cruciali che caratterizzano il momento. La richiesta di cambiamento politico per affrontare le sfide attuali – dalle disuguaglianze al clima, dalla migrazione alle guerre – non è mai stata così forte, eppure lo spazio politico per trovare soluzioni non è mai apparso così limitato.

Il cambiamento nei media.  Il secondo fattore è rappresentato dai cambiamenti nel panorama dei media. Trump, come Berlusconi, ha saputo adattarsi, facendo campagna sui social media e ottenendo una risonanza nei media tradizionali. I contenuti emotivi sono risultati più digeribili per una larga parte dell’elettorato e decisamente più coinvolgenti. Unendo i fattori dell’offerta e della domanda – l’ascesa degli imprenditori politici che stravolgono le regole e si concentrano sulle emozioni, e una nuova generazione che consuma “infotainment” online – emerge l’emocrazia: un sistema politico in cui il sentimento prevale sui fatti. Tuttavia, di fronte alle sfide enormi che dobbiamo affrontare, abbiamo bisogno che sia l’evidenza a guidare le nostre politiche. Non le emozioni.

* Scienziata politica, presidente dell’Institute for European Policymaking dell’Università Bocconi

luglio 9, 2025

LO SCONTRO CON L’IRAN

LO SCONTRO IRANISRAELEUSA E QUEGLI ERRORI DA NON RIPETERE

I POTENTI DISPREZZANO IL DIRITTO INTERNAZIONALE E PREFERISCONO LO SCONTRO. ITALIA ASSENTE

di Vittorio Possenti – pubblicato su Avvenire il 26 giugno 2025  Fonte: https://personalcentro.eu/segnalazioni/articoli-stampa/lo-scontro-iran-israele-usa-e-quegli-errori-da-non-ripetere

Il diritto internazionale, fragile difesa contro l’arbitrio dei potenti, attraversa un periodo di grave crisi, in cui si rispecchia il caos dell’ordine mondiale. Il presidente Trump, ai primi di febbraio, ha firmato un ordine esecutivo che impone sanzioni alla Corte Penale Internazionale (CPI), accusandola di “aver intrapreso azioni illegali e infondate contro l’America e il nostro stretto alleato Israele”. Tra le sanzioni: il divieto di ingresso negli Stati Uniti per il presidente della CPI. Dopo poche ore, una dichiarazione congiunta di 79 Paesi membri delle Nazioni Unite (tra cui molti dell’UE) ha condannato le sanzioni di Trump. Il governo italiano non firmò, pur essendo l’Italia uno dei principali fondatori della CPI. Non sono stati resi noti i motivi della scelta, a mio parere infelice. Nel novembre 2024, la CPI aveva emesso un ordine di cattura verso i leader di Hamas – responsabili dei massacri del 7 ottobre 2023 – e verso il premier israeliano B. Netanyahu (e il ministro Gallant), accusati di crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi durante il conflitto a Gaza per gli attacchi intenzionali contro la popolazione civile. I leader di Hamas sono stati poi eliminati dagli israeliani, mentre Netanyahu ha osannato l’ordine esecutivo di Trump. In precedenza, la Corte, nell’ambito delle indagini sulla situazione in Ucraina, il 17 marzo 2023, emise due mandati di arresto nei confronti di V. Putin e Maria Lvova-Belova, per il crimine di guerra di deportazione e trasferimento illegale di bambini dalle aree occupate dell’Ucraina alla Federazione Russa. È bene ricordare che i mandati di arresto nei confronti di Putin e Netanyahu rimangono pienamente in vigore, sebbene le possibilità esecutive siano evanescenti. In Italia, dopo la decisione della CPI, il vicepresidente del Consiglio Salvini invitò Netanyahu a venire nel nostro Paese, dove sarebbe stato “benvenuto”.

La politica estera di Trump, già nel primo mandato e ora in modo ancor più veemente, si basa sulla sistematica delegittimazione di organi e strutture internazionali che possano porre un limite alla volontà di potenza degli Stati più forti, e sulla legittimazione delle guerre preventive. L’ordine esecutivo di Trump ha comportato la decisione di Israele e degli USA di eliminare ogni presenza di agenzie ONU a Gaza, dove si sta consumando un’immensa tragedia nell’indifferenza generale. Dopo un lungo periodo in cui i camion con gli aiuti umanitari sono stati bloccati o fatti passare col contagocce da Israele, da alcuni mesi il servizio è monopolizzato da americani e israeliani: le tragiche conseguenze sono evidenti, tra cui il numero elevato di morti giornaliere per spari, bombardamenti e altre operazioni dell’esercito israeliano. L’affamamento progressivo dei gazawi da parte di Israele sta evidenziando una senza tanti sottintesi. Nel frattempo, una seconda aggressione accade in Cisgiordania: dall’entrata in vigore del cessate il fuoco a Gaza (19 gennaio), una violenza senza precedenti da parte dell’esercito israeliano e dei coloni sta devastando il territorio. Oltre 40.000 persone sono state costrette a fuggire da abitazioni e campi profughi, mentre nuove fasce di territori vengono occupate.

La responsabilità italiana. Da cittadino italiano, considero in primo luogo l’azione del Governo italiano – in particolare della Presidente del Consiglio e del Ministro degli Esteri. Nel giugno 2024, durante l’incontro del G7 presieduto dall’Italia, tutti i leader hanno recitato con convinzione la formula dei “due popoli, due Stati”. Ma poi non è stato fatto nulla. Anzi, già dal 7 ottobre 2023 in avanti, l’Italia si è sistematicamente astenuta su numerose mozioni ONU per tregue umanitarie e risoluzioni di condanna, diversamente da altri Paesi europei (Francia, Spagna, Belgio…). Tra le astensioni: il 10 maggio 2024: riconoscimento della Palestina come membro a pieno titolo dell’ONU (Francia e Spagna votarono a favore); il 15 settembre 2024: risoluzione sulla fine dell’occupazione di Gaza, ritiro delle truppe israeliane e cessazione degli insediamenti in Cisgiordania. Anche qui l’Italia si astenne, nonostante una larga maggioranza. Questa ingiustificata inerzia implica una responsabilità non solo politica ma morale.

Due Stati. Il Presidente Mattarella non perde occasione per richiamare la soluzione dei due Stati, ma inutilmente. Solo da poco il Governo italiano ha assunto un orientamento più deciso nel condannare la strage in corso a Gaza e nel chiedere la cessazione delle ostilità nella Striscia, dove finora sono morti – per fuoco, fame o bombardamenti – circa 60.000 gazawi. Rimane però estremamente vaga la prospettiva che l’Italia, insieme ad altri Stati UE, vorrà riconoscere lo Stato Palestinese. Questa ipotesi incontrerebbe certamente un rifiuto totale da parte di Netanyahu, dei coloni e degli ultraortodossi, che faranno di tutto per impedirla. Ma se il principio “due popoli, due Stati” non è stato enunciato solo per gettare polvere negli occhi, occorre non indietreggiare. Altrimenti continueranno l’espulsione dei palestinesi di Cisgiordania e Gaza, e forse si realizzerà la proposta ignominiosa di Trump: deportare i gazawi e trasformare la Striscia in un resort.

Il pericolo dell’arbitrio. Torniamo alla Corte Penale Internazionale e alle altre agenzie multilaterali disprezzate da Putin, Trump, Netanyahu e altri. La loro debolezza è il massimo obiettivo dei potenti di turno, che impongono la loro volontà. Nello scontro Iran–Israele–USA, è ragionevole vietare armi nucleari all’Iran, ma molto meno sarebbe un cambio di regime imposto con un’invasione militare. Il fallimento totale della guerra in Iraq del 2003 – che condusse al collasso dello Stato e a circa 800.000 morti – è un monito. L’aggressione preventiva si basò su informazioni false diffuse dalla CIA: la presunta presenza di missili in Iraq capaci di raggiungere Londra in 40 minuti, tesi sostenuta da Bush Jr. e Tony Blair, e presentata all’ONU dal generale Colin Powell. Solo quest’ultimo ebbe la forza – anni dopo – di ammettere di aver mentito. Gli altri no. Parimenti fallimentare fu la campagna americana in Afghanistan (2001–2021). Meglio non ripetere l’errore.

Maggio 8, 2025

INTELLIGENZA ARTIFICIALE E SUOI LIMITI

parte prima: DOMINIAMO LA TECNICA O NE SIAMO DOMINATI?

LA VOLONTÀ DI POTENZA HA FATTO CREDERE CHE LA NATURA UMANA POSSA ESSERE MIGLIORATA: IN REALTÀ AUMENTA IL CONTROLLO ESTERNO

del prof. Vittorio Possenti, tratto da “Avvenire” 29-7-2023

Natura umana.  Pensare in profondità la tecnica, in modo da stabilire ciò che essa può fare e ciò che invece non può fare, anche quando volesse esercitare la più alta volontà di potenza: questo è il punto più indispensabile di ogni discorso sull’universo delle tecnologie. Pochi però lo affrontano, e da questa carenza teoretica primaria seguono innumerevoli equivoci. In diverse occasioni ho mostrato (non è possibile ripeterlo qui) che l’innegabile potenza delle tecnologie non può trasformare la natura o essenza umana, mutandola in qualcosa di altro e diverso. Prese nel loro significato più autentico le nozioni di natura umana o di essenza umana appartengono all’ambito del necessario e dello stabile, di ciò che è strutturato in un certo modo e che non può essere diversamente. Sinché esisterà un essere umano, questi sarà un soggetto personale vivente, formato dal singolo tra anima e corpo, e dotato di intelletto, volontà e libertà; niente di più e niente di meno.

Transumano.  La grandeggiante retorica sul postumano e il transumano (correnti di pensiero che sostengono il miglioramento dell’umanità attraverso le tecnologie emergenti: genetica robotica informatica nanotecnologie) penetrata dovunque da oltre trent’anni e denotata dal detto “Mutare o perire”, ha accuratamente evitato di fare i conti filosofici con le nozioni di natura/essenza e di divenire, che non sono così malleabili come si vorrebbe. In altri termini lo scientismo tecnologico sogna molto e pensa poco: soprattutto non guarda verso l’ontologia. Il rifiuto, spesso aprioristico, del discorso ontologico, sposta l’attenzione sull’etica, confidando che essa da sola possa darci una risposta adeguata; purtroppo raramente è così.

Volontà di potenza.  La premessa secondo cui la potenza della tecnica non può cambiare l’essenza umana in qualcosa di altro e diverso, non si accorda però con alcuna forma di quietismo, che volesse lasciare campo libero alle tecnologie sulla scorta dell’idea appena enunciata. Anzi i maggiori rischi, insieme alle opportunità, si aprono proprio a questo livello “intermedio” in cui si cerca in genere di restaurare e di potenziare l’essere umano, sia curando malattie sia dotandolo di maggiori capacità. In questo campo possono accadere eventi buoni o cattivi. Consideriamo la sfida dell’IA, pressante in rapporto a due fattori: il suo impatto ambivalente e plurimo sull’essere umano nella vita individuale e sociale; il cambiamento iperveloce del tessuto esistenziale e le difficoltà di molti di reggere il ritmo, con le conseguenti fratture sociali in molti campi. Senza un’idea adeguata della persona, dei suoi diritti e doveri, della sua dignità, la volontà di potenza della tecnica – che in realtà è volontà di potenza dei singoli e dei grandi gruppi e holding che operano poderosamente su scala mondiale, spesso in un grave vuoto normativo – è capace di generare violenti squilibri. Finora scarsa è stata la capacità dell’autorità pubblica di regolamentare efficacemente i grandi produttori di IA che, costituiti da gruppi privati egemoni a livello mondiale, mostrano un’alta riluttanza a sottoporsi a controlli e normative.

Infocrazia  (dominio dell’informazione). Nell’epoca dell’infocrazia la questione principale per coloro che si guardano intorno e riflettono, è se vi sarà il tempo necessario per trovare risposte adeguate, prima che il dominio tecnocratico metta a tacere le opinioni dissenzienti. Molti si interrogano sull’influsso che il complesso scientifico-tecnologico esercita sulla democrazia con le relative derive quali l’ascesa del populismo, l’accendersi di acute emotività, l’instabilità dei governi, la diffusione intenzionale di notizie false, la sottrazione ai cittadini della possibilità di scegliere a ragion veduta. Con l’allettamento della libera connessione permanente l’infocrazia fomenta la solitudine della persona. E si sa che la solitudine è la condizione primaria della sottomissione. Questa è in atto in quanto i soggetti connessi si sentono autonomi, mentre sono perpetuamente schedati nelle sterminate memorie dei big data. I controlli sono in fin dei conti nelle mani di coloro che dovrebbero essere controllati.

parte seconda: L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE NON È INTELLIGENTE

OFFRE GRANDI PRESTAZIONI MA NON PENSA PERCHÉ NON È VITA. NECESSARIO REAGIRE ALLA SOTTOMISSIONE E COOPERARE ANZICHÉ COMPETERE

del prof. Vittorio Possenti, tratto da “Avvenire” 29-7-2023

Vita, non macchina.  L’IA è oggi il settore in più rapido cambiamento. Chi abbia una qualche competenza sul modo con cui la persona esercita la conoscenza sensibile e intellettuale, non può non vedere che il termine stesso di IA è un ossimoro, portatore di falsità e mistificazione. L’IA computa e compone ad alta velocità, ma non pensa: l’intelligenza è vita e non macchina; e se è macchina non è intelligenza. La pervasività del mondo digitale opera contro questa fondamentale acquisizione: il contatto quotidiano con il mondo digitale offusca la diversità tra virtuale e reale, operando una trasformazione ambigua dell’esperienza umana e del senso comune. Si finisce per credere che in numerosi casi decida meglio la IA invece che l’uomo. Qui si può fare riferimento al ricorso all’IA nel campo della giustizia gestita da Stati e corti. Possiamo abdicare al diritto primario che ogni persona debba necessariamente essere giudicata da un’altra persona e non da macchine?

Eterodiretti.  L’ideologia del transumanesimo ha preparato il terreno verso una mente aumentata e un corpo inessenziale per il funzionamento della prima. L’IA si innesta su questa trama favorendo il mentale-algoritmico-virtuale sull’esperienza corporea del mondo. A questo livello si incontra il tema della libertà, più essenziale che mai perché lo scientismo combatte tenacemente per mostrare che l’essere umano è predeterminato nelle sue scelte dal macchinico e dall’algoritmo, e che la coscienza è un epifenomeno di altro. Possiamo perciò essere eterodiretti. E già lo siamo quando, dopo essere stati profilati in mille modi, gli allettamenti della pubblicità ci orientano allo scopo di massimizzare i profitti delle multinazionali che dominano. Un compito urgente sta nel ridestare in tanti l’amore per la libertà e il desiderio di servirsene per vivere la propria vita e per formarsi una capacità di giudizio.

Reagire.  Occorre che singoli e popoli reagiscano alla serpeggiante passività morale, alla sottomissione rassegnata alla tecnologia e tecnocrazia. Senza sottovalutare le prese di posizione critiche e il grande lavoro sulla neuroetica e sull’etica dell’IA, l’atteggiamento dei più sembra quello di stare a vedere in modo passivo. Il poderoso legame tra ricerca tecnoscientifica ed eccezionali livelli di capitale di rischio, che puntano al più alto profitto possibile, scoraggiano e indeboliscono le capacità di reazione. Non ci sono che fragili contrappesi, e nelle democrazie la cattiva moneta delle reti social, dell’IA, degli algoritmi sovrasta tutto il resto. La moneta cattiva caccia la buona, e le grandi imprese tecnologiche non mostrano interesse a correggere queste gravi distorsioni, da cui traggono potere e profitti.

L’odio  che circola sulla rete rende più di altri business, e non si calcolano i danni inflitti ai minorenni e ai bambini che crescono in tale clima. Una volta di più si mostra vero che i rischi per l’umanità non vengono da errori delle tecnologie, ma dal loro uso malsano. Ogni tecnica è aperta sui contrari, sul suo uso buono o cattivo, e ciò non dipende dalle tecnologie ma dall’uomo che le progetta e le impiega. L’energia atomica illumina le città ma può essere impiegata per distruggerle. Il chip che viene installato nel cervello non solo consente di interpretare i segnali elettrici di coloro che non possono comunicare con l’esterno, fornendo un aiuto; ma consente parimenti di inviare segnali esterni al cervello, con il rischio di manipolazione e di espropriazione del soggetto. Non si dovrebbe mai dimenticare l’intrinseca ambivalenza della tecnica.

L’altro come avversario.  Per valutare se siamo preparati per il cambio di mondo che già opera, dovremmo chiederci: qual è il contesto spirituale prevalente in Occidente, in specie negli strati più elevati, a cui toccano speciali responsabilità nelle decisioni pubbliche che riguardano tutti? Nelle nostre società liberaldemocratiche l’umanesimo della persona deve affrontare sfide che provengono dall’involuzione dei concetti di liberalismo e di individuo, quest’ultimo ridotto a esclusiva libertà di autodeterminazione, in cui l’altro è sentito come un limite o un avversario. Il liberalismo, che si è trasformato in neoliberalismo e libertismo sul piano etico, e liberismo in campo economico, continua ad occupare la scena. Il loro richiamo alla persona e alla sua dignità è spesso di comodo per coprire altri cammini: le società liberali sono in crisi a motivo della loro concezione aggressiva dell’individuo autocentrato e ostile all’alterità, e del distacco dall’idea cristiana di persona. Prevale una scepsi diffusa e talvolta apertamente materialistica. Essa, che legge l’io personale come risolto nel circolo della vita biologica, deve oggi registrare una crescente paura del futuro – nonostante i mezzi tecnici potentissimi di cui disponiamo – e timore dell’altro, verso cui si dice: noli me tangere. L’altro è sentito come concorrente, non come potenziale termine di una relazione e della cooperazione.

Idolatria.  L’Europa dello spirito non potrà portare un sufficiente rimedio a tale clima se abbandonerà il suo retaggio cristiano, e si volgerà alle potenze dell’epoca, inchinandosi a loro idolatricamente. Vanno meditate le parole di Karl Löwith, stese 70 anni fa: «Soltanto con l’affievolirsi del cristianesimo è divenuta problematica anche l’umanità». Obliato Dio, rischia di essere messo da parte l’uomo, non più pensabile a sua immagine e somiglianza, secondo il messaggio biblico. Allora l’uomo vede solo i propri prodotti, e si pensa a immagine e somiglianza di sé stesso, della sua corporeità più che del suo spirito.

Maggio 3, 2025

Francesco, il profeta della teopatia

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Già dal nome del santo più irregolare del calendario, mai scelto da altri papi, la profezia appare il carattere dominante del suo pontificato

di Vito Mancuso   da “www.lastampa.it” del 21 aprile 2025

Teopatia. Il termine teologia mal si adatta al pensiero e direi anche alla vita di Jorge Mario Bergoglio. Occorre piuttosto coniare un altro termine al fine di illustrare adeguatamente il suo parlare di Dio, il suo rappresentarlo, il suo essere (per riprendere la celebre definizione del Papa data da santa Caterina da Siena) “il dolce Cristo in terra”. Questo neologismo, non bello ma a mio avviso efficace, è il seguente: teopatia. Non teo-logia, ma teo-patia. Esattamente come si parla di simpatia e di empatia per contrassegnare il risuonare dell’emotività di fronte a un altro essere umano o a una situazione di vita, così, per il pensiero di Dio espresso da papa Francesco negli scritti e soprattutto nella vita occorre parlare di teo-patia. Egli non ha pensato Dio, lo ha patito. Non è stata la logica, è stata piuttosto la passione a costituire la sigla del suo incontro con il Mistero del mondo capace di produrre Amore a cui ci si riferisce tradizionalmente dicendo Dio. Questo incontro passionale tra il Mistero da un lato e la sua coscienza e le sue viscere dall’altro ha prodotto in papa Francesco sia la dolcezza, lo slancio e l’entusiasmo, sia l’indignazione, la protesta e talora anche la rabbia. Esiste infatti un lato oscuro, una “Dark Side of the Moon” come cantavano i Pink Floyd, anche della passione per Dio.

Primo papa profeta. Sto sostenendo che Francesco non è stato un teologo (come lo fu Benedetto XVI), neppure un sapiente pastore (come Giovanni Paolo II), né un intellettuale penetrante e talora esitante (come Paolo VI), né un legislatore e un diplomatico (come Pio XII): no, Francesco è stato un profeta. Credo sia stato il primo profeta alla guida della Chiesa in duemila anni di storia. Non a caso è stato il primo ad assumere il nome del santo più profetico e più irregolare del calendario ecclesiastico, Francesco d’Assisi, il folle che parlava ai lupi e agli uccelli e che disdegnava il potere e i potenti. Nonostante l’importanza suprema di san Francesco per la pietà cristiana, nessun Papa si era mai chiamato come lui, esattamente perché la spiritualità rappresentata dalla persona di san Francesco mal si concilia con il ruolo del Sommo Pontefice cattolico, necessariamente politico e necessariamente potente. Bergoglio invece decise di chiamarsi proprio così, Francesco, e il risultato è stato un pontificato all’insegna della profezia e della destabilizzazione, sia esterna alla Chiesa sia soprattutto interna. La profezia infatti necessariamente destabilizza, turba, inquieta, scompagina, sovverte, se no non è profezia. E proprio per questo, proprio perché profeta, papa Francesco talora è apparso palesemente inadatto al ruolo di Sommo Pontefice, un ruolo che, ben più che profezia, richiede prudenza, diplomazia, pazienza, lungimiranza, capacità di ascolto e di dialogo, spirito di squadra, moderazione.

L’autentico profeta non conosce nessuna di queste qualità: egli è abitato da un fuoco divorante che gli brucia nell’anima e gli mette una fretta spasmodica, lo fa essere inquieto e inquietante, lo rende un solitario, spesso introverso, talora incompreso, e gli assegna inevitabilmente un brutto carattere, come lo stesso Bergoglio ha riconosciuto di sé parlando del suo rapporto con i medici e che penso si possa estendere al rapporto con tutti i suoi collaboratori. Il pontefice è chiamato a essere un direttore d’orchestra, il profeta invece è un sublime solista. Per questo papa Francesco, quando parlava o scriveva di Dio, non si rivolgeva alla ragione degli interlocutori, bensì al loro sentimento, alla loro passione, al loro pathos. Non era fatto per i trattati teologici, neppure per le encicliche pure apparse a sua firma ma che evidentemente non sono state il luogo in cui egli ha manifestato la sua essenza peculiare, a differenza per esempio di Benedetto XVI che fu teologo prima ancora che papa e che usava consegnare alla scrittura la sua parte migliore, e a differenza, per fare un altro esempio, del cardinal Martini, biblista prima che vescovo, e che a sua volta privilegiava la ragione e la logica nel parlare e nello scrivere di Dio. Bergoglio no, lui è stato passione. Era fatto per i discorsi a braccio, per le telefonate all’improvviso, per gli sguardi amichevoli, per i rimproveri duri, per i ricordi familiari di vita quotidiana. Il suo rifiuto di risiedere nell’appartamento papale è stato il simbolo dell’infrangere il più generale comportamento papale. Per questo alcuni l’hanno amato e l’ameranno sempre, mentre altri non lo potevano soffrire e adesso di sicuro si sentono sollevati dal fatto che quella irrazionalità che necessariamente discende dalla passione non sia più alla guida della Chiesa. Papa Francesco ha scritto quattro encicliche, o per meglio dire tre, perché la prima, intitolata “Lumen fidei” e pubblicata all’inizio del pontificato il 29 giugno 2013, era stata scritta prima in realtà da Benedetto XVI e pubblicata poi solo con qualche ritocco da Francesco (il quale era stato eletto il 13 marzo di quell’anno e non avrebbe avuto il tempo materiale per redigere il testo). Sono arrivate poi le sue due encicliche sociali, “Laudato sì” del 2015 e “Fratelli tutti” del 2020, nelle quali emerge il timbro più vero di papa Francesco che si potrebbe definire per l’appunto un profeta sociale.

La profezia, infatti, conosce due tendenze fondamentali: quella verticale che si rivolge agli uomini per indirizzarli a Dio (come avviene in Elia, Osea, Geremia), e quella orizzontale che si rivolge agli uomini per renderli giusti e fraterni tra loro (come Isaia, Michea e Amos, quest’ultimo definibile il primo comunista della storia: se il comunismo non fosse stato ateo e non avesse avversato la religione, come sarebbe stata diversa la storia del mondo!). Naturalmente non si tratta di due tendenze contrapposte perché l’una favorisce l’altra e viceversa, ma si tratta pur sempre di due diverse intenzioni di fondo: quella che guarda il mondo perché prima ha rivolto lo sguardo a Dio, e quella che guarda Dio perché prima ha rivolto lo sguardo al mondo. Questa seconda tendenza è quella che contraddistingue la profezia di papa Francesco: egli parlava di Dio per amore del mondo. La sua ultima enciclica è del 2024 e si intitola “Dilexit nos”, “Ci ha amati”. Eccone un passo: «La cosa migliore è lasciar emergere domande che contano: chi sono veramente, che cosa cerco, che senso voglio che abbiano la mia vita, le mie scelte o le mie azioni, perché e per quale scopo sono in questo mondo, come valuterò la mia esistenza quando arriverà alla fine». Francesco ci invitava a immaginare come valutare la nostra esistenza quando arriverà la fine e ora che la fine è arrivata per lui io credo che l’intera sua esistenza si possa valutare come quella di un profeta: di un uomo che, come attesta l’etimologia greca, “parlava davanti a” e insieme parlava “a favore di”. Egli ha parlato davanti a Dio a favore del mondo, e l’ha fatto con uno stile tutto suo, inconfondibile e irripetibile, a volte dolce a volte amaro, morbido e spigoloso, conciliante e pungente, ma sempre autenticamente umano, anzi italo-argentino, e sempre autenticamente cristiano, anzi gesuita. La sua teologia è stata teopatia, e la sua testimonianza rinnoverà sempre nella coscienza di ogni essere pensante il pathos per il Mistero del mondo.

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