Brianzecum

agosto 2, 2008

DUBBI, DOMANDE, RELATIVISMO DI QOHELET*

Chiunque è capace di dare risposte, ma soltanto un genio sa porre domande. Se è vera questa battuta di Oscar Wilde, anche Qohelet era un genio. L’autore di questo classico poema biblico sapienziale attribuito a Salomone in quanto prototipo dei sapienti, ma scritto mezzo millennio dopo di lui (nel 4°-3° secolo a.C.), pone dubbi e domande più che dare risposte, svolge una critica spietata alle ambizioni umane (tutto è vanità), ma senza moralismi. Forse la sua critica è costruttiva. “Ci sono venature di pessimismo, però subito bilanciate da un sano e realistico amore alla vita; espressioni che suonano come delusioni nei confronti di Dio, quasi negazioni, però contraddette da altre che invece sembrano manifestare una fede robusta e ostinata. C’è una tendenza critica e demolitrice, ma anche una tendenza moderata e conservatrice” (Bruno Maggioni). Vito Mancuso ritiene che nel libro del Qohelet, a differenza del libro dei Proverbi, prevalga la visione negativa rispetto all’autorità monarchica e all’ordine del mondo: che quindi “apra a sinistra”, al nuovo. L’amore per la vita si manifesta in Qohelet nei frequenti inviti a mangiare, bere e godere la vita: non si tratta di inviti all’evasione godereccia, ma a saper apprezzare e accontentarsi delle sane gioie quotidiane che la vita ci porge. A saperne vedere i lati positivi. Il testo batte e ribatte sul termine ebraico “havel”, tradotto in passato con vanità, vuoto, nulla, che suggeriscono prospettive deboli di assurdità e falsità. In questo modo sono state utilizzate da tanta “teologia del disprezzo del mondo”, del cammino monastico alla perfezione e così via. Una traduzione più rigorosa sarebbe “soffio, fumo, polvere” connessi ad un contesto in cui prevale un giudizio forte di flusso, invadenza, offuscamento. Quest’ultimo riferimento rende più comprensibile che, nonostante il prevalere dell’ingiustizia e l’incombere della morte, possa avere senso l’invito a vivere pienamente le gioie che sono concesse e dare prova di una corretta condotta morale.

Le contraddizioni che possono essere rilevate nel Qohelet e nella realtà che vi è descritta sono insite nella realtà umana: grandi innovatori spirituali del ‘900, come Pavel Florenskij e Simone Weil, hanno teorizzato l’utilità e la necessità, per il pensiero e il progresso, delle antinomie e delle contraddizioni. Ci sono ad es. mille motivi per affermare che la vita è bella, altrettanti per negarlo. Florenskij in particolare afferma la necessità di coltivare l’arte di cogliere le contraddizioni, senza negarle o seppellirle, per poter penetrare la verità. La vita è antinomica: vi si scontrano la legge della vita e quella della morte. In concreto è da preferire l’aspetto positivo della realtà antinomica. Il testo del Qohelet riflette queste antinomie: ecco perché appare spesso un’accozzaglia di indicazioni eterogenee, ciò significa proprio sottolineare la realtà contraddittoria della vita umana.

Relativismo. Una chiave per la lettura del Qohelet è la conoscenza. Se si parte da questo aspetto, invece della più usuale lettura moralistica, si comprende perché il testo accordi la preferenza a situazioni di tristezza: consentono di conoscere maggiormente la realtà. Ciò che il testo chiama ripetutamente vanità (havel), è pure la condizione inconsistente della conoscenza umana. “Arriva a concludere di non poter fare alcuna affermazione sicura su niente: tutto è inconsistente” (Claudio Doglio, www.symbolon.net). La stessa idea di Dio, che appare nel testo poco centrale, quasi giustapposta, ha fatto parlare taluno di ateismo del Qohelet. Turoldo definisce Qoelet un dissacratore, “forse l’unico, che sia fra tutti un vero ateo”. E aggiunge che “è per merito suo che nella Bibbia anche i più radicali negatori trovano una loro collocazione, una loro ospitale dimora: il vero Dio, l’Ineffabile, cioè il nostro Dio, li accoglierà”. Si può intravedere una correzione di Turoldo, che passa dall’inesistenza all’ineffabilità di Dio. Per Ravasi quella dell’ateismo è una prospettiva semplicemente improponibile nell’antico Israele: solo Dio può dare un senso alla vita. Il Dio di Qohelet è un Dio di rettitudine e dignità più che di giustizia: rettitudine di cui dobbiamo dare prova non per avere un vantaggio terreno ma per essere degni ai nostri occhi prima ancora che nel giudizio di Dio la cui volontà è per noi invadente e oscura. È un invito a vivere con generosità e coraggio: da soli non siamo nulla ma tutti insieme siamo la vita. Questo ricorda ciò che Borges ha detto del tempo:

«è un fiume che mi trascina ma io sono il fiume

è una tigre che mi sbrana ma io sono la tigre

è un fuoco che mi divora ma io sono il fuoco»

Senso della vita. Nel famoso brano sui tempi (3,2-8), con le 14 coppie di contrari (28, cioè 7 x 4: sono i due numeri che indicano la completezza, rispettivamente temporale e spaziale) è facile costatare che per il Qohelet – come del resto per tutti noi – riflettere sul senso del tempo equivale a interrogarsi sul senso della vita, dal momento che l’attenzione non è per il tempo in sé, ma per ciò che avviene e qualifica questo tempo. Perciò hanno colto nel giusto quei commentatori che vedono in questo brano uno dei passaggi chiave per interpretare il senso di tutto libro. Di fronte alla tentazione fatalista di pensare che tutto si svolga senza alcun ordine, in una sorta di caos senza senso – e questo può risultare da una lettura superficiale e affrettata della realtà – il Qohelet afferma chiaramente che invece c’è un tempo per ogni cosa e che Dio ha fatto bella ogni cosa a suo tempo; e se anche l’uomo non riesce a scoprire da capo a fondo l’opera di Dio (3,11), non significa che essa non gli si presenti in ogni evento e situazione.

In definitiva è significativo che una religiosità così laica, conflittuale, critica, negatrice di tutta la tradizione, come quella espressa dal libro del Qohelet, sia stata inclusa nel canone biblico e sia quindi legittimata addirittura come parola di Dio. Sembrerebbe piuttosto parola di uomo, se vicende fortuite non avessero portato a quella inclusione. In ogni caso è possibile trovare una logica complessiva: “difficilmente si può apprezzare appieno la lieta notizia del Vangelo se prima non si passa attraverso la spietata analisi di Qohelet. Nella predicazione di Gesù questo libro biblico approda, infatti, al suo giusto equilibrio, riacquistando senso all’interno della rivelazione” (Maggioni).

*Da un incontro del Gruppo ecumenico della Brianza meratese del 20 marzo 2008 presso l’agriturismo I gelsi.

Esodo 3 VOCAZIONE, NON IDENTITÀ*

La narrazione dell’intervento di Dio per liberare il suo popolo dall’oppressione degli egiziani, per portare gli ebrei “dalla schiavitù al culto”, inizia con l’episodio del roveto ardente. A sua volta questo episodio segna l’inizio della vocazione che Dio rivolge a un riluttante Mosè di mettersi alla testa del popolo ebraico: gli ordina di chiedere al faraone di lasciare partire gli ebrei e di guidarli poi nella faticosa conquista della libertà. Mosè ha paura ma non è annichilito, discute con Dio opponendo una propria identità: è giovane, inesperto, non ha studiato, soprattutto si è macchiato di un grave peccato: ha ucciso uno degli oppressori egiziani che stava frustando con lo scudiscio un israelita. “Mosè dovette fuggire ed espiare amaramente il suo accesso di collera. (..) Ma nel suo cuore mai lo abbandonò un sogno, il sogno di un mondo di libertà per il suo popolo e il sogno di un Dio che ascolta il lamento dell’uomo angariato”2. Forse la vocazione di Mosè passa anche attraverso il suo delitto. Di solito la vocazione si manifesta in situazioni critiche (la situazione degli ebrei in Egitto era peggiorata) ma anche nella vita quotidiana. Mosè stava facendo il suo lavoro usuale (condurre il gregge) quando gli apparve l’angelo ad annunziare la presenza di Dio nel roveto ardente. Dio prende sul serio le obiezioni di Mosè, ma non ascolta le sue pretese identitarie. La vocazione è operata da Dio su persone spesso inadeguate e persino indegne, perché chi inciderà non saranno loro, ma Dio stesso. Loro devono aderire, anche attivamente, e soprattutto fidarsi, avere fede.

Identità. Dare un nome significa nella cultura ebraica (e non solo) esercitare un potere sull’essere nominato: vuol dire avvicinarsi alla sua identità. Non è che non sia legittimo domandarsi e ricercare sulla propria e altrui identità. Mosè lo chiede a Dio con la domanda: Chi sono io? (3,11) e la risposta è: Io sarò con te (3,12). Non una identità, ma la garanzia di una presenza. Mosè va avanti e chiede a Dio anche chi è lui, quale il suo nome. La prima risposta potrebbe sembrare quasi uno scherno: Io sono colui che sono (3,14), ma una traduzione migliore potrebbe essere colui che sarà, che ti assisterà, che non ti abbandona. Poco oltre specifica: il Dio dei vostri padri, di Abramo, di Isacco, di Giacobbe (3,15-16): non un Dio dei filosofi, della natura o altro, ma il Dio della tua storia, in relazione con l’uomo, che ha scelto di aver bisogno dell’uomo, di farsi aiutare per completare la creazione. In entrambi i casi, sia per l’identità di Mosè, sia per quella di Dio, la risposta non è un nome, ma un verbo, un’azione. Se ne può dedurre che Dio non vuole che ci soffermiamo troppo sulle identità o le radici, come si sta facendo molto in questo momento (identità europea, padana, radici cristiane…), ma che operiamo secondo i suoi dettami e la sua vocazione su ciascuno di noi. Il vero problema non è la domanda su chi siamo, ma su che cosa vuole Dio da noi. Dietrich Bonhoeffer nella prigione nazista che ha preceduto la sua impiccagione ha scritto una poesia, intitolata appunto Chi sono io?, nella quale, dopo diverse alternative, conclude: chiunque io sia, tuo sono o Dio.

Il nome di Dio. È necessario approfondire questo punto fondamentale: il significato del roveto ardente, dentro cui si rivela Iddio è ben preciso: da un lato la sua presenza attiva, che brucia, appunto; dall’altro la sua inafferrabilità da parte di nessuno – persone, popoli o chiese che siano. Di Dio non sappiamo niente, per parlarne lo dobbiamo ricondurre alle nostre dimensioni, quindi relativizzarlo; quanto più lo si conosce, tanto più ci si accorge di esserne lontani. Lo sforzo dei teologi potrebbe essere, da questo punto di vista, addirittura blasfemo (questa forse l’intuizione di Olmi nel suo film Centochiodi), nella misura in cui si pretende di definirlo o di nominarlo. Molti atei potrebbero essergli persino più vicini rispetto ai credenti che lo nominano invano o, peggio, lo strumentalizzano. Dio può essere narrato (come fa la bibbia), non definito. Meglio dunque non chiedersi: chi è, o: perché mi chiama, ma: cosa vuole da me o da noi. La vocazione chiama subito all’azione. Ciò non vale soltanto per i singoli, ma anche per i popoli o i gruppi. La bibbia ci insegna che, con la vocazione di Mosè, il popolo di Israele prende coscienza della propria dignità e della vocazione di Dio per condurlo alla libertà. Così da popolo di schiavi, straccioni e fuggitivi, qual’era, diventa popolo di Dio. L’identità si scopre nella vocazione, la segue.


* da un incontro del Gruppo ecumenico della Brianza meratese col pastore Gianni Genre del 13-6-07 presso la libreria La cicala, Merate.

2 E. Drewermann, Il vangelo di Marco, immagini di redenzione, Queriniana, Brescia 1994, pag. 252.

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