Brianzecum

agosto 17, 2008

3,7-35 L’ANTICRISTO CHE C’È IN NOI

Diversi sono gli episodi in cui Gesù viene contestato. Il vangelo di Marco, nel terzo capitolo, avvicina tre diverse forme di contestazione: da parte dei demoni, da parte dei suoi stessi parenti, da parte degli scribi: quest’ultima contestazione merita una particolare attenzione poiché nel suo ambito viene configurato un peccato gravissimo, imperdonabile.

I demoni (forze del male che portano distruzione, confusione e menzogna) sono i primi a contestare Gesù, riconoscendone la divinità, quindi l’inconciliabile contrarietà verso di loro. Dicono la verità, ma non al momento e con le modalità opportune, tanto che Gesù li zittisce severamente. Questo ci può insegnare che, in taluni casi, può essere persino diabolico annunciare le verità divine (per noi potrebbe essere il caso, ad es., di un annuncio che prescinde dai grandi problemi dell’umanità: pace, giustizia, salvaguardia del creato).

La seconda contestazione a Gesù viene dai suoi parenti o compaesani. Disturbati dalla fama che va spargendosi attorno a lui e dalle folle che l’assediano, i suoi insinuano che ha perso la testa, che è fuori di sé, che non rientra nelle regole: “un modo molto frequente per squalificare le manifestazioni di Dio e prendere le distanze.”[1] Gesù ci invita a stare fuori di noi, ad avere il coraggio di giocarsi, a non rimanere chiusi nel nostro preteso “ordine” o “buon senso”, a non risparmiarci nella fatica e nella disponibilità agli altri. Anche l’ecumenismo deve partire dal “fuori di sé”. È una condizione per poter trascinare anche quelli che non credono e dovrebbe essere caratteristica del cristiano in quanto tale. Inoltre dovremmo saperci identificare con la folla e, come lei, subire il fascino di Gesù, della sua figura umana che emerge anche da queste pagine (semplicità, realismo, attenzione ai particolari, apertura agli altri…): dà un grande senso di libertà e attira la gente.

Infine la terza e più intrigante contestazione viene dagli scribi, cioè i colti, quelli che sanno: dicendo che Gesù è posseduto dal demonio, identificano consapevolmente il bene col male, e questo è un peccato irreparabile, la bestemmia contro lo Spirito santo. Si opera così quando si vuole mettere sé stessi al centro, col rifiuto programmato di Cristo. Così si può aprire un percorso di peccato che può portare all’aberrazione di vedere in Gesù l’incarnazione del male: il massimo della confusione diabolica, grave soprattutto per chi ha la fortuna di avere un certo livello culturale. Questo percorso è il peccato imperdonabile, mentre i singoli atti inseriti nel percorso possono essere perdonati. Per questo molti sostengono che soltanto noi, che abbiamo conosciuto Cristo, possiamo diventare l’Anticristo. Non va cercato altrove (ad es. nel comunismo, nel capitalismo): il pericolo maggiore siamo noi. Può essere lungo e faticoso, ma il recupero dell’unità ecumenica non può che passare da un percorso penitenziale nel quale si cerca satana dentro di noi, nelle chiese, al posto di Cristo.


[1] B. Maggioni, Il racconto di Marco, Cittadella ed., Assisi 1985, pag. 62.

Per la riflessione:

-tre forme di contestazione a Gesù;

-in certi casi può essere diabolico annunciare verità divine;

-non restare chiusi nel nostro preteso ordine o buon senso;

-subire il fascino di Gesù;

-peccato irreparabile degli scribi che identificano consapevolmente il bene col male;

-solo noi che abbiamo conosciuto Cristo possiamo diventare l’anticristo.


2,1-3,6 LA NOVITÀ DELL’EVANGELO

Vino nuovo in otri vecchi è la nota contraddizione citata da Gesù per indicare la grande novità che lui rappresenta: una novità non solo cronologica (mai sentita prima), ma qualitativa, escatologica, qualcosa che rigenera e ringiovanisce. Ma cosa rappresenta il vino e cosa gli otri? Marco lo spiega con una serie di vicende che tracciano una progressione logica (2,1-3,6). Prima della rivelazione completa sulla croce, Gesù rivela la sua grande verità – quella di essere il Messia, il figlio di Dio – solo in modo sommesso e discreto, forse per evitare di essere scambiato per un messia terreno, secondo le attese del popolo. Operando i miracoli, svela capacità non comuni; con la guarigione del paralitico e la successiva rimessione dei peccati per la sua fede, dimostra agli scribi (intellettuali) la propria divinità, poiché solo Dio può rimettere i peccati. Non riconoscendolo, gli scribi lo accusano di bestemmia.

Scandali per i benpensanti. Un secondo “scandalo” dà Gesù agli scribi, sedendo a mensa assieme a pubblicani (esattori, di solito corrotti) e peccatori. Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori (2,17) risponde Gesù agli scribi. Un’altra provocazione riguarda i discepoli di Giovanni e i farisei che digiunavano, mentre quelli di Cristo non osservavano questa pratica. La risposta è che i figli dello sposo non digiunano mentre lo sposo è con loro, digiuneranno quando sarà loro tolto. Infine i farisei si scandalizzano di fronte alla libertà di Gesù e dei suoi di operare miracoli e procurarsi cibo anche nel giorno di sabato: Il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato (2,27) risponde Gesù.

Resistenza alla novità. Si configura così una progressione di tre novità che introducono la radicale novità evangelica: “il perdono dei peccati (basta la fede per appartenere al Regno); il crollo delle divisioni (Gesù sta a tavola con tutti); la libertà del credente di fronte al digiuno e al sabato”[1]. Ma “gli uomini fanno resistenza alla novità. Con le sue parole sul vecchio e sul nuovo, Gesù individua una prima fondamentale resistenza all’accoglienza del suo messaggio: si può rifiutare la conversione evangelica in nome dell’equilibrio (la saggezza!) e della tradizione: due valori più che sufficienti a mettere in pace la coscienza. Equilibrio e tradizione significano in questo caso attaccamento al proprio schema e rifiuto a rinnovarsi.”[2]

Il radicale rinnovamento evangelico parte dal ribaltamento dell’idea di Dio che spesso gli uomini si costruiscono a propria immagine: un Dio lontano, vendicativo. Invece “in Gesù si rivela un Dio per noi: ecco la novità. Ma gli uomini sembrano rifiutare un Dio che li ama e che li libera. Decidono di toglierlo di mezzo. Sembrano preferire un Dio che li spadroneggi.”[3] Solo un uomo radicalmente rinnovato al suo interno può contenere il “vino nuovo” dell’evangelo; solo passando da questo rinnovamento potranno essere abbattute le barriere religiose che gli uomini hanno eretto tra loro, perché non hanno ascoltato il radicale messaggio di Cristo.


[1] B. Maggioni, Il racconto di Marco, Cittadella ed., Assisi 1985, pag. 54.

[2] ivi

[3] ivi, pag. 55

Per la riflessione:

-perché Gesu rivela di essere il Messia solo in modo sommesso e discreto?

-scandali e ribaltamenti per i benpensanti;

-tre novità per introdurre alla radicale novità evangelica;

-equilibrio e tradizione per opporsi alla novità;

-un Dio per noi, ecco la novità.


1,21-45 FARE, NON SOLO DIRE

Quel sabato, nella sinagoga di Cafarnao dove aveva preso la parola (chiunque ne aveva possibilità), Gesù parlava come chi ha autorità, e non come gli scribi (1,22). Gli scribi mutuavano l’autorità del loro insegnamento dalle Scritture, dalla tradizione, da altri. Invece la parola di Gesù ha in sé la sua forza, non rimanda ad altri. Un importante motivo di questa autorevolezza è che Gesù non parla soltanto, ma opera; la sua non è solo parola ma anche gesto: gesto che libera e guarisce. La guarigione della suocera di Pietro (1,29-31) è uno di questi gesti; il fatto che subito lei si mise a servirli evoca, dopo una resurrezione (la fece alzare), un cammino sulla strada del servizio. Un servizio che può far nascere un senso critico nei confronti di certe forme di specializzazione o divisione del lavoro.

La cacciata dei demoni è un altro esempio dei gesti di Gesù. Inoltre li scaccia con un semplice ordine, senza passare dai lunghi riti, anche con risvolti magici, degli esorcisti di quei tempi. Si ha qui il primo incontro di Gesù col male. Il male non viene solo dagli uomini, ma anche dai demoni, distruttori della creazione. Questi conoscono chi è quel Gesù che li vincerà, e l’evangelista approfitta di loro per rivelarcelo: i demoni sono i primi teologi, perché appunto, rivelano la sua divinità – sia pure in modi e tempi inopportuni, tanto da meritarsi il rimprovero di Cristo. Il discorso dei demoni ci può lasciare piuttosto scettici, perché riferito a tempi lontani, quando ad es. non si sapeva individuare e curare la malattia psichica. Ma gli effetti del maligno sono tutt’altro che scomparsi. La distruzione della creazione appare oggi follemente accelerata, magari ad opera di noi stessi e del nostro consumismo. Ancora ci può essere un uso improprio della verità, ma forse è assai più frequente, semplicemente, la sua negazione (basti pensare alla pubblicità e alle distorsioni mediatiche della realtà). Per non parlare della fiducia nella tecnologia o nella guerra… Il diavolo, davvero, è ancora tra noi.

Non rivelare anzitempo. Ai demoni, così come a chi ha beneficiato con guarigioni miracolose, Gesù impone di non parlare di quanto ricevuto e di tacere sulla sua divinità: una divulgazione anticipata potrebbe compromettere il progetto messianico. Analogamente “Gesù percorre tutte le strade della Galilea in cerca delle folle, per predicare (1,39), e tuttavia sfugge all’assalto della folla ritirandosi in luoghi solitari (1,45).”[1] Sembrerebbero atteggiamenti contradditori. In realtà “Egli cerca le folle ed è solidale con la storia, ma deve anche prendere le distanze dagli equivoci che le folle e la storia contengono, dalle strumentalizzazioni che esse vorrebbero porre al disegno di Dio. (..) Egli è venuto ad annunciare il Regno, non a fare i comodi miracoli che gli uomini vorrebbero.”[2] I miracoli non sono la cosa principale, sono al servizio della fede e non ne eliminano la logica. Sono al servizio di un Dio che si rivela sulla croce, quindi non eliminano la croce, ma rivelano che solo nella croce è presente la vittoria di Dio.

In conclusione una fede miracolistica non è la fede che ha insegnato Gesù: attiva, attenta alle esigenze del prossimo e alla salvaguardia del creato, che non separa parole e opere, preghiera e azione. Il movimento ecumenico non può prescinderne. Queste pagine del vangelo di Marco inducono a imitare Gesù nel suo comportamento mite e schivo, che giunge persino a nascondere i propri meriti (miracoli). Spingono al contempo a stigmatizzare i comportamenti demoniaci di chi sfrutta e domina il prossimo, esalta i propri meriti, mente, vuole la guerra, compromette la natura… Non si può avere ecumenismo senza pace, giustizia e salvaguardia del creato.


[1] B. Maggioni, Il racconto di Marco, Cittadella ed., Assisi 1985, pag. 46.

[2] Ibidem, pag. 47

Per la riflessione:

-autorevolezza di Gesù non mutuata da altri;

-non parla soltanto ma opera;

-sulla strada del servizio;

-la cacciata dei demoni, che rivelano la sua divinità;

-il diavolo è ancora tra noi?

-non rivelare anzitempo;

-una fede non miracolistica.


1,14-20 CONVERSIONE

Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino: convertitevi e credete al Vangelo (1,15). Questa, secondo Marco, la sintesi della predicazione di Gesù in Galilea, dove era rientrato dopo essersi fatto battezzare da Giovanni nel Giordano e dove aveva iniziato la sua vita pubblica. La frase riportata è forte e densa di significati profondi (fa parte dei primi 20 versetti considerati un prologo all’intero vangelo). Cerchiamo di coglierne alcuni aspetti. Anzitutto notiamo che il Vangelo parte dalla Galilea (dove pure si concluderà con le apparizioni del Risorto): una regione di Israele scismatica e lontana dal centro (Gerusalemme e Giudea). Viene sottolineata così, già dall’inizio, la dimensione “al margine” dell’annuncio evangelico.

Il tempo è compiuto è una affermazione molto impegnativa sul piano teologico: significa che è finita l’attesa messianica dei profeti e del popolo (che è sempre tentato di riempirla delle proprie speranze e di modellarla sui propri schemi). Con Gesù, il Messia, si avvicina il “Regno di Dio” e si conclude la Rivelazione: dopo di lui non ce ne sarà altra. Il Regno di Dio indica la giustizia e l’azione salvifica e definitiva di Dio nella storia. “L’annuncio di Gesù ha un tono di gioia e insieme di urgenza. In secondo luogo, la proclamazione di Gesù (tutto il racconto evangelico lo dimostrerà) è universale: egli rivolge l’appello a tutti coloro che, comunemente, erano ritenuti fuori dalla gioia messianica, esclusi: i poveri, i peccatori, i piccoli, gli stranieri.”[1]

Convertitevi e credete al vangelo: è la conseguenza, per gli uomini, dell’annuncio di cui sopra. Si tratta di due aspetti che concretizzano la sequela a Gesù. Merita in particolare soffermarsi sulla conversione, che potrebbe essere la parola chiave di tutto il vangelo. Conversione può voler dire sia un tornare indietro, una svolta a U sulla strada che stiamo percorrendo (come i discepoli di Emmaus), sia un tornare alle origini, cercando quale era il disegno di Dio (nel caso, ad es. del matrimonio monogamico). La strada che percorriamo deve essere la sequela a Cristo: se non c’è lui al centro, ma il nostro io o altre esperienze, anche religiose, ci vuole la conversione. Ecco perché talvolta una certa esperienza religiosa è il più grande ostacolo all’incontro con Gesù (è il caso ad es. dei farisei). L’esperienza del vangelo stabilisce un rapporto personale con Lui. Un esempio di conversione è contenuto nei versetti immediatamente successivi (16-20) con la chiamata dei primi discepoli.

Pescatori di uomini. Gesù chiama i primi discepoli non perché sono più religiosi, intelligenti, colti, sensibili o altro: infatti l’ambiente da cui sceglie è la quotidianità di persone che lavorano manualmente (pescatori nel “mare di Galilea”, cioè il lago di Tiberiade). Non dà contenuti dottrinali, ma solo richiede la sequela a Lui. La chiamata, come la fede, è gratuita. Richiede però un distacco radicale. “Non si tratta di lasciare le reti o un lavoro, ma più a fondo – come si chiarirà lungo il vangelo – si tratta di lasciare le ricchezze (10,21), di abbandonare la strada del dominio e del potere, di smantellare quell’idea di Dio che noi stessi abbiamo costruito a difesa dei nostri privilegi (8,34).”[2]

Questa radicalità evangelica è molto importante sul piano ecumenico. Pescatori di uomini significa propriamente che il loro ambito di azione non sarà più il lago ed i pesci, ma l’umanità intera. Così sono abilitati ad annunciare a tutti la parola, che potrà far uscire gli uomini da uno stato di opacità e diventare più uomini. Anche le chiese cristiane, che proseguono l’opera dei discepoli, hanno bisogno di conversione. Non devono porsi come maestre, né devono indicare norme da seguire. Norma e maestro è Gesù, che va riscoperto nella sua umanità, nella sua incarnazione. Credere nel vangelo, convertirsi per mettersi alla sua sequela e incarnarlo nel quotidiano, sono le vie sicure verso l’ecumenismo.


[1] B. Maggioni, Il racconto di Marco, Cittadella ed., Assisi 1985, pagg. 32-33.

[2] Ivi, pag. 35.

Per la riflessione:

-cosa significa che il tempo è compiuto;

-convertitevi e credete al Vangelo;

-perché una certa esperienza religiosa può essere ostacolo all’incontro con Gesù?

-smantellare l’idea di Dio costruita a difesa dei nostri privilegi;

-quale radicalità evangelica.


(1,1-13) UN PERCORSO CHE PORTA AL DIALOGO


Sempre più di frequente dovremo confrontarci con la diversità e il pluralismo. Incontreremo persone di cultura, religione, etnia, mentalità diverse dalla nostra, con le quali dovremo convivere e collaborare. Il modo migliore per prepararsi al dialogo con le altre fedi, ricercando al contempo i fattori di unità tra i cristiani (ecumenismo), potrebbe consistere nel cercare di cogliere il nucleo essenziale della nostra fede, che è forse più facile da cogliere nel vangelo di Marco, data la sua stringatezza.

Il percorso. Già nelle parole iniziali di questo vangelo si prospetta l’avvio di un cammino che bisogna percorrere, con pazienza e fatica, per comprendere Gesù. Per Marco il termine vangelo indicava non semplicemente l’annuncio del Regno, fatto da Gesù, ma – più ampiamente – l’annuncio di Gesù ripetuto dalla Chiesa. Aveva quindi una dimensione ecclesiale e missionaria[1]. La strada è lunga, il discepolo è in ricerca, ha sempre dei dubbi, quando non addirittura angoscia; si confronta con gli altri. Il percorso è accidentato, i sentieri vanno appianati.

Il messaggio risulta chiaro subito dopo la descrizione del battesimo di Gesù operato da Giovanni Battista: Dio vuole che i discepoli si fidino di lui; se non incontri Gesù non incontri Dio. È interessante il confronto con il diverso atteggiamento del Battista. A differenza di Giovanni, Gesù non va volentieri nel deserto, né è entusiasta quando la gente va da lui: preferisce andare lui incontro agli uomini. Giovanni propone una ricerca religiosa: penitenza, ascetismo, lotta ai peccati. Gesù propone la Fede, l’affidamento a Dio misericordioso, ben sapendo che talvolta gli atteggiamenti moralistici possono essere controproducenti[2]. Pertanto quella di Gesù e quella di Giovanni sono due teologie e spiritualità diverse: non certo contrapposte, semmai complementari, segno di un pluralismo fisiologico e positivo. Il percorso della fede che Gesù propone è sempre diverso da quello che pensiamo. Il “seguimi” significa che dobbiamo fare esperienze di vita, percorrere il lungo cammino, fidandoci di lui e della grazia divina. La maturità che ne consegue porterà a conoscere direttamente il Signore, senza intermediari (Geremia 31,34). E questa non può che essere la via maestra per il dialogo ecumenico.

Il deserto dove si reca Gesù, sospinto dallo Spirito divino, ha importanti significati psicologici in questo percorso: “esso rappresenta il vuoto e la libertà interiore, (..) secondo la legge che recita: soltanto chi non ha niente da perdere acquista il coraggio della verità[3]. C’è anche un importante risvolto per il dialogo, dato che vige anche “la legge dello spirito che chi non abbia ancora trovato se stesso non possa neppure trovare la via per arrivare all’altro; sarà più facile che invada l’altro con le sue angosce e i suoi conflitti irrisolti”[4].

Un aspetto importante di questo percorso è che, scegliendo Dio, incontriamo gli altri: nel volto dell’altro – specie di chi soffre, è povero e ha bisogno di noi – c’è un raggio della luce divina. Ecco dove nasce il coinvolgimento per la situazione dell’umanità, specificamente per la pace, giustizia e salvaguardia del creato. L’impegno ecumenico non può prescinderne, non può rischiare di presentare una religione “oppio dei popoli”. Il dialogo con chi è diverso da noi nasce dall’attenzione agli altri e dal prendersi a cuore dei problemi di tutti.



[1] B. Maggioni, Il racconto di Marco, Cittadella editrice, Assisi 1985, pagg. 13-14.

[2] Per un alcolizzato, ad es., un predicozzo contro l’alcol potrebbe accentuargli i sensi di colpa e spingerlo a bere ancor più. Meglio sarebbe aiutarlo a scoprire i conflitti che hanno generato il suo male, a riacquistare fiducia e rendere superflua la sua fuga dalle responsabilità. E. Drewermann, Il Vangelo di Marco, immagini di redenzione, Queriniana, Brescia 1994, pagg. 119-120.

[3] E. Drewermann, cit., pag. 127.

[4] E. Drewermann, cit., pag. 126.

Per la riflessione:

-cercare di cogliere il nucleo essenziale della nostra fede;

-pazienza e fatica per comprendere Gesù;

-Dio vuole che i discepoli si fidino di Gesù;

-differenze tra Giovanni e Gesù;

-conoscere il Signore senza intermediari;

-chi ha il coraggio della verità?

-conoscere sé stessi per arrivare all’altro;

-scegliendo Dio incontriamo gli altri.


LA VERITÀ DELLE SCRITTURE

Incontro metodologico

“Per i greci la verità è la realtà ultima delle cose, (..) è ciò che non è nascosto, (..) è la realtà dell’essere che si mostra. Il suo simbolo è la luce. (..) Invece per i babilonesi, gli assiri e gli ebrei la verità è soprattutto ciò che è duraturo, ciò che sta saldo, fermo, nel cambiamento di ogni cosa. Il suo simbolo è la roccia. Il contrario della verità è l’in-stabilità.”[1] Basta questo frammento per comprendere la complessità delle concezioni che possono convivere nelle stesse Scritture, dato che nell’Antico Testamento prevalgono le concezioni ebraiche, mentre nel Nuovo non mancano gli influssi della cultura greca.

Evitare una lettura fondamentalista è la prima indicazione che può essere tratta: prendere il testo alla lettera, rifiutando di tener conto del carattere storico della Scrittura, non manca di fascino per chi cerca risposte ai propri problemi di vita. Ma è illusorio, così come pretendere di trarre dalla Bibbia verità scientifiche (superfluo ricordare il caso Galileo). Il fondamentalismo offre “interpretazioni pie ma illusorie.” Peggio ancora “invita, senza dirlo, a una forma di suicidio del pensiero. Mette nella vita una falsa certezza, poiché confonde inconsciamente i limiti umani del messaggio biblico con la sostanza divina dello stesso messaggio.”[2] La lettura delle Scritture deve quindi essere intelligente, deve sforzarsi di comprendere ciò che il testo voleva dire obiettivamente, il che non può prescindere dall’adozione di un metodo “scientifico”.

Il metodo scientifico elaborato per l’esegesi biblica già a partire dal 18° secolo è quello storico-critico. Parte dalla realtà storica dei fatti narrati, cercando di dedurne criticamente conseguenze e insegnamenti. Successivamente sono nate anche discipline psicologiche, come la psicologia del profondo, e filosofiche, come l’analisi esistenziale, che cercano di scavare nelle profondità della mente e dell’inconscio umani per evidenziare i condizionamenti (che risalgono in genere a conflitti nella prima infanzia) e le costanti archetipiche già presenti nelle culture e nelle religioni. Applicando questi metodi nell’esegesi biblica si può arrivare ad affermare che certe narrazioni bibliche, pur non essendo storicamente verificabili, sono da considerare vere e valide, perché parlano direttamente al cuore dell’uomo.[3]

Le traduzioni delle Scritture in lingua corrente comportano una problematica analoga: ne esistono molte, antiche e recenti, ufficiali e private. Esiste anche una traduzione “interconfessionale”, concordata tra le diverse chiese: il fatto di aver mediato, tuttavia, ha tolto a questa traduzione un certo livello di scientificità. Certe traduzioni poi vogliono anche interpretare e spiegare, cosa che può servire sul piano pastorale, ma risulta insufficiente ai fini di una più profonda penetrazione. Può essere preferibile un testo che impone fatica al lettore, che pone interrogativi più che dare risposte.

Parole vive” sono le Scritture: contengono una ricchezza di contenuto e di messaggi che non può limitarsi all’interpretazione dotta degli esperti, ma dice qualcosa a ciascuno di noi, ci accompagna nel mutare dei tempi. Secondo una dottrina largamente condivisa, la parola di Dio non si esaurisce nella Scrittura, ma passa anche dalla tradizione, dal magistero, deputato a interpretarla, nonché dalla comunità ecclesiale, cioè da tutti coloro che vi fanno parte. Qui si delinea la verità delle Scritture: sono finalizzate alla nostra conversione e salvezza ed è in questo ambito che va cercata la loro verità (o inerranza, come si diceva prima). Il Signore non vuole violentare la nostra volontà, ma sollecitare la partecipazione e l’adesione di ciascuno. Possiamo sbagliare, ma questo non è un dramma, anzi, può essere una cosa positiva se ci fa intendere Dio come una persona, per di più una persona vicina, che ci vuol bene e ci perdona. Il volto di Dio è nascosto, come risulta da tutte le Scritture: la cosa peggiore che possiamo fare è pretendere di definirlo, riducendolo a una maschera o a un idolo. Ecco dunque la necessità di leggere le scritture cercando di imparare a conoscere, attraverso esse, il volto di Dio. Sono finalizzate alla nostra crescita, al nostro arricchimento spirituale, ma richiedono uno sforzo di penetrazione e di comprensione.

La lettura ecumenica che si cercherà di effettuare, mantiene tutte le caratteristiche di storicità e scientificità sopra indicate, sforzandosi in più di cogliere gli aspetti di fondo che ci avvicinano ai fratelli separati. “A nessuno sfugge che tra tutte le Scritture, anche del Nuovo Testamento, i Vangeli possiedono una meritata superiorità, in quanto costituiscono la principale testimonianza relativa alla vita e alla dottrina del Verbo incarnato, nostro salvatore.”[4] Il vangelo di Marco, più degli altri, invece di offrire facili certezze, spinge alla ricerca, ad “andare oltre”, fino ad essere persino disorientante[5]. Oltre ad essere il primo in ordine cronologico, è anche il più breve, semplice ed essenziale, tanto che viene talvolta chiamato vangelo dei catecumeni, cioè di coloro che già hanno ricevuto il primo annuncio, ma necessitano di una più profonda comprensione del mistero di Gesù. Reca un messaggio forte, centrale, senza le sottolineature o la correzione di errori, che invece contengono gli altri vangeli. Orientato a chi si sta affacciando alla fede, il vangelo di Marco è importante anche perché può essere attribuito, più direttamente degli altri, al primo degli apostoli, Pietro, della cui narrazione Marco fu trascrittore. Pertanto il vangelo di Marco è particolarmente adatto ad una lettura ecumenica, con la quale si cercherà di penetrare le verità più significative (siano esse luce o roccia) da porre alla base di un dialogo ecumenico ed interreligioso.


[1] B. Maggioni, “Impara a conoscere il volto di Dio nelle parole di Dio”, Commento alla “Dei Verbum”, ed. il Messaggero, Padova 2001, pag. 75.

[2] Enchiridion Vaticanum, Dehoniane, Bologna, 13/2980, cit. da B. Maggioni, cit, pag. 102.

[3] “Con gli strumenti della ricerca storica e della descrizione oggettivante non è mai possibile accedere a un piano veramente importante dal punto di vista religioso, perché questo piano si trova non nel passato, ma direttamente nel cuore delle persone di tutti i tempi e tutte le latitudini”. Drewermann, Il Vangelo di Marco, immagini di redenzione, Queriniana, Brescia 1994, pag. 24.

[4] Costituzione dogmatica sulla Divina Rivelazione, 18.

[5] Nella versione originale terminava al versetto 16,8, con la paura e il disorientamento delle donne dopo l’annuncio di risurrezione da parte dell’angelo sul sepolcro vuoto.

Per la riflessione:

-come evitare una lettura fondamentalista;

-il metodo scientifico storico-critico;

-il problema delle traduzioni;

-le scritture sono finalizzate alla nostra crescita;

-cos’è la lettura ecumenica.


agosto 16, 2008

Mt 18,20 …IO SONO IN MEZZO A LORO

Questa promessa, riportata nel cap. 18 del vangelo di Matteo, è contenuta in uno dei cinque grandi discorsi che questo vangelo riporta; concerne la comunità ecclesiale, un tema particolarmente caro a Matteo. La promessa di concedere qualunque cosa si accordino di chiedere e di essere presente dove due o tre sono riuniti nel suo nome, può essere considerato un punto centrale dell’intero vangelo di Matteo. “La presenza di Cristo fa sì che tutto ciò che decide la comunità riunita nel suo nome venga confermato in cielo. Ad agire è sempre il Cristo che con la resurrezione ha ricevuto ogni potere in cielo e in terra.”[1] Ma la pretesa di avere Dio dalla propria parte è spesso, nella storia e ancora oggi, il pretesto per compiere le peggiori nefandezze (basti pensare ai terroristi attuali o ai nazisti del secolo scorso. Vanno quindi compresi il significato e i limiti di questa presenza, ricavandoli dal contesto in cui è collocata la promessa. Il cap. 18 può essere diviso in due parti: una prima, fino al versetto 14, in cui è sviluppato il tema dei piccoli e dell’accoglienza; una seconda che invece verte sull’ascolto dei fratelli e il perdono dei peccati. Entrambe le parti si concludono con una parabola, rispettivamente quella della pecorella smarrita e quella del servo spietato.

L’attenzione ai piccoli è tema fondamentale del messaggio evangelico: come modello per tutti noi da imitare per entrare nel regno dei cieli (vv 3 e4), per evitare di scandalizzarli (vv 6 e 7), per il rispetto che è loro dovuto (v 10). La missione del figlio dell’uomo è infatti quella di salvare ciò che era perduto (v 11), di occuparsi della centesima pecorella smarrita piuttosto che delle altre 99 al sicuro (vv 12 e 13): non quindi il desiderio di raccogliere folle plaudenti, ma l’attenzione alla singolarità, al bisogno, ai piccoli: il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli (v 14). Il modello dei piccoli, proposto alla comunità ecclesiale, deve anzitutto evitarle di considerarsi un’élite di persone superiori, tentazione che spesso si verifica ancora oggi, come nel passato. Parlando di piccoli ovviamente non si intende soltanto i bambini, ma ogni categoria sociale debole, come gli immigrati, che spesso cercano nelle chiese spazi di incontro e di preghiera. Talvolta provengono da chiese o sette che rifiutano il dialogo ecumenico. In questi casi deve prevalere il loro bisogno, l’attenzione evangelica alla loro debolezza e piccolezza, oppure i divieti, le preclusioni i pregiudizi clericali?

Accostare chi ha peccato e perdonare chi ha offeso sono le altre condizioni per la presenza di Cristo nella comunità ecclesiale, e sono illustrate nella seconda parte del cap. 18. Si deve segnalare anzitutto un’apertura all’universalità: “i fratelli da accogliere, correggere e perdonare, se sono in primo luogo i membri della propria comunità, sono però anche, in senso più ampio, tutti gli uomini.”[2] L’atteggiamento verso i fratelli che commettono colpe deve essere estremamente paziente e discreto; ma soprattutto Gesù introduce il principio del perdono indefinito, così come fa Dio con noi. In tal modo “per la presenza del Risorto la comunità è dotata del potere di riconciliare e ricomporre l’unità”[3], mentre la parabola del servo spietato “ci dice che il potere della chiesa è quello di perdonare[4]. Merita un cenno di chiarimento il versetto 18 che affida alla comunità (anche di minime dimensioni: 2 o 3 persone) il potere di “legare e sciogliere”, potere che invece nel cap. 16 (vv 17-20) era affidato a Pietro. Per cercare di sciogliere questa apparente contraddizione si consideri che nel cap. 16 col termine ekklesia si intende tutta la chiesa, nella sua dimensione universale, mentre nel cap. 18 si riferisce a una comunità concreta e locale. Nel primo caso la promessa riguarda il futuro ed è la risposta alla retta professione di fede di Pietro, mentre nel secondo “si tratta di un potere presente e assicurato in concomitanza con la missione riconciliatrice della comunità. Tutti questi elementi fanno pensare che nel cap. 16 si tratti di un potere di carattere dottrinale e riguardi la retta professione di fede, mentre nel cap. 18 esso sia di carattere pastorale e riguardi il procedimento da adottare nel caso in cui un fratello della comunità pecchi.”[5] Va notato infine che il principio del perdono e l’attenzione ai piccoli sono tra gli antidoti migliori contro i grandi mali dei nostri giorni: guerre, squilibri e ingiustizie, alterazione degli equilibri climatici. Resta indubbia comunque la grande apertura ecumenica che dovremmo saper trarre da questo fondamentale passo di Matteo, che tutto può avallare, fuorché il potere mondano.


[1] Tecle Vetrali, Radunati dal Cristo risorto. In: “Studi ecumenici” luglio- settembre 2005, pag. 366.

[2] B. Maggioni, Il racconto di Matteo, Cittadella ed. Assisi 1986, pag.236.

[3] Ivi, pag. 368.

[4] Ivi, pag. 370.

[5] Ivi, pag. 368.

agosto 3, 2008

NON È PIÙ TEMPO DI DELEGA E DIPENDENZA*

Giovanni 4 La samaritana

Contesto. Il vangelo di Giovanni, ultimo dei vangeli, è stato scritto attorno alla fine del primo secolo, una settantina d’anni dopo la morte di Gesù. Si differenzia nettamente rispetto ai tre sinottici perché pone l’accento sul mistero salvifico di Cristo, anziché sulla sua identità e sul regno di Dio. È quindi più “spirituale”, elaborato e filosofico rispetto ai precedenti, scritti alcuni decenni prima. Con l’episodio della Samaritana viene raggiunto un vertice eccezionale di intuizione ed innovazione. Si può anche ritenere che questo episodio, che non ha riscontro negli altri vangeli, sia stato costruito ad arte al fine di comunicare queste novità a noi lettori. È importante dare una rapida inquadratura storica e terminologica. L’inimicizia storica tra ebrei e samaritani risale al tempo del ritorno dall’esilio di Babilonia. Rientrati nella madrepatria e volendo ricostruire il tempio a Gerusalemme, gli ebrei respinsero l’offerta di collaborazione da parte dei samaritani, adducendo che questi ultimi nel frattempo si erano “contaminati” con i popoli vincitori e pagani, perdendo così la purezza necessaria. Con molta fatica i samaritani si costruirono un proprio tempio a Garizim, che però fu bruciato dagli ebrei nel 138 a.C., e nel 64 restaurato dai romani e restituito al culto dei samaritani. Quanto agli aspetti terminologici si ricorda che acqua viva sta per acqua in movimento, che sgorga: rappresenta la vita. Invece il termine verità, nella importante frase adorare in spirito e verità, traduce una parola greca che non corrisponde esattamente alla nostra “verità”, per cui è stata tradotta anche in spirito e lealtà. In ogni caso non si allude alla verità assoluta, ma semplicemente al contrario della menzogna.

Pretesto. Dietro questa pagina dirompente c’è una causa supposta, una ragione apparente: la donna samaritana. È stato detto (da Panikkar) che Gesù è stato convertito dalle donne, trasgredisce la legge per causa delle donne: come nel caso dell’adultera, della Maddalena, della siro-fenicia. Le cose più importanti nel vangelo (come la Resurrezione) sono comunicate anzitutto a donne. Con la samaritana Gesù compie una trasgressione plurima perché lui, ebreo, parla con una donna, samaritana, di dubbi costumi, da solo. Il suo approccio non ha nulla di moralistico; non c’è neppure la raccomandazione finale di non peccare più, che aveva fatto all’adultera. Parla dell’acqua e le promette un’acqua particolare: con la quale non avrà più sete, anzi diventerà in chi la beve sorgente che zampilla per la vita eterna. Poi una discontinuità nel colloquio: Gesù si rivela a lei come profeta perché dimostra di conoscere i dettagli della sua vita (è il modo consueto con cui i frequenti “maghi” tentano anche oggi di abbindolare i clienti). Infine le grandi rivelazioni innovative. Dunque la samaritana come pretesto per queste rivelazioni. Ma perché Gesù ha scelto proprio l’inferiorità di una donna di dubbi costumi, appartenente ad un popolo impuro, per farla “missionaria”? E perché la samaritana ha accettato e creduto? Era probabilmente una persona in ricerca, come testimonia la pluralità di mariti, e forse amava anche, ma è plausibile che, oltre che attratta dall’idea dell’acqua speciale e dalle qualità “magiche” di Gesù, si sentisse veramente amata da lui, che abbia fatto con lui l’esperienza della fede. “La predicazione vera non ha bisogno di nessuna specializzazione, né preti, né monache né altro. (..) Se la fede non è esperienza è superstizione, quando non idolatria o semplice ideologia” (Panikkar).

Abolizione del tempio che divide. E veniamo finalmente al messaggio dirompente: per noi non è il rivelarsi di Gesù come Messia, già lo sapevamo. È quanto precede, l’adorare il Padre in spirito e verità, perché il Padre cerca tali adoratori. Gesù chiede, in parole povere, l’abolizione del tempio e del culto formale. Il Padre va glorificato con la vita, con l’amore per il prossimo, con la crescita umana e sociale, col perseguimento di pace, giustizia, salvaguardia del creato, non attraverso il solo culto. Il culto e il sacro sono spesso fonte di violenza e divisione, come tra giudei e samaritani, per non parlare delle guerre che ancora oggi si fanno in nome di Dio (almeno come pretesto). Inoltre implicano una gerarchia rispetto alla casta sacerdotale, che necessita delega e crea dipendenza. Il messaggio, preso alla lettera – come deve essere preso – è davvero dirompente, rappresenta un insegnamento di laicità, una spinta ecumenica fondamentale, una discontinuità antropologica anche rispetto agli stessi vangeli sinottici, nei quali Gesù sembra quasi aver paura a uscire da Israele. Bisogna pensare che questo messaggio sia opera dello Spirito Santo. Si deve anche riconoscere che tutto lo sforzo successivo delle autorità ecclesiastiche, a cominciare dalla prima lettera dello stesso Giovanni, ha cercato di smorzare il fuoco di questo messaggio. La fertilità del quale può essere espressa dicendo che in ciascuno di noi c’è una potenzialità di diventare fonte di acqua viva, anche per gli altri. La pienezza della nostra umanità come modo supremo per rendere grazie a Dio. La crescita umana che consente di affrancarci definitivamente da delega e dipendenza.

*da un incontro del Gruppo ecumenico della Brianza meratese del 12-6-08 in casa De Carlini.

LA CHIESA NON È MERCATO*

Maledizione del fico senza frutti

(Mc 11,12-24; Mt 21,18-22; Lc 13,6-9)

Comune ai tre brani evangelici è la maledizione di Gesù a una pianta di fico che non porta frutti. Mentre però Matteo (Mt) e Marco (Mc) raccontano lo stesso episodio, con qualche differenza, quello di Luca (Lc) potrebbe essere un episodio diverso. Solo Mc dà la giustificazione della mancanza di frutti: quella di essere fuori stagione; inoltre per lui la maledizione, udita dai discepoli, si concretizza nel disseccamento della pianta il giorno successivo, mentre per Mt avviene immediatamente. Per entrambi la spiegazione che dà Gesù è la forza della fede, capace di spostare le montagne. Si può pensare che il brano di Mt, scritto successivamente, abbia attinto da quello di Mc, con meno dettagli. Al di là delle differenze si potrebbe ritenere che non è tanto importante la verità storica dell’evento, quanto il messaggio educativo che con esso si vuol dare, tenendo presente che è indirizzato a un popolo scarsamente acculturato e che è pure finalizzato a mantenere coesa una nascente comunità cristiana contro le autorità religiose che la perseguitano.

Il contesto in cui è collocata la descrizione dell’episodio va evidenziato con attenzione. Nella narrazione di Mc e Mt, Gesù era appena arrivato al tempio di Gerusalemme, cuore dell’ebraismo, nella cornice festosa del pellegrinaggio pasquale. Sta maturando una duplice delusione: quella di Gesù, che appena giunto nel tempio sembra cercarvi qualcosa che non trova, dopo aver guardato ogni cosa attorno (Mc 11,11); e la delusione di Israele che aspettava un Messia armato e forte, diverso da Gesù, anche se la profezia di Zaccaria ricalca quasi esattamente quanto si sta avverando: Gioisci, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re: è giusto e vittorioso, è umile e cavalca un asinello; toglierà i carri da guerra e annuncerà la pace alle genti (Zc 9,9). Appellandosi alle profezie bibliche, Gesù contesta che il tempio sia stato ridotto a spelonca di ladri anziché luogo di preghiera per tutte le genti (Is 56,7). Si sta parlando del piccolo commercio che si svolgeva nel tempio di animali e oggetti votivi, di cambiavalute, ecc., ma forse Gesù aveva di mira ancor più il commercio del culto: le sicurezze sul futuro, la serenità dell’accoglienza, la protezione di santi.. – che la gente cercava nel tempio e che i sacerdoti vendevano, senza la gratuità che caratterizza l’azione di Dio: una specie di privatizzazione della fede. Le stesse richieste che facciamo a Dio nelle preghiere possono sconfinare con la blasfemia: pretendiamo di ridurlo alla nostra dimensione, a idolo che ci serve, come se non sapesse Lui quello che davvero ci occorre, anche se non lo chiediamo. Privatizzata e commercializzata, la religione divide, non è per tutte le genti, anzi, può diventare oppio dei popoli, opporsi alla crescita umana e civile.

Significato. In questo contesto la maledizione del fico ha un significato simbolico, che però non viene esplicitato, ma lasciato alla nostra intuizione. Una certa esegesi antiebraica vi vedeva il simbolo di Israele, colpito per non aver creduto: ma non è sostenibile, perché il patto di amore di Dio col suo popolo non è stato revocato, dura in eterno. Il significato simbolico è piuttosto da riferire al tempio e al culto che vi si svolgeva: forse proprio perché non dà più frutti, non essendo diventato luogo di preghiera per tutte le genti. Per questo Gesù interrompe il culto, lo abolisce: e non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio (Mc 11,16). “Se Dio giudica Israele è perché questi si è chiuso, e non vuol decidersi ad aprirsi al Messia ed alle genti. Non si considera più una realtà aperta, provvisoria, disponibile.”[1] Questo induce a riflettere sul culto e più in generale su questa fede senza la quale si è aridi e senza frutti, perché “non sempre ciò che gli uomini chiamano fede è tale agli occhi di Dio”.[2]

Fede che unisce. “La potenza delle fede non sta nella quantità: le molte preghiere e le molte pratiche dei giudei non erano la vera fede. (..) Fede è attendere da Dio, e non da noi o dalle nostre opere: la fede è gratuità, ed è per questo che si esprime nella preghiera. Fede è attendere da Dio quello che Egli vuole darci: non dobbiamo ostinarci a voler essere noi la misura del progetto di Dio. È Dio la misura del dono, non noi. Fede è renderci disponibili, perché Dio ci apra all’universalità delle genti: la negazione della fede è il ripiegamento su di sé, la gelosa conservazione del proprio privilegio.”[3] È forse questa fede gratuita e aperta che Gesù cercava, senza trovarla nei culti esteriori e ‘commerciali’ dei giudei nel tempio. È l’unica fede che, oltre a spostare le montagne, può unire i credenti delle diverse confessioni e garantire la pace annunciata alle genti. Il fatto che Gesù pretenda frutti fuori stagione sta probabilmente a significare che non dobbiamo rassegnarci all’esistente: nella fede la normalità non basta, deve essere esagerata, come l’amore di Dio per noi.

* Da un incontro del Gruppo ecumenico della Brianza meratese del 22 maggio 2008 presso la libreria La cicala.


[1] B. Maggioni, Il racconto di Marco, Cittadella ed., Assisi 1985, pag. 160.

[2] ivi

[3] ivi, pag. 161.

1 Giovanni VERITÀ DELL’AMORE INCARNATO*

Melensa, contraddittoria, inattuale, pericolosa: potrebbero essere prime impressioni su questa importante lettera di Giovanni. La sua importanza deriva proprio dall’affermazione – centrale nella lettera – che Dio è luce e amore. Si tratta della grande notizia evangelica, la rivelazione di un Dio universale, cioè padre di tutti gli uomini, in cui prevale la misericordia, il dono, la gratuità, la gioia: che quindi è ispirato a una logica diversa da quella umana. Vi è dunque un ottimismo di fondo su Dio, sull’uomo e sul creato. Gli aspetti meno positivi di questa riguardano invece il linguaggio usato e le distinzioni nette contenute nella lettera, che possono dar luogo a interpretazioni fondamentalistiche. È assolutamente necessario partire dal contesto geografico e storico in cui è nata, cioè la zona dell’Asia minore (attorno ad Efeso), verso la fine del primo secolo. I cristiani erano pochi, deboli, minacciati per apostasia dagli altri ebrei, in certo senso assediati. La forma della lettera l’avvicina di più a una omelia, essendovi presenti, oltre a quello omiletico, lo stile profetico e quello didattico (polemico e didascalico). Vi si può scorgere la mentalità semitica che non si preoccupa delle ripetizioni quando vuole evidenziare le cose più importanti.

Gnosticismo. La preoccupazione di fondo che ha spinto Giovanni alla redazione di questo testo sembra essere lo sforzo di opporsi alle tendenze gnostiche che stavano emergendo tra i cristiani. Il motivo portante di questa corrente, che taluno ha fatto risalire fino a Platone, è il pessimismo filosofico e religioso: il male è insito nell’esistenza e abbiamo il dovere di fuggirlo con l’aiuto di incantesimi magici e di un salvatore sovrumano. Il vero Dio per gli gnostici, lungi da un padre amoroso, è un Dio separato, distante, altro, persino opposto a questo mondo. Non a tutti gli uomini è dato di conoscere le vie per la salvezza: così lo gnosticismo diventava elitario e si prestava ad abusi sulle persone sprovvedute. Gli gnostici presero in prestito dalle religioni esistenti la loro terminologia in una specie di sincretismo. Tendevano infine ad accentuare il dualismo corpo-spirito, disprezzando il primo. Del cristianesimo non accettarono l’umanità di Cristo, considerandolo appunto un principio sovrumano, così furono dichiarati eretici. Ciò non toglie che taluni caratteri dello gnosticismo, come il pessimismo, il dualismo o l’elitarismo, siano restati fino ai giorni nostri, persino in certi movimenti ecclesiali. Anzi, si può ritenere che la malattia dello spirito del nostro tempo è definibile mediante ciò che Hans Jonas chiamava “sindrome gnostica”, ovvero la netta distanza del mondo (natura + storia) da Dio (Mancuso).

Primato dell’amore. Giovanni comincia subito la sua disamina dicendo che il criterio per conoscere la verità e restare nell’amore divino è a portata di tutti, empirico e semplicissimo: amare il prossimo e osservare i comandamenti. Meno chiaro è forse il criterio indicato per individuare i fratelli e i falsi profeti. Per fratelli Giovanni intende chi crede in Cristo, mentre i falsi profeti si dovrebbero distinguere perché non credono che Gesù è venuto nella carne ed è quindi vero uomo (4,2-3). Non si tratta evidentemente di un credere soltanto a parole, ma, come sopra, attraverso la verifica empirica dell’amore del prossimo e l’attuazione dei comandamenti. In ogni caso c’è lo sforzo di segnare confini in un campo dove solo Dio conosce qualcosa di certo. Seguono poi le distinzioni nette: luce-tenebre, verità-errore, uomini da Dio-anticristi…: distinzioni che possono avere un senso in astratto, ma non sembrano applicabili a persone concrete. Tali distinzioni possono essere foriere di divisione e conflitti, di cui la storia è piena. Anzitutto perché contraddicono al primato dell’amore. Possono essere comprese tenendo presente la situazione di accerchiamento e di minorità in cui si trovavano allora i cristiani, ma già dopo Costantino questo dualismo non aveva più senso se non come strumento del potere. Forse il veleno gnostico aveva in parte infettato anche lo stesso Giovanni, e non solo nel linguaggio.

La madre di tutte le rotture può essere considerata quella tra ebrei e cristiani. Al tempo in cui fu scritta la lettera probabilmente era già consumata questa rottura, ai vari livelli di gruppi, di base e di vertici. Ciò comporta, almeno implicitamente, reciproche condanne. Quale cristiano è autorizzato a condannare i “fratelli maggiori” ebrei per non aver visto in Cristo il Messia? Ogni condanna spetta solo a Dio, non agli uomini. Inoltre i cristiani erano probabilmente andati al di là della volontà di Gesù, costituendosi in una nuova istituzione contrapposta a quelle esistenti. Forse sarebbe stata preferibile l’alternativa di restare un movimento, una corrente di rinnovamento profetico all’interno sia dell’ebraismo che delle altre religioni – non ad essi contrapposta. Questo avrebbe richiesto maggiore tolleranza e pluralismo, non fissazione di paletti e confini, concentrarsi sull’essenzialità del messaggio, cioè sulla verità dell’amore, sull’“essere per gli altri” di Gesù, invece che su verità astratte, culti o altre forme di identità. Infatti Gesù ha ordinato ai discepoli di portare a tutte le genti la buona notizia di questo messaggio di amore. Inoltre questo messaggio è essenzialmente umano. Chiede agli uomini di diventare veramente umani: solidali, pacifici, giusti, rispettosi della vita e dell’ambiente… Non chiede l’adesione a particolari culti o verità astratte. In questa prospettiva l’affermazione giovannea che Dio è amore, assume tutto il suo rilievo. I seguaci di Cristo possono anche non manifestarsi come tali: basta che portino amore per gli uomini concreti, buoni o cattivi, nella verità o nell’errore, da Dio o anticristi…

In definitiva si può ritenere che le successive rotture che nella storia hanno diviso i seguaci di Cristo e tuttora li dividono anche in ambiti molto ristretti, nascono dal mettere una propria “verità” o identità prima della verità dell’amore incarnato nelle persone concrete, così come Gesù, parola incarnata, lo ha esercitato verso tutti gli uomini di tutti i tempi. Si dovrebbe aprire una discussione di fondo sulla identità cristiana, sull’essere per gli altri di Gesù e sul mistero dell’incarnazione perché il messaggio evangelico possa diventare davvero universale, giungendo a tutti.

* Da un incontro del Gruppo ecumenico della Brianza meratese del 17 aprile 2008 presso l’agriturismo I gelsi.

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