Brianzecum

agosto 18, 2008

12,1-44 TOTALITÀ PER IL DISCEPOLO

L’osservazione attenta di quanto avviene nel tempio è un atteggiamento costante di Gesù nel corso della sua visita di tre giorni (descritta nei capitoli 12 e 13). L’ultima osservazione alle offerte gettate nel tesoro del tempio è anche rivelatrice di ciò che vuole dai suoi discepoli. Gli spiccioli dati dalla povera vedova sono apprezzati da Gesù molto più delle monete d’oro gettate dai ricchi, perché non rappresentano il superfluo, ma tutto quello che la vedova aveva per vivere.

La vedova – che pure non aveva ancora conosciuto Gesù e il suo lieto messaggio – viene indicata ai discepoli come esempio da seguire. “Si direbbe che finalmente Gesù ha trovato quello che andava cercando. (..) I ricchi offrono molto ma amano sé stessi e sono convinti di aiutare Dio. Invece la vedova non pensa di aiutare Dio, ma lo ama”[1] e, umilmente, ripone in lui una fiducia totale. La totalità richiesta nell’amore per Dio emerge in numerosi altri passi biblici: uno può essere il precedente episodio del giovane ricco (10,17-22) al quale viene richiesto, per ereditare la vita eterna, di vendere le sue ricchezze e darle ai poveri, per essere in grado, così liberato, di seguire Gesù; un altro può essere l’inquietante episodio di Anania e Saffira (Atti 5,1-11), colpiti dall’ira divina per aver trattenuto per loro una parte dell’importo ricavato dalla vendita del proprio terreno, invece di versarlo tutto agli apostoli.

Adorare un unico Dio vuol dire non riporre fiducia in alcun idolo. La fiducia nel denaro e nel potere, la ricerca della sicurezza, sono invece tentazioni comunissime e profondamente radicate in ciascuno di noi; spesso diventano veri e propri idoli, sfruttati persino dalla demagogia politica. La povertà è un forte aiuto per potersi affrancare da questa idolatria e chi è povero, come la vedova, fa meno fatica a dare tutto; in definitiva è più libero. Il primato e la totalità da riconoscere a Dio, non esclude però una specifica autonomia del potere politico (principio di laicità) stabilita nella famosa affermazione di Gesù: date a Cesare quello che è di Cesare (12,17). Il limite di questo invito sta laddove “l’invadenza dello Stato diventa idolatria politica; allora l’accento cade sul: date a Dio quello che è di Dio[2].

Crescere nella fede. Si può anche vedere in queste affermazioni di Gesù un itinerario educativo: dobbiamo essere pronti a dare tutto ciò che richiede l’interlocutore. Anche con un interlocutore come Dio gli si può dare: nulla, oppure il superfluo, oppure tutto. L’itinerario della fede deve portarci ad accrescere questa consapevolezza. Un’altra consapevolezza è quella di non essere in grado di possedere interamente la verità. Nella parabola dei vignaioli infedeli, che introduce il cap. 12, Gesù ha parole molto dure contro di loro: il padrone della vigna verrà e li sterminerà (12,9). Il motivo potrebbe essere precisamente che i vignaioli – i quali raffigurano persone di potere come i gran sacerdoti, gli scribi, gli anziani – pretendono di essere padroni della verità, invece di servirla o ricercarla. Anche nell’interpretazione delle sacre scritture, con la generalizzazione del metodo scientifico-ermeneutico, la moderna esegesi è passata da una lettura divulgativa, spesso letterale o anche fondamentalista, alla ricerca (quindi mai conclusa) sulla autenticità del loro significato. In definitiva dobbiamo renderci conto che, se la Verità è una e totalitaria, gli uomini sono diversi tra loro e sempre limitati. La lettura delle scritture non può dunque che essere plurale. Sono grandi sfide per noi cristiani, tutt’altro che abituati al pluralismo religioso e culturale, alla umiltà, alla laicità, alla povertà, a quella fede totalitaria che Dio pretende da noi.



[1] B. Maggioni, Il racconto di Marco, Cittadella ed., Assisi 1985, pagg. 165-166.

[2] Ivi, pag. 170.

Per la riflessione:

-la vedova non dà il superfluo ma tutto;

-fiducia totale in Dio, non negli idoli;

-ciò non toglie l’autonomia del potere politico;

-scribi e sacerdoti pretendevano di possedere la verità invece di servirla o ricercarla;

-inevitabile lettura plurale delle scritture.


11,1-33 IL CULTO DECADUTO

L’arrivo trionfale di Gesù con i dodici a Gerusalemme e al tempio, cuore dell’ebraismo, nella cornice festosa del pellegrinaggio pasquale, introduce il cap. 11. Il tempio avrebbe dovuto essere il luogo dell’accoglienza e invece vi si consuma il rifiuto. L’arrivo sull’asinello non è solo espressione di umiltà, è davvero un’entrata regale, che attua la profezia biblica. Il trionfo però sarà effimero perché sta maturando una duplice delusione: quella di Gesù, che appena giunto nel tempio sembra cercarvi qualcosa che non trova, dopo aver guardato ogni cosa attorno (11,11); e la delusione di Israele che aspettava un Messia diverso da Gesù, anche se la profezia di Zaccaria (9,9) ricalca quasi esattamente quanto si sta avverando: Gioisci, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re: è giusto e vittorioso, è umile e cavalca un asinello; toglierà i carri da guerra e annuncerà la pace alle genti.

La cacciata dei mercanti. Il secondo giorno, dopo aver pernottato a Betania, sobborgo di Gerusalemme, Gesù si reca di nuovo al tempio e reagisce all’atmosfera commerciale che vi regnava. Appellandosi ancora alle profezie bibliche, contesta di averlo ridotto a spelonca di ladri anziché luogo di preghiera per tutte le genti (Isaia 56,7). Superfluo sottolineare la rilevanza ecumenica di questa affermazione, che può essere approfondita esaminando altri passi del cap. 11.

La maledizione del fico ha un significato simbolico dato che, non essendo la stagione dei frutti, sarebbe assurda la pretesa di trovarne. Una certa esegesi antiebraica vi vedeva il simbolo di Israele, colpito per non aver creduto: ma non è sostenibile, perché il patto di amore di Dio col suo popolo non è stato revocato, dura in eterno. Il significato simbolico è piuttosto da riferire al tempio e al culto che vi si svolgeva: forse proprio perché non dà più frutti, non essendo diventato luogo di preghiera per tutte le genti. Per questo Gesù interrompe il culto, lo abolisce: e non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio (11,16). “Se Dio giudica Israele è perché questi si è chiuso, e non vuol decidersi ad aprirsi al Messia ed alle genti. Non si considera più una realtà aperta, provvisoria, disponibile.”[1] Questo induce a riflettere sul culto e più in generale sulla fede, perché “non sempre ciò che gli uomini chiamano fede è tale agli occhi di Dio”[2].

Fede che unisce. “La potenza delle fede non sta nella quantità: le molte preghiere e le molte pratiche dei giudei non erano la vera fede. (..) Fede è attendere da Dio, e non da noi o dalle nostre opere: la fede è gratuità, ed è per questo che si esprime nella preghiera. Fede è attendere da Dio quello che Egli vuole darci: non dobbiamo ostinarci a voler essere noi la misura del progetto di Dio. È Dio la misura del dono, non noi. Fede è renderci disponibili, perché Dio ci apra all’universalità delle genti: la negazione della fede è il ripiegamento su di sé, la gelosa conservazione del proprio privilegio.”[3] È forse questa fede gratuita e aperta che Gesù cercava, senza trovarla nei culti esteriori e ‘commerciali’ dei giudei nel tempio. È l’unica fede che, oltre a spostare le montagne, può unire i credenti delle diverse confessioni e garantire la pace annunciata alle genti.



[1] B. Maggioni, Il racconto di Marco, Cittadella ed., Assisi 1985, pag. 160.

[2] ivi

[3] ivi, pag. 161.

Per la riflessione:

-trionfo effimero di Gesù a Gerusalemme;

-luogo di preghiera per tutte le genti;

-come il fico, non dà frutti e Gesù interrompe il culto;

-fede aperta alle genti, che unisce: è forse quella che Gesù cercava senza trovarla.


10,1-52 AUTORITÀ AI PICCOLI

Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà (10,15): sono “le parole più meravigliose che il Nuovo Testamento ci abbia tramandato”[1]. Ma qual’è il vero significato? Più esplicita è forse l’affermazione precedente secondo la quale a chi è come loro appartiene il regno di Dio (10,14). Cosa c’è “di tanto esemplare nel bambino da spingere Gesù a collegarvi la condizione determinante per la salvezza”[2]? Si deve ricordare che poco sopra Gesù aveva indicato lo scandalo verso i piccoli come uno dei più gravi peccati (9,42). Sul piano psicologico “ben poche sono le cose che hanno un effetto più deleterio che scoraggiare un bambino, deluderlo, spaventarlo e umiliarlo. Un bambino può arrivare all’autonomia soltanto se cresce in un clima di accettazione e di sincera conferma, in cui venga favorita quanto più è possibile la sua disposizione al gioco, all’osservazione, alla riflessione, all’espressione, alla sperimentazione.”[3]

Un bambino va amato semplicemente per il fatto che esiste; non ha ancora niente, non può ancora niente, nel suo mondo non contano le differenze legate al possesso ed alla prestazione. (..) E la fiducia e le pretese che ogni bambino ha verso la mamma e il babbo rappresentano esattamente l’atteggiamento che secondo Gesù noi adulti dovremmo vivere nei confronti di Dio: con la stessa fiducia incondizionata, con la stessa sfacciataggine naturale, con la stessa vitale imperturbabilità e mancanza di remore”[4]. Un esempio di fede semplice è riportato poco dopo con la guarigione del cieco Bartimeo (10,46-52). Egli presenta alcune importanti caratteristiche: 1) è un emarginato (siede ai margini della strada a mendicare); 2) riconosce la regalità di Gesù (chiamandolo figlio di Davide), ciò che fa ritenere che vada a fondo dei problemi, che colga l’essenza della fede; 3) chiede cose concrete (riavere la vista), senza elucubrazioni teoriche; 4) si mette alla sequela di Gesù. Questa è la fede che lo salva, la fede di un bambino.

L’inversione nei valori umani, che è forse il tratto più significativo della novità evangelica, trova riscontro anche in altri racconti della presente lettura, come la svalutazione delle ricchezze nella prospettiva della vita eterna, in occasione dell’incontro col giovane ricco, nonché sul problema dell’autorità e del potere, in risposta alla immatura richiesta di “carriera” dei discepoli Giacomo e Giovanni. Merita soffermarsi su questo aspetto, per le sue implicazioni sul problema ecumenico. Al giovane ricco Gesù aveva risposto: perchè mi chiami buono? Nessuno è buono se non Dio solo: “con tranquilla naturalezza respinge le prerogative divine, considerandole una presunzione. (..) Se in Gesù vi è qualcosa di divino, è proprio questa sua umanità, con la quale la sua persona viene determinata da Dio e si fa portare da lui, è proprio questa limpida genuinità, che non getta ombra tra la luce di Dio e la vista degli esseri umani. (..) Più di ogni altra forma di vita, è «da Dio» quella che rinuncia ad ogni pretesa di potere, affinché diventi efficace il più naturalmente possibile il potere che spetta a Dio nel cuore di una persona. (..) Veramente ‘grandi’ sono soltanto le persone utili agli altri. Ma esse non vogliono ‘regnare’ e rifiutano il ‘potere’. In realtà, a desiderare il potere non sono che le persone inutili, quelle di meno valore, ed è regolarmente un danno per tutti quando ci si sottomette loro.”[5] Certamente tra i maggiori ostacoli al dialogo ecumenico vi sono i poteri, ecclesiastici e non: l’esigenza di una riconciliazione ecumenica è più sentita dalla base che non dai vertici. Dovrebbe essere evidente per tutti l’urgenza di recuperare la fede infantile, l’umiltà e lo spirito di servizio, come ha insegnato Gesù.



[1] E. Drewermann, Il Vangelo di Marco, immagini di redenzione, Queriniana, Brescia 1994, pagg. 283-4.

[2] Ivi.

[3] Ivi, pag. 288.

[4] Ivi, pagg. 286-7.

[5] Ivi, pagg. 314-7.

Per la riflessione:

-accogliere il Regno come un bimbo;

-deleterio scoraggiare, deludere, spaventare, umiliare un bimbo;

-fiducia e pretese di ogni bimbo verso i genitori dovremmo averle verso Dio;

-fede di bimbo che salva Bartimeo;

-chi non è utile agli altri aspira al potere.


9,14-50 FEDE IN DIO E FIDUCIA NEGLI UOMINI

Giovanni gli disse: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demoni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri» (9,38). Dal rimprovero di Gesù per questo atteggiamento dei discepoli possiamo trarre un’importante lezione di ecumenismo. Il contesto, da cui è opportuno partire, riguarda alcuni insegnamenti sulla fede. Anzitutto Gesù dà ulteriori segni di insofferenza verso la fede della folla, desiderosa di avere subito la guarigione miracolosa: O generazione incredula, fino a quando dovrò stare con voi? (9,19). La fede non deve essere basata sul miracolo.

Abbandono, preghiera, digiuno. Nell’episodio della guarigione del fanciullo indemoniato, dopo l’affermazione che tutto è possibile per chi crede (9,23), il padre del ragazzo dà una significativa indicazione di fede: credo, aiutami nella mia incredulità (9,24): una fede quindi che diventa abbandono e preghiera, riconoscimento di una radicale insufficienza. Poi in privato Gesù spiega ai discepoli perché non erano stati capaci di guarire il fanciullo: questa specie di demoni non si può scacciare in alcun modo se non con la preghiera e il digiuno (9,29): questi ultimi dovrebbero quindi essere corollari della fede.

Servizio e accoglienza. Nel passo successivo viene illustrato un altro aspetto della fede. Gesù predice la propria morte e resurrezione, ma i discepoli non comprendono, perché hanno in mente altre cose: il primato tra loro, il potere. Gesù abbraccia un bambino, simbolo di purezza, insufficienza, assenza di potere, affermando che: chiunque lo riceve nel mio nome riceve me (9,37), ma pure che chiunque lo scandalizzerà, cioè lo distorcerà dalla fede, avrà tremenda punizione (9,42). La fede in Dio, quindi, non può prescindere da un atteggiamento benevolo verso gli uomini.

Apertura. Un’ulteriore qualificazione della fede riguarda l’apertura verso altri gruppi di fedeli, cui si è accennato all’inizio e che si conclude con l’affermazione di Gesù: chi non è contro di noi, è per noi (9,40). Analogo atteggiamento di apertura può essere riscontrato in altri passi biblici, anche dell’Antico Testamento. Si può ricordare l’episodio dei due uomini a cui lo Spirito aveva concesso di profetizzare, pur non essendosi radunati nel tabernacolo con i 70 anziani (Numeri 11,16-30). Al risentimento di Giosuè, Mosè risponde che la profezia è un libero dono divino e che va sempre accolta, non già con gelosia, ma con gioia. “Dietro la rimostranza di Giovanni (abbiamo visto un estraneo scacciare demoni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito) si vede con chiarezza quell’egoismo di gruppo (così frequente), quella meschina paura della concorrenza, che spesso si maschera di fede (infatti la sua pretesa è di tutelare l’amore di Dio), ma che in realtà è una delle sue più profonde smentite. Il discepolo puntiglioso e gretto – ma anche profondamente insicuro – mal sopporta che lo Spirito soffi dove vuole.”[1]

Due logiche possono presentarsi nel cammino ecumenico della fede: quella di sottolineare l’identità del proprio gruppo, le radici, la propria diversità, i propri aspetti positivi, oppure la logica dell’accoglienza, della valorizzazione dell’altrui diversità e positività. Se pure non esiste assoluta incompatibilità tra le due logiche, Gesù sembra preferire decisamente la seconda, volta al perseguimento di valori concreti, come le indicazioni dei profeti. È una via lenta e faticosa, ma la storia e la bibbia insegnano che le scorciatoie percorribili (violenza, autoritarismo, uniformità, omologazione…) sono destinate al fallimento, come nel caso della torre di Babele. È la logica che spinge verso l’unità nella diversità, mentre la prima logica può portare alla divisione e all’esclusione. Dobbiamo riporre fiducia nelle chiese sorelle (come in generale nel prossimo) fino al punto in cui non siano palesemente contro di noi.



[1] B. Maggioni, Il racconto di Marco, Cittadella ed., Assisi 1985, pag.140.

Per la riflessione:

-fede non basata sul miracolo;

-fede come riconoscimento di radicale insufficienza;

-benevolenza verso gli uomini;

-chi non è contro di noi è per noi;

-egoismo di gruppo;

-accogliere e valorizzare la diversità.


8,27-9,13 VIA DELLA CROCE E DESTINO DI FELICITÀ

Chi dite che io sia? (8,29): questa domanda sull’identità di Gesù è centrale nel Vangelo di Marco, segnando l’inizio della seconda parte, quella dedicata alla passione, morte e risurrezione. L’importanza deriva dal fatto che la risposta illumina anche sull’identità dei cristiani. Viene evocata la figura dei profeti, cioè di coloro che denunciano le oppressioni e le ingiustizie, indicando – senza alcun condizionamento – le vie per un mondo migliore. Gesù è molto vicino ai profeti, ma è qualcosa di più. La risposta di Pietro: tu sei il Cristo, cioè il Messia, è formalmente quella giusta, ma Pietro, come anche gli altri apostoli, avevano in mente una messianicità facile, rapida, basata sui miracoli e la conquista del potere: sostanzialmente la stessa che gli era richiesta dal tentatore e dalle folle. Il progetto divino per la redenzione dell’uomo era diverso: una via lunga e faticosa, che passa attraverso l’ignominia della croce e porta alla liberazione dall’interno della persona e della società.

Felicità, nostro destino. La conferma sulla validità del progetto divino, che Gesù sta per abbracciare, è contenuta nel successivo episodio della Trasfigurazione sull’alto monte. “È un momento di felicità perfetta (..). La storia della Trasfigurazione di Gesù dice che, per essere felici, bisogna accedere a una certezza sempre più chiara intorno alla missione della propria vita[1]. La voce del Padre nella nube, come già nel battesimo di Gesù all’inizio della sua vita pubblica, ne dà conferma. Inoltre “la Trasfigurazione diventa la rivelazione non solo di ciò che Gesù sarà, dopo la croce, ma di ciò che Egli è, lungo il viaggio verso Gerusalemme.”[2] Altri fattori di questa gioia intensa possono essere: la metamorfosi, il cambiamento; la presenza dei tre[3] discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni, che saranno le colonne portanti della missione cristiana nel mondo, nonché di Mosè ed Elia, i quali rappresentano la radice ebraica e forse anche i valori della liberazione dalla tirannia straniera e dagli idoli.[4] In definitiva la Trasfigurazione è un’anticipazione profetica della meta dell’uomo, la conferma che la felicità è il nostro destino, la nostra vocazione profonda.

Possono coesistere gioia e croce? Per lunghi secoli si è risposto a questa contraddizione recependo la distinzione platonica tra corpo e anima. Ma l’uomo non è né può mai diventare un angelo: il corpo è fondamentale per l’uomo, anche nell’al di là; né la Bibbia ha mai operato questa separazione. Anche la separazione tra vita presente e vita futura può portare a grosse aberrazioni, come l’accettazione delle ingiustizie in vista di una ricompensa nell’altra vita (religione oppio dei popoli) ed è forse anche all’origine di fenomeni oggi incredibili, come l’inquisizione o la caccia alle streghe. Il Concilio vaticano II ha fatto giustizia di queste ed altre artificiose separazioni, recependo anche critiche provenienti dalla riforma protestante – da vedersi spesso come sollecitazioni profetiche. L’apertura alla profezia – urgente priorità per ogni chiesa e ogni uomo – nonché la risposta alla contraddizione tra gioia e croce, possono essere trovate in altre affermazioni di questo brano: chi vorrà salvare la propria vita la perderà (8,35), perché la vita va progettata in funzione degli altri, del loro bene spirituale e anche materiale, della liberazione da tiranni e idolatrie – oggi così diffusi, invadenti e camuffati; rinneghi sé stesso (8,34), cioè accetti, “a differenza di Pietro, il progetto messianico di Cristo”[5], scoprendo la gioia che deriva dalla certezza della propria vocazione nell’ambito del progetto divino.



[1] E. Drewermann, Il Vangelo di Marco, immagini di redenzione, Queriniana, Brescia 1994, pag. 88.

[2] B. Maggioni, Il racconto di Marco, Cittadella, Assisi 1985, pag. 131.

[3] “Nella psicologia del profondo il numero tre significa l’unità della personalità maschile”. E. Drewermann, ivi.

[4] E. Drewermann, cit, pagg. 248ss.

[5] B. Maggioni, cit, pag.128.

Per la riflessione:

-messianicità facile: miracolistica e di potere;

-progetto divino che porta alla liberazione dall’interno;

-trasfigurazione come certezza della propria missione e anticipazione profetica del destino di felicità;

-contraddizione tra gioia e croce.


8,1-26 OCCHI PER VEDERE OLTRE LE APPARENZE

Miracolo della condivisione. Marco descrive ben due miracoli della moltiplicazione dei pani e dei pesci (6,35-46; 8,1-9), in termini peraltro molto simili. In entrambi i casi c’è una gran folla di 4-5000 persone, pronta probabilmente ad acclamarlo re, se avesse scelto la via del messianesimo politico. I commentatori hanno spesso ritenuto trattarsi dello stesso miracolo, ma Marco evidenzia un’importante differenza: in un caso si tratta di una folla giudaica, nell’altro di una folla pagana. Si sottolinea cioè che Gesù si rivolge a tutti, senza tener conto dell’appartenenza religiosa. È da ritenere comunque un miracolo importante, carico cioè di conseguenze per la vita degli uomini, in un contesto in cui il cibo rivestiva un’importanza centrale per la sopravvivenza umana. Oggi per noi che viviamo nell’opulenza, il problema del cibo potrebbe essere ritenuto superato. Piuttosto è diventato un problema l’eccesso di cibo, fonte di inquinamento e di malattie anche inguaribili. Ecco che per noi oggi potrebbe avere un significato totalmente nuovo: la condivisione con i poveri del terzo mondo potrebbe essere il nuovo miracolo per invertire la tendenza che ha trasformato in fonte di morte quel cibo che è sempre stato fonte di vita. Ma forse anche noi oggi siamo ciechi, come i discepoli che, dopo queste due moltiplicazioni, ancora si preoccupavano per la mancanza di cibo in barca con Gesù.

Itinerario educativo. Gesù non vuole utilizzare i miracoli per imporre un’adesione alla sua dottrina, vuole che le persone aderiscano liberamente, per convinzione, dopo aver compiuto un itinerario educativo che lui sapientemente ha preparato. Convertire con i miracoli è una delle tentazioni che Satana gli propone nel deserto e che Gesù rifiuta fermamente: la via di diventare re, di compromettersi col potere. È quello che si accinge a dimostrare nella seconda parte del vangelo, imboccando decisamente la via della croce. Vuole invece la nostra libertà, l’educazione perché i nostri occhi vedano e le nostre orecchie odano.

I farisei rappresentano un’altra forma di cecità: a differenza di quella ottusa dei discepoli, il loro formalismo nell’osservanza pedissequa delle norme tradizionali – ritenendo che queste possano esaurire il loro impegno religioso – nonché l’orgogliosa autosufficienza, comportano un rifiuto radicale e precostituito della novità evangelica. Gesù mette in guardia i suoi dal “lievito” dei farisei (8,15), attribuendo a questo termine il significato negativo che spesso ha nel linguaggio biblico: corruzione, malizia contagiosa, che si moltiplica tra la gente come il lievito nella pasta[1].

Come opera Gesù per portarci a vedere le verità nascoste? “Quello che ‘vediamo’ non è una questione di occhi, ma di cuore, e in primo luogo si tratta non di oggetti e di fatti, ma del significato e del senso di ciò che esiste. Un certo tipo di angoscia ci rende letteralmente ciechi a cogliere determinati significati, ed è soltanto quando siamo permeati da un atteggiamento di fiducia che le cose e le persone intorno a noi si svelano nella loro autentica ricchezza e bellezza. (..) Cosa farà una mamma al suo bambino malato? Lo prenderà in braccio, lo accarezzerà, gli soffierà o strofinerà con la saliva la parte dolorante, e intanto gli parlerà dolcemente: in altre parole rende più forte il contatto col bambino, lo rassicura con i suoi gesti comunicandogli di essere protetto e al sicuro e, mentre ogni dolore porta all’isolamento, la mamma mostra al bimbo che lui non è solo.”[2] Analogo è il comportamento di Gesù nella guarigione del cieco, in cui sono narrati alcuni dettagli significativi. Dopo averlo portato fuori dal villaggio, lontano da sguardi indiscreti, gli massaggia gli occhi con la saliva e lo guarisce in due riprese, dato che in un primo tempo vedeva solo confusamente. Se ci lasciamo toccare ripetutamente gli occhi da Gesù e dalla fede, anche noi potremo completare il percorso educativo che risanerà la nostra cecità.



[1] B. Maggioni, Il racconto di Marco, Cittadella, Assisi 1985, pagg. 115-118.

[2] E. Drewermann, Il Vangelo di Marco, immagini di redenzione, Queriniana, Brescia 1994, pagg. 190-193.

Per la riflessione:

-miracolo della condivisione;

-Gesù non tiene conto dell’appartenenza religiosa;

-condivisione con i poveri del terzo mondo;

-percorso educativo per risanare la cecità;

-cecità orgogliosa dei farisei.


agosto 17, 2008

7,1-37 RISCHIARE NELLA FEDE

Le abitudini invalse, il pedissequo adempimento di un precetto o il timore di essere criticati dalla gente: queste sono spesso le motivazione di certi nostri comportamenti, come la frequenza alla messa domenicale. Si tratta di motivazioni esterne, formali, che non prorompono da una convinzione interiore. Gesù si scagliava contro questi atteggiamenti, con accuse pesanti: definiva ipocrita questo popolo che mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me (7,6). Anche certe abitudini o tradizioni sono pesantemente condannate: possono rendere vana la parola di Dio, come nel caso in cui un’offerta di denaro consentiva di eludere il precetto di onorare i genitori anziani e bisognosi.

Desacralizzare. Un altro atteggiamento condannato da Gesù consiste nell’attribuire valore sacrale a oggetti o gesti esteriori. Così, ad es., ci si illude di raggiungere la purezza attraverso il lavaggio delle mani o di certe stoviglie. L’appello di Gesù è molto chiaro: Non c’è nulla fuori dell’uomo che entrando in lui possa contaminarlo (7,15). È un netto richiamo alla positività del creato, ben evidenziato già nel racconto della creazione, all’inizio del libro della Genesi, dove tutto è definito cosa buona. Il racconto culmina con la creazione dell’uomo, definito cosa molto buona. In seguito l’uomo ha sempre cercato di togliersi la responsabilità del male, attribuendolo ad altri oppure “oggettivandolo” in cose esteriori. Ma Gesù richiama fortemente alla responsabilità personale di ciascuno di noi, smascherando i nostri alibi e in primo luogo la distinzione tra sacro e profano, puro e impuro. “Non ci si purifica dalla vita quotidiana per incontrare Dio altrove: ci si deve purificare dal peccato che portiamo dentro di noi.”[1]

Grande importanza ecumenica hanno queste indicazioni evangeliche: prima del male, che ci divide, va ricercato il bene che c’è nelle cose e negli uomini, e ci unisce. Le abitudini e le tradizioni, che derivano dagli uomini, e non coincidono con la Tradizione, che deriva da Dio, costituiscono altrettante barriere tra gli uomini e tra le chiese; vanno pertanto abbattute: va ricercata l’essenza della fede, non le sue espressioni umane. Questo viene ribadito poco oltre, nell’episodio della donna pagana, esaudita perché ha manifestato fede in Gesù (7,24-30): la fede al di sopra delle barriere etniche o religiose; cioè l’abolizione di ogni divisione tra gli uomini, che si aggiunge a quella tra sacro e profano, puro e impuro.[2] Ma perché il vangelo di Marco accosta la condanna delle abitudini conservatrici e del formalismo farisaico con l’esaltazione di una fede coraggiosa e la positività dell’uomo e del creato? Si può scorgervi un chiaro intento educativo: Marco vuole istillarci un senso critico nei confronti delle tradizioni e delle leggi, per porre in luce quanto di esse contraddice con la fede e l’amore; per smascherare il rigorismo minuzioso e la cavillosità delle interpretazioni leguleiche, le quali avvantaggiano furbi e ricchi contro le persone semplici; soprattutto per smascherare il pericolo di riporre “fiducia nelle proprie osservanze anziché nell’amore di Dio che gratuitamente ci raggiunge.”[3] Per educarci dobbiamo esercitare attivamente la nostra responsabilità, non attenerci pigramente a norme o tradizioni umane. È necessario affrontare un rischio: il rischio della fede, di affidarci a Lui e non al potere degli uomini.

Un’applicazione di stretta attualità può essere il problema della guerra e della violenza. La mancanza di coraggio, il conservatorismo abitudinario, le interpretazioni leguleiche (con i “se” e con i “ma”) possono spiegare un fatto quasi incredibile: che per quasi due millenni i seguaci di Cristo abbiano benedetto le armi ed esaltato la “missione” di morte degli eserciti. Ciò in evidente contraddizione con il chiarissimo rifiuto della violenza espressa nell’evangelo (…offri l’altra guancia; chi di spada ferisce…). Oggi si può notare con gioia la nascita di un profetico senso critico di molte chiese nei confronti delle guerre e della violenza, così come lo sforzo di comprendere le cause reali e psichiche da cui ha preso origine l’abominio delle guerre di religione.


[1] B. Maggioni, Il racconto di Marco, Cittadella, Assisi 1985, pag. 106.

[2] ivi

[3] ivi, pag. 108.

Per la riflessione:

-desacralizzare;

-positività del creato;

-richiamo alla responsabilità personale;

-puro e impuro;

-ricercare il bene, che ci unisce;

-fede al di sopra delle barriere;

-intento educativo: senso critico verso tradizioni e leggi;

-rischio della fede.


6,1-56 QUALE MISSIONE?

Il capitolo 6°, oggetto del presente incontro, tratta argomenti piuttosto eterogenei e di difficile unificazione: Gesù rifiutato dai suoi compaesani, le linee della missione che affida ai suoi, la decapitazione di Giovanni, la moltiplicazione dei pani e dei pesci, Gesù che cammina sul mare. Ogni argomento meriterebbe un commento a parte. Possiamo concentrare l’attenzione su alcune caratteristiche della missione, segnalando, per gli altri racconti, quanto ad essa riferibile.

Essere mandati a due a due: già da queste parole possono essere tratti importanti insegnamenti. Essere mandati significa che non deve esserci al centro il proprio io, ma chi ha mandato, cioè Gesù: bisogna essere capaci di uscire dal proprio io. A due a due è contro l’individualismo, il male forse più pericoloso che la società, oggi globalizzata dall’economia, istilla capillarmente da ogni poro, tentando di farci dimenticare la natura essenzialmente comunitaria dell’uomo. L’individualismo infatti può allontanarci dai valori di fraternità, comunione, condivisione, solidarietà. È da sottolineare che operare a due a due è spesso più impegnativo che operare da soli, perché bisogna adattarsi alla mentalità e alla cultura dell’altro.

Povertà o meglio essenzialità:  Gesù non rifiuta l’uso delle cose, non si sottopone a digiuni e penitenze come il Battista, ma finalizza tutto quello che fa a uno scopo superiore, ad un “oltre”, che supera pure gli sforzi di perfezionamento religioso dello stesso Giovanni: l’annuncio della novità dirompente che Dio ci ama.

Operosità: i discepoli sono mandati a predicare, ma anche a fare: guarire, scacciare i demoni, portare la pace e la giustizia. In questo contesto può essere interessante vedere nella moltiplicazione dei pani e dei pesci il miracolo della condivisione: se i beni della terra fossero condivisi in modo meno stridente di come lo sono attualmente, ci sarebbero risorse per tutti: non la fame per molti e l’eccesso dannoso per noi ricchi. Nulla di più attuale per noi del rimprovero di Gesù ai suoi di avere un “cuore indurito” e di non capire il significato del miracolo (6,52).

Fede. Tante volte sottolineata nel vangelo, come ad indicare la cosa principale per il discepolo, ritorna qui nel miracolo di Gesù che cammina sulle acque. Ad una interpretazione simbolica le acque rappresentano l’angoscia: il problema è come superare il mare della morte. Gesù vede il bisogno dei discepoli dal monte della preghiera e accorre a portare la soluzione: la fiducia di non essere abbandonati. “Il vero miracolo della nostra vita consiste in quell’incontro che, oltrepassando la finitudine, ci porta nell’infinito. Nel momento in cui Gesù sale sulla barca il ‘vento’ cessa e viene meno ogni confine tra l’al di qua e l’al di là, tra vita nel tempo e vita reale. Esiste soltanto questa unica forma di esistenza reale: nella verità e nell’amore.”

Profezia: questa caratteristica della missione è forse la più urgente sia per le chiese che per noi singoli. È forse la paura che ci spinge a cercare compromessi con potere, denaro, propaganda, diplomazia…: a fidarsi più dei mezzi umani che di Gesù. A non andare incontro, come il Battista e altri profeti, al martirio, senza deflettere dalla denuncia del male e l’indicazione delle vie per un mondo migliore. Facciamo come i compaesani di Gesù, che lo conoscono da bambino, poi falegname: come può una persona comune essere profeta o addirittura Dio? Come può celarsi lo splendore divino nel volto di un uomo comune? Forse a questa “intelligenza” ci vuole richiamare l’evangelista Marco: vedere il volto divino dietro ogni volto umano. È anche la premessa per ogni passo ecumenico o dialogico.

Per la riflessione:

-a due a due contro l’individualismo;

-superare il mare della morte;

-vedere il volto divino dietro ogni volto umano.


4,35-5,43 CRESCERE NELLA FEDE

Il mare per gli ebrei era un simbolo negativo: era l’evocazione di caos, abisso, instabilità, quindi occasione di paura e angoscia; peggio ancora se sul mare si scatena la tempesta. Ma Gesù non si scompone: continua a dormire tranquillamente, anche se i suoi sono sempre più inquieti e preoccupati per la loro sorte. Così lo svegliano, gli rimproverano il suo disinteresse, gli chiedono aiuto. È una situazione in cui ci possiamo trovare tutti: ci prende l’angoscia di non riuscire a raggiungere la riva, il timore dell’abisso. È giusto il comportamento di Gesù di non muoversi e aspettare che la tempesta si plachi? Una interpretazione psicologica dice di si: “talora, proprio quando il chiasso e la confusione esterne ci lasciano, quando la folla si congeda e comincia a farsi ‘silenzio’, nel nostro intimo si scatena una tempesta (..) e noi piombiamo nella paura di noi stessi”[1]. Diventa importante non lasciaci travolgere dalla paura e imparare a raggiungere la pace interiore. Ci vuole però un punto di ancoraggio per resistere alla tempesta, e questo è la fede, come dice esplicitamente Gesù: Perché siete così paurosi? Come mai non avete fede? (4,40). Un chiaro invito a fidarsi di lui, anche se sembra di essere prossimi al naufragio o al fallimento: se si è con lui non si soccombe, nonostante le apparenze. A questo episodio miracoloso ne seguono altri tre, che possono essere intesi come altrettante vie di chiamata alla fede.

L’indemoniato di Gerasa, cioè di un territorio pagano, vive tra i sepolcri, fuori dalla città: è messo al bando perché non disturbi. Forse il suo “male oscuro è quello che oggi chiamiamo «alienazione», che divide l’uomo nel profondo e lo spinge contro sé stesso. (..) Il racconto mostra che l’incontro con Gesù non è soltanto una guarigione, ma una vera liberazione, un ritrovare sé stessi, una riconquista della propria autenticità.”[2] Questa liberazione però comporta il sacrificio di un branco di circa 2000 porci: un prezzo troppo alto per un solo uomo risanato, così che gli abitanti invitano Gesù a lasciare il proprio territorio. Cosa che egli fa, anche perché rispettoso della libertà degli uomini e dei rispettivi tempi di maturazione. Analogamente non accoglie il desiderio dell’ex indemoniato di seguirlo, ma lo rimanda dai suoi, a testimoniare le grandi cose che il Signore gli aveva fatto: uno che viveva senza dimora era bene che imparasse a vivere con i suoi familiari. Gesù “agisce in modo talmente non dogmatico che non rende mai vincolante una forma di vita per tutti.”[3]

L’emorroissa rappresenta un altro caso di liberazione da un male che non è soltanto fisico, ma anche sociale e psicologico, in un mondo che condannava l’impurità mestruale. Gesù dà grande importanza alla fede, anche se si tratta di fede debole o persino un po’ superstiziosa, ritenendo la donna che basti toccargli il lembo del mantello per guarire. Si tratta di uno dei rari casi in cui non è Gesù a prendere l’iniziativa per sollecitare la fede, ma l’iniziativa nasce meritoriamente dalla donna stessa.

La figlia di Giairo presenta una situazione di fede che libera, anzi fa rinascere. Anche qui si può avanzare un’interpretazione psicologica, trattandosi della figlia del capo della sinagoga, tenuta in condizioni particolari e necessitante di una “rinascita” per entrare nell’età adulta[4]. Qui basterà sottolineare la risposta di Gesù: «non temere, continua solo ad aver fede!» (5,36): persino la morte è solo apparente se c’è la fede. Gesù propone e accetta un percorso verso la fede individualizzato per ciascuno di noi, che tiene conto di tutta la complessità di storia e cultura. Nessuno deve intendere la fede come possesso, né ritenersi superiore nel percorso, rispetto ad altri. Invece tutti, singoli o chiese, siamo chiamati a percorrere la strada della crescita nella fede, fidandoci di Gesù e facendo quello che ci ha insegnato: questa è la via dell’ecumenismo.


[1] E. Drewermann, Il Vangelo di Marco, immagini di redenzione, Queriniana, Brescia 1994, pagg. 144-145.

[2] Bruno Maggioni, Il racconto di Marco, Cittadella editrice, Assisi 1985, pag. 86.

[3] E. Drewermann, cit., pag. 153.

[4] E. Drewermann, cit., pag. 159-163.

Per la riflessione:

-imparare a raggiungere la pace interiore;

-la fede come ancoraggio;

-tre vie di chiamata alla fede;

-Gesù agisce in modo non dogmatico;

-apprezza la fede anche se un po’ superstiziosa;

-fede che libera e fa rinascere.


4,1-34 ANNUNCIARE IN PARABOLE

Gesù è stato anche un maestro di comunicazione. Il metodo che sembra prediligere, come risulta dalla lettura del cap. 4° del vangelo di Marco, è quello delle parabole: vi sono tre parabole unite dall’immagine comune del seme, attraverso cui viene illustrato un tema assai impegnativo: il Regno di Dio.

Le parabole, fatte per farsi capire anche dalla gente comune, sono narrazioni ricche di immagini, più che di concetti. Partono di solito dalla realtà più comune e frequente, che ai tempi di Gesù era certamente quella rurale – oggi per noi sarebbero più usuali altre immagini, come quelle che ci propina la tv, o quelle della realtà tecnologica da cui siamo circondati. Dovendo aprirci a scoprire qualche aspetto di una realtà che non riusciremo mai a dominare totalmente, dalle parabole dovremmo cercare di cogliere essenzialmente il messaggio centrale. Da questo punto di vista le parabole sono molto più semplici delle allegorie, nelle quali, oltre al messaggio centrale, ogni singolo tratto rimanda a un significato nascosto. Così il linguaggio delle parabole non è un traguardo riposante, ma costringe a pensare, coinvolge e inquieta. Pertanto le parabole sono aperte a diversa interpretazione e possono comportare persino una certa ambiguità: “lasciano trasparire il mistero di Dio a chi ha occhi penetranti e cuore pronto; rimangono invece oscure e ‘carnali’ per chi è distratto e ha cuore appesantito”.[1] Per comprendere davvero il significato delle parabole è quindi necessario essere coinvolti: intende solo “chi ha orecchie per intendere”, cioè si lascia coinvolgere nella sequela del Signore.

Il Regno di Dio. Nelle tre parabole del seme sembra importante tener distinto chi semina e il terreno che riceve il seme. Se si pone l’accento sul terreno nella parabola del seminatore si può cadere in un facile moralismo e sentirsi giudicati. Ma il significato più profondo è probabilmente da cogliere osservando chi semina, cioè l’abbondanza e la gratuità del seme gettato: il seminatore lo sparge ovunque, senza calcoli né riserve o preferenze. Il messaggio evangelico vuole anzitutto che ci accorgiamo di questa abbondanza e gratuità. In secondo luogo il seme cresce comunque, che si dorma o si vegli, di giorno o di notte, indipendentemente dalla volontà dell’uomo. In terzo luogo, nel paragonare il Regno di Dio al piccolissimo seme di senape, il Vangelo ci indica chiaramente la via della piccolezza e del nascondimento.


[1] Bruno Maggioni, Il racconto di Marco, Cittadella editrice, Assisi 1985, pag. 71.

Per la riflessione:

-perché il linguaggio delle parabole è inquietante?

-abbondanza e gratuità del seme;

-il seme cresce indipendentemente dall’uomo;

-la via della piccolezza e del nascondimento;


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