Brianzecum

agosto 11, 2013

UN DIO NOMADE?

LA FEDE NON È STATICITÀ MA RICERCA, INCONTRO, NOMADISMO

di don Giorgio De Capitani*

Un popolo nomade. Non possiamo non leggere insieme il primo e il terzo brano della Messa. Il primo è una delle pagine più drammatiche nella storia d’Israele: la conquista di Gerusalemme e la distruzione del tempio di Salomone ad opera dei babilonesi. Nel Vangelo Gesù profetizza la distruzione del tempio di Erode. Dopo la distruzione operata dai babilonesi il Tempio è stato più volte riedificato, ma con l’anno 70 d.C. il Tempio verrà definitivamente distrutto. La storia del Tempio è anche la storia del popolo eletto. Prima della costruzione del primo tempio in muratura, quello di Salomone, Dio abitava in una tenda, che veniva montata e smontata a seconda delle esigenze di un popolo nomade, soprattutto durante il cammino ininterrotto verso la terra promessa. È davvero interessante il periodo in cui Israele era un popolo nomade, non aveva cioè dimora fissa, non aveva ancora una casa stabile in cui abitare. Dite quello che volete: è affascinante essere nomadi. Siccome oggi è impossibile non avere una dimora fissa, si preferisce allora parlare di nomadismo spirituale. Un sacerdote che ho conosciuto perché è stato mio professore in seminario, don Giorgio Basadonna, ha scritto queste riflessioni che mi sembrano davvero interessanti e stimolanti.

«La spiritualità della strada mette nel cuore un grande senso di attesa, scava degli spazi sempre aperti e invitanti. Non ci si ferma mai, non ci si sente mai arrivati, istallati, definitivi: la ricchezza, la bellezza, la gioia, di quello che si è e che si ha, la capacità di vibrare per ogni più piccolo soffio di grazia rende felici, sereni, fiduciosi, e proprio per questo più sensibili a ciò che ancora manca a ciò che verrà, a ciò che saremo e vorremmo essere. Non si è mai soddisfatti, nel senso etimologico della parola, mai completi, mai riempiti: lo spirito rivela continuamente la sua dimensione infinita, la sua insaziabilità, il suo vuoto che nulla al mondo riuscirà mai a riempire del tutto. È la famosa frase di s. Agostino: “Ci hai fatti per te, Signore, e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in te”. L’inquietudine diventa stimolo a camminare, a cercare, ad andare avanti. Non è un’attesa passiva, ma una ad-tesa, un ad-tendere, cioè un andare, sospinti da qualcosa che dentro urge e orienta. Si diventa “nomadi”.

La fede è nomadismo, iniziato col grande padre di tutta la fede monoteistica, Abramo, e continuata con la storia del popolo prescelto a portare nel mondo il Messia, il Figlio di Dio. È il nomadismo della Chiesa, che non solo cammina su tutte le strade del mondo ad annunciare la “bella notizia”, ma anche è in continuo sviluppo interiore, per rispondere meglio alla sua stessa vocazione e per andare incontro al Maestro che viene. Si diventa nomadi: persone incapaci di darsi per vinte, di accontentarsi e rassegnarsi. Nomadi, affascinati dal di là, dal dopo, dall’ancora, per leggere e vivere il di qua, l’adesso. Nomadi, attenti a ogni voce che risuona sotto il sole o nel buio della notte, vicina o lontana, familiare o ignota, e capaci di riconoscere in ogni avvenimento l’annuncio di un altro mondo, che invita a ricominciare daccapo. Nomadi, affascinati dalla terra, che è grande e tutta per tutti; sedotti dalla perenne novità di Dio che ogni giorno, ogni momento, rivela un riflesso nuovo della sua grandezza infinita; tesi a conquistare e a godere quanto cresce nel giardino degli uomini. Nomadi, cioè solitari nel senso di un’adesione coraggiosa alla propria vocazione, senza cedimenti alle mode, senza intruppamenti nelle maggioranze, senza tradimenti della propria identità. Nomadi, capaci di andare fino in fondo a quanto di verità, di giustizia, di amore è stato intuito, capaci di trasmettere senza riduzioni il messaggio ricevuto, capaci di fare da soli la propria strada. Nomadi, perché la strada è già sicurezza, sostegno, ricchezza: la strada è amica ed è sempre fedele, sempre chiara. Anche nelle notti più oscure e senza stelle, la strada rivela il suo volto, e lo si può discernere con fatica e dolore, ma sempre riscoprendo qualcosa di familiare. Nomadi, e quindi fuori dalle sicurezze prestabilite protette dalla forza o dal genio umano, fuori dalle comodità di una casa stabile, di un amore chiuso, di una verità consumata. Nomadi, capaci di ascoltare, di accogliere, di fare proprio ciò che si incontra, senza strettezze e rigidità, senza voler imporre a tutti un proprio modo di vedere: nomadi, cioè instancabilmente alla ricerca, accompagnati e sorretti da tutti, con la gioia di offrire quel poco che si è e si ha, e di prendere quanto viene offerto o si trova lungo il cammino.

Nomadi, fratelli di tutti e non stranieri, non ospiti, non avventurieri, non vergognosi di condividere con tutti la porzione di dolore e di gioia, di bene e di male, di grandezza e di meschinità che è eredità di ciascuno. Nomadi fino a quando la strada farà l’ultima svolta e attraverso il grande portale entrerà nell’eterno, dove finalmente la perfetta comunione con Dio non avrà più tramonto: e, intanto, quella gioia e quell’eterno illuminano tutta la strada e cantano nel cuore di chi sa camminare. Nomadi dall’eterno al tempo, e dal tempo all’eterno. Nomadi perché sospinti da un’insopprimibile nostalgia di Dio» (Giorgio Basadonna, Spiritualità della strada). È bello dunque pensare anche a un Dio nomade. Dio non ha fissa dimora. E quando il Figlio di Dio si è incarnato, durante il suo ministero pastorale non ha avuto una dimora stabile: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’Uomo non ha dove posare il capo…». Dunque, Dio abitava in una tenda, e camminava insieme al suo popolo. Il popolo si spostava, e Dio si spostava con lui. “Io sarò ovunque tu sarai”.

Idolatria del tempio. Quando Dio volle un tempio, segno anche di unità nazionale – non dimentichiamo che c’era un solo Tempio in tutta la Palestina, ed era quello di Gerusalemme, questo anche per evitare che il popolo cadesse nell’idea che: tanti templi allora tante divinità – tramite i suoi profeti non accettò mai che il popolo facesse del Tempio quasi un talismano, un tesoro a se stante, una giustificazione delle proprie porcate. I profeti andavano giù duro nel contestare l’idolatria del tempio: il tempio contava più di Dio. “Il tempio! il tempio!”, e uccidevano, massacravano, bestemmiavano il vero Dio. “Il tempio”! Il tempio!”, e opprimevano i deboli. Vorrei leggere alcune parole del profeta Geremia, capitolo 7, 1-7: «Questa parola fu rivolta dal Signore a Geremia: “Férmati alla porta del tempio del Signore e là pronuncia questo discorso: Ascoltate la parola del Signore, voi tutti di Giuda che varcate queste porte per prostrarvi al Signore. Così dice il Signore degli eserciti, Dio d’Israele: Rendete buona la vostra condotta e le vostre azioni, e io vi farò abitare in questo luogo. Non confidate in parole menzognere ripetendo: Questo è il tempio del Signore, il tempio del Signore, il tempio del Signore! Se davvero renderete buone la vostra condotta e le vostre azioni, se praticherete la giustizia gli uni verso gli altri, se non opprimerete lo straniero, l’orfano e la vedova, se non spargerete sangue innocente in questo luogo e se non seguirete per vostra disgrazia dèi stranieri, io vi farò abitare in questo luogo, nella terra che diedi ai vostri padri da sempre e per sempre». Non vi siete mai chiesti il perché, dopo la sua distruzione da parte dell’esercito di Tito nel 70 dopo Cristo, il Tempio non verrà più ricostruito? E che significato hanno ancora le parole di Cristo alla samaritana: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte (il monte Garizim) né a Gerusalemme adorerete il Padre… Viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità… Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità»?

*omelia dell’11 agosto 2013: Dodicesima dopo Pentecoste: 2Re 25,1-17; Rm 2,1-10; Mt 23,37-24,2. Fonte: http://www.dongiorgio.it/10/08/2013/omelie-2013-di-don-giorgio-dodicesima-dopo-pentecoste/

2013-08-03 07.50.09FIORE DI ARNICA

luglio 14, 2013

DATE A CESARE…

IL POTERE E IL SUO RAPPORTO COL DIVINO

di don GIORGIO DE CAPITANI*

Contesto. Uno dei più noti brani del Vangelo contiene le parole: “date a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio” (Mt 22,15-22). Parole che ancora oggi vengono citate con tanta faciloneria, e a sproposito, equivocando sul verbo “dare”. Diciamo subito che anche gli esegeti più esperti concordano sul fatto che sono di difficile interpretazione. Cerchiamo almeno di chiarire alcune cose, a partire dal contesto. Gesù si trova a Gerusalemme, precisamente nel tempio. Siamo ormai alla fine della sua vita terrena. I suoi nemici lo stanno attaccando. Ed è anche lui che provoca, come quando scaccia i cambiavalute dal luogo sacro. Le tensioni aumentano. Fanno di tutto per screditarlo davanti al popolo. Gesù non fugge, ma contrattacca, anche con ironia, con quella superiorità d’animo che gli è propria. Gli chiedono: con quale autorità fai tutte queste cose? Egli risponde ponendo loro un’altra domanda: Giovanni da dove veniva? Dal cielo o dagli uomini? Ed essi non si sentono di rispondere, per paura. Ma non cedono. Ed ecco che cosa ora inventano. La cosa paradossale è che questa volta a porre una domanda tranello sono i farisei insieme agli erodiani. I farisei, “perushim”, erano i puri che consideravano un’umiliazione l’occupazione romana, mentre gli erodiani erano i collaboratori di Erode Antipa, perciò strenui difensori della romanità di Israele. Che strana coppia! Ma, come sappiamo, quando si ha un nemico in comune si mettono da parte dissidi e rancori.

Ipocriti. I finti amici vogliono sfidare Gesù, ma prima di porre la domanda, fanno un elogio sperticato: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno”. Che ipocriti! Cercano di adulare Cristo con queste parole che sanno di incensamento ostentato. Il proverbio dice: “Chi t’accarezza più di quel che suole, o t’ha ingannato, o ingannar ti vuole”. Ed ecco la domanda: “Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito o no pagare il tributo a Cesare?”. Gesù non modera i termini, e risponde smascherando la loro malizia: “Ipocriti!”. Togliete la maschera! Siete in cattiva fede! E continua: “Mostratemi la moneta del tributo”. Ora è Cristo che li mette nel sacco. Chiede una moneta. I farisei, ingenuamente, frugano sotto la tunica e gliela porgono. I puri tengono in tasca una moneta con l’effigie di Tiberio Cesare! Siamo nel tempio, luogo sacro, dove era impensabile far entrare una moneta romana che violava il divieto di immagine e che, perciò, era sostituita con una moneta “neutra” ad uso esclusivo del tempio. Davvero ipocriti. Nelle questioni di principio volano alto e fanno i santerelli, ma nel quotidiano, come tutti, cedono a mille compromessi. Ma senza ammetterlo. Ci sono cascati, ma Gesù non infierisce e gioca con loro. ”Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?”. Gli rispondono “Di Cesare”. Gesù risponde: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Notate subito una cosa: Gesù usa il verbo “restituire” o rendere e non il verbo dare. Il verbo utilizzato non è “didomi”, dare, ma “apo-didomi”, restituire, rendere a qualcuno qualcosa che è suo, che gli spetta, che gli è dovuto.

Il popolo è di Dio, non dell’imperatore. Si chiede don Marco Pedron: «Cosa vuol dire questa frase? I farisei e tutti i giudei avrebbero voluto non restituire a Cesare quello che è di Cesare: avrebbero, cioè voluto non pagare le tasse per l’imperatore, ma non potevano. E, invece, devono farlo. Sì, devono restituire all’imperatore quello che è dell’imperatore (le monete). Ma la questione più vera, per Gesù, è un’altra. Perché a Dio devono restituire quello di cui si sono impossessati (“e a Dio quello che è di Dio”): il popolo. Non solo devono regolare i conti con l’imperatore ma anche con Dio. Si sono impadroniti del popolo, lo hanno condotto in schiavitù con regole false e lo tengono in mano con il pretesto della religione, annunciando un Dio che non è il vero Dio. I ministri di Dio devono rendere conto a Dio di cosa ne hanno fatto di Lui. Perché ridurre Dio ai nostri pensieri o alla nostra testa, è una bestemmia. Gesù li guarda e dice: “Avete ridotto Dio ai vostri schemi e alle vostre regole. Ma Dio non è così”. E dovrete rendere conto. E per assurdo, ma è vero, fu Gesù stesso ad essere condannato di bestemmia (Mc 14,64)». Padre Ermes Ronchi commenta: «Se avessimo fra le mani quella moneta romana, capiremmo molto di più: il profilo dell’imperatore non era un semplice omaggio al cesare di turno, ma indicava la proprietà: egli era il proprietario di quell’oro e chi l’aveva in mano ne era solo un proprietario temporaneo. «Questa moneta appartiene a Cesare, non dovete far altro che restituirla».

Disinnesca la divinità del potere. Ma la profezia di Gesù sorge nella seconda parte della risposta, quando alla questione politica e storica, sul rapporto tra uomo e uomo, risponde conducendoci in profondità, al rapporto tra uomo e Dio. L’iscrizione sulla moneta diceva «al divino Cesare» o «al Dio Cesare». Proprio questa sintesi pericolosa Gesù vuole disinnescare: Cesare non è Dio. «Rendete a Dio quello che è di Dio». Ma che cosa gli appartiene? «La terra, l’universo e tutti i viventi» (salmo 24,1); «io appartengo al Signore» (Isaia 44,5). A Cesare vadano le cose, a Dio le persone. Cesare non ha diritto di vita e di morte sulle persone, non ha il diritto di violare la loro coscienza, non può impadronirsi della loro libertà. A Cesare non spetta il cuore, la mente, l’anima. Spettano a Dio solo. Ad ogni potere umano è detto: Non appropriarti dell’uomo. L’uomo è cosa di un Altro. Cosa di Dio. A me dice: Non iscrivere appartenenze nel cuore che non siano a Dio. Libero e ribelle a ogni tentazione di possesso, ripeti a Cesare: Io non ti appartengo. La risposta di Gesù ha come intenzione quella di allargare il problema: non di teorizzare l’autonomia delle realtà mondane, o la separazione dei poteri, ma quella di prendere le radici stesse del potere e di capovolgerle al sole e all’aria. Per Gesù Dio non è il potere oltre ogni potere, è amore. Non è il padrone delle vite, è il servitore dei viventi. Non un Cesare più grande degli altri cesari, ma un servo sofferente per amore. Tutt’altro modo di essere Dio».

Liberarsi dalla moneta. Massimo Cacciari, filosofo vivente, commentando la risposta di Gesù ai farisei, dice: «L’interpretazione di gran lunga più significativa è quella dei Padri della Chiesa, quella di Origene, quella di Ambrogio, che è quella secondo me giusta. Cosa dicono? Che cos’è di Dio? Cosa dice Origene, che cosa dobbiamo a Dio: … a Dio quello che è di Dio, gli dobbiamo: corpus, anima et voluntas, cioè tutto. Che cosa dobbiamo dare a Cesare? La moneta, ma in che senso gli dobbiamo dare la moneta? Gliela dobbiamo dare perché dobbiamo liberarcene. Per dare tutto a Dio corpus, anima e voluntas, che cosa ci rimane? Dobbiamo liberarci, svuotarci di tutto, di tutto ciò che è possesso, e il discorso della moneta riguarda appunto questo. Il tributo che dobbiamo tributare a Cesare è tutto ciò che ci impedisce di essere tutti di Dio. Così i Padri interpretano la cosa, quindi è una dissimmetria totale, non è una divisione tranquilla di competenze. Se vuoi seguire me – dice Gesù – tu devi dare tutto quello che possiedi, tutto ciò che ti impedisce di seguirmi a Cesare, dallo a lui, a Cesare. Liberati di tutto, ma dice anche di più Origene: quella moneta è segno di malizia, tu devi liberarti dalla moneta che è segno di malizia e devi lasciarla al diavolo. Mentre dice Ambrogio: non puoi essere del Signore se prima non hai rinunziato al mondo, il gesto di tributare la moneta a Cesare è simbolo della rinuncia al mondo. Sentite la radicalità della parola di Gesù, altro che dire: questo è ambito mio, l’altro è ambito tuo, e si potrebbe continuare. Quale è la conseguenza drammatica di ciò? In queste parole si esprime una riserva sul potere politico, che nessun potere politico degno di questo nome potrà mai accettare».

*dall’omelia del 14 luglio 2013: Ottava dopo Pentecoste. Fonte: http://www.dongiorgio.it/13/07/2013/omelie-2013-di-don-giorgio-ottava-dopo-pentecoste/DSC01383Tramonto dietro il monte Palanzone (Triangolo lariano) nel solstizio d’estate dal Monte di Brianza

Maggio 11, 2013

NINIVE INTERPRETE DELLA PAROLA

RUOLO CENTRALE DELLE PERIFERIE DEL MONDO

di Piero Stefani*

Vocazione.  Il breve libro di Giona si apre con una chiamata rivolta al profeta ad alzarsi per andare a predicare contro Ninive, la grande, corrotta città posta a Oriente. Giona fugge dall’altra parte, verso Tarsis, nell’estremo Occidente. Il testo commenta tutto ciò dicendo che il proposito del profeta era di andare lontano «dal volto del Signore» (Gn 1,2.10). Ma è forse possibile, per un libro “universalistico” in cui si afferma che vi è un solo Dio per tutti, sottrarsi allo sguardo di Dio? Forse che Dio abita un’unica terra ed è assente nelle periferie del mondo? Eppure Giona non sbaglia. In effetti ci si sottrae sempre dalla presenza del Signore quando si rifiuta il compito a cui si è stati chiamati. Non è questione di latitudine o di longitudine; si tratta di non assunzione della vocazione che ci è stata rivolta. Quando si dice «no» a quel che Dio ci chiede si stende un velo sul volto di chi ci interpella.

Conversione vero scopo.  Per quale ragione il profeta si allontana da quanto gli è richiesto? Per rispondere alla domanda dobbiamo ripercorrere la vicenda del nostro profeta. Giona è chiamato a proclamare prossima una severa punizione riservata a una grande città. Egli si sottrae al compito forse perché teme di formulare minacce o, al contrario, perché paventa che esse non vengano attuate? L’autentico profeta annuncia la sventura nella speranza che essa non giunga. Egli non ha paura di essere apparentemente smentito. Quando la conversione e il mutamento di vita scongiurano la catastrofe, la parola profetica consegue il suo vero scopo. Forse anche per questo Giona è una figura simbolica e non già un profeta in carne e ossa.

I lontani diventano protagonisti.  Il profeta, una volta ricondotto dalla sua iniziale fuga a predicare a Ninive, diede corso a una predicazione tutta posta all’insegna di un «fato enunciativo». Egli non dice: «se non vi convertite perirete tutti allo stesso modo» (cfr. Lc 13,1-5); al contrario, afferma seccamente: «ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta» (Gn 3,3). La sua è una pura previsione che se fosse smentita lo consegnerebbe, secondo la sua opinione, al ruolo di falso profeta. La grande intuizione dei niniviti consistette nel non lasciarsi sgomentare dall’annuncio infausto. Ad esso si rispose con penitenza e digiuni. Il pentimento degli abitanti di Ninive trova corrispondenza in una misericordia divina che sembra falsificare quanto, in apparenza, predetto dal profeta. L’annuncio rivolto alle periferie del mondo non comporta solo che la parola del nostro Dio giunga anche a esse; significa di più, vale a dire che i «lontani» divengono in proprio protagonisti. Sono i niniviti a diventare soggetti attivi in grado, contro la lettera della parola, di convertire Dio stesso  facendo sì che si penta del male minacciato (Gn 3,10). Il più grande messaggio del libro di Giona sta forse proprio in ciò: gli «altri» sono divenuti soggetti attivi. In virtù dell’annuncio, i niniviti sono andati oltre l’annuncio.

Leggere a fondo il cuore di Dio.  Si tratta di una parabola in grado di indicare, forse più di ogni altra, la logica dell’«evangelizzazione nuova» (come vuole Giovanni Ferretti,[1] è preferibile far seguire l’aggettivo al sostantivo). Il messaggio è offerto, ma la sua interpretazione non va rigidamente prefissata. «Altri» possano ricavarne significati più veri. Fino a poche settimane fa, nella Chiesa cattolica, questa stagione sembrava consegnata ormai solo alla storia (si pensi alla vicenda della «lettura popolare» della Bibbia in America Latina). Da un paio di mesi si intravede qualche spiraglio che a essa possa dischiudersi anche un futuro; a patto, però, che i Giona di ieri e di oggi accettino di essere confutati da chi legge diversamente e più a fondo il cuore di Dio. Ciò esige un impegno a essere scrutatori liberi e attenti della parola e questo si presenterebbe, forse, anche come una risposta coerente al protagonismo carismatico.

Modo nuovo di intendere Dio.  Visto dalla parte di Dio, quanto avvenuto a Ninive è riassunto da un lapidario detto di Tommaso d’Aquino: «Egli muta decisione, ma non muta consiglio» (Sum Theol. q. 171, a. 6, 2um). La «dialettica della misericordia» esige appunto questa asimmetria in cui la lettera della profezia deve essere falsificata affinché se ne realizzi il senso più profondo. Giona cercò di sottrarsi alla chiamata proprio perché sapeva tutto ciò. Egli non voleva che gli «altri» diventassero protagonisti in grado di annullare la lettera della sua parola profetica. Sapeva che Dio l’avrebbe condotto a vedere capovolte le certezze a cui era attaccato. Giona è chiamato a predicare il giudizio e sa che nel Signore prevale la misericordia. Il profeta non sopporta questa contraddizione, a dirlo è lui stesso: «Signore non era questo quello che ti dicevo quando ero nella mia terra? Per questo motivo mi affrettai a fuggire a Tarsis; perché so che tu sei un Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore e che si pente del male» (Gn 4,1-2). Specialmente nel nostro tempo, non si tratta, però, solo di riconoscere il prevalere della divina misericordia; occorre anche prendere atto che questo mutamento – ma il libro biblico non esita a parlare, anche per Dio, di conversione (Gn 3,10) – è dovuto alle opere di penitenza compiute dai niniviti e che ciò li rende protagonisti di un nuovo modo di intendere Dio: le periferie diventano interpreti «autorizzati» della parola.

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*Il pensiero della settimana, n. 432: http://pierostefani.myblog.it/archive/2013/05/10/432-ninive-interprete-della-parola-12-05-2013.html

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marzo 3, 2013

I PEGGIORI NEMICI SONO IN CASA

IL VERO PECCATO È L’IMMAGINE SBAGLIATA DI DIO: ECCO PERCHÉ LA VERITÀ CI FARÀ LIBERI

di don Giorgio De Capitani*

Idea sbagliata.  Nel Vangelo di oggi (Gv 8,31-59) ci sono alcune parole-chiave che vorrei sottoporre alla vostra attenzione. Eccole: verità, libertà, Abramo, diavolo, peccato. Il dialogo durissimo avviene tra Gesù e quei giudei che avevano iniziato a credere in lui. Stavolta il contrasto non è tra Gesù e gli scribi e i farisei. Sembrerebbe già difficile immaginare che questi giudei credenti alla fine del dialogo decidano poi di lapidarlo. Come mai? Probabilmente si erano fatti di Gesù un’idea sbagliata, e quando si hanno idee sbagliate su di una persona si può rimanere poi delusi, ed è facile quindi passare al contrattacco, all’odio. Diciamo che i peggiori nemici di Dio sono quelli di casa. Farsi un’idea sbagliata di Dio è pericoloso: si arriva al punto di stravolgere la religione e di metterla contro Dio stesso. È successo con questi ebrei simpatizzanti di Gesù.

Struttura o Vangelo.  Il brano di oggi ci tocca da vicino. È facile dire: Gesù se la prendeva con i suoi nemici, con coloro che lo ostacolavano. Ma dire che Gesù addirittura se l’è presa con i suoi seguaci, beh allora qui c’è qualcosa che dovrebbe farci riflettere. Ci siamo dentro tutti. Dovremmo una buona volta smetterla di guardare fuori casa, e di vedere nemici dappertutto. Il brano di oggi ci dice che i veri nemici sono in casa. Sono i credenti – ovvero coloro che credono di credere in Gesù – a farsi ostacolo al regno di Dio. Il diavolo abita nella Chiesa: fuori non ci prende gusto. La sua opera consiste nel demolire la vera immagine di Dio, facendo credere ai credenti di adorare il vero Dio. La Chiesa diventa così il luogo dove ci si scontra tra il vero e il falso Gesù, tra il Gesù della Chiesa-struttura e il Gesù del Vangelo.

Provocare per scoprire.  Gesù parte subito con un’affermazione provocatoria: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Stavolta è lui a provocare. Parte in offensiva. È la cosa migliore per mettere nel sacco gli avversari. Provoca, e mette quei falsi discepoli nella necessità di scoprirsi. Certe volte sembra che andiamo tutti d’accordo, anche perché usiamo parole tanto vaghe che vanno bene a destra, a sinistra, al centro, come cattolici e come atei. A me fa ridere come iniziano certe discussioni. Ci si sorride, e poi basta scendere nel concreto, basta toccare alcuni punti chiave, e allora si scatena la guerra. Per questo le amicizie stanno sulle generali. Conosco persone che sono amiche solo per convenienza, evitando di affrontare certi argomenti per non scontrarsi. E ci si limita alle solite domande: Che tempo fa? Stai bene in salute? E non si va oltre. Questo succede nel campo della politica, e nel campo della fede. Per andare d’accordo si evita di andare a fondo di un problema.

Verità che rende liberi.  Gesù di proposito ha provocato quei giudei apparentemente suoi simpatizzanti su temi veramente scottanti. Non poteva permettersi di avere attorno gente che in realtà non la pensava come lui, ma su questioni vitali. Gesù non è venuto per ottenere il consenso dalla gente, ma per provocarla sul senso della vita, sul concetto di libertà e di verità. Ma non ha inteso fare filosofia: discutere e basta. Gesù dice: “Se rimanete nella mia parola…”. Ed è qui che si scatena la guerra. È qui che quei falsi discepoli reagiscono di brutto quando sentono dire: la verità vi renderà liberi. Come? Loro si sentivano già liberi, in quanto figli di Abramo. Si sentivano già liberi per il fatto di appartenere alla religione ebraica. Abramo li aveva liberati, e in quanto figli di Abramo si sentivano già liberi. Come popolo eletto.

L’appartenenza non libera.  È la solita obiezione che torna sempre. In ogni religione. Ed è stata ed è la solita giustificazione presente anche nella Chiesa. Appartengo alla Chiesa cattolica, dunque sono nel giusto, nel vero, sono libero. Il brano di oggi, ripeto, è di grande attualità per la stessa Chiesa cattolica. Gesù si rivolgerebbe ancora oggi non agli atei, ai suoi nemici dichiarati, ma ai suoi seguaci, ai cristiani, e li provocherebbe proprio sul tema della verità e della libertà. Il fatto dell’appartenenza, cioè di appartenere ad una determinata religione, ad un determinato gruppo o associazione o movimento, non garantisce dal rischio di cadere nello stesso errore dei giudei simpatizzanti del Vangelo di oggi. Fino a quando sono schiavo di una struttura, non posso dire di essere libero. Neppure Dio mi vuole schiavo, e Dio non si fa schiavo di nessuna religione, neppure della sua Chiesa. Mi vuole libero. In quanto sono figlio dell’Umanità. Al di fuori di una struttura schiavizzante. Certo, ognuno di noi fa parte di una struttura. Il problema non è questo: il problema è che la struttura non è il nostro vivere di ideali, di sogni, di speranze. Poggio i piedi sulla terra, ma il pezzo di terra dove abito non è tutta l’Umanità. Non ho i piedi incollati, ma cammino. Non mi sento libero se vivo in una prigione, ma se esco di casa, guardo i cieli aperti, raccolgo i semi di speranza che sono nell’universo.

I peccati e il peccato.  Gesù parla di peccato. Notiamo, non parla di peccati. Ed è qui l’equivoco che poi determinerà tutta quella secolare visione peccaminosa della propria vita, in forza della quale la Chiesa ha stabilito anche un sacramento di penitenza. La Chiesa si è dimenticata di dirci che i peccati sono la conseguenza del “peccato” che è la fonte di deviazioni, di stili di vita sbagliati, di visioni distorte di Dio. Il vero peccato è l’immagine sbagliata che mi faccio di Dio. La Chiesa, ancora oggi, impone una morale, e perciò fa un elenco di eventuali mancanze: una morale che non è lo specchio del vero Dio, e dell’Umanità, specchio di Dio. Da questa distorsione dell’immagine di Dio sono nati elenchi di peccati che la Chiesa, tramite il sacramento della confessione, vorrebbe perdonarci, ma in nome di quale Dio? Voi capite che se il mio esame di coscienza lo faccio su una morale distorta, mi convinco che sbaglio, che pecco, ma senza cogliere il vero peccato. Mi confesso per peccati quasi inutili, e non mi accorgo che il vero peccato sta nella mia visione sbagliata di Dio. Se Dio non è cattolico, come ha detto Martini, come può la Chiesa farmi un elenco di peccati, come se l’unico obiettivo fosse quello di obbedire alla sua morale?

Il vero peccato è la menzogna:  e menzogna è dire che bisogna vivere secondo la morale e la dottrina di una Chiesa-struttura che fa della propria appartenenza l’unico criterio per essere figli di Dio. Torno sul diavolo. La parola, già l’ho spiegata altre volte, significa colui che divide. In che senso divide? Non penso che il suo compito sia quello di dividere sui pettegolezzi, e nemmeno di dividere i non credenti tra di loro. Divide sull’idea che uno si fa di Dio. Divide perciò i credenti tra di loro, presentando con menzogne una visuale di Dio che è falsa. E i primi a cedere nella tentazione sono i credenti più fedeli alla religione. Torno su questo concetto. È importante. Il diavolo fa credere che i peccati siano quelli stabiliti dalla religione. E nasconde qual è il vero peccato: l’immagine sbagliata di Dio. Il demonio non tenta coloro che sono legati ad una religione, ortodossi fino all’osso, ma coloro che sono spiriti liberi, e vorrebbero smascherare il peccato di una religione che fa credere che basti essere figli di un battesimo per essere veri discepoli di Cristo.

Smascherare l’ipocrisia.  All’inizio dicevo che è difficile immaginare come dei simpatizzanti di Gesù arrivino poi a tentare di lapidarlo. Gesù li ha smascherati. Vistisi denudati, quei falsi credenti passano al contrattacco, prima con l’offesa (danno dell’indemoniato a Gesù), poi prendono le pietre per ucciderlo. Se penso alla storia della Chiesa e penso a quei momenti in cui sono stati torturati e uccisi dei profeti (Inquisizione), oppure i dissidenti sono stati emarginati e scomunicati (ancora oggi), mi chiedo che cosa l’abbia spinta e tuttora la spinga ad agire in questo modo. Una ragione c’è: quando si smaschera l’ipocrisia, quando si mette la gerarchia con le spalle al muro, quando si usano in tutta la loro efficacia e concretezza parole quali libertà e verità, allora si crea un certo allarmismo, allora si teme che il popolo di Dio si svegli e si prenda la propria coscienza. Oggi quando uso con frequenza la parola Umanità, i miei superiori mi contestano. Sanno benissimo che entrerebbe in crisi la stessa religione, e l’apparato ecclesiastico fondato sulla religione. Né più né meno come ai tempi di Cristo.

* Omelia del 3 marzo 2013: Terza di Quaresima  fonte: http://www.dongiorgio.it/02/03/2013/omelie-2013-di-don-giorgio-terza-di-quaresima-rito-ambrosiano/

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aprile 11, 2011

LA VITA È NELLA MORTE, E LA MORTE È NELLA VITA

LA FRETTA OCCIDENTALE E LA SAGGEZZA DELL’ORIENTE

di don Giorgio De Capitani, dall’omelia del 10-4-2011 su Lazzaro risuscitato(Gv 11,1-53).

Luce e vita. Giovanni si dilunga sui dialoghi più che sui particolari dei miracoli narrati: dialogo con la samaritana, con gli scribi e i farisei, con il cieco nato, con gli apostoli e le sorelle di Lazzaro. È nei dialoghi che possiamo scoprire il messaggio. Anche i fatti possono parlare da soli, possono già contenere dei simboli, ma la Parola può meglio aiutarci quando si eleva al di sopra delle circostanze o del momento. La comunità di Giovanni aveva sviluppato due temi, che troviamo anticipati nel famoso Inno introduttivo al Vangelo. Qui si parla di luce e si parla di vita. Sono i due temi conduttori di tutto il quarto Vangelo: il miracolo del cieco nato riguarda il tema della luce, il miracolo della risurrezione di Lazzaro riguarda il tema della vita. Parlare della luce potrebbe anche risultare facile, e potremmo trovarci tutti d’accordo (casomai la gara consisterebbe nel saper meglio dell’altro ricavare immagini suggestive), ma non mi è facile trattare il tema della vita o, meglio, il rapporto vita-morte, morte-vita. Già dire opposti mette sul chi va là. La parola poi morte rievoca qualcosa di pauroso. Solo i mistici o i santoni vorrebbero affrontarla come l’ultima sfida. Loro la vita l’hanno vinta in un certo senso, prendendola nel suo aspetto migliore, gustandola nel suo essere, dopo una scelta non certo popolare. Una serie di scelte sempre più radicali. Senz’altro inusuali. Provocatorie. Quasi eroiche. Vorrei distinguere, a proposito di vita-morte, due visuali completamente diverse: quella orientale e quella occidentale.

Colonialismo occidentale. Apro una parentesi. Purtroppo, noi occidentali non riusciamo ancora a capire che il nostro mondo – e per mondo intendo ogni ambito, quello politico, culturale, sociale e religioso – non è l’unico, e neppure il migliore. Sembra quasi che, quando noi occidentali parliamo, non facciamo altro che elogiare la nostra civiltà come la migliore, o magari disprezzarla, senza neppure renderci conto che anzitutto ogni civiltà da sempre è stata vista e vissuta come relativa al momento storico e allo spazio fisico, e che certi errori non sarebbero stati commessi se avessimo aperto gli orizzonti di casa, e guardato fuori dalla finestra, oltre l’occidente, oltre “là dove tramonta il sole o il giorno muore” (così dice etimologicamente la parola). Abbiamo preso il resto del mondo come terra di conquista coloniale, o di avventura o di proselitismo, sempre con l’idea fissa, direi perversa, di portarvi la “nostra” civiltà, il “nostro” credo religioso, un alibi talora per sfruttare le potenzialità di un mondo ritenuto selvaggio e incolto, ma potenzialmente ricco di risorse naturali. Succede sempre così: quando si è sfruttato ciò che si ha, si va a prendere dagli altri che per varie ragioni posseggono cose preziose a loro insaputa, e che noi sottraiamo loro, come spregevoli predatori. Ma la cosa paradossale è questa: fino a quando noi occidentali siamo andati a conquistare gli altri, a colonizzarli (ovvero sfruttarne i loro beni naturali), nulla di strano, tutto lecito, ora però che siamo noi una terra di conquista, diciamo di sogno pur apparente perché illusorio, se non altro distruttivo dell’essere, ecco che facciamo di tutto per tener lontano coloro che, giustamente, vengono qui da noi per riprenderci ciò che noi abbiamo rubato a loro. Chiusa parentesi.

Saggezza orientale. Il vero problema è un altro: l’occidente ha sfruttato l’oriente nella sua parte meno valida senza capire la sua vera ricchezza – la saggezza orientale – e l’oriente ora si viene a riprendere il peggio dell’occidente, tradendo ciò che di meglio è riuscito finora a conservare: il loro essere. L’oriente, venendo in occidente, si predispone al suicidio. L’occidente guarda ancora l’oriente ma con l’occhio sempre occidentale, ovvero con l’occhio che si sta spegnendo, sulla via della morte. Tranne rari casi – non vorrei considerare la moda deleteria di fare di tutto un gusto esotico – noi occidentali non ci siamo ancora accorti della saggezza orientale, vera saggezza di vita. Una saggezza che risale a tempi antichissimi. Del resto il popolo ebraico ne aveva subìto una sana contaminazione, e i libri sacri si sono ben guardati dal ripudiare questo mondo di saggezza. La Palestina era un mondo medio-orientale. Ma perché non spingersi oltre, verso l’oriente più lontano, ovvero là dove iniziano le prime luci del giorno?

Visione orientale della morte.  Noi sappiamo che la concezione occidentale della vita è diversa dalla concezione orientale: completamente diversa. Mentre la concezione occidentale vede la vita e la morte come due realtà contrapposte, quasi ad escludersi, gli orientali hanno una visuale completa diciamo complementare, meglio: c’è un rapporto stretto tra la vita e la morte, l’una richiede l’altra, la vita è morte, e la morte è vita, c’è uno stretto rapporto dialettico, per cui non c’è vita senza la morte, e non c’è morte senza la vita. Vorrei leggervi alcune riflessioni di un filosofo, mistico e maestro spirituale (guru) indiano, morto nel 1990: conosciuto come Osho, nome d’arte, da molti considerato come uno degli uomini che hanno “fatto” il ventesimo secolo. Nei suoi discorsi, che sono stati raccolti in 600 libri, insiste sulla importanza della meditazione. Ascoltiamolo.

La vita non è corta né unica. «La seconda cosa che devi ricordare è che la vita non è corta. La vita è eterna, quindi non c’è bisogno di avere alcuna fretta. Con la fretta puoi solo perdere delle cose. Hai mai visto fretta nell’esistenza? Le stagioni giungono quando è il loro tempo, i fiori sbocciano quando è il loro tempo, gli alberi non si affrettano a crescere velocemente perché la vita è corta! Sembra che l’intera esistenza sia consapevole dell’eternità della vita. Siamo sempre stati qui e saremo sempre qui – naturalmente non con le stesse forme e negli stessi corpi. La vita continua a evolversi, raggiungendo stadi più elevati. Ma non c’è nessuna fine in nessun luogo e non c’è stato nemmeno nessun inizio in nessun luogo. Tu esisti tra una vita senza inizio e una vita senza fine. Sei sempre in mezzo a due eternità, da una parte e dall’altra. Ti hanno condizionato con l’idea di un’unica vita. L’idea cristiana, l’idea ebraica, l’idea musulmana – che hanno tutte radici nella concezione ebraica di un’unica vita – hanno dato all’Occidente una folle passione per la velocità. Ogni cosa dev’essere fatta con una tale fretta che non puoi provare piacere nel farla, e non puoi portarla a termine in modo perfetto. Ti arrangi a concluderla in qualche modo, e passi di corsa a un’altra.

Sentirsi a proprio agio. L’uomo occidentale ha una concezione della vita molto sbagliata: una concezione che ha creato tali tensioni nelle menti delle persone che esse non riescono a sentirsi a proprio agio in nessun posto, sono sempre in movimento, e sempre preoccupate di non sapere quando arriverà la fine. Vogliono fare tutto prima della fine. Ma il risultato è esattamente l’opposto: non riescono a fare nemmeno poche cose che abbiano grazia e bellezza, che siano perfette. La loro vita è talmente offuscata dalla morte che non sono in grado di vivere con gioia. Qualunque cosa porti gioia sembra essere uno spreco di tempo. Non riescono a stare semplicemente seduti, in silenzio, per un’ora, poiché la loro mente dice: “Perché stai sprecando un’ora? Avresti potuto fare questo, o quest’altro”.

Meditazione.  È a causa di questa concezione di un’unica vita che l’idea della meditazione non è mai nata in Occidente. La meditazione ha bisogno di una mente molto rilassata, senza fretta, senza preoccupazioni, senza alcun luogo dove andare… una mente che gioisca di ogni attimo, semplicemente, qualunque cosa accada. Era destino che la meditazione fosse scoperta in Oriente, a causa dell’idea di vita eterna – dell’idea che puoi rilassarti. Puoi rilassarti senza alcuna paura, puoi gioire e suonare il tuo flauto, puoi danzare e cantare la tua canzone, puoi goderti l’alba e il tramonto. Puoi gioire per tutta la vita. Non solo, puoi gioire persino morendo, perché anche la morte è una grande esperienza, forse la più grande esperienza della vita. È un crescendo. Nella concezione occidentale la morte è la fine della vita. Nella concezione orientale la morte è solo un evento bellissimo nel lungo processo della vita; ci saranno tante e tante morti. Ogni morte è il culmine della tua vita, prima che un’altra vita cominci – un’altra forma, un altro corpo, un’altra consapevolezza. Non sei giunto alla fine, stai solo cambiando casa.

Fonte: http://www.dongiorgio.it/scelta.php?id=1507&nome=omelie


RIFLESSIONE SUL RACCONTO DEL CIECO NATO

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DALLA RELIGIONE CHE BENDA GLI OCCHI, ALLA FEDE CHE LI APRE

di don Angelo Casati, omelia del 3-4-2011 su Gv 9,1-38b

Sono tante le emozioni, che mi rimangono in cuore, al termine di questo racconto del vangelo di Giovanni. Alcune dilatate dal pensiero dei vostri occhi. Anche i vostri, come quelli del cieco, in sete di luce. E alla fine consegnati alla luce. I vostri occhi.

Sfioro il racconto. Che cosa precede il racconto? C’è un legame con ciò che precede? Non sappiamo se c’è una cucitura. Forse sì o forse no dal punto di vista cronologico; ma forse sì dal punto di vista dei simboli, dei significati. Da dove veniva Gesù? Gesù era salito a Gerusalemme alla festa delle Capanne, festa delle tende, festa di sukkot. Festa dell’acqua e festa della luce.

Nel secondo giorno della festa si celebrava il rito della “gioia del pozzo”, con danze e canti. Gesù attese l’ultimo giorno, il più solenne della festa, per levarsi in piedi ed esclamare, a gran voce: “Se qualcuno ha sete venga a me, e beva chi crede in me” (Gv 7,37). Sempre nell’occasione della festa la spianata del tempio, anche a notte fonda era illuminata a giorno, da torce e bracieri: fu in questa occasione che Gesù, forse fissando i grandi fuochi accesi, proclamò: “Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12).

Nel vangelo di Giovanni accade spesso che Gesù prima faccia una affermazione e poi quasi la traduca in un gesto. Ha detto: “Sono io l’acqua”, ha detto “Sono io la luce”. Ora lo attende il gesto. Nel racconto troviamo gesti che dicono chi è l’acqua e chi è la luce. Questo racconto nell’antichità era stato scelto per il percorso dei catecumeni in vista del battesimo nella notte di Pasqua, e dunque veniva letto per aprire gli occhi dei catecumeni, come quelli del cieco. Aprirli a intuire chi fosse Gesù. Chi è Gesù lo scopri nel racconto.

Era uscito dal tempio, vangelo della scorsa domenica. Veniva da un durissimo scontro. Veniva dalle pietre, avevano tentato di toglierlo di mezzo. Che cosa potesse avere in cuore Gesù, lo possiamo immaginare: veniva dalle pietre.

E “mentre passava” è scritto “vide…”. Mi colpisce il verbo: lui vede. Nel senso che si immedesima. A differenza dei discepoli, loro discutono. Per grazia, diciamocelo, agli inizi ci sono gli occhi di Gesù. Per grazia lui non è cieco: “Passando vide”. Anche se il cieco è ai margini, ignorato, anche se al cieco non gli esce più neppure un grido dalla gola, neppure una preghiera, anche se a noi, pensate, non uscisse più neppure una preghiera… lui vede, lui si accorge.  A gridare per Gesù sono gli occhi, caverna del non vedere, del cieco. Ti vede nel senso che ha un cuore Dio. Non è uno che passa dall’altra parte. Anche se gli altri tirano dritto e non si fermano, lui no, lui si ferma.

Vede, potremmo forse dire, perché ha occhi di compassione. Guardate che se non ci sono fremiti di compassione, il nostro non è un vedere. Dovremmo tenerlo presente, rispetto alle situazioni a volte drammatiche del nostro tempo. Si discute, non ci si lascia prendere il cuore. Per i discepoli – e sì che di strada ne avevano fatta con lui – quel cieco non era una persona, era un caso teologico.

Loro passano e discutono, discutono di peccati: “chi ha peccato, lui o i suoi genitori perché sia nato cieco?”. Discutono di peccato i discepoli. E discutono di peccato quei farisei, che fanno un processo da vera inquisizione: e, per loro, ha peccato Gesù, che gli ha aperto gli occhi in giorno di sabato e in peccato è il cieco che, poveraccio, osa dare credibilità a quel rabbi che ha violato la legge: “sei nato tutto nei peccati” gli dicono. Sono gli uomini della religione, gli uomini che difendono la purezza della pratica religiosa. Ma è una religione che ha al centro il peccato, un gran discutere di peccato. Mentre il rabbi di Nazaret ha un’altra religione, sovversiva per loro, lui mette al centro l’uomo. A lui interessa l’uomo. Quelli mettono al centro le loro tradizioni. Può succedere anche oggi. Chi mettiamo al centro? Pensate che cosa può aver provato quel cieco mentre li sentiva parlare! Non dovevano essere felici che lui finalmente vedesse? Era una vita che non vedeva! E non potrebbe essere proprio questa la ferita in tante persone del nostro tempo, qualora si sentissero oggetto di giudizi senza cuore, proprio da parte di coloro che mai si sono degnati di fermarsi al loro dramma, di sedersi una buona volta accanto a loro, di capire che cosa passa nella loro carne e nel loro cuore?

Ebbene quel giorno il cieco passò da una religione che ti chiude gli occhi a una fede che te li apre. E tutto cominciò da quando avvertì che lui, Gesù si era fermato, l’aveva visto.

Poi sui suoi occhi sentì all’opera Dio, il Dio che all’inizio disse “Sia la luce”, il Dio che plasmò l’uomo dal fango della terra. Quel cieco sui suoi occhi – non le vedeva – sentì passare le mani di Dio: Dio era all’opera, all’opera la compassione. Sentì le mani di Gesù, le sentì passare sugli occhi, dita e fango insieme, mescola sacra.

Sentì poi le parole che lo mandavano alla piscina. Diede fiducia alla parola. A quella parola che ancora non faceva miracoli, neppure glieli prometteva, chiedeva di andare, senza vedere –“beati” aveva detto un giorno “i non vedenti”– chiedeva di andare senza vedere. Come a noi.

E lui si mette in cammino, ancora una volta affidato al suo bastone, ma questa volta affidato anche alla Parola. Alla piscina a lavarsi gli occhi dal fango. Ed ecco, a occhi aperti vide, era la prima volta, il colore dell’acqua, lui che per tutta la vita l’aveva solo accarezzata. Vide il colore dell’acqua. Scoprì che l’acqua era l’Altro, Che non aveva mai visto, che aveva conosciuto solo dalla sua voce, dalle sue dita, dalla compassione: in quell’acqua era passata la forza di un altro.

Lo riconobbe quando, cacciato dalla sinagoga, lui gli venne incontro e gli chiese se credeva nel Figlio dell’uomo: ora lo vedeva. Si chinò. Di lui parlavano i suoi occhi aperti. Era passato dalla religione che ti benda gli occhi alla fede che te li apre.

Per la riflessione:

Dove hai incontrato la religione che ti benda gli occhi?

Dove hai incontrato la fede che ti apre gli occhi?

Fonte: http://www.sullasoglia.it/omelie/ambrosiano/4quarA-amb-11.htm


L’ESSENZIALE È INVISIBILE

NON FERMARSI ALLE APPARENZE

MODI DIVERSI DI GUARDARE E VEDERE

di Don Giorgio De Capitani, dall’omelia del 3-4-2011 sulla guarigione del cieco nato (Gv 9,1-38b)

Usare la mente.  Quello che noi percepiamo non è la realtà vera e propria, come è in se stessa, ma solo il suo riflesso nel nostro sistema di conoscenza. Se noi conosciamo gli oggetti secondo i modi della nostra conoscenza, questo significa che, in senso proprio, noi non conosciamo gli oggetti come essi sono in realtà, ma come ci appaiono, come essi risultano dall’incontro con le nostre strutture conoscitive. La realtà in sé rimane consegnata all’inconoscibilità. Tale realtà in sé è definita da Kant noumeno (“pensabile”, dal verbo greco “noéo”, pensare): essa è ciò che in senso proprio non si può conoscere ma che tuttavia è necessario pensare come concetto limite del nostro conoscere. Tutto questo fa capire quanto sia almeno importante usare la mente, ovvero l’intelligenza, per avvicinarci il più possibile alla realtà. Altrimenti ci abitueremo a vedere solo le apparenze, vivere di apparenze, giudicare in base alle apparenze.

Apparenze per tutti. In altre parole, non ci accorgiamo di vivere in un mondo di falsità e di falsificazioni, il che significa che c’è gente di potere (anche di tipo economico e direi anche di tipo religioso) che, sapendo che il mondo reale ci è quasi impossibile, fa di tutto per farci credere che il mondo vero è quello apparente, anche perché è più comodo, immediato, alla portata di mano. A me sembra che il miracolo del cieco abbia anche questo senso: aiutare ad avvicinarci il più possibile alla realtà, a coglierne qualche sprazzo, a non farci illudere dalle apparenze. E il mondo delle apparenze riguarda ogni categoria di persone: il popolo comune e l’élite che si crede privilegiata, il mondo analfabeta e il mondo colto.

Guardare attorno. Un‘altra riflessione riguarda il verbo vedere o guardare. Nei Vangeli quando si parla di Gesù che “guarda”, troviamo tre significative varianti. Anche qui bisogna capire il contesto e bisogna tradurre bene il verbo greco. Anzitutto, c’è un “guardare attorno” nel senso di “fulminare con gli occhi”. C’è un passo nel Vangelo secondo Marco molto significativo. Merita una particolare attenzione. Gesù entra nella sinagoga. È presente un uomo che ha una mano paralizzata. Gli scribi e i farisei stanno a “vedere” se Gesù lo guarisce per poi accusarlo. È giorno di sabato, dunque di assoluto riposo: proibito anche compiere qualcosa per soccorrere un malato. Ma lo sguardo di Gesù è su quell’uomo che sembra supplicarlo. Inoltre Gesù, scrive Marco, “guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori”, dice a quell’uomo: “Tendi la mano!”, e lo guarisce. Qualcuno ha definito questo episodio come la storia di sguardi che si incrociano, nella durezza o nell’amore.

Sguardi di compassione e sguardi spietati. «L’uomo della mano secca si trova fra due sguardi diversi: sotto lo sguardo di Gesù, pieno di compassione che vuole dargli la vita, rinvigorire quella mano secca e impotente; e lo sguardo degli uomini religiosi che vedono la sua mano secca come un problema dell’uomo, perché le loro mani, credono, non sono secche, si considerano giusti e credono di essere in regola con i comandamenti della legge di Dio. Due sguardi molto diversi, non vi sfugga questo conflitto di sguardi che potrebbe ricordarci alcuna immagine potente del cinema muto dove tutto era spesso affidato all’intensità dello sguardo degli attori. Uno sguardo di compassione e uno sguardo spietato, lo sguardo della misericordia divina che ha pietà della nostra condizione, lo sguardo dell’uomo religioso spietato che si considera a posto e giudica tutti gli altri dalla superiorità pretesa della sua giustizia, che è in realtà ipocrisia. Lottano gli sguardi, sono in conflitto. Gesù guarda l’uomo della mano secca e sente una compassione senza limiti, un amore profondo. I farisei guardano l’uomo con indifferenza, ma guardano Gesù con attenzione per coglierlo in un fallo e accusarlo e condannarlo per toglierlo di mezzo. E Gesù guarda lo sguardo duro di quegli uomini e sente una tristezza profonda, un dolore intenso. Perché quello che si è seccato dentro quegli uomini religiosi è il cuore. Forse riescono a compiere ogni comandamento con una precisione da macchine collaudate, da meccanismi religiosi senza macchia. Ma i loro cuori sono vuoti, sono un deserto dentro, sono un lago di ghiaccio incapaci di sentire compassione, tenerezza, di commuoversi, di sentire pietà».

Guardare dentro. C’è un altro sguardo, ed è quello che tocca la parte interiore della persona che si guarda. Nei Vangeli troviamo anche quest’altra variante espressiva: “guardare dentro”. Gesù sapeva guardare dentro il cuore umano. E lo faceva con quella sua particolare, direi unica, capacità di arrivare a scuotere i veri sentimenti umani. Penso che gli apostoli ne sapessero qualcosa nel loro primo incontro con il Maestro, e soprattutto Pietro quando incrociò lo sguardo di Gesù dopo il tradimento.

Guardare in alto. Non solo “guardare attorno”, non solo “guardare dentro”, ma anche “guardare in alto”. Diversi i momenti narrati dagli evangelisti in cui Gesù elevava lo sguardo al cielo, per pregare il Padre. Chi non ricorda la preghiera di Gesù prima di compiere la moltiplicazione dei pani? «Prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo…» (Mc 6,41). Se ora consideriamo il cieco dopo la sua guarigione, possiamo dire che anche nei suoi riguardi possiamo trovare questa triplice variante del verbo “guardare”. Anche lui si guarda attorno: e che cosa vede? Solitudine, emarginazione, indifferenza, e anche cattiveria nei suoi riguardi. Proprio perché vede la realtà, si sente solo. Fosse rimasto cieco, un po’ di compassione l’avrebbe sempre avuta. Ora che “vede la realtà”, tutti lo rifiutano. Diventa scomodo. E si guarda anche dentro di sé: capisce che ha bisogno di Qualcuno di importante, di una Novità che appaghi la sua solitudine.

Infine guarda in alto, e scopre l’Essenziale.  Ecco il punto. E dove scopre l’Essenziale? Fuori della religione ufficiale. Dopo che è stato cacciato fuori, scrive Giovanni, incontra di nuovo Gesù, ma sotto un’altra luce. Forse non è tanto il luogo – fuori di una struttura – che conta per incontrare l’Essenziale. Tornano le parole dello scrittore Miller: «La nostra meta non è mai un luogo ma un nuovo modo di vedere le cose». Si può, si deve rimanere nella Chiesa anche struttura. Così rispondo a quanti mi chiedono il motivo per cui ci rimango. Il problema è lì: nel saper trovare “un nuovo modo di vedere le cose”. Diventano sempre attuali le parole della volpe al Piccolo Principe: “L’essenziale è invisibile agli occhi”.

Fonte:  http://www.dongiorgio.it/scelta.php?id=1500&nome=omelie


ottobre 12, 2010

PROFETICI, GIUSTI, NON PROTETTI

Di don Giorgio De Capitani*

Matteo 10,40-42

40 Chi riceve voi, riceve me; e chi riceve me, riceve colui che mi ha mandato. 41 Chi riceve un profeta come profeta, riceverà premio di profeta; e chi riceve un giusto come giusto, riceverà premio di giusto. 42 E chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è un mio discepolo, io vi dico in verità che non perderà affatto il suo premio».

Accogliere la profezia. Le parole di questo brano del Vangelo di Matteo sembrano di facile interpretazione, ma non lo sono. Dobbiamo stare attenti: possono essere lette e commentate o con eccessiva esegesi, facendo perdere l’attualità del messaggio, o in senso moralistico che finisce nel solito buonismo da quattro soldi. Notiamo subito. Gesù dice: “chi accoglie un profeta perché è un profeta avrà la ricompensa del profeta”. Qui anzitutto non si parla di una gerarchia di ruoli, per cui accogliere un profeta equivarrebbe accogliere una persona importante, come a dire: la ricompensa (pur sempre di carattere spirituale) dipende dal grado della persona che si accoglie. Già la parola profeta dovrebbe far riflettere. Il profeta di per sé non è un graduato. Anzi è il contrario. Il profeta non appartiene alla struttura del potere. Ne è fuori. Se fosse dentro, non potrebbe esercitare liberamente il suo ministero profetico. Il profeta non è considerato nella gerarchia, sia civile che religiosa. Certo, Gesù parla di profeta e non di una persona qualunque. Ogni persona va rispettata, accolta, aiutata, ma Gesù sta facendo delle affermazioni importanti, che vanno al di là di un discorso generico sul rispetto degli altri. Accogliere un profeta non solo perché è una persona qualsiasi, ma nella sua missione profetica, costa di più. Vuol dire che accolgo in lui anche la sua profezia. Mi lascio da essa coinvolgere. È brutto sentir dire: ti aiuto perché stai morendo di fame, ma non mi interessa ciò che tu stai facendo per combattere le ingiustizie. Ancor peggio ora che hai preso un pezzo di pane, vattene subito, e non farti più vedere, non voglio essere anch’io coinvolto nella tua lotta.

Un grande dono.  Ora capite l’importanza delle parole di Cristo? Non si tratta solo ad esempio di sfamare qualcuno che ha fame o di fare un’elemosina, ma di farsi coinvolgere da ideali che vanno alla radice dei guai di questo mondo. Accogliere un profeta perché è un profeta va al di là di una questione puramente umanitaria o di solidarietà sociale, ma significa entrare in una sintonia di pensiero, di ideali, di quella Umanità che non è fatta solo di puri sentimenti. Che significa allora ricevere la ricompensa del profeta? Potrebbe sembrare banale, ma il senso è molto semplice: diventare anche noi profeti. Non si tratta dunque di una ricompensa esterna, quasi si trattasse di un premio pinco pallino: già accogliere un profeta nella sua missione profetica è un primo passo per accogliere la stessa profezia, e questo non è un grande dono?

Giusti.  La seconda affermazione di Cristo, che riguarda il giusto, potrebbe sembrare quasi una ripetizione, un voler riconfermare l’affermazione precedente. C’è in realtà qualcosa di più. La parola profeta ci appare privilegiata, da riservare ad una certa categoria rara e strana: quella, appunto, dei profeti. Invece la parola “giusto” ci tocca più da vicino. La profezia, è vero, è di un altro pianeta, ma confrontarci con essa in fondo non ci dà fastidio. La giustizia ci impegna tutti quanti. Ci riguarda da vicino. Non può lasciarci indifferenti. Paradossalmente accogliere un profeta perché è un profeta ci è più facile che accogliere un giusto perché è un giusto. Ed è inutile e ipocrita trovare la solita scappatoia dicendo che la parola “giusto” è da intendere nel senso biblico. Anzi, ci sentiremmo ancor più a disagio se la comprendessimo proprio nel senso biblico. Giusto secondo la Bibbia è colui che lavora per realizzare l’Umanità nella sua pienezza. Già l’ho detto: legalità e giustizia sono due termini che di per sé non vanno sempre d’accordo. Legalità è conformità ad un certo sistema politico o religioso, giustizia va al di là perché al di sopra di un sistema politico o religioso. La giustizia non riguarda un sistema, ma l’Umanità di cui ogni sistema dovrebbe mettersi al servizio. Accogliere, dunque, un giusto perché è giusto diventa un obbligo, diciamo l’ideale di ogni essere umano. Anche qui le parole di Cristo sono davvero forti, provocatorie.

Piccoli. Anche la terza affermazione riguardante i piccoli, andrebbe chiarita. Anzitutto, Gesù fa un esempio pratico di come aiutare i piccoli. Parla di un semplice bicchiere d’acqua fresca. Non vorrei caricare eccessivamente di simbolismo un piccolo gesto concreto. Tuttavia mi ha sempre colpito l’aggettivo “fresca”. Può voler dire “naturale”, di sorgente. Può voler dire “gratuita”, spontanea. Da chiarire è anche il termine “piccolo”. Anzitutto non è da intendere nel senso dell’età. Gesù si riferiva ai suoi discepoli, ai suoi seguaci. Qui più che trovare vari simbolismi, si tratta di capire perché Gesù ha scelto la parola “piccolo” per definire i credenti in lui. Gesù del resto aveva detto un giorno, dopo aver posto un bambino al centro dell’attenzione: “Se non diventerete come i bambini non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli”. In quel momento Gesù pensava alla semplicità d’animo del bambino, ma probabilmente pensava anche al fatto che i bambini allora non avevano diritti, non erano protetti dalla legge, non contavano neppure come persone. Quasi a dire: i miei discepoli non devono cercare alcuna protezione politica, sono umanamente o politicamente fragili, ma hanno dentro di sé la forza degli ideali.

*dall’omelia domenicale dell’11-10-2010


agosto 23, 2008

4,13-25 INTELLIGENZA DELLA FEDE

Con questo brano si conclude la prima unità letteraria della lettera ai romani, unità dedicata alla rivelazione dell’ira e della giustizia divina[1]. Il brano riguarda la promessa ed eredità mediante la fede, con una perorazione finale (negli ultimi 3 versetti) della tesi che la fede salverà anche noi che crediamo in Colui che ha risuscitato Gesù (4,24). Viene ribadita la tesi principale della intera lettera (1,16-17): il suo vangelo (di Paolo) come potenza di Dio che salva, in cui si rivela la giustizia di Dio, da fede in fede, a cominciare da quella di Abramo, padre di tutti quelli che credono. Ne possiamo ricavare ulteriori specificazioni sulla fede, specie per quanto riguarda i suoi rapporti con la razionalità e la volontà degli uomini.

Giustizia della fede (4,13). Pensiamo al genitore di un adolescente. Vedrebbe come massima ingiustizia nei suoi confronti che il figlio rifiutasse quanto gli ha insegnato nei lunghi anni della crescita, dopo averlo messo al mondo, per seguire invece quanto gli propina il primo ciarlatano che incontra. Così fa Dio con noi: vuole che lo ascoltiamo, che abbiamo fede, altrimenti compiamo nei suoi confronti la massima ingiustizia. La giustizia della fede è dunque la salvezza dell’uomo, è il primo passo per entrare nell’economia della fede, superando così quella della Legge. L’uomo allora deve riconoscere che la logica di Dio non è quella umana: è quella del padre che accoglie con festa il figliol prodigo quando ritorna, anche se è un peccatore, e dà a questo più importanza rispetto al fratello che non si è mai allontanato da casa e non ha peccato. Dal punto di vista umano questa è un’ingiustizia, per Dio invece giustizia, giustizia della fede, appunto, nella logica della gratuità – che non è quella umana. L’ostacolo a questa fede è la nostra superbia intellettuale: la pretesa di contrapporre alla evidenza di Dio, che ci sovrasta, la nostra incapacità di dimostrarlo, che ci umilia. La fede ci consentirebbe peraltro una maggiore penetrazione nella realtà che ci circonda, una intelligenza della fede.

L’adesione della volontà umana è quindi richiesta nella fede: l’uomo non è un burattino, è libero di decidere, anzi deve decidere sempre, anche se talvolta è tentato di vivere di rendita, senza più dover decidere. Se l’uomo fosse un burattino manovrato da Dio non ci sarebbe il male. Ma preferiamo essere uomini o burattini? La bellezza e la complessità dell’uomo si rivelano nella sua libertà di scegliere se aderire o rifiutare i doni di Dio. Ci può anche essere la tentazione di un eccessivo affidamento, di un quietismo o passivismo (che non è la passività cristiana dell’obbedienza). Potrebbe esserci ad es. nel detto: non cade foglia che Dio non voglia; non è Dio che fa cadere le foglie, ma il vento, l’autunno, cioè la natura, le cui leggi, come le scelte dell’uomo, sono da Dio rispettate.

Razionalità della fede. Paolo deduce razionalmente le sue argomentazioni, partendo da alcuni dati di fatto che potrebbero a noi apparire non razionali: quando ad es. afferma tanto per il giudeo prima quanto per il greco, afferma un dato che non ha alcun fondamento razionale se non la scelta di Dio nei confronti del popolo ebraico. Un altro punto di partenza è la credenza nel Dio che vivifica i morti e chiama ad esistenza le cose che non sono (4,17). Oppure che Dio mantiene le sue promesse di salvezza, o la fede in Gesù morto e risorto. Sono tutte professioni di fede dalle quali discendono razionalmente le argomentazioni di Paolo, razionalità che costituisce un attributo fondamentale dell’umano, una base indispensabile per il dialogo. Nulla di irrazionale né di inumano, dunque, deve esserci nella teologia o nel cristianesimo, anche se nella fede non è implicata la sola razionalità, ma le altre facoltà umane, come la volontà o il sentimento. Ciò non vuol dire che non ci debbano essere divergenze tra i cristiani; ci sono diverse spiritualità, diverse interpretazioni, diverse modalità di applicazione dei principi alla realtà attuale in rapido mutamento – ciò che è compito della Chiesa – ma sui principi di fede non ci sono divergenze. Di più, non ci sono mai state, anche se qualcuno ha voluto contrapporsi o accentuare le differenze. Nei dubbi della fede, che continueremo ad avere (perché non siamo burattini), la parola ultima di Dio è Gesù Cristo morto e risorto, e noi ripartiamo da lì, dalla sua fede: è la fede comune di tutti i cristiani, la base dell’incontro da realizzare nel rispetto delle diversità.



[1] Secondo la ripartizione proposta da A. Pitta (nuova versione, introduzione e commento di), Lettera ai Romani, ed. Paoline, II ediz., Milano 2001.

4,1-12 LA FEDE ADULTA DI ABRAMO

Una divergente interpretazione di questo passo paolino sulla sufficienza della fede rispetto alle opere ha dato origine alla lunghissima diatriba tra cattolici e protestanti, oggi per fortuna superata. Si è concordi nel ritenere che Paolo, pur non indicandolo espressamente, intendeva dire che la sola fede ci salva, che la fede è prioritaria, anche se è evidente che chi crede non può non operare in modo conseguente. Paolo cita alcuni brani biblici, in particolare riguardanti la storia di Abramo, per indicare come egli abbia creduto alle incredibili promesse di Dio, e questa fede sia stata da Lui apprezzata fino a farne motivo di salvezza gratuita, anche senza le opere. Con ciò non sono però risolti i grandi problemi che stanno sotto: quale la vera consistenza della fede di Abramo, i confini della sua obbedienza e autonomia, come essere certi di riconoscere la volontà di Dio… Sono problemi enormi e in questa sede non si potrà che balbettare pochi cenni. Cerchiamo di individuare alcuni caratteri della fede di Abramo, indicataci come modello da seguire, una fede non ingenua ma matura:

sostanziale, non formale:si può ricavare dalla discussione sulla circoncisione; questa è un aspetto formale, esterno, tutt’al più un sigillo (4,11) che si appone a una sostanza, la fede appunto. Con ciò si cancellano facili devozionismi e superstizioni – diffusi allora come oggi: non possiamo ricercare la nostra sicurezza in un’appartenenza formale o segni esteriori. La fede è una ricerca continua, che non può mai ritenersi tranquilla e appagata;

scomoda:Dio chiede ad Abramo di lasciare la propria terra, le proprie comodità, per recarsi da straniero in terre lontane. Questa scomodità non è masochistica, ma deriva dall’iniziativa che Dio ha sulla nostra vita, conducendoci per vie non sempre coincidenti con la nostra volontà e comodità;

obbediente ma non cieca:Abramo discute, esercita il senso critico. Di fronte alla richiesta aberrante di sacrificare l’unico figlio, tanto desiderato, ascolta lo spirito (l’angelo) e si ferma;

si misura con situazioni drammatiche,di vita o di morte, come appunto il sacrificio di Isacco. La fede non è questione da comodi salotti e neppure da austere aule universitarie. Deve aver presente la drammaticità del mondo e va giocata nella vita concreta, non nelle chiacchere.

Sulla fede adulta in un mondo adulto, quello del 20° secolo, ha scritto pagine indimenticabili Dietrich Bonhoeffer, prossimo ormai all’impiccagione nell’inferno della prigione nazista. Possono illuminarci su cosa intendere oggi per fede adulta di Abramo. Parlando dei personaggi della Passione (il centurione, Giuseppe d’Arimatea, le donne al sepolcro…) dice: “L’unico tratto in comune fra loro è la partecipazione al dolore di Dio in Cristo. Questa è la loro “fede”. Niente della pratica religiosa: l’atto religioso è sempre qualcosa dì parziale, la “fede” qualcosa di totale, un atto vitale. Gesù non chiama a una nuova religione, ma alla vita.”[1]

La conquista dell’età adulta ci porta dunque a un vero riconoscimento della nostra situazione davanti a Dio. Dio ci fa sapere che dobbiamo vivere come uomini che se la cavano senza Dio. Il Dio che è con noi, è il Dio che ci abbandona (Mc. 15, 34). Il Dio che ci fa vivere nel mondo senza l’ipotesi di lavoro Dio, è il Dio al cospetto del quale siamo in ogni momento. Con e al cospetto di Dio noi viviamo senza Dio. Dio si lascia scacciare dal mondo, sulla croce, Dio è impotente e debole nel mondo e così e soltanto così rimane con noi e ci aiuta. Mt. 8,17 è chiarissimo: Cristo non aiuta in virtù della sua onnipotenza, ma in virtù della sua debolezza, della sua sofferenza!”[2]

Più tardi ho capito, e non ho ancora finito di capirlo e di impararlo, che soltanto nel pieno essere-in-questo-mondo della vita si impara a credere. Quando si è rinunciato del tutto a fare qualcosa di sé stessi — un santo, un peccatore convertito o un uomo di chiesa (una cosiddetta figura sacerdotale!), un giusto o un ingiusto, un malato o un sano — ed è questo che io chiamo “mondanità” o “essere-in-questo-mondo”, cioè nella pienezza degli impegni, dei problemi, dei successi e degli insuccessi, delle esperienze acquisite e delle perplessità —, allora ci si getta interamente nelle braccia di Dio, allora si prendono finalmente sul serio non le proprie, ma le sofferenze di Dio nel mondo, allora si veglia con Cristo nel Getsemani e, io penso, questa è fede, questa è “metànoia”; e cosi diventiamo uomini, cristiani (cfr. Ger. 45). Come ci si potrebbe insuperbire dei successi e avvilire per gli insuccessi quando nella vita di questo mondo si è compartecipi del dolore di Dio?”[3]


[1] D. Bonhoeffer, Resistenza e resa, Bompiani, Milano 1969, pag. 267.

[2] Ivi, pag. 265.

[3] Ivi, pag. 269.

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