Brianzecum

dicembre 15, 2014

CHIAMATI A PREPARARE LA STRADA

IL CRISTO DELLA FEDE È IL VENIENTE, IMPREVEDIBILE, NON DEL TUTTO CONOSCIBILE: GERMOGLIA E CI RISERVA SORPRESE

di don Giorgio De Capitani*

Attesa messianica. Il primo e il secondo brano della Messa parlano di un “germoglio”. Il profeta Isaia scrive: «Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici». L’autore della Lettera agli Ebrei scrive: «È noto che il Signore nostro è germogliato dalla tribù di Giuda». Partiamo dal brano di Isaia. È una tra le pagine più celebri. Forse si tratta di un canto di intronizzazione di Ezechia, nuovo re di Giuda (parte meridionale della Palestina): siamo nell’VIII secolo a.C. Ezechia è un sovrano giusto, in cui il profeta ripone tutte le sue speranze. Ma Isaia vede in lui un ideale perfetto di sovranità: un’immagine di quello che sarà il re sognato, tale da incarnare tutte le attese del popolo. In breve, le parole di Isaia assumono un valore messianico: le virtù di Ezechia preannunciano l’atteso Messia, che, nel tempo stabilito da Dio, verrà a guidare il popolo eletto.

«Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse». Che cosa significa? Anzitutto, ricordiamo che l’immagine del germoglio è spesso usata nella Bibbia per indicare il sorgere di una nuova realtà. Pensate ai germogli primaverili. Isaia accosta il germoglio al tronco di Iesse, che è il padre di Davide. Ecco allora il significato: dal tronco inaridito, simbolo dei peccati e delle infedeltà della dinastia davidica, spunta un germoglio, segno gratuito e inatteso di vita e rappresentazione di un re, che è un dono divino. Il simbolo del germoglio diverrà, così, un termine per indicare il Messia stesso. Negli scritti del profeta Zaccaria, “germoglio” diventa uno dei nomi del Messia. Ma come sarà questo germoglio, ovvero il futuro Messia? La pianta e il germoglio attirano il vento. In ebraico c’è uno stesso termine per indicare sia il vento che lo spirito, ed è “ruach”. Il vento sta per spirito, perché è qualcosa di interiore, di divino. Lo spirito di Dio si poserà dunque sul germoglio, ovvero sul Messia atteso. Uno spirito abbondante (per quattro volte viene ripetuto la parola “spirito”) che riguarderà tre coppie di doni per il governo del popolo: sapienza e intelligenza (o discernimento), consiglio e fortezza, conoscenza e timore del Signore (con l’aggiunta della pietà diventeranno i sette doni dello Spirito santo nella tradizione cristiana).

Doni dello Spirito. Non mi soffermo su questi doni: dico solo che, se chi detiene una qualsiasi responsabilità di potere, sia nel campo civile che religioso, avesse almeno qualcosa di questi doni dello Spirito, la società sarebbe un po’ diversa. Pensate anche solo ai primi due doni: sapienza e intelligenza, ovvero capacità di discernere ciò che è bene da ciò che male, ciò che è giusto da ciò che ingiusto. Invece che augurarci che i futuri nostri governanti siano in grado di darci pane e lavoro, pregassimo che su di loro discenda almeno un raggio di saggezza e di intelligenza, avremmo anche il pane e il lavoro, oltre ad una vita qualitativamente migliore. È quanto poi dice il profeta Isaia, descrivendo un’era paradisiaca, ricorrendo a immagini di animali ostili tra loro, i selvatici e i domestici, che però ora si compongono in un’armonia festosa. Anche il nemico dell’uomo, il serpente che ha sedotto Adamo ed Eva, (vedi Genesi capitolo 3), gioca sereno con il bambino, che è forse una nuova allusione al tema dell’Emmanuele. Su tutto si stende un’atmosfera di pace e di gioia. Non è questo che ci auguriamo all’arrivo di un nuovo Natale? Ci viene spontaneo pensare: sarebbe troppo bello! Eppure questo è il sogno di Dio, un sogno che Egli vuole realizzare. Chissà quando? L’autore anonimo della Lettera agli Ebrei scrive che Gesù “è germogliato da Giuda”, ovvero da Davide, e non dalla tribù di Levi, a indicare chiaramente la novità del sacerdozio di Cristo, che non è in linea con il sacerdozio levitico ebraico, ma, casomai, secondo l’”ordine di Melchisedeh”.

Gesù è un Messia originale in tutto: esce da ogni schema religioso. Vorrei sempre ricordare che Melchisedeh era un re-sacerdote pagano, privo di ogni legame, diciamo un rappresentante del sacerdozio cosmico. Così sarà il sacerdozio di Cristo, la cui missione non consisterà nel rattoppare un po’ la religione ebraica, e tanto meno nell’inventare una nuova religione, ma nello stabilire un’alleanza con l’Umanità intera. Neppure noi cattolici dobbiamo fare di Cristo qualcosa di nostro. Se è vero che il Natale è una festa “cristiana”, è anche vero che non è una festa tipicamente religiosa o tipicamente cattolica, in senso stretto. Cristo non è nostro: Cristo è di tutti, appartiene all’Umanità.

Missione del Battista. Il brano del Vangelo riporta la testimonianza di Giovanni il Battista che, alla domanda esplicita dei sacerdoti e dei leviti, inviati dai farisei: “Tu, chi sei?”, risponde: “Io non sono il Cristo… Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete dritta la via del Signore”. Giovanni, dunque, chiarisce ogni equivoco: lui non è il Messia, ma è soltanto una voce che grida perché la gente si prepari alla venuta del Salvatore. Anche Giovanni non poteva prevedere ciò che avrebbe fatto il cugino Gesù. Forse pensava che il Cristo avrebbe incarnato lo spirito di Elia o di qualche altro profeta dell’Antico Testamento. Forse anche Giovanni è andato oltre il fatto di essere solo e nient’altro che una voce. Nessuno vuol essere uno strumento puramente meccanico. Anche Giovanni ci ha messo del suo. Ma ha perfettamente capito qualera la sua missione.

Essere voce significa fare spazio, perché chi sta per venire faccia tutto quello che ritiene giusto fare. Essere voce significa preparare libera la strada, senza porre alcuna condizione a chi verrà. L’atteso è sempre inatteso, ovvero l’imprevisto, è una tale novità da lasciarci meravigliati. L’atteso va oltre i nostri desideri, le nostre speranze, i nostri sogni. Certo, aspettiamo qualcuno perché ne abbiamo bisogno: siamo al colmo della disperazione, siamo al limite di sopravvivenza, ci sentiamo perduti. Ma, a differenza di quando noi votiamo per le amministrative o per le politiche, non siamo noi a candidare chi sarà il Messia. Dobbiamo dare incondizionata credibilità al piano di salvezza di Dio, che si realizza nella storia. Attenzione! La cosa più pericolosa è quando essere voce significa sostituirsi a qualcuno. Non sono io la voce di Dio o di Gesù Cristo. Neppure la Chiesa lo è. Con quale facilità diciamo: “Questo è il volere di Dio!”. Il nostro compito di credenti e la missione della Chiesa non consistono nel sostituirsi a Dio. Noi siamo chiamati semplicemente a preparare la strada alla venuta di Dio, lasciando a Dio la libertà di venire come Lui vuole.

Preparare la strada significa educare all’essenziale. Ecco dove sta il nostro compito. Un compito veramente difficile. Per educare all’essenziale occorre far capire la differenza tra ciò che è superfluo e ciò che è essenziale. C’è una tale commistione che prendiamo tutto come se fosse essenziale. Giovanni cita le parole di Isaia: “Sono voce di uno che grida nel deserto”. C’è qualcosa di più essenziale di un deserto? Infine, le parole di Giovanni: “In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete”, più che un rimprovero le leggerei come un invito ad assumere un atteggiamento di attenzione. Cristo non può essere mai del tutto conosciuto. Guai se lo fosse! Vorrebbe dire che non sarebbe più la nostra Sorpresa quotidiana. Il Cristo storico è il Venuto, ma il Cristo della fede è il Veniente, Colui che è l’Imprevedibile, il non del tutto conosciuto. I cristiani che dicono: “Io conosco chi è Cristo”, sono pericolosi, fondamentalisti. l seguaci del Cristo Veniente sono coloro che non smettono mai di cercarlo. Il Cristo dogmatico è l’Anti-Cristo della Fede.

*omelia del 14 dicembre 2014: Quinta domenica di Avvento (Is 11,1-10; Eb 7,14-17.22.25; Gv 1,19-27a.15c.27b-28). Fonte: http://www.dongiorgio.it/14/12/2014/omelie-2014-di-don-giorgio-quinta-domenica-di-avvento-rito-ambrosiano/

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ottobre 7, 2014

SERVI INUTILI (Lc 17,7-10)

UNA FEDE INTEGRALE RENDE STRAORDINARIA LA PIÙ QUOTIDIANA ORDINARIETÀ. DIO VUOLE COLLABORATORI ATTIVI, NON SERVI PASSIVI

di don Giorgio De Capitani*

Parole sconcertanti. Il brano sui servi inutili si trova solo nel Vangelo di Luca. Come ogni brano, anche questo va inserito nel suo contesto. Occorre cioè considerare ciò che lo precede e anche ciò che lo segue. E, soprattutto per il brano di oggi, bisogna tener conto degli usi e costumi del tempo di Gesù. Anzitutto, Luca è l’evangelista che immagina tutta la vicenda pubblica di Cristo come un lungo viaggio verso Gerusalemme, ovvero verso la croce e la risurrezione. Tutto si svolge in questo viaggio: questo è il vero contesto da tenere presente, se si vogliono comprendere le parole e i fatti compiuti da Gesù. Vediamo ora ciò che precede il brano di oggi. Gli apostoli, forse scoraggiati da quanto stava loro chiedendo il Signore per far parte del Regno dei cieli (in particolare il distacco radicale dalla ricchezza), implorano Gesù di aumentare la loro fede. «Accresci in noi la fede!». Come dire: Signore, ci stai chiedendo l’impossibile, da soli non ce la facciamo! La risposta di Gesù non si fa attendere ed è, come al solito, sconcertante. Ogni parola del Signore sorprende, altrimenti non sarebbe la sua parola. Dio non è mai qualcosa di scontato. Ogniqualvolta ci parla, e ci parla in tante maniere diverse, ci tira fuori dal nostro mondo troppo razionale.

Qualità della fede. Ecco cosa dice agli apostoli: «Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe». Non dimentichiamo che il gelso palestinese ha radici così profonde da resistere perfino alle tempeste più impetuose. La risposta di Gesù sembra quasi un rimprovero come se, in quel momento, i Dodici avessero così poca fiducia nel loro Maestro da avere una “fede” inferiore a un granellino di senapa, che è il più piccolo di tutti i semi. Con questo paragone paradossale Gesù che cosa intendeva insegnare? Voleva ricordare che ciò che conta nel rapporto con il Signore è la “qualità” e l’integralità della fede: l’energia di una cosa non sta nella sua grandezza, ma nella intensa vitalità che, pur piccola, la fa crescere in maniera sproporzionata in rapporto alle sue dimensioni. La fede, pur essendo una realtà intima che non ha nulla di appariscente, non compie, non richiede e non si avvale di gesti spettacolari, non ambisce a particolari riconoscimenti e vive e si inserisce nella quotidianità più ordinaria. Proprio per questa sua ordinarietà quotidiana, ha in sé la forza di rendere “straordinario” tutto ciò che tocca, tutto ciò che vede, nella semplicità di sentirsi parte del grandioso mistero divino. Ecco i veri miracoli della natura, i veri miracoli dell’essere umano, i veri miracoli di una società che vive dei propri doveri quotidiani, fondati sulla giustizia e sulla carità, i veri miracoli di una Chiesa, libera da strutture efficientistiche o taumaturgiche in quanto tali.

Servire. In questo contesto si inserisce la parabola dell’agricoltore (il Vangelo di oggi), con cui Gesù illustra il senso autentico della fede e dimostra anche la difficoltà di possederla. L’immagine utilizzata dal Maestro, apparentemente dura e crudele tanto da offendere la sensibilità di noi moderni, in realtà descrive la vita del suo tempo, quando l’operaio, più che un dipendente, era uno schiavo dal quale il padrone poteva esigere qualsiasi prestazione e in qualsiasi momento. Anche qui, come in altre occasioni, Gesù non dà alcuna valutazione morale su tale realtà sociale che sicuramente detestava, ma si limita ad applicarla al “Regno di Dio” da lui introdotto fra gli uomini, trasfigurando a modo suo quella realtà, dando alle parole un altro significato. Pensate alla parola “servo”. Ancora ai tempi di Gesù, il servo era lo schiavo al servizio di un padrone. Ma Gesù ha saputo dare un valore diverso alla parola “servo”. Lui, Figlio di Dio, Libertà assoluta, ha detto: «Il Figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire» (Mc 10,45). Il servizio è un tema che piace all’evangelista Luca. Il servizio rappresenta il modo in cui i poveri ai tempi di Gesù, gli anawim, aspettavano il Messia: non come un re potente o messia trionfante, sommo sacerdote o giudice, bensì come il Servo del Signore, annunciato da Isaia (Is 42,1-9). Maria, la madre di Gesù, disse all’angelo: «Ecco la serva del Signore. Si compia in me secondo la tua parola!» (Lc 1,38). A Nazaret, Gesù si presenta come il Servo, descritto ancora da Isaia (Lc 4,18-19 e Is 61,1-2). Nel battesimo e nella trasfigurazione, fu confermato dal Padre che cita le parole rivolte da Dio al Servo (Lc 3,22; 9,35 e Is 42,1). Ai suoi seguaci Gesù chiede: «Chi vuole essere il primo sia il servo di tutti» (Mt 20,27).

Dovere. Nella parabola di oggi, il servo o schiavo serve il padrone, e non il padrone serve il servo. Ma in un altro testo Gesù dice il contrario: «Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli. In verità io vi dico: si cingerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli» (Lc 12,37). In questo testo, è il Signore che serve il servo, e non il servo il signore. Qualche esegeta dà questa interpretazione: nel primo testo, Gesù parlava del presente, nel secondo testo, Gesù parlava del futuro. Chi serve Dio in questa vita presente, sarà da Dio servito nella vita futura! Nella parabola di Gesù mi piace quando parla di dovere, mi lascia perplesso l’aggettivo “inutile”: «Siamo servi inutili». Sì, mi piace quando Gesù dice: «Abbiamo fatto ciò che dovevamo fare». Il dovere non è qualcosa di generoso, qualcosa che merita un premio o una riconoscenza. Il dovere è un atto eroico in sé, in quanto dovere. Non c’è nulla di extra, di eccezionale che vada oltre il nostro essere. Se vedo un affamato che mi chiede un po’ di cibo, che devo fare? È mio dovere aiutarlo. Se lo aiuto, devo dire: “Ho fatto ciò che dovevo fare”. Non abbiamo idee molte chiare in proposito, forse anche per colpa di una religione che ci mette sempre del suo, pur di spingere i credenti ad essere buoni, generosi, altruisti, benefattori. E anche a proposito dei cosiddetti benefattori, quante idee confuse! Li stimiamo, magari li veneriamo, dimenticando che chi ha di più ha il dovere di dare di più, il che non significa essere più generosi degli altri.

Parte del nostro essere. In questa società, dove la prima parola è il diritto, quale parte ha il dovere? I diritti senza i doveri non stanno in piedi, non hanno alcuna giustificazione. È giusto che l’operaio abbia un salario dignitoso, ma il salario non può essere disgiunto dal dovere dell’operaio di lavorare come è richiesto dal contratto di lavoro. Uno studente non può pretendere di essere promosso, se non studia. E qui vorrei rivolgermi agli educatori e ai genitori in particolare: quanto è importante inculcare già nei piccoli il senso del dovere dello studio! Il dovere non va visto come imposto da qualche autorità esterna: esso fa parte del nostro essere. Se siamo fatti così e così, abbiamo di dovere di agire di conseguenza. Ma che senso allora dare all’aggettivo “inutile”? “Siamo servi inutili”. Perché “inutili”? Ho trovato questa spiegazione, che solo apparentemente potrebbe dare una risposta. Le parole “noi siamo servi inutili” non corrisponderebbero al pensiero di Gesù, ma sarebbero la constatazione amara di quei servi o schiavi che, di fronte agli ordini del padrone, riconoscono di non valere nulla, di essere “inutili”. Se accettiamo questa spiegazione, anche la seconda parte andrebbe letta al negativo: “Abbiamo fatto ciò che ci è stato imposto!”.

Collaboratori attivi. Secondo me, l’aggettivo ”inutile” lo leggerei in un modo del tutto diverso: proprio perché compio il mio dovere, che fa parte del mio essere, non mi rendo utile al sistema o al potere. Dunque, inutile sta per non-utile. Altro che remissivo, passivo, costretto a subire ordini! Dio non ci vuole discepoli passivi, già appagati di aver fatto il loro dovere eseguendo gli ordini della gerarchia ecclesiastica. Non ci vuole servi inutili, mossi da timore reverenziale nei confronti di un Dio-padrone. Dio ci vuole collaboratori, creatori del suo Regno. Sentirci co-responsabili non ci esime dal nostro dovere di essere figli e fratelli. Tutto è dovere, e tutto è amore. L’amore è un comandamento, come ha detto Cristo, in quanto fa parte del mio dovere di essere ciò che sono. La libertà, dono di Dio, sta nel vivere in pienezza, nel migliore dei modi, il mio dovere di essere figlio del Padre universale e fratello nell’Umanità.

*omelia del 5 ottobre 2014: commento di Lc 17,7-10

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agosto 6, 2014

LA PORTA STRETTA

FAR POSTO ALL’ALTRO E ALLA SUA SOFFERENZA È L’UNICA VIA CHE PORTA ALLA VITA: PARADOSSALMENTE ALLARGA

di don Angelo Casati*

Controtendenza? Forse anche a voi, come a me, di primo acchito ciò che rimane impressa nella mente è l’immagine, in qualche misura inquietante, della porta stretta: “ Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno”. E che cosa è “porta stretta” ci chiediamo. Il Gesù, che abbiamo conosciuto come uno che allarga, forse che ora restringe? Come vedete si tratta di non fraintendere. Basterebbe pensare che gli ultimi detti di Gesù che Luca ha raccolto nel suo vangelo, proprio immediatamente prima dell’episodio che oggi abbiamo ascoltato, portavano due bellissime immagini di allargamento e di crescita. Ve le ricordo: il regno che Gesù porta sulla terra è nell’immagine di un piccolo granello di senape che cresce e diventa albero e gli uccelli del cielo a far nido tra i suoi rami. E, insieme, l’immagine del grumo di lievito che una donna mescola in tre misure di farina. Finché tutta sia fermentata. Ed ecco la porta stretta. Che sembra in controtendenza con il granello di senapa e il grumo di lievito.

Non conta il numero. L’immagine viene al cuore di Gesù in risposta a un tale che, molto probabilmente turbato dalle aperture di Gesù, dai suoi sconfinamenti, lo interroga sul numero di quelli che si salvano. Saranno molti? Si salveranno tutti? Certamente vi siete accorti che Gesù non risponde, non risponde sul numero, non risponde a questi che fanno questione di numeri e per di più fanno questione di numeri sulla pelle degli altri. Guardate che capita, capita ancora oggi, e nei nostri ambienti. Capita che in questione, in questione di salvezza, siano sempre gli altri e non noi, la fede degli altri e non la nostra. Perdonate, ma a volte mi è capitato di pensare che cosa succederebbe se sull’uscio apparisse Gesù. Non cambierebbe tono, ci direbbe: “Ma sforzatevi voi di entrare per la porta stretta”. Perché non conta il numero. Se poi lo sapeste, che cosa ne fareste? Voi sareste capaci di organizzare una tavola rotonda per discutere sul numero dei salvati. Così all’infinito!

Conta il passaggio per la porta. Che cos’è la porta? Dov’è la porta? Ebbene d’istinto la mente mi è andata a una pagina del vangelo di Giovanni dove Gesù attribuisce a sè questa immagine, dice che è lui la porta: “In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore… se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10, 7.9-10). Mi si è subito illuminata nella mente una cosa bellissima: misura della porta è la vita di Gesù. Mi sono detto: tu passa per quella misura. Misurati su Gesù, misurati, sempre più, sul vangelo. Non impallidirne la memoria nella tua vita, non impallidirla né per te né per gli altri. Perché Gesù e il suo vangelo sono porta alla vita vera, alla pienezza della vita. Non dimenticare! Era commovente oggi il racconto tratto dal libro di Giosuè. Il popolo, dopo le fatiche di un attraversamento di deserto durato quarant’anni, passa il Giordano ed entra nella terra promessa e Giosuè, il nuovo traghettatore, comanda che nel fiume vengano issate dodici stele, come dodici sono le tribù. A ricordo, a perpetua memoria, così che, quando i figli chiederanno conto di quelle pietre, si ricorderà loro che porta di uscita dall’Egitto, porta di ingresso nella nuova terra è stato ed è il Signore.

Non passa chi opera iniquità. Ebbene la porta che è Gesù, è stretta nel senso che non dà licenza di ingresso a coloro – lo abbiamo sentito – che sono nell’immagine del ladro, cioè di coloro che rubano, uccidono e distruggono. Non hanno niente da spartire con il vangelo. E voi sapete che ci sono tanti modi, alcuni meno evidenti, di rubare, uccidere, distruggere. Quando non vediamo altro che noi stessi noi decliniamo ampiamente tristemente questi verbi. Che sono la distruzione della vita. Porta stretta, ancora, è Gesù – e pure questo abbiamo ascoltato – per quelli che si professano suoi seguaci, suoi sostenitori e difensori, ma è solo vernice! Verniciano di religione e di difesa della religione i loro interessi, opere che sono contro la giustizia. Porta chiusa. Fa molta impressione la reazione di Gesù contro gli ultraortodossi della fede che sbandierano appartenenze, loro conclamati difensori della fede: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me , voi tutti operatori di iniquità”.

Ed ecco il paradosso – ormai siamo abituati ai paradossi del vangelo – la porta “stretta” diventa la porta “larga”, larga che più larga non si può. Riascoltiamo: “verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio”. Ma allora per chi è stretta la porta di Gesù. Forse potremmo dire: per chi ha l’anima stretta, per chi ha il cuore stretto, per chi ha la mente stretta, le visioni strette, il modo di pensare Dio, se stesso e gli altri stretto. Stretta la porta anche per chi vi entra. In che senso? Nel senso che chi nel cammino della vita fa sua una visione senza confini, chi dà posto agli altri, chi non intende vivere solo per se stesso, prima o poi, non può non incontrare anche il passaggio stretto, stretto come i passaggi stretti che si ritrova in parete chi scala i monti, il passaggio stretto del sacrificio: tu dai posto se fai posto, se ti contrai nell’eccesso e nella esorbitanza delle tue attese. E contrarsi non è mai un gioco. Ci sono giorni che l’amore anche lo paghi. Perché amare, e già lo ricordavamo, non è uno spiaccichio di parole. Il Signore della croce ce lo ricorda. Ce lo ricorda con le sue braccia allargate. Le braccia allargate hanno pagato.

Stretta e sconfinata la porta della croce. Stretta e sconfinata la porta di chi veramente ama e ci mette del suo, per vivere ciò che oggi affermava Paolo nella lettera: “Forse che Dio è Dio soltanto dei Giudei? Non lo è anche delle genti? Certo anche delle genti!”. Fare posto all’altro, mettersi nella sofferenza dell’altro, può essere una porta stretta ma è la sola che porta alla vita, alla pienezza della vita. Allargare, dunque dilatare. Di tanto in tanto mi chiedo se io allargo, se dilato se nella mia vita faccio spazio. Non ancora del tutto, vorrei confessare. Non sempre, vorrei confessare. Qualche domenica fa ho citato un uomo di teatro, Alessandro Bergonzoni. L’ho ritrovato in un’altra sua espressione folgorante: “Faccio voto” dice “faccio voto di vastità”. Un voto che vorrei fare anch’io. Di vastità. E che Dio mi aiuti ad essere fedele! Al voto.

* Omelia del 27 luglio 2014, Domenica settima dopo pentecoste (Gs 4,1-9; Rm 3,29-31; Lc 13,22-30)

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luglio 9, 2014

CON TUTTO IL CUORE

I DIVERSI SIGNIFICATI: NELLA BIBBIA INDICA ANCHE SEGUIRE L’INCLINAZIONE BUONA E QUELLA CATTIVA

di Piero Stefani*

Significati. «Cuore» è una parola molto diffusa nella Bibbia. Ciò vale sia per l’Antico sia per il Nuovo Testamento. All’ampiezza delle ricorrenze corrisponde quella dei significati metaforici. Per rendersene conto basta riferirsi alla traduzione greca dei LXX la quale ha avuto, per così dire, «problemi di cuore». Infatti i due sinonimi ebraici lev e levav sono stati tradotti con un vasta area di termini spesso legati alla sfera della conoscenza (psyché, nous, phronesis, dianonia ecc.), ma anche con la parola kardia. Si deve dunque a questa traduzione, che tanto ha inciso sul Nuovo Testamento, l’aver introdotto in greco la metafora legata al cuore, termine che nella lingua classica dell’Ellade era quasi sempre impiegato in un senso anatomico e fisiologico privo di particolari significati simbolici. L’uso biblico del termine differisce radicalmente da quello occidentale, di ascendenza soprattutto romantica, che assegna al cuore la dimensione sentimentale contrapponendolo così alla mente e alla volontà razionale («al cuor non si comanda»). Nella Bibbia abbiamo una vasta area di significati, tuttavia l’asse di riferimento principale è riconducibile a quello che può definirsi una sfera intellettivo-volitiva collegata anche alla coscienza. Per comprendere tutto ciò conviene tener conto che l’antropologia biblica è «senza cervello», vale a dire essa ignora completamente l’organo che per noi costituisce la base organica del pensiero. Tuttavia, per quanto possa suonare paradossale, la diversità non annulla il fatto che l’uso traslato della parola «cuore» rappresenti un’eredità biblica e non greca. Siamo differenti ma nasciamo da lì. Tuttavia per noi si è ormai attenuata la centralità riassuntiva e l’ambivalenza antropologica collegata a questa parola.

«Ti amo con tutto il cuore» è espressione corrente. Forse si può dire che equivalga a «con tutto me stesso», o in maniera più tenue a «senza riserve». Anche la Bibbia conosce l’espressione «con tutto il cuore». Il passo più decisivo in tal senso lo si trova all’inizio dello Shema‛ Israel: «Ascolta Israele, il Signore è nostro Dio, il Signore è uno. Amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (Dt 6,4). Si può dunque amare Dio che non si vede e non si tocca (due dimensioni in pratica imprescindibile nell’amore interumano)? Come si può amare colui che è infinitamente al di là di tutte le esperienze che abbiamo nella vita? A lui ci rivolgiamo, ma Egli si rapporta con noi in modo del tutto diverso da come noi ci volgiamo a lui. Nessun altro amore vive una bilateralità così scompensata. Ci può essere un amore umano che si scontra con l’indifferenza e persino con l’odio, ma non ve ne è uno che si misuri con un altro amore del tutto difforme. La centralità assunta nella fede cristiana dall’incarnazione è dovuta anche al fatto che, attraverso la visibilità e la tattilità assunta dal Figlio di Dio, il divino e l’umano possono amarsi reciprocamente in modo paragonabile. Proprio in ciò si trova il fondamento primo in base al quale l’amore del prossimo è collegato a quello di Dio: «chi infatti non ama il prossimo che vede, non può amare Dio che non vede» (1Gv 4.20).

Due inclinazioni. Lo Shema‛ non conosce l’incarnazione. Amare con tutto il cuore, lì, significa prima di tutto ascoltare, vale a dire obbedire (cioè, anche secondo l’etimo della parola italiana, «prestare ascolto») ai precetti (mizwot). Ma cosa significa allora mettere in pratica la volontà di Dio con «tutto il tuo cuore»? Una risposta rabbinica a questa domanda ci fa entrare appieno nella ambivalenza della condizione umana. «Con tutto il tuo cuore» significa «con tutte e due le inclinazioni, con l’inclinazione buona e con quella cattiva» (Sifrè Devarim 32). L’«inclinazione buona» è la disposizione d’animo volta a obbedire, orientata quindi a fare ciò che è giusto agli occhi di Dio; l’«inclinazione cattiva» non è la malvagità, non è la volontà distorta indirizzata alla trasgressione, è semplicemente l’istinto vitale che vuole affermare se stesso a prescindere dalle regole; si tratta cioè di quella base vitalistica che ci è indispensabile per sopravvivere. Gli antichi rabbi affermavano che se non ci fosse l’inclinazione cattiva nessuno genererebbe, nessuno costruirebbe case, nessuno commercerebbe e così via. In definitiva amare Dio con tutto il cuore significa amarlo nella vita e con la vita essendo nel contempo consapevoli di tutte le irrisolte ambiguità inscritte nella condizione umana.

*Il pensiero della settimana 485, fonte: http://pierostefani.myblog.it/2014/07/06/485_con-il-cuore/

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Maggio 14, 2014

COME OPERA LO SPIRITO SANTO

DALLE DISPUTE FA SCOPRIRE IL MEGLIO, DENUNCIA PRIVILEGI RAZZISTICI, CI SPINGE AL SERVIZIO

di don Giorgio De Capitani*

Protagonismo dello Spirito santo. Il primo brano della Messa fa parte degli “Atti degli Apostoli”, un libro che nell’ordine canonico degli scritti del Nuovo Testamento viene subito dopo il Vangelo di Giovanni. Composto da Luca, autore anche del terzo Vangelo, racconta gli inizi del cristianesimo, insistendo in modo particolare su Paolo, con l’intento di far arrivare il messaggio di Cristo fino a Roma, il cuore dell’impero pagano, e qui il libro si chiude con la prima prigionia del grande apostolo. È un libro poco noto ai cristiani di oggi. E pensare che è fondamentale per i credenti conoscere ciò che è successo subito dopo la morte e la risurrezione di Cristo. Il titolo “Atti degli Apostoli” può distoglierci dal vero protagonista, che non è Pietro o Paolo, ma è lo Spirito Santo. Qui il discorso si farebbe lungo. Già ho fatto qualche accenno. Non dobbiamo mai dimenticare che è lo Spirito Santo a tradurre il Cristo nella vita della Chiesa, oltre la sua vicenda terrena. Già ho parlato della differenza tra il Cristo storico e il Cristo della fede: in breve, lo Spirito Santo ha la missione di interiorizzare il Cristo storico senza naturalmente renderlo disincarnato, come qualcosa di evanescente. Non è facile far capire la realtà del cristianesimo che, sotto l’azione dello Spirito Santo, s’incarna ancor di più, senza fermarsi solo alle vicende storiche di Cristo. È interessante vedere, man mano si legge il libro “Atti degli Apostoli”, ciò che succede dopo la discesa dello Spirito santo, il giorno della Pentecoste. Lo Spirito conduce la Chiesa primitiva quasi per mano, pur tra le numerose difficoltà e anche gli errori dei suoi seguaci.

Non pensiamo che tutto filasse liscio, che tutti fossero già santi, anche se i primi cristiani inizialmente erano chiamati anche “santi”, ovvero consacrati al Cristo e al suo servizio. Santi, nel senso di “chiamati alla santità”, ma non perché fossero già santi per il fatto di essere cristiani. Il libro “Atti degli Apostoli” registra già nella Chiesa primitiva defezioni, tradimenti, infedeltà, contese, litigi, invidie. Non dobbiamo pensare che lo Spirito Santo, come un burattinaio, manovrasse i cristiani come manichini. Ognuno aveva la sua libertà, manteneva il suo carattere, poteva, se voleva, sbagliare. Quindi, non dobbiamo scandalizzarci se già fin dagli inizi tra i credenti nascessero delle incomprensioni. È quanto ci rivela il brano di oggi. Nel capitolo sesto, Luca annota che il numero degli appartenenti alla Chiesa cresceva sensibilmente, e si sentiva perciò l’esigenza di dare a tale sviluppo una forma minimamente organizzativa. Ma la strada non era tutta in discesa: sorsero fulminee anche le prime difficoltà. Difficoltà provenienti dall’esterno (basterebbe pensare alla violenta opposizione scatenata dal giudaismo ufficiale nei riguardi del cristianesimo), e difficoltà provenienti anche dall’interno delle comunità cristiane che man mano si sviluppavano: i primi seguaci di Cristo dovettero affrontare problemi nuovi – inizialmente di carattere organizzativo, in seguito anche di carattere dottrinale – che rischiavano di indebolire la Chiesa stessa. Per avere una certa idea della complessità delle varie situazioni, cercherò di sintetizzare al massimo la composizione delle prime comunità cristiane.

Proseliti, ellenisti, simpatizzanti. Diciamo subito che i primi cristiani erano ebrei convertiti, quindi provenivano dal mondo giudaico. Ma il mondo giudaico non era monolitico. C’erano i giudei residenti in Palestina e c’erano i cosiddetti giudei della “diaspora”, ovvero i giudei che per diversi motivi erano andati ad abitare fuori della propria patria. Diaspora significa dispersione, che era iniziata dopo l’esilio babilonese. Non tutti gli ebrei tornarono in patria. Ora, questi giudei che risiedevano fuori della Palestina erano in un certo senso più aperti dei loro connazionali che abitavano in patria. Erano chiamati “ellenisti”, perché erano a contatto con la cultura greca e ne avevano subito anche un certo fascino. Ma c’erano anche gli ebrei cosiddetti “proseliti”: erano quei pagani che avevano aderito in tutto alla fede giudaica, accettandone perfino la circoncisione. E infine c’erano i pagani “simpatizzanti” per il giudaismo: erano quei pagani che partecipavano al culto della sinagoga, senza tuttavia abbracciare in tutto e per tutto le numerose osservanze giudaiche, tanto meno la circoncisione. Adesso potete farvi una certa idea della composizione delle prime comunità cristiane, che erano composte di convertiti dal mondo giudaico in senso stretto e da quello aperto della “diaspora”, e di pagani più o meno simpatizzanti col mondo giudaico e di pagani-pagani.

Primato dello spirito. All’inizio non è stato facile mettere insieme questa variegata composizione di culture e di religiosità, tenendo conto poi che il cristianesimo andava ben oltre l’ebraismo e il paganesimo. Capite adesso ciò che scrive Luca all’inizio del brano di oggi: “In quei giorni, aumentando il numero dei discepoli (tra parentesi: i primi credenti inizialmente erano chiamati fratelli, discepoli, santi e infine cristiani), quelli di lingua greca mormoravano contro quelli di lingua ebraica”. Che cosa era successo? Si tratta di un caso molto concreto: riguardava l’organizzazione dei pasti comuni, cioè la distribuzione quotidiana di vitto e sussidi, a favore dei poveri. Un po’ di chiarezza: la mensa dei poveri non è stata una invenzione dei primi cristiani: era già in uso nelle comunità giudaiche. È vero che i cristiani si staccarono a poco a poco dalla religione ufficiale ebraica, ma non distrussero tutte le più belle abitudini ebraiche. Cristo è venuto a restituire l’anima alle cose, senza distruggere le cose. Ha ridato il primato allo spirito, all’essere umano in quanto essere umano. Capite allora che c’è modo e modo di vivere ad esempio la carità verso il prossimo. I primi cristiani non colsero nel profondo la Novità rivoluzionaria di Cristo, che consisteva appunto nel puntare al cuore dei veri problemi esistenziali. Non è che oggi, dopo duemila anni di cristianesimo, abbiamo ancora capito del tutto che cosa significhi amare Dio e amare il prossimo. Il razzismo di qualsiasi forma è presente ancora tra i credenti, in quanto conservazione di privilegi, e i privilegi sono il mantenimento di ciò che abbiamo, dimenticando quanti non hanno avuto la fortuna di avere quanto abbiamo noi.

Ed ecco la lamentela: le vedove degli “ellenisti” vengono trattate meno bene rispetto alle altre. E questo che cos’è? Una forma di razzismo. Da qui nasce la contestazione, e la contestazione spinge alla discussione tra gli stessi apostoli. Già questo fa capire lo spirito che animava la Chiesa primitiva. In seguito la Chiesa si chiuderà a riccio, ma all’inizio i problemi venivano affrontati con un dialogo aperto e sincero. Ci si confrontava, magari duramente, ma ci si confrontava. Ecco il bello della Chiesa di Cristo: confrontarsi! Man mano la Chiesa s’ingrosserà nella struttura, rifiuterà il dialogo, per dare sempre più importanza agli aspetti istituzionali, tirando fuori la virtù dell’obbedienza e addirittura mortificando la libertà di coscienza. La Chiesa nascente si è preoccupata subito di eliminare ogni forma di ingiustizia o di favori: ogni razzismo. Ed ecco la soluzione: agli apostoli spetterà soprattutto il compito di predicare e guidare le preghiere comunitarie, in particolare il servizio della Parola, sottinteso l’Eucaristia, chiamata allora la “fractio panis”, lo spezzare il pane eucaristico. Per le attività più concrete, inerenti alla carità, si scelgono sette uomini, di “buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza”. Da notare: fra questi sette uomini, c’è uno di origine greca, e c’è un proselito. Da qui possiamo capire l’apertura saggia della Chiesa primitiva, tranne forse sul fatto che tutti e sette i diaconi sono maschi. In ogni caso, nel libro degli Atti degli Apostoli è interessante notare la presenza anche di donne importanti.

In conclusione, due osservazioni. Anzitutto, le difficoltà e i contrasti devono servire a chiarire e a stimolare il passo in direzione del meglio. È il meglio il punto di riferimento per ogni discussione. Ci si deve confrontare, non per imporre il proprio punto di vista, ma per proporre quella che, al momento, si ritiene la soluzione migliore. E c’è di più: la proposta migliore non riguarda solo l’aspetto organizzativo, ma lo stile con cui si realizza la tal cosa. Lo stile dipende dallo spirito con cui si fanno le cose. Seconda osservazione. Nel brano degli “Atti” si parla più volte di servizio: già il termine “diacono” deriva da servizio. I diaconi dovevano servire la mensa dei poveri. Gli apostoli istituiscono il diaconato per non venir meno ad un altro servizio: il servizio della Parola. Anche la Parola va servita. Io non sono padrone né del mio prossimo né della Parola di Dio. Il mio compito è servire. Pensate a cosa noi solitamente intendiamo per ministro e ministero, non solo nel campo politico ma anche nel campo ecclesiastico. Ministro e ministero derivano da “minus”: mi faccio meno, mi faccio più piccolo. La pensatrice francese Simone Weil nei suoi scritti parla di de-creazione. Dio, creando il mondo, si è come ritirato da se stesso, per dar posto all’essere umano e al creato. La creazione di Dio non va vista come se Dio si fosse espanso per dare modo alla sua onnipotenza di farsi valere ancora di più. Dicono che Alessandro Magno avesse un grosso dispiacere: che il mondo fosse troppo piccolo. La nostra avidità umana non ha fondo. Vogliamo di più, sempre di più, occupare spazi, comperare terre, togliere agli altri per espanderci noi. Dio, de-creandosi, vuole che anche noi ci de-creiamo, per dar posto agli altri: togliere qualcosa del nostro io, per far sì che nel vuoto che facciamo de-creandoci, il prossimo più bisognoso possa trovare spazio. Ritirarsi per dare spazio agli altri. Questo significa amare. Tra l’amore e il servizio c’è un nesso inscindibile.

*Omelia dell’11 maggio 2014: quarta domenica di Pasqua, (At 6,1-7; Rm 10,11-15; Gv 10,11-18), Fonte: http://www.dongiorgio.it/11/05/2014/omelie-2014-di-don-giorgio-quarta-domenica-di-pasqua/

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marzo 9, 2014

LA DONNA NELLA CHIESA

DEVE SUPERARE IL RUOLO TRADIZIONALE DELL’OSPITALITÀ, PER RAGGIUNGERE QUELLO DEL DISCEPOLATO, COME INSEGNA L’EPISODIO EVANGELICO DI MARTA E MARIA

di Piero Stefani, Il pensiero della settimana, n. 468*

Marta e Maria. Partiamo da un episodio evangelico noto, ma letto sotto un’angolatura particolare. Si tratta dell’episodio di Marta e Maria. Prima annotazione: siamo di fronte a una scena di ospitalità tutta femminile. Gesù è in cammino e una donna di nome Marta lo ospita (Lc 10,38). Non esiste alcun padrone di casa. In tutto l’episodio i discepoli sono assenti. Il confronto è solo tra Gesù e due donne.Marta offre la diaconia dell’ospitalità (la casa è qualificata solo sua e non già della sorella); e Maria? Non basta qualificarla come simbolo della via contemplativa, non è sufficiente neppure affermare (fatto peraltro completamente vero) che Maria eserciti l’ospitalità dell’ascolto, la più preziosa nei confronti di colui che ha un messaggio da comunicare. Occorre essere più radicali. Maria «seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola» (Lc 10,39). Stare seduti ai piedi di un maestro, come ricorda Paolo nel libro degli Atti (22,3 secondo il testo greco), è la classica espressione giudaica per indicare la condizione del discepolo. Con quel gesto Maria costituisce se stessa discepola, ed è questa «la parte migliore, che non le sarà tolta» (Lc 10,42). Ella va al di là della diaconia (simboleggiata da Marta) ed entra nella sfera del discepolato da cui era dapprima esclusa.

Dimensione piena del discepolato. Un dramma della Chiesa cattolica attuale è che l’atto della donna di emanciparsi dalla diaconia per entrare nella dimensione piena del discepolato apostolico è costretto ad assumere l’aspetto della rivendicazione. La situazione sembra paragonabile a un’ipotetica risposta in cui Gesù avesse detto: «tua sorella ha ragione, torna al servizio, perché, come sai, la casa che ci ospita è in se stessa tutta femminile. Non c’è bisogno che tu diventi discepola/apostola per questo ci sono già i dodici maschi da me scelti». Gesù evangelico non rispose così. Egli non chiamò Maria, fu quest’ultima a scegliere di stare ai suoi piedi. Fu lei a farsi discepola per fornire al Maestro, che non l’aveva chiamata, il più alto dei servizi. Come avvenne in altre occasioni (si pensi soprattutto alla donna siro-fenicia, Mc 7,24-30), pure qui una donna sembra insegnare qualcosa a Gesù.. Maria dimostra che anche una donna può essere pienamente discepola, per quanto sia vero che il modello da lei assunto non è, né poteva esserlo, quello itinerante riservato ai discepoli chiamati ad annunciare il regno.

Linguaggio rivendicativo. La Chiesa non è Gesù, pure lei però dovrebbe essere lieta che le donne siano simboleggiate da Maria e non solo da Marta. Per fare ciò bisogna che ci sia il lieto coraggio da parte delle donne di uscire dagli schemi consolidati – quello dell’ospitalità diaconale – per ricoprire ruoli finora a loro preclusi. Dichiarare poco rilevante questo procedimento, dicendo che c’è qualcosa di ancor più decisivo, sarebbe convincente solo se fosse in grado di creare un ambiente in cui l’apporto femminile sia autonomo e attivo, senza essere costretto a parlare il linguaggio rivendicativo (discorso che nell’episodio evangelico si confà più al parlare di Marta che a quello di Maria).Non sembra che la risposta fornita da papa Francesco nel corso della sua ennesima intervista (questa volta concessa, per par condicio, al Corriere della sera, 5.3.2014) si conformi pienamente a questo modello. Essa infatti pensa assai più a Maria madre di Gesù che a Maria sorella di Marta che scelse, per decisione personale, di diventare discepola di Gesù.«Come verrà promosso il ruolo della donna nella Chiesa?»«Anche qui la casistica non aiuta. È vero che la donna può e deve essere più presente nei luoghi di decisione della Chiesa. Ma questa io la chiamerei una promozione di tipo funzionale. Solo così non si fa tanta strada. Bisogna piuttosto pensare che la Chiesa ha l’articolo femminile “la”: è femminile dalle origini. Il grande teologo Urs von Balthasar lavorò molto su questo tema: il principio mariano guida la Chiesa accanto a quello petrino. La Vergine Maria è più importante di qualsiasi vescovo e di qualsiasi apostolo. L’approfondimento teologale è in corso. Il cardinale Rylko, con il Consiglio dei Laici, sta lavorando in questa direzione con molte donne esperte di varie materie».

 *fonte: http://pierostefani.myblog.it/2014/03/08/468-_-la-donna-nella-chiesa-09-03-2013/

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febbraio 23, 2014

settembre 30, 2013

BELLEZZA E GRATUITÀ

BINOMIO INSCINDIBILE CHE POTREBBE CAMBIARCI LA VITA E FARCI USCIRE DALLA CRISI

di don Giorgio De Capitani su Lc 6,27-38*

Salto di qualità. Gesù, come al solito, non si limita a fare dei ragionamenti in astratto, ma espone il suo pensiero con degli esempi concreti. Anzitutto, si sofferma sull’amore interessato, quello ristretto nella cerchia tra parenti, amici e conoscenti, invitando ad uscire dal cerchio, per andare oltre. Gesù cita i pagani o i peccatori, non tanto per offenderli, ritenendoli per natura dei depravati, quanto per far capire a tutti che la Novità evangelica è tanto alta e nobile da esigere un salto di qualità nei nostri rapporti umano-sociali, indipendentemente se uno è credente in Dio oppure no. È chiaro che, se i cristiani credessero radicalmente nel Cristo, che è l’immagine vivente della Gratuità e della Bellezza di Dio, darebbero un’immagine di sé diversa, anche nei rapporti sociali. Questo è il punto: se io credo in un Dio che è Gratuità e Bellezza, come potrei comportarmi come chi di Dio ha un’immagine distorta, come chi vive senza alti ideali? Cadrei anch’io nella prassi comune di chi trasforma ogni relazione sociale in un “do ut des”. E io credo che noi cristiani, con quel famoso generico slogan “vogliamoci bene”, corriamo il rischio di agire da egoisti, ma in un modo ancor più sottile, in nome proprio del fatto che ci riteniamo tutti fratelli, chiusi però nell’ambito di un gruppo o gruppuscolo. Ci piace vivere nel “nostro” gruppo: ci auto-gratifichiamo; e, se non siamo del tutto contenti e soddisfatti, andiamo di nuovo alla ricerca di qualcosa che ci appaghi.

Il bel pastore. Nelle mie omelie, torno frequentemente sulla Gratuità e sulla Bellezza. La Gratuità è il volto più bello di Dio. In Dio la Bellezza e la Gratuità sono la stessa cosa. Non si possono separare. Parliamo poco della Bellezza di Dio. Eppure la Bibbia ne parla frequentemente. Nel Vangelo di Giovanni, al capitolo 10, troviamo questa definizione che Gesù dà di se stesso: “Io sono il buon pastore”. È corretto anche parlare di “bontà” del pastore, ma nella nostra lingua italiana l’aggettivo “buono” ha assunto un significato un po’ riduttivo: uno è buono perché è caritatevole, perché ha dei sentimenti umani, ecc. Ed è così buono che non farebbe male neppure ad una mosca, anche nel senso negativo di essere incapace di reagire ad una ingiustizia. Il testo originale greco ha un altro aggettivo, che significa: “bello”. Dunque, dovremmo dire che Gesù è il “bel pastore”. Dire bellezza è dire di più. Ci fa pensare a qualcosa di straordinario, che va oltre una semplice bontà. Del resto, anche nella Genesi, l’autore sacro scrive che Dio creando il mondo, al termine di ogni giornata, “vide che era cosa buona”. Bisognerebbe tradurre: “Dio vide che era cosa bella”.

Bellezza, cioè gratuità. Ora, si può concepire una bellezza che è egoismo? una bellezza che è interesse? una bellezza che è calcolo? La Bellezza sarebbe deturpata! La Bellezza in quanto tale è Gratuità. Poco fa dicevo che la Bellezza e la Gratuità in Dio sono la stessa cosa. Se è vero che noi siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio, non possiamo non riflettere Dio, in noi e nel nostro agire, come Bellezza e Gratuità. Proviamo anche noi a fare esempi concreti. Ci hanno sempre detto che bisogna pregare, ed è giusto. Ma: “come” preghiamo? È “bello” il nostro modo di pregare? Anche la preghiera deve riflettere lo stile di Dio, che è Bellezza e Gratuità. Pregare è anche chiedere. Gesù stesso l’ha detto. Ma noi che cosa chiediamo al Signore? Anche le cose che chiediamo devono avere un loro stile. Come educhiamo i piccoli alla preghiera? A pensarci bene, tutti quanti: genitori, educatori, catechisti, preti e suore, dovremmo andare in crisi!

Idea di Dio. Quanto è importante lo stile del nostro rapportarci con Dio! Quanto è fondamentale educare ed educarci a parlare con il Signore, che è il Dio della Bellezza e della Gratuità! La religione ha veramente educato a pregare vedendo Dio come Bellezza e Gratuità? Perché allora siamo così egoisti, chiusi in un mondo banale di interessi senza limiti? Perché siamo così brutti nel nostro modo di comportarci con noi stessi e con gli altri? La preghiera rivela il concetto che ho di Dio. Vedendo come pregano tanti cristiani, un dubbio viene se credano veramente nel Dio della Bellezza e della Gratuità. Un filosofo ha scritto che la stessa società dipende dal concetto che si ha di Dio. Se si ha di Dio un concetto alto, allora anche la società prenderà un certo indirizzo, ma se si ha di Dio un concetto basso, anche la società ne risentirà. Provate a immaginare: se nei duemila anni di Cristianesimo avessimo avuto di Dio un’idea veramente alta, forse saremmo qui a lamentarci di una religione che non ha ancora fatto il salto di qualità, quello evangelico s’intende? Forse saremmo qui come cittadini a lamentarci di una società, ma solo perché non ci permette di vivere senza tanti problemi economici? Dovremmo fare un serio esame di coscienza: che concetto ho di Dio? Solo come un perenne taumaturgo sempre disponibile a farci grazie a buon mercato? Dio è ben altro. Se anche solo intuissimo che cosa significhi Gratuità e Bellezza di Dio, forse ci vergogneremmo del nostro modo di vivere il Cristianesimo. La Chiesa in quanto struttura o un insieme di strutture avrebbe di che arrossire! Ma purtroppo non arrossisce. Ha imparato a convivere, predicando anche bene, ma razzolando male! Certo, non basta predicare bene, se poi l’idea che ho di Dio non si traduce in una forte convinzione vitale.

Prestare gratuitamente. Gesù poi fa un esempio concreto, quello del prestito, su cui non possiamo sorvolare. Gesù dice esplicitamente: “Se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto”. Che cosa intendeva dire Gesù? Anche qui immaginate la reazione di tanta gente, anche cristiana, se Cristo tornasse a dire: Prestate senza interessi, senza ricevere nulla in cambio. Anche Cristo forse non pretendeva che si prestasse a fondo perso. Riflettiamo almeno sugli interessi che pretendiamo quando prestiamo qualcosa agli altri. C’è modo e modo di aiutare le persone. Ci sono anche legami che vanno oltre un aspetto puramente economico. Talora un bene che si riceve ci lega per tutta la vita, creando tutta una serie di condizionamenti veramente umilianti. Il detto popolare è noto: Nessuno fa niente per niente! Al momento sembra un gesto di generosità, in realtà è una bella fregatura!

Usura. L’interesse nella sua forma peggiore si chiama usura. Se prendiamo un dizionario, alla parola usura leggiamo: “profitto che si ricava da un prestito, al di sopra del limite legale o abituale”. Sarebbe davvero interessante evidenziare tutti i passi della Bibbia in cui Dio, tramite i suoi profeti, ha stigmatizzato l’usura. Dal libro del Levitico: “Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria ed è inadempiente verso di te, sostienilo come un forestiero o un ospite, perché possa vivere presso di te… Non gli presterai denaro a interesse né gli darai il vitto a usura” (25, 35-37). Dal libro dell’Esodo: “Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all’indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio; voi non dovete imporgli alcun interesse” (22, 24). Dal Salmo 15,1.5: “Signore, chi abiterà nella tua tenda? Chi dimorerà sulla tua santa montagna?… colui che non presta denaro a usura”. Comunque, c’è un limite: l’usura presso gli ebrei era proibita, ma solo all’interno dei membri del popolo eletto; veniva invece giustificata nei riguardi degli stranieri.

Il denaro è sterile. Anche numerosi filosofi, Platone e Aristotele, hanno condannato l’usura in base alla considerazione che il denaro, per sua natura, è sterile e non produce frutti; pertanto la richiesta di interessi è da considerarsi un comportamento contro natura. Anche i Padri della Chiesa, S. Ambrogio, S. Gerolamo e S. Agostino, furono severi nei riguardi degli usurai. Calvino, invece, giustificò l’usura, senza tuttavia avere seguito. Nel 1745 Benedetto XIV con una enciclica ne ribadì la condanna. Possiamo dire che l’usura è un fenomeno che risale ai primordi dell’umanità, e che persiste ancora oggi. Se ne parla poco, anche da parte della Chiesa, mentre nel passato essa interveniva frequentemente nel condannarla come una piaga sociale. Non c’è solo l’usura che colpisce i singoli, c’è anche l’usura che colpisce le nazioni. Il problema dell’usura tra due persone assume un volto nuovo quando partner sono gli stati, normalmente uno stato ricco che presta a uno stato povero, che spesso non può restituire il denaro avuto e deve rinegoziare il debito a un interesse ancora più gravoso. È difficile uscire da questo cerchio mortale, se non c’è la buona volontà delle popolazioni più ricche nel concedere dei condoni o delle facilitazioni. Qui il discorso si farebbe lungo e complesso, e diventerebbe anche di carattere politico.

Denaro idolo. In ogni caso, l’usura è un delitto gravissimo, una perversione dei rapporti sociali. Siamo sempre al solito punto: ciò che rovina l’uomo e la società è l’uso del denaro. Quando il denaro diventa un idolo, allora tutto diventa lecito: lo si sfrutta in tutti i modi, anche giustificando gli eccessi, vedi le banche che non hanno scrupoli a dettare le loro leggi pretendendo interessi esosi, senza guardare in faccia a nessuno. Nei momenti di crisi ciò può portare a situazioni veramente drammatiche. Come uscirne? Non ci resta che tirar fuori dal Cristianesimo le migliori energie, e il suo segreto sta appunto nella Bellezza e nella Gratuità di Dio. Giustamente è stato scritto che solo la Bellezza salverà il mondo. La Bellezza è Gratuità. Basterebbero queste due parole per sconvolgere la società civile e la Chiesa cattolica. 

*dall’omelia del 29-9-2013. Fonte: http://www.dongiorgio.it/29/09/2013/omelie-2013-di-don-giorgio-quinta-dopo-il-martirio-di-san-giovanni/

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settembre 9, 2013

CANTO DELLA VIGNA (Is 5,1-7)

L’ARIDITÀ DI ISRAELE E LA GIUSTIZIA CHE DIO VUOLE TRA GLI UOMINI PER ESSERE ONORATO

di don Giorgio De Capitani*

 

Canto ed enigma. Il brano, tolto dal libro del Primo o Proto Isaia, è detto canto della vigna. Non si tratta solo di un cantico, nel senso di componimento lirico di tono solenne e di contenuto narrativo o religioso, in realtà la gente cantava durante le feste della mietitura e della vendemmia, e cantava il lavoro e l’amore. Due temi, possiamo dire eterni, da quando esiste l’uomo sulla terra. Si proponevano anche degli enigmi. La gente si divertiva nel trovare qualche spiegazione. Forse Isaia cantò questo, che è, nello stesso tempo, un canto di lavoro, un canto d’amore ed un enigma. Ma siccome era anche un profeta, è andato oltre un senso prettamente letterale: il lavoro e l’amore assumevano significati più alti, e l’enigma diventava ancor più misterioso. Sul momento la gente non ha capito, e si è divertita. Anzi si è appassionata per quel contadino che prova tanto amore per la sua terra e le sue coltivazioni. In apertura il profeta ricorre al linguaggio dell’amore per indicare un rapporto di intimità (“mio diletto…, cantico d’amore…), però subito fa intravedere una delusione, presente nel verbo “attendere”, ribadito quattro volte, a indicare una speranza frustrata. Ed ecco che Isaia si rivolge agli spettatori, ponendo loro una domanda: voi che avreste fatto di fronte a questa vigna così curata ma improduttiva? Il vignaiolo ce l’ha messa tutta per farla fruttificare, ma inutilmente: qualcosa non ha funzionato. Di chi è la colpa? Ecco l’enigma.

Dio e Israele. Tocca ora al profeta risolverlo, lasciando il popolo fortemente amareggiato, perché di colpo si sente coinvolto direttamente, perciò responsabile. Chi è il vignaiolo? Dio stesso. Chi è la vigna? Israele. Dio, dunque, ha fatto di tutto per curare con amore il suo popolo, ma il popolo gli è rimasto infedele e disobbediente. Il versetto 7 suggella il senso della parabola profetica con un gioco di parole che in ebraico marcano la delusione di Dio: «egli si aspettava la rettitudine (mishpat) ed ecco invece il sangue versato (mispah), si attendeva giustizia (sedaqah) ed ecco invece grida di oppressi (se’aqah)». I due termini, rettitudine e giustizia, costituiscono una coppia ricorrente nella predicazione profetica. Il termine ebraico “mishpat”, che in italiano corrisponde a “rettitudine” o “diritto”, è legato all’amministrazione della giustizia. Indica la sentenza del giudice, ma anche il suo contenuto e quindi i comportamenti conformi alla legge e al diritto. Il termine ebraico “sedaqah” o “sedeq”, che in italiano corrisponde a “giustizia”, si riferisce soprattutto alle relazioni con gli uomini e con Dio.

Vivere la giustizia significa avere un rapporto positivo e adeguato con il prossimo e con Dio. Compito del re, secondo la Bibbia, è “fare diritto e giustizia”, governare cioè in modo da evitare che i rapporti sociali siano di dominio e di oppressione. Qui sento il dovere di fare un po’ di chiarezza, anche pensando alla società di oggi. Dobbiamo fare attenzione quando parliamo di legalità e quando parliamo di giustizia. Il popolino ritiene che legalità e giustizia siano la stessa cosa. Ma purtroppo non è così. Nella realtà. Legale è una cosa che corrisponde alla legge, ma la legge chi la fa? La fa ad esempio il parlamento, e il parlamento fa forse le leggi sempre giuste? Che cosa sono le cosiddette leggi “ad personam”? La giustizia non la fa il parlamento, e neppure i tribunali o i giudici. La giustizia va oltre, è qualcosa di superiore alle leggi umane. La giustizia proviene dall’alto, diciamo che è dentro lo stesso disegno dell’universo. La giustizia è dentro anche di noi, nella nostra coscienza. Identificare legalità e giustizia è pericoloso, quando c’è ad esempio un regime che impone le sue leggi di dominio sulla stessa coscienza dei cittadini. Certo, l’ideale sarebbe che la legalità corrispondesse alla giustizia, in ogni caso la legalità dipende dalla giustizia e non viceversa. Le leggi, in altre parole, devono corrispondere alla dignità dell’essere umano, al bene comune, al bene dell’umanità. La legalità può diventare illegalità in rapporto alla giustizia, e la giustizia che diventa succube della legalità illegale si fa corrompere a danno dei singoli e della società.

Parlare chiaro. Il brano continua con una vigorosa denuncia contro l’ingiustizia o la legalità illegale. La denuncia è formulata con una serie di sei “Guai!”, che sono una maledizione contro altrettanti delitti concreti e che rivelano la qualità molto viva e diretta – e non generica e astratta – della predicazione profetica. I profeti parlavano chiaro, si riferivano a fatti ben evidenziati e circostanziati, non parlavano in generale, facevano anche i nomi dei corrotti. Una condanna, la loro, che toccava realtà sociali e politiche del loro tempo. Ma che sono attuali. La società cambia, è vero, ma le ingiustizie non cambiano. Cambiano i nomi, ma ancora oggi ci sono i ricchi prepotenti, ci sono i poveracci vittime dei soprusi. Anzi, siccome oggi sembra che la società abbia preso maggiore coscienza dei diritti della persona umana, dei diritti civili, della dignità di ogni essere umano, della fratellanza universale, allora diventa ancora più stridente il fatto che si continui a tollerare il razzismo o la sudditanza al potere corruttore.

Corruzione. Una volta c’era una specie di sacro timore del potere, ritenuto tra l’altro quasi una necessità divina, per cui la gente riveriva le autorità costituite, nonostante fosse costretta a subire angherie. Oggi tale sudditanza non è scomparsa del tutto, anzi è aumentata, camuffata dall’apparenza democratica. In nome della democrazia, io voto ancora i corrotti, i corruttori e i corruttibili. Già i profeti dell’Antico Testamento stigmatizzavano i disordini sociali, che non provenivano certo dal popolo che si ribellava magari con violenza, ma da un potere che governava, anche con la complicità del popolo che taceva. E ancora oggi il popolo tace quando è riuscito, magari sgomitando a danno dei propri simili, a prendersi un angolino in cui vivere in santa pace.

Latifondo. Isaia si scaglia anzitutto contro i latifondisti. Sentite cosa scrive: «Guai a voi, che aggiungete casa a casa e unite campo a campo finché non vi sia più spazio, e così restate soli ad abitare nel paese». Eppure, secondo il libro del Levitico, i passaggi di proprietà erano sottoposti a limitazioni. Secondo la legge del Giubileo, ogni tot anni, le terre tornavano agli antichi proprietari. Il Signore così giustifica questa legge: “La terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti. Perciò, in tutta la terra che avrete in possesso, concederete il diritto di riscatto per i terreni”. Con ciò si garantiva la sicurezza sociale, facendo rimanere il più possibile la proprietà all’interno della famiglia o del clan. Isaia denuncia con vigore il progressivo smantellamento di questa struttura sociale in favore di pochi latifondisti e a spese dei piccoli contadini.

Orge e perversioni. Isaia passa poi a condannare le orge e la dolce vita delle alte classi: esse attirano lo sdegno del Signore, che non rimane indifferente e decide di scendere in campo con la sua potenza, distruggendo l’arroganza e la prepotenza. Poi è la volta della denuncia delle perversioni morali per cui si chiama male il bene e bene il male. Un altro breve “Guai” è riservato a quanti si inorgogliscono per la loro scaltrezza e abilità. L’ultima delle sei maledizioni è lanciata contro la corruzione della magistratura che nega giustizia all’innocente, assolvendo per denaro il colpevole. Come vedete, Isaia ne ha per tutti coloro che, in un modo o nell’altro, violano i diritti della giustizia, intesa nel suo più ampio concetto di bene comune, nel rispetto della singola persona. E tutto questo in nome dell’Alleanza con Dio.

Legge della fratellanza. Secondo i profeti si onora Dio rispettando i diritti dei più deboli, riequilibrando i rapporti sociali, ristabilendo il disegno originario secondo cui tutti siamo fratelli. La religione non è una faccenda personale tra me e Dio. Anche il diritto di proprietà entra in quel rapporto con Dio che ha creato la terra per tutti, e che vuole che tutti abbiano gli stessi diritti di usufruire della terra per garantirsi quella libertà che non sarà possibile, finché ci saranno i prepotenti che vogliono più del dovuto, ovvero più di ciò che è stabilito dalla legge della fratellanza e della destinazione universale dei beni della terra. 

*Omelia dell’8 settembre 2013: Seconda domenica dopo Martirio San Giovanni. Fonte: http://www.dongiorgio.it/07/09/2013/omelie-2013-di-don-giorgio-seconda-domenica-dopo-il-martirio-di-giovanni-battista/

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agosto 16, 2013

UN’IMMAGINE DISTORTA DELLA VERGINE

NON ASSEGNARLE ATTRIBUTI DIVINI MA QUALITÀ DA IMITARE: FEDE, FECONDITÀ, CORAGGIO

di don Giorgio De Capitani*

Ruolo materno. Ecco il commento di padre Paul Devreux al primo brano della Messa: «Prima di tutto diciamo che “la donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle” (Ap 12,1) non è Maria, ma il popolo di Dio, dal quale nascerà il Messia e la Chiesa, perseguitata ai tempi dell’autore dell’Apocalisse, per cui deve fuggire nel deserto creando la diaspora. Il fatto che ha la luna sotto i piedi significa che schiaccia le divinità pagane, mentre le dodici stelle indicano le dodici tribù di Israele. Secondo: ricordiamo che il Nuovo Testamento attribuisce allo Spirito Santo il ruolo materno di difensore, di intercessore e di rifugio. Togliere allo Spirito questi attributi, per metterli sulle spalle di Maria, è una bella devozione, ma non è biblico. Padre e Madre della Chiesa è Dio. Dico questo perché se contempliamo Maria, guardando al fatto che lei è l’Immacolata Concezione e la madre di Dio, guardiamo solo ai suoi privilegi, e questo ce la fa sentire lontana e irraggiungibile, diventa un mito.

Modello da seguire. Se invece mettiamo al centro ciò che ha fatto sì che lei sia potuta diventare madre di Gesù, e cioè la sua fede, la sua totale fiducia in Dio, allora Maria si riavvicina a noi e diventa un modello da seguire. Maria, più che madre è sposa; colei con cui Dio fa un’alleanza, come con il suo popolo. Alleanza possibile grazie al Sì di Maria. La maternità è solo una conseguenza direi quasi naturale, come feconda deve essere la vita di chiunque stringe un’alleanza con il Signore. Maria non vuole essere un mito, ma un faro che illumina la strada, un esempio di fede e di fiducia. Maria va associata nel Vecchio Testamento non tanto ad Eva, madre dell’umanità, ma a Mosè, padre della fede, perché ambedue hanno accettato la proposta del Signore che dice: “Esci dalla tua terra e va’”, credendo alla promessa che sarebbero stati benedetti e sarebbero diventati una benedizione per tutti.

Fecondità. La conseguenza per ambedue è la fecondità. Maria viene a portare Gesù nel mondo, e questa è la missione di tutti i cristiani. Per questo oggi la portiamo in processione per le strade del nostro paese, affinché cammini in mezzo a noi e impariamo a camminare sulle sue tracce per arrivare anche noi alla nostra vocazione finale che è quella di essere associati alla sua assunzione in Cielo». Vorrei aggiungere: noi purtroppo abbiamo esaltato Maria oltre ogni misura, dimenticando l’importanza del nostro essere Chiesa come popolo di Dio, e non di essere sudditi di una gerarchia nei suoi poteri istituzionali. Onoriamo Maria, e poi succede che viviamo come devoti di un potere che non porta più Cristo nel mondo. Se Maria oggi potesse parlare direbbe: Popolo di Dio, svegliatevi, voi siete la salvezza del mondo. Io ho generato Cristo, così anche voi dovreste fare!

Fede nell’esito positivo della storia. Anche Padre Ermes Ronchi è sulla stessa linea: “Il segno della donna nel cielo evoca… l’intera umanità, la Chiesa di Dio, ciascuno di noi, anche me, piccolo cuore ancora vestito d’ombre, ma affamato di sole. Contiene la nostra comune vocazione: assorbire luce, farsene custodi (vestita di sole), essere nella vita datori di vita (stava per partorire): vestiti di sole, portatori di vita, capaci di lottare contro il male (il drago rosso). Indossare la luce, trasmettere vita, non cedere al grande male. La festa dell’Assunta ci chiama ad aver fede nell’esito buono, positivo della storia: la terra è incinta di vita e non finirà fra le spire della violenza; il futuro è minacciato, ma la bellezza e la vitalità della Donna sono più forti della violenza di qualsiasi drago.

Benedizione. Il Vangelo presenta l’unica pagina in cui sono protagoniste due donne, senza nessun’altra presenza, che non sia quella del mistero di Dio pulsante nel grembo. Nel Vangelo profetizzano per prime le madri. «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo». Prima parola di Elisabetta, che mantiene e prolunga il giuramento irrevocabile di Dio: Dio li benedisse (Genesi 1,28), e lo estende da Maria a ogni donna, a ogni creatura. La prima parola, la prima germinazione di pensiero, l’inizio di ogni dialogo fecondo è quando sai dire all’altro: che tu sia benedetto. Poterlo pensare e poi proclamare a chi ci sta vicino, a chi condivide strada e casa, a chi porta un mistero, a chi porta un abbraccio: «Tu sei benedetto», Dio mi benedice con la tua presenza, possa benedirti con la mia presenza. «L’anima mia magnifica il Signore».

Magnificare significa fare grande. Ma come può la piccola creatura fare grande il suo Creatore? Tu fai grande Dio nella misura in cui gli dai tempo e cuore. Tu fai piccolo Dio nella misura in cui Lui diminuisce nella tua vita». Sul Magnificat si sofferma don Marco Pedron : «Storicamente sappiamo per certo che Maria non l’ha mai scritto: è un inno della prima comunità cristiana attribuito a Maria. Nel vangelo è il massimo a cui sia stato consentito dire ad una donna. Notiamo due cose fondanti del cantico. La prima: Maria non canta solo per suo figlio, ma per tutti i figli e gli uomini che vivono nella povertà. Cioè, Maria non dice: “Grazie Signore della fortuna che hai dato a me, di questo mio figlio”. Maria estende il suo canto a tutti gli uomini e a tutti i figli che sono soli, che soffrono angherie, che sono affamati, che sono angosciati, che lottano e che subiscono ingiustizie o soprusi. Il suo sguardo non è personale, ma sociale. Maria non può disinteressarsi di tutti quelli che soffrono, non può dimenticarsi della sofferenza ingiusta che si vive nel mondo e non può chiudere gli occhi di fronte a ciò che ha davanti. Non avrebbe detto le parole di una vecchia devota alla fine della guerra: “Dio è stato buono con noi: abbiamo pregato così tanto e senza sosta, che tutte le bombe sono cadute dall’altra parte della città”.

Povertà. Il secondo grande pilastro del Magnificat è che questo canto è messo sulle labbra di una donna povera. Quando si dice che “Dio ha guardato l’umiltà della sua serva” non si intende l’umiltà morale, la riservatezza, il silenzio; ma è l’effettiva condizione di questa donna. Maria era una donna povera, come la maggior parte delle persone del suo tempo; soggetto di sfruttamento da parte dei potenti. Maria si mette dalla parte della donna maltrattata, della ragazza-madre, di chi è senza risorse, di chi non ha cibo sulla tavola e forse neanche la tavola; della famiglia sfruttata, dei giovani o degli anziani abbandonati. Qui Maria non è la creatura dolce, tenera e docile che vediamo spesso nei dipinti.

Donna lupa. Maria qui è la donna appassionata, piena di dignità e di energia; è la donna lupa che non permette ai nemici di sottrargli i suoi cuccioli, che vuole giustizia per tutti, che si batte e che “rompe”. Maria è la donna che se vede un’ingiustizia non sta zitta, “non sono affari miei, meglio non impicciarsi, meglio evitare certi casini; che si arrangino gli altri” ma la denuncia, anche se questo vorrà dire esserne coinvolti. Non è la donna silenziosa, taciturna ed umile. Qui Maria non è la donna del compromesso ma “le canta” a tutti i prepotenti del mondo: “Dovrete fare i conti con Dio; non crediate di mettervi la coscienza in pace!”. Non è la donna buona, obbediente, tranquilla, casalinga e spalla dell’uomo. Maria qui non è affatto la classica donna ebrea sottomessa ed ubbidiente. Sì, è ubbidiente, ma alla verità e al suo Dio! Qui parla, predica, con autorità e senza tanti peli sulla lingua. Non è la madre che attende ai suoi figli e si disinteressa di tutto ciò che accade fuori. Non è la donna del solo “sì”, che accontenta tutti, solo disponibile, tutta per gli altri.

Donna politica. Qui Maria dice un chiaro “no” ad ogni ingiustizia e ad ogni sopruso. Certo a noi maschi piacerebbe che le donne fossero così, docili, docili! Certo anche ad una certa chiesa piace l’umile Maria piuttosto che la sovversiva Maria del Magnificat. Certo tutti i benestanti, i ricchi e coloro che hanno possedimenti o cariche da difendere non accoglieranno volentieri l’immagine di Maria del vangelo. Qui Maria è politica, sovversiva, combattente, in prima linea e rivoluzionaria. Maria si oppone ad ogni ingiustizia. Non per altro in alcuni paesi dell’America latina (es. Guatemala) fu proibito cantare e pregare il Magnificat».

*Tratto dall’omelia del 15 agosto 2013: Festività dell’Assunta. Fonte: http://www.dongiorgio.it/14/08/2013/omelie-2013-di-don-giorgio-festa-dellassunta/

2013-08-10 15.55.30

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