Brianzecum

gennaio 27, 2009

BASI TEORICHE PER UNA RIVALUTAZIONE DELLA NATURA?

SOTTOPOSTA A UN PRINCIPIO ORDINATORE IMPERSONALE

La tesi suggestiva di un giovane teologo e filosofo, Vito Mancuso, in un recente libro di successo[1], è che all’interno della natura (intesa nel senso dinamico originario, che fa nascere: infatti natura è contrazione di nascitura) Dio agisce “solo mediante un impersonale Principio Ordinatore che procede da lui nell’atto della creazione del mondo. Tale Principio è ciò che pone in ordine l’energia caotica in cui la natura inizialmente consiste. (..) A livello umano l’energia informe si chiama libertà e il Principio Ordinatore si chiama sapienza: l’intera vicenda umana consiste nell’ordinamento della libertà informe secondo la forma disciplinata e stabile della sapienza. Questo vale tanto per l’umanità nel suo insieme quanto per il singolo. (..) La sapienza, ben prima di essere una proprietà della mente umana, è la proprietà della natura e anzi può giungere a essere una proprietà della mente umana solo perché prima appartiene alla natura, di cui la mente umana è il risultato più alto” (pp. 303-304). L’idea che la sapienza è una proprietà della natura ribalta una tradizione millenaria secondo la quale si chiedeva agli uomini di prendere le distanze dalla natura, specie da quella inferiore (l’animalità), al fine di potersi elevare verso lo spirito. Secondo questa nuova proposta invece la natura potrebbe avere un importante ruolo normativo; pertanto sarebbe vantaggioso per l’uomo ricercare le leggi intrinseche alla natura e conformarsi ad esse.

Libertà. Sono interessanti anche le conseguenze deducibili da questa impostazione. “Il Dio trascendente e personale dà origine all’energia in cui il mondo materialmente consiste tramite l’impersonale Principio Ordinatore e poi, per suo tramite, solo per suo tramite, le dà forma. Tale ordinamento divino dell’energia ha un fine preciso: la nascita della libertà. Per questo il principio divino alla guida del mondo assume il volto dell’impersonalità. Se ci fosse un Supremo Ente personale alla guida del mondo (..) la libertà non potrebbe nascere. E infatti, non è nata in quelle coscienze che pensano il mondo supremamente governato dall’alto, di cui i fondamentalisti presenti in ogni religione sono la forma più emblematica. Non è certo un caso che chi pensa il mondo come governato inderogabilmente dall’alto generi sistemi politici in cui il potere (autoritario) discende inderogabilmente dall’alto” (pp. 304-305). “Ci sono persone per le quali il principio di fedeltà all’autorità è la cosa più importante, anche della luce della coscienza, e se la Chiesa gerarchica dice che una cosa è nera, essi, come voleva Ignazio di Loyola, dicono che è nera, anche se la vedono bianca. Si tratta di un atteggiamento anche riscontrabile altrove, per es. in politica, dove pure vi sono parrocchie, dogmi, autorità. C’è un bisogno di appartenenza dell’anima umana che spesso è più forte dell’esigenza di verità” (p. 314). Un’altra conseguenza è la conformità alla ragione – qualità intrinseca della natura umana – di ogni credenza che si accetta per fede, secondo un concetto che risale a S. Tommaso e Aristotele: porre “nei principi noti in base alla natura il criterio con cui leggere e vagliare la rivelazione storica, e non viceversa” (p. 312).

Evoluzione. Mancuso, come si sarà già capito, sostiene la visione evoluzionistica ereditata da Teilhard de Chardin. La sapienza cosmica, principio impersonale che governa il mondo, si manifesta nella crescita dell’ordine, della informazione, della complessità. L’impersonalità comporta che questa crescita avvenga spesso a spese del dolore dei singoli (sciagure naturali, malattie genetiche..). “Queste cose e molte altre ancora dimostrano che il mondo non è un disegno concluso, ma è un processo che si va in ogni minuto costruendo” (p. 309). Non c’è un settimo giorno in cui si possa considerare conclusa la creazione, come dice letteralmente la Bibbia. Questa cessazione va intesa, secondo Mancuso, come “il distacco tra il Dio personale trascendente che ha portato a termine il suo lavoro, e il processo evolutivo del mondo che non è per nulla terminato e che viene affidato all’impersonale sapienza cosmica quale Principio Ordinatore. È questo il volto con cui il Dio personale ed eterno si rende presente nel tempo. (..) Ancora oggi però per molti cattolici la forma abituale e naturale del pensare è rimasta l’altra: che il mondo è già costruito e che si tratta solo di conservarne intatta la natura” (p. 310).

In definitiva, se si esce dalla logica tradizionale e si recepisce questa prospettiva evoluzionistica, ecco che si delineano per l’uomo molteplici nuovi impegni: appellarsi alla razionalità e alla ricerca piuttosto che al principio di autorità, favorire l’evoluzione del mondo ai diversi livelli: educativi, politici, mediatici.., allargare la sfera delle libertà, ricercare la sapienza anche nella natura e sforzarsi per conformarvisi. Quest’ultimo obiettivo sembra particolarmente promettente nel campo della salute, dell’agricoltura, dell’alimentazione, forse anche dello sport, gli ambiti cioè che più hanno a che fare con gli equilibri naturali.


[1] Vito Mancuso, L’anima e il suo destino, ed. Cortina, Milano 2007.

Per riflettere:

-la vicenda umana consiste nell’ordinamento della libertà informe secondo la forma della sapienza;

-sapienza è proprietà della natura prima che dell’uomo;

-è vantaggioso ricercare le leggi della natura e conformarsi ad esse;

-la natura è regolata da un Principio ordinatore impersonale, che consente la libertà;

-chi pensa il mondo governato dall’alto genera sistemi politici autoritari, senza libertà;

-il bisogno di appartenenza è spesso più forte dell’esigenza di verità;

-il mondo non è un disegno concluso ma un processo che si va costruendo;

-nuovi compiti che si aprono con la prospettiva evoluzionistica.


ottobre 16, 2008

QUALE PERCORSO EVOLUTIVO NELLA NATURA?

IL PENSIERO DI TEILHARD DE CHARDIN

Circa 3,5 miliardi di anni fa ebbero origine le prime forme di vita sul pianeta Terra, il quale si era formato un miliardo di anni prima. La materia ha intrinseche capacità di evolversi, con il passaggio a molecole e forme di vita sempre più complesse. Recenti esperimenti hanno dimostrato la possibilità dell’aggregazione di forme iniziali di vita partendo dalla materia inerte. Pertanto l’idea che la vita vegetale e animale abbia avuto origine dalla terra è abbastanza accettata dagli studiosi. Non sono mancati coloro che hanno tentato di estendere il processo evoluzionistico anche al campo religioso e spirituale. Forse il caso più emblematico è quello di Teilhard de Chardin, il “gesuita proibito”. Pur vivendo in un contesto altamente ostile al materialismo dilagante, ribaltò il giudizio esprimendo una particolare attenzione per la materia:

Benedetta sii Tu, universale Materia,
Durata senza fine, Etere senza sponde,
triplice abisso delle stelle, degli atomi e delle generazioni,
Tu che eccedendo e dissolvendo le nostre anguste misure
ci riveli le dimensioni di Dio
.[1]

Dai suoi studi di paleoantropologia allargò l’orizzonte fino ad affermare: “Credo che l’Universo è un’Evoluzione. Credo che l’Evoluzione va verso lo Spirito. Credo che lo Spirito si compie in qualcosa di Personale. Credo che il Personale supremo è il Cristo-Universale.”[2]

Il pensiero evoluzionistico di Teilhard de Chardin comporta alcuni termini a lui propri come noosfera: si tratta della sfera del pensiero umano, che va sviluppandosi dopo la geosfera (materia inanimata) e la biosfera (vita biologica). Come lo sviluppo della vita ha trasformato in maniera significativa la geosfera, così lo sviluppo della conoscenza sta trasformando radicalmente la biosfera. Nel passaggio dalla geosfera, alla biosfera e alla noosfera, si può constatare quella che Teilhard ha chiamato legge di complessità e coscienza. L’universo è in costante evoluzione verso livelli più elevati di complessità e di coscienza. Il punto supremo verso cui converge è chiamato da Teilhard Punto Omega: un nome che rimanda al libro dell’Apocalisse. Non è solo il punto di arrivo del processo evolutivo, ma la causa per la quale l’universo si muove in quella direzione. È indipendente dall’universo che si evolve, quindi trascendente, e identificato nel Logos biblico, ossia in Gesù Cristo, persona per eccellenza. Pertanto, oltre a complessità e coscienza, l’evoluzione comporta anche una maggiore personalizzazione. Pur in quest’ampia prospettiva e nonostante difficoltà e tentennamenti verso quella direzione, la noosfera è un’opera umana, e l’umanità deve assumersi la responsabilità del futuro non solo della specie ma del cosmo tutto intero. In effetti oggi possiamo riconoscere che lo sviluppo della noosfera (di cui internet è un’espressione evidente e di proporzioni forse inattese) si accompagna a una probabile distruzione della biosfera. Occorre riconoscere a Teilhard una sensibilità ecologica non comune, in tempi nei quali questa espressione non era neppure usata.

La gerarchia cattolica ha pesantemente ostacolato l’opera e la vita di Teilhard. Già inizialmente, nel primo dopoguerra, quando lui, nel tentativo di conciliare la teoria evoluzionista e la dottrina del peccato originale, aveva espresso opinioni non conformi alla dottrina ufficiale della Chiesa, i superiori del suo ordine, con un provvedimento disciplinare, lo costrinsero a dimettersi dall’insegnamento di materie filosofico-teologiche, lo invitarono a non pubblicare più nulla su questi temi e gli imposero il trasferimento in Cina, dove rimase dal 1926 al 1946. Tornato in Francia ebbe incarichi nel campo della ricerca scientifica, ma il suo pensiero religioso fu sempre osteggiato, anche per l’eccessivo rilievo dato alla natura. Nel 1951 fu mandato negli Stati Uniti, dove morì nel 1955. Nel 1958 un decreto del Sant’Uffizio, presieduto dal cardinale Ottaviani, impose alle congregazioni religiose di ritirare le opere del gesuita da tutte le biblioteche. Nel documento si può leggere come i suoi testi “racchiudono tali ambiguità ed anche errori tanto gravi che offendono la dottrina cattolica” per cui si imponeva al clero di allertarsi per “difendere gli spiriti, particolarmente dei giovani, dai pericoli delle opere di P. Theilard de Chardin e dei suoi discepoli”. Può aver commesso errori metodologici o salti logici nel passare dalle scoperte evolutive nel campo della paleoantropologia al ruolo del divino negli accadimenti della storia, ma non si vede quale pericolo possa costituire, specie per i giovani, l’indicazione, prospettata da Teilhard, di una finalizzazione, di una evoluzione anche dello spirito, oltre alla riaffermazione dell’universalità del messaggio cristiano – spesso dimenticata da una chiesa che fatica ad aprirsi alle realtà esterne. Il riconoscimento più autorevole dell’ottusità e miopia della gerarchia ecclesiastica nei confronti del gesuita francese venne forse dall’allora cardinale Ratzinger, poi papa Benedetto XVI, quando ammise che uno dei documenti principali del Concilio Vaticano II, la Gaudium et Spes sulla chiesa nel mondo contemporaneo, è fortemente permeato dal pensiero di Teilhard[3] (con l’ottimismo che manifesta verso il mondo e la materia, l’attenzione ai segni dei tempi..).

Segni dei tempi. Si legge ad es., nella Gaudium et spes, che “è dovere permanente della Chiesa scrutare i segni dei tempi e interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini” (n. 4); subito delinea in fame, ingiustizie, squilibri, guerre i principali motivi di inquietudine di quel periodo. Meno presenti invece le preoccupazioni per gli aspetti ambientali, scoppiate con evidenza più tardi, ma già anticipate da Teilhard e indicate alla responsabilità degli uomini. Un analogo appello alla responsabilità si è levato, sempre mezzo secolo fa, da un altro profeta e martire della follia nazista: Dietrich Bonhoeffer. Partendo più specificamente dalla meditazione biblica, intuì l’autonomia delle realtà terrestri rispetto al divino, in un mondo diventato “adulto”; parlò di laicità, di un “cristianesimo non religioso”, del dovere di assumersi le proprie responsabilità, anche verso la collettività. Non è vero che non cade foglia che Dio non voglia; le foglie cadono per l’autunno, il vento… cioè per cause naturali, che Dio rispetta. Anche l’uomo deve rispettare la natura e impedire con ogni mezzo che si compi la distruzione della biosfera, in pochi decenni di consumi impazziti, dopo tre miliardi e mezzo di anni di evoluzione. E nessuno dovrebbe permettersi di chiedere a Dio di salvare l’ambiente, senza aver fatto prima quanto è in suo potere fare, ad es. con i propri consumi o con l’impegno politico. L’ambiente, dunque, assieme alla pace e alla giustizia, dovrebbero essere oggi al vertice delle responsabilità di tutti gli uomini, credenti o non credenti che siano.


[1] Teilhard de Chardin, Inno alla Materia

[2] Teilhard de Chardin, In che modo io credo, 1934

[3] Joseph Ratzinger, Principi di Teologia cattolica, Roma 1987

Per riflettere:

-evoluzione di forme iniziali di vita;

-attenzione di Teilhard per la materia;

-geosfera, biosfera, noosfera;

-legge di complessità e coscienza;

-comporta personalizzazione e responsabilizzazione;

-ha anticipato le preoccupazioni per l’ambiente.


agosto 12, 2008

STRATEGIA LOCALISTA CONTRO LA MERCIFICAZIONE DELLA VITA*

Oggi i climatologi non dispongono ancora di modelli di simulazione della realtà mondiale che consentano di valutare con grande precisione l’andamento della temperatura del globo e gli effetti conseguenti sulla vita. È accertato però che se l’aumento dovesse superare i 4-5° la vita sulla terra scomparirebbe nel giro di due decenni. Secondo i 3.500 esperti che lavorano attorno all’IPCC (International Panel on Climatic Change), un obbiettivo ragionevole e necessario é quello di contenerlo al di sotto dei 2°. A questo fine bisogna ridurre del 50% (media mondiale) le emissioni di CO2 entro il 2050 rispetto al 1990. Se si pensa che attualmente si sta contrattando tra i paesi più accorti una riduzione di appena il 20%, che il massimo inquinatore del mondo, gli Stati Uniti, rifiuta di prendere qualsiasi impegno (perché “the american way of life is not negotiable” come hanno ripetuto da anni Bush padre e figlio) e che in paesi grandi come la Cina e l’India stanno esplodendo i consumi energetici, si comprende quale sia il compito immane che dovrà affrontare l’umanità se vuole sopravvivere.

Fare sistema. Indagare sulle cause dell’aumento del CO2 nell’atmosfera equivale a mettere in discussione il modello di vita e di sviluppo dell’umanità e soprattutto le filosofie – spesso nascoste – da cui è animato, ad es. la mercificazione della vita, l’identificazione tra qualità e quantità del consumo. Richiede quindi cambiamenti radicali, profondi e urgenti. La risposta dei potenti a chi esprime esigenze di cambiamento di solito è la seguente: comincia a cambiare tu; sanno benissimo che in tal modo nulla cambierà (per loro). Se anche tutti noi mettessimo pannelli solari sul tetto, il risparmio energetico sarebbe un’inezia rispetto a quanto consuma un aereo militare o alle cifre enormi (quasi 1500 miliardi di $ all’anno) che si spendono nel mondo per fare o preparare guerre. Maggiori possibilità di incidere si avrebbero se, anziché iniziative di persone isolate, ci si muovesse in gruppo ed a livello collettivo: l’adozione, ad es., di energie rinnovabili per interi quartieri o Comuni. Ciò che è importante è fare sistema: questo dovrebbe essere recepito soprattutto in Italia, dove non mancano operatori geniali ai vari livelli (artigiani, imprenditori, docenti..), che però di solito sono incapaci di operare in coordinamento con gli altri. Oggi diventa sempre più necessaria questa capacità di operare “in rete”, assieme ad altri per poter incidere e cambiare le cose. Per quanto riguarda il nostro tema, è a livello locale che risulta più facile mostrare come la mercificazione della vita comporta l’esproprio dei beni pubblici e la riduzione della qualità della vita. Il bene comune del proprio territorio è più facilmente percepibile di quello di ambiti maggiori. Il che spiega perché l’opinione pubblica é più facilmente incline a mobilitarsi contro la mercificazione dell’acqua comunale, la privatizzazione degli ospedali locali o il dissesto ambientale sul proprio territorio anziché lottare contro gli stessi eventi a livello europeo; sul quale peraltro é di solito meno informata. Il livello locale può essere il cavallo di Troia per avvicinarsi al livello globale, per salvare il pianeta.

Una nuova narrazione del mondo e della vita è certamente la prima azione da intraprendere. La narrazione oggi dominante della globalizzazione liberista e individualistica si fonda su una mistificazione totale e sistematica di quel che sta avvenendo nel mondo. Equipara la concorrenza economica alla lotta “naturale” per la sopravvivenza degli animali predatori. Capitale, mercato e impresa è il nuovo dio trinitario che salverà il mondo attraverso liberalizzazioni, deregolamentazioni, privatizzazioni. Ha fatto accettare l’idea che non vi siano più le condizioni per assicurare il diritto alla vita a tutti. La logica del profitto è quella di allargare sempre più l’area delle risorse da sfruttare. Non solo i beni comuni, ma anche il lavoro umano diventano merce, proprietà del capitale privato e, quindi, un costo da ridurre il più possibile o addirittura da eliminare. Così sono sempre più frequenti fabbriche automatizzate senza personale, treni senza guidatori, scuole senza insegnanti e così via. Il valore di un lavoratore, quale che siano le sue funzioni, manuali o direzionali, dipende dal suo contributo alla creazione di valore per il capitale finanziario. Bassa creazione, basso valore; creazione inferiore ad un altro lavoratore, biglietto per la disoccupazione.

Quattro patti. Per capovolgere questo sistema, inefficiente ed iniquo, si deve operare in vista della realizzazione di quattro patti fondamentali a livello globale: patto per la vita, patto per la Terra, patto per la democrazia e patto per l’alterità. La vita è un valore supremo da garantire non solo a tutti gli esseri umani, ma anche a tutte le specie viventi. Per quanto riguarda il patto per la Terra, la priorità deve essere data alle politiche di cura, salvaguardia, risparmio e valorizzazione giusta delle risorse del pianeta, tenendo presenti anche le esigenze delle generazioni future. In realtà, le politiche e le pratiche ecologiche – si pensi a ciò che significa concretamente e quotidianamente il tanto proclamato “sviluppo durevole”, che di durevole ha soprattutto la retorica – restano ancora oggi prevalentemente antropocentriche. Non sono pensate in funzione del diritto alla vita di ogni vivente. Ora, la terra può vivere anche senza l’uomo, ma non viceversa. É urgente modificare radicalmente i sistemi di produzione agricola, riorientando l’agricoltura verso la soddisfazione dei bisogni locali e non per la produzione competitiva di prodotti per l’esportazione: sia per evitare assurdi costi di trasporto, sia per sollecitare il controllo dei consumatori su quello che mangiano. L’impronta ambientale dell’agricoltura attuale é insostenibile da tutti i punti di vista. Riguardo il patto per la democrazia é evidente che non si può far morire la democrazia rappresentativa lasciando il reale potere politico alla potenza dei soggetti forti dell’economia finanziaria multinazionale. La democrazia rappresentativa deve essere rivalutata e rigenerata promuovendo al tempo stesso forme effettive di democrazia partecipativa e diretta. Siamo ben lontani, oggi, da una reale partecipazione dei cittadini agli affari collettivi. Infine, il patto per l’alterità parte dal principio fondamentale che senza l’altro non posso esistere, non posso definire me stesso. L’esistenza dell’altro é condizione indispensabile per la mia propria esistenza e benessere. Non “si cresce” contro l’altro, in rivalità con l’altro, ma in cooperazione e solidarietà (corresponsablità) con l’altro. L’individualismo egoistico competitivo è una piaga del nostro modello di sviluppo da combattere con ogni mezzo.

*Dalla relazione del prof. Riccardo Petrella alla 39a sessione della Scuola di pace nazionale Ofs Minori, tenutasi a Roma il 27 aprile 2008, sul tema generale “Creato, finanza e beni comuni, Bene comune e rischio di mercificazione globale”.

Bibliografia: R. Petrella, Una nuova narrazione del mondo, EMI, Bologna 2007.

agosto 9, 2008

VIOLENTARE O IMITARE LA NATURA?

DALLA CONCEZIONE ARCAICA A QUELLA MODERNA

“Alla natura si comanda soltanto obbedendole.” Questa affermazione di Bacone può essere verificata da chiunque abbia a che fare con agricoltura, biologia, salute e altre attività che riguardino la natura. Invece oggi è più frequente per tutti noi assistere ad episodi di vera e propria violenza contro la natura: in campo urbanistico, ma anche biologico, agricolo, forestale ecc. Cosa si può intendere per violenza? Letteralmente vuol dire alterare con la forza le intenzioni o le finalità dell’essere violentato. E implicito anche un atteggiamento soggettivo: chi esercita violenza non riconosce l’essere violentato come titolare di diritti ma, viceversa, pone se stesso come detentore di potere sull’altro, come misura, in certo senso, del diritto altrui. Esercitare violenza sulla natura vuol dire, oltre a negarle valori e finalità, non riconoscerla come essere che vive, che, anzi, è la fonte di ogni forma di vita. Chi opera in campo scientifico è portato ad avere un’idea vaga o addirittura inesistente di natura, ma per la gente comune ha un significato ben preciso, che ha accompagnato l’uomo fin dalle sue origini. Possiamo individuare tre concezioni principali, sviluppatesi nel corso dei secoli e in parte tuttora coesistenti.

Concezione arcaica. I primitivi non operarono sempre una netta distinzione tra la divinità e la natura. Percepirono in quest’ultima una forza originaria che genera, e non può pertanto che essere viva. Pur esprimendo presto la volontà di comprenderla e anche di dominarla, non le negarono la riverenza e il timore. Quindi la natura fu essenzialmente concepita come animata, tanto che furono operate innumerevoli personificazioni o deificazioni delle forze naturali, nel quadro di un ricco linguaggio simbolico. Alcuni aspetti di questa concezione mitica e animistica della natura permangono ancora oggi. Basti pensare ai fiumi sacri dell’oriente, all’albero natalizio, al lavacro battesimale; o, ancora, alle disparate proposte che oggi vengono avanzate specie nei confronti degli animali, di cui talvolta si negano differenze rispetto agli uomini. Altri sostengono che bisogna seguire in tutto la natura, considerata sempre positivamente, una sorta di paradiso terrestre.

Concezione biblica. Come altre religioni trascendenti, il messaggio biblico operò anzitutto una netta separazione tra la natura e Dio, il creato e il creatore. La natura creata, nella Bibbia, viene inoltre affidata da Dio all’uomo perché la domini e la custodisca. Viene pertanto assegnato un posto centrale all’uomo, che diventa, in certo senso, il fine della natura. Va sottolineato tuttavia che, secondo una corretta interpretazione del messaggio biblico, la natura viene affidata all’uomo non perché quest’ultimo la sfrutti arbitrariamente per fini egoistici, ma perché la destini al bisogno di tutti gli uomini, e in particolare di quelli poveri[1]. Se ciò è vero, si comprende di quanto se ne sia allontanato l’uomo moderno, con il suo vorace sfruttamento della natura, senza esitare a distruggere risorse naturali che dovrebbero servire ad altre persone o alle generazioni future. Tuttavia non è infondata l’opinione che la visione biblica, con la sdivinizzazione della natura e la sua finalizzazione all’uomo, abbia costituito una premessa per lo sviluppo occidentale (registratosi in gran parte in paesi con religioni bibliche). Va infine sottolineato che nella visione biblica la natura non è un oggetto amorfo e privo di significato. Dio, in ciascuna delle tappe della creazione (i giorni della genesi), la definiva “buona” e questa bontà ha il significato di perfezione intrinseca, di ordine, di bellezza e di finalizzazione[2].

Concezione moderna. Agli albori della rivoluzione scientifica fu ripresa la dottrina fisica degli antichi atomisti epicurei: avevano avanzato una visione disincantata della natura, togliendovi l’intervento divino. L’avevano ridotta a un movimento di atomi, dal quale l’uomo non ha più nulla da temere né da sperare; deve soltanto cercare la propria felicità nella serenità dell’animo e nelle gioie dell’amicizia: con “sovrana indifferenza” di fronte alla natura. L’era moderna riprese questa concezione atomistica della natura, operandovi però un profondo cambiamento nella finalità. Invece della sovrana indifferenza fu proposto un interesse attivo: conoscere la natura per poterla dominare. Analogamente si negò ogni valore attribuibile alla natura per essere stata creata “buona” ed evocare la perfezione del Creatore. Ecco aperta la via per la progressiva riduzione della natura fino a considerarla un puro oggetto, nelle mani dell’unico soggetto: l’uomo; un oggetto che non esprime intenzioni, valori, finalità, ma che deve esclusivamente servire per gli interessi dell’uomo. In questo contesto oggi può apparire persino inusuale parlare di violenza verso la natura.

L’esplodere del problema ecologico spinge oggi a rivedere la nozione di natura che ci è più comune, quella moderna. Va riconosciuta alla natura un suo valore intrinseco, una sua soggettività; vanno evitate in tutti i modi le violenze contro la natura, quasi sempre dovute a miopi speculazioni o alla ricerca sfrenata del profitto. Certo non va dimenticato che la natura oltre ad essere madre, è anche matrigna: non esita a distruggere e uccidere con le calamità naturali e con le leggi inesorabili dei limiti alla vita. Ma quel “buono” pronunciato dal Dio biblico invita a ricercare maggiormente quello che c’è di positivo nella natura, così come, in certa misura, di “lasciar fare” alla natura, di affidarsi a lei. La positività della natura è stata accentuata, di recente, dalla scoperta delle capacità intrinseche della materia di evolvere, con il passaggio a molecole e forme di vita sempre più complesse. Così la natura può acquisire un valore normativo che esula dal campo biologico per arrivare anche a quello filosofico e spirituale.


[1]A. Rizzi, “Oikos”, la teologia di fronte al problema ecologico, in: “Rassegna di teologia” n.1 1989, pp30ss.

[2] Ivi, p 29.

Per riflettere:

-obbedire o comandare alla natura?

-concezione arcaica di una natura mitica, animistica, sacrale;

-finalizzazione all’uomo e divinizzazione nella concezione biblica;

-visione disincantata, conoscere per dominare nell’idea moderna;

-ci sono valori positivi o normativi nella natura?

COLONIZZAZIONE DEL TEMPO

Il tempo non è denaro. È spazio dell’amore. Uno spazio in cui la prodigalità è un investimento, lo sperpero è un affare e le uscite, invece di impoverirlo, raddoppiano il capitale. Grazie allora a voi che date anima alle tante opere di volontariato, perché le pagine più belle di questo strano trattato di economia (l’unico che non condurrà mai sull’orlo del fallimento) il nostro vecchio mondo di furbi inutili le sta imparando da voi”. Con queste parole, rivolte ad un convegno sul volontariato, un profeta del nostro tempo, Mons. Tonino Bello, contestava la “banalità e l’impoeticità” del noto detto, che esprime l’idea di tempo oggi invalsa.

Gratuità del tempo. S. Francesco fu testimone e acerrimo nemico dei primi passi che portarono all’attuale concezione del tempo, legata appunto al denaro: il sistema mercantile, incarnato da suo padre Bernardone, con il prestito del denaro a interesse. Scalzava l’idea della sacralità del tempo, che appartiene a Dio e che non può essere oggetto di appropriazione da parte dell’uomo perché sfugge; tempo che deve avere una ciclicità (come quella della natura) e lasciare spazi per la rigenerazione, garantendo così la continuità e la durevolezza della vita. La parabola degli operai pagati allo stesso modo per tempi di lavoro diversi (Mt 20,1-16) è un esempio significativo dell’idea di gratuità del tempo (dono di Dio) che prevale nel Vangelo. Del resto la chiesa si è per lunghi secoli opposta al prestito ad interesse, proprio in nome della gratuità e del fatto che per coloro che possono prestare denaro, questo è superfluo.

Concezione lineare del tempo. Con la modernità il tempo è stato ridotto a quantità e misurato sempre più secondo i parametri dell’utilità, del profitto, del successo. Divenne quindi fonte di competizione e ricerca di spazi di conquista. Con l’idea di progresso e di sviluppo, si affermò una concezione lineare del tempo, secondo cui esso progredisce in una certa direzione. E la direzione fu individuata in quella percorsa dai paesi più sviluppati. Così la storia è stata ridotta a quella dell’occidente e i punti di vista non occidentali tacciati di passatismo o primitivismo. “Da quando il modellarsi sull’esempio dei colonizzatori sta alla base della nozione di sviluppo imposto, la storia è stata ridotta all’imitazione della cultura più egoista che esista, e tale imitazione viene definita come progresso e modernizzazione.”[1] Ciò comporta, in altri termini, indicare la smemoratezza come un dovere, un invito a dimenticare il proprio passato individuale e collettivo, in quanto privato dei ricchi valori e significati che aveva in precedenza, in nome del denaro e degli altri valori sostenuti dai poteri dominanti. Per questo il novellista cecoslovacco Milan Kundera ha sostenenuto che “la battaglia dei popoli contro il potere è la battaglia della memoria contro l’oblio”. In occasione di ricorrenze tragiche, come olocausti o guerre, si ribadisce il dovere della memoria, ma nella quotidianità questa resta schiacciata dalla “marmellata” mediatica, dove la memoria del passato “non paga”.

Le utopie sociali sono un altro esempio dello sforzo che è stato fatto nella modernità di dominare il tempo, in questo caso il futuro. La più importante di esse è certamente il comunismo marxista, crollato miseramente col muro di Berlino: oltre alla pretesa di dominare il tempo, conteneva altri errori di fondo, come la concezione materialistica della storia e la sostanziale negazione della libertà dell’uomo, in quanto mosso in prevalenza dagli interessi economici. L’oblio della memoria collettiva è oggi particolarmente percepibile negli ex paesi dell’est.

Usi impropri del tempo non mancano oggi ancora. Aumenta il tempo libero, ma si vede sempre più gente indaffarata. In molti casi si tratta di una posa. Parecchie persone considerate importanti credono che il farsi sospirare sia piuttosto una prova del loro potere che una manifestazione di cattivo gusto. È solo un secolo che è “scoppiata” la velocità, e con essa il turismo, anche lontano. Ma si può ben dire che è morto il viaggio. Viaggiare vorrebbe dire innanzitutto osservare, ascoltare, valutare le diversità e domandarsene il perché, cercare di capire, fare confronti. Andare piano, riflettere e accumulare esperienze. Viaggiare per sapere, viaggiare per cambiare. La velocità e il consumismo turistico nascondono tutto ciò, lasciano solo ricordi superficiali: stazioni, aeroporti… tutti uguali.

In definitiva una riflessione sull’uso del tempo nella nostra società, la sua monetarizzazione ed il confronto con altre culture o con il nostro uso in altri tempi, può essere un primo campo per un esame critico del nostro benessere e lo sforzo di capire quanto possiamo imparare dalle altre culture.


 


[1] Vandana Shiva, La fine della storia. Un mondo che vive alle spalle del futuro, in: “Azione nonviolenta” nov 1992, p.IV.

COLONIZZAZIONE DELLA TERRA

UN’IDEOLOGIA CHE NON NE RICONOSCE I VALORI SOCIALI E AMBIENTALI

Il Far West è sinonimo di grandi spazi liberi, abbondanza di risorse naturali a disposizione di chiunque voglia “metterle a frutto”. Evoca pure una scarsità di regole cui doversi sottoporre. La mentalità del Far West è diventata una sorta di ideologia nascosta nel nostro atteggiamento occidentale, qualcosa di cui non ci rendiamo conto, ma che risulta con certezza se ben riflettiamo. Si pensi ad es. alla vicenda delle colonie, con cui le potenze europee vedevano nei territori oltremare spazi disponibili per il loro interesse. Si pensi, ancora oggi, alla distruzione del patrimonio forestale, anche nel nostro stesso paese, causa vera della carenza di acqua nel caso di siccità e dei disastri idro-geologici nel caso di forti intemperie. Nei paesi del terzo mondo la folle distruzione delle foreste tropicali, che continua ad avanzare quasi ovunque, magari col pretesto dall’urgenza della fame, è un altro esempio dell’operare di questa inarrestabile ideologia, che ormai ha contaminato tutto il globo.

Il profitto,  più che la fame, è di solito il vero motore dello sfruttamento della terra, in particolare il profitto delle potenti multinazionali e di coloro che le controllano. Basti ricordare l’esempio di quanto è avvenuto in India. È un paese ricco di bauxite (il minerale da cui, con l’impiego di molta energia, si ricava l’alluminio), ma i giacimenti sono spesso in territori abitati da popoli tribali. Per sfruttare i giacimenti e produrre alluminio, è necessario scacciarli dalle loro terre, sia perché di solito sono preferibili le miniere a cielo aperto, sia per potere costruire dighe e bacini per produrre energia elettrica. L’ambiente viene pure compromesso dagli inquinamenti che derivano da queste produzioni e per l’alterazione dei corsi d’acqua. Anche quando si è seguita la formula “soldi in cambio di terra”, le molte migliaia di tribali sradicati dalle loro terre oggi soffrono spesso di situazioni di fame cronica, perché non in grado di adattarsi a condizioni ambientali mutate. Sono loro che pagano il costo di produzioni solitamente vendute ai paesi ricchi, i quali possono così evitarne i danni ambientali.

I costi sociali e ambientali dello sviluppo sono quindi pagati dai poveri, specie del terzo mondo; analoghe a quelle indicate sono le vie attraverso cui si producono i “profughi dello sviluppo”, si incrementano le file degli urbanizzati e degli immigrati, si alimentano i fenomeni deprecabili della prostituzione, delinquenza… Questi possono essere considerati veri e propri sottoprodotti dello sviluppo, conseguenza del nostro benessere! Per valutare appieno i danni che si provocano, si deve anche ricordare che molti popoli tribali hanno con la terra un rapporto ben più stretto del nostro: considerano la terra come madre, talvolta si sentono indissolubilmente legati con essa e la considerano inalienabile. Quando, come conseguenza della ideologia occidentale, diventa oggetto di compra-vendita, cioè merce, anche loro si sentono merce. Del resto è un fatto storico ben noto che, nell’era coloniale, nel pieno dell’ideologia del Far West, è diventata comune la compra-vendita degli schiavi.

Purtroppo questa ideologia è da ritenere ancora presente ai nostri giorni; anzi, il vento liberista pretende di togliere regole e vincoli all’azione degli operatori economici, vede con favore l’avanzare della privatizzazione e della monetarizzazione di certe terre, di altre risorse naturali e persino di servizi, che dovrebbero essere a disposizione gratuitamente per tutti: si pensi agli usi civici su pascoli o boschi, che nel passato restavano a disposizione dei poveri, mentre oggi si cerca di liquidare al più presto perché di intralcio al commercio; si pensi all’acqua, dovunque di importanza fondamentale, il cui accesso dovrebbe essere garantito gratuitamente per tutti, specie nei paesi poveri; si pensi a certe conoscenze molto utili per tutti, che sempre più spesso vengono privatizzate e diventano accessibili solo a pagamento.

Nella visione biblica la terra appartiene a Dio: “perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e inquilini” (Levitico 25,23). Le norme giubilari prevedevano, al massimo ogni 50 anni, la restituzione ai proprietari originari delle terre acquisite, in modo che a nessun povero possa mancare ciò che è indispensabile per la sua sopravvivenza. Pertanto la terra non dovrebbe essere privatizzabile indefinitamente e senza vincoli pubblici. Noi invece facciamo della terra oggetto di avidità, di sfruttamento, quando non di guerra… Forse dovremmo ancora riuscire a scorgere il messaggio della saggezza biblica che ci invita al rispetto della terra nei suoi primari valori sociali e ambientali.

Per riflettere:

-c’è un’ideologia del Far West nascosta nella cultura occidentale?

-il profitto più della fame spinge a sfruttare la terra;

-si sottrae la terra ai contadini anche per miniere e dighe;

-costi sociali e ambientali dello sviluppo;

-profughi dello sviluppo;

-l’idea di terra come madre;

-usi civici su pascoli o boschi;

-per la Bibbia la terra deve tornare ai proprietari originari ogni 50 anni.


agosto 6, 2008

FINE DELLE IDEOLOGIE?*

Quando funzionavano le scuole-quadri del PCI, della DC, del PSI, nel nostro paese venivano tramandate ideologie politiche coerenti in sé stesse. Oggi sono finiti i vecchi partiti e si è decretata la fine delle ideologie. I partiti sono stati sostituiti da coalizioni elettorali, verso le quali l’atteggiamento degli elettori dovrebbe essere simile a quello del tifo sportivo. Quale ideologia spinge a preferire una squadra a un’altra, un corridore a un altro? Nessuna ideologia, evidentemente, solo un atteggiamento epidermico di simpatia, pregiudiziale, preconcetto. Qualcosa di simile sta avvenendo alla politica: diventa sempre più assimilabile a uno spettacolo (il “teatrino” della politica, appunto), sempre più soggetta agli umori fluttuanti di telespettatori distratti, piuttosto che a una maturazione razionale e a scelte convinte di elettori responsabili. Si possono così porre alcuni interrogativi: si può vivere senza ideologie o credenze o idee forti? Siamo di fronte a una deriva politica ineluttabile o a una scelta voluta da qualcuno? Sono davvero finite le ideologie o sono sostituite da qualcos’altro?

Credenze nascoste. È uno sforzo indispensabile – quanto raro – cercare di comprendere quali sono le nostre credenze nascoste, rendendole visibili e comprensibili, perché, “quanto più restano sotterranee e non identificate, tanto più sono potenti e possono trasformarsi in ideologie strette e persino in fondamentalismi” (pag. 176). Di solito siamo portati ad associare questi ultimi e le credenze fanatiche, al campo della religione, ma se ne possono trovare anche altrove, in politica, scienza, economia. Si può ritenere che ci sia fondamentalismo quando una ideologia, che offre una spiegazione totale del mondo e della condizione umana, esercita il potere considerando chi non vi aderisce eretico, nemico, addirittura il Male, non meritevole di dialogo ma da eliminare. Questa era, ad es. l’atteggiamento politico teorizzato da Stalin e praticato pure dai totalitarismi di destra. Anche per i loro simboli, erano facilmente identificabili. Le grandi credenze contemporanee (fiducia nella potenza del denaro, della scienza, del consumo, del successo…) non sono invece connotare da simboli precisi e possono essere particolarmente insidiose. Di solito sono caratterizzate dal rifiuto del trascendente, del mistero, delle fedi religiose, considerate per loro natura reazionarie. Portano spesso all’inversione tra mezzi e fini, tra sacro e profano e persino tra soggetto e oggetto (pag. 181). Ecco alcuni esempi.

Fiducia nella crescita economica. Il potere economico (multinazionali, finanzieri, grandi ricchi, associazioni padronali..) tende ad appropriarsi anche del potere mediatico (tv, cine, stampa..). Il motivo è evidente: se la gente ragiona in un certo modo, il potere stesso ne trae beneficio. E il modo suo di ragionare è quello di porre l’economia al vertice dei valori umani. Sessant’anni fa, quando fu scritta la Costituzione della Repubblica con largo accordo tra le componenti di opposto schieramento, liberale, marxista e cattolico, si parlava molto di bene comune: ad esso facevano continuo riferimento i dibattiti politici e le leggi. Oggi questa nozione è quasi scomparsa, sostituita da un’altra: quella della crescita economica. Caduta l’ideologia marxista sulla conquista rivoluzionaria del potere, si è affermata quella liberale secondo cui con una maggiore crescita economica si potrebbero risolvere tutti i problemi degli stati e del mondo, compresi quelli posti dalla crescita stessa (squilibri, disuguaglianze, privilegi, crisi ambientale..). È questo, secondo l’ideologia dominante nella globalizzazione, il dogma dell’one way, l’unica via percorribile, seguito dal dogma corollario definito dalla signora Thatcher negli anni ’80 TINA (acronimo di there is no alternative, non ci sono alternative). Peccato che la logica di questo pensiero unico comporti che gli uomini debbano essere subordinati all’economia: il mezzo diventa il fine. Gli effetti più macroscopico sono la crescita della disoccupazione, del precariato, degli squilibri.

Fiducia nel consumo. Un aspetto della fede nella crescita è dare connotazione acriticamente positiva al consumo: consumare vuol dire far “girare” l’economia. La pubblicità (ma non solo) è preposta a questa funzione. Essa infatti “parla di libertà per meglio alienarci al consumo e presenta un volto allegro per meglio chiuderci in un mondo unidimensionale profondamente triste” (pag. 180), se non addirittura mortale. Infatti il consumismo, specie quello alimentare, ha un risvolto tragico: tutte le statistiche nei paesi “progrediti” indicano che la maggioranza delle morti sono attribuibili alle patologie del benessere, a loro volta connesse con l’abnorme arricchimento alimentare. Del resto è sempre più evidente che in un mondo dalle risorse finite, i consumi materiali e l’economia tradizionale non possono crescere all’infinito: i nostri consumi eccessivi andranno a ridurre quelli già bassi del terzo mondo, così come la scelta di dedicare parte dei limitati terreni agricoli alla produzione di carburanti per sostituire la scarsità di petrolio, mette in competizione 600 milioni di auto – spesso usate per consumi superflui – con due miliardi di poveri del terzo mondo, già oggi sulla soglia della fame.

Fiducia nel progresso tecnico-scientifico. La scienza è basata sul dubbio, perché solo mettendo in discussione le conoscenze acquisite è possibile progredire. Uno scientista – cioè chi crede nel valore assoluto della scienza, intesa come capace di progresso indefinito, di dare risposte certe, di risolvere tutti i problemi umani – invece non può avere dubbi. Per lui la scienza non è più un mezzo, è diventato un fine, la Verità. Chi vuole far prevalere l’etica e la morale sulla scienza non può che essere definito reazionario, nemico. Si scivola così nel fondamentalismo, per cui il contraddittore è il Male, da eliminare con ogni mezzo (pag. 181). In ogni caso la fede nel progresso è assai più diffusa di quanto si pensi. Un esempio è la ricerca sulla fusione nucleare, nella quale si continua a investire miliardi, anche se – a detta di numerosi esperti – appartiene più alla fede nella scienza che alla realizzabilità tecnica. Analogamente si continua a investire nella fissione, pensando di riuscire prima o poi a neutralizzare le scorie radioattive: per ora è un’eredità – poco gradevole – che lasciamo alle generazioni future, in nome della stessa fiducia scientista. Come pure continuiamo a consumare il petrolio in via di esaurimento, quasi sperando che la scienza consentirà un giorno di riportare nei pozzi il prezioso liquido, prodotto dalla natura in miliardi di anni – al fine di rendere il clima della Terra adatto alla vita umana.

Alcune considerazioni conclusive. Anche solo da questi brevi cenni, si può dedurre che le ideologie sono lungi dall’essere esaurite, come si tende a far credere da gran parte dei media subordinati all’one way del liberismo globalizzato. Si sono trasformate rispetto al passato le ideologie, ma mantengono una carica idolatrica, scivolando persino nel fondamentalismo. Certo non usano i mezzi violenti di Stalin per far tacere gli oppositori, ma mezzi assai più semplici: basta escluderli dai media, basta ingolfare questi ultimi di banalità, facendo leva sugli istinti regressi per avere audience. Il risultato è identico a quello di Stalin: l’opposizione non esiste o comunque non si vede, non può far sentire la propria voce. Nel gioco di inversione tra mezzi e fini, i media si trovano facilitati da un’altra tendenza naturale: i mezzi sono in genere tangibili e misurabili, mentre i fini attengono in gran parte al campo immateriale; la libertà, ad es., non è misurabile, è assolutamente immateriale. Pertanto il settore immateriale è quello da privilegiare in ogni attività umanizzatrice. Un’ultima considerazione è che le ideologie moderne consentono di sottrarsi alle responsabilità dell’impegno politico: se le soluzioni saranno trovate dall’economia o dalla scienza, basta lasciar fare alle imprese o agli scienziati, basta fidarsi. Ecco come le ideologie nascoste hanno contribuito a degradare la politica a tifo sportivo, cioè a negarla, mentre dovrebbe essere la massima espressione della responsabilità di ciascuno per il bene comune.

*Riferimento bibliografico: V. Cheynet, Le choc de la décroissance, édition du Seuil, avril 2008.

SALUTE DELL’UOMO E SALUTE DEL PIANETA

STESSE ORIGINI: IL CONSUMISMO DEI RICCHI

L’OMS (organizzazione mondiale della sanità) ha da tempo proposto un’idea di salute assai diversa da quella che normalmente abbiamo: non solo assenza di malattie, ma pienezza di benessere psicofisico, ciò che implica equilibrio stabile nel tempo, condizione atta a prevenire le malattie, pienezza di difese. Si potrebbe applicare questo concetto allargato di salute anche a quella del nostro globo?

Salute del globo. Quando se ne parla, si pensa subito agli inquinamenti, all’effetto serra e a tutto ciò che, ad opera dell’uomo, rischia di alterare, nel presente o nel futuro, gli equilibri naturali. Il pianeta è stato studiato dagli ecologi come ecosistema, un insieme di molte componenti legate tra loro da complessi rapporti (simbiosi, parassitismo…) che convergono in un equilibrio dinamico. La complessità di un ecosistema è una garanzia di stabilità, in quanto le numerose componenti relazionate fra loro possono porre rimedio ad eventuali inconvenienti in una parte di esse, qualunque sia il motivo (interno o esterno). Di contro semplificare un ecosistema equivale di solito a renderlo instabile, soggetto cioè ad ammalarsi. Ecco perché una monocoltura, ad es., è più instabile di un sistema complesso, come la foresta naturale.

Salute come equilibrio. E’ forse quest’idea di stabilità dinamica il contributo più significativo della scienza ecologica: un sistema vivente è sempre soggetto a modifiche e attacchi al suo equilibrio, provenienti dall’esterno o anche dal suo interno; se il sistema gode di buona salute deve normalmente essere in grado di superarli, altrimenti arriva la malattia. La malattia è il sintomo di una rottura di equilibrio. Si può porvi rimedio curando il sintomo, ma assai meglio è intervenire sulle cause che l’hanno determinato. Nel primo caso la malattia può ritornare; se invece si pone rimedio alle cause, può essere debellata definitivamente.

L’ecosistema uomo. Quanto affermato per gli ecosistemi vale anche per la salute dell’uomo. L’uomo, come ogni animale, è anche un ecosistema e la sua salute deriva dall’equilibrio dinamico nelle complesse relazioni tra fattori esterni ed interni. La flora batterica che alberga nel nostro organismo, ad es., ha un’importanza spesso trascurata: è un fattore essenziale delle difese naturali, ed è persino in grado di supplire a parziali carenze alimentari (producendo ad es. certe vitamine mancanti nel cibo). La flora batterica è soggetta in parte a modificarsi soprattutto in relazione alle nostre abitudini alimentari. Un eccesso di carboidrati, ad es., produce una flora fermentativa; un eccesso di proteine una flora putrefattiva: entrambe (soprattutto quest’ultima) provocano nel nostro organismo elementi tossici che possono incidere negativamente sulla salute, sia a breve che a lungo termine. Questi elementi tossici infatti, attraverso la circolazione sanguigna, possono colpire qualunque organo (ad es. ossa), ben al di là del sistema digestivo. Ecco perché il fattore alimentare è importantissimo per la salute, assai più di quanto di solito non si pensi.

Le malattie del benessere. Vediamo allora quali sono le cause delle malattie principali. Oggi da noi prevalgono quelle degenerative (malattie cardio-vascolari, tumori, diabete…) e abbondanti ricerche epidemiologiche hanno messo in luce la loro correlazione con un’alimentazione troppo ricca: più specificamente si tratta di un eccesso di cibi ricchi (carne, grassi, zucchero, cereali raffinati…) e di una carenza di cibi poveri (verdure e frutta fresche, legumi, cereali non raffinati…). Esistono anche altri fattori ambientali, come gli inquinamenti, il fumo…, ma spesso questi sono la goccia che fa traboccare il vaso: agiscono perché trovano un organismo con scarse difese a causa di una scorretta alimentazione.

I rischi del pianeta. Tornando all’ecosistema mondo, possiamo costatare una impressionante somiglianza di cause. I danni del pianeta sono dovuti soprattutto al consumismo dei ricchi, e non soltanto a quello alimentare. L’effetto serra, ad es., è dovuto al fortissimo consumo di energia fossile, usata in tutti i processi produttivi moderni: petrolio e carbone derivano dai sedimenti lasciati al tempo dei dinosauri da una lussureggiante vegetazione (piante alte anche 300 metri) che sottrassero all’atmosfera il C02 e gli altri gas-serra, rendendola gradualmente vivibile per l’uomo. Ora noi li estraiamo, li utilizziamo nelle combustioni – magari per soddisfare bisogni superflui o sostituibili – liberandone i gas di combustione (CO2) in atmosfera. Così rischiamo di tornare in pochi decenni al clima dei dinosauri, quello che la natura ha impiegato miliardi di anni per renderlo adatto alla vita dell’uomo. Un altro gas a forte effetto serra è il metano, la cui presenza nell’atmosfera è in buona parte dovuta a fenomeni che avvengono nello stomaco dei bovini. Questi ultimi vengono allevati in misura crescente in funzione di quel consumismo alimentare che, si è visto, è dannoso anche alla salute umana. Ma forse i danni maggiori vanno ricercati a monte, nella mente umana: nell’avere semplificato, per sete di denaro, l’ecosistema mondo e lo stesso uomo, dimenticandone la complessità ed il valore di fine, anziché strumento di profitto.

In definitiva, l’opulenza è al contempo causa di una nostra salute insoddisfacente e dei principali rischi per la salute del pianeta. La chiave di una salute vera e stabile va cercata nella riscoperta della natura, nonché in un’austerità, anzitutto alimentare, in netto contrasto con il consumismo, verso cui siamo continuamente sollecitati per la ricerca del profitto.

Per riflettere:

-definizione di salute dell’OMS e pienezza di difese;

-legame tra salute e complessità di un ecosistema;

-malattia come rottura di un equilibrio dinamico;

-anche l’uomo è un ecosistema;

-flora batterica come essenziale fattore di difesa;

-legata al cibo e alle abitudini alimentari;

-malattie del benessere: eccesso di cibi ricchi, carenza di cibi poveri;

-consumismo dei ricchi come causa delle patologie umane e ambientali;

-semplificando entrambi gli ecosistemi per renderli soltanto strumenti di profitto;

-riscoprire i valori della natura e dell’uomo.


agosto 4, 2008

FUNZIONE STRATEGICA DI CIBO E FORESTE

QUESTE SONO FONDAMENTALI PER GARANTIRE ALLE FUTURE GENERAZIONI ACQUA, CIBO E AMBIENTE

Da alcuni anni si verificano fortissimi sbalzi nel prezzo del petrolio, con conseguenze anche indesiderabili in altri mercati. Quando il prezzo è alto, ad es., si genera la convenienza a dedicare parte delle terre coltivate alla produzione di carburanti (detti biocarburanti, o meglio agrocarburanti, perché utilizzano risorse agrarie), sottraendole allo scopo alimentare. Anche governi, come il Brasile, gli Stati Uniti e persino l’Europa hanno favorito questa scelta. La conseguenza è stata una minore produzione dei cereali e di altre derrate alimentari e la conseguente crescita del loro prezzo a livello mondiale. Da noi questa dinamica dei prezzi può avere effetti relativamente limitati, ma nei paesi del terzo mondo – dove risiede la maggioranza del genere umano – le conseguenze possono essere addirittura tragiche: può voler dire innalzare il numero di morti per fame – che ancor oggi si valuta nella spaventosa misura di decine di milioni ogni anno. Pertanto non ha torto Iean Ziegler, esperto dell’ONU per il «diritto al cibo», a parlare di crimine contro l’umanità a proposito di questa destinazione a carburante di granoturco e soia.

Conseguenze sociali e ambientali.  Ma vediamo più in dettaglio qualche altro effetto. Il governo brasiliano ha riqualificato circa 200 milioni di ettari di foresta tropicale secca, praterie e paludi, in «terre degradate», adatte alla coltivazione. Si tratta di ecosistemi con grande biodiversità, abitate da contadini poveri e da grandi aziende per l’allevamento estensivo di bovini. L’introduzione delle colture per agrocarburanti ha la conseguenza di ricacciare queste comunità verso la «frontiera agricola» dell’Amazzonia, là dove le tecniche devastatrici di deforestazione sono ben note. Secondo la Nasa più aumenta il prezzo della soia (che fornisce il 40% degli agrocarburanti in Brasile) più accelera la distruzione della foresta umida. Discorso analogo può essere fatto per l’Indonesia, dove il biodiesel tratto dalle coltivazioni di palma da olio viene chiamato «diesel della deforestazione». È importante tener presente che certe coltivazioni industrializzate, come la soia, offrono occupazione a un numero estremamente basso di persone, fino a 70 volte meno rispetto alle tradizionali coltivazioni familiari. Inoltre la fertilizzazione del terreno con concimi azotati libera nell’atmosfera l’ossido di azoto (N2O), un gas di fortissimo effetto serra, che tuttavia, essendo presente in quantità assai piccola, contribuisce per ora meno dell’anidride carbonica e del metano all’effetto serra complessivo.

Circoli viziosi.  Bastano queste brevi considerazioni per indicare il rischio di cadere in «circoli viziosi». Introdotta per combattere l’effetto serra, di fatto, la produzione di agrocarburanti lo può addirittura incrementare, sia attraverso la riduzione delle foreste, sia attraverso l’introduzione delle coltivazioni industriali e l’uso di fertilizzanti chimici. Un altro circolo vizioso può essere quello ricordato all’inizio tra incremento del prezzo del petrolio, biocarburanti e fame. Spesso si invoca l’avvento di biocarburanti di seconda generazione, quelli che, a differenza degli esistenti, non sarebbero prodotti in alternativa ad alimenti, ma da scarti agrari o biomasse legnose tratte dalle foreste. Tuttavia c’è il rischio che le biomasse non garantiscano adeguati profitti e siano pertanto disertate dagli investitori.

Quattro ecosistemi.  È necessario quindi affrontare il tema in un’ottica di ampio respiro, quella stessa che spinge a domandarsi dove potrà attingere il cibo in futuro un’umanità in rapida crescita. È noto che quattro sono gli ecosistemi da cui possiamo trarre alimenti: quelli delle acque, dei pascoli, delle terre coltivate e delle foreste. Le acque, specie quelle marine, hanno raggiunto ormai da decenni un livello di saturazione, per cui le possibilità di crescita del pescato sono assai limitate. I pascoli da noi sono abbandonati e stanno rimboschendosi, data la mancanza di persone disposte a quella vita aspra, ma nei paesi poveri sono sottoposti a una cronica situazione di “sovrappascolo”, cioè di eccesso di animali, che ne favorisce il degrado e la desertificazione. Degli ultimi due ecosistemi, terre coltivate e foreste, si è già accennato ad una certa reciproca intercambiabilità. Sono però da sottolineare i gravi danni, spesso irreversibili, quando si tratta di foreste tropicali umide, distrutte per lasciar posto alle coltivazioni. In un regime caldo e piovoso infatti, il terreno denudato perde rapidamente il suo contenuto di humus e rischia sterilità e desertificazione. In ogni caso le foreste possono essere rapidamente distrutte, ma per la loro ricostruzione si richiedono decenni. Da noi le foreste sono state da sempre apprezzate e “coltivate” per trarne combustibili (legna), ma anche cibi (frutti, funghi, noci, castagne..) e per fungere da insuperabili regolatrici del regime idrico. Oggi, nel benessere, sono meno valutate, ma, nella prospettiva di un mondo affamato e assetato, si dovranno riconsiderare queste fondamentali funzioni delle aree boscate.

In definitiva,  anche considerando il loro ruolo sul clima, le foreste, specie quelle tropicali, vanno considerate un bene prezioso per tutta l’umanità, la riserva privilegiata di energia rinnovabile e di cibo (basti pensare che, nonostante tutto, le foreste sono ancora circa 4 volte più estese delle terre coltivate). Non dovrebbero quindi essere abbandonate alla logica del mercato, all’arbitrio dei politici o alle brame degli speculatori. Altrettanto si dovrebbe ripetere per il mercato degli alimenti, specie nei paesi poveri, salvo incorrere in quel crimine contro l’umanità denunciato dalla stessa ONU. Resta a tutti noi il compito di premere a livello politico perché vengano valorizzati boschi e foreste, perché si torni a trarre da essi quell’energia rinnovabile che tradizionalmente fornivano e perché vengano effettuate le ricerche scientifiche e tecnologiche per rendere questa energia più adatta ai bisogni dei nostri tempi. Ma ci resta anche l’opportunità di educarci a consumi alimentari meno opulenti e più tradizionali, sperimentandone i concreti vantaggi per la salute.

Per riflettere:

-rincaro dei cereali: inattesa conseguenza del rincaro del petrolio;

-un crimine contro l’umanità;

-deforestazione e attacco alla biodiversità;

-il rischio dell’ossido di azoto;

-gli agrocarburanti possono aumentare l’effetto serra;

-puntare su quelli di seconda generazione;

-i terreni boscati possono essere in prospettiva una riserva di cibo;

-oltre a insuperabili regolatori del regime idrico e del clima;

-vanno salvaguardati come bene prezioso per tutta l’umanità.


agosto 1, 2008

QUANDO UN’IDEOLOGIA PRETENDE DI ESSERE “NATURALE”

LA PRETESA DI FONDARE L’ECONOMIA SULLA NATURA SOTTOVALUTA LA VOLONTÀ DELL’UOMO

La schiavitù nel passato era ritenuta “naturale”, inevitabile. La visione della società e della giustizia era gerarchica, verticale. Le gerarchie sociali erano considerate naturali ed era ovvio che chi nasceva schiavo, plebeo, nobile o re, morisse egualmente schiavo, plebeo, nobile e re. Ai tempi della bibbia queste idee erano pacifiche e invalse (ancora Paolo, ad es., raccomandava alle mogli di essere sottomesse ai mariti); ma nella bibbia c’era il germe di un superamento. C’era la narrazione di un Dio che non era soltanto creatore (ciò che vale per ogni cosa), ma che si è manifestato al suo popolo anzitutto come liberatore: che lo ha liberato dalla (o dalle) schiavitù. C’era anche l’attenzione per i più poveri e deboli, verso i quali non sembra ragionevole limitarsi a invocare atteggiamenti compassionevoli da parte dei potenti, ma invece il riconoscimento di diritti da parte della intera società. Sta di fatto che nel superamento della schiavitù e nel riconoscimento del diritto alla libertà per ogni uomo c’è probabilmente un importante influsso biblico: il messaggio biblico come fattore di progresso umano e sociale. È stata forse proprio questo messaggio, partendo dalla uguale dignità di tutti gli uomini, a portare nel mondo quella visione orizzontale della giustizia, che tende lentamente ad affermarsi rispetto alla precedente visione gerarchica.

La natura come gioca in questo contesto? Tradizionalmente è stata intesa nella duplice connotazione di madre e matrigna: madre perché genera e ama i suoi figli; matrigna perché non guarda in faccia a nessuno quando deve distruggere o uccidere. Questa ambivalenza va tenuta presente quando si parla di natura. Nella narrazione biblica prevale forse l’aspetto negativo della natura: l’uomo viene invitato a opporsi a certi aspetti della sua natura interiore, animale, che lo spingono verso l’egoismo, la cupidigia, l’aggressione verso i suoi simili. Gli viene indicato un piano superiore (giustizia, altruismo, condivisione, libertà, uguaglianza, fraternità, pace…) che supera la stretta natura, ma al quale si può giungere anche con la semplice ragione: il piano di una maggiore umanità. Di solito della narrazione biblica si sono fatte letture “sacrali” o “clericali”, che rimandano all’al di là, alla liberazione dal solo peccato o altro. Forse proprio per questo non si sono colti gli aspetti umani e in particolare l’obbiettivo massimo che viene indicato all’uomo: raggiungere la pace sulla terra, come sintesi di tutti i valori umani e sociali da perseguire. Né si sono valorizzati gli aspetti positivi che vanno riconosciuti alla natura, anche come riflesso del suo Creatore. Per trovare una sensibile innovazione nella storia del pensiero, bisogna arrivare verso la metà del secondo millennio. Con la rivalutazione dell’uomo, il periodo rinascimentale ha pure portato una certa rivalutazione della natura.

Nel campo economico,  cioè nel rapporto dell’uomo con i beni e la soddisfazione dei bisogni, sono state fin dall’antichità elaborate idee per migliorare e razionalizzare il comportamento umano; tuttavia solo verso la fine del ‘700, dopo la rivoluzione umanistica e naturalistica, è stata introdotta l’idea che nell’operare economico non vi sia soltanto la volontà dell’uomo operatore, ma che questa sia sottoposta a una sorta di ordine “naturale”, razionale, contro il quale è vano opporsi. Questo principio, riscontrabile più o meno chiaramente in autori come Smith, Ricardo, Malthus – riconosciuti universalmente come fondatori della scienza economica – è rimasto, se pure implicito, in tutta l’elaborazione del pensiero economico liberista – così come in quello marxista – fino ai nostri giorni. Oggi, crollata la validità empirica dell’ideologia marxista, i principi liberisti non hanno pressoché rivali. Così la caratteristica forse più importante della società attuale è la globalizzazione dell’economia fondata sui principi liberisti. Gli stessi principi elaborati due secoli addietro, con la pretesa di essere “naturali”, quindi scientifici, anziché attribuibili al volere dell’uomo.

Dov’è il tallone d’Achille dell’elaborazione liberista? È da cercare proprio nel punto iniziale: la sottovalutazione della volontà dell’uomo rispetto alla pretesa “naturalità” e inevitabilità di ciò che avviene nel campo economico. Dietro a concetti astratti, come quello di mercato, ci sono uomini con nome e cognome, con più o meno potere o ambizioni, che intervengono perseguendo determinati obbiettivi o strategie, non sempre univoci. Un grave inconveniente è che questi uomini spesso perdono il senso del limite: quanto più ricchi e potenti, quanto più in grado di influenzare il mercato, tanto più si sentono autorizzati ad operare per aumentare ulteriormente il loro potere e guadagno. È tipico delle società opulente la perdita del senso del limite. Così lo sviluppo delle economie opulente cresce su sé stesso, cumulativamente, senza limiti, senza timore di esaurire risorse limitate, come le energie fossili del globo, di alterare l’equilibrio climatico. Prima il prezzo elevato dell’energia (che ha spinto a ridurre la produzione alimentare a favore degli agrocarburanti), oggi la crisi economica, hanno di molto allargato l’area della fame. La quale stride tragicamente con i milioni di morti per patologie del benessere, cioè per l’eccesso di cibo. È curioso che per curarsi si riscopra la natura (cibi naturali, medicine alternative, tradizionali o altro ancora), quando basterebbe un elementare principio di equità o di equilibrio.

Maschera del potere.  Nella grande maggioranza il mercato è manipolato dalle classi dominanti nel proprio interesse. I risultati si vedono: alcuni diventano sempre più ricchi – eccessivamente ricchi – mentre al contempo aumentano le masse impoverite, precarie… E gli strumenti nelle mani dei potenti non mancano: la pubblicità non è probabilmente il più importante, anche se vi si dedica una percentuale crescente delle risorse prodotte. Forse di maggior peso è il controllo dei media, che non per nulla viene acquisito dai più accorti esponenti del potere economico. Attraverso i media si opera un continuo e sotterraneo lavaggio del cervello degli utenti, istillando alcune convinzioni, alcuni dogmi. Il primo dei quali è ovviamente la naturalità dell’economia liberista, con i corollari di liberalizzazione, deregolamentazione, privatizzazione, competizione, fiducia idolatrica nella tecnica, nel progresso, nel mercato… Ma possono anche servire certe operazioni (come la delocalizzazione) o certe sottolineature nell’informazione (creare paura degli immigrati, sostenere la necessità della guerra per sentirsi più sicuri…). Infine, al vertice della società globale, come massima fonte di guadagno – oltre che di instabilità e sfruttamento – si sta imponendo sempre più la speculazione finanziaria. Questa è un’attività a somma zero, dove qualcuno guadagna solo perché altri perdono. Come non vedere che la pretesa naturalità del liberismo, oggi come due secoli fa, non è altro che una maschera dietro cui si nasconde il potere economico? Il quale è sempre più forte quanto più aumenta l’efficacia dei suoi strumenti di convinzione. Quelli che hanno consentito all’uomo più ricco d’Italia di convincere i poveri italiani che i suoi interessi coincidono con quelli degli italiani poveri!

In definitiva la natura mantiene immutato il duplice volto di madre e matrigna. Dopo la negazione medievale e la riscoperta umanistica – che dovrebbe essere maggiormente seguita oggi in certi campi come la salute, l’alimentazione, l’agricoltura – ne sono state fatte applicazioni negative nel campo sociale, opposte al progresso umano ricavabile dal messaggio biblico. Più aberrante ancora l’applicazione nel campo dell’economia, quando si vorrebbe dare fondamento razionale o “scientifico” a un sistema, quello liberista, che sta alterando irreversibilmente l’ambiente, sta moltiplicando i morti per fame, per eccesso di cibo, per le guerre che si ritengono “necessarie” al mantenimento di questo folle sistema di sfruttamento.

Per riflettere:

-il passaggio dalla concezione gerarchico-verticale a quella fraterno-orizzontale;

-natura madre e matrigna;

-la riscoperta della natura nell’era moderna;

-l’applicazione al campo dell’economia per giustificare il liberismo;

-si trascura la volontà degli uomini, che possono influire sui bisogni della gente;

-perdita del senso del limite;

-agrocarburanti e crisi economica aumentano l’area della fame.


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