Brianzecum

febbraio 6, 2012

GIORNATA PER LA VITA

RIFLETTERE SU VALORI E SIGNIFICATI DELLA VITA OGGI

Di Don Giorgio De Capitani*

Una giornata  istituita dalla Chiesa italiana nel 1979, con un intento almeno inizialmente ben preciso: quello di combattere l’aborto, e successivamente l’eutanasia. In altre parole, la giornata è sempre stata caratterizzata da una visuale molto ristretta della vita, nel suo nascere e nel suo morire. Penso che ci sia ben altro: se la vita è come un arco, va oltre i due punti su cui l’arco si appoggia: da dove esso parte e dove si conclude. Un arco che, corto o grande che sia, comprende in poche parole tutta l’esistenza umana che, se è vero che ha un inizio e una fine, è ancor più vero che tra l’inizio e la fine c’è tutto il nostro vivere. Come dunque si può dimenticare che la nostra esistenza sta tra la nascita e la morte? Perché preoccuparci allora solo della nascita e della morte? Certo, qualcuno mi dirà: se non nasco, come potrò parlare di una mia esistenza? Vero! Ma non basta farmi nascere a tutti i costi, se poi nessuno si preoccuperà della mia realtà esistenziale.

Sulla morte,  non vorrei annoiarvi ripetendo le mie idee: già il vivere talora è una morte, se poi lo vogliamo prolungare oltre i limiti della natura, questo io chiamerei pazzia, per non dire crimine. Al di fuori del Figlio di Dio, nessuno viene in questo mondo liberamente. Se ci sono, qualcuno senza di me l’ha voluto. Già questo basterebbe per farci riflettere su tante cose. I genitori che non si preoccupano dei figli o li abbandonano al loro destino sono doppiamente colpevoli: sia in quanto genitori-educatori, sia in quanto genitori-genitori. Mi avete dato voi questa esistenza, e poi mi abbandonate? Che genitori siete? Già qui si porrebbe il problema della procreazione, che non è fine a se stessa come dice ancora oggi la Chiesa. Che significa procreare con amore? Se vuoi solo fare sesso, fallo in modo tale da evitare figli! I mezzi ci sono, no? Non osservare ciò che dice la Chiesa sul preservativo! Usalo!

Educare.  Non vorrei cadere anch’io nel rischio di vedere la Giornata per la vita limitatamente al suo inizio e alla sua fine. Il Papa ha scelto un tema che richiama il messaggio del primo dell’anno: “Giovani aperti alla vita”. È vero che di nuovo il Papa cade nel solito difetto di richiamare la gravità dell’aborto e dell’eutanasia, ma, nel messaggio, possiamo anche trovare qualche spunto interessante. Scrive ad esempio: «Educare i giovani a cercare la vera giovinezza, a compierne i desideri, i sogni, le esigenze in modo profondo, è una sfida oggi centrale. Se non si educano i giovani al senso e dunque al rispetto e alla valorizzazione della vita, si finisce per impoverire l’esistenza di tutti, si espone alla deriva la convivenza sociale e si facilita l’emarginazione di chi fa più fatica… Sono molte le situazioni e i problemi sociali a causa dei quali questo dono [della vita] è vilipeso, avvilito, caricato di fardelli spesso duri da sopportare. Educare i giovani alla vita significa offrire esempi, testimonianze e cultura che diano sostegno al desiderio di impegno che in tanti di loro si accende appena trovano adulti disposti a condividerlo. Per educare i giovani alla vita occorrono adulti contenti del dono dell’esistenza, nei quali non prevalga il cinismo, il calcolo o la ricerca del potere, della carriera o del divertimento fine a se stesso…

Senso della vita.  Molti giovani, in ogni genere di situazione umana e sociale, non aspettano altro che un adulto carico di simpatia per la vita che proponga loro senza facili moralismi e senza ipocrisie una strada per sperimentare l’affascinante avventura della vita… Gli anni recenti, segnati dalla crisi economica, hanno evidenziato come sia illusoria e fragile l’idea di un progresso illimitato e a basso costo, specialmente nei campi in cui entra più in gioco il valore della persona. Ci sono curve della storia che incutono in tutti, ma soprattutto nei più giovani, un senso di inquietudine e di smarrimento. Chi ama la vita non nega le difficoltà: si impegna, piuttosto, a educare i giovani a scoprire che cosa rende più aperti al manifestarsi del suo senso, a quella trascendenza a cui tutti anelano, magari a tentoni. Nasce così un atteggiamento di servizio e di dedizione alla vita degli altri che non può non commuovere e stimolare anche gli adulti».

Senso del dovere.  Mentre trascrivevo queste parole del Papa era da poco successo il fattaccio della nave Costa Concordia. Pensavo al comportamento vile del comandante e dei suoi ufficiali, a quanti avevano responsabilità (ad esempio alcune animatrici dei bambini) che, di fronte al pericolo, avevano tradito la loro missione. Ecco: che esempio hanno dato ai nostri giovani? Una volta i gesti eroici servivano ad entusiasmare noi ragazzi. Ora i giovani vivono in una società che ha perso ogni senso del dovere. Sì, ho detto “dovere”. Il dovere purtroppo è stato nel passato così enfatizzato da essere come investito di un alone di eroicità, ma era sbagliato. Dovere è dovere. Un comandante non può abbandonare la nave finché ci sono passeggeri. Se ci rimane, non è un eroe: fa il proprio dovere. Chi l’abbandona, non rinuncia tanto ad essere un eroe, ma tradisce la propria missione.

Ideali.  Sì, oggi si è perso il senso del proprio dovere, e ciò lo vediamo nelle emergenze, quando si tratta di scegliere tra la propria vita e quella degli altri. Sì, ci sono ancora casi eccezionali che, appunto, perché eccezionali vengono presi per atti eroici (come il gesto del batterista che ha ceduto il posto sulla scialuppa ad un bambino), ma ciò che vorrei dire è che l’egoismo, favorito anche da ideologie malsane, ha intaccato anche i nostri ragazzi. Dite quello che volete: il berlusconismo ha tolto il senso del dovere dal cuore della gente e ha inquinato i nostri ragazzi. Ce ne vorrà di tempo prima di parlare di vita in senso pieno. La vita si è svuotata lasciando il posto a pseudo-valori che hanno tolto quegli ideali che danno ali alla vita.

*dalla omelia del 4-2-2012: http://www.dongiorgio.it/scelta.php?id=1815&nome=prima

gennaio 1, 2012

EDUCARE I GIOVANI ALLA GIUSTIZIA E ALLA PACE

Omelia di don Giorgio De Capitani per capodanno 2012*

Giornata dedicata alla pace.  1 gennaio 1968: Papa Montini, Paolo VI, dedicava per la prima volta al tema della pace l’inizio di un nuovo anno. Iniziava così tutta quella serie di messaggi che impegneranno anche i successori fino ad oggi. Ogni anno un tema diverso. All’inizio del 2012, 45^ Giornata mondiale della Pace, Benedetto XVI ci invita a pensare ai giovani, sul tema: “Educare i giovani alla giustizia e alla pace”. Il messaggio non può essere che stimolante. Il Papa inizia la sua lettera con una domanda: «Con quale atteggiamento guardare al nuovo anno? Nel Salmo 130 troviamo una bellissima immagine. Il Salmista dice che l’uomo di fede attende il Signore “più che le sentinelle l’aurora” (v. 6), lo attende con ferma speranza, perché sa che porterà luce, misericordia, salvezza. Tale attesa nasce dall’esperienza del popolo eletto, il quale riconosce di essere educato da Dio a guardare il mondo nella sua verità e a non lasciarsi abbattere dalle tribolazioni. Vi invito a guardare il 2012 con questo atteggiamento fiducioso. È vero che nell’anno che termina è cresciuto il senso di frustrazione per la crisi che sta assillando la società, il mondo del lavoro e l’economia; una crisi le cui radici sono anzitutto culturali e antropologiche. Sembra quasi che una coltre di oscurità sia scesa sul nostro tempo e non permetta di vedere con chiarezza la luce del giorno. In questa oscurità il cuore dell’uomo non cessa tuttavia di attendere l’aurora di cui parla il Salmista. Tale attesa è particolarmente viva e visibile nei giovani, ed è per questo che il mio pensiero si rivolge a loro considerando il contributo che possono e debbono offrire alla società”.

Verità.  Mi ha colpito quest’ultima osservazione: solitamente noi diciamo che sono gli adulti a preparare un futuro diverso ai giovani, e poi succede che siamo noi adulti a preparare ai giovani il futuro, perciò imponendo loro un avvenire che è ancora “nostro”. Invece il papa invita i giovani a dare il loro contributo, proprio perché il futuro è loro. Casomai a noi adulti spetta il compito di far piazza pulita del marcio per permettere ai giovani di ricostruire, senza dover lavorare in un sistema che brucia già sul nascere ogni bocciòlo. È chiaro che non bisogna lasciarli soli, ma il nostro compito educativo sta nel far capire ai giovani i Valori, senza imporre il nostro punto di vista. Qui sta la nostra difficoltà di adulti. Che cosa significa educare in concreto i giovani alla verità e alla libertà? È un punto chiave del messaggio del Papa. Benedetto XVI risponde: «Sant’Agostino si domandava: “Quid enim fortius desiderat anima quam veritatem? – Che cosa desidera l’uomo più fortemente della verità?”. Il volto umano di una società dipende molto dal contributo dell’educazione a mantenere viva tale insopprimibile domanda. L’educazione, infatti, riguarda la formazione integrale della persona, inclusa la dimensione morale e spirituale dell’essere, in vista del suo fine ultimo e del bene della società di cui è membro. Perciò, per educare alla verità occorre innanzitutto sapere chi è la persona umana, conoscerne la natura. Contemplando la realtà che lo circonda, il Salmista riflette: “Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato, che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi?” (Sal 8,4-5). È questa la domanda fondamentale da porsi: chi è l’uomo? L’uomo è un essere che porta nel cuore una sete di infinito, una sete di verità – non parziale, ma capace di spiegare il senso della vita – perché è stato creato a immagine e somiglianza di Dio. Riconoscere allora con gratitudine la vita come dono inestimabile, conduce a scoprire la propria dignità profonda e l’inviolabilità di ogni persona».

Giustizia.  Il Papa passa poi al tema del messaggio: educare i giovani alla giustizia e alla pace. Anzitutto, educarli alla giustizia. Scrive Benedetto XVI: «Nel nostro mondo, in cui il valore della persona, della sua dignità e dei suoi diritti, al di là delle proclamazioni di intenti, è seriamente minacciato dalla diffusa tendenza a ricorrere esclusivamente ai criteri dell’utilità, del profitto e dell’avere, è importante non separare il concetto di giustizia dalle sue radici trascendenti. La giustizia, infatti, non è una semplice convenzione umana, poiché ciò che è giusto non è originariamente determinato dalla legge positiva, ma dall’identità profonda dell’essere umano. È la visione integrale dell’uomo che permette di non cadere in una concezione contrattualistica della giustizia e di aprire anche per essa l’orizzonte della solidarietà e dell’amore».

Pace.  Ed ecco l’altro tema: educare i giovani alla pace. Citando il Catechismo della Chiesa cattolica, Benedetto XVI scrive: «”La pace non è la semplice assenza di guerra e non può ridursi ad assicurare l’equilibrio delle forze contrastanti. La pace non si può ottenere sulla terra senza la tutela dei beni delle persone, la libera comunicazione tra gli esseri umani, il rispetto della dignità delle persone e dei popoli, l’assidua pratica della fratellanza”». Il Papa commenta: «La pace è frutto della giustizia ed effetto della carità. La pace per tutti nasce dalla giustizia di ciascuno e nessuno può eludere questo impegno essenziale di promuovere la giustizia, secondo le proprie competenze e responsabilità. Invito in particolare i giovani, che hanno sempre viva la tensione verso gli ideali, ad avere la pazienza e la tenacia di ricercare la giustizia e la pace, di coltivare il gusto per ciò che è giusto e vero, anche quando ciò può comportare sacrificio e andare controcorrente». Il Papa continua: «Di fronte alla difficile sfida di percorrere le vie della giustizia e della pace possiamo essere tentati di chiederci, come il Salmista: “Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto?” (Sal 121,1). A tutti, in particolare ai giovani, voglio dire con forza (qui il Papa cita le sue stesse parole durante la veglia ai giovani a Colonia il 20 agosto del 2005): “Non sono le ideologie che salvano il mondo, ma soltanto il volgersi al Dio vivente, che è il nostro creatore, il garante della nostra libertà, il garante di ciò che è veramente buono e vero… il volgersi senza riserve a Dio che è la misura di ciò che è giusto e allo stesso tempo è l’amore eterno. E che cosa mai potrebbe salvarci se non l’amore?”.

L’amore  si compiace della verità, è la forza che rende capaci di impegnarsi per la verità, per la giustizia, per la pace, perché tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta (cfr 1 Cor 13,1-13). Cari giovani, voi siete un dono prezioso per la società. Non lasciatevi prendere dallo scoraggiamento di fronte alle difficoltà e non abbandonatevi a false soluzioni, che spesso si presentano come la via più facile per superare i problemi. Non abbiate paura di impegnarvi, di affrontare la fatica e il sacrificio, di scegliere le vie che richiedono fedeltà e costanza, umiltà e dedizione. Vivete con fiducia la vostra giovinezza e quei profondi desideri che provate di felicità, di verità, di bellezza e di amore vero! Vivete intensamente questa stagione della vita così ricca e piena di entusiasmo. Siate coscienti di essere voi stessi di esempio e di stimolo per gli adulti, e lo sarete quanto più vi sforzate di superare le ingiustizie e la corruzione, quanto più desiderate un futuro migliore e vi impegnate a costruirlo. Siate consapevoli delle vostre potenzialità e non chiudetevi mai in voi stessi, ma sappiate lavorare per un futuro più luminoso per tutti. Non siete mai soli. La Chiesa ha fiducia in voi, vi segue, vi incoraggia e desidera offrirvi quanto ha di più prezioso: la possibilità di alzare gli occhi a Dio, di incontrare Gesù Cristo, Colui che è la giustizia e la pace».

Conclusione.  Un bel messaggio, certamente, ma che bisognerebbe diffondere, tradurlo nel concreto della vita quotidiana: da parte di noi educatori, e da parte soprattutto dei giovani che devono sentirsi protagonisti della rinascita di un mondo nuovo.

*Fonte: http://www.dongiorgio.it/scelta.php?id=1780&nome=omelie

novembre 13, 2011

IL VENIR MENO DI UNA “CATTIVA FIDUCIA”

RICOSTRUIRE LA FIDUCIA È ANCOR PIÙ IMPORTANTE DELL’ORDINE NEI CONTI PUBBLICI

di PIERO STEFANI*

Fiducia è una parola varia e radicale. Varia perché si colloca in più contesti. Essa svolge un ruolo decisivo in relazione tanto a se stessi quanto sul piano interpersonale, politico, economico-finanziario e religioso. Radicale perché le spetta, quasi sempre, l’ultima parola, specie sul fronte negativo. Quando scompare la fiducia tutto viene meno. Allora non si possono trovare né palliativi, né sostituti.

Paura.  Talvolta in certi contesti politici ha dominato la repressione, atto in cui la paura – se non il terrore – prende il posto della fiducia. Eppure, per quanto questa fase possa durare a lungo e produrre enormi cumuli di sofferenza, essa non è permanente. La violenza esercitata dal tiranno non equivale a quella di un terremoto. Perché si compia, essa deve passare attraverso persone che, per interesse o convinzioni perverse, mettono in pratica ordini iniqui. Anche queste situazioni però mutano; allora, negli esecutori, scompare la fiducia nei capi. Ciò ha luogo quando si scopre di essere stati ingannati. La disillusione può essere di alto profilo allorché si aprono gli occhi sull’inattendibilità degli ideali per i quali si è combattuto, o può collocarsi a livello inferiore se ci si rende semplicemente conto che non si è più nelle condizioni di trarre i vantaggi sperati. Quando subentra questa fase il sistema crolla. Secondo un detto antico, anche una banda di briganti si dissolve non appena dilaga la sfiducia reciproca.

Inganno.  Al pari della paura, anche l’inganno è in grado di prendere, per un certo tempo, il posto della fiducia. In fin dei conti, esso non è che una fiducia in maschera: funziona solo nella misura in cui è celato. Una volta scoperto, si dissolve come bruma al sole. Quando lascia vedere quel che sta dietro è finita. La foschia diventa però nebbia nel caso in cui l’inganno sia reciproco. Fin che dura questa situazione domina il tornaconto che l’uno lucra alle spalle dell’altro; tuttavia, anche se più lentamente, pure in questi casi, prima o poi, una delle due parti scopre che l’inganno altrui non è più funzionale al proprio vantaggio. Il gioco allora si arresta. Il mercato è, da sempre, uno degli ambiti in cui l’onestà può essere parzialmente supplita da una disonestà reciproca. Tuttavia anche lì, alla fine, qualcuno dirà, con fondamento, che l’ honesty è la miglior politica. Il che, detto per altro verso, significa che le bugie hanno le gambe corte a motivo del fatto che il loro necessario infittirsi (assai più di quanto avvenga per le ciliegie, una bugia tira l’altra) mina, dall’interno, lo scopo originario per cui esse erano state messe in campo. Quando si è sul mercato e si perde fiducia che gli inganni dell’altro possano essere funzionali ai propri vantaggi, il crollo del primo ingannatore diventa certo. La speculazione è, appunto, un terreno retto da questo meccanismo che condivide con il mitico Crono l’abitudine di mangiare i propri figli.

Cattiva fiducia.  Sfiduciato e commissariato, il nostro paese attraversa, sul piano sia internazionale sia interno, una crisi di fiducia senza precedenti. Si trova in queste condizioni perché a lungo ha vissuto in base a una “cattiva fiducia” fondata sulla comune accettazione di un reciproco inganno. Questa situazione spiega perché esista una dilagante sfiducia nelle istituzioni e nella classe politica (che forse non ha ancora del tutto intaccato l’iceberg del Quirinale) da parte di un’opinione pubblica che, in larga misura, condivide lo stile di vita dei suoi governanti. Sì è replicato all’ultimo, tentato inganno dei «ristoranti pieni» affermando che sono tali anche le mense della Caritas. Il che è vero; tuttavia nella situazione attuale, questa constatazione è meno pregnante del fatto che sono proprio i frequentatori dei ristoranti a essersi trasformati nei più sensibili “ripetitori” di una sfiducia che trova la sua origine in potenti “emittenti” internazionali. Stando alle statistiche l’Italia è una terra di famiglie ricche e di Stato indebitato fino al collo. La “cattiva fiducia” legata a questo inganno ha retto per decenni; ora, però, è giunto il tempo in cui ci si è accorti che il benessere privato di molti (che pur non si lasciano turbare dalla povertà altrui) non può restare indifferente rispetto al dissesto della finanza pubblica.

Sussulto etico. Alle spalle della svolta attuale non c’è stato nessun autentico, diffuso e irreversibile sussulto etico del nostro paese. Ecco perché la parte dell’opinione pubblica sana, vissuta per lunghi anni nell’umiliazione, ora non può esultare. Proprio il suo senso critico la persuade che la necessità di ricostruire una “fiducia buona” è, in Italia, un compito ancor più arduo di quello, quasi disperato, di mettere ordine nei conti pubblici. Nei rapporti interpersonali ci è dato ancora di sperimentare che non vi è nulla di più risanante di una relazione in cui si riceve e si dona fiducia. A volte si tratta di esperienze tanto profonde da toccare il nocciolo stesso del vivere. Alla vita pubblica non è richiesto di raggiungere simili intensità; le spetta, però, di essere consapevole dei disastri prodotti da una gestione del potere ingannevole, dissennata e pervicacemente incapace di arrendersi al fatto che la “buona fiducia” costituisce un ingrediente indispensabile per ogni autentico risanamento della vita collettiva.

* Il pensiero della settimana n. 360  http://pierostefani.myblog.it/

novembre 7, 2011

POTERE, AUTORITÀ, VERITÀ E GIUSTIZIA

GESÙ. MODELLO DELL’ANTI-POTERE, HA TRASFORMATO L’AUTORITÀ IN SERVIZIO D’AMORE

Dall’omelia di don Giorgio De Capitani per la Festa di Cristo Re 2011

Terminologie del passato.  La Festa di Cristo Re è stata introdotta da Pio XI (papa Achille Ratti nativo di Desio), con l’enciclica “Quas primas” dell’11 dicembre 1925. L’introduzione di tale festività è stata dettata anche da un motivo storico: “nell’età del totalitarismo – siamo nel 1925 – affermare la regalità di Cristo doveva rendere relative le suggestioni dei regimi, che pretendevano dai popoli un’adesione personale assoluta”. Ciononostante risulta un po’ ostico accettare oggi queste terminologie: re, regno, che sono ormai sepolte nel passato. In realtà, sepolte del tutto no, visto che ancora oggi si parla di re e di regine. D’altronde, si dice che la Chiesa è monarchica. Che significa monarchia? Io vorrei trovare un’altra ragione che ha una sua logica, nella visuale evangelica. Il Vangelo va preso nella sua radicalità, il che significa che Cristo è venuto per dare un nuovo senso alla storia. La vera Storia non è fatta dai potenti della terra, ma dagli umili: dagli abitanti della terra. La parola umiltà, lo ripeto, deriva da humus, terra.

Essenza della Verità.  Cristo poteva benissimo inventare una nuova terminologia, ed è quella che ogni leader di nuovi movimenti solitamente s’inventa, anche per dare più unicità al movimento stesso che perciò si identifica anche mediante parole appropriate. C’è chi per identificarsi ricorre ad un segno esteriore di un certo colore, ad un cravatta o a un fazzoletto nel taschino (di colore verde per la Lega), e c’è chi usa determinate parole studiate ad hoc (vedi Cl). Cristo non sembra aver scelto questa strada diciamo esteriore, ma ha puntato tutto sull’essenza della Verità proposta, sul cuore del Messaggio, la cui Novità dunque va al di là di segni o di riti o di parole. Anzi, Cristo ha voluto mantenere immagini attinte dal Vecchio Testamento. Lui si auto-presenta come il Buon Pastore: altra immagine che oggi risulterebbe un po’ dura da digerire. Il pastore richiama il gregge, le pecore. La poesia può anche attutire la durezza della realtà, ma definirci oggi un gregge non piace a nessuno. Cristo ha parlato di un regno che è venuto a restaurare. Ed ecco la domanda: perché ha ripreso queste immagini?

Essenza del potere.  Ha usato la stessa terminologia, ma ha cambiato il senso, il contenuto: qui sta la sua vera provocazione. Quando pensi a un re, pensi al potere che si circonda di fasto, di sudditi, che pensa di avere in mano le sorti di un paese, di una nazione, dell’intera umanità. Il potere come tale dà ordini, si fa obbedire. Cristo, assumendo la stessa terminologia, ha voluto in tal modo cambiare l’essenza stessa del potere. A Ponzio Pilato, rappresentante del potere politico romano, che gli chiede: «Dunque, tu sei re?», Gesù risponde: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Qui sta la differenza tra il regno umano e il regno di Cristo: è la verità che li distingue. Pilato conclude scetticamente: «Che cos’è la verità?», quasi a riconoscere l’impotenza del potere politico a comprendere la vera essenza della verità. Certo, il potere ha una sua visuale della verità: non dirà mai che vive di menzogna. Per lui la bugia fa parte della sua logica, secondo la quale tutto deve essere al servizio del potere stesso. Questa è la verità del potere umano!

Bugie e confusione per dominare.  Ogni evento viene interpretato secondo questa logica. E per fare questo ricorre ad ogni strategia: dire, disdire, creare dubbi, falsificare la storia, e ci riesce perché la gente stessa, disorientata al massimo, non sa più che cos’è la verità. Ecco lo stato di confusione di cui si approfitta il potere per dominare imponendo le sue menzogne. Il potere è menzogna. Il potere è falsificazione della realtà. Il potere stravolge ogni cosa pur di ottenere il massimo di potere. C’è una pagina, una tra le più drammatiche del vangelo di Giovanni, quando tra Gesù e alcuni ebrei – pensate: erano suoi simpatizzanti! – ci si scambia ogni offesa, volano parole grosse. Quei giudei accusano Gesù di essere un indemoniato. E Gesù di rimando: «Voi avete per padre il diavolo… egli era omicida fin da principio e non stava saldo nella verità, perché in lui non c’è verità. Quando dice il falso, dice ciò che è suo, perché è menzognero e padre della menzogna».

Stravolto il concetto di autorità.  Comprendo che nell’antichità i sovrani giustificavano il fatto di “stare sopra” il loro popolo (questo è il senso della parola “sovrano”) facendo credere di essere autorizzati dalla divinità stessa, addirittura imponendo di essere venerati come se fossero una divinità (pensate agli imperatori romani), ma non accetto assolutamente, come cristiano, di ritenere l’autorità discendere da Dio stesso. Certo, non lo si dice in questo modo, ma si parla di volere di Dio. E che cos’è il volere di Dio? Il volere di Dio non dovrebbe essere un modo per imporre il proprio potere, dimenticando Cristo che, è vero, ha parlato di un regno, si è definito re, ma ha stravolto il concetto di autorità: l’ha trasformata in servizio d’amore. Quando l’autorità si fa potere, è blasfemo pensare al volere di Dio o nascondervisi dietro: ancora oggi Cristo ripeterebbe ai suoi credenti l’accusa: “Voi avete per padre il demonio!” Forse è utopia togliere dal potere ogni forma demoniaca, ma la Chiesa in quanto tale, Chiesa di Cristo, non dovrebbe imitare il suo Fondatore?

Non dominare ma promuovere.  Pierpaolo Loi, in un suo commento alla festa della regalità di Cristo, tra l’altro dice: «Gesù si pone come modello dell’anti-potere: non vuole dominare le altre persone, quanto piuttosto promuovere, chiamare, suscitare la forza che ogni essere umano ha in sé, in modo che ognuna e ognuno di noi si assuma responsabilmente il peso e la gioia della libertà. Chi non ricorda quella pagina misteriosa e appassionante del Grande Inquisitore  (Dostoevskij, I fratelli Karamazov) che condanna nuovamente Gesù e gli rimprovera di aver voluto rendere libere le persone, rendendole, così, infelici?». Vorrei ricordare che il Grande Inquisitore era un vecchio novantenne ed era il capo dell’Inquisizione spagnola. Sa che Cristo è apparso a Siviglia e lo sta cercando. Infine crede d’averlo trovato in un giovane povero con occhi che incantano e uno strano alone di luce sul volto. Il dialogo che si svolge tra loro è terribile. In realtà è un monologo dell’Inquisitore. Cristo non parla, ascolta. L’Inquisitore rimprovera Cristo per aver dato agli uomini il libero arbitrio ed avergli promesso in dono il pane celeste. Ma gli uomini volevano invece il pane della terra e non sapevano che farsene del libero arbitrio.

Nulla più intollerabile della libertà.  Ecco ciò che il Grande Inquisitore dice a Gesù: “Tu vuoi andare nel mondo e ci vai a mani vuote, con la promessa di una libertà che gli uomini, nella loro semplicità e nel loro disordine innato, non possono neppure concepire, della quale hanno paura e terrore, perché nulla è mai stato più intollerabile della libertà per l’uomo e per la società umana!”. “Io ti dico che non c’è per l’uomo preoccupazione più tormentosa di quella di trovare qualcuno al quale restituire, al più presto possibile, quel dono della libertà che il disgraziato ha avuto al momento di nascere”. “Tu hai scelto tutto quello che c’è di più insolito, di più problematico, hai scelto tutto quello che era superiore alla sorte degli uomini, e perciò hai agito come se tu non li amassi affatto. E chi è che ha agito così? Colui che era venuto a dare per loro la sua vita! Invece di impadronirti della libertà umana, l’hai moltiplicata, e hai oppresso per sempre col peso dei suoi tormenti il regno spirituale dell’uomo. (…) Se tu lo avessi stimato meno, gli avresti anche chiesto di meno, e questa sarebbe stata una cosa più vicina all’amore…”.

Croce, patibolo per gli schiavi ribelli.  A quel punto l’Inquisitore dice a Cristo che la Chiesa si è messa d’accordo con il diavolo, ha dato agli uomini il pane della terra purché essi rinunciassero al libero arbitrio. Questo è avvenuto e gli uomini sono felici. L’Inquisitore conclude dicendo a Cristo che lo farà bruciare quel giorno stesso. Cristo come risponde? Lo guarda con sguardo soave, gli si avvicina, lo bacia e scompare. (Continua il commento di Pierpaolo Loi): «Il trono di Gesù è la croce, cioè il patibolo per gli schiavi ribelli, alla quale è stato appeso dal potere religioso e politico: quel potere oppressivo dal quale aveva cercato di liberare le persone, in special modo i più deboli, i più poveri, gli emarginati per motivi sociali o religiosi. Per aver accettato di donare la sua vita per amore, Dio ha riconosciuto che in lui la sua “immagine” – che aveva impressa sul primo uomo (maschio e femmina) – si è resa visibile definitivamente. Da questa regalità della “debolezza” crocifissa nasce la possibilità di relazioni nuove tra le persone e con l’universo intero, relazioni non basate sul binomio dominio/sottomissione, ma sul mutuo rispetto, l’armonia, e la forza della verità (la nonviolenza attiva) che ci rende responsabili della nostra libertà….

Fede cioè impegno per la giustizia.  Disgraziatamente, nella vita ecclesiale vengono riprodotti modelli di “regno” mondano e non cristiano! Quante volte si stabiliscono rapporti autoritari piuttosto che di fraternità! Quante volte si va a braccetto con i potenti e si è conniventi con le “strutture sociali di peccato” generate dal potere economico-politico di questo mondo, sia in modo attivo che per omissione! Termino con le parole, sempre attuali, di p. Ernesto Balducci: “Non abbiamo da costruire spazi sacri in cui rifugiarci; non abbiamo terra santa in cui andare; non abbiamo casa di Dio in cui nasconderci. La casa di Dio è la casa degli uomini; la santità di Dio ha il suo tempio nell’uomo vivente. E ogni dualismo che tende a separare la casa di Dio e la casa dell’uomo, la santità di Dio e la fragilità dell’uomo, porta in sé una frode. Noi costruiamo il Regno faticando con gli altri, senza che la fede sia motivo di disaffezione dall’impegno nella vita quotidiana e nei progetti sociali ispirati a giustizia”.

Fonte: http://www.dongiorgio.it/scelta.php?id=1723&nome=omelie

novembre 2, 2011

È POSSIBILE IL DIALOGO TRA FINANZA E CRISTIANESIMO?

APPROFONDIRE LA CONOSCENZA RECIPROCA, CON L’OCCHIO RIVOLTO A CHI C’È IN FONDO ALLA CATENA DI SFRUTTAMENTO

 

Paternoster Square, la piazza che separa la cattedrale di St. Paul dalla borsa londinese e dai grattacieli delle grandi banche, è stata occupata dagli indignati, così come Zuccotti Park, nel cuore di Wall Street a New York. Si tratta spesso di giovani (ma non solo) che hanno perso il lavoro e magari anche la casa in seguito alla crisi economica e che, non avendo più nulla da perdere, sono disposti ad affrontare persino i rigori dell’inverno incombente per protestare in quelli che sono simboli del potere finanziario: la City di Londra e Wall Street, appunto. Si cercherà in questa sede di capire quali siano le loro ragioni quando vedono nel potere finanziario globalizzato la causa principale della crisi; nonché quali possibilità esistano di conciliare finanza e cristianesimo. Lo spunto è fornito da un colloquio su questi temi col canonico anglicano Giles Fraser, responsabile delle iniziative pastorali nella cattedrale di St. Paul, che si è in seguito dimesso per evitare che “episodi violenti possano essere commessi in nome della chiesa”*.

È nostro interesse fare donazioni?  Questa la domanda di un banchiere, riferita dal canonico. Un semplice interrogativo che spiega quanto distante sia il mondo della finanza dal cristianesimo e dal suo nucleo centrale, l’amore altruistico. In effetti sono due mondi che vivono separati, con scarsi interessi uno verso l’altro: nessuno dei due ha mai compreso a fondo l’altro. Anche per la chiesa anglicana, nella predicazione l’economia non viene quasi mai trattata, si parla piuttosto di sesso o di altri aspetti della morale individuale. Ma nella bibbia l’economia, il rapporto con le cose e col denaro, ha molto più rilievo del sesso. Ancora oggi uno dei compiti principali sarebbe quello di spiegare alle chiese come relazionarsi con questo nostro mondo attuale – così marcato dall’economia – e diventare meno analfabete dal punto di vista economico.

Alla base dell’economia – intesa sia come teoria, sia come prassi capitalistica – vi è la concezione, avanzata verso la fine del settecento dai primi economisti anglosassoni, in particolare da Adam Smith, secondo cui si opera razionalmente perseguendo il proprio interesse egoistico: si produce per gli altri ma solo se c’è un interesse proprio. L’altruismo indicato dal cristianesimo è completamente al di fuori di questa logica economica. Questo è uno dei motivi per cui è difficile che un operatore della City comprenda quello che viene predicato nella cattedrale. L’arcivescovo di Canterbury, Williams (il “papa” dell’anglicanesimo, che però svolge una funzione di “primus inter pares” con un primato di onore, non anche gerarchico) dice che i soldi sono il sacramento della serietà. Solo per la pulizia della cattedrale sono stati spesi di recente 42 milioni di sterline (circa 50 milioni di euro): del denaro non se ne può fare a meno. Ma per chi il denaro potrebbe essere anche una buona novella? Importanti a questo proposito sono le indicazioni della dottrina sociale della chiesa cattolica, che ha sostenuto la liceità del giusto profitto.

Dal giusto profitto al massimo profitto.  La prassi e persino la teoria economica prevalente (quella neoclassica-marginalista) si sono fondate sulla convinzione che il perseguimento del massimo profitto – col minimo di vincoli etici, politici, giuridici, o meglio ancora senza – garantisca la migliore efficienza per l’economia, realizzi l’ottimalità economica, a vantaggio di tutti. La crisi che è scoppiata nel 2007, proprio nel campo finanziario, sembra la più efficace smentita di questa idea, tuttora dominante. La globalizzazione dell’economia e delle informazioni ha reso possibile mettere in atto strumenti e strutture secondo catene sempre più lunghe e complesse (si pensi alle delocalizzazioni o, sul piano finanziario, ai derivati e alle cartolarizzazioni). Queste catene spesso diventano incomprensibili non solo per la gente comune, ma persino per gli addetti ai lavori. Con la scusa di frazionare i rischi al fine di ridurli, ad es., si sono operate vere e proprie truffe, quanto meno occultando i rischi impliciti nei diversi strumenti finanziari, rendendo pressoché impossibile individuare errori e responsabilità. Un altro elemento è una specie di big bang nel campo finanziario: prima le banche prestavano denaro; oggi vendono i propri crediti, per così dire, riciclandoli, e spostando il rischio sulle spalle di terzi investitori, spesso ignari. Così non devono molto preoccuparsi delle garanzie che il debitore fornisce sulla restituzione. Ci sono diversi trucchi, in definitiva, per cui chi mette in atto le azioni rischiose non è colui che dovrà pagarne il conto. Tutto per raggiungere il massimo profitto, nel più breve tempo possibile: attraverso provvigioni, plusvalenze, ecc. piuttosto che ricavi da interessi sui prestiti, che sono comunque indispensabili per lo svolgimento di ogni attività finanziaria.

Il caso americano  è, a questo proposito, esemplare. Molti cittadini con limitate disponibilità finanziarie sono stati indotti dalle banche a contrarre mutui per acquistare la casa (che costituisce la garanzia reale per le banche stesse). Oltre che andare al di sopra delle possibilità economiche di chi contrae il mutuo, si è superata pure la normale prudenza da parte delle banche nel concedere prestiti, in relazione alle disponibilità finanziarie. Quando diversi acquirenti di case hanno cominciato a non essere più in grado di pagare il mutuo, molte case sono state messe in vendita e il loro prezzo è crollato. Così anche le banche sono arrivate sull’orlo del fallimento, non riuscendo più a ricuperare i prestiti, vendendo le case ormai svalutate. È scoppiata la “bolla speculativa”: ci si è resi conto che sia le persone, sia le banche vivevano sui debiti, al di sopra delle loro possibilità. Il loro benessere fittizio era pagato da altri. La vicenda americana è finita poi come è ben noto: massiccio intervento statale (con soldi pubblici) per salvare le banche, ma non certo per attutire le difficoltà di chi è restato senza casa, certamente meno colpevole delle banche stesse.

Le bolle speculative  sembrano in definitiva la metafora per indicare la realtà della City e, in generale del nostro benessere occidentale, spesso eccessivo. Anche la grande crisi del secolo precedente è iniziata nel 1929 quando è scoppiata la bolla borsistica: aveva fatto credere a molti che si potesse guadagnare indefinitamente senza lavorare, ma giocando (o speculando) nel mercato finanziario. Oggi la finanziarizzazione dell’economia promette cose analoghe, togliendo masse di capitali agli investimenti produttivi (ecco il motivo principale della disoccupazione dilagante). Non si dice mai che la speculazione è un gioco a somma zero: quello che guadagna lo speculatore lo perde qualcun’altro. E su chi sia questo altro, in fondo alla catena di sfruttamento, ci sono pochi dubbi. Gli organismi internazionali hanno calcolato sull’ordine di 100 milioni all’anno il numero di nuovi affamati provocati nel mondo dalla crisi in atto. Ecco lo spazio per l’etica delle religioni, ma anche per l’etica laica. Indicare profeticamente il madornale sfruttamento che si nasconde sotto la finanza “moderna e avanzata”. Se non ci pensano le chiese, ci penseranno gli indignati.

luglio 11, 2011

SPIRITO, IDEOLOGIA E LAICITÀ

CONFRONTO TRA DUE MODI DIVERSI DI INTENDERE LA LAICITÀ

di PIERO STEFANI*

Due personalità.  Nel 2011, in modi e forme diverse, è cresciuta l’attenzione riservata a due personalità le quali, pur assai differenti tra loro, sono accomunate dalla volontà di affrontare problemi in larga misura uguali, a cui, peraltro, danno risposte radicalmente diverse. Si tratta della filosofa Roberta De Monticelli e del card. Angelo Scola. La prima è autrice di un libro, La questione morale (Raffaello Cortina, Milano 2010) che continua a suscitare vasto interesse; il secondo è stato nominato in questi giorni arcivescovo di Milano (cfr. pensiero n. 343). Le circostanze invitano a riandare indietro di qualche anno e a confrontare tra loro due testi, rispettivamente di De Monticelli (Sullo spirito e l’ideologia. Lettera ai cristiani, Baldini e Castoldi, Milano 2007) e di Scola (Una nuova laicità, Marsilio, Venezia 2007; si veda anche il precedente confronto in Il Regno-Attualità 16,2007, p. 554), attestanti una polarità che, al di là delle due trattazioni specifiche, caratterizzeranno la vita della futura diocesi milanese (e non solo). I due libri sono molti diversi per intenti, stili e orientamenti. Se li si accosta è soprattutto per il fatto che entrambi – pur nella varietà degli argomenti trattati – si confrontano, in buona sostanza, con un nucleo centrale riassumibile con queste parole: «il mix religione e politica sarà il tema dei prossimi cinquant’anni» (M. Burleigh) (cit. in Una nuova laicità, p. 10). Infatti sia l’ormai ex Patriarca di Venezia sia la filosofa dell’Università S. Raffaele si misurano, da prospettive divergenti, con il problema del confronto religione – laicità così come si prospetta all’interno di società plurali. Scola lo fa raccogliendo, su invito dell’editore, una serie di suoi interventi pubblici che trattano di laicità, bioetica, scuola, beni culturali, ambiente ecc. Dal canto suo De Monticelli ha scelto di dare al proprio scritto (mosso, in gran parte, dalle vicende legate al caso Welby) la forma di lettera scritta a imprecisati amici cristiani. Si potrebbe sostenere che in un caso abbiamo un vescovo che vuole offrire alla civitas le proprie argomentate considerazioni, mentre, nell’altro, ci si trova davanti a una pensatrice che si rivolge ai credenti per ragionare con loro della fede e delle conseguenze che da essa derivano – o al contrario non dovrebbero derivare – rispetto alla convivenza comune.

 

In De Monticelli  ‘spirito’ e ‘ideologia’ si presentano come dimensioni drasticamente alternative. Per lei valutare la propensione tipica di un certo cattolicesimo contemporaneo di presentarsi come garante collettivo dei valori pubblici, equivale a domandarsi quali fattori abbiano trasformato lo ‘spirito’ in ‘ideologia’. La risposta è netta: è la scelta di nominare falsamente (più che invano) il nome di Dio, vale a dire l’opzione volta a renderlo un idolo. Detto in altri termini, è la volontà di applicare alla fede in Dio il detto di Tucidide secondo cui: «Degli dei crediamo, e degli uomini sappiamo, che dominano ovunque possono» (Sullo spirito…, p. 144). Per comprendere meglio questa posizione occorre tener conto della genealogia che si trova alle spalle di questo processo di ideologizzazione della fede. Per ricorrere a una terminologia non esplicitamente impiegata dal testo, l’analisi potrebbe essere riassunta lungo questa pista: il processo che ha aperto le porte a una versione ideologica della fede consiste, da un lato, nell’aver ricondotto tutto al piano dell’ethos e, dall’altro, nell’aver reso questa scelta un modo per abitare nel mondo esercitando la pretesa di ammaestrarlo.

 

L’ideologia  comporta la decisione di parlare un linguaggio mondano in nome della fede, perciò essa ha la necessità sia di “entificare” il riferimento a Dio («Che Dio sia un ente, lo credono soltanto i peccatori» Eckhart, cit in Ib., p. 50) sia di appellarsi in maniera determinante all’autorità anche quando ci si muove all’interno di un supposto linguaggio comune. Questo caso risulta palese nel riferimento alla legge naturale la quale dovrebbe, per definizione, essere di tutti e che invece viene prospettata tale solo in quanto garantita dal magistero. Una parte dell’attività di quest’ultimo consiste, perciò, nella volontà di definire, in proprio, la ragione. Appunto su questo terreno sorge però una dicotomia tra quanto si denuncia e quel che si afferma: «Vorrei solo fare una domanda: se la ragione non illuminata dalla fede è così malridotta, così strumentale, tecnica, storicista, scientista e nichilista, come farà a vederli questi “principi antropologici ed etici”?» (Ib., p. 38). Per replicare all’ideologia occorre, quindi, contrastare la pretesa che la fede abiti il mondo nella sua qualità di collante sociale: «il Cristianesimo non è una religio, un legame, ma il suo contrario: è la vita dello spirito, ove, soltanto, è libertà» (M. Vannini, cit. in Ib., 137).

Anche Scola  vuole rispondere al prospettato e inquietante mix tra religione e politica (e aggiungiamo ethos); lo fa però per una via molto diversa dalla precedente. Alla base delle linee da lui prospettate ci sono alcuni convincimenti di fondo. A volte essi emergono palesemente alla superficie, altre volte operano dall’interno e si rifrangano sulle argomentazioni senza essere apertamente enunciati. I principali tra essi sono: il fatto che la caratteristica saliente della verità cristiana è di essere legata alla persona di Gesù, il che implica che i credenti imbocchino la via della testimonianza; la storia come realtà guidata da Dio verso un fine salvifico; l’inaccettabilità e l’anacronismo della contrapposizione (di ascendenza barthiana) tra religione e fede e quindi l’integrale recupero sia del nesso fede-cultura, sia della valenza positiva del naturale anelito umano aperto verso Dio senza pregiudicare con ciò l’integrale libertà umana. Accanto a questi grandi temi teologici, Scola esprime la propria convinzione secondo cui «lo Stato, modernamente inteso, è chiamato a essere una funzione della società civile, a sua volta formata da persone che vivono rapporti vicendevoli nei cosiddetti corpi intermedi, il primo dei quali è la famiglia» (Una nuova laicità, p. 28). Dall’intreccio di questi fattori nasce la possibilità di dar corso a una «sana laicità» (Ib., p. 16) la quale deve «consentire a me credente di operare nella convinzione che Dio regge ultimamente la storia, con decisive implicazioni sul vivere civile, e deve riconoscere pari diritti e doveri a chi nega questa ipotesi con tutte le fibre del suo essere» (Ib., 21). Una delle più qualificanti ricadute per il credente di questa impostazione sta nel fatto che, in virtù del quadro prima descritto, la testimonianza possa estrinsecarsi, oltre che nella dimensione alta del martirio (cfr, Ib., pp. 62-64; 161), anche in quella più orizzontale della proposta (cfr. Ib. p. 22), ambito, quest’ultimo, certo rispettoso della libertà altrui, ma anche indirizzato a esprimere convincimenti volti a incidere in modo diretto sulla società civile.

 

Integrismo.  L’espressione più riassuntiva del pensiero espresso dal card. Scola pare riassumibile sotto l’etichetta di «sana laicità» (più che «nuova»); frase in cui l’aggettivo prevale sul sostantivo in quanto la funzione di “ufficiale medico” è appannaggio di chi è in grado di testimoniare Cristo e, con ciò stesso, di additare agli altri la sola via in grado di raggiungere la pienezza dell’umano. Per esprimerci in termini forti, la «sana laicità» garantisce uguaglianza formale e rispetto tra tutti i membri della società, ma nega, in senso qualitativo, la pari dignità umana a chi vive secondo un’etica priva di Cristo. Questa visione antropologica – in definitiva integrista – ha come sua inevitabile ricaduta il convincimento stando al quale, per itinerari simmetrici, sia la fede sia la morale restano spaesate se non sono ricondotte nell’alveo della religione. Ha scritto di recente Angelo Scola: «Senza nulla perdere del suo valore universale, anzi confermandolo, la moralità acquista nel cristianesimo la consapevolezza che il senso del bene antropologico e morale ha nella relazione il luogo privilegiato della sua genesi. La centralità del rapporto con la persona umano-divina di Gesù mostra così in modo unico ed esemplare l’universalità personalista ovvero il personalismo universalista dell’esperienza morale» (A. Cavarero, A. Scola, Non uccidere, il Mulino, Bologna 2011, p.28).

*Il pensiero della settimana n. 347  http://pierostefani.myblog.it/archive/2011/07/01/347-spirito-ideologia-e-laicita.html

 

 

 

giugno 25, 2011

L’OLIVA E LE CILIEGE

Filed under: 4) giustizia — brianzecum @ 6:58 am

di  PIERO STEFANI*

Margherita amava la sua terra, ma sapeva bene che la Sicilia era stata benedetta più da Dio (o dagli dèi) che dagli uomini. Per capirlo basta avere occhi e guardarsi un po’ in giro. In ogni angolo si vede qualche opera pubblica lasciata a mezzo e consegnata al degrado. Le speculazioni edilizie private erano invece state portate a compimento. Lo comprova la cementificazione di coste e crinali. La sensazione si rafforza se si hanno orecchi. Da un lato con essi si percepisce la risacca del mare e lo stormire delle fronde; dall’altro, si colgono le mute grida del sangue versato e il sussurro maligno racchiuso dietro le persiane.

Anche se la Sicilia è identificata, sia nella realtà sia nell’immaginario, più con gli agrumi che con gli ulivi, questi ultimi non mancano. Nell’isola esistono da sempre, pure se, a differenza dei carrubi o dei fichi d’India, non hanno ancora trovato un loro Guttuso. Ce ne sono di antichi. L’animo di Margherita la portava più volte a mettere in conto i lati oscuri di quanto la vita può riservare, forse per questo era attratta da quelle piante, simboli ben riconoscibili di una contorta, sofferente vecchiaia. Di persona lei era lungi dall’essere arrivata a quella età; la vedeva comunque ben presente attorno a sé. Era ancora una ragazza malinconica quando, in un suo quaderno, aveva scritto una specie di poesia dedicata agli ulivi. Il testo era perduto da gran tempo e, come succede di norma, Margherita, crescendo, aveva considerato ingenui quei versi. Ricordava solo gli ultimi due: «ora comprendo perché alla loro ombra / per noi sudasti sangue». A quel tempo la figura di Gesù albergava nel suo cuore.

Un giorno di autunno si trovò a camminare in mezzo agli ulivi. Lei, in genere riflessiva, fu preda di un piccolo, irrefrenabile impulso che la spinse a cogliere e mettere in bocca un’oliva acerba. Fu invasa dall’amarezza. Bisogna pensare non all’amaro del caffè, ma a una forza attorcigliante che invade tutto, inizia dal palato ma poi è come se penetrasse in ogni fibra del corpo. Basta mettere in bocca una piccola oliva acerba per avere una sensazione globale e traumatica. È un amaro che amareggia e perdura. Solo allora, mentre cercava affannosamente un po’ d’acqua per sciacquarsi la bocca, capì. Era emerso un pensiero latente. Da un libro di un autore a lei molto caro aveva appreso una leggenda rabbinica. Il racconto forniva una specie di mappa degli abitanti dei sette cieli. I beati erano disposti in ordine gerarchico. Margherita era rimasta impressionata dal fatto che, al di sopra dello stesso messia, si trovassero coloro che avevano avuto la vita amara come un’oliva acerba. Il pensiero che la sventura fosse in se stessa agli occhi di Dio un motivo sufficiente per essere salvi la commosse.

Da allora, negli strati profondi della sua psiche, quel passo aveva continuato a operare, fino a indurla ad allungare la mano e aprire la bocca. Il ricordo non fu tale da trasformare l’amarezza in dolcezza; fu però in grado di farla riandare al verso di un salmo. Lo conosceva nella sua bella formulazione latina: «in pace amaritudo mea amarissima». Quelle parole le sembrarono la cifra dell’unica forma di pace che può toccare in sorte ai pensosi. Non si proiettò verso una supposta compensazione celeste; si lasciò piuttosto invadere da una sensazione di pace che nulla aveva da spartire con l’esuberanza. Quel momento, contraddistinto dall’ormai precoce allungarsi delle ombre della sera, le parve capace di svelarle un senso irrinunciabile del vivere.

Passarono vari anni. Anche la stagione era diversa. Si era sulla soglia dell’estate, il tempo in cui le fioriture della primavera si ritirano davanti al gagliardo avanzare dell’incipiente arsura. Stava sulla terrazza e di fronte a sé si estendeva un mare blu cobalto, lievemente increspato dal vento e sottoposto alle robuste carezze del sole. Sulla tavola campeggiava, trionfante, un piatto di ciliegie mature. Plinio il vecchio parlò del gelso come di pianta sapientissima, in quanto è l’ultima a far spuntare le infiorescenze e la prima a far maturare le sue more. In tal modo, essa si pone al riparo tanto dagli improvvisi ritorni del freddo quanto dall’irrompere dell’arsura o da repentine grandinate estive. Margherita, come molte persone colte della sua terra, amava i classici; conosceva, perciò, quella valutazione che, per suo conto, estendeva alle ciliegie. Anche in questo caso l’albero non è tra i primi a fiorire, mentre i suoi frutti maturano in anticipo rispetto alle albicocche, alle pesche, alle susine, per non parlare delle mele e delle pere. Già nelle settimane di passaggio tra la primavera e l’estate, le ciliegie anticipano dolcezze che altri frutti raggiungeranno solo dopo essere stati esposti a lungo al dardeggiare del sole. A Margherita era possibile avere un rapporto speciale con quei piccoli frutti rosso scuro, perché dietro casa si ergeva un ciliegio forte e rigoglioso. Per lei quei frutti non erano quelli insapori e costosi acquistati in negozio; al contrario essi erano ancora dotati di un gusto tale da confermare il vecchio proverbio stando al quale una ciliegia tira l’altra.

Margherita respirò l’aria salsa, sentì la risacca, guardò lontano verso il blu scintillante del mare e cominciò a essere pervasa dalla dolcezza suscitata in lei dai piccoli globi rossi. I noccioli sul tavolo formavano ormai un piccola corona e le sue dita tendevano ad assumere qualche sfumatura violacea. Le venne in mente un altro detto rabbinico: nel tempo avvenire a ogni uomo sarà chiesto conto dei piaceri leciti che si è rifiutato di godere nella vita. Non si trattava soltanto della gola. Tutti i sensi erano chiamati a raccolta: la vista, l’udito, l’odorato, il gusto; il solo tatto aveva poca voce in capitolo. Margherita vedeva, udiva, annusava e gustava una pace serena.

Nell’Apocalisse si parla di un libro ingoiato dal veggente, dolce come miele alla bocca, ma poi tale da riempire di amarezza le viscere. Avvenne così anche per le ciliegie. La dolcezza si trasformò in inquietudine amara. Perché avvenisse il mutamento, bastò un solo pensiero. Guardò la divina, indifferente bellezza di quel mare e l’immaginazione le fece vedere la superficie dal di sotto. Le migliaia di annegati racchiusi in quella tomba acquatica riebbero gli occhi, ma per loro tutto era buio e salso. Sono bimbi, donne e uomini che non avranno mai più in sorte di gustare una ciliegia. Nella vita di chi pensa il dolce si muta spesso in amaro. Avvenne anche quel giorno.

La Sicilia oggi – disse tra sé – è anche meta non raggiunta per chi è sprofondato nelle acque, luogo di umiliazione per molti di coloro che vi giungono e terra illuminata dai barlumi di umanità espressi da chi si rifiuta, tuttora, di tirar giù la saracinesca posta davanti alla porta dell’accoglienza.

*fonte:  Il pensiero della settimana, n.356   http://pierostefani.myblog.it/archive/2011/06/25/346-l-oliva-e-le-ciliegie.html

giugno 4, 2011

MILANO TRA ELEZIONI E LORO MANCANZA

L’ELEZIONE DI AMBROGIO A FUROR DI POPOLO E L’ATTUALE ATTESA DELLA NOMINA DEL NUOVO VESCOVO. L’EQUIVOCO DELLE RIFORME IRREFORMABILI

 

di  PIERO STEFANI

Nel 2011 Milano assisterà al rinnovo di due cariche. Una è già avvenuta con l’elezione di Giuliano Pisapia a sindaco della città: un fatto dalla valenza politica rilevante che, con ogni probabilità, sarà assunto nei libri di storia come svolta irreversibile nel declino politico dell’attuale presidente del consiglio. A seguito di questo esito elettorale si stanno infatti mettendo in moto dinamiche che diffondono, a vasto raggio, la convinzione secondo la quale Berlusconi ha imboccato, senza chance di recupero, il viale del tramonto. Pure se, ipoteticamente, non fosse così, l’esistenza di questa vasta percezione contribuisce in modo significativo a far sì che sia effettivamente così. Tutt’altro il discorso su quanto avverrà dopo: qui l’incertezza regna sovrana. L’altra carica da rinnovare è quella di arcivescovo. Nel 2009, il card. Tettamanzi ha dato le dimissioni per raggiunti limiti di età. Come è ormai prassi, l’incarico gli è stato rinnovato per due anni. Anche questi ultimi sono ormai scaduti. Da mesi fioccano le previsioni sul successore.

Influssi politici.  Se la nomina, non l’ingresso, fosse avvenuta prima delle elezioni amministrative, difficilmente qualcuno avrebbe ipotizzato una volontà da parte della Chiesa cattolica di influire sul risultato elettorale. È meno vero il contrario. Specie se la scelta, come molti prevedono, cadrà infine sul card. Scola, sarà arduo scacciare il sospetto secondo cui una delle variabili che ha fatto propendere la bilancia dalla parte dell’attuale patriarca di Venezia sia stata la presenza di Pisapia a palazzo Marino. Si tratterebbe di un sospetto tutt’altro che infondato, diretto a screditare ulteriormente l’immagine che la Chiesa cattolica offre di se stessa. Ancora una volta si è sbagliata, quanto meno, la tempistica. Anche se fatta con debito anticipo, una nomina come quella di Scola sarebbe stata inevitabilmente letta come una vittoria di CL, ma lo stile sarebbe stato meno compromesso. Se poi, ora, prevalesse un altro candidato, anche in questo caso sarebbe, ugualmente, dietro l’angolo il sospetto che la sua nomina sia stata influenzata da una variabile politica.

Verticismo monarchico.  Legato al confronto tra l’elezione del sindaco di Milano e la nomina del futuro arcivescovo vi è, comunque, un aspetto più profondo di quello connesso alla cronaca politica. Dopo molti anni la sinistra riprenderà a governare Milano in virtù di un consenso che le viene dalla maggior parte dei cittadini. Con tutti i suoi limiti, il ricorso alle urne evidenzia, in modo efficace, le scelte della cittadinanza. Nulla di equivalente in seno alla diocesi ambrosiana. Qui si è in attesa di una nomina che viene dall’alto senza che sia possibile influenzarla in alcun modo. Quando cambia un vescovo, i fedeli devono solo aspettare la decisione di Roma. Il nunzio indaga, consulta, propone terne (ma non sempre, per Milano non è stata fatta), infine consegna il plico al papa. Poi tutto procedere nelle stanze vaticane, finché giunge l’annuncio, secondo tempi e modi lasciati alla discrezione del pontefice. Il sistema di nomina dall’alto può avere esiti anche molto positivi. In base a esso, negli ultimi giorni del 1979, Carlo Maria Martini fu nominato, a sorpresa, vescovo di Milano. D’altra parte se, in quell’occasione, si fosse dato libero corso alle dinamiche interne alla diocesi ambrosiana, nessuno si sarebbe stupito se CL fosse riuscita a far vincere un suo candidato. Eppure il verticismo monarchico in base al quale si attende un pastore senza consultare le sue future pecore, continua a essere espressione di una Chiesa retta dall’equivoco di spacciare per tradizione irreformabile l’arroccamento attorno ad alcune specifiche fasi della propria storia.

La via delle riforme.  Il fatto che, fino all’epoca medievale, il vescovo fosse eletto da clero e popolo, lungi dall’evitare abusi, spesso li favorì. Inserita in un sistema feudale, questa prassi garantì il predominio di alcune grandi famiglie. Per mutare clima si imboccò la via delle riforme. Nel caso della nomina del vescovo di Roma, dal 1059 essa è, per esempio, affidata ai cardinali. I nostri tempi sono lontanissimi dal Medioevo. Ogni riforma va a sua volta riformata. Avviare processi grazie ai quali i fedeli di una diocesi abbiano parte attiva nella scelta del loro pastore è opzione che solo una forma miope di gestione del potere si rifiuta di prendere in considerazione. Nel 374 Ambrogio, governatore della provincia romana dell’Emilia-Liguria con sede a Milano, fu eletto, contro il suo parere, vescovo della città a furor di popolo. Ciò avvenne quando Ambrogio non era ancora battezzato (pur essendo già cristiano). Sulla scorta di questo precedente, qualche autore surrealista potrebbe scrivere una piéce teatrale al termine della quale Giuliano Pisapia siede a capo della diocesi ambrosiana. Non auspichiamo tanto. Ci basterebbe che si traessero le debite conseguenze dal fatto che la struttura monarchica e lo spirito feudale, lungi dal far parte dell’intima natura della Chiesa, ne rappresentano solo una fase storica avviata, da gran tempo, sul viale del tramonto. Tuttavia proprio la prolungata dilazione del crepuscolo, fa sì che essa sia ancora in grado di gettare lunghe ombre sul suolo ecclesiale.

 
fonte: Il pensiero della settimana, n. 343;   http://pierostefani.myblog.it/archive/2011/06/03/343-milano-tra-elezioni-e-loro-mancanza.html
 

Maggio 26, 2011

MESSAGGIO FINALE KINGSTON

GLORIA A DIO E PACE SULLA TERRA

MESSAGGIO FINALE DELLA CONVOCAZIONE ECUMENICA INTERNAZIONALE PER LA PACE

“A Dio chiedo di usare verso di voi la sua gloriosa e immensa potenza, e di farvi diventare spiritualmente forti con la forza del suo Spirito; di far abitare Cristo nei vostri cuori, per mezzo della fede. A Dio chiedo che siate radicati e stabilmente fondati nell’amore” (Efes. 3, 16-17).

Comprendiamo che la pace e la costruzione della pace sono parte indispensabile della nostra fede comune. La pace è indissolubilmente legata all’amore, alla giustizia e alla libertà che Dio ha accordato a tutti gli esseri umani attraverso Cristo e l’opera dello Spirito Santo come dono e vocazione. Essa costituisce un modello di vita che riflette la partecipazione umana all’amore di Dio per il mondo. La natura dinamica della pace come dono e vocazione non nega l’esistenza delle tensioni che sono un elemento intrinseco delle relazioni umane, ma può attenuarne la forza distruttiva apportandovi giustizia e riconciliazione.

Dio benedice i/le costruttori di pace. Le Chiese membro del Consiglio Ecumenico delle Chiese (WCC) e altri cristiani sono uniti, come mai prima, nella ricerca dei mezzi con cui affrontare la violenza e rifiutare la guerra a favore della “Pace Giusta” – ossia dell’instaurazione della pace con giustizia attraverso una risposta comune alla chiamata di Dio. La Pace Giusta ci invita a unirci in un cammino comune e ad impegnarci a costruire una cultura di pace.

Noi, circa mille partecipanti da più di cento nazioni, convocati dal WCC, abbiamo condiviso l’esperienza della Convocazione Ecumenica Internazionale per la Pace (IEPC), incontro di chiese cristiane e di credenti di altre religioni impegnati a costruire Pace nella comunità, Pace con la Terra, Pace nel mercato e Pace tra i popoli. Ci siamo riuniti nel campus dell’University of the West Indies a Kingston, Giamaica, dal 17 al 25 maggio 2011. Siamo profondamente grati a chi ci ha ospitato in Giamaica e nell’intera regione caraibica offrendoci generosamente una ricca ed ampia opportunità per fare comunità tra noi e la crescita nella grazia di Dio. Per il fatto stesso che ci siamo riuniti nel luogo di un’antica piantagione di canna da zucchero, si è imposto il ricordo dell’ingiustizia e della violenza della schiavitù, del colonialismo e di altre forme di schiavitù che ancora oggi affliggono il mondo. Sapevamo bene delle sfide dure della violenza in questo contesto ma pure del coraggioso impegno delle chiese nell’affrontare tali sfide.

Abbiamo portato in Giamaica le preoccupazioni delle nostre chiese e delle nostre aree geografiche. Qui abbiamo parlato l’un/a l’altro/a. Ora abbiamo una parola da condividere con le chiese e con il mondo.

Ci siamo incontrati attraverso lo studio biblico, l’arricchimento spirituale della preghiera comune, la creatività artistica, le visite a realtà di chiese locali e di servizio sociale, assemblee plenarie, seminari, workshop, eventi culturali, relazioni, decisioni impegnative, conversazioni profondamente commoventi con persone che hanno fatto esperienza di violenza, ingiustizia e di guerra. Abbiamo celebrato la conclusione del Decennio ecumenico per il superamento della violenza (2001-2010). Il nostro impegno ci spinge a dire che superare la violenza è possibile. Il Decennio per il superamento della violenza ha dato vita a numerosi esempi di cristiani che hanno fatto la differenza.

Mentre eravamo riuniti in Giamaica eravamo appassionatamente consapevoli degli eventi del mondo attorno a noi. I racconti dalle nostre chiese ci hanno ricordato le responsabilità locali, pastorali e sociali verso le persone che devono quotidianamente affrontare i temi che abbiamo discusso. Le conseguenze del terremoto e dello tsunami in Giappone hanno suscitato urgenti interrogativi sull’energia nucleare e le minacce che incombono sulla natura e sull’umanità. Le istituzioni governative e finanziarie sono confrontate alla necessità di prendere la propria responsabilità per il fallimento delle loro politiche e per il conseguente devastante impatto sulle persone vulnerabili.

Noi osserviamo con inquietudine e compassione la lotta dei popoli per la libertà, la giustizia e i diritti umani in molti paesi arabi e in altri contesti nei quali persone coraggiose lottano, senza che nel mondo si dia loro sufficiente attenzione. Il nostro amore per i popoli di Israele e Palestina ci convince che il prolungarsi dell’occupazione li danneggia entrambi. Rinnoviamo la nostra solidarietà con i popoli di paesi divisi come la penisola coreana e Cipro, e con i popoli che aspirano alla pace e alla fine della sofferenza in nazioni come la Colombia, l’Iraq, l’Afganistan e la regione dei Grandi Laghi in Africa.

Siamo consapevoli che i cristiani sono stati spesso complici di sistemi di violenza, ingiustizia, militarismo, razzismo, separazioni di casta, intolleranza e discriminazione. Chiediamo a Dio di perdonare i nostri peccati e di trasformarci in agenti di giustizia e promotori di Pace Giusta. Chiediamo ai governi e ad altre entità di smettere di usare la religione come pretesto per giustificare la violenza.

Con partner di altre fedi abbiamo riconosciuto che la pace è un valore fondamentale in tutte le religioni, e che la promessa della pace si estende a tutti e tutte senza distinzione di tradizione e di appartenenze. Intensificando il dialogo interreligioso cerchiamo una base comune con tutte le religioni del mondo.

Ci unisce un desiderio comune: che la guerra diventi illegale. Lottando per la pace sulla Terra ci confrontiamo con i nostri contesti e storie diversi. Constatiamo che differenti chiese e religioni portano differenti prospettive sul cammino che conduce verso la pace. Tra noi alcuni prendono come punto di partenza la conversione e l’etica personale, l’accoglienza della pace di Dio nel proprio cuore come fondamento per costruire pace nella famiglia, nella comunità, nell’economia, come pure su tutta la Terra e nel mondo delle nazioni. Alcuni sottolineano la necessità di concentrarsi prima di tutto sul mutuo sostegno e sulla correzione reciproca nel corpo di Cristo se si vuole che la pace sia realizzata. Altri incoraggiano le chiese ad impegnarsi nei vasti movimenti sociali e nella testimonianza pubblica. Ogni approccio ha il suo valore: non si escludono l’uno con l’altro. Di fatto si collegano inseparabilmente l’uno all’altro. Anche nelle nostre diversità possiamo parlare con una sola voce.

Pace nella comunità

 Le chiese apprendono tutta la complessità della Pace Giusta nella misura in cui noi veniamo a conoscere l’interrelazione che esiste tra le molteplici ingiustizie e oppressioni che sono simultaneamente all’opera nella vita di molti/e. Membri di una famiglia o comunità possono essere oppressi e allo stesso tempo oppressori di altri/e. Le chiese devono aiutare a individuare le scelte quotidiane che possono porre fine agli abusi e promuovere i diritti umani, la giustizia di genere, la giustizia climatica, la giustizia economica, l’unità e la pace. Le chiese devono continuare a combattere razzismo e separazioni di casta come realtà disumanizzanti nel mondo odierno. Allo stesso modo, bisogna chiaramente chiamare peccato la violenza contro le donne e i bambini e le bambine. Sforzi coscienti sono richiesti per la piena integrazione delle persone diversamente abili. I temi della sessualità dividono le chiese, e per questo chiediamo al WCC di creare spazi accoglienti nei quali affrontare i temi controversi della sessualità umana. Le chiese giocano un ruolo a vari livelli nel promuovere e difendere il diritto all’obiezione di coscienza, nel garantire asilo a coloro che si oppongono e resistono al militarismo e ai conflitti armati. Le chiese devono alzare la loro voce comune per proteggere dall’intolleranza religiosa le nostre sorelle e fratelli cristiani e tutti/e coloro che sono vittime di discriminazione e di persecuzione per motivi di intolleranza religiosa. L’educazione alla pace deve essere posta al centro di ogni curriculum nelle scuole, nei seminari e nelle università. Noi riconosciamo la capacità dei/delle giovani nel costruire la pace e ci rivolgiamo alle chiese perché sviluppino e rafforzino reti di “ministri” di Pace Giusta. La chiesa è chiamata ad alzare in pubblico la sua voce riguardo a questi problemi, dicendo la verità al di fuori delle mura dei propri santuari.

Pace con la Terra

 

La crisi ambientale nel profondo è una crisi etica e spirituale dell’umanità. Ben consapevoli del danno che l’attività umana ha fatto alla Terra, riaffermiamo il nostro impegno per la salvaguardia del creato e per uno stile di vita quotidiana conseguente. La nostra preoccupazione per la Terra e quella per l’umanità vanno insieme inseparabilmente. Le risorse naturali e i beni comuni, come l’acqua, devono essere condivisi in modo giusto e sostenibile. Ci uniamo alla società civile di tutto il mondo per far pressione sui governi affinché diano basi radicalmente diverse a tutte le attività economiche per raggiungere l’obiettivo di un’economia ecologicamente sostenibile. Bisogna ridurre urgentemente l’uso estensivo dei combustibili fossili e le emissioni di CO2 ad un livello che mantenga limitato il cambiamento climatico. Quando si negoziano le quote di emissione di CO2 e i costi di adeguamento bisogna considerare il debito ecologico dei paesi industrializzati responsabili del cambiamento climatico. La catastrofe nucleare di Fukushima ha dimostrato ancora una volta che non bisogna più fare affidamento sul nucleare come fonte di energia. Noi rifiutiamo strategie quali un aumento della produzione dei biocarburanti che colpiscono i poveri creando concorrenza alla produzione alimentare.

Pace nel mercato

 

L’economia globale offre spesso esempi di violenza strutturale che fa vittime non tanto attraverso l’uso diretto delle armi o della violenza fisica quanto attraverso l’accettazione passiva di una diffusa povertà, di disparità contrattuali e di disuguaglianze tra le classi e le nazioni. In contrasto con la sregolata crescita economica che il sistema neoliberale promuove, la Bibbia indica la visione di una vita in abbondanza per tutti e tutte. Le chiese devono imparare ad appoggiare in modo più efficace la piena realizzazione dei diritti economici, sociali e culturali come fondamento per “economie di vita”.

È uno scandalo che si spendano enormi somme di denaro per i bilanci militari e per il sostegno militare degli alleati e nel commercio delle armi mentre c’è urgente bisogno di questo denaro per sradicare la povertà nel mondo e mettere a disposizione i fondi per un ri-orientamento ecologicamente e socialmente responsabile dell’economia mondiale. Sollecitiamo tutti i governi ad agire immediatamente per re-indirizzare le risorse finanziarie in programmi che sviluppino la vita piuttosto che la morte. Incoraggiamo le chiese affinché adottino strategie comuni in favore di trasformazioni economiche. Le chiese devono affrontare più concretamente le concentrazioni irresponsabili di potere e di ricchezza così come la piaga della corruzione. Passi verso economie giuste e sostenibili includono regole più efficaci per i mercati finanziari, l’introduzione di tasse per le transazioni finanziarie e giusti rapporti commerciali.

Pace fra i popoli

 

La storia, specialmente attraverso la testimonianza delle chiese storicamente pacifiste, ci ricorda che la violenza è contraria al volere di Dio e non può mai risolvere i conflitti. E’ per questa ragione che superiamo la dottrina della guerra giusta andando verso un impegno per la Pace Giusta. E ciò comporta abbandonare i concetti esclusivisti della sicurezza nazionale e passare a una sicurezza per tutti e tutte. E ciò comprende una responsabilità quotidiana per prevenire e quindi evitare la violenza alla sua radice. Molti aspetti pratici del concetto di Pace Giusta richiedono discussione, discernimento ed elaborazione. Continuiamo a dibattere su come le persone innocenti possano essere protette dall’ingiustizia, dalla guerra e dalla violenza; sul concetto della “responsabilità di proteggere “ e sul suo possibile abuso. Richiediamo con urgenza che il WCC e gli organismi collegati chiarifichino ulteriormente le loro posizioni riguardo a questa politica.

Noi sosteniamo il totale disarmo nucleare. Sosteniamo anche il controllo della proliferazione delle armi leggere.

Se solo osassimo, come chiese siamo nella posizione di indicare la nonviolenza ai potenti. Infatti siamo seguaci di uno che è venuto come un bambino indifeso, è morto sulla croce, ci ha detto di deporre le nostre spade, ci ha insegnato ad amare i nostri nemici ed è risuscitato dalla morte.

Nel nostro cammino verso la Pace Giusta c’è urgente bisogno di una nuova agenda internazionale poiché siamo di fronte all’immensità dei pericoli che ci circondano.

Chiediamo all’intero movimento ecumenico e in particolare a coloro che stanno preparando l’Assemblea del WCC del 2013 a Busan, in Corea, sul tema “Dio della Vita, guidaci alla Giustizia e alla Pace”, di fare della Pace Giusta in tutte le sue dimensioni la priorità chiave. Risorse come “An Ecumenical Call to Just Peace” e il “Just Peace Companion” possono sostenere il cammino verso Busan.

Siano rese grazie e lodi a te, Divina Trinità.

Gloria a te e pace al tuo popolo sulla Terra.

Dio della vita, guidaci alla giustizia e alla pace. Amen.

[Trad. it. a cura delle/dei partecipanti italiane/i, che ringraziamo]

Maggio 14, 2011

IL MODERATISMO AGGRESSIVO

DALL’IPOCRITA MITEZZA DOROTEA ALL’AGGRESSIVITÀ PERBENISTICA

di  Piero Stefani*

Dorotei.  Poco più di cinquant’anni fa, presso le suore di Santa Dorotea a Roma, si riunì un gruppo di alti esponenti democristiani. Nacque così il centro del centro, con tutte le caratteristiche di moderatismo che quella collocazione comportava. A partire dalla loro data di nascita nel 1959, i dorotei non espressero solo la corrente maggioritaria della DC ma incarnarono anche uno stile di far politica consono a un sistema rigidamente legato al rifiuto della logica dell’alternanza e del conflitto. In loro vi era la quintessenza di quanto, all’epoca della Rivoluzione francese, fu denominata la palude, termine coniato in relazione alle, allora neonate, qualificazioni di destra e sinistra.

Essere nella palude  non significa evitare i litigi. Sotto la superficie stagnante le lotte erano feroci, lo specchio d’acqua doveva però dare l’impressione di calma. Ciò comportava uno stile di comunicazione moderato, lontano dalla retorica populista. Esso ben si adattava a essere braccio politico delle componenti egemoni nella società. Chiesa e industriali di allora si ritrovavano ben rappresentati da quell’area che faceva (specie quando si trattava di andare alle urne) dell’anticomunismo la sua etichetta politica più evidente. Del resto, a quel tempo il sistema dei due blocchi funzionava a pieno ritmo: un anno dopo la nascita dei dorotei fu eretto il muro di Berlino.

Aggressività retorica.  Sfasciatasi la DC in virtù di Tangentopoli, da più di venticinque anni la retorica moderata e anticomunista è stata ereditata dal gruppo che ruota attorno all’attuale presidente del consiglio. Vale a dire, essa è stata fatta propria da chi, nel comportamento, rappresenta la perfetta antitesi del modello doroteo. Il moderatismo ora ha il volto dell’aggressività e del populismo. L’anacronistico anticomunismo va tenuto in piedi non perché sia reale, ma proprio per continuare la finzione di essere legittimi eredi di una palude che si è rivelata, per decenni, un costante bacino di voti. Grazie a quel paravento, un linguaggio aggressivo riesce a spacciarsi per moderato: così può pescare sui due versanti. Di fronte a queste esternazioni, la Lega è inquieta perché rischia di essere scavalcata nell’aggressività retorica proprio da chi si autoaccredita di essere moderato. Per rispondere a questa situazione propone l’inedito di ricorrere, a propria volta, a un discorso moderato.

Disastro comunicativo.  Per reggere al gioco bisogna essere dotati di genio comunicativo. In proposito una componente indispensabile è avere una faccia di bronzo. Quando il suggerimento viene da fuori e non è metabolizzato nelle proprie fibre, la caduta di efficacia è garantita. Per averne conferma è sufficiente rivolgersi alla sig.ra Moratti che si autoproclama erede, per appartenenza familiare, all’ala moderata e con voce soave pronuncia, sul suono del gong, un’accusa gravissima e infondata nei confronti del suo avversario, candidato, al pari di lei, alla carica di sindaco di Milano. Il disastro comunicativo ha richiesto l’intervento in prima persona del signore di Arcore, l’unico che riesce a rendere retoricamente credibile l’unione tra l’insulto, la calunnia e il moderatismo. Solo lui è in grado di praticare con successo (almeno finora) il paradosso secondo il quale una caratteristica peculiare dei moderati sta nel tirar fuori unghie feline. Il moderatismo, da versione ipocrita di una mitezza, si è trasformato in un’altrettanto ipocrita, ma contrapposta, aggressività perbenistica.

Allenamento.  Alle spalle di tutto ciò, c’è stata una lunga preparazione. Come dimenticare in proposito il calcio? Gli spalti degli stadi sono il luogo in cui gli alti borghesi, senza giacca e cravatta, possono assumere gli stili e l’eloquio popolari pur sedendo in tribuna d’onore e non partecipando a coreografie di massa. Non stupisce, quindi, constatare che il Milan, al pari della TV, sia stato un terreno di allenamento per elaborare uno stile comunicativo che ha il suo tallone d’Achille, peraltro ancora molto difficile da colpire, nel fatto di essere rappresentato, al massimo grado, solo da una persona che, almeno in ciò, non potrà avere eredi.

Lo stile doroteo  diretto è ormai privo di pregnanza. Per rendersene conto basta vedere l’insignificanza comunicativa dell’attuale presidente della CEI, card. Bagnasco. Smussare gli spigoli sotto un linguaggio levigato e sedicente equilibrato è puro anacronismo comunicativo. In effetti, la nostalgia per il centro e il sogno di Casini neodoroteo sembrano essere le uniche, irrealistiche prospettive politiche che si possono trarre dai discorsi curiali. Chi frequenta per ragioni politiche i vescovi italiani non di rado porta dentro di sé, più o meno inconsapevolmente, l’inefficace retaggio di questa nostalgia dorotea. L’attuale sindaco di Ferrara, Tiziano Tagliani, è un esponente del PD. Veniva dalle fila del Partito popolare. Per tradizione politica interna non ha nulla a che fare con i dorotei (anche per ragioni anagrafiche). A partire dal dopoguerra, è comunque il primo cattolico praticante a rivestire la carica di sindaco della città estense. Deve perciò mantenere, per definizione, buoni rapporti con il cattolicesimo ufficiale. La frequentazione della curia ha lasciato le sue tracce nello stile di comunicazione: quando si tratta di avere a che fare con coloro che egli ritiene “potenti”, il suo discorso non è mai incisivo, pretende invece di essere moderato e ragionevole senza essere aggressivo. Diverso il tono quando, invece, si sente attaccato.

Riconoscere i conflitti.  Domenica scorsa si è inaugurata a Ferrara la mostra dei progetti architettonici legati al concorso per il futuro museo dell’ebraismo italiano e della Shoah. Salone d’onore del palazzo dei Diamanti gremito. Gli oratori parlano sotto un affresco di Benvenuto Tisi da Garofano violentemente antigiudaico: ai piedi della croce si consuma un vero e proprio assassinio della sinagoga a favore di una trionfante chiesa. Gli oratori lo ignorano, non si sa se per finta o per beata ignoranza. Da ultimo interviene il sindaco. Esordisce dicendo che la collocazione di quell’affresco non è imputabile al comune (classica escusatio non petita) e che esso rappresenta l’Antico e il Nuovo Testamento, sinagoga e chiesa entrambe, comunque, sotto lo sguardo del Padreterno (in alto sopra lo croce è, in effetti, rappresentato Dio Padre). Privatamente gli si fa notare che il senso dell’affresco è tutt’altro. Lui dice che lo sapeva benissimo: proprio per questo ha adottato quella linea di condotta. L’episodio è piccolo, ma eloquente. Si poteva ignorare, si poteva, e sarebbe stata la scelta migliore, affrontare di petto il problema (non era neppure difficile: un tempo era così, ma ora…); si è deciso di optare per un goffo tentativo di mascheramento. Si è così rivelato uno stile, qui, in sostanza, quasi indolore, ma in altre circostanze preoccupante. Per pacificare i conflitti bisogna riconoscerli, non inventarli («comunisti») o negarli.

 

*Fonte: http://pierostefani.myblog.it/archive/2011/05/14/340-il-moderatismo-aggressivo.html


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